Alla vigilia del 29 novembre, Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese, la Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace e il Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” denunciano la grave decisione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu
Gaza. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approva un piano di guerra e non di pace
La Risoluzione 2803/2025 è un nuovo attentato alla pace e ai diritti umani, all’Onu e al Diritto Internazionale dei Diritti Umani, alla legalità e all’autodeterminazione dei popoli
La Risoluzione viola la Carta dell’Onu e riconosce la legge del più forte
Ignorate le Risoluzioni Onu che sanciscono il principio “Due Stati per due Popoli”
Tolto all’Onu il compito di ristabilire e assicurare la pace e fornire protezione e assistenza ai palestinesi
Compromesso anche il ruolo del Consiglio di Sicurezza
L’emissione di mandati di arresto da parte della Corte penale internazionale nei confronti dei leader talebani segna un passo importante verso l’accertamento delle responsabilità. Tuttavia, i soli meccanismi legali sono insufficienti senza un’azione internazionale coordinata e una volontà politica. La comunità globale deve andare oltre le dichiarazioni di condanna e attuare misure concrete per rispettare il diritto internazionale, garantire l’accertamento delle responsabilità e sostenere le donne afghane nel rivendicare i propri diritti e il proprio posto nella società.
Non tramite sanzioni economiche, bensì con cinque azioni concrete. Clicca qui.
Nel primo anno del secondo mandato presidenziale di Donald Trump, il governo degli Stati Uniti :
– ha ucciso decine di persone senza accuse né processo durante attacchi militari statunitensi su imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico orientale, giustiziando umili pescatori non solo del Venezuela, ma anche della Colombia e di Trinidad e Tobago ;
– ha imposto sanzioni al presidente di sinistra democraticamente eletto della Colombia, Gustavo Petro;
– colpito il Brasile con tariffe del 50% , una delle più alte al mondo, per cercare di destabilizzare il presidente di sinistra democraticamente eletto Lula da Silva;
Continua cliccando qui Benjamin (Ben) Norton, giornalista investigativo e analista. Ben è il fondatore e direttore di Geopolitical Economy Report. Ha vissuto e lavorato come corrispondente in America Latina per diversi anni .
Francesca Albanese, “Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati dal 1967”, ha presentato alla terza commissione dell’Assemblea Generale dell’Onu un rapporto di 24 pagine, in cui esamina il ruolo di diversi Paesi (63, tra cui l’Italia, in primis gli Usa) nel “crimine collettivo” del “genocidio” nella Striscia, che Israele ha “strangolato, affamato e distrutto”.
“Attraverso azioni illecite e omissioni deliberate, troppi Stati hanno armato, fondato e protetto l’apartheid militarizzato di Israele, permettendo alla sua impresa coloniale di insediamento di metastatizzare in genocidio, il crimine ultimo contro il popolo indigeno della Palestina“, ha affermato. Il genocidio, ha spiegato, è stato reso possibile tramite protezione diplomatica nei “fori internazionali destinati a preservare la pace”, legami militari che vanno dalla vendita di armi agli addestramenti congiunti che “hanno alimentato la macchina genocida”, la militarizzazione non contestata degli aiuti e il commercio con entità come l’Unione Europea, che aveva sanzionato la Russia per l’Ucraina ma continuava a fare affari con Israele.
Il rapporto, basato sui documenti Onu e 40 contributi da enti governativi e non governativi, analizza come l'”atrocità trasmessa in diretta” sia stata facilitata da Stati terzi, concentrandosi sul ruolo degli Stati Uniti, che hanno fornito “copertura diplomatica” a Israele. La complicità degli altri stati si è realizzata anche continuando le forniture belliche e facilitando il transito di armi e materiali essenziali attraverso i loro porti e aeroporti verso Israele.
Il rappresentante permanente di Israele, Danny Danon, ha accusato l’Albanese di diffondere “retorica antisemita”, arrivando a definirla una “strega fallita” e il suo documento come “un’altra pagina del suo libro degli incantesimi”. Gli ha replicato ironicamente smentendo di essere una strega: “Se avessi poteri magici, li userei per “fermare i vostri crimini una volta per tutte e per assicurarmi che i responsabili finiscano dietro le sbarre”. Il governo italiano l’ha accusata… di screditare l’ONU.
Le oceaniche manifestazioni pro Palestina e anti Israele (non contro tutti gli ebrei), dimostrano lo stato della democrazia.
Che le piazze insultate dalla Meloni si riempiono come non mai, mentre le urne elettorali più che mai sono vuote. Segno che c’è una grande voglia di partecipazione, di protagonismo, mentre c’è sempre meno fiducia nella politica, anzi nessuna. Meno della metà degli aventi diritto, quella che va alle urne, consegna pieni poteri ad una megalomane vittimistica dall’alto di un partito con il 26% dei voti, poco più del 13% dell’elettorato: la fiducia di un italiano su dieci, ovvero dall’alto di una coalizione di centro destra che non raggiunge nemmeno la metà dei votanti (44%): la fiducia di 2 italiani su 10.
Contro chi inquina, l’importanza dell’azione legale in sede civile, piuttosto che in sede penale, è stata evidenziata dalla recente sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, nel merito della causa avviata, contro ENI davanti al Tribunale di Roma, da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadini.
Nel merito lo storico verdetto stabilisce la giurisprudenza del giudice ordinario civile per definire i danni subiti e futuri, in sede patrimoniale e non, derivanti dai cambiamenti climatici provocati consapevolmente dalle aziende, in questo caso dal colosso italiano del gas e del petrolio.
La fondamentale sentenza della Suprema Corte rafforza il diritto -“La Giusta Causa”- dei cittadini ad agire di fronte a un giudice civile per la tutela dei loro diritti ambientali e sanitari, indica la strada per le azioni giudiziarie e avrà sicuro impatto di principio su tutte le cause legali in corso o future in Italia in materia di danni climatici e protezione dei diritti umani. Si pensi all’emergenza dell’azione inibitoria nei confronti di Solvay per il disastro ecosanitario di Alessandria.
