La Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli. Una memoria attuale.

Una grande assemblea di rappresentanti di movimenti di liberazione, di esuli dalle dittature (quelle di Brasile, Cile e Argentina erano al loro culmine), di giuristi ed economisti internazionali la approvò il 4 luglio 1976 ad Algeri, concependola come necessario completamento e integrazione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite del 1948. I cinquant’anni da quell’evento, in un mondo ormai diventato “altro”, non sono un tempo di celebrazioni.
 
La storia ha avuto il genocidio come compagno di strada, quale denominatore comune – ufficialmente innominabile – di tutti i crimini che hanno come obiettivo e come prassi la negazione del diritto all’esistenza di gruppi umani considerati minacce, nemici o ostacoli ai modelli di vita imposti dal potere di turno: i desaparecidos argentini, le popolazioni indigene del Guatemala, la memoria del popolo armeno, del Timor Est, dell’Eelam tamildei popoli indigeni del Canada, per citare solo alcuni dei numerosi casi esaminati dal TPP. Gaza rappresenta oggi l’ultima e più radicale sintesi di questa storia, come testimonia il più recente rapporto sull’“esecuzione” dei suoi bambini. Una situazione doppiamente disumana: per la lucidità della sua pianificazione e della sua esecuzione, e per la perversione della connivenza e dell’alleanza del sistema internazionale degli Stati, alla quale si aggiunge l’impotenza, ormai rassegnata, dei suoi strumenti di controllo. Il «genocidio sempre in corso» è ormai oggetto della cronaca quotidiana. Si direbbe quasi che la volontà, apertamente esibita, di fare del genocidio uno strumento impunito della geopolitica finisca per renderlo un fatto sempre più normale.
 
Con crescente evidenza, nel corso degli anni, altri crimini – genocidari? contro l’umanità? – colpiscono altri popoli: quello, sterminato, visibilissimo e universale, dei migranti; quello, nascosto e perciò più facilmente ignorato, delle vittime registrate nelle statistiche dei morti evitabili, in gran parte bambini, per fame e diseguaglianze; quello delle popolazioni coinvolte in conflitti alimentati anche dal mercato delle armi, come in Sudan; quello delle comunità colpite dalle industrie estrattive nel Congo, ancora una volta con i bambini tra le principali vittime; quello delle “minoranze”, nelle loro più diverse declinazioni, etniche e non solo: i Rohingya, i Curdi, le donne afghane…

Il medico di Gaza Abu Safiya in fin di vita.

Il dottore dei bambini di Gaza, è rinchiuso da oltre 18 mesi in una cella del carcere sotterraneo di Rakefet in Israele, in fin di vita: Hussam Abu Safiya, ex direttore del Kamal Adwan Hospital di Gaza. Non c’è più molto tempo. Torturato e abusato quotidianamente; percosso, sottoposto a trattamenti inumani e degradanti in una cella di isolamento sotterranea, il medico palestinese che non ha commesso alcun reato è praticamente in fin di vita.

Durante la detenzione arbitraria che dura da oltre 18 mesi «senza incriminazione né processo», è stato soggetto ad ogni sorta di violenza Il suo avvocato ha faticato a riconoscerlo l’ultima volta che l’ha incontrato.E’ urgente pretenderne l’«immediata scarcerazione»! A chiederlo è anche la Commissione d’Inchiesta Indipendente Internazionale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati (parte dello Human Rights Council). «Il trattamento riservato al dottor Abu Safiya riflette un ampio sistema di violazioni da parte di Israele già individuato dalla Commissione nei suoi precedenti rapporti», si legge nel report.

Numerosi organismi internazionali tra cui lo UN working group on Arbitrary Detention, Amnesty International, diverse Ong ed eurodeputati, lanciano continuamente appelli e campagne per la sua scarcerazione. Il governo italiano tace, la Chiesa italiana (Cei) e Vaticano tacciono, eccetto la rete dei “Preti contro il genocidio”.

Questa foto sarà su tutti i libri di storia.

La foto del medico di Gaza che si para contro i carri armati dell’esercito per impedire loro di distruggere l’ultimo ospedale funzionante. Secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite, il bilancio del personale medico ucciso a Gaza ha superato quota 1.700.
 
Uno studio pubblicato sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press a inizio 2026 ha documentato come il rischio di morire per un medico – e per un giornalista – a Gaza non ha pari in nessun contesto storico o geografico ed è nettamente e sproporzionatamente più elevato rispetto a quello della popolazione civile generale  I medici, come i giornalisti, a differenza dei civili, non muoiono solo nei bombardamenti a tappeto e certamente non sono vittime accidentali, “danni collatarali”. Sono proprio l’obiettivo, sono nel mirino dei cecchini e dell’esercito che ha bombardato tutti e 36 gli ospedali della Striscia al fine di distruggere l’intero sistema sanitario e provocare così la morte di quante più persone possibili: feriti, denutriti, malati cronici.
 

Dopo Gaza Israele sta provocando il collasso del sistema sanitario in Cisgiordania.

Gli ospedali chiudono e si esauriscono i medicinali. I presidi fissi sono sovraffollati o situati in aree a cui è difficile accedere; per questo motivo, le squadre sanitarie mobili cercano di colmare le lacune nei villaggi rurali, sebbene con risorse limitate. Nelle farmacie pubbliche manca la maggior parte dei farmaci e molti pazienti non possono permettersi di acquistarli sul mercato privato. La confisca da parte di Israele delle entrate doganali ha peggiorato in modo significativo il debito del Ministero della Sanità palestinese, che avverte: presto non saremo più in grado di fornire i servizi sanitari essenziali. Il sistema sanitario palestinese teme un peggioramento della condizione dei pazienti con malattie croniche ed un aumento del tasso di mortalità, a causa delle gravi difficoltà di bilancio dell’Autorità Palestinese e dell’impoverimento della sua popolazione.
Clicca qui ZEITUN.

I sindacati UE contro Israele.

Ventinove organizzazioni sindacali europee, tra cui le più grandi federazioni e confederazioni (CGIL), hanno chiesto all’UE e ai leader europei di adottare misure urgenti in conformità con il diritto internazionale e di rispondere agli attacchi di Israele contro il Libano, alla violenza dei coloni sostenuta dallo Stato in Cisgiordania, al genocidio in corso a Gaza e al ripristino da parte di Israele della pena di morte contro i palestinesi, in vigore durante l’apartheid.
 
