Processo al disastro Eni.

È arrivato al giro di boa il processo all’Eni per il disastro ambientale in Val d’Agri (Potenza), dove ha sede il più importante dei suoi siti di produzione italiani. Ma gli ambientalisti No Triv restano sul piede di guerra. Specie dopo la “scomparsa” tra i temi di prova della vicenda di un giovane ingegnere suicidatosi dopo aver denunciato, inutilmente, la corrosione degli impianti.
 
Già nel 2012, infatti, si erano verificate le prime perdite dal fondo di due serbatoi.  Inoltre non sarebbero state ascoltate le sollecitazioni dell’allora “responsabile della produzione”, Gianluca Griffa, perché fossero ispezionati tutti i serbatoi. La conseguenza di quelle sollecitazioni, invece, era stata l’allontanamento di Griffa e la sua destinazione a un altro incarico. A luglio 2013, quindi, il corpo del 38enne ingegnere è stato ritrovato suicida  ai piedi di un traliccio poco lontano da casa sua, a Montà d’Alba (Cuneo). Ha fatto scalpore che il suo memoriale non è stato acquisito nel processo, suscitando la “sentita e profonda preoccupazione” dei No Triv che hanno parlato di una “eutanasia” processuale.

La Cassazione sulla tutela dei diritti umani fondamentali dei cittadini minacciati dall’emergenza.

Contro chi inquina, l’importanza dell’azione legale in sede civile, piuttosto che in sede penale, è stata evidenziata dalla recente sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, nel merito della causa avviata, contro ENI davanti al Tribunale di Roma, da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadini.
 
Nel merito lo storico verdetto stabilisce la giurisprudenza del giudice ordinario civile per definire i danni subiti e futuri, in sede patrimoniale e non, derivanti dai cambiamenti climatici provocati consapevolmente dalle aziende, in questo caso dal colosso italiano del gas e del petrolio.
 
La fondamentale sentenza della Suprema Corte rafforza il diritto -“La Giusta Causa”- dei cittadini ad agire di fronte a un giudice civile per la tutela dei loro diritti ambientali e sanitari, indica la strada per le azioni giudiziarie e avrà sicuro impatto di principio su tutte le cause legali in corso o future in Italia in materia di danni climatici e protezione dei diritti umani. Si pensi all’emergenza dell’azione inibitoria nei confronti di Solvay per il disastro ecosanitario di Alessandria. 

In più, la partita dei Pfas va ben oltre la sentenza di Vicenza.

Ok limite zero Pfas in Italia quando in Usa. .
L’intera partita (clicca) si giocherà in campo internazionale, all’ombra militare di Trump. Senza eccedere in trionfalismi, come si sta facendo, nondimeno la storica “sentenza Miteni” del tribunale di Vicenza, al di là dell’esito giudiziario ancora provvisorio, ha acceso ulteriormente i riflettori sui Pfas: in particolare sulla necessaria fermata nell’unico stabilimento che li produce in Italia, Solvay a Spinetta Marengo, e sul relativo assai controverso processo (bis) di Alessandria.
 
Nell’immediato, indubbiamente la sentenza sta plasmando in Veneto nuove decisioni e nuovi indirizzi in materia ambientale. In questo scenario, a Schio l’assemblea dei soci di “Alto vicentino ambiente (Ava)”, che si occupa del ciclo integrato dei rifiuti del comprensorio, ha approvato una delibera in cui si stabilisce che, qualora si dovesse potenziare ed ampliare l’inceneritore di Ca’ Capretta, non sarà consentito trattare fanghi di depurazione, che   tipicamente contengono Pfas.
 
La gravità della minaccia degli impatti sanitari dei Pfas si è riflessa, quasi in contemporanea, sulla vicenda dell’inceneritore che Eni Rewind aveva in animo di realizzare a Fusina, alla periferia di Venezia, bloccato finalmente dopo anni di lotte dal Comitato tecnico della Regione Veneto proprio per la possibilità che i fanghi da bruciare potessero contenere i Pfas.
 
Insomma, in un contesto così tratteggiato, i Pfas «finiscono per essere il filo conduttore» che lega i destini di Trissino, di Vicenza, di Venezia, di Schio, di Padova, di Verona, di Legnago e di Loreo. Si tratta di Comuni nei quali o c’è un impianto di trattamento o è prevista la realizzazione di un inceneritore o il potenziamento di una linea di incenerimento, oppure è in previsione la realizzazione di un impianto ad hoc: vuoi di trattamento, vuoi di essiccazione. Si è aperto un nuovo approccio nella gestione dei rifiuti e dei fanghi contaminati da PFAS, in particolare rispetto ai rischi per la salute derivanti dalla combustione incompleta dei PFAS.
 
A maggior ragione dopo la sentenza di Vicenza, i Comitati e le Associazioni chiedono la messa al bando in Italia dei Pfas per Legge. Il che però implica la sorte dello stabilimento di Spinetta Marengo, ovvero degli interessi economici, militari e geopolitici in gioco, che sono tanto radicati e ramificati da rendere l’intera partita (clicca) un vero e proprio rebus non solo nazionale.  Clicca anche https://economiacircolare.com/pfas-industria-bellica/ i “forever chemicals indispensabili nel mercato della guerra”.
 
