Chi inquina compra l’immagine ma non paga per la salute delle popolazioni.

Il sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante, ha “giustificato” come un redditizio utile per la collettività (taglio dell’erba dei cimiteri) il patteggiamento di 100mila euro dalla Solvay in cambio dell’abbandono dal processo che vedeva il Comune quale parte civile. In pratica assolvendo la multinazionale belga, rinunciando a chiedere giustizia, finalmente giustizia, contro chi sta ammalando e uccidendo lavoratori e cittadini senza neppure risarcirli.
Tralasciamo il giudizio etico, morale e politico su una istituzione basilare, quale è il sindaco massima autorità sanitaria locale, che aveva già rinunciato a intervenire di competenza a fermare le produzioni inquinanti dello stabilimento di Spinetta Marengo in un quadro di disastro ambientale e sanitario senza paragoni.
 
Limitiamoci ai cinici “conti della serva”. Il Comune di Alessandria ha “guadagnato” (sic) come risarcimento alla collettività, 100mila euro, cioè 1 euro a testa per ciascun dei suoi 100mila cittadini. Fatte le demenziali proporzioni, “l’affarone” con Solvay Syensqo l’avrebbe fatto il sindaco di Montecastello, Gianluca Penna, che ha venduto per 100mila euro il bene salute… ma a 363 euro per ciascuno dei suoi 274 abitanti.
Questi due sindaci hanno patteggiato 100mila euro quale “danno di immagine”: un insulto attribuito alla lesione della dignità delle due comunità che non varrebbe più di tanto.  Ma, gli altri danni? I danni patrimoniali e non patrimoniali, la salute? I cittadini di Montecastello hanno bevuto l’acqua tossica e cancerogena dei Pfas fino a quando il sindaco è stato costretto a chiudere l’acquedotto. Solvay non paga. La salute dei cittadini sarà a carico della collettività.
 
Infatti, si apprende, dopo l’ultima riunione della “Task Force sanitaria regionale” dedicata ai Pfas (nella foto), che “La Regione Piemonte è disponibile a prendere in carico, dal punto di vista sanitario, anche i cittadini di Montecastello, tramite un nuovo protocollo operativo”. “Questo, ancora da definire, consentirà di estendere proprio la presa in carico dei cittadini residenti in altri territori interessati dalla contaminazione, oltre ai cittadini di Spinetta Marengo, sia per la presenza di PFAS nelle falde sia per possibili fenomeni di trasporto atmosferico. Tra i primi Comuni individuati rientrano Montecastello, alcuni Comuni limitrofi e alcuni centri lungo l’asta del fiume Scrivia”.
“Il sindaco di Montecastello, avrebbe, anche a nome (?) degli altri amministratori dell’area interessata, espresso apprezzamento per il percorso illustrato, condividendone l’impostazione e auspicandone un’attuazione in tempi rapidi”.

Sempre più morti a Taranto, fermata l’area a caldo dell’Ilva.

La Corte d’appello di Milano ha dato ragione agli 11 cittadini dell’associazione Genitori Tarantini che hanno impugnato la sentenza di primo grado emessa a febbraio.
Dopo il sequestro dell’altoforno 1, confermato un mese e mezzo fa dalla Cassazione che aveva rigettato il ricorso dell’azienda, il 27 luglio la Corte ha ordinato all’ex Ilva di Taranto di sospendere entro 90 giorni l’attività produttiva dell’area a caldo, che non potrà riprendere se prima non verrà «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti» e non saranno adottate «le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza».
 
Per motivare lo stop alle società Ilva spa, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia Holding spa, tutte in amministrazione straordinaria, la Corte spiega che persistono pericoli per la salute pubblica legati al «progressivo ammaloramento dello stabilimento». E puntualizza che «non ha alcuna rilevanza il fatto che i valori limiti di emissioni delle polveri sottili» stabiliti dal decreto legislativo 155/2010 e dalla direttiva europea del 2008, «negli anni non siano stati superati, come pure Ilva ha tenuto ad evidenziare». Perché, come aveva rilevato anche il Tribunale, «nel corso del tempo l’incremento dei casi di morte e ospedalizzazione nell’area prossima allo stabilimento, rispetto a zone anche poco distanti, sta a dimostrare che il rispetto dei valori limite emissione non è sufficiente a scongiurare i rischi per la salute».
 
Nell’area, d’altronde, oltre a grandi quantità di polveri sottili, è ancora accumulato l’amianto che «avrebbe dovuto essere rimosso entro il 23 agosto 2026» se non fosse stato per le continue proroghe concesse all’azienda. Fino al punto che oggi negli impianti risultano ancora presenti «oltre duemila chili di amianto, inglobati nei cowper». Le giudici milanesi hanno anche parzialmente disapplicato l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) 2025 che, scrivono, «effettivamente non contiene alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto» ed è «priva di adeguate tutele sulle polveri PM10 e PM2,5 nello scenario produttivo a 6 milioni di tonnellate annue». Al contrario, non è stata accettata la richiesta dei residenti relativa al taglio dei gas serra.
La sentenza della Corte di Appello certifica il fallimento di oltre dieci anni di politiche industriali fondate esclusivamente sui decreti “Salva Ilva” che hanno derogato alle normative ambientali e sanitarie. Dieci anni di governi di tutti i colori.
 
Il decreto interviene proprio nel momento in cui il governo era prossimo alla formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico (gruppo indiano Jindal). Mentre il fondo americano Flacks Group ha rilanciato proposta di «una svolta tecnologica capace di coniugare produzione, occupazione, salute e tutela dell’ambiente» con la riduzione di «Co2 di oltre il 50% nella configurazione base e fino all’86% con l’impiego dell’idrogeno

Strage di amianto, delitto perfetto.

C’era una volta al cinema l’avvocato Perry Mason che vinceva tutti i processi perché “per istinto” sceglieva solo clienti ricchi e innocenti, poi la sua abilità consisteva nel dimostrare che essi, contrariamente a tutte le apparenze, erano effettivamente innocenti. 

Guido Carlo Alleva difende, diciamo per istinto, industriali super ricchi, e non vince sempre ma quasi. Nel senso che riesce a togliere loro caterve di galera.  Infatti, i suoi clienti rispondono ai nomi di Eternit, Solvay, Benetton. Per essi, Alleva è appena tornato dalle aule del tribunale di Genova (12 anni di reclusione invece di 18 a Castellucci per il crollo del ponte Morandi con 43 morti), mentre si appresta 16 novembre a varcare quelle di Alessandria (disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo) e il 10 novembre quelle più prestigiose del Palazzo di Giustizia in riva al Tevere.  

Qui, è stata fissata la nuova udienza davanti alla Corte di Cassazione per il processo “Eternit bis”, che vede imputato Stephan Schmidheiny, ex patron dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato. La Suprema Corte sarà chiamata a pronunciarsi sul nuovo ricorso presentato dalla difesa dell’imprenditore svizzero contro la condanna a 9 anni e 6 mesi di reclusione per 92 omicidi colposi legati alle morti per amianto nel Casalese.

Il processo Eternit è una corsa a tappe, in due tour, destinata a non concludersi con… una maglia a strisce.

Primo giro d’Italia, prima tappa, 2009 tribunale di Torino, presentate 2.889 richieste di risarcimento danni dalle 2.889 famiglie che avevano avuto una vittima, Schmidheiny è condannato nel 2012 a 16 anni di reclusione per il disastro ambientale doloso, e stabilendo provvisionali di risarcimento per migliaia di parti civili e per il comune di Casale Monferrato. La sentenza riconosce le responsabilità penali non solo per i siti di Casale Monferrato e Cavagnolo, ma anche per Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia). Vengono anche stabiliti risarcimenti danni per circa 90 milioni di euro destinati al comune di Casale Monferrato (principale soggetto delle bonifiche), alla regione Piemonte, a sindacati e varie associazioni e 30 mila euro agli ammalati di patologie legate all’amianto e alle famiglie delle vittime.

Seconda tappa, 2013, la Corte di Appello di Torino aumenta la pena a 18 anni. Terza tappa, 2014, la Corte di Cassazione annulla le condanne riconoscendo la sussistenza dei reati, ma dichiarandoli estinti (insieme ai risarcimenti) per prescrizione: Schmidheiny non è più per­se­gui­bile per il tempo trascorso tra i com­por­ta­menti illeciti dell’imputato (1986) e le conseguenti morti.

Secondo giro d’Italia. Prima tappa, il processo “Eternit bis” si apre nel 2015 sempre a Torino, dove il gip Federica Bompieri derubrica il reato da omicidio volontario a colposo e spacchetta il processo in quattro tronconi, inviando gli atti alle procure dei territori dove si trovavano gli stabilimenti. Il procedimento relativo allo stabilimento di Rubiera è stato archiviato nel 2021, quello per Bagnoli a Napoli ha visto la condanna di Schmidheiny a tre anni e mezzo, confermata in appello, mentre per il filone di Cavagnolo la Cassazione ha annullato di nuovo la condanna rinviando il caso a un’altra sezione della Corte d’appello di Torino.

Seconda tappa, 2023. Per le morti di Casale, la Corte d’assise primo grado si svolge a Novara: 12 anni di reclusione, ma Alleva non demorde. Terza Tappa, 2025. La Corte d’appello di Torino riduce la condanna a 9 anni e 6 mesi per l’omicidio colposo di 92 persone, lo assolve per altre 28 e altre 27 vanno in prescrizione. Ma Alleva non demorde: “Schmidheiny va assolto per prescrizione. Ancora oggi la scienza non può datare con certezza il momento preciso in cui insorge la malattia.”  Quarta tappa, 10 novembre 2026, in Cassazione.  

Altro capitolo da aggiungere al nostro “Ambiente Delitto Perfetto”, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia?  

Moretti in carcere: allora la giustizia è veramente uguale per tutti?

In realtà è “uguale per gli altri”: clicca qui.
 
Eppure, c’è chi sostiene che è un precedente pericoloso per tutti i manager delle aziende. La condanna solleverebbe il timore che i vertici aziendali possano essere ritenuti penalmente responsabili per eventi disastrosi pur in assenza di azioni o colpe dirette e materiali, basandosi esclusivamente sulla loro posizione apicale.  In grandi aziende, infatti, per schermarsi delle responsabilità penali l’amministratore delega gran parte delle competenze tecniche e di sicurezza su sottoposti, privi di capacità di spesa. 
 
Questa preoccupazione dei manager è infondata perchè il diritto penale italiano non ammette la responsabilità oggettiva basata puramente sul ruolo gerarchico. Invece afferma che la responsabilità penale è unicamente personale. Infatti, affinché un manager sia condannato per un illecito penale la giurisprudenza richiede di dimostrare l’esistenza di una sua condotta criminosa, esempio che la omissione di obblighi manutentivi e le conseguenti calamità ed emissioni inquinanti sono dovute alle sue esclusive e consapevoli   scelte di mancati investimenti per favorire la crescita dei profitti o altri interessi.   
 
La norma giuridica è chiara, l’applicazione talvolta controversa. Emblematico è il caso dei processi per la Solvay di Spinetta Marengo: caso che fa scuola e andrà seguito nel prossimo futuro. Nel primo processo il PM individuò tra gli imputati i vertici della multinazionale, nel secondo (altro PM)  si si è ridotto a due meri direttori esecutivi vincolati dai limiti di spesa. Anzi, nel primo processo il reato imputato fu di pesante dolo, nel secondo (in corso) è di leggera colpa: pur se addirittura aggravato dalla reiterazione. 

Esclusivo. Una nuova inchiesta sulla sentenza Miteni.

Prima puntata, Solvay imputato di pietra.
 
Al Processo di Vicenza sono stati condannati i manager di Miteni (a 17 anni e 6 mesi Brian McGlynn e a 17 anni Luigi Guarracino, entrambi provenienti da Spinetta Marengo, l’uno da Ausimont l’altro da Solvay), nonché i vertici della lussemburghese ICIG e della giapponese Mitsubishi. Queste due società sono chiamate a rispondere civilmente del danno (circa 56,8 milioni di euro al Ministero dell’Ambiente, 6,57 milioni alla Regione Veneto, 844 mila all’ARPAV, oltre a centinaia di parti civili a 15.000 euro ciascuna). Ebbene, detto chiaramente: ai risarcimenti dovrebbero provvedere, in solido, soggetti per lo più falliti imputabili fino al 2008 o irraggiungibili. Ma non Solvay/Syensqo, che invece è riccamente solvibile.
 
Solvay non compare né tra gli imputati, né tra i responsabili civili, né nel dispositivo. Non perché la Corte l’ha assolta ma perché non l’ha giudicata, cioè perchè l’Accusa non l’aveva portata a giudizio. Avrebbe dovuto, perché il committente di Miteni per il pfas cC6O4 negli anni 2000 è stata la monopolista Solvay: «A Trissino arrivava una resina dall’impianto Solvay in Italia (Spinetta Marengo) -si legge in sentenza- Dalle resine che provenivano da Solvay veniva recuperato il C6O4… e allo stesso modo poi veniva commercializzato restituito in parte all’impianto Solvay». Il flusso entra da Spinetta, viene lavorato a Trissino, e torna indietro come prodotto. A Trissino resta lo scarto, scaricato nelle falde acquifere.
 
Qui, nel trattamento dello scarto, sta il cuore dei delitti: avvelenamento doloso di acque destinate all’alimentazione e disastro ambientale. Lo smaltimento del rifiuto, la parte più sporca, era compito di Miteni, ma chi governava il ciclo che conosceva doloso era Solvay. Il rifiuto finisce nelle falde idriche destinate all’alimentazione umana. Centinaia di migliaia di persone la berranno per decenni, prima PFOA e poi Cc6O4.
 
La piena consapevolezza”, il dolo di Solvay è irrefutabile. La sentenza stabilisce negli atti che i ricercatori del CNR, quando anni prima avevano cercato l’origine dell’inquinamento Pfas «risalendo il fiume Po», avevano «identificato nello stabilimento Solvay Solexis di Spinetta Marengo, che scaricava in Bormida la sorgente principale di PFOA nel fiume Po».
 
A Spinetta, Solvay continua a produrre Cc6O4 e a inquinare a livelli da Guinness dei primati. È il filo che la prossima puntata seguirà fino in fondo.
Nella prima puntata (clicca qui) ci sono tutti i fatti, tutti accertati in una sentenza. Ciò che resta, che la Corte di Vicenza non fa, l’ha fatto Luca Santa Maria (l’avvocato già leader del collegio di difesa di Solvay nel precedente processo incentrato sul cromo esavalente) che ha depositato esposti alle Procure di Alessandria e di Vicenza.  Sono il cordone ombelicale che lega i due processi.
 
La qualificazione giuridica che se ne può trarre è: “che chi fornisce la materia, ne disegna il ciclo, ne ricava il prodotto e ne conosce la pericolosità, risponde in concorso (art. 110 c.p.) per l’evento che quel ciclo produce anche se materialmente la causa prossima, cioè l’immissione criminale nell’ambiente, è ascrivibile a un altro, in questo caso Miteni e alla sua condotta scriteriata nella gestione del rifiuto”. Il diritto, per arrivarci, non ha quindi bisogno di «bucare il velo» della società: non sa che farsene dei veli della personalità giuridica. Contano i fatti e il nesso di causalità tra ciascuna condotta e l’evento. E i fatti portano ai mandanti. E lo standard della colpevolezza soggettiva è già scritto in questa sentenza: il dolo eventuale di chi accetta il danno «come prezzo da pagare» per il profitto. E Solvay deve pagare, come incitava al primo processo il procuratore generale della Cassazione.

Pronta la class action in Veneto.

In sede penale le Vittime, morti e ammalati, non hanno la possibilità di risarcimenti correlati alle patologie subìte. Per l’inquinamento da Pfas nelle province di Vicenza, Padova e Verona, in sede civile, comitati e associazioni sono pronte a una class action collettiva per chiedere risarcimenti per le 350mila persone residenti nelle zone.
 
