Disarmiamo i re.

A Roma lo scorso 28 marzo hanno  portato in piazza più di 300 mila persone contro tutte le guerre e contro il gruppo di potere composto da mega miliardari e da sovrani decisi a smantellare i sistemi democratici, la transizione ecologica e lo stato sociale. 
Sono i No Kings italiani, ispirati da quelli americani, riunitisi nel grande movimento sceso in migliaia di piazze negli Usa, e in molti altri paesi, contro Donald Trump e la sua politica. Ora il movimento arriva ad Anagni per fermare la corsa al riarmo che prevede la riconversione dell’ex stabilimento Winchester e l’apertura di una fabbrica di esplosivi vicino l’autostrada A1, a pochi metri dalla stazione di servizio La Macchia.
 

No Kings a Roma, il corteo contro le guerre e il riarmo.

Sono decine di migliaia i manifestanti e centinaia le realtà sociali, sindacali e associative, dalla Cgil, all’Arci fino ad Askatasuna, scese in piazza a Roma per la manifestazione di No Kings Italia, tappa nazionale della mobilitazione globale del weekend “Together. Contro i Re e le loro guerre”. È una piazza collegata a quella di Togheter contro l’estrema destra a Londra e a quelle del movimento No Kings negli Stati Uniti. Una piazza volutamente senza partiti. 

Una testimonianza di chi se ne intende.

Francesco Maurizio Cossiga è stato ministro dell’interno nei governi Moro VAndreotti III e Andreotti IV dal 1976 al 1978, quando si dimise in seguito all’uccisione di Aldo Moro. Dal 1979 al 1980 fu presidente del Consiglio dei ministri nella cui veste guidò una fragile coalizione di governo centrista e fu presidente del Senato della Repubblica nella IX legislatura dal 1983 al 1985, quando lasciò l’incarico, poiché eletto al Palazzo del Quirinale come più giovane Capo dello Stato della storia dell’Italia repubblicana. Si dimise nell’aprile 1992, due mesi prima della scadenza naturale del mandato.
È stato spesso descritto come un uomo forte e accusato di essere un “ministro di ferro”, che ha represso brutalmente le proteste pubbliche. Lo chiamavano Kossiga.

La parola anche ad Askatasuna.

Riceviamo e pubblichiamo:

«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista.
Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella manifestazione del 31 gennaio.

Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattutto, il governo. Un passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre 50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre, colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie, dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli, mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa che parlano anche a noi.

Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli è andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi bisognerà farci i conti no? Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale: se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa, spaventata, impotente, incapace di organizzarsi.

La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale governo. Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e consapevolezza.
E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte.

Lo sciopero che ha bloccato i porti.

Lo sciopero, ignorato dai grandi media, che per 24 ore ha bloccato i principali porti del Mediterraneo e del Nord Europa, dove si caricano armi destinati ai teatri di guerra, ha mostrato come ovunque ci siano migliaia di persone che non vogliono essere l’ingranaggio di una catena di montaggio che produce morte. I portuali ci dicono che la responsabilità non è un concetto astratto e che non esiste un “gesto tecnico” innocente se quel gesto arma una mano che uccide.
 

Rivoluzionari tra virgolette vs antiterroristi tra virgolette.

Manifestazione a Torino contro lo sgombero di Askatasuna.
Per la cronaca prendiamo per buona la versione che troviamo su Il Fatto, piuttosto che sui Telemeloni, clicca qui.
 
Tre cortei, quasi 50 mila manifestanti, famiglie con bambini, vin brulè, partigiani, studenti, saracinesche alzate, musica e slogan, assurdo massiccio cordone di polizia. Poi, cala la sera e iniziano due ore buone di guerriglia urbana: barricate, bombe carta, pioggia di lacrimogeni, idranti, cappucci neri, mascherine e occhialini da sub, bottiglie, pietre, cassonetti e camionetta in fiamme, agente malmenato, troupe Rai aggredita, almeno una ventina di feriti.
Il nostro commento. Esultano gli ultras incappucciati e gli incappucciati del governo. Gli uni soddisfatti della grancassa mediatica che assorda il malgoverno e rinfocola la repressione “antiterrorismo”, i decreti sicurezza.
 
Gli altri, un centinaio? un migliaio? soddisfatti come si sentirono le brigate rosse, quelle in buona fede sedicenti rivoluzionari utili idioti degli americani. Sconfitti gli altri 49,9mila manifestanti, in rappresentanza di milioni di italiani che neppure hanno saputo il perché della oceanica manifestazione. Oscurati anche in  In migliaia a Milano, il corteo pacifico contro i federali Usa. Oscurato il corteo forte e pacifico Operai in tangenziale a Bologna: incriminati i sindacalisti.
 
Come era stata annunciata la manifestazione. Clicca qui.
Il commento di Sigfrido Ranucci. Clicca qui.
Il commento di Francesco Cossiga. Clicca qui.

La morte del diritto. E’ ancora possibile rimetterlo al mondo?