Lo scenario internazionale, infatti, si fa più torbido, e dentro vi nuota Solvay in Italia (vedi foto). In Usa, l’Epa, l’agenzia governativa per la protezione dell’ambiente, sembra fare marcia indietro nella lotta agli “inquinanti eterni”. Le misure portate avanti da Joe Biden erano state pianificate durante il primo mandato di Donald Trump, che anche in questo caso rinnega sé stesso. L’Epa ha prorogato l’entrata in vigore dei limiti per la presenza di queste sostanze chimiche nell’acqua potabile e ha cancellato oltre 15 milioni di dollari destinati alla ricerca. La soglia di 4 nanogrammi per litro, tecnicamente zero, stabilita dalla legge Usa passata sotto Biden, dovrà essere rispetta solo dal 2031.

Cento anni di veleni non sono bastati.

La Regione Liguria ha indicato Cengio in Valbormida , con Cairo e Vado Ligure, come possibile sede per un inceneritore (pardon, termovalorizzatore) dove bruciare i rifiuti: la Liguria produce 326 mila tonnellate di rifiuti indifferenziati l’anno.
 
I sindaci interessati finora hanno detto no, ma qualcuno, forse intenerito dalle compensazioni, pare vacilli.
 
A Vado Ligure, a due passi da Savona, la centrale a carbone – chiusa nel 2016 dopo un’inchiesta giudiziaria – secondo uno studio epidemiologico del Cnr avrebbe causato quasi quattromila morti.
 
A Cairo, il capoluogo della Valbormida con 40 mila abitanti, il paesaggio è ancora ingombro degli scheletri di fabbriche chimiche – come la Ferrania – ormai abbandonate. Qui abbiamo ancora l’Italiana Coke. Il benzopirene ancora all’inizio del 2025 ha mostrato limiti superiori fino a 13 volte ai valori obiettivo.
 
L’Acna ha chiuso nel ’99 (dopo un secolo di lotte contro acido solforico, dinamite, gas tossici per la guerra d’Abissinia, defolianti per il Vietnam, poi coloranti) ma la bonifica di Eni Rewind non è nemmeno finita.
Clicca qui, tratto dal “manuale” di Michele Boato “Quelli delle cause vinte”, il capitolo di Lino Balza “I contadini, con un secolo di lotte, salvano la Val Bormida dall’Acna”.

Ambiente svenduto. Ambiente delitto perfetto.

Non sono bastati due volumi (disponibili a chi ne fa richiesta), stiamo scrivendo un terzo sempre con lo stesso titolo “Ambiente Delitto Perfetto”, aggiornato di disastri ambientali che hanno causato migliaia di vittime e sono finiti nelle aule dei tribunali, per sfociare però in archiviazioni, assoluzioni, prescrizioni. Delitti perfetti.
 
Aggiorneremo con i processi Pfas di Vicenza e Alessandria e dell’Ilva di Taranto. Nonché con un viaggio dal Nord al Sud nelle inchieste sull’ambiente svenduto, sulle quali ci anticipa questo servizio su Il Fatto Quotidiano (clicca qui) per quanto riguarda le ecatombi dell’Eternit, della Caffaro, della Miteni, delle Solvay, della discarica di Malagrotta, della Montedison di Bussi, di Montedison e Pertusola a Crotone, del quadrilatero della morte Priolo Augusta Melilli  Siracusa, delle raffinerie Eni di Gela, delle raffinerie sarde Saras e Sarroch.

Eni inquina Pomezia.

Per il  deposito ENI di Santa Palomba, che inquina terra e falde idriche con dispersioni di carburante certificate da vari Enti pubblici, dopo  mesi dalle  verifiche tutto resta immutato: il campo pozzi ad uso potabile Acea ‘Laurentina’ che serve due comuni, Pomezia e Ardea, è ancora a rischio inquinamento e igienico-sanitario. Per la seconda volta in pochi mesi, quindi, il progetto di risanamento ambientale proposto da Eni per affrontare e risolvere definitivamente la dispersione è stato respinto dalla Conferenza dei servizi con parere negativo di Arpa Lazio, Città Metropolitana di Roma e Comune di Pomezia.

L’ENI contro il giudice che privilegia la salute rispetto ai profitti.

L’ENI ricorre subito, “E’ illegittimo, abnorme e infondato”, contro il provvedimento del Gip di Siracusa (31 luglio 2024) che non autorizza la prosecuzione delle attività del depuratore Ias di Priolo Gargallo, in cui si trattano i reflui civili di due Comuni, Priolo e Melilli, e i fanghi della zona industriale siracusana, posto sotto sequestro dal giugno del 2022 nell’ambito di un’inchiesta della Procura per disastro ambientale.
 
Il Gip ha deciso di disapplicare il «decreto bilanciamento», “salva Isab”, cioè il decreto interministeriale – Ambiente e Made in Italy – (12 settembre 2023) che decide come mantenere operativo l’impianto biologico consortile priolese e, così, garantire la continuità industriale del polo petrolchimico. Il decreto stabilisce alcune deroghe al Testo unico ambientale sulle emissioni di idrocarburi, fenoli e solventi organici aromatici.
 
Questi “alleggerimenti” dei limiti imposti dalla legge, insomma, vìolano i principi di bilanciamento tra le esigenze dell’attività produttiva e dell’occupazione e la tutela della sicurezza sul luogo di lavoro, della salute e dell’ambiente. I decreti “salvaIsab/Ias” del Governo, nel caso di sequestro preventivo da parte dell’autorità giudiziaria di stabilimenti industriali dichiarati di interesse strategico nazionale o di impianti o infrastrutture necessari ad assicurarne la continuità produttiva, infatti consentirebbero  al giudice di autorizzare la prosecuzione dell’attività. Invece il Gip Palmeri,  “tenendo conto anche del danno sanitario”, ritiene come nel caso di Ias “non vi è nel concreto alcun obiettivo di risanamento non essendo previsti investimenti o soluzioni tecniche in grado di risolvere entro il periodo di 36 mesi fissato dalla Corte la situazione di compromissione ambientale”.