Nel documento legato alla class action risarcitoria, denominato “Pfas Action”, si legge che “sebbene il processo penale si sia concluso con le condanne a 140 anni di reclusione totale, una vasta parte della popolazione colpita è rimasta esclusa dal risarcimento o dalla possibilità di costituirsi parte civile”.
Questa iniziativa si somma ad una già lanciata mesi fa da uno studio legale e che metterà insieme non solo le parti civili ma sarà aperta a tutti.
Cause simili negli Stati Uniti, e anche in Australia recentemente hanno portato a richieste di miliardi di dollari.

Resta sigillato l’altoforno Ilva.

L’altoforno 1 dell’ex Ilva di Taranto resta sequestrato. Dopo i due no al dissequestro espressi dalla Procura di Taranto l’anno scorso e dopo il no del gip di Taranto, Mariano Robertiello, arrivato a febbraio scorso, il 13 giugno è arrivato anche il no della quarta sezione della Corte di Cassazione.
 
La Corte Suprema di Cassazione ha respinto il ricorso di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, confermando il sequestro dell’Altoforno 1 dell’ex Ilva di Taranto. L’impianto era stato posto sotto sigilli dalla magistratura a seguito del grave incidente e incendio sviluppatosi nel maggio 2025.
 
L’associazione ambientalista PeaceLink ha espresso pieno sostegno all’operato della magistratura e della Procura di Taranto. In merito alla gestione dell’emergenza e alle vicende giudiziarie, l’associazione ha criticato le polemiche politiche tese a delegittimare l’azione dei giudici, ribadendo l’inaccettabilità di forzature che mettano a rischio la sicurezza e la salute pubblica.  Il riferimento è al Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso che ha criticato la decisione dei giudici, sottolineando l’ingente danno economico per l’industria siderurgica nazionale.

2) Solvay tenta il delitto perfetto con i giudici dell’udienza preliminare.

Lo sconcertante Gup Andrea Perelli, che già aveva clamorosamente escluso Lino Balza quale parte civile, era riuscito a trascinare per quasi due anni l’Udienza Preliminare. E’ stata finalmente ripresa dalla subentrante Arianna Ciavattini. Nell’udienza del 4 giugno 2026 gli avvocati di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva e Riccardo Lucev, a sorpresa hanno chiesto la derubricazione dell’ipotesi di reato: declassandola dal già blando disastro ambientale colposo (1 anno e 8 mesi fino a 5 anni di reclusione) a inquinamento ambientale colposo (da 8 mesi a 4 anni, ovvero multa). Lo critichiamo (eufemisticamente) “blando” in quanto avevamo depositato alla sconcertante Procura, allora presieduta da Enrico Cieri, ben 11 esposti (clicca qui) a riprova del disastro ambientale doloso (dolo: volontà di inquinare di Solvay, fino a 15 anni di reclusione).
Il 4 giugno, il nuovo pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme ha immediatamente respinto la richiesta di derubricazione, che a noi è apparsa addirittura scandalosa, diciamo: indecente.
L’ inquinamento ambientale colposo è un reato lievissimo: non ci sarebbe stata -dice Solvay- da parte sua volontà di inquinare ma “semplicemente negligenza, imprudenza o imperizia: il danno – “1° elemento chiave” – “non è grave ma circoscritto e reversibile nel tempo” “grazie a interventi di bonifica” (che essa ritiene già abbondantemente avviati).
Dunque, secondo quel che dice Solvay, NON saremmo in presenza di disastro ambientale colposo in quanto Solvay “NON altererebbe l’ecosistema in modo durevole, rilevante e sostanziale, NON rendendo il ripristino particolarmente complesso o impossibile. Soprattutto, – “2° elemento chiave – Solvay “NON starebbe esponendo a pericolo la pubblica incolumità e la salute della popolazione”.
I due paradossali “elementi chiave” escluderebbero la fattispecie del disastro, secondo Solvay.

5) Ultimo atto all’Udienza Preliminare del 25 giugno.

Ultima corsa.
Non è prevedibile che, nella prossima udienza del 25 giugno, il reato venga derubricato, come chiedono avvocati dell’accusa, addirittura in disastro ambientale doloso(>15 anni di reclusione). Tutti, però, si attendono che Pubblico Ministero e Giudice dell’Udienza Preliminare negheranno il Patteggiamento. Il PM, infatti, ha decisamente riconfermato il reato di disastro ambientale colposocaratterizzato da consapevolezza di delinquere a danno dell’incolumità pubblica. Dunque, sarebbe inconcepibile non avviare il procedimento penale stroncandolo con un patteggiamento.
Dunque, il PM Enrico Arnaldi di Balme dovrebbe rifiutare di concordare con Solvay il delitto perfetto dell’inammissibile patteggiamento: il quale evita il dibattimento (il processo in aula), fa lo sconto della pena fino a un terzo, estingue il reato, sentenza non appellabile, benefici accessori. Insomma, un colpo di spugna sui diritti delle Vittime.
 
Dunque, qualora la procura inspiegabilmente (per pretestuoso avallo del governo?) proponesse il patteggiamento, la gup Arianna Ciavattini dovrebbe rifiutarlo: dovrebbe non ratificare il delitto perfetto ma far proseguire il processo. Perché il patteggiamento è un rito speciale del processo penale italiano: previsto per reati minori. Si può definire, senza scandalizzare, il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: un reato minore?
Analogamente per il rito abbreviato. Sarebbe un altro delitto perfetto. Al rifiuto di patteggiamento, infatti, Solvay, considerando una GUP morbida, potrebbe giocare (entro il 10 giugno?) questa carta che consente il “salto secco” del processo vero e proprio: di saltare il tribunale e, senza dibattimento di prove e testimoni, di lasciare decidere alla improvvisata GUP il caso “allo stato degli atti”, basandosi cioè solo sulle prove raccolte dal Pubblico Ministero durante le indagini. Altro iniquo privilegio è che il rito abbreviato garantisce un grosso sconto di pena: di un secco 1/3 e di un aggiuntivo 1/6 rinunciando Solvay all’appello. Un bel colpo di spugna.  Inoltre, impedirebbe –delitto perfetto– che le parti civili chiedano il pericolosissimo reato di disastro ambientale doloso come nuovo capo di imputazione.
 
Concludendo. Per il 25 giugno, grosse responsabilità gravano sulle spalle di PM e GUP. La Cassazione aveva stabilito che il polo chimico avrebbe dovuto fermarsi per impedire che i veleni finissero in falda.  Ciò non è avvenuto per i veleni storici (cromo esavalente, cloroformio ecc.) anzi, Solvay ha potenziato le produzioni di Pfas e l’inquinamento aria-acqua-suolo, e non ha provveduto alla bonifica, tant’è che le centraline Arpa continuano a confermare la presenza in aria di pfas cC6O4 e ADV, e in acqua perfino del dismesso PFOA. Neppure PM e GUP possono, per il ruolo svolto da Solvay: es. smaltimento gessi, ignorare il Geoportale Pfas della Regione Piemonte. Tanto meno le valutazioni IARC riguardanti le implicazioni cliniche dei Pfas (clicca qui). 

Il sospettato fornisce indizi.

Elementare Watson!
Solvay Syensqo annuncia assunzioniprova di espansione oppure di crisi? Indizio di offensiva oppure di resa ai comitati e alle associazioni che in sede giudiziaria civile avviano class action inibitoria per mettere fine al disastro sanitario e ambientale: per la chiusura delle produzioni inquinanti di Spinetta Marengo e per la bonifica?
 
Nel gergo comune si usa citare la celebre frase di Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Però, gli indizi devono essere resistenti, logici e non facilmente attaccabili, specifici e circostanziati, non generici o vaghi, soprattutto convergere in modo univoco verso la stessa conclusione. Analizziamoli.
 
La multinazionale belga ha annunciato l’assunzione di 25 tecnici entro giugno. In sé è un indizio fasto, ma non sarebbe la prima volta che -Elettrolux docet- assunzioni e straordinari precedono, invece, i licenziamenti: per precostituire all’azienda scorte di magazzino in vista della chiusura degli impianti. Anzi, soprattutto se sono assunzioni a tempo determinato (spesso: specchietto per le allodole). Appunto, se indizio nefasto, con le organizzazioni sindacali alessandrine è stato raggiunto un accordo per aumentare temporaneamente le giornate di lavoro per almeno un trimestre. L’intesa prevede anche un riconoscimento economico per tutte le persone coinvolte.
 
Potrebbe essere l’indizio che la multinazionale riempie gli stock di scorte perfluoroalchiliche perché intende sganciarsi dalle contestatissime produzioni, sostituendole con attività alternative ad alto contenuto tecnologico, per le quali servono nuovi profili tecnico-operativi? Non è così, perché Solvay non abiura le attività attuali (e non ne risarcisce l’impatto, in primis sulle Vittime) e perché le “nuove” attività sono destinate in particolare al settore dei semiconduttori. Dunque, sono la conferma del core business dell’azienda: il nucleo fondamentale attorno al quale ruotano le strategie e le risorse, cioè il modello di profitto e di sfruttamento ecologico.
 
Infatti, Solvay fornisce materiali avanzati e gas fluorurati essenziali per la produzione di semiconduttori e microchip, gas ad altissima purezza utilizzati nelle fasi di attacco chimico e deposizione durante la fabbricazione dei semiconduttori. I fluoroelastomeri (tecnoflon) sono utilizzati nelle guarnizioni e nei componenti delle macchine per la fabbricazione dei chip, che richiedono resistenza chimica e termica estrema.
 
Altro indizio. La propaganda mediatica. Eliminati i Pfas dalle acque inquinate.  Solvay finanzia alle magre casse dell’università di Alessandria il pomposo (nel nome) Centro RisPA, Centro di Ricerca e Sviluppo per il Risanamento e la Protezione Ambientale. In quest’ambito, Solvay festeggia sui giornali la tesi di dottorato di un suo dipendente dopo otto anni di ricerca sulla “rimozione dei PFAS dalle acque” tramite “materiali adsorbenti, tra cui carboni attivi, zeoliti e materiali di sintesi”. Naturalmente si tratta della solita ricerca in provetta che su scala industriale costerebbe al CEO Mike Radossich un occhio (alla lettera), anzi preannunciando la prossima che risolverà definitivamente i Pfas nelle acque tramite addirittura… “scarti vegetali”. Insomma, uno dei periodici annunci di “dipendenti eccellenti” candidati al Nobel per la chimica. Comunque, tenace indizio di conservazione delle produzioni.
 
Gli indizi, senza trarre conclusioni affrettate, sembrerebbero confluire nella prova che il colosso chimico è determinato ad affrontare in sede civile la sfida della class action inibitoria, lasciandosi alle spalle il processo penale in corso (udienza GUP il prossimo 3 giugno): processo concluso prima di iniziare?  

Il processo concluso prima di cominciare.

120 anni fa, per sessanta anni: l’inferno dantesco della chimica. Sessanta anni fa: il purgatorio dopo il sessantotto. Venti anni fa: morti e malati si presentano in tribunale. Dopo dieci anni: sentenza, non dolo ma colpa per disastro ambientale, neppure un giorno di galera, e la Cassazione non riconosce il disastro sanitario: neppure un euro per morti e ammalati.
 
Oggi, 2026, il secondo processo penale -perché Solvay a Spinetta Marengo inquina e uccide come e più di prima- si conclude senza neppure cominciare?  Sulle ceneri di libri e libri, storici e scientifici (tra cui i miei ***).
Oggi, 2026, Comune di Alessandria, e Governo? e Regione Piemonte?, ritirano le parti civili dal processo perché in fondo valutano si tratti di leggero disastro colposo e non di gigantesco disastro doloso, e mercanteggiano la propria buonuscita con la multinazionale belga?  Senza pene e bonifica. Con gli avvocati ben pagati ma neppure un euro per morti e malati: le vere Vittime. La GUP, giugno 2026, prenderà atto delle transazioni e con la Procura non avvierà il dibattimento processuale che invece potrebbe addirittura accertare il dolo e le relative pene detentive? Avvierà i riti alternativi di patteggiamento e rito abbreviato? Clicca qui il “pasticciaccio brutto”.
E le Vittime? Quali risarcimenti? Presto oppure tardi, poco o nulla (in processo penale).  Oppure tanto (in class actions) la florida Solvay dovrà pagare per Alessandria.
 
*** “Work in progress”: Ambiente Delitto Perfetto (3 volumi), L’avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza (4 volumi), Pfas Basta! (4 volumi), Il sindaco embedded (1 volumetto).

Chi paga i disastri ecosanitari.

Poco (in processo penale) o tanto (in class actions) la florida Solvay dovrà pagare per Alessandria. Ma in Veneto? Sia nelle class actions risarcitorie che per le condanne (non definitive) del tribunale di Vicenza?
 
Per queste ultime, il Consiglio di Stato, come già aveva fatto il Tar Veneto, ha dato ragione alla Provincia di Vicenza che ha individuato i responsabili dell’inquinamento da Pfas provocato dal sito produttivo ex Miteni di Trissino nelle aziende Mitsubishi, Eni Rewind e il gruppo Ici, subentrate alla fallita Miteni. Anzi, si erano limitate alla messa in sicurezza e ora sono passibili di “denuncia per omessa bonifica”.

Anche in Italia class actions collettive: è partita quella contro Facebook, Instagram e TikTok, a tutela dei minorenni.

Iniziata al Tribunale Civile di Milano la prima class action contro Meta e TikTok. Al fianco del Movimento Italiano Genitori (Moige) e rappresentato dallo studio legale Ambrosio&Commodo (lo stesso che sta avviando class action inibitoria collettiva ad Alessandria per sospendere le produzioni PFAS della Solvay di Spinetta Marengo). Decine di famiglie (tra cui quella di una bambina di 12 anni che nel febbraio del 2024 si è tolta la vita nella provincia di Asti) hanno chiesto la “sospensione di tutti gli account social” fino a quando non ci sarà uno strumento efficace di verifica dell’età.
 
Il procedimento cautelare, di “inibizione” di tutti gli account social delle piattaforme gestite da Meta (Facebook e Instagram) e TikTok, chiede di sospendere “con urgenza” i profili, affinché le piattaforme si adoperino nell’effettivo controllo dell’età degli utenti. È stimato, infatti, che oltre 7 milioni di minorenni posseggono un account social e che tra questi ce ne siano circa 3,5 milioni che hanno meno di 14 anni, cosa vietata dalla normativa vigente in Italia e in Europa.
 
I legali dei due colossi social” avverte l’avvocato Stefano Berone “vogliono procrastinare il più possibile le udienze perché ogni giorno che passa guadagnano denaro, ma noi ci siamo opposti chiedendo un termine molto più breve perché più si va avanti più i minori sono a rischio di dipendenza patologica. Ogni giorno di ritardo comporta danni per milioni di bambini italiani”.
 
L’urgenza, di salute pubblica, è di implementare un sistema affidabile, è di impedire l’iscrizione ai minori di 14 anni e garantire il consenso verificabile di entrambi i genitori per la fascia 13-14 anni”, superando quindi la sola autodichiarazione; è di eliminare “l’autoplay e i sistemi di raccomandazione algoritmica”, che hanno il solo scopo di “massimizzare il tempo di permanenza sulla piattaforma”; infine, è di pubblicare avvisi chiari e visibili sui reali pericoli delle piattaforme.
 
“Per noi è stata una tragedia, probabilmente nata da altro, ma sicuramente accelerata, spinta da algoritmi e navigazioni, è stata come una malattia fulminante e noi eravamo senza armi”, ha dichiarato Irene Roggero, madre della 12enne che nel febbraio del 2024 si è tolta la vita ad Asti: “In sei mesi era passata da scrivere, per sé stessa, del disagio che provava, del fatto di sentirsi un peso in una vita inutile, a cercare immagini e contenuti che inneggiavano alla depressione, disegni di ragazzini rotti e senza cuore, immagini tristi, paesaggi gotici, autunnali e le venivano riproposti di continuo, perché l’algoritmo le dava quello che lei cercava”.