La storia umana è anche una storia del diritto, dalle Dieci Tavole, secondo la Bibbia scritte dal dito di Dio, ai codici di Ur e di Hammurabi, che per la prima volta stabilivano che il diritto consiste nella difesa del debole e facevano del re, cioè del potere, il padre dell’orfano e il marito della vedova, a Vasti e ad Antigone che si appellano a una legge superiore a quella scritta dai maschi, al diritto naturale che stabilisce che la verità, non l’autorità, fa la legge, al diritto positivo che istituisce la legge uguale per tutti, ai diritti umani che perfino nella guerra cercano di trattenere un residuo di ragione, alle Costituzioni postbelliche, ultime lettere della Resistenza italiana ed europea, fino alla Convenzione internazionale contro il genocidio che condanna un delitto così estremo da non avere ancora neanche il nome, e che rappresenta la soglia più alta raggiunta dal diritto nel suo sforzo di realizzare, come sua gloria, la giustizia.
 
La condanna a morte del diritto è stata molte volte e in diversi modi annunciata e segnalata (papa Francesco), fino al culmine del genocidio di Gaza, indifferente alle pronunzie delle Corti internazionali, perpetrato nella latitanza del Consiglio di Sicurezza e dello stesso segretario generale dell’Onu, e compiuto con la complicità di quasi tutta la comunità internazionale, con le sue armi o almeno col suo silenzio (non però dei molti di tutto il mondo che hanno navigato e manifestato “proPal” e perciò sono stati bollati come “terroristi” dai poteri selvaggi); e fino a Trump quando  chiede la grazia per Netanyahu e il Nobel per sé opera una rilegittimazione del genocidio, la negazione della negazione,  e proclama  di non aver bisogno del diritto internazionale.
 
Preso atto della realtà, è ancora possibile, prima dell’immane disastro, ristabilire il diritto come regola della vita internazionale e “sicurezza” per la Terra? Raniero La Valle risponde di sì e indica a quale “istanza più alta” bisogna ricorrere: clicca qui.

Siamo ancora qui.

Le grandi e diffuse iniziative nelle piazze per la Palestina di ottobre e novembre dimostrano che la mobilitazione non è per nulla finita con la falsa “pace” di Trump e che il genocidio del popolo palestinese ha svelato la “nuova” logica dell’ordine globale, riorganizzata sempre più attorno alla guerra: il regime di guerra necessita di un apparato logistico pienamente funzionante. I porti, in questo senso, hanno un ruolo centrale. Quelli che sono in alto temono molto i blocchi dei porti, partiti da Genova e diffusi in altre città europee.
 
A Genova, la città dove tutto è cominciato con il blocco delle navi effettuato dagli operatori portuali del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali), più di 10.000 manifestanti hanno aderito allo sciopero, con una presenza elevatissima di studenti e giovani. Il giorno successivo si è tenuta una manifestazione nazionale a Roma, alla quale hanno partecipato circa 100.000 persone.
 
Il regime di guerra, pluriforme nei suoi modi di agire, necessita di un apparato logistico pienamente funzionante. Guerra e logistica, com’è noto, vanno di pari passo da secoli. Non esiste guerra senza logistica, così come non esiste logistica senza un’organizzazione “militare” dei flussi di approvvigionamento lungo l’intera catena. Di tutto ciò sono pienamente consapevoli i portuali del CALP – che organizzano il blocco delle navi con carichi di armi dal 2019 – così come tutti gli altri soggetti che hanno articolato le proprie lotte con quella dei portuali. Una consapevolezza che ha contagiato i lavoratori di altri porti, sia in Italia sia in altri paesi europei (Grecia, Cipro, Francia, Spagna e, in una certa misura, Portogallo). Il “blocchiamo tutto” è diventato la parola d’ordine che ha accompagnato le mobilitazioni in molte città contro il regime di guerra nel quale vogliono trascinarci – o nel quale siamo già stati trascinati.

Questo movimento si trasformerà davvero in un fenomeno globale?

Per farlo, dovrà navigare ferocemente controvento: sfidando i media tradizionali, il potere economico, l’industria militare, l’incapacità di comprensione e l’ignavia dei partiti (occupati nel balletto di Atreju). La sua forza la dirà il tempo: o si evolve per continuare a crescere, oppure è destinata ad appassire come tante altre prima.
 
Dalla banchina del Porto di Genova, una folla di migliaia di manifestanti, ci riporta, proprio a Genova al Movimento No Global: questa volta con Francesca Albanese, Greta Thunberg, Thiago Avila, Yanis Varoufakis, José Nivoi, Maria Elena Delia, Moni Ovadia…

Generazione Z è il nuovo fantasma.

Le proteste della Gen Z si stanno diffondendo in tutto il mondo, quale spazio in Italia?  

Quando un’ondata di proteste, convocata da una autoproclamata Gen Z che utilizza i simboli di un manga giapponese *, ha rovesciato il primo ministro del Nepal, Khadga Prasad Sharma Oli, si è pensato che si trattasse di un evento isolato, in quell’unico Paese al mondo con una bandiera non rettangolare. Quando si è saputo che convocazioni simili si stavano sviluppando in Indonesia, Filippine e in altri Paesi dell’Asia, gli analisti hanno pensato che si trattasse di una moda propria di quel continente e del suo esasperato consumo di cultura pop. Poi, quando l’ondata è arrivata in Perù e successivamente in Paraguay, si è scoperto che le proteste avevano trovato eco in un altro continente, sempre indisciplinato, che ama “surfare” quando si tratta di conflitti. Ma quando sono arrivate anche in Africa, attraverso i sollevamenti in Marocco e Madagascar—dopo che era già accaduto qualcosa di simile in Kenya—è apparso chiaro che ci troviamo di fronte a un fenomeno globale.