ENI e Regione Calabria vogliono condannare Crotone a “terra dei veleni”.

Secondo il Comitato “Fuori i veleni – Crotone vuole vivere”, dopo quanto approvato dal Consiglio regionale della Calabria, “nel territorio di Crotone sono possibili discariche di scopo: operazioni di profitto dannose e nocive per la salute dei cittadini”. Prospettata come soluzione ai problemi della bonifica del Sin: “una discarica, a dire del commissario, sarebbe realizzata a totale carico di Eni. Bontà sua! È evidente che Eni, in tal caso, a fronte di risparmi miliardari determinati dal mancato spostamento dei veleni fuori da Crotone e dalla Calabria, sarebbe ben lieta di farsi carico (si fa per dire) di cotal sacrificio”.
 
Un ostacolo a questo disegno di Eni Rewind sarebbe il Paur (Piano autorizzativo unico regionale) assunto dalla Regione il 2 agosto 2019, che impone a Eni una reale bonifica del Sin, obbligandola a portare i rifiuti speciali pericolosi (veleni e sostanze radioattive) fuori dalla Calabria. Insomma Eni starebbe cercando di bypassare gli impegni presi per risparmiare e lasciare i rifiuti pericolosi, tossici e radioattivi in Calabria, mentre dalle istituzioni arrivano sostanziali “aperture” a questo tentativo avere mani libere e imporre il proprio piano di bonifica. Per questo disegno, è utilizzabile il  Piano Regionale dei Rifiuti approvato lo scorso 12 marzo 2024: “concepito come un abito su misura per spalancare le porte ad operazioni di falsa bonifica con lauti profitti sulla pelle dei cittadini esposti a elevato rischio di patologie oncologiche e degenerative”.

Chi inquina non paga.

Anche a Livorno (Solvay di Rosignano docet). La città toscana, con Collesalvetti, è uno dei 42 SIN  Siti d’interesse nazionale: area contaminata classificata dallo Stato come pericolosa per la salute, con aria irrespirabile, e che necessita di bonifiche di suolo, sottosuolo, acque superficiali e sotterranee per evitare danni ambientali e sanitari. Invece, tumori, leucemie e malformazioni in aumento. Eni Enel sott’accusa. Bonifiche al palo: teoricamente a carico dell’inquinatore, poi della Regione Toscana. Sul sito del ministero dell’ambiente si può leggere che le indagini «hanno evidenziato una situazione di rilevante inquinamento nei terreni, nelle acque di falda e nei sedimenti delle aree marino-costiere, correlabile principalmente alle attività condotte all’interno della Raffineria Eni e della centrale termoelettrica Marzocco Enel».
 
Negli studi  di “Sentieri”,  acronimo di “Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento”, su mortalità e ricoveri ospedalieri di circa 173mila abitanti totali,  si può leggere tra l’altro che si registrano aumenti di anomalie congenite – pari a 268,6 per 10mila nati – in particolare per cuore, apparato urinario e genitale, una mortalità in eccesso per tutte le cause del 6 per cento in più per gli uomini e 7 per le donne pari a 131 decessi in più ogni anno, un totale di 8.016 morti nel periodo analizzato tra tumori, malattie di sistema circolatorio, respiratorio, digerente e urinario che hanno portato per lo stesso motivo a 36.084 ricoveri nel medesimo arco di tempo, eccessi di ricoveri ospedalieri per leucemie anche tra gli 0 e 19 anni e per mesoteliomi della pleura (dato sottostimato ma il più alto in Toscana).
 
Oltre alla raffineria e alla centrale termoelettrica, dalle  navi ormeggiate in porto a motore acceso, in città arriva una nube nera: 5 volte il biossido di azoto di tutte le più di 100mila macchine circolanti a Livorno. E con l’ampliamento del progetto Darsena Europa i traffici sono destinati ad aumentare. Siamo perfino vicini ad aree protette come Meloria o Santuario dei cetacei.
 
E’ stato dato il via libera dalla regione Toscana il rinnovo dell’autorizzazione integrata ambientale per il termovalorizzatore di Livorno: situato a circa 2 chilometri dal porto e dalla raffineria Eni di Stagno, l’inceneritore presente da alcuni decenni è al momento spento per un guasto e, in caso di riaccensione, dovrebbe terminare la sua vita a fine 2027. La vicina raffineria ENI invece dovrebbe convertirsi nella terza bioraffineria italiana, dopo Porto Marghera e Gela, per la produzioni di biocarburanti, ma i movimenti politici e comitati cittadini l’etichettano come “scelta sbagliata” visto che “il nuovo regolamento Ue vieta dal 2035 la vendita di auto e furgoni nuovi con motore alimentato a benzina in favore di auto elettriche e a idrogeno”, insieme a perplessità sul rischio alluvionale.
 
Insomma, a Livorno «l’impatto ambientale non sarà ridotto di una virgola». Clicca anche l’ExtraTerrestre https://ilmanifesto.it/livorno-un-sin-stracarico-di-veleni

E se, invece di scaricarli in aria e acque, li bruciassimo?