1976. Prevenzione primaria. Maccacaro costituisce Medicina Democratica, movimento di lotta per la salute.

In queste ore si svolge, a ben quattro anni dal precedente, il XI congresso nazionale di Medicina democratica. Il titolo “50 anni con G. A. Maccacaro e L. Mara” ci richiama alla memoria la dolorosa scissione conclusasi nel 2018 (vedi “Ambiente Delitto Perfetto”, o più brevemente clicca qui “Luigi Mara & Medicina democratica”, sottotitolato “Luci e ombre di un grande protagonista. Il filo rosso che lega il ‘sessantotto’ alla nascita dell’Associazione di Giulio Alfredo Maccacaro, e passando per la mutazione genetica, fino alla sua scissione”).
Ma adesso soffermiamoci sul presente, occupiamoci del sottotitolo, clamoroso, di questo congresso: “La prevenzione primaria è diritto alla salute”. Dunque, di come il concetto cristallino di ieri è stato oggi corrotto dall’immarcescibile presidente di Medicina democratica, che di fatto ha venduto la salute (altrui) tramite il patteggiamento con Solvay. L’associazione è stata comprata con un mercimonio bollato dai Comitati di Alessandria e dal “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” come scandalo: clicca qui https://www.rete-ambientalista.it/2025/03/29/scandalosa-medicina-democratica-al-processo-solvay/. A sua volta, Marco Caldiroli ha difeso il patteggiamento come… esigenza di cassa, cioè come segue: clicca qui https://www.medicinademocratica.org/wp/?p=18320. Una toppa peggio del buco.
Insomma, nel 2025 il Direttivo di Medicina democratica (“a maggioranza”: precisa Caldiroli) ha ripetuto (come a maggioranza dieci anni prima) il tradimento del pensiero e dell’opera di Maccacaro, ha rinnovato il tradimento delle Vittime del popolo inquinato alessandrino, a tacere di tutte le Vittime italiane dei PFAS. Per quaranta denari.
Ebbene, in queste ore, il congresso del 2026, immemore del sottotitolo, sta annegando in un oceanico dibattito le suddette tre turpi carrette del mare?  In quali termini ne parlano, o non ne parlano, i relatori?  Rivendicano che “La prevenzione primaria è diritto alla salute”? Francesco Pallante nella relazione “Il diritto alla salute è ancora nella Costituzione”? O Edoardo Bai nella relazione “Fabbriche di morte: inquinanti e produttrici di armi”?  O Maria Antonietta Cuomo nella relazione “Da vittima a protagonista di giustizia”? O Felice Casson nella relazione “Rafforzare i diritti delle vittime con l’art. 42 della Costituzione”? O Alessandro Rombolà nella relazione “L’omicidio lavorativo, per una nuova e idonea fattispecie penale”? O Gianni Tamino nella relazione “Il ruolo delle associazioni per una consapevolezza collettiva e di promozione di un ambiente salubre”? O Marino Ruzzenenti nella relazione “Uscire dal capitalocene, il conto della bonifiche non ancore fatte”? O Rossano Ercolini nella relazione “L’economia circolare non include l’incenerimento dei rifiuti”? O Claudia Marcolungo nella relazione “Contaminanti eterni: uscire dalla produzione dei PFAS”? O nella relazione “Crimini ambientali e procedimenti giudiziari” Edoardo Bortolotto (il quale per Miteni NON ha patteggiato come invece per Solvay)?
Insomma, per onorare davvero 50 anni di Maccacaro, nessuna di codeste relazioni, ognuna dai propri punti di esame,  può eludere il nodo nazionale “Pfas e Solvay”, come tagliarlo, come fare prevenzione primaria per tutelare il diritto alla salute: clicca qui https://www.rete-ambientalista.it/2026/04/06/il-principio-e-chi-inquina-paga/.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

Il principio è: chi inquina paga.

Proseguendo la narrazione (https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ ), facciamo il punto delle azioni collettive in sede civile, class actions, contro Solvay in Italia (sollecitate fin dal 2015 dal Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che alla condanna penale seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”).
 
In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti il fenomeno delle “class actions” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche: per Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa (https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/09/dunque-class-actions-anche-in-italia-contro-i-pfas-della-solvay/).
 
La regia delle nostre class actions non è unica ma l’ispirazione sì, come in coerenza divulgo da dieci anni almeno. Avendo alle spalle solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: esse riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo. Dunque, le assemblee stanno finalmente affrontando, in sede civile, le class actions -l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria–   contro i disastri Pfas anche in Italia. Vogliono essere all’insegna della partecipazione attiva piuttosto che passiva delle popolazioni.
 
In Veneto, si tratta di class actions di natura risarcitoria, ovvero di natura riparatoria: intervengono ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto dalla popolazione per responsabilità dell’azienda Miteni di Trissino (la cui solvibilità è dubbia essendo fallita, però c’è chi sostiene la responsabilità di Solvay come committente). Se ne stanno occupando due realtà diverse che offrono entrambe assistenza legale collettiva per risarcire i cittadini a livello individuale: “a costo zero, in cambio di una quota degli eventuali ristori”. Una, denominata “Risarcimento Miteni” della spa bresciana “Finanziamento del contenzioso”: annunciate 20mila adesioni per cedere il proprio diritto al risarcimento ad una realtà che poi distribuirà le somme ottenute), avrebbe sinora raccolto 10milioni di euro. L’altra è la FIDeAL, in collaborazione con le “Mamme no Pfas”, anch’essa impropriamente definibile class action generalizzata bensì azione collettiva che affronta i singoli casi individuali risarcibili da girare poi ai cittadini per una quota maggioritaria. Alle loro spalle hanno una sentenza penale per reato di dolo.
 
In Piemonte, analogamente si tratta di due azioni collettive della suddetta natura risarcitoria, ma soprattutto stiamo preparando la class action inibitoriadi natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. Ovvero: chiudere le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo, bloccare le emissioni tossiche e cancerogene, avviare la bonifica, far pagare i costi e risarcire ambiente e salute. Esempio: la richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. Esempio: Solvay è costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari per completare la bonifica dei PFAS, per affrontare il risanamento nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati, per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione. L’inibitoria ad Alessandria è irrinunciabile stante i due fallimenti dei processi penali relativi al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare i suoi enormi profitti.

Ad Alessandria contro un nuovo delitto perfetto.

Si susseguono le manifestazioni della popolazione contro il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: perfino assemblee nelle chiese e nelle pizzerie.

E anche davanti alla sede del tribunale, mentre era in corso l’udienza del giudice delle indagini preliminari, sotto la pioggia si è svolto un presidio a chiedere Giustizia. Dunque, come passo immediato, a chiedere a Ministero dell’Ambiente e Regione Piemonte di cessare la contrattazione di patteggiamenti con Solvay Syensqo, che inevitabilmente vorrebbero soffocare il processo penale in corso, che (con pene ridotte, sospensioni condizionali, non menzioni, senza spese processuali ecc.), vorrebbero essere un colpo di spugna alle condanne degli storici seriali inquinatori, alla tutela della salute e alla bonifica del territorio. Insomma, governo e regione non replichino l’infausto patteggiamento del Comune di Alessandria. Un delitto.
 
I cittadini chiedono, dunque, alla neo GUP Arianna Ciavattini e al Pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme di rifiutare l’istituto del patteggiamento. Rispettivamente: il PM si opponga non dia il consenso, la Giudice non approvi respinga la richiesta di Solvay. Si cerchi di evitare un altro delitto perfetto. ***
A questo proposito, il rifiuto del patteggiamento nell’Udienza Preliminare consente il regolare proseguimento giudiziario in Corte di Assise, con tanto di dibattimento, e consentirà anche alle Parti Offese di chiedere il cambio di imputazione da colpa (reato colposo) a dolo (reato doloso) correggendo così il macroscopico errore della passata Procura: un altro delitto perfetto.
 
*** “Ambiente Delitto Perfetto”, già in tre volumi, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.  
Insieme alle decine di migliaia di contributi relativi ai “Movimenti di lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza”,  Il Sito www.rete-ambientalista.it contiene, nel merito storico e scientifico del polo chimico di Spinetta Marengo, almeno tre mila articoli.

Sorveglianza sanitaria esposti amianto. Ma i processi?

La chiusura definitiva dello stabilimento Eternit a Casale Monferrato è avvenuta il 6 giugno 1986, ponendo fine a decenni di produzione di amianto che hanno causato il disastro ambientale e sanitario nella zona. La fabbrica, simbolo del progresso fino agli anni ’70, era nota per la polvere di amianto che ricopriva la città. L’inalazione delle fibre ha causato una grave epidemia di mesotelioma, con circa una nuova diagnosi a settimana tuttora a Casale sia tra i lavoratori e i cittadini. Per ora, quasi 3.000 morti.  Il mesotelioma è un tumore raro e aggressivo che origina dalle membrane sierose (pleura, peritoneo, pericardio), con lunghi tempi di latenza (20-50 anni) e diagnosi nefasta.
 
La ricerca sul mesotelioma mira disperatamente a migliorare la sopravvivenza attraverso terapie multimodali che combinano chirurgia, chemioterapia e l’immunoterapia. Il Movimento di lotta per la salute Maccacaro ha inteso a favorire le sottoscrizioni a favore della Ricerca Cura Mesotelioma tramite l’intero ricavato dei propri libri: vedi il Sito www.rete-ambientalista.it.
I processi Eternit, per la morte di ex dipendenti e residenti nei siti di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli, sono uno scandalo. Inizialmente, nel 2012, il magnate Schmidheiny fu condannato a 16 anni per disastro ambientale doloso. Tuttavia, nel 2014, la Cassazione ha dichiarato il reato prescritto, annullando le condanne. Nell’Eternit bis l’accusa è passata a omicidio colposo/volontario. Nell’aprile 2025, la Corte d’Assise d’Appello di Torino ha condannato Schmidheiny a 9 anni e 6 mesi per omicidio colposo di 92 persone. A febbraio 2026, la Cassazione ha disposto un nuovo rinvio a causa di un vizio procedurale (mancata traduzione della sentenza).
 
Così funziona la Giustizia. E così continuerà perché non c’entra un bel niente con la cosiddetta riforma della giustizia, ovvero con la sbruffonata della separazione delle carriere del Referendum, da bocciare con il NO.  
La fabbrica è stata chiusa nel 1986.  Il “Programma di sorveglianza sanitaria per gli ex esposti all’amianto”, previsto dalla Giunta regionale, sarà avviato nell’aprile 2026 e gestito dall’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino tramite il Centro di Riferimento per l’Epidemiologia e la Prevenzione Oncologica in Piemonte.
La sorveglianza sanitaria per i soggetti che nella loro vita lavorativa sono venuti a contatto con la sostanza, prevedrà l’erogazione di prestazioni sanitarie di primo e di secondo livello e controlli periodici per i soggetti rispondenti ai criteri relativi alla cessazione dell’esposizione ad amianto

Tossicità.

Questo volume rappresenta l’esito di un percorso di ricerca interdisciplinare sugli effetti sociali e politici della violenza ambientale e sulle istanze di giustizia espresse da comunità contaminate in zone di sacrificio.
 
Nell’ambito del progetto “Fare scienza di comunità in materia di ambiente, lavoro, salute”, il Public Engagement del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, nelle persone dei professori Rosalba Altopiedi, Eleonora Bechis, Vittorio Martone e Andrea Filippo Ravenda, ha affrontato il caso di emergenza nazionale: il disastro sanitario ed ambientale della Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria.
 
L’iniziativa, condotta nella forma di una discussione orizzontale tra ospiti e pubblico, si è svolta tramite quattro incontri pubblici nel 2025 in Alessandria insieme agli enti partner del progetto. Per il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, Lino Balza nell’intervento conclusivo “Anno 2026, possibile una svolta per Alessandria” (clicca qui) ha voluto rimarcare che NON potrà essere la sede penale del tribunale di Alessandria a rendere giustizia alla popolazione martirizzata, BENSÌ la giustizia è solo possibile tramite azioni collettive di lavoratori e cittadini: class action di azione inibitoria per la fermata delle produzioni inquinanti e class action risarcitoria per le Vittime.
 
Quale importante corollario, merita inoltre riferirsi al saggio, sulla rivista internazionale “Journal of Political Ecology”, di Vittorio Martone (Università di Torino) e Angelo Castellani (Università di Bologna): “Storia sociale dell’industria, tra violenza ambientale ed ecologia operaia. Uno studio specifico sull’impianto chimico di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria.” (clicca qui)

Nelle case degli alessandrini si respira cloroformio, anche cloroformio. Come sentenziò la Cassazione. Ma nessuno fa niente.

Sicuramente dal cielo ma anche dalle cantine, si respirano nei salotti di casa 6 microgrammi per metro cubo di cloroformio, 1 microgrammo di tetracloruro di metano, tetracloroetile e gli altri inquinanti provenienti dal polo chimico Solvay di Spinetta Marengo.
 
Lo conferma, dopo uno strano silenzio, la recente relazione prodotta dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale Arpa di Alessandria, oltre ad un mix di composti organici volatili, presenti a centinaia di microgrammi per litro nei pozzi interni al sito chimico. Il cloroformio arriva all’interno delle abitazioni dalle acque di falda: secondo i dati di Arpa nel pozzo interno”102” dello stabilimento risultava essercene una quantità stratosferica (200 microgrammi per litro, tre volte la concentrazione massima consentita).    
 Il cancerogeno cloroformio, che arriva da oltre confine in ferrocisterne, è utilizzato a tonnellate per ottenere il cancerogeno tetrafluroetilene, il monomero necessario a produrre i cancerogeni Pfas: miliardario fiore all’occhiello della multinazionale belga Syensqo Solvay.
 
Carta canta. Ma nessuno fa niente. Malgrado la vecchia sentenza della Cassazione, non ha fatto niente Giorgio Abonante, il sindaco di Alessandria: quale responsabile locale della sanità non ha emesso ordinanza di chiusura delle produzioni inquinanti, ma si è limitato ad una risibile ordinanza del 2022 che vietava di scendere nelle cantine. Anzi, ha addirittura patteggiato con Solvay la fuoriuscita del Comune come parte civile del processo penale (il secondo), aprendo la strada a Regione Piemonte e Governo.
 
Malgrado la sentenza della Cassazione che nel 2020 aveva condannato Solvay per disastro ambientale, nel secondo processo la vecchia Procura di Alessandria non ha imputato in reato di dolo la reiterazione degli accresciuti inquinamenti, e la nuova Procura si è trovata addirittura impantanata in un procedimento di Patteggiamento avviato dal vecchio GUP, con continui rinvii che scavalcheranno anche la prossima udienza di marzo.
 
Insomma, la Corte di Assise di Alessandria non farà niente per fermare il disastro sanitario e ambientale, fermare le produzioni inquinanti, avviare la bonifica, risarcire le Vittime. Né lo farà l’appello né la cassazione nell’arco di altri dieci anni.  Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di azioni inibitoria e risarcitoria.
 
Clicca qui l’approfondimento di Laura Fazzini su “La via libera”.

Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di inibitoria e risarcitoria.

 
Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
 
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

La giustizia penale tradisce di nuovo le Vittime dell’amianto.

Da Roma, i parenti delle Vittime incazzati.
Ad aprile 2025, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny era stato condannato in secondo grado a 9 anni e sei mesi per omicidio colposo al processo Eternit bis. Il minimo che si aspettavano le Vittime. Ebbene, la Suprema Corte di Cassazione ha annullato il procedimento che tornerà in Corte d’Assise di Torino. Motivazione: era mancata traduzione della sentenza in tedesco.
 
Non sfugga un particolare: il sindaco di Casale Monferrato, Emanuele Capra aveva annunciato di aver scritto al Consiglio Superiore della Magistratura per avere chiarimenti su quanto emerso dalle recenti indiscrezioni della trasmissione Report su una possibile ingerenza internazionale (con riferimento a ex agenti del Mossad) nelle decisioni assunte dalla Cassazione nel primo maxi-processo Eternit.
 
Questo è l’ennesimo esempio (Ambiente Delitto Perfetto di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia ***) di come (non) funziona la giustizia penale in materia ambientale e sanitaria: c’è qualcuno in buona fede che può spiegare che cazzo c’entra la cosiddetta “Riforma della giustizia” del referendum promosso da governo?
 