Clicca qui l’appello.

Gli ebrei non complici del genocidio israeliano.

Non è soltanto un carico di aiuti, la Flotilla è un gesto politico, un atto di testimonianza, una ribellione contro l’assuefazione. Se Israele continua a vedere la potenza militare come l’unica garanzia della sua esistenza, e la gran parte degli israeliani è convinta che tutto gli sia permesso, la presa di parola di cittadini, associazioni, intellettuali ebrei contrari alle politiche governative diventa sempre più essenziale. Quando l’impunità si fa sistema, il silenzio smette di essere neutralità e si trasforma, inevitabilmente, in complicità.
 

La pirateria di uno Stato criminale e genocida.

22 imbarcazioni su 58 della Global Sumud Flotilla, con aiuti umanitari per Gaza, sono state abbordate in acque internazionali di competenza dell’Europa, al largo di Creta (Grecia): droni, armi in pugno, con gommoni, motovedette e almeno una fregata, distrutti motori e sistemi di navigazione, abbandonando centinaia di persone sulla traiettoria di una violenta tempesta in arrivoGli attivisti costretti a mettersi in ginocchio a quattro zampe. 173 (24 italiani) deportati in Grecia… “per ingresso illegale in Israele” (sic), e 2 in Israele… per terrorismo a favore di Hamas.
 
Si tratta di un atto di pirateria in barba a qualsiasi norma internazionale, del sequestro illegale in alto mare di esseri umani, con passaporti internazionali, insomma della dimostrazione del fatto che Israele può agire in totale impunità, ben oltre i propri confini, senza subire alcuna conseguenza. Infatti, il governo italiano si limita ad una formale condanna, piuttosto che sanzioni e scorta delle barche italiane.
 
Clicca qui il racconto del giornalista a bordo.
 
Donald Trump applaude. Manifestazioni anti israeliane in tutto il mondo. Flottilla prosegue la rotta verso le coste di Gaza: che sono  palestinesi e non israeliane.  

La tortura fa parte del genocidio palestinese.

Secondo Antonio Tajani, “il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto”. Anche dopo questo nuovo rapporto  “Tortura e genocidio”, 
sui crimini israeliani in Palestina pubblicato da Francesca Albanese?
 
Dopo aver svelato gli interessi economici che traggono profitto dal genocidio in corso, la relatrice speciale delle Nazioni Unite ha documentato la tortura sistematica riservata ai palestinesi dal 7 ottobre 2023, sia in carcere che fuori. Pestaggi, violenze sessuali, l’uso della fame come arma, uccisioni di massa: tutto condensato in venti pagine di rapporto, corredato da testimonianze e fonti indirette. “Quando la tortura viene perpetrata su un intero territorio — scrive Francesca Albanese — contro una popolazione in quanto tale e sostenuta attraverso politiche che distruggono le condizioni di vita, l’intento genocida risulta evidente“. Negli ultimi due anni diversi rapporti ONU, l’ultimo a settembre, hanno delineato i contorni della condotta genocida israeliana, finita anche sotto processo alla Corte Internazionale di Giustizia.
 

Il business del genocidio.

La relatrice speciale Onu, Francesca Albanese, è nel mirino delle lobby sioniste da quando sta dettagliando non solo i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio commessi da Israele a Gaza e in Cisgiordania, ma anche le connivenze politiche e affaristiche di chi, nel resto del mondo, sta lucrando su quei crimini.
 
Daniele Luttazzi (clicca qui) commenta il complesso militare-industriale statunitense, europeo e israeliano, e i suoi complici. 

Israele sta combattendo un’altra guerra, una guerra che non fa notizia.

Mentre gli Stati Uniti concentrano gli sforzi sul mantenimento dell’aggressione israeliana a Gaza attraverso la messa in scena di un cessate il fuoco, con cosiddetto piano di pace Trump, un’altra guerra è in corso in Cisgiordania.
Nel 2025 l’assalto militare israeliano in Cisgiordania ha provocato la più grande campagna di sfollamento di massa che i palestinesi hanno mai affrontato dal 1967, con quasi 50.000 palestinesi cacciati con la violenza dalle loro case. L’esercito israeliano ha distrutto i campi profughi di Jenin e Tulkarem e ha negato ai loro residenti il ​​diritto al ritorno. Ora ha di fatto trasformato i due campi nel suo quartier generale militare al nord.
 
Le truppe israeliane hanno anche intrapreso la quasi totale distruzione delle infrastrutture, tra cui strade, sistemi fognari e la rete elettrica. Almeno il 70% delle strade della città di Jenin è stato spianato con i bulldozer (vedi foto) e la maggior parte delle condutture idriche e delle reti fognarie a Jenin e Tulkarem sono state distrutte nel giro di poche settimane, con perdite economiche per milioni di dollari. In tutto il distretto migliaia di famiglie sono private statali sia dell’acqua che dell’elettricità. E ancora oggi le famiglie sfollate vivono in aree difficili da raggiungere, con pochissime infrastrutture civili.
 
Parallelamente l’esercito israeliano ha ampliato la geografia della sua violenza. Le truppe israeliane ora effettuano incursioni regolari nelle città centrali della Cisgiordania, tra cui Ramallah e Ariha (Gerico), e nel sud di al-Khalil (Hebron) ea Betlemme. In questi attacchi i palestinesi vengono assediati, terrorizzati e talvolta giustiziati dai soldati israeliani che combattono impunemente.
 
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Sei contro Israele: sei antisemita.

Secondo il disegno di legge Del Rio (PD), potrete essere accusati di antisemitismo se dite che quel che sta succedendo a Gaza ricorda quel che successe nei campi di sterminio nazisti, o se notate che un campo profughi palestinese somiglia al ghetto di Varsavia, o se certe affermazioni di ministri e politici e cittadini israeliani ricordano i deliri suprematisti dei gerarchi nazisti (come la definizione di “non umani” riferita ai palestinesi), o se pensate che deportazioni, torture, uccisioni deliberate di donne e bambini per mano di Idf ricordino certe imprese agghiaccianti delle SS.
 
Cioè, potreste incorrere in censura o sanzioni in quanto antisemiti. Far coincidere ogni critica allo Stato di Israele, alle sue azioni, alla sua politica di sterminio e pulizia etnica con un sentimento antisemita, è una norma che non vale per nessuno Stato, solo per Israele, e colpisce che la definizione fu elaborata dieci anni fa: l’analogia tra Tel Aviv e il Terzo Reich non nasce con Gaza, insomma.