Tra i prezzolati soloni delle soluzioni per lo smaltimento delle scorie dei Pfas, ritenute indistruttibili, c’era chi proponeva di bruciarle negli inceneritori. Il risultato è verificabile a Marghera, dove la concentrazione di Pfas tocca soglie elevatissime nei  campioni di terreno raccolti in un parco giochi di via Moranzani, oltre che nelle  uova contaminate in  pollai domestici. La denuncia è del coordinamento dei comitati “No inceneritore di Fusina” che chiedono infatti  lo stop immediato agli inceneritori di Eni Rewind e di Veritas in quanto  la fonte dell’inquinamento è proprio dovuta alla deposizione dei Pfas a seguito dell’incenerimento di rifiuti urbani e di fanghi contenenti Pfas, con effetto ultimo di concentrarli in loco. Il Coordinamento chiede con urgenza di interrompere l’iter di approvazione dell’inceneritore di fanghi di Eni Rewind, lo stop alla seconda linea di Veritas e il divieto di incenerire fanghi nella linea L1. Veritas parla di accanimento accusatorio e pericoloso allarmismo.

Eni, ferma subito i tuoi crimini.

Nonostante ENI abbia piena conoscenza e consapevolezza della pericolosità delle emissioni di gas serra e dell’impatto che le sue attività hanno sul sistema climatico, continua a puntare sui profitti fatti con le fonti fossili a scapito del clima globale. Nasconde questa politica fossile dietro il greenwashing, rassicura i cittadini provando a compensare le proprie emissioni con soluzioni di dubbia efficacia e rinvia a un improbabile e lontano futuro un taglio serio delle emissioni di gas a effetto serra. Bugie sulla pelle delle persone e del Pianeta: per questo serve un’azione storica senza precedenti. Insieme a ReCommon e a singoli cittadini e cittadine, abbiamo citato ENI in giudizio davanti al Tribunale di Roma. Vogliamo che vengano riconosciute le sue responsabilità per la crisi climatica in corso e che venga costretta dai giudici a modificare i suoi piani di investimento e decarbonizzazione, affinché siano in linea con gli accordi internazionali che la stessa azienda ha deciso di seguire e a cui deve essere soggetta. Non chiederemo alcun risarcimento. Se sarà fatta giustizia, sarà per le persone, il clima… e per l’intero Pianeta. Per far sentire la tua voce in questa Giusta Causa, firma la petizione di Greenpeace. Clicca qui.

Perché il nucleare pulito è una chimera.

Lo spiega il “Gruppo di ricerca Energia per l’Italia”: clicca quiPerché allora l’Italia si aggancia al treno del cosiddetto nucleare pulito e sicuro, seguendo il miraggio della produzione di energia elettrica da fusione nucleare? Semplicemente perché questa è una ulteriore mossa di Eni per sottrarre risorse alle già mature ed efficienti tecnologie del fotovoltaico e dell’eolico. L’Eni (il governo) sa infatti benissimo che la storia della fusione nucleare, dagli anni Cinquanta a oggi, dimostra che questa tecnologia non riuscirà a produrre elettricità a bassi costi e in modo attendibile in un futuro ragionevolmente vicino. Nonostante ciò, l’Italia si sta impegnando  in un quadro industriale e finanziario favorevole per progetti nucleari: piccoli reattori modulari  insieme alle grandi centrali nucleari. Esattamente il contrario della Germania, che  ha appena spento i suoi ultimi tre reattori nucleari ancora in funzione mentre ha privilegiato la produzione elettrica da fonti rinnovabili: nel primo trimestre del 2023, queste hanno infatti coperto il 51% del fabbisogno di energia elettrica, con  l’obiettivo al 2030 ancora più ambizioso: ottenere un mix energetico composto per l’80% da rinnovabili.

Cosa facciamo dei Pfas? Li inceneriamo?

Il Coordinamento No Inceneritore Fusina lancia la massima allerta alla popolazione di Venezia, della Riviera del Brenta, del Miranese e di tutta la cintura metropolitana sul progetto di ENI Rewind: la costruzione di due nuovi forni per bruciare 190.000 ton/anno di fanghi tossici che derivano non solo dai reflui domestici, ma anche da quelli industriali e artigianali e dai depuratori, in particolare con alte concentrazioni di diossine, idrocarburi, PCB, metalli e soprattutto PFAS. L’incenerimento di questi ultimi composti costituisce una vera e propria bomba ecologica e sanitaria.

Il Coordinamento sta lavorando a una grande manifestazione e ad altre azioni mirate a sensibilizzare i cittadini e a promuovere il boicottaggio della multinazionale petrolifera, e sta valutando l’indizione di un grande referendum popolare autogestito.

Presidio No Triv al tribunale di Potenza.

All’ingresso del tribunale,  striscioni e bandiere No Triv per ricorrere le pesanti responsabilità di Eni, delle altre multinazionali del fossile, del drammatico condizionamento dei livelli di salute ed ambiente subìto dai cittadini lucani e degli abitanti delle regioni limitrofe. Lo sversamento di oltre 400 tonnellate di petrolio al Centro Oli di Viggiano ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di 13 persone tra dirigenti ENI e membri del CTR (Comitato Tecnico Regionale), nonché all’arresto di un dirigente ENI, con le accuse, fra le altre, di disastro ambientaleabuso d’ufficio, falso ideologico commesso da pubblico ufficiale. Clicca qui.

Rinnovabili e non trivelle.

Sono le trivelle il leitmotiv delle  prime decisioni del governo Meloni, la quale peraltro al referendum del 2016 si schierò contro le perforazioni, assieme a oltre l’85% dei votanti. Se, con una bacchetta magica, estraessimo tutte le riserve di gas, sia quelle certe che quelle “probabili”, avremmo poco più di un anno di autonomia. Gli 80 gigawatt di rinnovabili, in termini energetici, valgono ben di più di questa quantità di gas teorica, darebbero molta più occupazione e ci aiuterebbero a costruire il nostro futuro energetico.  La linea anti-rinnovabili, invece, è sempre stata legata agli interessi dell’Eni che le vede come un pericolo per il proprio mercato (del gas). La politica energetica italiana ha seguito da sempre gli interessi dell’Eni.

