Appello degli ebrei italiani contro la guerra di Netanyahu.

L’appello, firmato anche da Edith Bruck,  non solo l’aperta condanna dei crimini di guerra compiuti da Israele in reazione al criminale pogrom di Hamas del 7 ottobre -di fatto un’atroce vendetta contro l’intera popolazione palestinese – ma ribadisce che essere contro questa guerra non può essere considerato una forma di antisemitismo pur in un contesto, compreso il nostro paese, dove l’antisemitismo cresce e trova nuova forza. Clicca qui.

Il collasso del sistema sanitario di Gaza come genocidio.

Alle voci che si alzano a livello internazionale per chiedere il cessate il fuoco e  la fine dell’offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza si unisce un nutrito team di medici e scienziati che hanno redatto un paper intitolato “Sul dovere internazionale di proteggere la popolazione di Gaza, come il collasso del sistema sanitario indica l’intenzione di genocidio”.
Il dettagliato documento è stato redatto a fine gennaio da una ventina di medici e ricercatori di calibro internazionale ed è attualmente in revisione al 
Journal of Public Health and Emergency, autorevole rivista scientifica specializzata in analisi su sanità pubblica ed emergenze sanitarie.

Nel testo gli autori affrontano la questione da un punto di vista strettamente sanitario, utilizzando il termine “genocidio” perché ritengono il deterioramento del sistema sanitario a Gaza non sia un “effetto collaterale”, ma un atto deliberato per infliggere danni massicci alla popolazione. Un attacco sistematico e intenzionale contro un gruppo di persone, e nel contesto specifico, attraverso la negazione dei diritti alla salute e alla sopravvivenza. “Attacchi militari e bombardamenti degli ospedali, assedio e occupazione delle strutture sanitarie, privazione di carburante e forniture mediche, cibo e acqua, uccisione del personale e detenzioni indiscriminate”. Nell’articolo scientifico la conta delle vittime degli attacchi al sistema sanitario al 22 gennaio: 374 tra medici e infermieri uccisi e 99 sanitari arrestati per non aver obbedito agli ordini di evacuazione. (continua)

Non dobbiamo chiamarlo genocidio?

“Genocidio” è la parola giusta per definire gli oltre già 25mila morti di Gaza? C’è chi difende Israele: “E solo una carneficina come le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, o la totale distruzione di tante  città tedesche durante la Seconda guerra mondiale. Semmai chiamiamoli crimini di guerra ma non genocidi”.

Ebbene, secondo la definizione ufficiale delle Nazioni Unite: «Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: (a) uccisione di membri del gruppo; (b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; (c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; (d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; (e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro».

Ebbene, in 75 anni Israele nei confronti dei palestinesi rientra di diritto in tutti questi atti. Invece per Israele la definizione “genocidio” può essere riferita in esclusiva  solo a “olocausto”: 6 milioni di ebrei pari ai due terzi degli ebrei d’Europa, ma non ai palestinesi finchè non raggiungono i 4 milioni di uccisi, feriti, miseri e affamati, espulsi, deportati, incarcerati. Eppure questa cifra è già stata raggiunta.  

A più di 1.000 bambini sono state amputate una o entrambe le gambe.

Più di 10 bambini al giorno, in media, hanno perso una o entrambe le gambe a Gaza dall’inizio del conflitto tre mesi fa. Lo dichiara Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini e garantire loro un futuro.

Dal 7 ottobre, secondo l’UNICEF, a più di 1.000 bambini sono state amputate una o entrambe le gambe. Molte di queste operazioni sui bambini sono state effettuate senza anestesia, a causa della paralisi del sistema sanitario nella Striscia causata dal conflitto e della grave carenza di medici e infermieri e di forniture mediche come anestetici e antibiotici, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Solo 13 dei 36 ospedali di Gaza rimangono parzialmente funzionanti, ma operano in modo limitato e instabile a seconda della possibilità di accesso al carburante e alle forniture mediche di base in ogni giorno. Clicca qui.

Gesù Cristo sotto le macerie.

Se Gesù dovesse nascere oggi, nascerebbe sotto le macerie a Gaza.

Quando glorifichiamo l’orgoglio e la ricchezza, Gesù è sotto le macerie…

Quando ci affidiamo al potere, alla forza e alle armi, Gesù è sotto le macerie…

Quando giustifichiamo, razionalizziamo e teologizziamo il bombardamento dei bambini, Gesù è sotto le macerie…

Gesù è sotto le macerie. Questo è il suo presepe. È a casa con i marginalizzati, i sofferenti, gli oppressi e gli sfollati. Questo è il suo presepe.

Clicca qui il Rev. Dr. Munther Isaac Evangelical Lutheran Christmas Church Bethlehem.

Quest’anno nessun gesù bambino nasce a Betlemme.