*** I tre volumi sono disponibili a chi ne fa richiesta, previa sottoscrizione interamente devoluta a Ricerca Cura Mesotelioma.

A maggior ragione si avviano class actions contro Solvay dopo lo scandalo dei patteggiamenti.

 STOP.
Stop Solvay.
 
E’ così perché, mentre a Vicenza nel processo per l’avvelenamento doloso della Miteni di Trissino il tribunale ha riconosciuto al ministero dell’Ambiente un pur esiguo risarcimento di 58 milioni di euro per i costi sostenuti dal 2013, invece, addirittura per la Solvay di Spinetta Marengo, dopo che il complice e inerte Ministero aveva disatteso perfino  la Cassazione omettendo richiesta risarcitoria al tribunale civile, il governo sta concludendo un patteggiamento con la multinazionale Syensqo di Alessandria, unica produttrice italiana dei Pfas tossici e cancerogeni.
 
Questo patteggiamento “riservato” è entrato nel solco di quello del Comune di Alessandria (una elemosina di 100mila euro destinati al taglio dell’erba dei cimiteri) e sarà appresso con quello della scalpitante Regione Piemonte; alle quali tre compra-svendite si allineeranno i mercanteggiamenti delle associazioni ambientaliste (che meritano un commento etico a parte). In Italia i risarcimenti di Solvay sono oboli per tutti. Così, a tacere la Regione, sarà, siamo facili profeti, con il ministero dell’Ambiente: non si avvicinerà ai 393 milioni di dollari sborsati da Solvay nel New Jersey per la bonifica di quei pfas C6o4 e ADV che pur furoreggiano sul territorio di Alessandria. Tant’è che Gilberto Pichetto Fratin ha già “assolto” Solvay non inserendo Spinetta Marengo fra i Siti di interesse nazionale, zone contaminate da sanare sotto la supervisione del ministero, cioè non chiedendo la bonifica.
 
Va da sé che, dopo queste mali-intese economiche, le parti civili lasciano il processo. Per legge, il Patteggiamento definitivo avviene tra imputati, procura e giudice. E’ augurabile ma è abbastanza impensabile che la Procura di Alessandria si “ostini” ad impedire un patteggiamento quando praticamente le parti civili sono d’accordo. E va da sé che il GUP ne prenda atto. Anche perché sia la Procura che il GUP sono esordienti e hanno avuto appena il tempo di scorgere gli atti del processo.
 
Così, anche senza ricorrere a rito abbreviato, di rinvio in rinvio, di slittamento in slittamento, si celebrerà la strategia processuale del nuovo avvocato di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva, già celebre difensore della celebre famiglia Schmidheiny nel processo Eternit, il quale con l’inerte Pichetto Fratin dialoga in piemontese.
Così, verosimilmente a breve, con quattro soldi la multimiliardaria Syensqo uscirà senza ossa rotte dal secondo pur blando processo di Alessandria. A meno che (il diavolo non sempre riesce a coprire le pentole con i coperchi) l’ex avvocato della multinazionale, Luca Santa Maria, non riesca a coinvolgere le responsabilità di Solvay nel processo Miteni, e mandare di traverso gli spumeggianti calici della sfarzosa viticoltura monferrina di Alleva. Ma è l’avvio delle class actions che forse non sarebbe estraneo alle dimissioni della CEO Ilham Kadri.
 
Di sicuro, i quattro soldi si moltiplicheranno se andranno in porto le class actions: in primo luogo, avanti di risarcire, Solvay sarebbe costretta a chiudere le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo in quanto non è in grado di andare oltre la mera insufficiente messa in sicurezza (le incontenibili barriere idrauliche), in quanto non intende finanziariamente concludere la bonifica. Infatti, non avendo illecitamente ottemperato alla sentenza di “ripristino delle risorse naturali danneggiate da cromo esavalente, cloroformio, pfas eccetera”, anzi -nascondendosi dietro venti anni di piani di caratterizzazione e analisi di rischio, ovvero nascondendosi dietro il Comune- ha procurato il doloso risultato di peggiorare acqua+aria+suolo sia all’interno che all’esterno del Sito, immettendo addirittura nuovi cancerogeni (neppure dichiarati alla complice Provincia).
 
E tutto ciò: ancora dopo dieci anni dalla condanna del primo processo: avviato con il capo di imputazione di avvelenamento doloso delle acque (analogo alla odierna sentenza Miteni).  Sono dati di fatto e atti processuali che attestano incontrovertibilmente -per il maggiore disastro sanitario e ambientale nazionale da Pfas e non solo- sia la riconosciuta responsabilità di una contaminazione pregressa e attuale, sia il correlato obbligo di provvedere al ripristino dei danni cagionati, che non potrà avvenire in sede penale bensì tramite class actions

Le associazioni ambientaliste all’esame dell’etica.

Nell’occasione che una procura avvii un processo per inquinamento, come avvoltoi si costituiscono parti offese gli enti locali: per salvare la faccia e fare cassa, quando piuttosto dovrebbero anche i loro amministratori sedere sul banco degli imputati per essere stati inermi o conniventi, e dovrebbero per primi essere chiamati a risarcire i cittadini inquinati. Il passato e il presente, nei processi Solvay ad Alessandria, lo dimostrano.
 
Avviene la stessa cosa quando si presentano come parti civili associazioni ambientaliste che in precedenza non avevano mosso una foglia contro l’inquinamento, e che assisteranno il processo come silenti spettatori in attesa del risarcimento che per prassi ogni sentenza loro riconosce. I trascorsi passati lo dimostrano.
 
Le presunte parti offese, tutte lì per fare cassa, sono assistite da avvocati le cui parcelle saranno adeguatamente beneficiate dal tribunale. Gli inquinatori non pagano né con la galera né con la bonifica, anzi proseguono i danni. Così va il mondo nei processi penali che abbiamo analizzato, in tre ahimè incompleti volumi, su “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia).
 
Il peggio avviene quando l’inquinatore propone alle parti di mercanteggiare la loro uscita dal processo. Si chiama Patteggiamento: rito speciale che su due piedi chiude il dibattimento penale, offre considerevoli sconti sui danni e sulle pene all’imputato, il quale neppure ammette la colpevolezza e può continuare a inquinare come prima. Il patteggiamento è una lauta veloce occasione, per enti locali associazioni ambientaliste avvocati, per fare cassa. Il patteggiamento è la novità del secondo processo contro Solvay in corso ad Alessandria.
 
Chi scrive si è assunto in dovere di documentare, protagonista in prima persona con l’emblematico caso di “Medicina democratica”, la deriva perniciosa subìta da associazioni ambientaliste. Per il passato, fanno testo le pagine su “Ambiente Delitto Perfetto” che tracciano il tradimento dell’associazione ai principi del fondatore, lo scienziato Giulio Maccacaro, fino alle scissioni delle Sezioni territoriali (si veda anche “Luigi Mara & Medicina democratica”).
Per il presente, ognuno commenti da sè come, dieci anni dopo il vergognoso rifiuto di tutelare e risarcire le Vittime in sede civile, oggi, nel documento venuto alla luce dopo mesi di opacità: clicca qui, il presidente (da sempre e per sempre “pro tempore”) dell’associazione ammette tranquillamente di aver slacciato -di fatto col patteggiamento-  le manette a Solvay in cambio di soldi che servono per coprire le responsabilità di un buco di bilancio. E’ stato inferto un danno incommensurabile alla memoria di Maccacaro, a 50 anni dalla scomparsa. Commenterò quanto prima.  
Medicina democratica chiama in correo le altre associazioni ambientaliste. Le vedremo.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

Solvay Syensqo patteggia e nega le responsabilità del disastro sanitario e ambientale di Alessandria.

1)  Non è vero che non facciamo bonifica: primi (sic) interventi sono in corso nel rispetto delle tempistiche del Comune.
2) Non abbiamo obbligo di bonifica ma solo di messa in sicurezza. Volontariamente facciamo bonifica.
3) Volontariamente partecipiamo alla bonifica esterna allo stabilimento.
4) Monitoriamo i Pfas dal 2019.
 
Lo afferma Solvay in una sfacciata replica, sull’autorevole “lavialibera”. Casca male Solvay, perché le risponde la migliore giornalista d’inchiesta, Laura Fazzini. Clicca qui.

Lavialibera è una rivista fondata da Libera e Gruppo Abele (don Luigi Ciotti) che comprende un bimestrale cartaceo, un sito costantemente aggiornato e una presenza attiva sui principali canali social. Offre informazione e approfondimento su mafie, corruzione, ambiente e migrazioni. Il lavoro è supportato da un comitato scientifico e da una rosa di commentatori ed editorialisti di primo piano.

Dagli annunci ai fatti: le class actions Solvay e Miteni.

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Il 2026 è l’anno maturo per la partenza delle azioni collettive, le class actions. Per la Solvay di Spinetta Marengo: una inibitoria per fermare le produzioni inquinanti, l’altra risarcitoria per la popolazione. Per la Miteni di Trissino, con il meglio di avvocati, comitati e associazioni: è già in corso la raccolta popolare delle adesioni per chiedere il risarcimento dei danni alla salute e alle proprietà immobiliari.

Perchè le class actions: risarcimenti milionari per la popolazione di Alessandria.

Chi scrive, avendo dissentito nel 2015 dalla sentenza del tribunale di Alessandria contro Solvay**, sostiene, tenacemente operando da allora, che i limiti del processo penale devono essere superati in sede civile. Come d’altronde, alle azioni collettive, alle class actions sollecitava il Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”. Finalmente, dieci anni dopo, prendono corpo le class actions.
 
L’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono due strumenti complementari di tutela nel diritto civile italiano: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. La seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto. In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti il fenomeno delle “class actions” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche, Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa.
 
Finalmente nel 2026, class actions si stanno organizzando, più o meno coordinate, in Piemonte e in Veneto. Avendo solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo.
Qui ora, senza riprendere quanto più volte documentato in questi anni, ci soffermiamo sulle azioni inibitoria e risarcitoria in sede civile relative al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare gli enormi profitti (peraltro riconducibile al reato di “avvelenamento doloso delle acque” che era nel capo di imputazione del 1° processo Solvay e che è sentenziato nel processo Miteni).
 
Azioni relative, cioè, alla contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo, che l’azione inibitoria innanzitutto può bloccare: bloccare oggi le produzioni, bloccare per i danni futuri (principio di precauzione) e risarcire i danni passati e presenti e futuri. Le cause collettive mirano a risarcire due categorie di danni, per i quali la prova del nesso causale con le condotte criminose non ammette discussioni.
Distinguiamo così i danni ambientali e costi di bonifica per la perdita di risorse naturali e alterazione degli ecosistemi, danni irreversibili e risarcibili da tutelare da parte dello Stato e degli Enti territoriali (Comune e Regione), come avvenuto per le elevate sentenze di risarcimenti comminate dai tribunali internazionali: dai 670 milioni di dollari alla DuPont ai 12,5 miliardi di dollari alla DuPont. Per Solvay, un fondo per la bonifica di 1 miliardo di euro appare sottostimato.
 
Distinguiamo così i danni alle persone: le Vittime per eccellenza. Infatti, la contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo è inevitabilmente anche contaminazione dell’organismo umano, ovvero nel sangue, es. il 100% di Pfas nei campioni ematici testati, con danni irreversibili e risarcibili. Questi danni per la popolazione alessandrina riguardano le alterazioni biologiche e le patologie contratte: ad esempio, per i Pfas, le cartelle cliniche per tumori renali/testicolari, tiroide, colesterolo, l’aterosclerosi, rischio di infarto e ictus, ipertensione eccetera. E va anche rilevato, ad esempio per i Pfas, che elevati livelli nel sangue costituiscono un danno risarcibile anche in assenza di sintomi: la consapevolezza di avere nel sangue sostanze pericolose genera danni per angoscia, stress e limitazioni alla qualità della vita.
 
Insomma, stiamo parlando di danni risarcibili, con class action, per decine di migliaia di cittadini di Alessandria. E non considerando il “metus”: la giustificata paura della malattia. Il risarcimento individuale del cittadino, infatti, terrà conto sia del danno biologico (quantificato in base al grado di contaminazione e alle patologie correlate) sia del danno morale/esistenziale. A quanto possono ammontare il danno biologico temporaneo per la presenza del veleno nel corpo, il danno biologico permanente e patrimoniale per coloro che hanno sviluppato patologie correlate e hanno sostenuto costi medici, e il danno morale per la sofferenza psichica?
I risarcimenti individuali sono diversificati dalla gravità della lesione e dalla durata dell’esposizione. Considerando i parametri delle tabelle medico-legali italiane e i precedenti riferimenti internazionali, agli esperti il risarcimento medio di 150mila euro per soggetto appare plausibile.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.
 
**  “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.

Patteggiamenti. L’ombra del cappio della Fluorsid pende minaccioso sulla Solvay.

La mancata bonifica della Fluorsid, leader mondiale della produzione fluoroderivati ​​inorganici per l’industria dell’alluminio, rammenta quella della Solvay Syensqo di Spinetta Marengo, leader monopolista nei fuoroderivati tecnopolimeri pfas.
 
Nel 2019, davanti al  GIP del Tribunale di Cagliari fu concluso un ampio patteggiamento e l’assunzione dell’obbligo di bonifica integrale per il gravissimo inquinamento ambientale causato dalle attività industriali Fluorsid spa nell’ area industriale di Cagliari – Macchiareddu , nella zona nelle umide di Santa Gilla , campagne del Cagliaritano.
 
Col patteggiamento, non vi è stato un dibattimento pubblico, né la possibilità di costituirsi parte civile, nemmeno la possibilità di valutare la gravità delle effettive responsabilità aziendali nel vero e proprio disastro ambientale, tant’è che gli imputati se la cavarono con l’irrisoria pena di qualche mese malgrado l’arresto del 2017.
 
Non solo, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari è stata, infine, costretta ad aprire due procedimenti penali – uno nel 2023, uno nel 2025 – in relazione alla mancata bonifica. (Report RAI 3, 11 gennaio 2026).
Potete approfondire la vicenda Fluorsid cliccando qui il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG).
 
Da questa illuminante esposizione del GrIG, non potrà sfuggire il parallelo con la vicenda Solvay di Spinetta Marengo che rischia di concludersi alla stessa stregua della Fluorsid, in quanto in tribunale ad Alessandria il Gup ha permesso l’avvio di un tentativo di patteggiamento che la multinazionale belga sta portando avanti dopo l’apripista del sindaco di Alessandria a Regione Piemonte e Ministero, e che potrebbe concretizzarsi a marzo prossimo senza un altolà dei nuovi GUP e PM.
 
Se clicchi qui, il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” fa il punto sul disastro ecosanitario della Solvay di Alessandria,  le cui acque di falda  sono le più contaminate d’Europa, con valori altissimi del composto pfas cC6O4 – oltre 220mila microgrammi per litro- prodotto esclusivamente dalla multinazionale belga. A tacere le ancor più gravi emissioni in atmosfera con altri venti tossici e cancerogeni.

Costruire la partecipazione dal basso. Le assemblee: “Non delega alla politica”.