Genova impreparata a gestire l’emergenza.

Mentre si continua a scavare nell’alveo del Varenna per capire fino a che punto è arrivato il greggio sversato dai depositi di idrocarburi di Multedo, Genova si scopre fragile e poco preparata a gestire l’emergenza: insieme a quello dell’impianto di Eni, infatti, in tutta la provincia sono nove gli impianti a rischio di incidente rilevante (rir) ad essere sprovvisti di un piano di emergenza esterno (Pee) aggiornato secondo le prescrizioni di legge.

Degli undici Pee vigenti relativi agli altrettanti impianti rir presenti sul territorio della provincia di Genova, solo due sarebbero in regola (A-Esse di Carasco, e raffineria Iplom di Busalla) ma in scadenza, mentre gli altri nove invece risulterebbero ‘fuori legge’ perchè scaduti, non aggiornati, vecchi. Oltre a quello dei depositi Eni di Multedo, l’irregolarità si verifica anche per i depositi di oli combustibili Esso di calata Stefano Canzio (Porto di Sampierdarena), i depositi di chimici e petrolchimici Silomar (Sampierdarena), i depositi di oli minerali GetOil (nei pressi di calata Bettolo, Sampierdarena), il deposito di prodotti chimici Eni (sempre a Sampierdarena), i depositi Iplom (Fegino), i depositi chimici di Multedo, sia Superba che Carmagnani e i depositi di prodotti raffinati derivati dal petrolio come gasolio e benzina di Sigemi (San Quirico).

Gravissimo il fatto non sono state ancora convocate le assemblee pubbliche per coinvolgere la popolazione, come previsto dall’articolo 21, comma 11 della legge 105 del 2015. Clicca qui.

Fridays for future: governo sordo cieco e muto davanti alla siccità.

L’esecutivo era stato avvisato da marzo che avremmo  vissuto una delle siccità peggiori di sempre, complice la crisi climatica, ma non ha fatto nulla, impegnato nel Pitesai (Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee) e nel TAV che, oltre ad avere un bilancio climatico devastante, porterebbe alla perdita di decine di miliardi di litri d’acqua di falda, corrispondenti al fabbisogno idrico annuo di una città di 600.000 abitanti, e anche nel collocare l’Eni nel più grande progetto al mondo di gas naturale liquefatto (Gnl) in Qatar, una bomba climatica.

Di conseguenza i razionamenti d’acqua saranno all’ordine del giorno se il governo non affronterà  il problema alla radice e continuerà  a pensare alla crescita economica come dogma assoluto. Invece deve efficientare la rete idricafare delle  fonti rinnovabili  il pilastro del nostro sistema energetico, puntare al  totale ripensamento del settore alimentare che porti a prediligere gli alimenti vegetali non destinati agli allevamenti animali. Clicca qui.

Lo spettro della chimica si aggira per l’Italia.

Mentre i sindacati (in anticipo sulla scadenza per condizionare pesantemente le trattative per tutti gli altri accordi collettivi) firmano il nuovo contratto nazionale di lavoro del settore chimico, senza dire nulla su ambiente e sicurezza, diamo uno sguardo in giro. 

ROSIGNANO. Il disastro ambientale al vaglio del Parlamento Europeo (clicca qui). Il nostro ministro della ‘finzione ecologica’ si era addirittura affrettato a rinnovare l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) alla multinazionale Solvay, consentendole così di continuare a sversare i residui della propria produzione chimica in mare per altri 12 anni. 

SPINETTA MARENGO. Si va verso il razionamento. La chiusura del  pozzo dell’acquedotto a Montecastello, per l’inquinamento di Pfas (C6O4) della Solvay distante 16 chilometri, da due anni sta provocando l’emergenza idrica in quanto il Comune era stato costretto ad allinearsi con una vecchia linea, che a sua volta non è in grado di fornire l’approvvigionamento al territorio di Montecastello e Pietra Marazzi abitato a oltre mille famiglie. Clicca qui Emergenza idrica da Pfas in Alessandria.

VENETO. Prosegue il processo PFAS che vede imputati 15 manager Miteni Mitsubishi per avvelenamento delle acque, disastro ambientale innominato, gestione di rifiuti non autorizzata, inquinamento ambientale e reati fallimentari. Inquinamento che tocca le province di Vicenza, Verona e Padova. Il medico che occultava l’avvelenamento del sangue dei lavoratori era lo stesso di Spinetta Marengo. Clicca qui.

PRIOLO. Il provvedimento della magistratura di Siracusa sul depuratore industriale, con effetti deflagranti sull’intero Polo petrolchimico, è un sequestro annunciato perché da quattro anni la società consortile doveva adeguare gli impianti di trattamento alle normative ambientali indicate dalla Procura. Un gioco di scatole cinesi fra società consortili a capitale pubblico, ingranaggi di una Regione ostaggio della politica da veti e interessi incrociati, alla fine si sono bloccati da soli inceppando quel delicatissimo meccanismo a orologeria della raffinazione petrolifera, sulla quale si regge l’economia di un’intera provincia. Clicca qui.