La farsa tragicomica del “nobel” Trump.

Il piano di pace a Gaza è una farsa tragicomica che diviene emblematica della politica internazionale odierna, pilotata da un Occidente in declino economico e tracollo morale che ha trasformato la democrazia in demagogia, il diritto in forza, la libertà di stampa e di espressione in censura sistematica del pensiero diverso. Così ritorniamo alla Società delle Nazioni e ai mandati coloniali. Gaza, avulsa dallo Stato palestinese, pur ben definito dalle risoluzioni dell’Onu, viene governata da un Consiglio di pace il cui presidente, Trump, deciderà le fasi di un improbabile autogoverno palestinese, demandato alle calende greche. Anp e arabi moderati sembrano sostenere il progetto che appare soprattutto una iniziativa plutocratica per il bene delle multinazionali.
Difficile comprendere come una forza internazionale composta di eserciti dei Paesi arabi moderati potrà mai installarsi su un territorio ancora sotto il controllo di Hamas. L’organizzazione ha comprensibilmente rifiutato di disarmare, data la sfiducia nei patti con Israele e la scarsa lungimiranza del piano di pace. Mentre l’aspirante al Nobel si diletta con mediazioni che sembrano scritte per un copione hollywoodiano, Netanyahu agisce, continuando a eseguire il progetto del grande Israele, seminando distruzione e morte in Palestina, rendendo il genocidio visibile e concreto per tutti coloro che hanno l’onestà di guardarlo in faccia.
Le complicità occidentali non sono terminate, nonostante le denunce documentate di organi internazionali e associazioni umanitarie. L’Onu nel piano non esiste eppure il Consiglio di sicurezza lo ha approvato grazie all’astensione di Russia e Cina. Molti, a ragione, affermano che di fronte all’alternativa – mano libera a Israele per continuare la sua azione violenta e costruire l’inferno biblico di Gaza – ben venga anche il piano trumpiano. Per motivi politici Mosca e Pechino hanno avuto il loro tornaconto e hanno preferito non divenire i sabotatori dell’apparente cessate il fuoco. La diplomazia trumpiana e occidentale è divenuta un negoziato mafioso, con aut-aut governati dalla forza.
Una vera pace a Gaza dovrebbe implicare ben altro. Il rispetto da parte di Israele delle risoluzioni Onu, una forza internazionale composta da palestinesi, da arabi sunniti e sciiti, una conferenza di pace con tutti gli attori in campo inclusi Iran, Russia e Cina.
(Elena Basile)

Per Gaza un piano di guerra e non di pace!

Alla vigilia del 29 novembre, Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese, la Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace e il Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” denunciano la grave decisione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 

Gaza. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approva un piano di guerra e non di pace

  • La Risoluzione 2803/2025 è un nuovo attentato alla pace e ai diritti umani, all’Onu e al Diritto Internazionale dei Diritti Umani, alla legalità e all’autodeterminazione dei popoli
  • La Risoluzione viola la Carta dell’Onu e riconosce la legge del più forte
  • Ignorate le Risoluzioni Onu che sanciscono il principio “Due Stati per due Popoli”
  • Tolto all’Onu il compito di ristabilire e assicurare la pace e fornire protezione e assistenza ai palestinesi
  • Compromesso anche il ruolo del Consiglio di Sicurezza

Approvata la risoluzione Usa su Gaza.

Cina e Russia si astengono. Trump: ‘È di portata storica’.
Le critiche di Jeffrey Sachs, economista e saggista statunitense. È stato direttore dell’Earth Institute alla Columbia University dal 2002 al 2016. Nel 2004 e nel 2005 è stato inserito fra i Time 100. 

Lo stratagemma di Trump all’ONU.

L’amministrazione Trump sta promuovendo una risoluzione elaborata da Israele presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) volta a eliminare la possibilità di uno Stato di Palestina. La risoluzione ha tre obiettivi. Stabilisce il controllo politico degli Stati Uniti su Gaza. Separa Gaza dal resto della Palestina: ciò che resta della Cisgiordania. E consente agli Stati Uniti, e quindi a Israele, di determinare la tempistica del presunto ritiro di Israele da Gaza, il che significherebbe: mai.

La finta pace del finto nobel per la pace.

Il premier israeliano Netanyahu ha ordinato all’esercito di effettuare «raid massicci» sulla Striscia, accusando Hamas di violazione delle intese dopo che i miliziani palestinesi hanno consegnato i resti di un ostaggio il cui corpo era stato già recuperato in precedenza. Per questa “truffa di cadavere”, in un solo giorno i bombardamenti hanno causato 104 morti, di cui 46 bambini e 20 donne. Trump ha applaudito. 

La strega dell’ONU: 63 Stati genocidi insieme a Israele.

Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati dal 1967”, ha presentato alla terza commissione dell’Assemblea Generale dell’Onu un rapporto di 24 pagine, in cui esamina il ruolo di diversi Paesi (63, tra cui l’Italia, in primis gli Usa) nel “crimine collettivo” del “genocidio” nella Striscia, che Israele ha “strangolato, affamato e distrutto”.
“Attraverso azioni illecite e omissioni deliberate, troppi Stati hanno armato, fondato e protetto l’apartheid militarizzato di Israele, permettendo alla sua impresa coloniale di insediamento di metastatizzare in genocidio, il crimine ultimo contro il popolo indigeno della Palestina“, ha affermato. Il genocidio, ha spiegato, è stato reso possibile tramite protezione diplomatica nei “fori internazionali destinati a preservare la pace”, legami militari che vanno dalla vendita di armi agli addestramenti congiunti che “hanno alimentato la macchina genocida”, la militarizzazione non contestata degli aiuti e il commercio con entità come l’Unione Europea, che aveva sanzionato la Russia per l’Ucraina ma continuava a fare affari con Israele.
 
Il rapporto, basato sui documenti Onu e 40 contributi da enti governativi e non governativi, analizza come l'”atrocità trasmessa in diretta” sia stata facilitata da Stati terzi, concentrandosi sul ruolo degli Stati Uniti, che hanno fornito “copertura diplomatica” a Israele. La complicità degli altri stati si è realizzata anche continuando le forniture belliche e facilitando il transito di armi e materiali essenziali attraverso i loro porti e aeroporti verso Israele.
 