Dunque, la Gen Z è il nuovo fantasma che percorre il mondo e pone una grande sfida, soprattutto per le sinistre, che si trovano in una situazione inedita: stanno perdendo la battaglia culturale nel campo giovanile contro le destre estreme? Che spazio avrebbe in Italia?

Clicca qui Ociel Alí López è sociologo, analista politico e professore presso l’Universidad Central de Venezuela.

Nella foto: * Il simbolo di One Piece che è diventato un simbolo di protesta per la Generazione Z è la bandiera dei pirati con il teschio e il cappello di paglia di Monkey D. Luffy. Questo simbolo rappresenta temi di libertà, coraggio e lotta contro l’oppressione e le autorità corrotte, rispecchiando i messaggi centrali del manga e dell’anime. 

Giovani, giovanissimi, e non solo.

Mai si era vista, in Italia e forse nel mondo, una mobilitazione così ampia, diffusa e intensa come quella a cui assistiamo e partecipiamo in questi giorni per Gaza, per la Palestina, contro il genocidio, per la pace. È come se la rabbia e il disgusto per tutto quello che incombe, a lungo covata e compressa, sia improvvisamente e positivamente esplosa.

Scuole occupate , presidi disastrati.

Mentre i ragazzi si interessano della politica, occupano le scuole con assemblee, laboratori culturali, discussioni, esistono presidi, come quello del liceo classico di Alessandria (Roberto Grenna), che hanno ordinato lo sgombero. Mentre, durante l’occupazione, gli studenti garantiscono la sicurezza dei vetusti edifici, questi presidi non si curano dello stato delle scuole a loro affidate. Ricordiamo qui appresso alcuni dati.
 
Sono 71 i crolli registrati nelle scuole fra settembre 2024 e settembre 2025, ancora in aumento rispetto al 2023/24 quando ne erano stati rilevati 69, il dato più elevato negli ultimi 8 anni. Un dato che, legato a quello degli infortuni occorsi nel 2024 agli studenti e certificati dall’Inail – 78.365, +7.463 rispetto all’anno precedente – mette in evidenza quanto ancora ci sia da fare sul fronte della sicurezza.
 
A sostenerlo è Cittadinanzattiva nel suo XXIII rapporto “Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola”. Le cause per Cittadinanzattiva sono in gran parte legate alla vetustà degli edifici, visto che ben la metà di essi ha circa 60 anni e il 49% è stato costruito prima del 1976, antecedente quindi all’entrata in vigore della normativa antisismica. I 71 casi di crollo sono stati 23 al Nord, 19 al Centro, 29 al Sud e nelle isole. E hanno causato il ferimento di 19 persone: 9 studenti, 7 operai, 3 adulti. Sono ancora esposti all’amianto, nelle scuole, circa 356.900 studenti e 50.000 membri del personale (ma il dato risale al 2021). Ci sono 870 istituti senza riscaldamento.

Piazze stracolme, urne vuote.

Le oceaniche manifestazioni pro Palestina e anti Israele (non contro tutti gli ebrei), dimostrano lo stato della democrazia.
 
Che le piazze insultate dalla Meloni si riempiono come non mai, mentre le urne elettorali più che mai sono vuote. Segno che c’è una grande voglia di partecipazione, di protagonismo, mentre c’è sempre meno fiducia nella politica, anzi nessuna. Meno della metà degli aventi diritto, quella che va alle urne, consegna pieni poteri ad una megalomane vittimistica dall’alto di un partito con il 26% dei voti, poco più del 13% dell’elettorato: la fiducia di un italiano su dieci, ovvero dall’alto di una coalizione di centro destra che non raggiunge nemmeno la metà dei votanti (44%): la fiducia di 2 italiani su 10.   

La RAI censura Report.

Dal 1994 REPORT è il programma di giornalismo investigativo in onda su RAI 3 che ogni settimana informa i cittadini su cosa succede in politica e, soprattutto, prova ad accendere una luce sulla mancanza di trasparenza e opacità delle nostre istituzioni. Report però oggi è in pericolo: durante la presentazione dei palinsesti RAI, il conduttore del programma Sigfrido Ranucci ha fatto sapere che sono state tagliate senza motivo 4 puntate della nuova stagione. Firma questo appello per chiedere alla RAI che la messa in onda di Report sia sempre garantita, senza tagli e censure.

10.000 operai indagati.

Il successo delle due manifestazioni a Roma contro il riarmo, così come della protesta operaia a Bologna, è dimostrato non solo dalla partecipazione della gente. Ma anche e soprattutto dall’agorafobia del sistema mediatico e del governo, che fanno di tutto per svuotare le piazze. Il dl Sicurezza ha svelato tutta la sua follia alla prima prova su strada, anzi su tangenziale: quella occupata pacificamente per 1,5 km l’altroieri dai metalmeccanici per il nuovo contratto. La zelante Questura ha comunicato che “i dimostranti verranno denunciati, anche alla luce del nuovo dl Sicurezza in materia di blocchi stradali”: quello che punisce chi manifesta su strade o ferrovie con la galera fino a un mese se è da solo e fino a 2 anni se gli organizzatori sono più persone.
 