PORTO MARGHERA. La chiusura del cracking di Eni è solo l’ultima voce di una lista di chiusure dopo Caprolattame, Vinyls, Dow Chemical, Montefibre: stabilimenti abbandonati tra promesse di bonifiche senza seguito. Lo stop del cracking  crea un effetto domino sui processi a valle degli impianti di Ferrara, Mantova e Ravenna. Si tratta di una riduzione delle emissioni come si fregia l’Eni? O solo di un taglio di risorse? Il dubbio è lecito. I sindacati lamentano che Porto Marghera ha bisogno di un progetto complessivo di re-industrializzazione” ma la conciliazione con le associazioni ambientaliste resta problematica. Clicca qui. 

Da Ostuni Climate Camp 2022 alla COP27 Sharm el-Sheikh.

Clicca qui l’organizzazione e il programma dal 30/7 al 8/8 del Camp di Ostuni. E’ organizzato dalla Campagna Nazionale Per il Clima Fuori dal Fossile, dalla Confederazione COBAS, dal Movimento No TAP/SNAM di Brindisi e dagli studenti di EmergenzaClimatica.it. E’ una chiamata per tutte le associazioni e movimenti italiani ed europei sull’Emergenza Climatica, contro l’estrattivismo e l’”economia di guerra”. Sappiamo bene in che direzione ci stanno portando i Governi col loro capitalismo verde, megaprogetti, transizione col gas fossile, guerre e promesse non mantenute. Vogliamo organizzare la lotta per la prossima Cop27 di Sharm el Sheik: la 27a Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022.

Dopo il Climate Camp Ostuni 2021 e la Cop26 di Glasgow molte cose sono cambiate: la speculazione post covid sui prezzi del gas, la guerra in Ucraina, l’indipendenza dal gas russo e le nuove politiche energetiche dei governi europei e della UE. Le solite compagnie Oil&Gas hanno fatto extraprofitti enormi (ENI ultimo quadrimestre + 4700%) e tutti i Governi hanno peggiorato la loro politica climatica promessa per il 2030: ritorno al carbone, potenziamento dei gasdotti esistenti (TAP, Algeria, Libia) e nuovi gasdotti (Poseidon); nuovi rigassificatori (Brindisi e Taranto) e tanto GNL, carissimo, da paesi democratici “amici”: USA, Quatar, EAU, Mozambico, Congo, poi nuovi inceneritori, impianti a biomasse e nuove trivelle del Pniec. Paghiamo tutto noi con le bollette dal benzinaio. Un passo indietro di 10 anni. E intanto le emissioni di gas climalteranti come il metano sono stati ai massimi storici nel 2021.

Rivolta del mondo accademico contro i governi.

E’  la più grande mobilitazione di accademici sul tema del cambiamento climatico mai verificatasi. In occasione della pubblicazione della terza parte del sesto rapporto del Gruppo internazionale di studio sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (International Panel on Climate Change), il gruppo di Scientist Rebellion (Ribellione degli scienziati) ha indetto una settimana internazionale di disobbedienza civile: più di mille tra ricercatori, professori universitari e cittadini coinvolti in proteste ed eventi pubblici di informazione scientifica in 25 Paesi.  In Italia significative azioni di protesta a Venezia, Torino e Roma aventi nel mirino in particolare Eni e Leonardo. Le manifestazioni disobbedienza civile non-violenta sono state represse dalla polizia. Clicca qui.

Il modello di transizione ecologica di Cingolani – Draghi (e Grillo?).

Il problema, per il ministro (grillino?), è che “il mondo è pieno di ambientalisti radical chic e di ambientalisti oltranzisti, ideologici: sono peggio della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati”. Altrimenti il suo modello è il Piano di ripresa scritto dal suo Ministero al quale spetta circa il 40% dei fondi del Recovery Fund. Tale piano, commenta Marco Palombi, non è altro che un copia-incolla, una non libera rielaborazione di progetti già presentati da grandi imprese a cui  viene assegnata una corsia velocissima per le autorizzazioni: la riconversione delle raffinerie per produrre carburanti (waste to fuel dell’Eni); lo stoccaggio di CO2 (sempre Eni a Ravenna); mega-impianti per rinnovabili in aree industriali (Enel); gasdotti ovunque  compresi i due per la Sardegna bocciati dall’Autorità per l’energia; i poteri sull’end of waste, cioè quali rifiuti smaltire e come, attribuiti alle Regioni (Confindustria Ambiente).

Cingolani e Draghi (e Grillo?) ritengono che la transizione energetica consista nel far pagare allo Stato gli investimenti in gas – che resta un fossile, anche travestito da idrogeno – di grandi aziende e affidarsi al laissez-faire paesaggistico e industriale, altrettanto sussidiato, quanto alle rinnovabili. Dunque gli inceneritori di rifiuti diventano opere strategiche per la transizione, si possono autorizzare un po’ di trivellazioni in mare o buttare lì che sul nucleare bisogna essere pragmatici, guardare ai numeri e alle tecnologie di quarta generazione, senza uranio arricchito e acqua pesante (mature fra 40 anni).

Il mistero della transizione ecologica.

Il PNRR italiano e il suo padre, il RRF della Commissione europea, e la sua madre, il programma NextgenerationEU, altro non sono che armi di distrazione di massa, finalizzate a bloccare l’attenzione intorno a misure e progetti assolutamente inconsistenti, se non controproducenti. Se il ministro della Transizione sembra sensibile soprattutto alla lobby del gas (Eni ed Enel), il PNRR, nel suo insieme, destina il giusto tributo anche a quella del cemento e delle Grandi opere: il piano pullula di autostrade, aeroporti e treni ad Alta velocità, chiamati infrastrutture, tutti finanziati a spese del trasporto locale (compreso il TAV Torino-Lione, ricompreso nel PNRR, senza nominarlo, nelle vesti del fallito Ten-T). Continua Guido Viale.