Il rappresentante permanente di Israele, Danny Danon, ha accusato l’Albanese di diffondere “retorica antisemita”, arrivando a definirla una “strega fallita” e il suo documento come “un’altra pagina del suo libro degli incantesimi”. Gli ha replicato ironicamente smentendo di essere una strega: “Se avessi poteri magici, li userei per “fermare i vostri crimini una volta per tutte e per assicurarmi che i responsabili finiscano dietro le sbarre”. Il governo italiano l’ha accusata… di screditare l’ONU.

La complicità dell’Italia nel genocidio.

“Il genocidio in corso a Gaza – scrive Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu sui Territori palestinesi occupati , nel rapporto Genocidio di Gaza: un crimine collettivo, già trasmesso dal segretario delle Nazioni Unite António Guterres all’Assemblea generale – è un crimine collettivo, sostenuto dalla complicità di Stati terzi influenti che hanno permesso violazioni sistematiche e prolungate del diritto internazionale da parte di Israele. Incorniciata da narrazioni coloniali che disumanizzano i palestinesi, questa atrocità trasmessa in diretta streaming è stata facilitata dal sostegno diretto, dall’aiuto materiale, dalla protezione diplomatica e, in alcuni casi, dalla partecipazione attiva degli Stati terzi.
 
L’accusa principale di complicità è mossa agli Stati Uniti: “Il sostegno politico, diplomatico, militare e strategico degli Stati Uniti a Israele si è intensificato dopo il 7 ottobre 2023.
 
La Germania, denuncia il rapporto, “è stata il secondo maggiore esportatore di armi verso Israele durante il genocidio”, con fregate e siluri. E “il Regno Unito ha svolto un ruolo chiave nella collaborazione militare con Israele, nonostante l’opposizione interna”. E poi c’è l’Italia, con altri 26 Stati, che “hanno fornito parti, componenti e armi a Israele attraverso un sistema opaco che oscura i trasferimenti, compresi quelli ‘a duplice uso’ e quelli indiretti”. E non solo, perché sempre l’Italia è indicata nel gruppo di 19 paesi che forniscono parti e componenti a Israele per il “programma di caccia stealth F-35, fondamentale per l’assalto militare israeliano a Gaza”.

Trump merita il premio Nobel.

La Striscia di Gaza è un paesaggio di rovine. Due anni di distruzioni dell’esercito israeliano hanno lasciato un territorio devastato e una popolazione esausta. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), l’84% delle infrastrutture di Gaza è stato distrutto, con una devastazione che in alcune aree ha raggiunto il 92%. Il bilancio umano è ancora più sconcertante: oltre 67.000 morti, 170.000 feriti – 40.000 dei quali con lesioni debilitanti – e 5.000 bambini che hanno subito amputazioni. A questa tragedia si aggiungono circa 14.000 corpi che rimangono sotto le macerie, impossibili da recuperare.

La portata del disastro è senza precedenti in un territorio già devastato da blocchi e guerre consecutive. Jaco Cilliers, Rappresentante Speciale dell’UNDP per i palestinesi, stima che la ricostruzione di Gaza costerà circa 70 miliardi di dollari (circa 60,4 miliardi di euro) e richiederà almeno quindici anni. Ma un modello di gestione controllato da potenze straniere può accelerare l’arrivo di fondi, ma non consoliderà una pace duratura perchè non rispetta l’autodeterminazione palestinese.

La tregua.

Se hai i soldi, la pace puoi comperarla, perché la pace, come tutto il resto, è una merce. Troveremo il modo di quotarla in Borsa. Se oltre ai soldi hai dalla tua anche il Dio della Bibbia (degli altri chi se ne importa), oltre che ricco sei anche dalla parte giusta. Questa la mia sintesi del discorso di Trump alla Knesset. Sintesi brutale e forse anche tendenziosa, me ne rendo conto, ma non saprei farla diversamente.
 
Si è detto: ben venga la pace di Trump, se porta un poco di conforto alla gente di Gaza e al Medio Oriente in generale. È giusto dirlo, è giusto pensarlo. Né la boria scandalosa con la quale il bullo attualmente capo dell’Occidente incensa se stesso basta a cancellare il suo innegabile momento di trionfo: l’interruzione della carneficina porta la sua firma. La prepotenza dei nostri giorni è anche figlia dell’impotenza che l’ha preceduta.
Michele Serra
 
E accontentiamoci che chi ha collaborato al genocidio non è stato insignito del premio Nobel (per ora). 

Giovani, giovanissimi, e non solo.

Mai si era vista, in Italia e forse nel mondo, una mobilitazione così ampia, diffusa e intensa come quella a cui assistiamo e partecipiamo in questi giorni per Gaza, per la Palestina, contro il genocidio, per la pace. È come se la rabbia e il disgusto per tutto quello che incombe, a lungo covata e compressa, sia improvvisamente e positivamente esplosa.

Piazze stracolme, urne vuote.

Le oceaniche manifestazioni pro Palestina e anti Israele (non contro tutti gli ebrei), dimostrano lo stato della democrazia.
 
Che le piazze insultate dalla Meloni si riempiono come non mai, mentre le urne elettorali più che mai sono vuote. Segno che c’è una grande voglia di partecipazione, di protagonismo, mentre c’è sempre meno fiducia nella politica, anzi nessuna. Meno della metà degli aventi diritto, quella che va alle urne, consegna pieni poteri ad una megalomane vittimistica dall’alto di un partito con il 26% dei voti, poco più del 13% dell’elettorato: la fiducia di un italiano su dieci, ovvero dall’alto di una coalizione di centro destra che non raggiunge nemmeno la metà dei votanti (44%): la fiducia di 2 italiani su 10.   

 La Palestina c’è, di fatto e di diritto.

A parte l’ipocrisia della Meloni (riconoscerò lo Stato Palestinese quando non ci sarà più Hamas), la Palestina (14 milioni di Palestinesi), di fatto, c’è già. Anzi, di diritto: nel 1947, l’Onu spartì l’area dal fiume al mare (28 mila kmq, pari a Piemonte e Val d’Aosta) in due Stati: il 56% a Israele (più ampio perché il 40% era il deserto del Negev), il 44 alla Palestina, Gerusalemme sotto l’Onu.
 