Chi (perfino se è ebreo per famiglia o religione) critica e accusa Israele: viene tacciato di “antisemitismo” dagli israeliani per discredito e intimidazione, e per ignoranza o malafede dai loro amici (dagli amici ci guardi iddio). Sarebbe “antisemita” anche chi sostiene i palestinesi e la Palestina.
Che cosa sono i Semiti? Il termine “Semita” si riferisce a un insieme di popoli, culture e lingue del Vicino Oriente e del Corno d’Africa: gli Ebrei, gli Arabi, gli Assiri e i Cananei. I Palestinesi sono un popolo di origine araba, dunque sono Semiti alla pari degli israeliani.
Anche i Palestinesi sono semiti; eppure l’odio e il disprezzo dei palestinesi (e la negazione dei loro diritti), è praticato sistematicamente da settanta anni dalla maggioranza degli Israeliani, tramite l’apartheid e l’occupazione dei coloni. Non è, questo, autentico antisemitismo? Oggi, lo sterminio e la deportazione, il genocidio dei palestinesi non sono la quintessenza dell’antisemitismo?
I veri antisemiti sono, assieme alla maggioranza degli israeliani, tutti coloro che non hanno gridato e non gridano allarmi, scandalo, condanne della politica di Israele. Anzi ne sono complici.
Ora si passa alla deportazione di Gaza City. Finora i bombardamenti israeliani hanno causato oltre 62.000 morti (oltre 18.400 sono bambini) e oltre 156.000 feriti. Secondo Lancet le cifre sarebbero tre volte tanto. Secondo Israele l’83% erano civili. Quasi 1,9 milioni dei 2,4 milioni di abitanti di Gaza sono già sfollati, di cui quasi un milione sono bambini. ll 98% dell’acqua non è potabile. Dei 36 ospedali, bombardati, solo 17 di sono parzialmente funzionanti.
l segretario generale, dell’ONU Antonio Guterres commenta i crimini di guerra: “Proprio quando sembra che non ci siano più parole per descrivere l’inferno di Gaza, ne è stata aggiunta una nuova: carestia“.
Infatti l’Integrated Food Security Phase Classification (Ipc), un organismo sostenuto dalle Nazioni Unite responsabile del monitoraggio della sicurezza alimentare, dichiara ufficialmente che a Gaza è in corso la carestia. L’Onu – tramite le dichiarazioni del suo responsabile umanitario, Tom Fletcher – ha commentato sostenendo che la fame a Gaza è “apertamente promossa da alcuni leader israeliani come arma di guerra“.
Il rapporto spiega come la malnutrizione minacci la vita di “132mila bambini sotto i cinque anni“, stimando che fino a giugno del prossimo anno soffriranno di “malnutrizione acuta“. L’ente aggiunge che 41mila di questi casi soffriranno di malnutrizione “grave“, il doppio del numero stimato nella precedente valutazione dell’Ipc di maggio, esponendoli a un “rischio di morte più elevato”. Il report afferma che in un’area si verifica una carestia quando sono presenti tutte e tre le seguenti condizioni: almeno il 20% delle famiglie soffre di estrema carenza di cibo o è praticamente affamato; almeno il 30% dei bambini di età compresa tra i sei mesi e i cinque anni soffre di malnutrizione acuta o deperimento, il che significa che sono troppo magri per la loro altezza; almeno due persone, o quattro bambini sotto i cinque anni, ogni 10mila muoiono ogni giorno a causa della fame o dell’interazione tra malnutrizione e malattie.
L’ONU denuncia ma non può intervenire militarmente con i caschi blu a causa dell’ennesimo veto degli USA in Consiglio di sicurezza.
Una Conferenza di oltre 1.000 delegati, antisionisti ebrei e non ebrei, tenuta recentemente a Vienna, ha rivolto un fermo appello a tutti gli Stati e le comunità ad adempiere ai loro obblighi ai sensi della Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e ad adottare tutte le misure necessarie per fermare il genocidio in corso a Gaza, comprese le sanzioni…” – Continua: https://altracalcata-altromondo.blogspot.com/2025/07/la-conferenza-ebraica-antisionista.html
Questo primo evento del suo genere in Europa, ha già gettato le basi per la pianificazione di una seconda conferenza nel 2026…
La mia conclusione inevitabile è che Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese. Sono cresciuto in una famiglia sionista, ho vissuto la prima metà della mia vita in Israele, ho prestato servizio nell’esercito israeliano come soldato e ufficiale e ho trascorso gran parte della mia carriera studiando e scrivendo sui crimini di guerra e sull’Olocausto, quindi è stata per me una conclusione dolorosa da raggiungere, a cui ho resistito il più a lungo possibile. Ma ho tenuto corsi sul genocidio per un quarto di secolo. So riconoscere un genocidio quando lo vedo.
Questa non è solo la mia conclusione. Un numero crescente di esperti in studi sul genocidio e diritto internazionale ritiene che le azioni di Israele a Gaza si possano definire solo come genocidio. Lo sostengono Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Cisgiordania e Gaza, e Amnesty international. Il Sudafrica ha presentato una denuncia per genocidio contro Israele alla Corte internazionale di giustizia.
Il continuo rifiuto di questa definizione da parte di stati, organizzazioni internazionali, giuristi e accademici causerà un danno incalcolabile non solo alla popolazione di Gaza e di Israele, ma anche al sistema di diritto internazionale costruito sulla scia degli orrori dell’Olocausto, concepito per impedire che queste atrocità si ripetano. È una minaccia alle fondamenta stesse dell’ordine morale su cui tutti facciamo affidamento.
Il crimine di genocidio è stato definito nel 1948 dalle Nazioni Unite come “l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale”. Nel determinare cosa costituisce un genocidio, quindi, dobbiamo sia individuare l’intenzione sia mostrare che viene messa in atto. Nel caso di Israele, questa intenzione è stata espressa pubblicamente da numerosi leader e funzionari pubblici. Ma l’intenzione può anche essere dedotta dal metodo delle operazioni sul campo, e questo metodo è diventato chiaro nel maggio 2024 – e poi sempre dei più – con la distruzione sistematica della Striscia di Gaza per mano delle forze armate israeliane.
Israele continua il genocidio biologico. Clicca qui.