Come i 10 mila operai di Bologna, che ora vanno identificati e indagati uno a uno, poi avvisati della fine-indagini per poter chiedere di essere interrogati e citare testimoni, poi convocati per l’udienza preliminare (in un palasport o in uno stadio, capaci di contenere 10 mila imputati e i loro difensori), e così per i processi di primo, secondo e terzo grado, che si concluderanno – in caso di condanna – con qualche giorno o mese di carcere a testa, ovviamente finto: fino a 2 anni c’è la condizionale e comunque le pene fino a 4 anni si espiano ai domiciliari o ai servizi sociali. E, almeno per chi non ha fatto nulla di male, è meglio così: sennò basterebbe un solo processo a mandare in tilt le carceri già affollate, aggiungendo 10 mila detenuti agli attuali 62.500. Senza contare tutti gli altri sit-in su strada o ferrovia con migliaia di persone, che potrebbero raddoppiare o decuplicare la popolazione carceraria. Immaginate poi quanti poliziotti, cancellieri, impiegati, pm e giudici dovranno occuparsi di questi processi inutili, rubando tempo, uomini e fondi a una Giustizia già ridotta a macchina trita-acqua che non riesce più a perseguire le condotte pericolose.
Però non tutto il male viene per nuocere: se il governo è così ossessionato da chi protesta e dissente, vuol dire che ne ha paura.

Dopo 30 anni, il sindacato in rivolta?

Dida: il peccato originale.
C’è chi non ha apprezzato l’ironia dell’articolo Vota “P.D.P.P. e P.”, però, se è pur vero che in Italia non v’è partito che ambisca a rappresentare il mondo del lavoro dipendente, a suo nome e per suo conto vi è ancora chi agisce nella società. Ed è il sindacato. Due sindacati, Cgil e Uil hanno proclamato uno sciopero generale per il 29 novembre. Dovrebbe -è auspicabile- reggersi e consolidarsi  su due questioni principali: la “questione salariale” e la “questione fiscale”, due facce della stessa medaglia, dalle quali discendono poi la crisi dell’occupazione e l’irreperibilità di risorse nella  sanità, nella scuola, nei servizi pubblici  eccetera.
 
Ebbene, per queste questioni, per queste crisi sociali, per questa stagnazione salariale, per questo declino economico italiano, il sindacato ha grosse responsabilità. L’Italia è l’unico Paese Ocse in cui in trent’anni, a partire dal 1990, i salari reali siano diminuiti: non quelli nominali bensì quelli reali, in rapporto all’aumento dei prezzi, all’inflazione. La contrazione del salario medio annuo è stata del -2,9% contro l’aumento del +31,1% della Francia e del +34% della Germania.
 
Lo sciopero è, giustamente, contro il governo Meloni (aumento dei prezzi del 17% contro l’aumento dei salari del 5,7%, alle stelle i profitti e le rendite), però il macigno che oggi pesa sulle spalle di lavoratori cominciò a gravare tre decenni fa. Il “peccato originale”, porta la data 1992: governo Amato, tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni. E quell’“accordo sul costo del lavoro”: abolizione della “scala mobile”, rinuncia alla contrattazione, impegno alla moderazione salariale a oltranza con riferimento alla “inflazione programmata”. Insomma, la cosiddetta “concertazione” fu il disarmo unilaterale del sindacato, la riduzione certa del tenore di vita dei lavoratori, in cambio di promesse generiche e in malafede per i successivi governi. Grazie a questa politica dei redditi, l’exPCI veniva accolto dal padronato nell’area di governo, ma veniva lacerato in profondità il rapporto già in crisi tra sindacati e lavoratori. Le critiche a questa scelta furono durissime già allora. Si ricordano i bulloni ai comizi sindacali e gli “autoconvocati”. La storia successiva del centrosinistra conferma licenziamenti di massa, privatizzazioni pubbliche, spostamento della ricchezza verso rendite e profitti e  diseguaglianza dei redditi. A maggior ragione del centrodestra.
 
Il circolo vizioso economico e sociale, oggi, è enfatizzato dalla  riduzione del potere contrattuale del sindacato, dall’allargamento del precariato, dall’involuzione produttiva verso settori a basso valore aggiunto (turismo, ristorazione e servizi alla persona), bassa innovazione e competizione basata su contenimento dei costi e intenso sfruttamento. E si drammatizza nei soggetti più fragili: minori in famiglie a basso reddito, persone anziane e con disabilità, migranti, penalizzazione delle donne nel mercato del lavoro…

“No Meloni day” degli studenti.

Se non ci fossero stati gli “incidenti di Torino”, i giornali e TV telemeloni  non avrebbero speso una parola sulle quaranta manifestazioni pacifiche in tutta Italia per il “no Meloni day” degli studenti (clicca qui). Striscioni e slogan anche molto duri contro la capa del governo e contro il ministro Giuseppe Valditara, identificato con i modelli autoritari delle destre. E per i palestinesi di Gaza e contro Israele. “Soldi alla scuola e non alla guerra”; “Studenti in rivolta contro repressione, genocidio e merito”. “Contro un governo di fascisti e sionisti”. Vernice rossa sui cartelli con i volti di Meloni, di Valditara e della ministra dell’Università Anna Maria Bernini per rappresentare “le mani sporche di sangue per il genocidio del popolo palestinese”. Vernice bianca sull’asfalto per scrivere “Ministero della guerra”. Ma insomma niente di grave.
 