Ma nacque solo lo Stato ebraico: la leadership palestinese e i regimi arabi preferirono la guerra per distruggere Israele anziché edificare la Palestina. Nel 1948 Cisgiordania e Gaza furono occupate da Giordania ed Egitto, mentre Israele prese tutta la Galilea e Gerusalemme Ovest. Nel 1967 Israele vinse la guerra dei Sei Giorni e occupò Cisgiordania, Gerusalemme Est, Sinai e Gaza. Nel 1973 Israele respinse l’ennesimo assalto arabo e nel ’78 fece pace con l’Egitto, che riebbe il Sinai, ma non rivolle Gaza. La Striscia restò occupata fino al 2005, quando Sharon ritirò truppe e coloni. La Cisgiordania dal 1995 è divisa in tre zone: la A (il 18%) è amministrata dall’Anp, la B (il 22%) da Israele e Anp, la C (il 60%) da Israele. La soluzione doveva essere temporanea, con un progressivo passaggio di consegne all’Anp. A cui nel 2008 Olmert offrì più territori di quelli occupati nel ’67 e Gerusalemme Est capitale (6.260 kmq), ma Abu Mazen non firmò. Poi arrivò Netanyahu. Che fermò il percorso di Oslo e poi lo annientò. Ora la Striscia è rasa al suolo e il 42% della Cisgiordania è occupato da colonie ebraiche vecchie e nuove (+180% dal 2020).
 
Il vero problema, oggi, è riconoscere lo Stato di Israele: quello del 1947?

Gaza miniera d’oro immobiliare.

La riviera del Medioriente secondo Trump.

Il ministro delle finanze israeliano, Bezalel Smotrich, ha affrontato la questione del «giorno dopo» nella Striscia di Gaza, affermando che si tratta di una «miniera d’oro immobiliare». Intervenuto al Vertice sul rinnovamento urbano del Centro immobiliare, Smotrich ha aggiunto che la ricostruzione di Gaza diventerà, tra le altre cose, un investimento immobiliare redditizio e che, a tal proposito, «sono stati già avviati negoziati con gli americani».

Il prof: «Io ho servito nell’esercito israeliano. È il più pulito del mondo». E il Politecnico di Torino sospende il corso e la collaborazione.

Pini Zorea, docente dell’università israeliana di Braude, ospite (guest lecturer) di un corso di dottorato del Politecnico di Torino, ha difeso durante la lezione l’Idf definendolo «l’esercito più pulito al mondo». Agli studenti che lo contestano: «Free Palestine? Io sono d’accordo con le vostre rivendicazioni anche per me la Palestina deve essere libera, libera da Hamas». Centrodestra e Telemeloni difendono il docente e accusano gli studenti. Clicca qui.

Enzo Iacchetti, lite in tv con Eyal Mizrahi su Gaza: «Fascista».

Il duro botta e risposta a «È sempre Cartabianca». Il conduttore al presidente della Federazione Amici di Israele: «Come si fa a sostenere che gli israeliani non sono responsabili di quanto sta accadendo, quando sono già morte quasi 70 mila persone e 20 mila bambini?» Clicca qui.
 
Iachetti ha sbagliato: nel genocidio di Israele è più appropriato usare il termine di nazismo. 

L’Unione Europea fa schifo.

Facciamo nostro questo commento di Marco Travaglio.
 
<<Il Parlamento Ue ha partorito, dopo lunghe doglie, la risoluzione “Gaza al limite: l’azione dell’Ue per combattere la carestia, l’urgente necessità di liberare gli ostaggi e procedere verso una soluzione a due Stati”
 
Se uno si ferma al titolo, ne deduce che a Gaza è scoppiata una carestia, ci sono degli ostaggi da liberare e lo Stato di Palestina da riconoscere. Se invece legge il testo, scopre pure che urge sanzionare dei “coloni violenti” e sospendere “parzialmente” gli accordi commerciali tra Ue e Israele, che comunque “ha diritto di difendersi”, ma senza esagerare.
 
 A noi era parso che il 7.10.23 Hamas avesse trucidato 1200 civili israeliani e ne avesse sequestrati 239 al confine con Gaza lasciato incustodito da Netanyahu, che poi per 23 mesi ha sterminato circa 70 mila palestinesi, quasi tutti civili, ridotto alla fame gli altri 2,3 milioni, spianato edifici e tende e, nei ritagli di tempo, attaccato Cisgiordania, Libano, Siria, Iran, Iraq, Yemen e Qatar nella totale impunità. 
 
Ora, se l’Ue serve come collutorio per sciacquare bocche e coscienze, la risoluzione è perfetta. Fa fine e non impegna. Invita gli Stati che ancora non l’han fatto a riconoscere lo Stato di Palestina, che non esiste anche perché l’Ue non fa nulla perché esista. E blatera di sanzionare coloni violenti che in Europa non mettono piede, dunque se ne fregano. Se invece l’Ue vuole contare qualcosa, oltre a preparare la guerra alla Russia dovrebbe fare tutto ciò che è in suo potere per fermare Netanyahu: basta rapporti commerciali e armi a Israele. Proprio ciò che non c’è nella risoluzione. Che fa ribrezzo non perché non parla di genocidio: ognuno lo chiami come vuole, purché faccia qualcosa. Ma l’Ue continua a non fare niente, quindi finirà dove merita: nella pattumiera della Storia.>>

Gli autentici antisemiti sono gli israeliani.

Chi (perfino se è ebreo per famiglia o religione) critica e accusa Israele: viene tacciato di “antisemitismo” dagli israeliani per discredito e intimidazione, e per ignoranza o malafede dai loro amici (dagli amici ci guardi iddio). Sarebbe “antisemita” anche chi sostiene i palestinesi e la Palestina.
 
Che cosa sono i Semiti? Il termine “Semita” si riferisce a un insieme di popoli, culture e lingue del Vicino Oriente e del Corno d’Africa: gli Ebrei, gli Arabi, gli Assiri e i Cananei. I Palestinesi sono un popolo di origine araba, dunque sono Semiti alla pari degli israeliani.
 
Anche i Palestinesi sono semiti; eppure l’odio e il disprezzo dei palestinesi (e la negazione dei loro diritti), è praticato sistematicamente da settanta anni dalla maggioranza degli Israeliani, tramite l’apartheid e l’occupazione dei coloni.  Non è, questo, autentico antisemitismo? Oggi, lo sterminio e la deportazione, il genocidio dei palestinesi non sono la quintessenza dell’antisemitismo?
 