(*) Tratto dal sito del Palestinian Centre for Human Rights. Traduzione: La Zona Grigia. (**) Immagini dal sito del PHCR e dell’Unicef. L’ultima immagine è quella della piccola Sabreen al-Rouh, estratta viva dal ventre della mamma in fin di vita dopo un bombardamento israeliano nell’aprile 2024, ma sopravvissuta solo 5 giorni al resto della sua famiglia.
A Sesto Calende, le attiviste di Palestina Libera, la campagna italiana del gruppo Palestine Action, hanno bloccato l’ingresso della Divisione Elicotteri dell’azienda Leonardo . Due si sono legate con delle catene a terra per evitare il passaggio di mezzi. Due hanno invece occupato il tetto di uno degli edifici coprendo con della vernice rossa l’insegna della Leonardo. Sono stati accesi due fumogeni rossi, insieme alla vernice, come simbolo del sangue dei Palestinesi. “Leonardo Produce Genocidio”, l’insegna di circa 5 metri dell’azienda è stata modificata con della vernice spray dagli attivisti che hanno raggiunto il tetto. Dopo pochi minuti sono arrivate le forze dell’ordine.
Nel rapporto pubblicato dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, è emerso come la Leonardo SpA, controllata dallo stato italiano, sia una delle aziende più coinvolte nel rifornire militarmente Israele durante il genocidio del popolo palestinese, e una delle aziende che ne ha tratto più profitto, chiudendo 2023 e 2024 con profitti record anche grazie all’aggressione a Gaza. Il Gruppo Leonardo è coinvolto nell’”economia di guerra” anche tramite le sue partecipate estere come RADA e altre, di cui detiene il controllo.
L’Italia è ancora la terza nazione per rifornimenti bellici a Israele, nonostante le accuse di genocidio della Corte Penale Internazionale e il mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità che pende su Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano. Clicca qui.
La Camera ha concesso per un’intera giornata le stanze di pregio per un convegno in cui esponenti di spicco della Lega si sono mescolati a generali, ambasciatori e lobbisti legati al governo di Netanyahu. Tra questi anche rappresentanti dell’Idsf (Israel Defense and Security Forum), il think tank israeliano di estrema destra che sostiene l’espansione delle colonie illegali e la deportazione dei palestinesi da Gaza.
Salvini non esita a stringere la mano insanguinata di Netanyahu, ritenuto responsabile di crimini di guerra. Ricevere un premio in questo contesto non è un merito, ma una vergogna. Ed è molto grave che ciò avvenga in una sala della Camera.
In qualità di accademici, studiosi e professionisti di varie discipline, tra cui sanità pubblica, medicina, storia, sociologia, criminologia, ricerca sul genocidio, economia, scienze politiche, relazioni internazionali e psicologia, insieme ad attivisti e membri della società civile globale, scriviamo per esprimere la nostra profonda preoccupazione per il genocidio in corso, la crisi della sanità pubblica e la distruzione sistemica a Gaza.
Siamo allarmati dall’incapacità della comunità internazionale di rispondere adeguatamente a questa emergenza umanitaria.
Notiamo con costernazione che alcune associazioni sono rimaste in silenzio o hanno rilasciato dichiarazioni che non rispettano la responsabilità morale e professionale di fronte alle prove schiaccianti e al diffuso riconoscimento del genocidio.
Quando verrà scritta la storia del genocidio a Gaza, una delle paladine più coraggiose e schiette della giustizia e del rispetto del diritto internazionale sarà Francesca Albanese, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite, che l’amministrazione Trump sta sanzionando. Il suo ufficio ha il compito di monitorare e denunciare le violazioni dei diritti umani commesse da Israele contro i palestinesi. Albanese, che riceve regolarmente minacce di morte e sopporta campagne diffamatorie ben orchestrate da Israele e dai suoi alleati, cerca coraggiosamente di ritenere responsabili coloro che sostengono il genocidio.
Clicca quiChris Hedges, giornalista vincitore del Premio Pulitzer, corrispondente estero per quindici anni del New York Times.
Uno studio del professore israeliano Yaakov Garb, della Ben Gurion University pubblicato sullo Harvard Dataverse, rivela che Israele ha fatto “sparire” almeno 377.000 palestinesi dall’inizio della sua campagna genocida contro la Striscia di Gaza nel 2023. Si ritiene che metà di questi siano minori. I 377.000 palestinesi di cui si è persa rappresentano circa il 17% dell’intera popolazione: ora ammontano a circa 1,85 milioni, prima della guerra era stimata in 2,227 milioni.
Il Professore osserva che il bilancio ufficiale delle vittime, pari a 61.000, è chiaramente una sottostima poiché le vittime rimaste intrappolate sotto le macerie non sono incluse.
Anche la rivista medica The Lancet ha pubblicato uno studio a gennaio di quest’anno rivelando che il bilancio delle vittime del genocidio israeliano a Gaza è stato molto probabilmente sottostimato del 41% nei primi nove mesi di guerra. Lo studio ha evidenziato che circa il 59,1% delle vittime erano donne, bambini e anziani.
Chi lascia fare o è complice o è colpevole di omesso soccorso.
Ecco perché dobbiamo farlo!
Nessuno può chiudere gli occhi e il cervello di fronte all’uccisione sistematica di bambini, donne e uomini di ogni età. Uccidere è criminale.
Nessuno può assistere alla macellazione quotidiana di così tante persone costrette a patire le peggiori sofferenze fino a morire di fame. Questo è disumano.
Nessuno può accontentarsi delle parole di condanna che restano parole. Se lo facciamo tradiamo noi stessi, i nostri principi, i nostri valori e le nostre leggi.
Salvare i sopravviventi di Gaza è un nostro dovere morale e un obbligo giuridico. Ecco perché dobbiamo organizzare subito una “Operazione di Salvataggio” degli abitanti di Gaza.
Siria. Continuano ad arrivarci, nel silenzio dei media internazionali, appelli disperati contro i massacri e crimini quotidiani degli “Jihadisti democratici” che reggono le fila a Damasco per gli interessi stranieri. Enrico Vigna, 29 maggio 2025.