Naturalmente però si parla solo di Torino. Soprattutto per un fumogeno, forse un petardo, lanciato verso le forze dell’ordine in piazza Castello, davanti alla Prefettura: 15 poliziotti sono finiti all’ospedale Oftalmico con un’intossicazione, sembra da cloro. I manifestanti hanno bruciato un fantoccio del ministro Valditara, sono entrati nel Museo del Cinema nella Mole Antonelliana e sul balcone, al primo piano, hanno strappato il tricolore nazionale per sostituirlo con una bandiera palestinese. Altre “irruzioni” le hanno fatte nei fast food accusati di rapporti troppo stretti con Israele. Al Burger King davanti a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, hanno imbrattato le vetrine: “Boycott”, “Non comprate qui sono sionisti”, “Burger King finanzia l’esercito israeliano”. Le immagini dei soldati israeliani che mangiano gli hamburger della catena statunitense fanno da mesi il giro del mondo sui social, del resto le ha diffuse la società stessa con messaggi inequivocabili: “Rafforziamo la nazione Israele, i nostri team stanno lavorando diligentemente per continuare a donare migliaia di pasti ai nostri eroi, condoglianze alle famiglie delle vittime”. Che non erano, con tutta evidenza, i civili di Gaza. C’è stato qualche spintonamento con i commessi che tentavano di liberare il locale, come al vicino McDonald’s dove qualche studente ha anche lanciato ai lavoratori i dolci presi da una vetrina. Tutto qui.

Un provvedimento diabolico.

Il ddl sicurezza considera violenza il dissenso. Che nessuno disturbi il manovratore. Il testo in discussione fruga perfino tra le parole della tradizione pacifista e nonviolenta di Capitini e Dolci per inventare reati. Forse questo ddl 1660 avrebbe dovuto avere un numero leggermente diverso, il 1666, richiamando così il proprio intento diabolico. Non sappiamo se la disapprovazione sociale diffusa che lo ha accolto basterà per fermare l’iter legislativo, ma non era scontata. Il diavolo fa le pentole ma… (continua)

Demonizzazione e leggi anti-protesta

In Europa l’adozione di nuove leggi repressive, restrizioni draconiane e requisiti onerosi, ha creato un ambiente sempre più ostile per le proteste, con interferenze ingiustificate all’esercizio del diritto di riunione pacifica. La ricerca di Amnesty International mostra che le ragioni fornite dalle autorità per queste restrizioni sono spesso pretestuose e che i governi citano frequentemente motivi di “sicurezza nazionale” e di “ordine pubblico” come scuse per reprimere il dissenso e la  disobbedienza civile pacifica.
 
I manifestanti vengono etichettati in vari modi, tra cui “terroristi”, “criminali”, “agenti stranieri”, “anarchici” ed “estremisti”. È il caso, ad esempio, della nuova legge 6/2024, introdotta in Italia a gennaio, che inasprisce le sanzioni per danneggiamento e deturpamento di beni culturali o paesaggistici, andando a criminalizzare chi protesta pacificamente in favore della giustizia ambientale e che è stata presentata dal ministero dei Beni culturali come iniziativa volta a contrastare gli “eco-vandali”. E’ il caso delle proteste di solidarietà con il popolo palestinese descritte come “marce dell’odio antisemita”. Fino al razzismo istituzionale, migranti, richiedenti asilo o rifugiati, omofobia, transfobia e altre forme di discriminazione.
 
In Italia, si impongono sempre più spesso misure amministrative nei confronti di chi manifesta pacificamente anche attraverso la disobbedienza civile. Si tratta in particolare del “foglio di via” obbligatorio (divieto di accesso alla città, che va da sei mesi a quattro anni) o del più recente Daspo urbano (divieto di accesso a specifiche aree cittadine, che va da 48 ore a due anni). Negli ultimi anni, queste misure preventive sono state utilizzate contro persone attiviste dei movimenti No Tav e No Muos, contro delegate e delegati dei sindacati di base e attiviste e attivisti per la giustizia climatica, nonché contro persone che hanno semplicemente espresso il proprio dissenso.
 
Particolarmente allarmanti sono poi alcune delle disposizioni del disegno di legge 1660, il cosiddetto ddl sicurezza, attualmente in discussione alla Camera:  l’articolo 11 sul trattamento penale dei cosiddetti “blocchi stradali”. Clicca qui.

Nuovo attacco alle libertà di parola e associazione.

“L’arresto di Durov è un attacco ai diritti umani fondamentali di libertà di parola e associazione. Sono sorpreso e profondamente rattristato dal fatto che Macron sia sceso al livello di prendere ostaggi come mezzo per ottenere accesso alle comunicazioni private. Questo abbassa non solo la Francia, ma il mondo intero”.
Queste le parole di Edward Snowden su Twitter.
 
L’arresto di Pavel Durov è un pericoloso precedente.
L’inchiesta francese richiama alla mente il caso Edward Snowden, il tecnico informatico ricercato per aver rivelato come diverse multinazionali del digitale avessero collaborato con l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) degli Stati Uniti, consentendo l’accesso ai dati privati degli utenti.
 