L’Eni punta a stivare in fondo ai nostri mari 500 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

Dopo l’ipotesi di produrre, con fondi pubblici, idrogeno da metano con connessa cattura e stoccaggio di CO2, l’Eni rilancia sull’ipotesi di stivare CO2 a Ravenna in fondo all’Adriatico, tramite un progetto sperimentale di stoccaggio geologico.  Lo stoccaggio di CO2, come hanno dimostrato analoghe attività in altre aree, potrebbe provocare un progressivo incremento della sismicità; cosa molto pericolosa nel territorio ravennate, che già presenta un rischio sismico medio-alto ed è soggetto a significativi fenomeni di subsidenza. Clicca qui il  Coordinamento Nazionale No Triv.

La “finzione ecologica” del ministro Cingolani.

Altro che “transizione ecologica”. Ennesimo esempio: la Valutazione Ambientale positiva del ministro ai progetti delle trivelle in Adriatico. “Se davvero vogliamo abbattere le emissioni di gas serra, occorre fermare le nuove trivellazioni e smetterla di dire che il gas fossile è amico del clima perché è falso. Non abbiamo tempo da perdere con il greenwashing di Cingolani e di Eni: chiediamo che in questo mare, e in nessun mare, ci sia più posto per le trivelle.”: clicca qui.

“Stop Trivelle” di Greenpeace davanti alla piattaforma petrolifera al  largo di San Benedetto del Tronto.

Continua la mobilitazione contro l’occupazione militare in Valsusa.

Le iniziative di lotta contro l’occupazione delle terre del presidio ex autoporto a San Didero per contrastare la preparazione del cantiere di un nuovo autoporto TAV spostando  quello attuale di Susa per lasciare il posto a opere per la Nuova Linea Torino Lione.

Inoltre sulla newsletter di Doriella&Renato (clicca qui): troverete: ENI killer  i cinque appuntamenti in tutta la penisola per denunciare il ruolo dell’estrattivismo fossile nella crisi climatica e l’immobilità di ENI di fronte alle reali esigenze di transizione ecologica. Inoltre troverete la grande manifestazione a Roma del 22 maggio contro la privatizzazione dei brevetti. per la produzione del vaccino su vasta scala.  

Bonifiche ancora a zero.

Su 41 Siti di interesse nazionale, quelli in cui i procedimenti di bonifica sono fermi allo 0% sono 13 per quanto concerne i terreni , e 16 per quanto riguarda la falda. Il totale è di oltre 200mila ettari tra terra e mare contaminati a causa delle attività antropiche svolte nel corso del XX secolo e, in alcuni casi, ancora in essere. Questa è l’eredità lasciata dai grandi gruppi industriali di un tempo, poi convogliati in società come Eni, Edison, Enel, Total, Api, Arvedi, Snia, Caffaro, Solvay, ArcelorMittal(continua)

Stato di polizia contro la Disobbedienza civile non violenta.

Come ci mostra il video di Extinction Rebellion, se ad esempio si manifesta con flash-mob in piazza contro l’Eni, se otto persone salgono e si incatenano sulle colonne che a Torino dividono Piazza Castello dalla Piazzetta Reale, se accendendo un fumogeno a testa di 40 secondi, il tutto senza recare danni a niente e nessuno, ebbene a  distanza di 2 mesi, quelle persone sono  denunciate per “Accensioni ed esplosioni pericolose” (Art. 703 del codice penale) e per “Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità” (Art. 650 del codice penale), per non essere scesi dalle colonne quando ordinato. Inoltre i manifestanti sono ricoperti di multe. La repressione non è solo rivolta alle manifestazioni di Extinction Rebellion, nel disegno di mettere a tacere ogni forma di dissenso sfiancando chi ha il coraggio di fare qualcosa, anche attraverso forme di protesta non violenta ma di forte impatto visivo ed emotivo.

Conosci, sostieni il Movimento, clicca qui

Le fabbriche della morte a Massa e Carrara.

Da 40 anni Massa e Carrara attendono le bonifiche: metalli pesanti, ammoniaca, benzene, cloruro di vinile, tricloroetano ecc. Resta attivo lo stabilimento di Solvay di Massa: bario ecc., e tricloroetano e tetracloroetilene di origine incerta: forse da Carrara dove sono registrati. superamenti dei limiti per metalli, solfati e composti alifatici clorurati ecc.  A Carrara senza bonifiche anche Ferroleghe (ferro-cromo, carburo di calcio ecc.), Syndial-Eni (arsenico, piombo, fitofarmaci, diossine ecc.), e soprattutto  Farmoplant che  come “Presidio permanente” nell’87 facemmo chiudere con un referendum al 72%. Sommariamente lo studio Sentieri segnala “il rischio neoplastico nelle classi infantili e giovanili, quali l’eccesso di mortalità per leucemie in età pediatrica e l’eccesso di mortalità per tutti i tumori e per leucemie in età giovanile tra i 20 e i 29 anni”. Degli operai morti manca un censimento completo. Clicca qui Maria Cristina Fraddosio

Vendetta dell’ENI: perquisito il Centro Sociale Rivolta.

Decine di poliziotti  in assetto antisommossa e diversi blindati. L’intimidazione è conseguente alla seconda edizione del Venice Climate Camp, nell’ambito del quale lo scorso 10 settembre attiviste e attivisti hanno bloccato l’impianto di Eco-progetto di Veritas, in cui dovrebbe sorgere il nuovo inceneritore, e il 12 settembre la neonata rete Rise Up 4 Climate Justice ha sanzionato la raffineria ENI di Porto Marghera.  Clicca qui.