Madre Agnes Mariam De la Croix, ha lanciato numerosi appelli per la solidarietà alla popolazione alawita e cristiana della Siria, massacrata e schiacciata sotto il tallone dei “lupi” della “nuova” Siria.
Il premio 2025 per il World Press Photo è andato alla fotografa palestinese Abu Elou per lo scatto, immortalato per tutto il mondo dal New York Time, che ritrae Mahmoud Ajjour, bambino di nove anni rimasto mutilato di entrambe le braccia mentre cercava di fuggire da un attacco israeliano a Gaza: si era fermato per incitare la famiglia a continuare la fuga. Adesso ha una grande voglia di vivere, sta imparando a usare i piedi. Però: “Mamma, come faccio ad abbracciarti?”.
L’Oscar del fotogiornalismo è stato contestato per aver “sfruttato la rappresentazione dell’orrore”. E la risposta, come sempre, è questa: “Cosa c’è di sbagliato nel mostrare l’ingiustizia, cosa c’è di giusto nel nasconderla?”. La polemica è ipocrita perché in realtà rivolta alla fotografia simbolica dello sterminio israeliano della gente di Gaza. Ed è giusto che fosse la fotografia di un bambino.
Perché dall’ospedale del Qatar fanno sapere che almeno undicimila bambini gravemente feriti sono ancora là, fra le macerie di Gaza, sotto le bombe esplosive e sotto la morte per fame e sete dovuta al blocco degli aiuti umanitari. Secondo l’Onu nel dicembre 2024 solo Gaza registrava il numero pro capite più alto di bambini amputati al mondo, mentre per l’Unicef al 31 marzo i bambini palestinesi uccisi hanno superato quota 15mila, quelli feriti sono stati oltre 34mila, e quelli sfollati più di un milione.
Secondo lo studio pubblicato dalla rivista scientifica Lancet, il numero effettivo dei morti si attesta “certamente al di sopra di 70’000 e probabilmente verso gli 80’000”, di cui il 59% dei decessi si registra fra gruppi che ben difficilmente possono essere qualificati come combattenti: ovvero bambini, donne e anziani. Contando anche le “morti indirette”, il genocidio potrebbe raggiungere almeno le «186mila» persone. Significherebbe che almeno il 7,9% della popolazione di Gaza è morta dal 7 ottobre 2023 in poi.
La foto del piccoloMahmoud, checchè ne dica Liliana Segre, è dunque una testimonianza “silenziosa” che urla forte la parola “genocidio”, in una guerra (massacro, carneficina, sterminio, deportazione ) le cui conseguenze si estenderanno per generazioni.
Il Coordinamento nazionale di Lavoro Società, per una CGIL unita e plurale ha diffuso un documento che denuncia la barbarie in corso a Gaza e in Cisgiordania. La sinistra sindacale della CGIL prende posizione e chiama alla mobilitazione, invitando ad agire concretamente per fermare quello che definisce un “massacro” e una “pulizia etnica” del popolo palestinese.
«Il governo fascista di Israele, con l’appoggio degli USA, ha rotto la tregua a Gaza», scrive il Coordinamento, denunciando centinaia di morti e feriti civili in un territorio devastato, dove la popolazione è priva di cibo, acqua, assistenza medica. In Cisgiordania, si legge nel comunicato, “continuano e aumentano le azioni terroristiche dei coloni, appoggiati dall’esercito israeliano”, con decine di migliaia di persone costrette ad abbandonare le proprie case.
È una denuncia che accusa il silenzio e la complicità delle democrazie occidentali nel genocidio e nella deportazione dei palestinesi. Di fronte a questa catastrofe umanitaria, la sinistra sindacale della CGIL richiama tutte le forze democratiche e pacifiste a una mobilitazione nazionale, unitaria, per difendere il diritto del popolo palestinese a vivere nella propria terra e ad avere uno Stato, nel rispetto del diritto internazionale.
Il potere dei popoli consegna l’apartheid alla storia: dal 21 al 30 marzo torna la Israeli Apartheid Week (IAW) – Settimana contro l’apartheid israeliana! Ecco un elenco degli appuntamenti in Italia giorno per giorno. Clicca qui.
Più di 14 milioni di persone, di cui circa la metà ebrei e l’altra metà palestinese, vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Il primo regime, entro i confini dello Stato sovrano d’Israele, è una democrazia permanente con una popolazione di circa 9 milioni di persone, tutti cittadini israeliani. Il secondo regime, nei territori conquistati da Israele nel 1967, è un’occupazione militare “temporanea” imposta a circa cinque milioni di cittadini palestinesi. Inoltre, centinaia di migliaia di coloni ebrei risiedono in insediamenti permanenti a est della linea verde, vivendo come se fossero nella parte ad ovest del confine. Continua…
Il sistema di deportazione è statoinaugurato da Meloni e Edi Rama nel 2023 con un accordo fra l’Italia e la sua ex colonia Albania. Sono realizzati due centri in territorio albanese a spese italiane, dove i migranti catturati in mare a 500 Km di distanza vengono deportati: dapprima nel porto di Shёngjin e poi nella vicina cittadina di Gjadёrconfigurata come un Cpr (Centro di permanenza per i rimpatri) volto a detenere in carcere i migranti in attesa di essere respinti nei Paesi di origine.
Il tutto è una violazione della Convenzione di Ginevra e delle Convenzioni internazionali di diritto del mare: ultimo anello di una catena che, imprigionando le persone migranti in una speranza negata, è lo specchio perfetto delle politiche italiane ed europee in materia di flussi migratori. Un modello, sì, ma di disumanità.