Non si è presentato il sindaco a discolparsi all’assemblea pubblica tenutasi in Alessandria nel sobborgo di Spinetta Marengo, epicentro del disastro sanitario e ambientale della Solvay Syensqo: in aria acqua suolo con pfas cromo esavalente e gli altri 20 tossici e cancerogeni. Una assemblea partecipata al punto che si è dovuta trasferire nella chiesa parrocchiale di don Mauro, trasformata con striscioni e cartelli in un luogo di incontro civile prima ancora che spirituale.
I giornali locali l’hanno celebrata con video foto e ampi titoli: “Disastro ambientale in Fraschetta: la comunità senza saloni pubblici si ritrova in chiesa”, “Spinetta sfida i veleni. Nasce il comitato ‘Ce l’ho nel sangue’. Giustizia per Spinetta e per tutta la Fraschetta”, “Rompiamo il muro di assuefazione”: a Spinetta i comitati dei cittadini uniti”.
L’impegno comune dei Comitati e delle Associazioni) è: “non scendere a compromessi”, tipo i patteggiamenti di cui si è fatto alfiere il sindaco Giorgio Abonante accettando una manciata di euro. A questo proposito, Solvay, presente con autorevoli “osservatori” in assemblea, ha invece immediatamente ribadito di voler estendere “gli accordi transattivi con i diversi enti pubblici e gli enti esponenziali costituitisi parti civili nel procedimento penale”, cioè anche con Regione e Governo, e con le Associazioni ambientaliste stesse.   
Dall’assemblea sono state, invece, annunciate manifestazioni di piazza, anche con presidio del palazzo di giustizia, dove si paventa innanzi al GUP la conclusione a marzo del processo tramite questo famigerato patteggiamento, oppure dove sarà annunciato l’ennesimo rinvio di udienza, magari con il colpo di scena della nuova Procura con la clamorosa riformulazione del capo di accusa da colposo a doloso.
Soprattutto sono state comunicate due azioni collettive in sede civile, due class actions. Quella risarcitoria, per le Vittime della popolazione, avviata con la raccolta delle cartelle cliniche. E quella inibitoria per bloccare da subito le produzioni delittuose della Solvay. Per entrambe sono previste assemblee nei territori per raccogliere le adesioni popolari.
L’assemblea ha guadagnato la presenza dei ricercatori dell’Università di Torino, che nel merito di Spinetta editerà a breve il volume “Tossicità”, nonché del responsabile nazionale di Greenpeace che aveva identificato il territorio alessandrino come quello più colpito dai Pfas in Italia.
 Mentre è spiccata la complice assenza dei politici di destra e di sinistra, ad eccezione di “Alleanza Verdi e Sinistra” molto attiva nel parlamento europeo.
 
P.S. Un commento del “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”: C’è più consapevolezza del momento di passare dalla denuncia all’azione, di non continuare a chiedere alle Istituzioni le solite cose: quello che, si sa, non hanno fatto, quello che, si sa, sarà sempre rimandato. Tipo i fantomatici monitoraggi.  Cioè, è proprio il momento di passare direttamente, dal basso, all’azione. Cioè, di fare come è stato fatto e si sta facendo -collettivamente- in Veneto. Cioè, chiudere -ora, subito- le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo e risarcire sul serio -ora, subito- la popolazione. Fallita, stante l’attuale complicato contesto, l’ultima spiaggia del processo penale, dunque l’unica via onesta da praticare saranno le azioni in sede civile inibitoria e risarcitoria. Dunque, fare sul serio significa passare dagli annunci ai fatti https://www.rete-ambientalista.it/2026/01/06/dagli-annunci-ai-fatti-le-class-actions-solvay-e-miteni/

Dagli annunci ai fatti: le class actions Solvay e Miteni.

Il 2026 è l’anno maturo per la partenza delle azioni collettive, le class actions. Per la Solvay di Spinetta Marengo: una inibitoria per fermare le produzioni inquinanti, l’altra risarcitoria per la popolazione. Per la Miteni di Trissino, con il meglio di avvocati, comitati e associazioni: è già in corso la raccolta popolare delle adesioni per chiedere il risarcimento dei danni alla salute e alle proprietà immobiliari. Clicca qui https://www.youtube.com/watch?v=ziTpfOL_ZUU il video della Rete Veneta.
 
I risarcimenti in Piemonte potranno essere ben più consistenti perché Solvay Syensqo è attiva e sta facendo profitti miliardari. Gli infami patteggiamenti introdotti nel processo penale non le servirebbero a niente.
Si sta verificando la possibilità, regione per regione, di avviare class actions anche nei confronti delle Istituzioni locali. Perché no del governo?
 
Per quanto riguarda Alessandria, appesantisce la concomitanza con un procedimento penale disastrato che farebbe delle class actions l’ultima spiaggia per la popolazione. Dunque, sulla Rete Ambientalista https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/il-movimento-di-lotta-per-la-salute-maccacaro-fa-il-punto-sul-disastro-ecosanitario-della-solvay-di-spinetta-marengo/ , il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” fa il punto sulla complessità del disastro ambientale e sanitario:
 
1)            Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea. https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/1-cesare-parodi-e-quer-pasticciaccio-brutto-de-via-crimea/
2)            Salvi lupo, capra e cavoli sul barcone di comune, regione e governo? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/2-salvi-lupo-capra-e-cavoli-sul-barcone-di-comune-regione-e-governo/
3)            Cosa c’entrano “separazione delle carriere” e “riforma del CSM” con l’efficienza della Giustizia? Niente. https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/3-cosa-centrano-separazione-delle-carriere-e-riforma-del-csm-con-lefficienza-della-giustizia-niente/
4)            Non sono queste condotte dolose? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/4-non-sono-queste-condotte-dolose/
5)            Otto indagini epidemiologiche non bastano per risarcire le vittime del disastro sanitario di Alessandria? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/5-otto-indagini-epidemiologiche-non-bastano-per-risarcire-le-vittime-del-disastro-sanitario-di-alessandria/
6)            Centinaia di monitoraggi non bastano per chiudere gli inquinamenti? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/6-centinaia-di-monitoraggi-non-bastano-per-chiudere-gli-inquinamenti/
7)            Pesi e misure nel delitto perfetto: Luigi Guarracino. https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/7-pesi-e-misure-nel-delitto-perfetto-luigi-guarracino/

Il Movimento di lotta per la salute Maccacaro fa il punto sul disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo.

Con il seguente ampio servizio di fine 2025.  Con una sottolineatura. Chi scrive, da atavico tempo non è mai stato estimatore nella nebbia alessandrina  -salvo il periodo della procura di Michele Di Lecce- della sezione penale del tribunale che ha sede ad Alessandria in corso Crimea, neppure con parziale giustificazione della grave carenza di organico: per il 2026, fortunatamente è previsto l’arrivo di giudici di prima nomina, tutti al femminile.

Dimostrano questo critico giudizio, d’altronde, ben tre volumi, work in progress, di “Ambiente delitto perfetto”, di Lino Balza e Barbara Tartaglione, prefazione di Giorgio Nebbia. Ancora una precisazione è d’obbligo: le critiche del libro al sistema penale italiano, riferenti agli impuniti delitti contro l’ambiente, non hanno la benchè minima attinenza con le inaccettabili -nel metodo e nel merito- motivazioni della cosiddetta “riforma della giustizia” del governo, che ha come unico e vero obbiettivo di indebolire la magistratura.  Perciò è chiaro l’invito a votare NO al referendum.

1) Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea.

Chissà se Cesare Parodi, nuovo procuratore capo di Alessandria, avrà tempo e modo, impegnato nel referendum quale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, di rivedere fino in fondo i capi di imputazione del processo contro Solvay (Syensqo) che proprio a marzo 2026 dovrebbe riprendere… ovvero potrebbe non riprendere affatto. Fuori dai denti: senza una rivoluzione, il processo è già finito.
La nuova procura, infatti, ha ricevuto in eredità dalla precedente quello che noi riteniamo un pesante errore giudiziario, cioè un processo con incriminazione a carico della multinazionale belga dei reati di colpa piuttosto che di dolo. Colpa si avrebbe se gli eventi delittuosi fossero avvenuti per negligenza, imprudenza, imperizia (es. come per incidente per eccesso di velocità); mentre il dolo implica consapevolezza, intenzione e coscienza di causare gli eventi dannosi (es. come nel caso di Spinetta Marengo, di immane disastro sanitario e ambientale).  Va da sé che il dolo è punito più severamente rispetto alla colpa: un abisso che va dalle blande contravvenzioni pecuniarie della colpa fino alle estese reclusioni in carcere per dolo. A tacere il risarcimento delle Vittime e dei danni economici, ambientali o sociali della collettività locale e nazionale.
Per Parodi, significa anche entrare nel merito di una già lenta vicenda processuale che sovrappiù è stata davanti al GUP paralizzata per un anno onde agevolare il Patteggiamento di Solvay con le parti civili, patteggiamento che scaverebbe nella fossa definitivamente il debilitato procedimento penale. Entrare nel merito presume non ammettere che reati di dolo di quella portata possano impaludarsi nel mercimonium di valori che non dovrebbero essere commerciaticome la salute, la giustizia, la coscienza, la dignità.
Va da sé che, a riformulare i capi di imputazione e a bloccare la procedura di patteggiamento -peraltro, lo sconcertante GUP è stato trasferito- Cesare Parodi darebbe per scontato il plauso di Comitati e Associazioni, a maggior ragione sollecitato da quella sana porzione di avvocati di parte civile che perseguono la giustizia piuttosto che interessi di bottega (di certo, non può fare affidamento, anzi !, sui politici).
Per tutti, ma soprattutto per il procuratore capo, resta infine la bomba ad orologeria dei meticolosi esposti ricevuti da Luca Santa Maria, per 25 anni avvocato di punta di Solvay e dunque depositario di tutti i segreti aziendali. Negli esposti il famoso legale accusa puntigliosamente i vertici Solvay Syensqo di massime responsabilità penali -mai emerse da alcun processo- nell’inquinamento da PFAS in Italia, da Spinetta Marengo alla Miteni di Trissino: “Due epicentri, un solo disastro, una sola regia criminale. Una catastrofe ambientale e sanitaria pianificata.”, cioè di potenziali gravissime responsabilità tali da obbligare eventualmente a riformulare in dolo i processi di Alessandria e Vicenza (Venezia, in appello).
Insomma, i tempi per rimettere in moto la Procura sono strettissimi, l’approfondimento tecnico giuridico è di alto livello e complicato. Concludendo, purtroppo, come abbiamo iniziato: Cesare Parodi, nuovo procuratore capo di Alessandria con la nuova sostituta, avrà voglia di rivoluzionare l’iter processuale? Alzerà le mani della resa se anche il nuovo Gup spingerà per la soluzione del “patteggiamento”, oppure si opporrà al Gup?  Si opporrà se Solvay chiederà il procedimento di “rito abbreviato” che le consentirebbe di uscire parimenti indenne dal processo: cioè di essere giudicata rapidamente e sommariamente sulla base dei deboli atti raccolti dal PM precedente, evitando il dibattimento e ogni contradditorio, senza nuove prove, nessun accenno di reati di dolo, senza rischio di eventuali appelli, guadagnando anche, se non proprio l’assoluzione, una riduzione di pena di un terzo (più un ulteriore 1/6: riforma Cartabia), e, perché no, allentando la pressione mediatica?
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

3) Cosa c’entrano “separazione delle carriere” e “riforma del CSM” con l’efficienza della Giustizia? Niente.

Cosa hanno in comune i due processi per Miteni di Trissino e per Solvay di Spinetta Marengo? In parte l’avvelenamento: quello di Vicenza riguarda esclusivamente i Pfas, quello di Alessandria anche altri venti veleni tossici e cancerogeni, tipo cromo esavalente. Mentre soprattutto la differenza è data dal fatto che sono stati condotti da due tribunali diversi, e lo si vede: quello veneto ha concluso in tempi ragionevoli con una sentenza (di condanna), mentre quello piemontese non ha neppure avviato il dibattimento, ovvero nell’udienza preliminare sta praticamente assolvendo Solvay tramite patteggiamento. D’altronde la procura di Alessandria era stata clemente, quasi una tiratina d’orecchie, verso i due direttori accusati di un reato minore -di colpa– malgrado la condanna della Cassazione nel primo processo, cioè malgrado la reiterazione dei delitti, anzi il loro aggravamento.
 
Invece, la Procura di Vicenza (Paolo Fietta e Hans Roderich Blattner) aveva formulato capi di imputazione per reati di dolo: avvelenamento doloso delle acque, disastro doloso innominato, inquinamento ambientale, illecito amministrativo e bancarotta per falso in bilancio. Così la Corte di Assise vicentina (presidente Antonella Crea) ha sposato interamente le accuse della propria procura rivolte non tanto a direttori piccoli capri espiatori bensì alle responsabilità apicali dell’azienda, e ha condannato 11 fra manager e vertici della Miteni fallita di Trissino, e delle multinazionali Icig e Mitsubishi, a complessivi 141 anni di reclusione, disponendo anche risarcimenti da decine di milioni di euro.
 
Il punto centrale della pesantezza delle condanne (fino a 17 anni per l’italiano Luigi Guarracino, e per i tedeschi Patrick Fritz Hendrik Schnitzer e Achim Georg Riemann, e per l’irlandese Brian Anthony Mc Glynn, e 16 anni per l’olandese Alexander Nicolaas Smit), è che Miteni sapeva di avvelenare, l’inquinamento è stata una scelta precisa. Conoscevano certezze scientifiche anche assolute, avevano un quadro informativo dettagliato sulla contaminazione del sito e sugli effetti sulla salute delle migliaia lavoratori e delle centinaia di migliaia di cittadini. Non solo accettarono il rischio di inquinare, ma ne avevano la consapevolezza, risparmiarono sui costi di sicurezza, anzi occultarono sistematicamente le prove, e se ne assunsero le conseguenze allo scopo di guadagnare senza curarsi delle conseguenze ambientali e per la salute pubblica.
Insomma, il profitto è il movente che rafforza la gravità dei comportamenti contestati. Indubbiamente i reati per Miteni sono di dolo. Indubbiamente, sarebbero gli stessi reati contestabili per Solvay: gli stessi dettagliatamente dimostrati negli 11 esposti all’ex procuratore capo di Alessandria, Enrico Cieri, dal Movimento di lotta per la salute Maccacaro.
 
Infine, giustamente esaltata la sentenza di Vicenza sul versante delle responsabilità dolose (sulla quale pur pende la spada di damocle dei ricorsi in appello a Venezia), però non si può non stigmatizzare la ingiustizia per quanto riguarda l’esiguità degli indennizzi all’ambiente violato: 56 milioni di euro alla regione Veneto, 6,5 milioni, ai comuni della zona rossa tra Vicenza, Padova e Verona, e, somma ingiustizia, dei risarcimenti alle Vittime: la miseria delle 15-20 mila euro, peraltro ad una minoranza della popolazione. Né si dimentichi che l’Inail ritarda a riconoscere la malattia professionale ai lavoratori ex Miteni.

4) Non sono queste condotte dolose?

Uno degli esposti denunciati dal “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” alla Procura di Alessandria https://www.rete-ambientalista.it/?s=Accuso+Solvay+in+tribunale+per+il+mio+cancro.+Ma+anche+per+gli+operai.  
ha riguardato i risultati delle ricerche scientifiche (Centre Hospitalier Universitaire de Liège Service de toxicologie Professeure Dr Corinne Charlier), che permettevano già anni fa di affermare che la popolazione di Spinetta Marengo è significativamente contaminata sia dai cosiddetti “vecchi” che dai “nuovi PFAS: PFOA – C6O4, – ADV, tutti tossici e cancerogeni.
Si consideri che anche  questa testimonianza è impedita dal GUP che ha escluso Lino Balza quale parte civile al Processo in corso.

Class actions dopo il fallimento dei processi penali.

<< Vi racconto come i pfas ci uccidono lentamente
17.11.25 – Redazione Italia
Class actions dopo il fallimento dei processi penali.
…Esistono vie alternative alle fallimentari sedi penali, che -per dovere morale e civile- vanno tentate. Lo ripeto da dieci anni. Class actions in sede giudiziaria civile: 1) con azione risarcitoria collettiva, patrimoniale e non, per le Vittime fisiche (cittadini e lavoratori) del disastro sanitario, e 2) con azione inibitoria collettiva in materia ambientale per bloccarlo il disastro ecosanitario della Solvay, per fermarle le produzioni inquinanti.
Per queste azioni, realizzate con successo nel mondo, ma finora mai tentate contro il colosso Solvay in Italia, per la loro riuscita è necessaria la garanzia che siano affidate -come stiamo facendo per l’azione inibitoria- ad uno Studio Legale con un pedigree di radicalità e onestà invalicabile sia sotto il profilo umano/lotta ecologista che sotto quello strettamente professionale. Ad un gruppo di professionisti, cioè, con un passato di lotta ambientalista e che investono decine di migliaia di euro su un valido staff di tecnici ed esperti assortiti per le varie esigenze scientifiche necessarie in tribunale. Senza alcun rischio per i beneficiari… >>

Il risarcimento ai Pfas è un nostro diritto.

