Il Koala ride.

Pensa che anche quest’anno è scampato all’estinzione. Mancano poche centinaia di euro e possiamo dire di avercela fatta con l’abbonamento 2026 della mailinglist. Grazie al solito gruppo di amici. Ma non con una sottoscrizione di massa: Barbara e Lino hanno ancora un anno per riflettere se sarà il caso per il 2027.
 
Allora continuiamo. Questa settimana con: le class action collettive, dai baby telefonini ai pfas, il cromo esavalente e l’amianto come i pfas, la Valsusa indomita, il nucleare incombente, l’Ucraina soccombente,  i sindacati contro Israele, l’inquinamento elettromagnetico, la firma per la sanità pubblica, la firma per neutralità dell’Italia, la firma per l’Italia fuori Nato, il disastro di Molfetta, i territori marginali per la politica, il genocidio ezida, il Nobel di Schlein, W l’Ultima generazione, anche la disabilità gay.

Anche in Italia class actions collettive: è partita quella contro Facebook, Instagram e TikTok, a tutela dei minorenni.

Iniziata al Tribunale Civile di Milano la prima class action contro Meta e TikTok. Al fianco del Movimento Italiano Genitori (Moige) e rappresentato dallo studio legale Ambrosio&Commodo (lo stesso che sta avviando class action inibitoria collettiva ad Alessandria per sospendere le produzioni PFAS della Solvay di Spinetta Marengo). Decine di famiglie (tra cui quella di una bambina di 12 anni che nel febbraio del 2024 si è tolta la vita nella provincia di Asti) hanno chiesto la “sospensione di tutti gli account social” fino a quando non ci sarà uno strumento efficace di verifica dell’età.
 
Il procedimento cautelare, di “inibizione” di tutti gli account social delle piattaforme gestite da Meta (Facebook e Instagram) e TikTok, chiede di sospendere “con urgenza” i profili, affinché le piattaforme si adoperino nell’effettivo controllo dell’età degli utenti. È stimato, infatti, che oltre 7 milioni di minorenni posseggono un account social e che tra questi ce ne siano circa 3,5 milioni che hanno meno di 14 anni, cosa vietata dalla normativa vigente in Italia e in Europa.
 
I legali dei due colossi social” avverte l’avvocato Stefano Berone “vogliono procrastinare il più possibile le udienze perché ogni giorno che passa guadagnano denaro, ma noi ci siamo opposti chiedendo un termine molto più breve perché più si va avanti più i minori sono a rischio di dipendenza patologica. Ogni giorno di ritardo comporta danni per milioni di bambini italiani”.
 
L’urgenza, di salute pubblica, è di implementare un sistema affidabile, è di impedire l’iscrizione ai minori di 14 anni e garantire il consenso verificabile di entrambi i genitori per la fascia 13-14 anni”, superando quindi la sola autodichiarazione; è di eliminare “l’autoplay e i sistemi di raccomandazione algoritmica”, che hanno il solo scopo di “massimizzare il tempo di permanenza sulla piattaforma”; infine, è di pubblicare avvisi chiari e visibili sui reali pericoli delle piattaforme.
 
“Per noi è stata una tragedia, probabilmente nata da altro, ma sicuramente accelerata, spinta da algoritmi e navigazioni, è stata come una malattia fulminante e noi eravamo senza armi”, ha dichiarato Irene Roggero, madre della 12enne che nel febbraio del 2024 si è tolta la vita ad Asti: “In sei mesi era passata da scrivere, per sé stessa, del disagio che provava, del fatto di sentirsi un peso in una vita inutile, a cercare immagini e contenuti che inneggiavano alla depressione, disegni di ragazzini rotti e senza cuore, immagini tristi, paesaggi gotici, autunnali e le venivano riproposti di continuo, perché l’algoritmo le dava quello che lei cercava”.

L’Europa che non affronta i Pfas.

Le istituzioni europee non li hanno messi al bando: “I Pfas sono insostituibili”. Balle. Una delle tante balle che la lobby chimica racconta e che fa raccontare in Europa (ad esempio da superMario Draghi) è che gli indistruttibili Pfas non possono essere sostituiti (che sarebbero, guarda caso, proprio quelli “nuovi nuovi” di Solvay a Spinetta Marengo). Senz’altro sarà difficile nell’industria bellica: perché ci fa miliardi. Ma anche nella farmaceutica.
 