Sfogliate il libro delle nefandezze umane. Alla pagina dell’anno 1619, mese di agosto, troverete l’immagine di schiavi denudati e incatenati in fila per entrare nella stiva della nave Sao Joao Baptista e poi della White Lion, i bastimenti negrieri che dalle spiagge dell’Angola portavano i primi 33 schiavi a Jamestown, Virginia. Quello era il viaggio di andata. E ora confrontate quella immagine, dipinta 406 anni fa, con la fotografia rilasciata dalla Casa Bianca del 47° presidente Donald Trump, intitolata “Deportazione!”, dove la scena è clamorosamente capovolta, ci sono una trentina di disgraziati in fila indiana e in catene, come si addice agli schiavi, che stanno salendo dentro la stiva dell’aereo da trasporto militare per essere espulsi, buttati via, come si fa con gli avanzi di un pranzo durato 4 secoli. Uomini in divisa e armati di fucile mitragliatore controllano la partenza degli schiavi rinominati “clandestini”, proprio come quattro secoli fa i trafficanti bianchi, armati di mazze e spade controllavano gli arrivi dei “selvaggi” appena razziati dai villaggi africani. Dopo quei 33 schiavi in America ne sono arrivati tra i 9 e i 15 milioni, nessuno è in grado di conteggiare uomini e donne che valevano qualcosa in vita e nulla da morti. Hanno lavorato nei campi prima della canna da zucchero poi in quelli di cotone a costo zero, se si esclude il cibo per il sostentamento delle braccia. Generando una formidabile ricchezza nell’America dei pellegrini bianchi che di genocidio in genocidio, sgomberarono le terre dell’oro e della frontiera. Fino a decollare verso i fasti economici della Rivoluzione industriale proprio come i cugini dell’impero britannico che prelevavano schiavi dall’Africa all’Oriente. L’abbiamo chiamato progresso, ce ne vantiamo, convinti come siamo che la crudeltà servita ieri e rinnovata oggi, resterà per sempre nel conto dei debiti sospesi. (Pino Corrias)
Il rapporto delle Nazioni Unite menzionato nell’articolo di InsideOver https://it.insideover.com/guerra/ucraina-e-russia-il-rapporto-onu-sulle-violazioni-del-diritto-non-risparmia-nessuno.html evidenzia violazioni del diritto internazionale commesse sia dalla Russia che dall’Ucraina nel contesto del conflitto in corso. Secondo il rapporto, entrambe le parti sono responsabili di azioni che contravvengono alle norme internazionali, senza che nessuna delle due possa essere considerata esente da colpe.
In particolare, il rapporto documenta casi di maltrattamenti e torture subiti dai prigionieri di guerra di entrambe le nazionalità. Sono state condotte interviste con 174 prigionieri di guerra ucraini negli ultimi 18 mesi, e quasi tutti (169 su 174) hanno fornito resoconti di maltrattamenti durante la detenzione.
Queste violazioni includono trattamenti inumani e degradanti, che rappresentano una delle pagine più dolorose e meno espresse di questo conflitto.
Il rapporto sottolinea l’importanza di rispettare il diritto internazionale umanitario e i diritti umani, esortando entrambe le parti a cessare immediatamente tali pratiche e a garantire la protezione dei civili e dei prigionieri di guerra.
I 1.078 firmatari denunciano il genocidio e chiedono di tagliare i ponti con le istituzioni israeliane che non lo condannano.
Il 7 ottobre 2023 Hamas ha compiuto un attacco terroristico in Israele, uccidendo più di 1.200 persone su una popolazione di 9,5 milioni, tra cui oltre 800 civili e almeno 33 minorenni, e ferendone altri 5.400. L’attacco ha portato anche alla cattura di 248 ostaggi, circa 100 dei quali ancora detenuti a Gaza. Da allora il governo israeliano ha lanciato una violenta risposta di genocidio contro la popolazione palestinese di Gaza, sotto gli occhi della comunità internazionale.
Alla fine di ottobre 2024 le vittime identificate avevano raggiunto quota 43.061, tra cui oltre 13.735 bambini, 7.216 donne e 3.447 anziani, con oltre 100.000 feriti, su una popolazione di 2,3 milioni. Migliaia di altre vittime rimangono disperse, sepolte sotto le macerie. L’esercito israeliano sta infliggendo ai civili palestinesi non meno che l’equivalente di un 7 ottobre ogni dieci giorni, e lo fa da più di un anno.
A Genova è stato installato un “presepe morente”, durante un flashmob, che ha voluto commemorare i più degli 800 neonati uccisi nella Striscia di Gaza in quattordici mesi. I neonati sepolti sotto le macerie che cercano l’ultimo respiro e quelli morti per mancanza di cure, per malnutrizione e malattie respiratorie a causa dei bombardamenti israeliani sugli ospedali nella totale violazione del diritto internazionale.
Sono stati sparsi fagottini bianchi macchiati di pittura rosso sangue ancora fresca, nella piazza principale della città, tra il Palazzo Ducale, la Regione Liguria coperti di luminarie e il classico mercatino natalizio di baite che, con i cartelloni pubblicitari che invitano agli acquisti, hanno provocato un grande contrasto con il presepe morente.
La dimensione della misericordia, dell’accoglienza e della pace, è stata messa da parte nel mondo occidentale: ha scelto sciaguratamente la via delle armi per la soluzione dei conflitti, ha privilegiato il riarmo al disarmo, tagliando le spese sociali, in particolare quelle per l’istruzione e per la salute.
Ha preferito chiudere i porti e le frontiere, respingere i profughi che fuggono dalle guerre e i migranti costretti a lasciare le loro dimore a causa delle carestie, dei cambiamenti climatici, della devastazione delle foreste. L’Europa chiusasi in fortezza, come se fosse assediata da eserciti, ha fatto sì che il Mediterraneo diventasse un enorme cimitero.
Il Parlamento italiano ha emanato leggi che riducono il migrante irregolare a delinquente, e creato i CpR, centri di detenzione peggiori delle carceri. Un ministro del governo ha impedito a navi piene di naufraghi, salvati da morte sicura, di approdare al porto più vicino, lasciandoli per giorni e giorni in condizioni disumane. Salvini, Il ministro del nostro Paese che “difende i confini” dall’ “invasione” di naufraghi, negando il diritto umano al soccorso in mare e sequestrando persone innocenti che non hanno commesso alcun crimine, è assolto dal giudizio di un tribunale umano. Non potranno essere assolti, tuttavia, lui e il Paese che rappresenta, da ogni coscienza umana che crede nella giustizia.
Un’ Europa che non si adopera per mettere fine al massacro genocida che si perpetua nella Striscia di Gaza, dove decine di migliaia di bambine/i sono vittime innocenti, come può dirsi cristiana, come può celebrare il Natale?