I veri antisemiti sono, assieme alla maggioranza degli israeliani, tutti coloro che non hanno gridato e non gridano allarmi, scandalo, condanne della politica di Israele. Anzi ne sono complici.

Israele nazista.

Ora si passa alla deportazione di Gaza City. Finora i bombardamenti israeliani hanno causato oltre 62.000 morti  (oltre 18.400 sono bambini) e oltre 156.000 feriti.  Secondo Lancet le cifre sarebbero tre volte tanto. Secondo Israele l’83% erano civili. Quasi 1,9 milioni dei 2,4 milioni di abitanti di Gaza sono già sfollati, di cui quasi un milione sono bambini. ll 98% dell’acqua non è potabile. Dei 36 ospedali, bombardati, solo 17 di sono parzialmente funzionanti.  
 
l segretario generale, dell’ONU Antonio Guterres commenta i crimini di guerra:  “Proprio quando sembra che non ci siano più parole per descrivere l’inferno di Gaza, ne è stata aggiunta una nuova: carestia“. 
 
Infatti l’Integrated Food Security Phase Classification (Ipc), un organismo sostenuto dalle Nazioni Unite responsabile del monitoraggio della sicurezza alimentare, dichiara ufficialmente che a Gaza è in corso la carestia. L’Onu – tramite le dichiarazioni del suo responsabile umanitario, Tom Fletcher – ha commentato sostenendo che la fame a Gaza è “apertamente promossa da alcuni leader israeliani come arma di guerra“.
 
Il rapporto spiega come la malnutrizione minacci la vita di “132mila bambini sotto i cinque anni“, stimando che fino a giugno del prossimo anno soffriranno di “malnutrizione acuta“. L’ente aggiunge che 41mila di questi casi soffriranno di malnutrizione “grave“, il doppio del numero stimato nella precedente valutazione dell’Ipc di maggio, esponendoli a un “rischio di morte più elevato”. Il report afferma che in un’area si verifica una carestia quando sono presenti tutte e tre le seguenti condizioni: almeno il 20% delle famiglie soffre di estrema carenza di cibo o è praticamente affamato; almeno il 30% dei bambini di età compresa tra i sei mesi e i cinque anni soffre di malnutrizione acuta o deperimento, il che significa che sono troppo magri per la loro altezza; almeno due persone, o quattro bambini sotto i cinque anni, ogni 10mila muoiono ogni giorno a causa della fame o dell’interazione tra malnutrizione e malattie. 
 
L’ONU denuncia ma non può intervenire militarmente con i caschi blu a causa dell’ennesimo veto degli USA in Consiglio di sicurezza. 

Due popoli e un unico stato.

La soluzione di uno Stato unico, o soluzione bioregionale, ripresa qui sotto da Moni Ovadia (forse per utopia o per provocazione), è un approccio proposto per venire a capo del conflitto israelo-palestinese. I sostenitori di questa soluzione propongono la creazione di un unico Stato che comprenda l’intero territorio di Israele/Palestina,  con il riconoscimento di cittadinanza e pari diritti per tutti gli abitanti, a prescindere da etnia o religione. Sebbene questa soluzione, basata su un dato di fatto, sia ragionevole e foriera di pacificazione, essa è  stata sinora ignorata nelle trattative di pace.

 Di fatto, in Palestina, prima dell’immigrazione sionista dal 1947 in poi,  esisteva una forma di equilibrio, convivevano arabi, ebrei, cristiani di varie fedi e persino laici ed  atei .Il problema del mantenimento di questa convivenza pacifica è subentrato con la pretesa dei vertici sionisti di affermare un diritto ancestrale sulla terra palestinese ma questa è una assunzione non corroborata da fatti reali, questo diritto di proprietà univoca è un titolo indebitamente assunto  e tale acquisizione  è basata su una falsa “distinzione razziale” e  sulla reiterata asserzione di un diritto definito “ereditario”  sul territorio palestinese.  

Stato di Palestina, bluffa chi annuncia il riconoscimento.

Alcuni leader occidentali in questi ultimi giorni si stanno affrettando a dichiarare che riconosceranno lo Stato di Palestina. Il nostro governo, verosimilmente, sarà fra gli ultimissimi secondo un’inveterata tradizione, temporeggiare, perché non si sa mai. Da cosa dipende questa tardiva corsa al riconoscimento virtuale di uno Stato dei palestinesi?
 
A mio modesto parere trattasi di puro opportunismo. Vuoi mai che l’ondata di sdegno che sta montando dal basso contro il “genocidio intenzionale” – la definizione è di Amos Goldberg, professore di storia dell’Olocausto, nel dipartimento di storia ebraica, dell’Università ebraica di Gerusalemme – perpetrato dallo Stato sionista contro il popolo palestinese travolga le loro miserabili carriere politiche.
 
Dietro al supposto riconoscimento si riaffacciano i consueti balbettii sui “due popoli e due Stati”. E come? Con 800 mila coloni sionisti fanatici insediati in Cisgiordania e Gaza ridotta in un cumulo di macerie? E come pensano di metterla con il Sionismo, un’ideologia, colonialista, razzista, genocidaria che si fonda sull’eccezionalismo e il suprematismo ebraico. Non ci sarà nessuna soluzione, né i due Stati né altro, finché il pensiero sionista dominerà l’orizzonte politico dello Stato di Israele, che per il momento è più opportuno definire Stato sionista o Stato terrorista.
 
Una delle opzioni disperate che si fanno strada è quella di scaricare tutta la responsabilità per la mancanza di una soluzione su Hamas, tutta colpa di Hamas. Ma come è nata Hamas, l’ha portata la cicogna? Chi l’ha voluta? Chi l’ha finanziata, armata? Ritengo che le risposte a queste domande creerebbero problemi notevoli per primi ai sionisti. E poi, in Cisgiordania Hamas non c’era.
Riconoscere lo Stato di Palestina significa riconoscerne la terra e i confini sulla base del diritto internazionale, ma i sionisti ne hanno fatto carne di porco con la piena complicità dei loro sodali stelle e strisce ed europei che hanno garantito loro la piena impunità. Inoltre, i sionisti non hanno mai stabilito i loro confini al fine di tenersi le mani libere e fottere tutta la terra dei palestinesi con la pratica dei fatti compiuti sul territorio.
 