Gli esiti dei Processi in sede penale, incompleti a Vicenza e fallimentari ad Alessandria, hanno vieppiù validato il ricorso ai tribunali civili: class actions per azione risarcitoria e per azione inibitoria; quest’ultima efficace per fermare le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo che determinano l’aggravarsi del disastro sanitario e ambientale (la Miteni di Trissino è chiusa dal 2018).
 
Dunque, a Montagnana (PD), il 27 novembre 2025, “Mamme No Pfas” hanno appunto organizzato con il Comitato il convegno “Pfas, il risarcimento è un tuo diritto”. La class action risarcitoria è presentata da FiDeAL in collaborazione con fondi di investimento specializzati nel finanziamento del contenziosoal fine di garantire alle Vittime i risarcimenti   per danni fisici (biologici) e ulteriori danni, anche patrimoniali.
FiDeAL, che ha avviato un progetto — “Risarcimento PFAS” — per tutelare i cittadini coinvolti nella contaminazione da PFAS, può essere valido interlocutore per quanto stiamo già organizzando ad Alessandria in materia di class action risarcitoria (oltre a quella inibitoria).

Class actions dopo il fallimento dei processi penali.

Se qualcuno, in buona fede: intendo (non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire), avesse ancora qualche dubbio sulla necessità non più rinviabile di avviare in sede civile una class action inibitoria contro Solvay per bloccare d’urgenza le produzioni di Spinetta Marengo che causano il disastro sanitario e ambientale di Alessandria, quel qualcuno dovrebbe interrogarsi sui Fatti.
Uno dei fatti, il principale, è che i processi in sede penale, almeno per quando riguarda Alessandria (ma anche in generale: vedi le 518 pagine, non aggiornate, del nostro “Ambiente Delitto Perfetto” volume 1° prefazione del grande Giorgio Nebbia) sono un fallimento per la tutela della Salute e delle Vittime. Lo ripeto giusto da dieci anni, da quando il processo contro Solvay si concluse senza vere condanne, senza risarcimenti per le Vittime, dunque senza nessuno seguito di bonifiche del territorio.
Ad analogo fallimento è destinato il nuovo processo Solvay, già moribondo al concepimento: con capi di imputazione dei PM irrilevanti (di colpa anziché di dolo) e scaricati su due piccoli capri espiatori nullatenenti (piuttosto che sulle spalle dei  miliardari padroni dell’azienda), eppoi proseguito anzi neppure proseguito ma arenato dal GUP almeno fino  al 2026 per consentire quell’opaco Patteggiamento della Solvay con le Parti civili che porrà la pietra tombale anche su questo processo: senza condanne, senza risarcimenti per le Vittime, senza seguito di bonifiche del territorio.
Gli avvocati penalisti di parte civile, quelli onesti e ottimisti, sperano che questo inevitabile nuovo fallimento sarà ribaltato da un colpo di scena: da una sopraggiunta sostituzione dei giudici del tribunale di Alessandria. Purtroppo hanno torto: è una velleità, i buoi sono già scappati, è troppo tardi -con tutto il rispetto per i nuovi giudici- per ristrutturare di sana pianta (dolosa) l’impalcatura (colposa) del processo, per ricominciare da punto e a capo il processo, un lavoro che durerebbe anni, mentre nel frattempo per altri anni e anni migliaia di persone sarebbero condannate a malattie e morti.
Esistono vie alternative alle fallimentari sedi penali, che -per dovere morale e civile- vanno tentate. Lo ripeto da dieci anni. Class actions in sede giudiziaria civile: 1) con azione risarcitoria collettiva, patrimoniale e non, per le Vittime fisiche (cittadini e lavoratori) del disastro sanitario, e 2) con azione inibitoria collettiva in materia ambientale per bloccarlo il disastro ecosanitario della Solvay, per fermarle le produzioni inquinanti.
Per queste azioni, realizzate con successo nel mondo, ma finora mai tentate contro il colosso Solvay in Italia, per la loro riuscita è necessaria la garanzia che siano affidate -come stiamo facendo per l’azione inibitoria- ad uno Studio Legale con un pedigree di radicalità e onestà invalicabile sia sotto il profilo umano/lotta ecologista che sotto quello strettamente professionale. Ad un gruppo di professionisti, cioè, con un passato di lotta ambientalista e che investono decine di migliaia di euro su un valido staff di tecnici ed esperti assortiti per le varie esigenze scientifiche necessarie in tribunale. Senza alcun rischio per i beneficiari.
Per l’opzione class actions, chi risponde alla propria coscienza, cioè in scienza e buona fede (ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire), aggiorna sempre più gli altri Fatti: una mole di documentazione di indagini ambientali ed epidemiologiche. Ad esempio, di recente, i DATI EPIDEMIOLOGICI SULLA CONTAMINAZIONE DI SPINETTA MARENGO. Documentazione scientifica a supporto dell’appello dei medici. I dati riportati provengono da studi epidemiologici ufficiali condotti da: Servizio di Epidemiologia, ASL TO3 Piemonte, ARPA Piemonte, ASL Alessandria. Gli studi sono stati richiesti dalla Procura della Repubblica di Alessandria nell’ambito dell’inchiesta per inquinamento ambientale.

Così parlò bellantonio.

La separazione delle carriere è il primo passo per trasferire la magistratura inquirente sotto controllo dell’esecutivo… Non sono le carriere, ma i comportamenti che fanno la differenza. Anche un pm e un avvocato possono trovarsi imputati perché si son messi d’accordo” (4.2.2000). “Si vorrebbe imporre, per garantire l’imparzialità del giudice, la separazione non fra potere giudiziario e politico, ma fra magistrati inquirenti e giudicanti: così le inchieste contro la corruzione e il potere politico non si potranno più fare con serenità” (15.3.2000). “Voterò no al referendum per separare le carriere” (15.5.2000). “La Giustizia ha bisogno di interventi radicalmente opposti a quelli sbandierati dal Polo: non la separazione delle carriere e lo snaturamento del Csm aumentando i membri di nomina politica” (13.1.03). “La divisione delle carriere impedirà la fisiologica trasmigrazione tra pm e giudici, con grave danno per le professionalità e la libertà di scelta dei magistrati” (8.3.03). “Il processo di Milano (a Berlusconi e Previti per corruzione di giudici, ndr Travaglio) dimostra che a carriere separate possono accadere cose turche.
 
In primo grado ha dimostrato che degli avvocati possono corrompere dei giudici. Più separate di così, le carriere, si muore! Il problema non sono le carriere, ma la deontologia professionale, la moralità di chi svolge incarichi pubblici delicati” (4.5.03). “Il centrodestra vuole separare le carriere per mettere sotto controllo dell’esecutivo la magistratura. È il vecchio piano di Licio Gelli, poi ripreso dal libro rosso di Previti” (24.3.04). “Il ministro Alfano vuole separare le carriere in violazione del dettato costituzionale. La Giustizia affidata al governo Berlusconi è come un pronto soccorso lasciato in balìa di Dracula” (4.6.08). “Berlusconi lasci stare Falcone, è come il diavolo che parla dell’acqua santa. I problemi della Giustizia sono la mancanza di fondi e di personale, non la mancata separazione delle carriere. Così si vuole solo sottomettere la giustizia al potere politico e segnare la fine della certezza del diritto” (21.8.08). “La separazione delle carriere è l’anticamera della fine dell’obbligatorietà dell’azione penale, attraverso il controllo dell’esecutivo sul pm. È una proposta gravissima perché farebbe crollare uno dei cardini della Costituzione: l’autonomia della magistratura” (15.7.13).
 
Così parlò per tutta la vita Antonio Di Pietro: idee chiarissime contro tutte le bicamerali e le schiforme di ogni colore. Poi un giorno qualcuno lo convinse che era sempre stato favorevole alla separazione delle carriere e lui non solo cominciò a dire il contrario di ciò che aveva sempre pensato, ma entrò persino nel Comitato del Sì alla schiforma Nordio. Chissà com’è successo.

L’ANM si mobilita per il No nella campagna referendaria.

L’assemblea dell’ Associazione Nazionale Magistrati, di cui Cesare Parodi è presidente,  lancia la campagna referendaria per votare no alla separazione delle carriere e dei due Csm. Il documento unitario spiega: “L’ANM: non può restare inerte di fronte a una riforma che altera l’assetto dei poteri disegnato dai Costituenti… L’Alta Corte disciplinare è uno strumento di condizionamento dei magistrati; la separazione delle carriere indebolisce il giudice e avvicina il pm al potere esecutivo; il sorteggio dei componenti togati del Csm svuota la rappresentanza democratica e altera gli equilibri in favore della componente politica.
 
La sostanza della riforma,  che va spiegata ai cittadini, è che non c’è una bega tra magistrati e politici ma una battaglia che riguarda la qualità della vita democratica di tutti.
 
L’Associazione Nazionale Magistrati e le opposizioni punteranno sulla politicizzazione del referendum e sul pericolo della svolta autoritaria: “il pm sotto l’esecutivo”, che favorisce politici e colletti bianchi, e magari rimarcando che la giustizia diventerebbe ancora meno uguale per tutti: già ora favorisce potenti e ricchi, già ora è giustizia di classe. Invece,  la maggioranza di governo, con il grosso dell’apparato mediatico, costruirà la campagna sugli errori giudiziari, sulle lentezze della giustizia e sulla “casta” delle correnti: l’obiettivo di Palazzo Chigi è quello di puntare  su una strategia popolare, incentrarla sugli errori giudiziari (dai casi di Berlusconi a Garlasco passando per Tortora), ma anche sui presunti privilegi della “casta” dei giudici fino alle “incrostazioni delle correnti”; tutto inquadrabile in un concetto semplice e comprensibile ai cittadini: “Chi sbaglia paga”.
 
Clicca qui un commento di Henry John Woodcock. 

Piano di azioni per scongiurare la tragedia dei Pfas.

Foto ricordo.
Il 2026 può essere l’anno che sancisce la immane tragedia sanitaria dei PFAS, paragonabile a quella dell’amianto. In altre parole, fisserebbe la vittoria in Italia della lobby chimica diretta dalla multinazionale Solvay (Syensqo): costruita su quattro assai controversi terreni: sul versante della debole magistratura di Alessandria, sul versante delle compromesse istituzioni politiche locali, e sui versanti delle asservite forze parlamentari italiane ed europee.
 
La tragica vittoria, invece, può essere ancora scongiurata tramite 12 concrete azioni dei Comitati e delle Associazioni che stanno discutendo di mettere in campo.
 
1) Coordinare Alessandria con Vicenza, affinchè, per conto dei Comitati e delle Associazioni, gli studi legali intraprendano urgenti procedimenti giudiziari in sede civile di azione risarcitoria collettiva, patrimoniale e non, per le Vittime fisiche (cittadini e lavoratori) dei disastri ecosanitari dei siti industriali Solvay di Spinetta Marengo ed ex Miteni di Trissino.
 
2) In Alessandria, i Comitati e le Associazioni per impegnare i propri studi legali a verificare di intraprendere urgenti procedimenti giudiziari in sede civile di azione inibitoria collettiva in materia ambientale per bloccare il disastro ecosanitario del sito industriale Solvay di Spinetta Marengo.
 
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Piano di azione per scongiurare la tragedia dei Pfas.

Il 2026 può essere l’anno che sancisce la immane tragedia sanitaria dei PFAS, paragonabile a quella dell’amianto. In altre parole, fisserebbe la vittoria in Italia della lobby chimica diretta dalla multinazionale Solvay (Syensqo). La tragica vittoria, invece, può essere ancora scongiurata tramite concrete azioni dei Comitati e delle Associazioni.
Infatti, allo stato attuale (si veda l’analisi https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/04/il-2026-e-alle-porte-snodo-cruciale-per-i-pfas-della-solvay/  sul Sito www.rete-ambientalista.it  del “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”) il possibile trionfo di Solvay è stato costruito su quattro assai controversi terreni: sul versante della debole magistratura di Alessandria, sul versante delle compromesse istituzioni politiche locali, e sui versanti delle asservite forze parlamentari italiane ed europee.
Invece, questo trionfo sulla pelle della gente può essere sbarrato con un “Piano di salvataggio dalla tragedia dei Pfas” che i Comitati e le Associazioni possono mettere in campo tramite undici incisive azioni:
1) Coordinare Alessandria con Vicenza, affinchè, per conto dei Comitati e delle Associazioni, gli studi legali intraprendano urgenti procedimenti giudiziari in sede civile di azione risarcitoria collettiva, patrimoniale e non, per le Vittime fisiche (cittadini e lavoratori) dei disastri ecosanitari dei siti industriali Solvay di Spinetta Marengo ed ex Miteni di Trissino.
2) In Alessandria, i Comitati e le Associazioni impegnano i propri studi legali a verificare di intraprendere urgenti procedimenti giudiziari in sede civile di azione inibitoria collettiva in materia ambientale per il disastro ecosanitario del sito industriale Solvay di Spinetta Marengo.
N.B. L‘azione inibitoria collettiva in materia ambientale è uno strumento processuale che permette a un’associazione o un comitato, o anche a chiunque abbia interesse, di richiedere al giudice la cessazione di un comportamento che lede l’ambiente e la salute pubblica. Questa azione introdotta nell’ordinamento italiano mira a prevenire o interrompere danni ambientali, sia attuali che potenziali, causati da attività illecite. A differenza dell’azione risarcitoria collettiva, class action, l’azione inibitoria non mira al risarcimento del danno, ma alla prevenzione o all’interruzione del comportamento lesivo. 
3) Coordinare Alessandria con Vicenza, affinchè, per conto dei Comitati e delle Associazioni, gli studi legali riesaminino la formulazione dei processi penali di Alessandria e Vicenza alla luce (vedi sul Sito) del documento (in sé: notizia di reato) trasmesso alle Procure della Repubblica di Alessandria e Vicenza dall’avvocato Luca Santa Maria (ex Solvay) che individua una regia dolosa unica delle responsabilità penali, e apicali, per gli attuali processi di Alessandria (colposo) e di Vicenza (doloso): ipotizzabili per i PM istanze di nuove indagini, unificazione dei fascicoli, perfino rogatorie. 
4) In Alessandria, i Comitati e le Associazioni impegnano i propri studi legali a coordinarsi per chiedere alla locale Procura la riformulazione dei capi di accusa da colposi a dolosi. A maggior ragione perché una sequela di rinvii delle udienze ha fermato il processo per due anni, anche con una negoziazione opaca tra le parti (GUP).
5) I Comitati e le Associazioni reputano rilevante che il Comune di Alessandria emetta ordinanza di fermata delle produzioni della Solvay inquinanti dentro e fuori il comune, come imporrebbe il principio di precauzione, esercitando le prerogative di legge che derivano al sindaco nella sua veste di massima Autorità Sanitaria Locale.
6) I Comitati e le Associazioni, in forza anche delle Mozioni Popolari presentate, basate sui principi della prevenzione e della precauzione / “limiti zero”, ribadiscono al Parlamento la richiesta della messa al bando dei Pfas in Italia, della loro produzione e utilizzo, ovvero della fermata delle produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo quale pregiudiziale “conditio sine qua non” del fattuale divieto di Legge. 
7) In Alessandria, i Comitati e le Associazioni impegnano i propri studi legali a respingere ogni proposta di Patteggiamento con Solvay, che strozzerebbe il processo locale, nonché la stessa Legge nazionale basata sui principi della prevenzione e della precauzione / limiti zero.
8) I Comitati e le Associazioni diffidano le Istituzioni locali e nazionali a intraprendere contrattazioni di patteggiamento con Solvay, che strozzerebbero il processo di Alessandria, nonchè la stessa Legge nazionale basata sui principi della prevenzione e della precauzione / limiti zero.
9) I Comitati e le Associazioni invitano in particolare il sindaco di Alessandria a recedere dal patteggiamento intrapreso (azione possibile in quanto non vi è accordo di patteggiamento con il Pubblico Ministero e prima che il giudice si pronunci).
10) I Comitati e le Associazioni chiedono al Governo di destinare immediatamente risorse tecniche, economiche ed umane adeguate al monitoraggio ambientale e sanitario dei Pfas in Italia, a maggior ragione in Veneto e Piemonte dove già urge provvedere a idonee misure cautelari e interventi di bonifica.
11) I Comitati e le Associazioni, in particolare chiedono alla Regione Piemonte, nel cui territorio i ritardi dei monitoraggi ambientali e sanitari sono ancora più evidenti, di non rallentare ulteriormente l’opaco monitoraggio del sangue della popolazione alessandrina. Va da sé, escludendo ogni patteggiamento con Solvay. 
LA DETERMINAZIONE DEI COMITATI E DELLE ASSOCIAZIONI, DI CONSEGUIRE LE AZIONI COMPRESE NEL “PIANO DI SALVAGUARDIA”, POTRA’ ‘CONVINCERE’ SOLVAY AD ESTENDERE ALL’ITALIA LA SUA STRATEGIA DI DISIMPEGNO DAI PFAS. PIUTTOSTO CHE CONCENTRARE LE PRODUZIONI IN ITALIA, A SPINETTA. (clicca qui)

Neppure il tribunale di Vicenza ha fatto giustizia sui Pfas.