“La deplorevole e fanatica organizzazione Amnesty International ha ancora una volta prodotto un rapporto inventato, completamente falso e basato su menzogne”, ha affermato il ministero degli Esteri israeliano in una nota, aggiungendo che è invece l’attacco senza precedenti di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 a dover essere considerato “genocida”. “Israele si sta difendendo, agendo nel pieno rispetto del diritto internazionale”, ha affermato il ministero.
L’organizzazione per i diritti umani invita la comunità internazionale a non agire come “complice” di questi crimini.
Con un documento di 300 pagine, il rapporto di Amnesty “dimostra che Israele ha commesso atti proibiti dalla Convenzione di Ginevra, con l’intento deliberato di distruggere i palestinesi a Gaza. Questi atti includono uccisioni, lesioni fisiche o mentali gravi, infliggere deliberatamente ai palestinesi di Gaza condizioni di vita calcolate per portarli infine alla distruzione fisica. Mese dopo mese, Israele ha trattato i palestinesi di Gaza come un gruppo subumano indegno di diritti umani e dignità, dimostrando il suo intento di distruggerli fisicamente”, dichiara Agnès Callamard, segretario generale di Amnesty International.Amnesty International denuncia “attacchi deliberati contro civili e infrastrutture civili (…) L’uso di armi ad alto potenziale esplosivo in aree densamente popolate”, ostacoli alla consegna di aiuti umanitari nel territorio e lo sfollamento forzato del 90% della sua popolazione.
Cosa viene definito genocidio?
La Convenzione di Ginevra sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, adottata nel 1948, definisce il genocidio come “atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.
Questa non è la prima volta che lo Stato a maggioranza ebraica si trova ad affrontare accuse di aver commesso un “genocidio” a Gaza, provenienti dall’Onu, da alcuni governi, come il Sud Africa, e da altre indagini da parte di organizzazioni civili, tra cui Human Rights Watch. Almeno quattro rapporti hanno concluso che Israele ha perpetrato il genocidio a Gaza.
C’è chi non ha apprezzato l’ironia dell’articolo Vota “P.D.P.P. e P.”, però, se è pur vero che in Italia non v’è partito che ambisca a rappresentare il mondo del lavoro dipendente, a suo nome e per suo conto vi è ancora chi agisce nella società. Ed è il sindacato. Due sindacati, Cgil e Uil hanno proclamato uno sciopero generale per il 29 novembre. Dovrebbe -è auspicabile- reggersi e consolidarsi su due questioni principali: la “questione salariale” e la “questione fiscale”, due facce della stessa medaglia, dalle quali discendono poi la crisi dell’occupazione e l’irreperibilità di risorse nella sanità, nella scuola, nei servizi pubblici eccetera.
Ebbene, per queste questioni, per queste crisi sociali, per questa stagnazione salariale, per questo declino economico italiano, il sindacato ha grosse responsabilità. L’Italia è l’unico Paese Ocse in cui in trent’anni, a partire dal 1990, i salari reali siano diminuiti: non quelli nominali bensì quelli reali, in rapporto all’aumento dei prezzi, all’inflazione. La contrazione del salario medio annuo è stata del -2,9% contro l’aumento del +31,1% della Francia e del +34% della Germania.
Lo sciopero è, giustamente, contro il governo Meloni (aumento dei prezzi del 17% contro l’aumento dei salari del 5,7%, alle stelle i profitti e le rendite), però il macigno che oggi pesa sulle spalle di lavoratori cominciò a gravare tre decenni fa. Il “peccato originale”, porta la data 1992: governo Amato, tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni. E quell’“accordo sul costo del lavoro”: abolizione della “scala mobile”, rinuncia alla contrattazione, impegno alla moderazione salariale a oltranza con riferimento alla “inflazione programmata”. Insomma, la cosiddetta “concertazione” fu il disarmo unilaterale del sindacato, la riduzione certa del tenore di vita dei lavoratori, in cambio di promesse generiche e in malafede per i successivi governi. Grazie a questa politica dei redditi, l’exPCI veniva accolto dal padronato nell’area di governo, ma veniva lacerato in profondità il rapporto già in crisi tra sindacati e lavoratori. Le critiche a questa scelta furono durissime già allora. Si ricordano i bulloni ai comizi sindacali e gli “autoconvocati”. La storia successiva del centrosinistra conferma licenziamenti di massa, privatizzazioni pubbliche, spostamento della ricchezza verso rendite e profitti e diseguaglianza dei redditi. A maggior ragione del centrodestra.
Il circolo vizioso economico e sociale, oggi, è enfatizzato dalla riduzione del potere contrattuale del sindacato, dall’allargamento del precariato, dall’involuzione produttiva verso settori a basso valore aggiunto (turismo, ristorazione e servizi alla persona), bassa innovazione e competizione basata su contenimento dei costi e intenso sfruttamento. E si drammatizza nei soggetti più fragili: minori in famiglie a basso reddito, persone anziane e con disabilità, migranti, penalizzazione delle donne nel mercato del lavoro…
A differenza delle organizzazioni ebraiche che sostengono acriticamente lo Stato di Israele, al Parlamento di Bruxelles è stata presentata sulle orme della statunitense Jewish For Peace, la Rete ebraica europea per la Palestina, che ha visto l’adesione di vari gruppi rappresentanti organizzazioni antirazziste della società civile europea e palestinese, per esprimere “Not in my nime” l’opposizione al genocidio e alla pulizia etnica, all’occupazione coloniale e all’apartheid di Israele in Palestina.
La crescita dei salari in Italia, da decenni, è sostanzialmente nulla ed esiste una parte larga della popolazione che sbarca il lunario con salari al di sotto dei 9 euro lordi (circa il 30% su una platea di lavoratori formata da dipendenti privati, operai agricoli e lavoratori domestici). L’Italia è ultima in Europa per il tasso di occupazione.
Il nostro mercato del lavoro è affetto da tre grandi e inevase criticità: divario territoriale, bassa occupazione e alta inattività giovanile, fortissimo divario di genere. Inoltre, con l’inflazione degli ultimi anni, la perdita di potere di acquisto per i lavoratori è stata in media del 15%.