Livorno tra morti e bonifiche mai fatte.

L’affare per la Darsena da oltre 700 milioni non ha previsto il risanamento ambientale. Ora Eni ha annunciato di voler realizzare all’interno dell’area un impianto di gassificazione, utilizzando rifiuti, da cui verrà prodotto metanolo. I cittadini sono spaventati. Nelle zone interessate 174 mila cittadini sono finiti nello studio sugli eccessi di mortalità. Clicca qui Maria Cristina Fraddosio “Livorno attende dal 2001 le bonifiche: tra morti, rimpalli e soldi non stanziati”

Occupata raffineria ENI di Porto Marghera.

A conclusione del Venice Climate Meeting gli attivisti e le attiviste del Venice Climate Camp si sono diretti verso la raffineria ENI di Marghera.

L’azione di sanzionamento rientra nel percorso che da oggi vuole unire le tante realtà che hanno partecipato alla settimana di discussione e confronto.

Eni è tra le massime aziende italiane responsabili dell’estrazione dei carburanti fossili e delle emissioni clima alteranti.

Azione diretta contro chi provoca il cambiamento climatico.

È il momento di fermare chi sfrutta e devasta il pianeta.

L’intera valle si solleverà contro l’impianto Syndial.

A Cengio, in una sala comunale folta di amministratori locali e di cittadini sia Liguri che Piemontesi, il sindaco Dotta e Syndial (l’erede di ACNA) hanno provato a presentare un progetto di riutilizzo di parte delle aree del Sito di Interesse Nazionale (SIC) dove si è svolta per più di cento anni una delle tragedie ambientali e umane più gravi d’Europa in tempo di pace. L’immensa discarica era lì, a due passi, (continua)

La rinascita della Valbormida ve la porta Eni/Syndial.

Da mesi annunciato da una campagna tambureggiante su giornali e tv https://youtu.be/OxYvDXyc5_U , a Cengio l’Eni/Syndial propone di realizzare l’impianto Waste to Fuel (W2F): un processo rivoluzionario (termoliquefazione) che permette di trasformare la frazione umida dei rifiuti solidi urbani (l’organico) in bio-olio,  che si può impiegare direttamente come oliocombustibile oppure raffinare  come biocarburanti per automobili. Clicca qui.

Diossina in Lomellina dal rogo del deposito rifiuti speciali.

Fuoco all’alba, “casualmente” in quel giorno doveva tenersi una ispezione Arpa. “Casualmente” l’azienda era vicina al fallimento. La colonna di fumo si vede da Novara e Pavia. Il sindaco di Mortara ordina scuole e abitazioni chiuse, divieto di mangiare ortaggi e frutta, di pascolare animali. Consigliabile l’evacuazione. E’ l’ennesima ripetizione di roghi in questo territorio, fra cui due esplosioni della raffineria Eni di Sannazzaro.

Clicca qui Davide Milosa “Rifiuti speciali in fiamme, allarme diossina a Mortara”
Clicca qui Paolo Colonnello “A fuoco l’azienda di rifiuti speciali. E’ allarme diossina”

Vince il Premio Attila Alessandria 2016 il sindaco più sgradito d’Italia.

 
Premio Attila Alessandria 2016
Ad imperitura memoria dei nostri figli peggiori

Alla personalità che si è particolarmente distinta a danno dell’ambiente e della salute, una giuria sul serio popolare, composta da 429 votanti in 9 assemblee in provincia,

ha attribuito a

Maria Rita Rossa
la più alta onorificenza ambientalista della provincia di Alessandria.

Rita Rossa, nella duplice veste di sindaco di Alessandria e presidente della Provincia, vince con 213 voti. Al secondo posto con 96 preferenze: Ettore Pagani ‎direttore generale Consorzio COCIV TavTerzo Valico. Al terzo, con 69, Stephan Schmidheiny amministratore delegato Eternit. Quarto con 36 voti: Angelo Riccoboni amministratore delegato Riccoboni. Seguono a pari merito (3 preferenze): Luca Amoroso direttore raffineria Eni Sannazzaro de’ Burgondi che scoppia con frequenza allucinante, Gianluca Bordone sindaco di Tortona, Rocchino Muliere sindaco di Novi Ligure, e altri con 1 voto.

La classifica del Sole24Ore l’ha relegata all’ultimo posto fra i sindaci italiani. Una giuria di 429 votanti le ha conferito quest’anno la più bassa onorificenza ambientale, sulla scia di Marcellino Gavio e Fabrizio Palenzona, e battendo concorrenti del calibro di Stephan Schmidheiny. I Comitati hanno chiamato migliaia di cittadini in piazza per contestarle la rielezione. Eppure i sondaggi danno Rita Rossa vincitrice.

Clicca qui la pergamena: perché ha vinto il Premio e perché sarebbe rieletta.

Champagne per brindare alla vittoria.
Clicca qui Ansa “Danni all’ambiente, premio ‘Attila’ a sindaca di Alessandria”
Clicca qui Quotidiano Piemontese “Rita Rossa, sindaco di Alessandria, vince il Premio Attila: ha fatto più danni all’ambiente di tutti”
Clicca qui Libero Gossip “Danni all’ambiente, premio ‘Attila’ a sindaca di Alessandria”
Clicca qui Abbiategrasso “Danni all’ambiente, premio ‘Attila’ a sindaca di Alessandria”
Clicca qui Corriereal “Danni all’ambiente, premio ‘Attila’ a sindaca di Alessandria”
Clicca qui Pennatagliente “vince il premio attila il sindaco più sgradito d’italia, ma rita rossa è favorita alla rielezione”