Su PeaceLink un’analisi del caso Telegram, di cui Durov è il fondatore.
 

Ma quale deriva autoritaria, è democrazia senza conflitto.

La trama, del disegno di legge sulla sicurezza pubblica in approvazione, è sempre la stessa: punire il nemico, ovvero  reprimere dissenzienti, poveri, migranti;  sviare e occultare la responsabilità delle diseguaglianze sociali, della guerra, della devastazione climatica. Esempi.
 
Per “l’occupazione di immobili e terreni” è previsto un nuovo reato: «occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui» (con reclusione da due a sette anni), e ad essere punito è anche «chiunque si intromette o coopera nell’occupazione dell’immobile».
 
L’aggravante relativa ai reati di «violenza o minaccia a pubblico ufficiale e resistenza a pubblico ufficiale» si arricchisce  con riferimento specifico al suo esercizio «al fine di impedire la realizzazione di un’opera pubblica o di una infrastruttura strategica»: oggi Tav, domani ponte di Messina.
 
La tutela privilegiata per gli operatori di polizia si estende alle lesioni anche lievi o lievissime, come avviene quando agenti in tenuta antisommossa  fronteggiano studenti a mani nude.
 
Viene introdotto il delitto di rivolta penitenziaria, che comprende la resistenza «anche passiva», reato da estendere  in prospettiva alla disobbedienza civile  degli eco-attivisti, detti ecovandali.
 
Per i quali, ma anche per reprimere presidi e cortei spontanei fuori da fabbriche e scuole, il blocco stradale o ferroviario «con il proprio corpo» diviene illecito penale con l’aggravante appunto che il fatto è commesso da più persone:  reclusione da sei mesi a due anni.
 
Per i migranti non può mancare l’ampliamento dell’ambito di applicazione del daspo urbano (ordine di allontanamento).

Trieste, pedinati e poi espulsi: studenti come pericolo pubblico.

Ormai perfino ogni sospiro che sa di protesta contro il governo Meloni viene contrastato dall’apparato repressivo. Ancora una volta una manifestazione pacifica contro il G7 dell’Istruzione si è trasformata in una prova di forza per il ministro dell’Interno Piantedosi. Gli studenti sono stati fermati da agenti in borghese e invitati senza motivazione a lasciare la città, dopo un presidio autorizzato in piazza Oberdan. Erano tutti della Rete degli Studenti Medi diretti in auto verso il centro della città per pranzare prima di ripartire.
La Flc Cgil di Trieste: “Vorremmo piuttosto che lo zelo fosse nei confronti di chi commette reato richiamandosi esplicitamente al nazifascismo e non su chi protesta pacificamente per chiedere maggiori investimenti per la scuola e l’università».

Brigate Rosse infiltrate nelle università.

I movimenti studenteschi che protestano contro la guerra in Israele hanno legami con gli ex brigatisti rossi. E per di più si rischia di tornare alla violenza del terrorismo rosso (non quello nero, di matrice fascista) degli anni ‘70 e ‘80. Sono queste le tesi allarmanti sostenute in un documento riservato che l’Ufficio Studi di Fratelli d’Italia ha inviato martedì sera ai vertici e dirigenti del partito per dare la linea sulle proteste nel mondo studentesco contro la guerra nella Striscia di Gaza. Si parte dagli esempi delle ultime manifestazioni che hanno impedito al giornalista David Parenzo e al direttore di Repubblica Maurizio Molinari di partecipare a incontri nelle università. E adesso ci si mettono anche i Senati accademici.

Zelensky chiede liste di proscrizione.

Numerosi organi di stampa hanno riportato le parole del Presidente ucraino Zelensky nella conferenza stampa al margine del G7: “Sappiamo però che in Italia ci sono tanti filo-putiniani e in Europa anche. Stiamo preparando una loro lista, non solo riguardo all’Italia, da presentare alla Commissione europea. Riuscirete a zittirli?” Non abbiamo visto sostanziali reazioni politiche o giornalistiche alle parole pericolose di Zelensky, che sono un attacco evidente alla libertà di espressione e di dissenso. Con la scusa dello stato di guerra il governo ucraino ha messo fuori legge numerosi partiti dell’opposizione, ha messo sotto processo gli obiettori di coscienza alla guerra. Adesso pensa di agire all’estero?

“Ultima Generazione”: ecovandali noi?

Risponde, in questa intervista di Laura Tussi, un attivista del movimento di azione nonviolenta e protesta, che illustra quali sono le loro azioni più eclatanti e importanti, e per quale motivo si sono costituiti , e da dove nasce la loro azione e presa di coscienza, infine i prossimi obiettivi. Pesante il giudizio sul mondo politico: Sull’ambiente il Governo vuole mantenere uno status quo che fa comodo a molti”. Clicca qui.

Apologia del vandalismo nonviolento.