Il XXIII Rapporto annuale dell’Inps smentisce la propaganda dei TG a reti unificate, secondo la quale siamo al record dell’occupazione mentre abbiamo il record del lavoro povero, ovvero che lo 0,7% di crescita del Pil del 2023 è più alto della Germania mentre abbiamo visto crescere solo disuguaglianze e divari.
La povertà ha ricominciato a crescere, toccando 5,8 milioni di persone, dopo l’abolizione del Reddito e della Pensione di cittadinanza sostituito in parte con l’Assegno di inclusione che ha escluso dal sostegno pubblico oltre 300 mila nuclei familiari con un’incidenza negativa soprattutto sul Sud Italia e sulle famiglie con soggetti di età avanzata e anche minori. E’ fallito il supporto per la formazione e il lavoro: sono solamente 102 mila i beneficiari della misura, con appena 3,7 mensilità, e il risultato è di portare su un mercato del lavoro sempre più precario e sempre più caratterizzato dal lavoro povero e sottopagato.
Hanno liberamente manifestato in tutto il mondo, meno che in Italia (e Israele)
La Costituzione risponde alle due domande.
E’ lecito o no manifestare in piazza a favore della Palestina e/o contro Israele?
Sì, lo è: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero” (art. 21) e “i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi” (art. 17).
È lecito vietare una manifestazione a favore della Palestina?
No, non è lecito. Né pro o contro Palestina, Israele, Hamas, Hezbollah, Ucraina, Russia, Corea del Nord o del Sud, Madagascar, Mussolini, Hitler, Stalin, Pol Pot, Kim Jong-un, i vaccini, i semafori, gli autovelox e quanto altro venga in mente.
No, non è lecito, quindi la Questura di Roma, il Viminale e il Tar Lazio che hanno vietato la marcia pro-Pal e anti-Israele hanno violato la Costituzione, perché per manifestare pro o contro qualsiasi causa, anche la più orrenda o strampalata, non occorre alcuna autorizzazione preventiva: “Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica” (art. 17).
E “comprovati” vuol dire comprovati, non inventati o immaginati o sognati in base al gradimento o allo sgradimento del governo di turno per gli slogan che si presume verranno espressi dai manifestanti.
Tutto questo, prima. Durante e dopo la manifestazione. Se qualcuno commette reati (violenze, minacce, odio razziale, apologie o istigazioni di reato), lo si denuncia o – se previsto dalla legge – lo si arresta.
Giornata studio su Migranti Ambientali – Come Riconoscerli venerdì 25 ottobrein modalità online ed in presenza alla Fabbrica delle “e” Corso Trapani 91/b, Torino dalle 9 alle 17.
La giornata intende, attraverso la voce di alcuni esperti e attraverso il confronto diretto, mettere in evidenza tutti gli elementi utili, anche da un punto di vista legale, affinché possano emergere degli indicatori necessari ad affiancare la battaglia per il riconoscimento dello status di migrante ambientale, elemento essenziale per l’emersione dai circuiti dell’illegalità e necessario a riconoscere i diritti delle persone migranti senza i quali non potrebbero avere accesso alle strutture sanitarie, alla casa, all’istruzione e al lavoro.
In allegato il materiale per la divulgazione. Clicca qui per iscriverti.
La sentenza storica della Corte internazionale di giustizia(ICJ) ha stabilito che “gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, e il regime ad essi associato, sono stati creati e vengono mantenuti in violazione del diritto internazionale”. La corte ha stabilito che gli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale includono “l’evacuazione di tutti i coloni dagli insediamenti esistenti” e il pagamento di una restituzione a tutti coloro che sono stati danneggiati dalla sua occupazione illegale.
Il presidente israeliano Netanyahu ha liquidato con aria sprezzante la sentenza della corte affermando che “la nazione ebraica non può essere un occupante nella propria terra”. Questa è esattamente la posizione che la corte aveva respinto, stabilendo che l‘invasione militare e l’occupazione dei Territori Palestinesi Occupati da parte di Israele nel 1967 non gli davano il diritto di insediare lì il proprio popolo, annettere quei territori o renderli parte di Israele.
Forse nessuna crisi incarna più chiaramente il fallimento dell’ONU e del sistema internazionale dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, invasi nel 1967 per 57 anni. Nello stesso momento in cui gli Stati Uniti hanno armato Israele fino ai denti, hanno posto il veto a 46 risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU che richiedevano a Israele di rispettare il diritto internazionale, chiedevano la fine dell’occupazione o la creazione di uno stato palestinese, o ritenevano Israele responsabile di crimini di guerra o di insediamenti illegali.
A fronte di questo stato di cose, alcuni ricercatori tentano una risposta alla domanda: Il mondo può salvare la Palestina dal genocidio israelo-americano? (clicca qui).
La marcia per la pace ad Assisi per riaffermare il no all’escalation.
Il mondo è sull’orlo di un precipizio. La guerra in Ucraina, con il rischio sempre più concreto di un’escalation nucleare, e la drammatica situazione a Gaza, dove la popolazione civile, in particolare bambini e donne, subisce indicibili sofferenze, ci ricordano l’urgenza che la voce della pace si alzi più forte che mai.
Un’insegnante ipovedente prenota per trascorrere una settimana di vacanza a Pugnochiuso, nel Parco Nazionale del Gargano (Foggia), ma l’agenzia di viaggi decide al posto suo che quel viaggio non è adatto a lei, dicendole che «rallenterebbe il gruppo e potrebbero esserci delle lamentele».
E’ importante ricordare che l’Italia ha ratificato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (Legge 18/09), nella quale è previsto uno specifico articolo (l’articolo 30) in tema di Partecipazione alla vita culturale e ricreativa, agli svaghi ed allo sport, ivi inclusi i servizi turistici.
Il 10 giugno 2024 si riunirà la United States Parole Commission per decidere se concedere il beneficio della “libertà sulla parola” (all’incirca l’equivalente americano della “libertà vigilata” italiana conseguente alla concessione della “liberazione condizionale”) a Leonard Peltier, da 48 anni detenuto innocente, ormai anziano e gravemente malato (e che in carcere non può ricevere le cure di cui ha bisogno).