La sentenza del tribunale di Vicenza può essere definita “storica” perché per la prima volta, a differenza dei tribunali di Alessandria, ha condannato gli inquinatori di Pfas per “dolo”: avvelenamento dell’acqua e disastro ambientale (141 anni di carcere). Ma non ha fatto giustizia fino in fondo. Non ha condannato Solvay (si legga il documento dell’avvocato Santa Maria). Si è limitata a risarcire 300 parti civili: 15mila euro sarebbero un risarcimento per le mamme che hanno trovato livelli enormi di PFOA nel sangue dei loro figli, sapendo che non esiste un limite minimo innocuo?
 
E gli altri bambini avvelenati? E gli altri 300.000 abitanti tra Padova, Verona e Vicenza? contaminati da Pfas “sostanze chimiche eterne” che evidenzieranno i loro effetti tossici e cancerogeni (al sistema immunitario e riproduttivo, disfunzioni tiroidee ecc.) nel corso degli anni, anche fra dieci, venti anni, come per l’amianto? A tacere le bonifiche che non verranno.

Il 2026 è alle porte. Snodo cruciale per i Pfas della Solvay.

IL GRANDE FRATELLO SOLVAY

Proprio temendo il contagio di una sentenza al processo Miteni, che -“storica”-  a Vicenza c’è davvero stata pur con luci e ombre  *1 (clicca qui), da Bruxelles, casa madre Solvay, l’amministratrice delegata di Syensqo, Ilham Kadri, aveva fissato con tutto il management l’imperativo de “il grande fratello”:  fermare il mondo,

“arrêter le monde”, attorno allo stabilimento di Spinetta Marengo, fino alla fatidica data del 2026.
Sul versante della magistratura,

ad Alessandria la Procura, malgrado le urgenze dei nostri esposti-denuncia, ha avviato il processo-bis SOLO nel 2024 e con un rinvio a giudizio che NON contempla il reato di dolo. A sua volta, Solvay ha ritardato le udienze con espedienti: ricusazione del “Giudice dell’udienza preliminare”, cambio dello staff legale. Poi, la mossa determinante è stata la proposta strategica di Patteggiamento *2 (clicca qui), incentivata dal Sindaco e incentivata dal Sindaco e  agevolata dal GUP con lo slittamento di un altro anno. E Solvay ha così traguardato il 2026 senza che in concreto sia iniziato il processo (dal quale peraltro avrebbe poco da temere considerati i blandi capi di imputazione): procedimento penale che -ammesso e non concesso che non sia strozzato da rito alternativo- durerebbe comunque tutto un decennio, fino alla Cassazione. Insomma, il classico  Delitto Perfetto *3 (clicca qui e qui) del rito penale, celebrato nell’ambito della “giustizia di classe” che premia l’inquinatore.

Sul versante della politica locale,

dove, con i lavoratori usati come scudi e la subalternità dei Sindacati, vanno in onda l’ennesima parodia dell’Osservatorio ambientale comunale, la “melina” ostruzionistica in Conferenza dei Servizi per il rinnovo dell’AIA Autorizzazione Integrata Ambientale, e soprattutto lo scandalo del Patteggiamento. Insomma, a livello locale il traguardo del 2026 è ormai superato.  D’altronde, era del tutto ipotetico il pericolo che il Sindaco, quale massima autorità sanitaria locale, agisse con una ordinanza di fermata delle produzioni inquinanti. E, difatti, pretestuosamente il “primo cittadino” ha preferito eclissarsi dietro il Parlamento e dietro la Regione Piemonte; anzi, ha fatto di peggio: da apripista ai Patteggiamenti con Governo e Regione. *2 (clicca qui).

D’altronde, la Regione Piemonte continua a temporeggiare *4 (clicca qui), in particolare a oscurare i monitoraggi sanitari, ad eclissare l’emblematica “pistola fumante” del crimine, a rallentare -al limite del “surplace- il biomonitoraggio ematico di massa della popolazione provinciale.  Anche se proprio il micro biomonitoraggio in atto nel Comune di Alessandria, per quanto truccato nei tempi e nella dimensione, già dimostra che 9 residenti su 10 hanno i Pfas nel sangue (e non solo). Completamente trascurati restano  gli altri Comuni (Piovera, Cassine, Castellazzo Bormida, Frascaro, Sezzadio, Basaluzzo, Bosco Marengo, Capriata d’Orba, Frugarolo, Castelspina, Casal Cermelli) i cui abitanti erano pur risultati avvelenati nel sangue dai Pfas C6O4 e ADV a seguito del “mini monitoraggio sperimentale” della Regione 5 *(clicca qui

D’altronde, nel favorire lo stallo produttivo e politico della Solvay, la Regione Piemonte fa inevitabilmente mancare i soldi anche per i monitoraggi dell’ambiente in atmosfera e al suolo. 6* (clicca qui).  Al punto che l’Arpa pubblicamente ne paventa addirittura lo stop, malgrado che i picchi dei prelievi stanno confermando il costante aumento di cC6O4, ADV, PFOA e GEN-X, tanto nei Sobborghi che nel Capoluogo e nei Comuni alessandrini.

Tale e quale è questo scandalo piemontese 5* (clicca qui)  che  avviene dopo i pozzi privati chiusi nel Comune di Alessandria dentro e fuori lo stabilimento, dopo la chiusura dell’acquedotto del Comune di Montecastello, dopo la tardiva chiusura di altri due pozzi  del Comune di Alluvioni – Piovera,  dopo che abbiamo denunciato la mancata chiusura dei pozzi dell’acquedotto di Alzano Scrivia, Guazzora e Alzano Scrivia, dopo che  allarmano  le analisi  su dieci pozzi dell’acquedotto di Alessandria,  dopo che  il Bormida è di nuovo inondato da masse di schiume, dopo che traboccano  di schiuma le vasche di raccolta dentro lo stabilimento, dopo che l’azienda addirittura è costretta a fermare un reattore dell’impianto più importante, dopo che perfino la complice Provincia è costretta a fingersi minacciosa con una ordinanza di bonifica eccetera.

Sul versante del Parlamento,

il 2026 è stato praticamente traguardato. I Parlamentari emanano leggi manovrate dalla potente lobby multinazionale Solvay. Infatti, in Senato il pericoloso Disegno di Legge (Crucioli) di messa al bando della produzione e dell’uso dei Pfas è stato definitivamente collocato in soffitta; mentre invece, come previsto  7* (clicca qui) nella complice bonaccia della politica italiana,

il recente decreto legislativo ispirato da Solvay ha ignorato Spinetta Marengo:

è stato cucinato sulla pelle della popolazione di Alessandria.

In quanto, 1°) lo stabilimento di Spinetta Marengo è l’unico in produzione in Italia dei perluoropolimeri, fluoroelastomeri e fluidi fluorurati; 2°) l’inquinamento di Spinetta Marengo non riguarda solo i Pfas, che ne rappresentano appena la punta dell’iceberg; e 3°) la contaminazione da Pfas in atmosfera è ancora più grave di quella sulle acque di superfice e di falda: in atmosfera dalle 72 ciminiere dolosamente continuano sulla provincia a ricadere -in aria terra acqua- 21 veleni tossici e cancerogeni (tra cui  i vecchi e i nuovi Pfas), respirati, disciolti nella nebbia, nella pioggia, nel pulviscolo atmosferico, nelle polveri sottili.

Che l’atmosfera di Alessandria è avvelenata dalla Solvay non  solo politicamente ma anche chimicamente 8* (clicca qui) l’abbiamo dimostrato più volte e, con l’esposto del 7 aprile 2023 via PEC avevamo proprio chiesto alla Procura di intervenire. A sua volta, il DDL Crucioli avrebbe fermato le produzioni Solvay in Italia e nell’immediato il progredire di malattie e morti fra le popolazioni del territorio, sacrificate invece dal recente Decreto legislativo ispirato da Solvay  9* (clicca qui) e 10* (clicca qui).

Per il resto, il decreto riguarda la qualità delle acque destinate al consumo umano: (a prescindere dai tempi e dai costi dei servizi pubblici) il limite introdotto resta ben lontano dai valori più cautelativi per la salute inseriti da altri Paesi europei; si affianca, dal 2026, a quello previsto dalla Direttiva Europea, il quale però a sua volta non è ritenuto da Efsa sufficiente a tutelare la salute dei cittadini. Insomma, a livello europeo, si discute ma non si conclude, per veto della lobby chimica, una efficace restrizione universale dei PFAS proposta da diversi stati membri. Insomma, non ci sarà la dichiarata stretta sui Pfas prima del 2026, gli appelli sono caduti nel vuoto, vincono le lobby industriali e vieppiù militari (i “forever chemicals” sono  indispensabili nel mercato della guerra in auge *11 (clicca qui).

Insomma, il decreto -modello Meloni-  è la longa manus della lobby chimica trasversale nel Parlamento italiano dove sono state presentate perfino dalle minoranze compromettenti Mozioni *12 (clicca qui).

Addirittura, il decreto è funzionale anche ad accontentare quanti, nei pressi dell’ambientalismo, lo considereranno “un piccolo passo in avanti, un segnale positivo”, dimenticando che, come pur sottolinea Greenpeace, “quando si parla di sostanze cancerogene non esiste alcuna soglia di sicurezza diversa dallo zero tecnico». 

Ma “Arrêter le monde “c’est impossible

In conclusione. Solvay ha vinto? Nel 2026 è concepibile, in pieno centro abitato, questa fabbrica ad alto rischio chimico e di catastrofe industriale, di cui i Pfas sono la punta dell’iceberg tossico e cancerogeno? Niente affatto. Ormai è impossibile per Solvay oscurare l’entità della letteratura scientifica biomedica internazionale sui Pfas: essa è proporzionale alla crescita di attenzione e di preoccupazione dovuta al combinato-disposto della loro pericolosità ambientale e sanitaria, la loro diffusione globale, nonché la persistenza che caratterizza l’esposizione umana. 

Si tratta di un numero enorme di composti resistenti alla degradazione chimica, biologica e ambientale dovuta alla forza del legame carbonio-fluoro: rimangono nelle matrici ambientali per tempi lunghissimi (da decenni a secoli), si bioaccumulano nel sangue e nei tessuti di esseri umani e animali, l’esposizione umana riguarda praticamente tutta la popolazione mondiale, inclusi feti e neonati, con micidiali effetti sulla salute, anche a basse dosi: il loro quadro complesso e preoccupante cresce col progredire degli studi. Per essi, ci avvaliamo di questa esaustiva Relazione del dottor Fabrizio Bianchi, componente del Comitato scientifico di ISDE Italia.   *13 clicca qui.

Resto convinto che, di fronte a questa immane tragedia sanitaria ed etica, “arrêter le monde” fermare il mondo sarà impossibile anche per “il grande fratello” Solvay. Però gli è possibile -come abbiamo finora esaminato- ritardare, sull’altare dei profitti, la fermata delle produzioni inquinanti dello stabilimento di Spinetta Marengo. Gli è possibile sfruttando le leggi, chi le fa, chi le applica e chi neppure le applica.

In radicale alternativa alla strategia Solvay, resto convinto, e impegnato, che noi possiamo accelerare l’urgenza del salvifico processo di chiusura.

Tramite azioni collettive di lavoratori e cittadini. Possiamo superare l’inidoneità delle sedi penali a fare Giustizia, ricorrendo alle sedi civili: con la class action risarcitoria alle Vittime (come stimolò il Procuratore Generale della Cassazione: “toccate Solvay nel portafoglio”), e con la determinante l’efficacia dell’azione inibitoria collettiva ambientale: quanto mai in linea di principio allineabile alla recente sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione in materia di danni climatici e protezione dei diritti umani *14 (clicca qui).  In USA, per i Pfas gli inquinatori sono toccati nel portafoglio per milioni di dollari *15 (clicca qui).

In Italia, made in Alessandria, avvocati di parte civile (ahimè, anche quelli che patrocinano associazioni ambientaliste e persone fisiche) spingono al patteggiamento piuttosto che alla sentenza di condanna: massimo guadagno di parcella col minimo sforzo, una manna per se stessi, ma a danno etico e morale della Giustizia e delle Vittime, a notevole danno, perché no? anche patrimoniale delle Vittime. 

Lino Balza –  Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

1* https://www.rete-ambientalista.it/2025/07/09/luci-e-ombre-nel-processo-pfas-di-vicenza/

2* https://www.rete-ambientalista.it/2025/04/09/il-comune-ha-fatto-da-bulldozer-colpo-di-spugna-della-solvay-sul-processo-e-sulla-messa-al-bando-dei-pfas-premio-miliardario-alla-presidentessa-syensqo/

3* http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3077:le-vittime-non-ottengono-giustizia-nei-tribunali-penali&catid=2:non-categorizzato

3* https://www.rete-ambientalista.it/2025/06/27/scandalizza-i-comitati-e-le-vittime-il-processo-solvay-di-alessandria/ 

4* https://www.rete-ambientalista.it/2025/07/09/un-altro-dei-tanti-rinvii-pfas-della-regione-piemonte/

5* https://www.rete-ambientalista.it/2024/05/09/altri-pozzi-di-acquedotto-chiusi-ad-alessandria-per-i-pfas-ma-lasl-fa-il-gioco-di-solvay/

6* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/fanno-mancare-i-soldi-per-monitorare-aria-suolo-falde-e-fiumi/

7* https://www.rete-ambientalista.it/2025/06/21/solvay-manovra-da-sempre-il-parlamento-italiano/

8* https://www.rete-ambientalista.it/2025/07/17/latmosfera-di-alessandria-avvelenata-dalla-solvay/

9* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/il-decreto-legislativo-ispirato-da-solvaysulla-pelle-dellapopolazione-di-alessandria/

10* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/limiti-zero-pfasin-italia-perfinogli-ambientalisti-balbettano-2/

11* https://www.rete-ambientalista.it/2025/07/09/in-piu-la-partita-dei-pfas-va-ben-oltre-la-sentenza-di-vicenza/

12* https://www.rete-ambientalista.it/2025/06/21/longa-manus-di-solvay-sulla-politica-dalla-destra-alla-sedicente-sinistra-2/

13* https://www.rete-ambientalista.it/2025/08/28/impossibile-oscurarela-letteratura-scientifica-biomedica-internazionale/

14* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/la-cassazione-sulla-tutela-dei-diritti-umani-fondamentali-dei-cittadini-minacciati-dallemergenza/

15* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/per-i-pfas-pagheranno-875-milioni-di-dollari/

Il decreto legislativo ispirato da Solvay. Sulla pelle della popolazione di Alessandria.

Come per l’amianto, le leggi protettive contro i Pfas (di prevenzione e per il principio di precauzione) sono mancate, e nel frattempo a pagare sono già state le comunità più esposte (Veneto e Piemonte).
 