E, dulcis in fundo, chi convincerebbe 800 mila coloni sionisti, privilegiati, pasciuti, armati fino ai denti, fanaticamente convinti di avere il Santo Benendetto dalla loro parte a levare le tende dalla Samaria e Giudea senza provocare una guerra civile?
 
Ritengo che l’unica soluzione possibile sia quella di uno Stato laico democratico per tutti gli abitanti di quella terra con gli stessi identici diritti per i suoi cittadini.
 
Moni Ovadia

La Conferenza Ebraica Antisionista chiede la condanna di Israele…

Una Conferenza di oltre 1.000 delegati, antisionisti ebrei e non ebrei, tenuta recentemente a Vienna, ha rivolto un fermo appello a tutti gli Stati e le comunità ad adempiere ai loro obblighi ai sensi della Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e ad adottare tutte le misure necessarie per fermare il genocidio in corso a Gaza, comprese le sanzioni…” – Continua: https://altracalcata-altromondo.blogspot.com/2025/07/la-conferenza-ebraica-antisionista.html

Questo primo evento del suo genere in Europa, ha già gettato le basi per la pianificazione di una seconda conferenza nel 2026…

I peggiori nemici degli ebrei sono gli ebrei israeliani e i loro amici.

Il 29 luglio in una stazione di servizio del Nord Italia è stata insultata una famiglia di turisti che portava la kippah, segno di appartenenza ebraico. Anche Moni Ovadia porta la kippah e corre il rischio di essere aggredito? Certo che sì. Da sempre gli ebrei hanno dovuto fare i conti con la violenza razzista. A loro tocca la sorte che tocca (in misura assai maggiore) ai migranti di origine africana o nord-africana che sono facilmente riconoscibili anche se non portano la kippah.
 
Il problema è che per le comunità ebraiche di tutto il mondo si sta avvicinando uno tsunami di odio e di violenza, pari all’immenso orrore che suscita il Sionismo nella sua fase genocidaria. Lo Stato di Israele nacque abusivamente con uno sterminio e deportazioni di massa che la comunità internazionale non ebbe la forza e neppure la volontà di fermare, perché i sionisti promettevano di creare un luogo sicuro per gli ebrei. Gli europei, responsabili diretti o indiretti dell’Olocausto, non potevano fare obiezioni. Inghilterra e Stati Uniti videro nella formazione di quello Stato uno strumento per controllare l’area petrolifera mediorientale.
 
Ma oggi, col genocidio dei palestinesi in atto, appare evidente che lo Stato di Israele ha costituito fin dal suo inizio una continuazione del Terzo Reich hitleriano. Israele è certamente il luogo più pericoloso per un ebreo, oggi. Ma quel che scopriremo presto è il fatto che le politiche di questo Stato, illegale e colonialista e disumano, sono destinate a riattivare l’odio per gli ebrei in ogni zona del mondo.

Che c’entra dio?

Dov’era dio (Dio, Jahvè, Allah) mentre i nazisti sterminavano sei milioni di ebrei? Meglio ancora: perché dio ha consentito tutto questo? Le risposte date sono state varie. Era Jahvè che infliggeva l’apocalittica punizione (espiazione) biblica al “popolo eletto” d’Israele?
 
Dov’è dio mentre è in corso il genocidio del popolo palestinese? E’ Jahvè, il dio degli eserciti della “Grande Israele” che sulla carta (biblica) dovrebbe includere tutta la Palestina, tutto il Libano e poi parti di Giordania, Siria ed Egitto?
Chi non crede in dio: non diede la colpa del nazismo a Hitler ma al popolo tedesco, e non dà la colpa del nazismo a Netanyahu ma al popolo ebreo.

Sono uno studioso del genocidio, ne riconosco uno quando lo vedo.

La mia conclusione inevitabile è che Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese. Sono cresciuto in una famiglia sionista, ho vissuto la prima metà della mia vita in Israele, ho prestato servizio nell’esercito israeliano come soldato e ufficiale e ho trascorso gran parte della mia carriera studiando e scrivendo sui crimini di guerra e sull’Olocausto, quindi è stata per me una conclusione dolorosa da raggiungere, a cui ho resistito il più a lungo possibile. Ma ho tenuto corsi sul genocidio per un quarto di secolo. So riconoscere un genocidio quando lo vedo.
 
Questa non è solo la mia conclusione. Un numero crescente di esperti in studi sul genocidio e diritto internazionale ritiene che le azioni di Israele a Gaza si possano definire solo come genocidio. Lo sostengono Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Cisgiordania e Gaza, e Amnesty international. Il Sudafrica ha presentato una denuncia per genocidio contro Israele alla Corte internazionale di giustizia.
 
Il continuo rifiuto di questa definizione da parte di stati, organizzazioni internazionali, giuristi e accademici causerà un danno incalcolabile non solo alla popolazione di Gaza e di Israele, ma anche al sistema di diritto internazionale costruito sulla scia degli orrori dell’Olocausto, concepito per impedire che queste atrocità si ripetano. È una minaccia alle fondamenta stesse dell’ordine morale su cui tutti facciamo affidamento.
 
Il crimine di genocidio è stato definito nel 1948 dalle Nazioni Unite come “l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale”. Nel determinare cosa costituisce un genocidio, quindi, dobbiamo sia individuare l’intenzione sia mostrare che viene messa in atto. Nel caso di Israele, questa intenzione è stata espressa pubblicamente da numerosi leader e funzionari pubblici. Ma l’intenzione può anche essere dedotta dal metodo delle operazioni sul campo, e questo metodo è diventato chiaro nel maggio 2024 – e poi sempre dei più – con la distruzione sistematica della Striscia di Gaza per mano delle forze armate israeliane.
 
Clicca qui Omar Bartov.

Gaza: una generazione cancellata prima della nascita.

Israele continua il genocidio biologico. Clicca qui.
 
(*) Tratto dal sito del Palestinian Centre for Human Rights. Traduzione: La Zona Grigia.
(**) Immagini dal sito del PHCR e dell’Unicef. L’ultima immagine è quella della piccola Sabreen al-Rouh, estratta viva dal ventre della mamma in fin di vita dopo un bombardamento israeliano nell’aprile 2024, ma sopravvissuta solo 5 giorni al resto della sua famiglia.

Leonardo produce genocidio.