Invece, il nuovo lavoro dell’Istituto farmaceutico dell’Università di Friburgo e dell’Agenzia nazionale tedesca per l’Ambiente confuta il falso mito: l’utilizzo dei Pfas non è assolutamente obbligatorio in medicina a causa presunta della mancanza di alternative. Per garantire la più lunga durata di conservazione ai medicinali, infatti, le alternative già oggi esistono: prive di Pfas per 97 dei 111 principi attivi farmaceutici che li contengono esaminati. Sono prodotti già in commercio o comunque approvati in alcuni Paesi. Ma laddove manchino ancora, le alternative “sarebbero” comunque prossime all’approvazione alla commercializzazione, o in una fase avanzata di sviluppo. “Sarebbero” e non “sono” perché l’industria farmaceutica lamenta che non le sono offerti incentivi pubblici sufficienti per la ricerca.
 
Dunque, per scelte speculative di industria e politica, ogni anno, anche attraverso i principi attivi farmaceutici che si degradano in acido trifluoroacetico (TFA), diverse tonnellate di prodotti con gli “inquinanti eterni” PFAS, persistenti come il TFA, vengono rilasciate in tutto il mondo nell’ambiente e nei corpi umani.  All’inizio del 2023, il Forever Pollution Project, un’indagine collaborativa, transfrontaliera e interdisciplinare, condotta da 16 redazioni giornalistiche europee ha rivelato quasi 23mila siti in tutta Europa contaminati dai PFAS ed altri 21.500 di presunta contaminazione.
Lo sapevano fin dagli anni ’60, sia in Usa (Du Pont, 3M, Honeywell) sia gli attuali produttori in Europa (Arkema, Daikin, Chemours, Solvay), che i Pfas fossero tossici e cancerogeni: tumori, sistema immunitario, fegato, metabolismo e tiroide, gravidanza e sviluppo feti, apparato riproduttivo ecc. Insomma, chi ha Pfas nel sangue è inesorabilmente malato: clicca qui.
 
Negli Stati Uniti, le class actions hanno portato a chiusure/bonifiche e a risarcimenti miliardari storici influenzando le battaglie legali in tutto il mondo, Italia compresa: 3M (10,3 miliardi di dollari), DuPont Chemours Corteva (1,18 miliardi di dollari), DuPont e Chemours (670 milioni di dollari).  Secondo le stime degli studi legali statunitensi, i risarcimenti individuali medi possono oscillare tra i 175.000 e i 300.000 dollari per persona, a seconda della gravità della patologia riscontrata e del livello di esposizione.

L’Europa che affronta i Pfas.

Diverse stime indicano che, senza un deciso cambio di rotta, i costi sociali e sanitari dei PFAS potrebbero raggiungere centinaia di miliardi di euro entro il 2050. Però, a fronte dei disastri ambientali e sanitari dei Pfas, in Europa le battaglie politiche verso le istituzioni nazionali e comunitarie per imporre limiti più severi, o meglio: il bando totale, NON hanno prodotto risultati tangibili. Sulla spinta di quanto avvenuto negli Stati Uniti, i cittadini europei hanno iniziato a promuovere azioni legali di massa contro i giganti dell’industria chimica. Passando da storici procedimenti in sede penale a massicce azioni collettive (class actions) in sede civile.
 
Sul versante penale, abbiamo gli esempi di Alessandria e Vicenza. Ad Alessandria, per la Solvay di Spinetta Marengo l’efficacia del primo processo penale (in Cassazione!) si è dimostrata nulla: a distanza di dieci anni lo stabilimento sta producendo e inquinando quanto prima, anzi peggio, senza intervenuti costosa bonifica e risarcimento per le Vittime (e senza pene per gli imputati, ovviamente).  Dall’attuale secondo processo la multinazionale belga punta a prosciogliersi (già dal GUP) ancora più indenne: a go-go con altro via libera mercanteggiato da miseri patteggiamenti giudiziari con governo ed enti locali. A sua volta, il processo risolto a Vicenza, più facile perché la Miteni di Trissino è chiusa, appare per ora (siamo solo al primo grado) più dignitoso per quanto attiene la severità delle condanne ma comunque anch’esso non direttamente influente sui versanti della bonifica e dei risarcimenti alle Vittime.
Insomma, il panorama delle cause legali sui PFAS in Europa si sta rapidamente evolvendo con un numero crescente di Grandi Azioni Legali Collettive (Class Action). Il quotidiano Le Monde ha contato circa 70 casi di questo tipo. Ne trattiamo in alcuni articoli sulla Rete: clicca qui il Belgio, clicca qui la Francia.

L’Italia che affronta i Pfas.

In Veneto, dove la class action inibitoria non avrebbe più senso, perchè Miteni di Trissino è già chiusa, 40 mila cittadini sono pronti in sede civile ad una class action collettiva risarcitoria da 2 miliardi di risarcimenti contro Mitsubishi Corp. e Icig, società controllanti di Miteni e i cui 11 vertici sono stati condannati in penale a pene severe ma non al risarcimento dei danni sanitari e patrimoniali alle Vittime.
 