La giustizia è di classe, forte coi deboli: debole coi forti, debole coi ricchi: forte coi poveri, debole con i ladri specie se politici, debole con gli inquinatori: forte con gli inquinati. Forte con gli inquinati: repressiva contro gli ambientalisti. A cui è concessa tutta la libertà di lamentarsi ma… Ultima generazione, Fridays for future, Extinction rebellion, esagerano, dissentono e protestano,  penetrano nei media, catalizzano l’attenzione, rischiano l’imitazione nelle minoranze, svegliano le coscienze. Non potendo utilizzare il termine usuale nel contesto bellico imperante: terroristi, “eco vandali” può fare breccia nell’opinione pubblica, benpensante, distrarre la maggioranza sonnambula  dallo spettacolo dei ladri politici. Non usano violenza fisica perchè del tutto nonviolenti, però vandalismo: civilmente da destra meritano un disegno di legge ecovandali, arresto, misure di prevenzione appartenenti al codice antimafia, fogli di via, maxi multe fino a 60mila euro e galera fino a 5 anni se le manifestazioni avvengono in luogo pubblico. E’ deterrenza per altre minoranze, per l’apologia di codesto vandalismo.

Secondo il dizionario (oggi: Wikipedia) con il termine vandalismo “si indica la tendenza a compiere azioni di interdizione, danneggiamento o distruzione di beni materiali o immateriali senza alcun motivo logico apparente, per cui sembra che il vandalo non ne apprezzi il valore”. Il vandalo, invece di scrivere liberamente sulla prima pagina del Corriere della Sera, acquista il biglietto delle Gallerie degli Uffizi  inscena una  protesta pacifica presso la sala Botticelli sedendosi a terra ed esponendo uno striscione riportante la scritta “Ultima Generazione No Gas No Carbone”. E prima di sedersi applica della colla sul vetro a protezione della ‘Primavera’ del Botticelli, attaccandosi con le  mani. Il vandalo va ugualmente sulla prima pagina del Corriere della Sera. Sarà denunciato “per interruzione di pubblico servizio, resistenza a p.u., manifestazione non autorizzata e deturpamento o imbrattamento di cose”.

Anche se non ha procurato alcun danno all’opera d’arte, il vandalo rischia la galera, dipende da come il giudice interpreta il Disegno di legge. Analogamente, se fa sit-in sulle strisce pedonali  o peggio se riesce ad incolla allo sconnesso asfalto di una tangenziale, se dipinge la facciata del Senato con vernice (lavabile!) o preferibilmente con materiali organici, se getta carbone (vegetale!) nella fontana di Piazza di Spagna, se benda le statue, se con le tette fuori mette in mostra cartelli contro Meloni, se riusa fumogeni da stadio o inesplosi della polizia in Valsusa, se introduce mazzi di fiori agli idranti antimanifestazioni. A tacere i blocchi stradali per il posto di lavoro, le Ong che salvano vite in mare, i ragazzi dei rave party eccetera. E se verso una damigiana di barolo doc 2008 colorando la fontana di Trevi? vandalo o astemio?

Non sono forme di “Resistenza civile” in difesa dell’ambiente  bensì atti di vandalismo… contro l’ambiente, mentre non rischiano la galera se  corrompono, costruiscono abusivi ed ecomostri, se fanno continui condoni edilizi e tributari, se devastano il territorio e non lo proteggono dai dissesti. Men che meno se rubano da parlamentare.

La nonviolenza non può promettere di risolvere subito tutti i problemi.

Ma ci permette almeno di impostarli in maniera giusta. Clicca qui Jean Marie Muller, tra i più importanti studiosi del pacifismo e delle alternative nonviolente, oltre che attivo militante nonviolento: azioni nonviolente contro il commercio delle armi e gli esperimenti nucleari francesi ecc. Una analisi degli strumenti di lotta nonviolenti: conflitto, sciopero, boicottaggio, lotta di classe, digiuno,  disobbedienza civile…

La Carta della Nonviolenza.

Il Movimento Nonviolento lavora per l’esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell’apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunità mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d’azione del movimento nonviolento sono:

  1. l’opposizione integrale alla guerra;
  2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l’oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
  3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
  4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell’ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un’altra delle forme di violenza dell’uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell’uccisione e della lesione fisica, dell’odio e della menzogna, dell’impedimento del dialogo e della libertà di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l’esempio, l’educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

Mamme di Genova in piazza con Extinction Rebellion.

Un gruppo di mamme di Genova ha dato vita a “Mothers Rebellion Italia”, movimento globale nato nel 2022 e legato a Extinction Rebellion, già con iniziative in Svezia, Norvegia, Finlandia, Olanda, Germania, Spagna, Portogallo. Il 23 settembre  si unisce alla lotta globale per il clima per porre fine ai combustibili fossili in risposta all’attuale e crescente minaccia che la crisi climatica rappresenta per tutte le società e per il nostro pianeta: clicca qui. La modalità di attivismo consiste nel sedersi in piazza in cerchio mostrando ai passanti un cartello su cui sono scritti i nomi dei propri figli.

Superando torna dopo Ferragosto.

La redazione di «Superando.it» si prende alcune settimane di pausa. Riprenderà le pubblicazioni con regolarità dal 17 agosto, ma nel frattempo, naturalmente, lascia a disposizione dei Lettori e delle Lettrici  ampi archivi, sempre divisi per settore (Diritti – Autonomia – Salute – Lavoro – Studio – Sport e Turismo – Società) (continua…)

Soulèvements fa paura.