A  Sesto Calende, le attiviste di Palestina Libera, la campagna italiana del gruppo Palestine Action, hanno bloccato l’ingresso della Divisione Elicotteri dell’azienda Leonardo . Due  si sono legate con delle catene a terra per evitare il passaggio di mezzi. Due hanno invece occupato il tetto di uno degli edifici coprendo con della vernice rossa l’insegna della Leonardo. Sono stati accesi due fumogeni rossi, insieme alla vernice, come simbolo del sangue dei Palestinesi. “Leonardo Produce Genocidio”, l’insegna di circa 5 metri dell’azienda è stata modificata con della vernice spray dagli attivisti che hanno raggiunto il tetto. Dopo pochi minuti sono arrivate le forze dell’ordine.
 
Nel rapporto pubblicato dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese,  è emerso come la Leonardo SpA, controllata dallo stato italiano, sia una delle aziende più coinvolte nel rifornire militarmente Israele durante il genocidio del popolo palestinese, e una delle aziende che ne ha tratto più profitto, chiudendo 2023 e 2024 con profitti record anche grazie all’aggressione a Gaza. Il Gruppo Leonardo è coinvolto nell’”economia di guerra” anche tramite le sue partecipate estere come RADA e altre, di cui detiene il controllo.
 
L’Italia è ancora la terza nazione per rifornimenti bellici a Israele, nonostante le accuse di genocidio della Corte Penale Internazionale e il mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità che pende su Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano. Clicca qui

Noi non lavoriamo per la guerra!

I portuali annunciano il blocco di una nave israeliana a Genova.
 
La nave Cosco Pisces con un carico di acciaio destinato a Israele, era stata già bloccata da parte dei portuali greci del sindacato Enedep/Pame del Pireo. I portuali italiani hanno fatto sapere di aver appreso che la stessa nave è adesso diretta ai porti liguri di La Spezia prima, dove è prevista arrivare il 25 luglio prossimo, e successivamente a Genova, per poi continuare il suo viaggio in altri porti del mediterraneo.
 
“Sulla base di queste informazioni disponibili, che oramai si poggiano su una rete di solidarietà tra portuali sempre più attiva in tutto il mediterraneo, stiamo monitorando costantemente le possibili attività della nave” dichiarano i portuali dell’Usb.
 
“Al momento in cui scriviamo, non risultano attività di scarico previste dei container incriminati né altre attività di carico di altro materiale bellico nei due porti liguri, ma seguiremo con la massima attenzione l’evoluzione delle operazioni. Nel caso la situazione dovesse cambiare e risultasse il coinvolgimento di portuali nelle operazioni di carico e scarico di questo materiale, USB Mare e Porti è pronto a dichiarare immediato sciopero rispetto queste attività, chiamando alle mobilitazioni lavoratori e cittadini coerentemente con i principi del manifesto. “Il lavoro ripudia la guerra”, preparato insieme a Ceing e sottoscritto in queste ore da molte associazioni, costituzionalisti, giuristi, avvocati ed esponenti di movimenti per la pace”.

Salvini premiato: “Sto con Israele, una realtà pacifica”.

La Camera ha concesso per un’intera giornata le stanze di pregio per un convegno in cui esponenti di spicco della Lega si sono mescolati a generali, ambasciatori e lobbisti legati al governo di Netanyahu. Tra questi anche rappresentanti dell’Idsf (Israel Defense and Security Forum), il think tank israeliano di estrema destra che sostiene l’espansione delle colonie illegali e la deportazione dei palestinesi da Gaza.
Salvini non esita a stringere la mano insanguinata di Netanyahu, ritenuto responsabile di crimini di guerra. Ricevere un premio in questo contesto non è un merito, ma una vergogna. Ed è molto grave che ciò avvenga in una sala della Camera.

Lettera sul genocidio a Gaza.

Egregi colleghi,
In qualità di accademici, studiosi e professionisti di varie discipline, tra cui sanità pubblica, medicina, storia, sociologia, criminologia, ricerca sul genocidio, economia, scienze politiche, relazioni internazionali e psicologia, insieme ad attivisti e membri della società civile globale, scriviamo per esprimere la nostra profonda preoccupazione per il genocidio in corso, la crisi della sanità pubblica e la distruzione sistemica a Gaza.
Siamo allarmati dall’incapacità della comunità internazionale di rispondere adeguatamente a questa emergenza umanitaria.
Notiamo con costernazione che alcune associazioni sono rimaste in silenzio o hanno rilasciato dichiarazioni che non rispettano la responsabilità morale e professionale di fronte alle prove schiaccianti e al diffuso riconoscimento del genocidio.

Il genocidio di Gaza.

Quando verrà scritta la storia del genocidio a Gaza, una delle paladine più coraggiose e schiette della giustizia e del rispetto del diritto internazionale sarà Francesca Albanese, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite, che l’amministrazione Trump sta sanzionando. Il suo ufficio ha il compito di monitorare e denunciare le violazioni dei diritti umani commesse da Israele contro i palestinesi. Albanese, che riceve regolarmente minacce di morte e sopporta campagne diffamatorie ben orchestrate da Israele e dai suoi alleati, cerca coraggiosamente di ritenere responsabili coloro che sostengono il genocidio.

Clicca qui Chris Hedges, giornalista vincitore del Premio Pulitzer, corrispondente estero per quindici anni del New York Times.

Un genocidio di entità superiore a quello ufficiale.

Uno studio del professore israeliano Yaakov Garb, della Ben Gurion University pubblicato sullo Harvard Dataverse, rivela che Israele ha fatto “sparire” almeno 377.000 palestinesi dall’inizio della sua campagna genocida contro la Striscia di Gaza nel 2023. Si ritiene che metà di questi siano minori. I 377.000 palestinesi di cui si è persa rappresentano circa il 17% dell’intera popolazione: ora ammontano a circa 1,85 milioni, prima della guerra era stimata in 2,227 milioni.
 
Il Professore osserva che il bilancio ufficiale delle vittime, pari a 61.000, è chiaramente una sottostima poiché le vittime rimaste intrappolate sotto le macerie non sono incluse.
 
Anche la rivista medica The Lancet ha pubblicato uno studio a gennaio di quest’anno rivelando che il bilancio delle vittime del genocidio israeliano a Gaza è stato molto probabilmente sottostimato del 41% nei primi nove mesi di guerra. Lo studio ha evidenziato che circa il 59,1% delle vittime erano donne, bambini e anziani.