Leonard Peltier è l’illustre attivista nativo americano difensore dei diritti umani di tutti gli esseri umani e dell’intero mondo vivente, da 48 anni prigioniero innocente; nei decenni di detenzione Leonard Peltier ha continuato la lotta con la pittura, con la poesia, con il sostegno a numerose iniziative nonviolente in difesa dei popoli nativi e della natura, promuovendo dal carcere numerose iniziative educative ed assistenziali. Leonard Peltier è un luminoso testimone della lotta degli indiani d’America contro il genocidio, l’etnocidio e l’ecocidio, in difesa dell’umanità intera e della Madre Terra.
L’udienza del 10 giugno può essere l’ultima occasione per restituire la libertà Leonard Peltier.
Vi preghiamo dal profondo del cuore di voler contribuire all’impegno per la sua liberazione.
Alleghiamo in calce quattro proposte di iniziativa, sollecitando la vostra tempestiva partecipazione . Clicca qui.
Assai più delle religioni e delle ideologie, o delle ambizioni personali, o dell’odio-essenza-umana (Cioran), è sempre l’economia il motore della storia, anche nella versione di conflitto di classe (Marx). Le guerre ne sono la conferma, come lucidamente ha denunciato papa Francesco.
Lo Stato che nell’ultimo secolo ha fatto più guerre sono gli Stati Uniti. Perché?Perché è lo Stato che produce più armi: nel 2023 hanno raggiunto i 916 miliardi di euro, oltre un terzo del totale. L’industria militare è un perno dell’economia americana.Sono le “multinazionali della difesa”, i loro profitti, che trascinano i governi alle guerre. Le aziende statunitensi occupano i primi 5 posti della classifica globale dei gruppi del settore. In vetta c’è la Lockheed Martin con incassi da 55 miliardi di euro l’anno. Seguono la Raytheon(37 miliardi), e la divisione militare di Boeing(31 mld), quindi Northrop Grumman (30 mld) e General Dynamics (27 mld). La prima europea è la britannica Bae System (25,8 miliardi). In ottava posizione c’è l’italiana Leonardocon un giro d’affari di 11,5 miliardi di euro e in 25esima Fincantieri(2 miliardi).
Chi c’è dietro a queste aziende? C’è la finanza. Ci sono i colossi della gestione del risparmio e della finanzaglobali, per lo più statunitensi: Blackrock, Vanguard, State Street, Jp MorganCapital reserch, Fidelity, Wellington. Ad esempio, Blackrock possiede il 6,8% di Lockheed Martin, il 6,5% di Raytheon, il 4,7% di General Dynamics, il 4% di Bae Systems ecc. Vanguard l’8% di Northrop Grumman, il 9% di Lockheed Martin o l’8,1% di Boeing ecc. E’ la finanza che spinge i governi alle guerre. Nel nostro piccolo, oltre al ministero dell’Economia, l’italiana Leonardo ha tra i suoi azionisti vari fondi americani e la banca centrale norvegese. Gli armamenti militari, come tutte le merci, come tutti i business, vanno continuamente rinnovati, dunque le armi vecchie sostituite da nuove e sofisticate. Vanno distrutte tramite guerre.
Chi paga queste spese militari? I governi, cioè i governati.La spesa pro capite che grava su ogniitaliano, neonati compresi, è 1,5 euro al giorno, circa 550 euro ogni anno. L’Italia ha un budget per la difesa pari all’ 1,6% del Pil. Se dovesse salire fino al 2% chiesto dalla Nato, il nostro paese dovrebbe spender ogni anno circa 8 miliardi in più ogni anno:la spesa annua per il reddito di cittadinanza, ora abolito. Ci dovremmo consolare perché, rispetto ai nostri 1,5 euro per la spesa pro capite in vetta troviamo Israele (8,2 dollari) e gli Usa (7,4 dollari); e rispetto al Pil in vettasi trova ora l’Ucraina (36,7%)? Invece la realtà è tragica.
La realtà tragica è che nel 2023 la spesa globale per la difesa ha raggiunto il massimo storico di 2.443 miliardi di dollari, con un incremento del 6,8% rispetto al 2022: ogni giorno, nel mondo si spendono 6,7 miliardi per armi, munizioni ed eserciti. La realtà tragica di queste guerre distruttive –a tacere dei milioni di morti e feriti- è che i budget militari si gonfiano sempre più a beneficiosempre più di lusinghiereperformance azionarie e di bilancio delle grandi multinazionali della difesa: nei soli primi tre mesi del 2024 i titoli della difesa hanno visto mediamente il loro valore aumentare del 22%, ovvero il triplo rispetto all’indice azionario globale. La tedesca Rheimetall in 90 giorni ha quasi raddoppiato il suo valore di borsa (+82%). Ma anche Leonardo se la cava: +56%. Il ministro della difesa Guido Crosetto ha spiegato che non vi è alcun conflitto di interesse fra la sua attuale carica governativa e quella trascorsa di presidente dell’Aiad, la Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza (Leonardo Rheimetall ecc.), definita “lobby delle armi”.
Secondo un’inchiesta giornalistica internazionale, Bruxelles fornirebbe mezzi e risorse alle autorità nordafricane che agirebbero con pratiche disumane per contenere le migrazioni
Prelevati per strada in pieno giorno, scaraventati in un furgone e poi a bordo di autobus nella notte portati in mezzo al deserto e lì abbandonati. Con i soldi e i mezzi forniti dall’Ue e dai suoi Stati membri (Italia inclusa), consapevole di queste pratiche barbare da parte delle autorità di Tunisia, Marocco e Mauritania. È un’accusa durissima quella lanciata da un’inchiesta condotta da un consorzio cui hanno partecipato il sito di indagini giornalistiche IrpiMedia con Lighthouse Report insieme a grandi testate internazionali (tra cui il Washington Post, Der Spiegel, Le Monde, El Pais, il canale pubblico tv tedesco Ard). Il titolo la dice tutta: «Desert Dumps», «scaricamenti nel deserto». Un’indagine condotta anche sul campo e intervistando una cinquantina di sopravvissuti. Una cosa li accomuna: sono tutti neri…(continua)