Con Les soulèvements de la terre

In Francia, il governo di Macron ha compiuto un passo senza precedenti nella repressione del movimento sociale ed ecologista. Il 21 giugno ha decretato lo scioglimento del movimento Soulèvements de la Terre, che conta su oltre 140mila sostenitori e più di 150 comitati locali. Un modo come un altro per far sapere all’enorme numero di cittadini che lo detesta che non c’è alcuno spazio di dialogo e che chi non è d’accordo è bene che non esca nemmeno di casa. Centinaia di migliaia di persone hanno espresso solidarietà al movimento in forma singola o associata da tutto il mondo

Perché Soulèvements fa così paura

Un rapporto confidenziale della “Digos” francese sul movimento da soffocare.

Dal giorno in cui Carlo Giuliani è stato ucciso.

Genova, luglio 2001. Dal giorno in cui Carlo Giuliani è stato ucciso in piazza Alimonda è cambiato tutto. Sono cambiati i movimenti, rinati solo di recente grazie alla passione ambientalista delle nuove generazioni. È cambiata la sinistra, che di fatto è quasi evaporata. È cambiata, assai in peggio, l’informazione: una conseguenza inevitabile dell’editto bulgaro e di tutto ciò che ha comportato nei giornali e, soprattutto, in televisione. Ed è cambiata, infine, la nostra democrazia: più fragile, con istituzioni sempre meno credibili e una classe dirigente sempre più screditata. Se vogliamo comprendere il melonismo di oggi, dunque, dobbiamo riandare a quei giorni dell’estate del 2001, uno spartiacque epocale per il nostro Paese e per il mondo. La nostra, insomma, è una democrazia tradita, e gli artefici di questo disastro sono senz’altro le classi dirigenti ma siamo, soprattutto, noi che glielo abbiamo consentito.

In libreria 

DEMOCRAZIA TRADITA

di Roberto Bertoni e Marco Revelli

Dal G8 di Genova al governo Meloni:

la pandemia antidemocratica che ha travolto l’Italia

Rischiano di meno Solvay e Miteni per i morti e gli ammalati di Piemonte e Veneto.

Ultima Generazione, Extinction Rebellion e i movimenti a loro vicini si trovano in tutta Europa ad affrontare un’ondata di repressione. Dalla  Francia alla Gran Bretagna all’Austria alla Germania, i governi stanno guardando con sempre più sospetto alle azioni dei nuovi ambientalisti che bloccano strade, si incatenano davanti ai cantieri o imbrattano simbolicamente monumenti e opere d’arte. Ma in Italia il governo va oltre. (continua)

Dalla parte di chi imbratta con la vernice.

L’informazione parla degli attivisti come se fossero dei pericolosi terroristi che minano l’arte; sugli schermi si parla delle loro “urla”, ma si omette il messaggio di quelle urla; mentre si mostra l’arancione sulle pareti, c’è già chi, con un getto d’acqua ripulisce quel gesto e quella tinta lavabile. Siamo capaci di ascoltare questo loro messaggio o ne abbiamo troppa paura? Clicca qui.

Poi vennero e ricominciarono.

Poi ricominciarono con l’emanare norme urgenti “in materia di occupazioni abusive e organizzazione di raduni illegali”

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Poi vennero a prendere i rave party, e tacqui perché occupavano abusivamente.

Poi vennero a prendere zingari e migranti e fui contento, perché i lager sono da sgomberare.

Poi vennero a prendere gli studenti perché organizzavano raduni illegali e occupazioni di scuole.

Poi vennero a prendere quelli che occupavano abitazioni, bloccavano strade e occupavano fabbriche.

Poi…

E’ inammissibile manganellare gli studenti?

Sì. Gli studenti iraniani, giustamente protestano. Gli studenti italiani, giustamente, protestano. Non c’è differenza.

No, gli studenti italiani protestano ingiustamente.

Chi l’ha deciso?

Il governo.

Anche il governo iraniano l’ha deciso.

Ma in Italia il governo è democratico perché qui si vota.

Anche in Iran si vota.

Ma poi comanda Khamenei.

E chi è Khamenei?

La guida suprema, una specie di papa musulmano.

Ecco la differenza. In Italia il governo il Papa non lo caga.

Rischia 175 anni di carcere per aver rivelato bugie e crimini dell’esercito USA.

La ministra dell’Interno del Regno Unito ha autorizzato l’estradizione di Julian Assange negli Usa. Il cofondatore australiano di Wikileaks è accusato di spionaggio. Ma la sua vera colpa è di aver rivelato le bugie di guerra e i crimini dell’esercito americano, fornendo un grande contributo alla libertà di informazione, così come fecero i giornalisti americani che rivelarono i crimini di guerra Usa nel Vietnam. “Questa decisione pone Assange in grande pericolo e invia un messaggio agghiacciante ai giornalisti in ogni parte del mondo”ha dichiarato Amnesty International. Insieme  a tutte le associazioni pacifiste  ci uniamo al  coro di proteste verso questa grave violazione dei diritti fondamentali dell’uomo che ferisce e impaurisce tutti coloro che in guerra cercano di raccontare la verità, spesso venendo sospettati di spionaggio e di violazione del segreto militare. La decisione del governo di Londra di consentire l’estradizione di Assange,  che ha semplicemente divulgato documenti relativi a questioni di grande interesse pubblico, è un attacco alla libertà di informazione e rappresenta un precedente pericoloso e poco edificante per qualsiasi Paese che si professi democratico..