I cittadini assistiti dallo studio legale Delex sono i residenti nelle aree interessate dalla contaminazione (Verona, Vicenza e Padova) che presentano nel proprio siero concentrazioni di Pfas oltre i limiti di tolleranza stabiliti dalle autorità sanitarie, chi ha contratto patologie correlate all’esposizione ai Pfas, i proprietari degli immobili nelle aree contaminate, e i residenti che hanno subito le conseguenze psicologiche legate alla paura di contrarre patologie.
 
In Piemonte,  fallite le sedi penali ad Alessandria non si sta ancora facendo la class action risarcitoria in quanto comitati e associazioni (Pro Natura, Legambiente, Movimento di lotta Maccacaro con lo studio legale Ambrosio&Commodo) stanno procedendo per la class action inibitoria (chiusura immediata delle produzioni Solvay di Spinetta Marengo) che in effetti è più urgente della risarcitoria. Potranno partecipare alla class action risarcitoria circa 900 lavoratori e cittadini finora sottoposti dalla Regione alla ricerca dei Pfas nel sangue, nonché quanti hanno dovuto a proprie spese ricorrere agli esami presso il Policlinico di Milano stante le gravi inadempienze della Regione, oltre a quanti hanno contratto patologie connesse ai Pfas, comprese psicologiche, e ai danni patrimoniali.
 
Ad Alessandria, l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono i due strumenti complementari di tutela: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione; la seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto: clicca qui.

In Belgio la 3M è al centro della bufera.

Ad Anversa (nello specifico nel sobborgo di Zwijndrecht), la contaminazione da PFAS causata dallo stabilimento 3M è al centro di imponenti accordi di bonifica e maxi-cause legali. Dal 2022 a oggi, la multinazionale ha stanziato fondi per oltre 571 milioni di euro per bonifiche e indennizzi regionali, mentre è in corso ad Anversa una storica class action che coinvolge 1.400 cittadini.
 
Nelle Fiandre 3M ha raggiunto un accordo da 571 milioni di euro con il governo regionale fiammingo. Il piano prevede la bonifica delle aree e fondi di compensazione per gli agricoltori e la collettività. Nel 60% dei 781 punti monitorati vengono rilevati più di 3 microgrammi di PFOS per chilo di terreno, in altri 300 microgrammi per chilogrammo.
 
Un maxi-processo intentato dal collettivo Darkwater 3M vede 1.400 residenti chiedere un risarcimento provvisorio di 20.000 euro ciascuno. Questo segue il precedente storico in cui una famiglia, con valori di PFAS nel sangue 100 volte superiori alla soglia, ha vinto una causa per “eccessive molestie di vicinato”.

A Lione uno dei più grandi processi civili d’Europa contro i Pfas.

Nel sud di Lione, cittadine e cittadini del collettivo PFAS contre terre, sostenuti dall’associazione giuridica Notre Affaire à tous, hanno deciso di portare davanti al tribunale civile di Lione due colossi dell’industria chimica, Arkema e Daikin, accusati di aver rilasciato negli anni quantità rilevanti di PFAS nell’ambiente in particolare nell’area della piattaforma chimica di Oullins–Pierre-Bénite, lungo il Rodano: un inquinamento che ha compromesso l’acqua potabile, i suoli e la produzione alimentare locale, con  molecole estremamente persistenti, capaci di accumularsi nel corpo umano e associate, secondo gli studi scientifici, a tumori, disturbi endocrini, problemi immunitari e riproduttivi.
 
Le testimonianze parlano di una contaminazione che entra nella vita quotidiana: uova di galline domestiche risultate con livelli di PFAS tre volte superiori ai limiti, ortaggi non più consumabili, spese per sistemi di filtrazione dell’acqua e, soprattutto, un forte impatto psicologico legato all’incertezza sanitaria. La class action preparata dal team legale Kaizen Avocat chiede oltre 36 milioni di euro di risarcimento per danni sanitari, ambientali ed economici: dall’ansia e dallo stress ai costi sostenuti per proteggersi dalla contaminazione. Ma l’obiettivo non è solo economico. «Bisogna colpire gli industriali sul piano finanziario per costringerli a cessare l’inquinamento»: un messaggio che va ben oltre il Rodano e, insieme alla class action di Alessandria contro Solvay, chiama in causa l’intero modello europeo di produzione chimica, responsabilità industriale e tutela della salute.

Allarme ONU per i Pfas.