Il Disegno di Legge (Crucioli) di messa al bando della produzione e dell’uso dei Pfas è stato definitivamente riposto in soffitta. Invece, nella bonaccia della politica italiana, è varato il recente decreto legislativo ispirato da Solvay. Il quale è fatto sulla pelle della popolazione di Alessandria! Infatti, 1°) lo stabilimento di Spinetta Marengo è l’unico in produzione in Italia; 2°) l’inquinamento di Spinetta Marengo non riguarda solo i Pfas, che ne rappresentano appena la punta dell’iceberg; e 3°) la contaminazione da Pfas in atmosfera è ancora più grave di quella sulle acque di superfice e di falda: in atmosfera dalle 72 ciminiere dolosamente continuano sulla provincia a ricadere -in aria terra acqua- 21 veleni tossici e cancerogeni (tra cui  i vecchi e i nuovi Pfas), respirati, disciolti nella nebbia, nella pioggia, nel pulviscolo atmosferico, nelle polveri sottili.
 
Che “L’atmosfera di Alessandria è avvelenata dalla Solvay” (clicca qui) l’abbiamo dimostrato più volte e, con l’esposto del 7 aprile 2023 via PEC avevamo chiesto alla Procura di intervenire. A sua volta, il DDL Crucioli avrebbe fermato le produzioni Solvay in Italia e nell’immediato il progredire di malattie e morti fra le popolazioni del territorio, sacrificate invece dal recente Decreto legislativo.
 
Il Decreto legislativo 19 giugno 2025, n. 102 non va oltre all’attuazione della direttiva europea 2020/2184 del 16 dicembre 2020, riguardante la qualità delle acque destinate al consumo umano, al tempo cioè dell’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) che stabiliva l’assurdo della soglia di sicurezza per i PFAS (DST – Dose Settimanale Tollerabile di gruppo) pari a 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo alla settimana che, tradotto per un adulto di 70 kg, significava poter assumere non oltre 308 ng di PFAS alla settimana. Né va oltre al Regolamento UE 2023/915 che stabilirà, da agosto 2026, per alcuni Pfas limiti massimi di contaminazione ammessi in alcune categorie di alimenti (uova, prodotti ittici, carni di diversa origine).
 
Il decreto, ispirato da Solvay, è funzionale ad accontentare quanti, anche nei pressi dell’ambientalismo, lo considereranno “un piccolo passo in avanti, un segnale positivo”, dimenticando che, come pur sottolinea Greenpeace, “quando si parla di sostanze cancerogene non esiste alcuna soglia di sicurezza diversa dallo zero tecnico».
 
Il limite introdotto è pari a venti nanogrammi per litro e riguarda la somma di quattro molecole – Pfoa, Pfos, Pfna e PfhxS – di cui sono già noti i pericolosi effetti per la salute umana e ambientale.  L’Italia si mette al passo con alcuni paesi europei come la Germania, che ha introdotto lo stesso limite, ma resta ben lontana dai valori più cautelativi per la salute umana inseriti da altri Paesi come la Danimarca (due nanogrammi per litro) o la Svezia (quattro nanogrammi per litro).
 
 Inoltre, il decreto inserisce un limite pari a dieci microgrammi per litro (diecimila nanogrammi per litro) per il Tfa oggi considerato il Pfas più abbondante e diffuso sul pianeta.
 
Quanto previsto dal nuovo decreto, affiancherà il limite di venti nanogrammi per litro previsto dalla Direttiva europea (pari a cento ng/L per la somma non più di ventiquattro, come prevederebbe la direttiva europea, bensì trenta molecole, includendo le sei sostanze prodotte dalla ex Solvay di Alessandria), che entrerà in vigore in Italia dal prossimo 12 gennaio. Tuttavia, per l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’Agenzia europea per l’ambiente il limite proposto da Bruxelles non basta per tutelare la salute dei cittadini.
 
A livello europeo, è in discussione una possibile restrizione universale dei PFAS ai sensi del regolamento REACH, proposta da diversi stati membri. Alcuni paesi dell’UE hanno adottato limiti nazionali più severi per determinati PFAS o gruppi di PFAS rispetto a quelli previsti dalla direttiva europea. Sebbene l’Italia si stia allineando ai requisiti minimi delle direttive UE, in Europa si osserva una tendenza verso regolamentazioni nazionali più stringenti e un potenziale futuro divieto a livello comunitario dei PFAS.
 
Da tenere d’occhio, ma non certamente definibile una “spada di Damocle”, anche perché non c’è fretta nel suo iter, è la proposta dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) di restrizione generalizzata di circa 10.000 PFAS in tutti gli usi non essenziali, con fasi temporali di divieto o limitazioni da 18 mesi a 12 anni in base alla criticità e disponibilità di sostanze alternative. Finora, il Pfoa è soggetto a restrizioni dal 2020 e più recente il regolamento UE del 2019 prevede il divieto o la restrizione dell’uso e della produzione di PFOS, PFOA e altri PFAS e lo smaltimento sicuro delle sostanze già presenti nei prodotti, con tempi di efficacia che si annunciano lunghi ai fini della riduzione del rischio per la salute.

Per i Pfas pagheranno 875 milioni di dollari.

In quello che qualcuno definisce il più grande accordo ambientale mai ottenuto da uno Stato, i giganti chimici Chemours, DuPont e Corteva pagheranno al New Jersey 875 milioni di dollari nei prossimi 25 anni per l’inquinamento da PFAS, le “sostanze chimiche eterne”.
 
In base all’accordo, le aziende inquinatrici, che per decenni hanno consapevolmente contaminato terra e acque, sono tenute a finanziare la bonifica di quattro ex siti industriali, creare un fondo di bonifica fino a 1,2 miliardi di dollari e accantonare una riserva di 475 milioni di dollari per garantire il completamento della bonifica in caso di fallimento o insolvenza di una delle aziende.
 
In Italia, Solvay non paga.

Luci e ombre nel processo Pfas di Vicenza.

Sta facendo il giro del mondo. Certo (vista a colori) la sentenza Pfas di Vicenza per l’avvelenamento delle acque è storica perchè è la prima che condanna per dolo, cioè con pene pesanti, ma occorre guardarla anche un po’ in bianco e nero. Innanzitutto, sul versante delle azioni risarcitorie a favore delle Vittime. 
Potenzialmente, potevano essere 350mila nel Veneto le persone fisiche presenti come parti civili nel processo, in quanto danneggiate in varia misura dai Pfas delle aziende ex Miteni. Invece, delle 338 “parti offese” indennizzate, sono ben 138 quelle istituzionali (enti, associazioni) ma appena 200 sono le persone fisiche: “Mamme no Pfas” e altri cittadini che a partire dal 2017 hanno scoperto che il loro sangue e quello dei loro figli erano avvelenati da concentrazioni preoccupanti di Pfas. Per ognuno dei 200, la Corte ha stabilito indiscriminatamente un risarcimento forfettario di 15mila euro.
Ebbene, premesso che la salute non è mai riparabile, però diciamolo apertamente, sono addirittura irrisorie 15mila euro per le Vittime, colpite dagli effetti cancerogeni e dalle conseguenze ormonali e metaboliche (processi correlati allo sviluppo ovarico, alla produzione di estrogeni, all’ovulazione e al funzionamento fisiologico del sistema riproduttivo femminile, cioè effetti sulla fertilità e sullo sviluppo fetale; aumento di vari tipi di cancro, tra cui leucemia, cancro al seno, tiroide e al pancreas; crescita significativa della mortalità di individui affetti da neoplasie maligne dei tessuti linfatici ed ematopoietici, come milza, fegato e midollo osseo; indebolimento del sistema immunitario e della risposta alle vaccinazioni soprattutto dei bambini; sviluppo di malattie sistemiche, come il danno epatico e le malattie cardiovascolari, tra cui l’aterosclerosi e gli eventi tromboembolici; aumento della concentrazione di trigliceridi e colesterolo nel sangue, eccetera).
Stiamo parlando di queste patologie mortali. Non stiamo mica parlando di 15mila euro per danni per la perdita di valore degli immobili.  15mila euro per le Vittime: non è Giustizia! Ci si avvicinerà ad essa se le 200 persone, ma anche le migliaia non coinvolte nel processo penale concluso, chiederanno i danni per le patologie da ciascuna subìteMa questi danni devono chiederli per altra via che non sia quella penale, perché nel processo penale il reato contestato è di natura prettamente ambientale: l’avvelenamento delle acque e il disastro ambientale. Il penale è bengodi per gli avvocati, non per le Vittime.  Il penale non risarcisce i danni per la salute, nemmeno un briciolo di dignità.
Per risarcire i danni alla salute, la via obbligata è quella dei processi in sede civile: con azione legale individuale, oppure unendosi con azione legale collettiva (class action): tramite associazione di cittadini ovvero organizzazioni, riducendo così notevolmente i costi legali ai rari avvocati (e medici legali) disponibili a parcelle meno appetitose di quelle in sedi penali.
Dunque, chiunque ritenga di aver subito danni reali a causa dell’inquinamento da PFAS (cioè problemi di salute ma perfino perdita di valore degli immobili, ecc.) può intentare una causa civile contro i responsabili dell’inquinamento, a partire dalle aziende che hanno prodotto o utilizzato le sostanze PFAS. Il diritto vale innanzitutto per le popolazioni che hanno “ospitato” in passato l’industria produttiva, come la Miteni di Trissino, ovvero per quelle che tuttora la fabbrica ce l’hanno in casa, come la Solvay di Spinetta Marengo.
A maggior ragione, questo diritto ad un risarcimento non lesivo della dignità ce l’hanno i principali esposti ai veleni, le Vittime dirette: i lavoratori di queste fabbriche. Per paradosso, anzi assurdo, i lavoratori della Miteni non hanno ricevuto dalla sentenza di Vicenza nessun risarcimento. Neppure i 53 costituitisi parti civili l’hanno preso, nemmeno l’elemosina delle 15mila euro (per la motivazione, appunto, che la natura del reato contestato è… solo di natura ambientale, non professionale).
Dunque, l’unica sentenza -anch’essa storica- che risarcisce i lavoratori resta quella, di un altro tribunale di Vicenza, che in sede civile ha risarcito la morte per tumore di un operaio della Miteni: per la prima volta riconoscendo in Italia la malattia professionale da Pfas. Però, con questa sentenza non è stata condannata al risarcimento l’azienda ma un Ente terzo in causa: l’INAIL.
E’ clamoroso, anzi scandaloso, che in Alessandria i sindacati a loro volta non abbiano mai avviato causa di riconoscimento di malattie professionali contro il colosso chimico di Spinetta Marengo. In particolare, la polemica è stata anche trasmessa con lettera aperta al segretario generale della CGIL, Maurizio Landini.

Ci vorrebbe un secolo per ripulire la falda più inquinata d’Italia.

Non merita ulteriore commento l’indecenza delle attribuzioni di vittoria e delle autoassoluzioni di politici e amministratori… all’unanimità. Invece, la sentenza Pfas di Vicenza va a pieno ed esclusivo merito della popolazione che si è mobilitata.
 
Detto questo, la sentenza per quanto tardiva (e col cappio degli appelli) assume comunque valenza storica perché è la prima che condanna per dolo (pene fino a 17 di reclusione per i manager), cioè considera sul serio l’inquinamento come reato: cosciente e voluto. Storica benchè insufficiente per fare giustizia. La Giustizia non si realizza certo con i 50mila euro per organizzazioni ambientaliste o con i 25mila per i sindacati Cgil e Cisl. Mentre sarebbe fondamentale se assicurasse i massimi risarcimenti alle Vittime: le quali invece -in poche centinaia su centinaia di migliaia- sono state indennizzate con irrisorie 15mila euro.
 
L’altro aspetto nevralgico è la bonifica. “Chi inquina paga” è uno slogan ingannevole, soprattutto perchè ambiente e salute non sono riparabili. Eppoi, quando mai è successo che chi ha inquinato ha pagato la bonifica! Codesta è miliardaria. Chi la paga? chi e come e quando la realizza? Gli inquinatori? La Miteni che è fallita? Gli stranieri del lontano Giappone?  Il ministero dell’Ambiente, al quale è stato riconosciuto un indennizzo da 58 milioni? La Regione Veneto con i 6 milioni di euro di indennizzi? Con gli 844mila euro di indennizzo all’Agenzia regionale per l’ambiente del Veneto (Arpav)? Con i 151mila la Provincia e con gli 80mila euro ciascuno per i trenta Comuni della zona rossa?
 
La Regione Veneto ha già speso 2,8 milioni in filtri e nuove reti acquedottistiche e 3,5 milioni per finanziare Arpav. Mai finiti i monitoraggi ambientali. A cui si aggiungono i costi elevati dei monitoraggi sanitari per 350mila residenti, del dosaggio dei Pfas nel sangue, delle patologie di preeclampsia in gravidanza oltre che malformazioni alla nascita, cancro del rene e del testicolo e della tiroide, malattie cardiovascolari, colesterolo e funzionalità epatica eccetera.  A tacere i costi per le cure.
 
Secondo l’Arpav, ci vorrà un secolo per ripulire del tutto la falda più inquinata d’Italia. Le altre 16 Regioni già individuate da CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), sono Piemonte, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana, Lazio, Campania, Friuli, Basilicata, Liguria, Umbria, Abruzzo, Puglia, Sardegna, Molise e Calabria.
Per sapere di più sulla storica sentenza del processo di Vicenza:

La storica sentenza come punto di partenza.

Dopo le sentenze storiche di Vicenza, in penale e in civile, un sacco di persone e di enti si sono appiccicate medagliette di pionieri della lotta contro i Pfas. Perfino alcune istituzioni pubbliche, che semmai avrebbero meritato nei decenni anch’esse un banco degli imputati, si sono autoassolte addirittura in veste di primazia politica e sanitaria. I meriti della vittoria vanno, invece, esclusivamente attribuiti alle lotte popolari dopo il 2017, con le “Mamme No Pfas” in testa. In questo ambito merita il riconoscimento che viene assegnato al dottor Vincenzo Cordiano in questo servizio del Corriere della Sera, clicca qui.
 
Nell’intervista, Cordiano giustamente rivendica di essere stato il primo in Veneto a lanciare l’allarme Pfas per la Miteni di Trissino nel 2013. Possiamo confermarlo perché all’epoca chiese informazioni a Lino Balza, noto per essersi occupato già dagli anni ’80 con le denunce dell’inquinamento Pfas in Bormida e Po, tant’è che lo mise anche in contatto (segreto) con tecnici della Solvay di Spinetta Marengo.
 
Vincenzo Cordiano giustamente accusa come non fu ascoltato dai politici e nemmeno dai suoi colleghi medici veneti, anzi fu sottoposto dai superiori a provvedimento disciplinare “per avere danneggiato l’immagine dell’azienda sanitaria Usl5”. Ovviamente fu censurato sul lavoro e bloccato come carriera. Il fatto non stupì, essendo già balzato all’onore delle cronache Lino Balza per anni oggetto di massicce rappresaglie del colosso chimico di Spinetta, licenziamento compreso, tutte respinte con vittoria nei tribunali però mentre gli amministratori pubblici piemontesi trattenevano le code tra le gambe.
 
Nell’intervista, Cordiano principalmente mette in rilievo che la storica sentenza di dolo del Tribunale di Vicenza debba essere -in Veneto- considerata non un punto di arrivo bensì di partenza: perché dovranno essere assolutamente perseguite le indagini ambientali ed epidemiologiche mancanti, soprattutto per riconoscere i danni alle Vittime e dunque i legittimi risarcimenti. Analogamente, il monito dovrebbe valere per il Piemonte. 

Giova ripeterlo: le Vittime non ottengono Giustizia nei tribunali penali.

 
Alessandria non è la sede penale per ottenere Giustizia, possibile solo con azioni inibitorie e risarcitorie. Qui, più che altrove, le Vittime rischiano di diventare Vittime una seconda volta. Si consuma drammaticamente il “delitto perfetto”….