Cinque relatori speciali delle Nazioni Unite hanno espresso, al governo francese e alle aziende interessate,  la loro crescente preoccupazione per gli impatti negativi sui diritti umani derivanti dalle attività di Arkema France e Daikin Chemicals France che inquinano di Pfas la “Valle chimica” di Lione ed espongono i residenti e i lavoratori locali a tumori e gravi malattie, cardiovascolari, endocrini, respiratori.
 
Un’analisi delle reti di approvvigionamento idrico della regione aveva inoltre rivelato, già nel 2022, la contaminazione da PFAS in circa 110 comuni della Valle Chimica, mettendo a rischio fino a 200.000 persone nei dipartimenti del Rodano, della Loira e dell’Isère. Nel 2023, la concentrazione media di acido perfluorononanoico, un tipo di PFAS, nel sangue dei residenti di Pierre-Bénite era sette volte superiore a quella della popolazione generale.
 
L’ONU ha richiamato inutilmente parlamento e governo francese ad intervenire, come aveva già fatto nei confronti dell’Italia. In entrambi i paesi le collettività sono state costrette ad avviare class actions.

Controllo Pfas nei pozzi di Brianza.

BrianzAcque è l’azienda pubblica che gestisce industrialmente il servizio idrico integrato nella Provincia di Monza e Brianza.  Partecipata e controllata dai 55 Comuni soci della Provincia di Monza e Brianza si occupa dell’intera filiera dell’H2O: acquedotto, fognatura, depurazione.
 
Dal 2025 ha avviato un piano provinciale basato sull’installazione di impianti di trattamento a carbone attivo granulare in grado di trattenere Pfas e microinquinanti nei pozzi nell’ambito delle attività di monitoraggio e pianificazione tecnica. Sono 26 gli interventi già completati per un investimento complessivo superiore a 4,2 milioni di euro. Interventi che permettono di rispettare per tutti i comuni della provincia i limiti indicati dall’Unione Europea. Da parte dell’azienda sono in corso ulteriori attività di completamento e potenziamento del sistema che prevede di spendere 7,8 milioni di euro in tre anni.

Allarmi cromo esavalente in Toscana.

Il cromo esavalente (CrVI) è fortemente tossico, mutageno e cancerogeno, oggetto di drastici limiti nell’acqua potabile (10 µg/l). L’inalazione o ingestione è correlata in particolare a tumori delle vie respiratorie e dell’intestino. Infatti, dopo il caso Caffaro a Brescia, era risalito alla ribalta durante il primo processo alla Solvay di Spinetta Marengo come la più grave, e impossibile da bonificare, fra le sostanze inquinanti le falde acquifere (mentre erano rimasti sottotraccia i Pfas).
 
Ora l’allarme cromo scatta in Toscana non più solo nella Bassa Vel di Cecina ma, grazie a Legambiente Valdera, anche nel pisano per le falde ovvero i pozzi in zona Ceppaiano del comune di Crespina-Lorenzana, a causa dei reflui e fanghi della lavorazione delle concerie dispersi in 13 siti non bonificati per inerzia di Comuni e Regione

E la chiamano perfino “energia rinnovabile”.

Ad esempio. Se la centrale nucleare Enrico Fermi di Trino non fosse stata fermata, e fosse tuttora in funzione, ad oggi avrebbe prodotto 3.600 kg di plutonio (la dose mortale per inalazione è di appena un milligrammo).
Per quanto riguarda il cesio137 radioattivo: in 60 anni ne sarebbero stati prodotti più di 60 kg (la dose mortale per ingestione è un decimo di milligrammo).
 
Dove li avremmo sistemati tutti “in sicurezza? Non rispondono i redivivi sostenitori del ritorno a nucleare.
 
Attualmente, i rifiuti radioattivi (a bassa, media, alta attività) italiani sono distribuiti in depositi temporanei in diverse regioni italiane (tra cui i siti principali a Saluggia, Trino Vercellese, Caorso, Latina, Garigliano e Bosco Marengo), nell’attesa della costruzione del deposito unico nazionale “in sicurezza”. Il quale non è stato neppure individuato: sono state invano selezionate 51 aree “idonee”, 5 delle quali in provincia di Alessandria.
 
Dopo due referendum abrogativi (1987 e 2011) che hanno bocciato il nucleare e dopo la debacle nel referendum sulla giustizia, il Governo ci riprova. Di nuovo proponendo il nucleare, spinto dalla disperazione per la manifesta incapacità di affrontare la crisi energetica. Sarebbe una scelta del tutto inadeguata e in violazione della Costituzione che, se praticata, porterebbe inevitabilmente a un nuovo referendum.