Esperti Onu hanno lanciato un appello alla comunità internazionale affinché impedisca  il genocidio della popolazione palestinese. Studiosi dell’Olocausto e del genocidio hanno reiterato l’urgenza di un intervento per scongiurarne il pericolo. Raz Segal: è un caso da manuale di genocidio.  Ministro della Difesa Yoav Gallant: “Stiamo imponendo un assedio totale a Gaza. Niente elettricità, niente cibo, niente acqua, niente carburanti. Stiamo combattendo animali umani e agiremo di conseguenza”. Il generale Ghassan Alian: “Avete voluto l’inferno, avrete l’inferno”.

Clicca qui I bambini di Gaza

Il rapporto è intitolato “Diari di guerra: il genocidio israeliano in corso a Gaza”.

Fino alla data del 15 dicembre 2023, secondo un rapporto della ong Euro-Med Human Rights Monitor, con sede a Ginevra, Israele ha ucciso quasi 25.000 palestinesi, tra cui circa 10.000 bambini.

Precisamente  sono stati uccisi 24.711 palestinesi, il 92% civile negli attacchi aerei e di artiglieria, tra cui 9.643 bambini, 3.109 donne, 210 operatori sanitari e 83 giornalisti. Nel frattempo, 50.112 palestinesi sono rimasti feriti, centinaia dei quali gravemente; questo numero include migliaia di vittime che sono ancora bloccate sotto le macerie degli edifici, mentre altre centinaia non vengono conteggiate, ma probabilmente sono intrappolate sotto le macerie o ferite nelle strade.

Inoltre ci sono più di 1.850 milioni di sfollati nella Striscia di Gaza che rimangono senza un rifugio sicuro in condizioni disumane. 62.990 unità abitative sono state completamente distrutte, mentre altre 172.055 sono state parzialmente danneggiate. Tra le infrastrutture vitali, sono state distrutte   286 scuole, 1.356 strutture industriali, 124 strutture sanitarie, inclusi 22 ospedali,  142 moschee, 3 chiese e 140 addetti stampa.

Il massacro dei bambini.

Se interroghi Wikipedia quale è stato il il più grande massacro di bambini ti cita Babij Jar nei pressi della città ucraina di Kiev, sito di massacri ad opera dei nazisti e collaborazionisti ucraini ai danni della popolazione locale, il più noto quello compiuto tra il 29 e il 30 settembre 1941. Fu uno dei tre più grandi massacri della storia dell’Olocausto, superato solo dal massacro della operazione Erntefest in Polonia, nel 1943. Alla stessa domanda riferita a questo secolo, Wikipedia ancora non risponde, in attesa dei conteggi dalla Palestina.

L’appello per il cessate il fuoco in Palestina delle Ong italiane.

“La pausa umanitaria temporanea a Gaza è stata insufficiente, solo con un cessate il fuoco permanente sarà possibile raggiungere in piena sicurezza gli oltre 2 milioni di civili, assicurando beni e servizi essenziali e interventi salvavita”. È la richiesta delle Organizzazioni della società civile italiana impegnate da decenni sul campo in attività umanitarie, di cooperazione internazionale e di tutela dei diritti umani, firmatarie dell’appello internazionale “Cease Fire Now”, attualmente sottoscritto da oltre 700 organizzazioni di tutto il mondo e oltre un milione di cittadini. 

È possibile firmare la petizione globale “Cease Fire Now” su: https://t.ly/ceasefirenow

Organizzatrici dell’iniziativa: ActionAid Italia, Amnesty International Italia, Amref Italia, Azione contro la Fame Italia, Defence for Children International Italia, Fondazione L’Albero della Vita, Medici Senza Frontiere (MSF), Oxfam Italia, Save the Children Italia, SOS Villaggi dei Bambini, Terre Des Hommes Italia, VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, WeWorld. Aderiscono inoltre le reti di organizzazioni: AOI, CINI. Ovviamente Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

Firma l’Appello della Marcia di Assisi: L’Italia deve dire basta!

L’Italia deve dire basta!
E deve riconoscere lo Stato di Palestina

Non si può uccidere un bambino o una bambina.
Non si possono uccidere tanti bambini tutti i giorni.
Non si possono uccidere i loro genitori, tutti i giorni.
Non si possono violare tutte le leggi internazionali.
Non si possono bombardare gli ospedali, i campi profughi, le chiese…
Non si possono lasciare decine di migliaia di feriti e ammalati senza cure e medicinali.
Non si può negare e minacciare l’esistenza di un popolo e dei suoi diritti inalienabili.
Non si può fare un genocidio.
Non si possono cacciare milioni di persone dalla propria terra.
Non si può fare tutto questo e pretendere di avere ragione.
Non si può fare tutto questo ed essere impuniti.

Tutto questo è vietato non solo dalla morale ma dalla legge, dal diritto internazionale dei diritti umani.
Tutto questo è disumano.
Tutto questo sta succedendo ora.
Tutto questo deve essere fermato.

L’Italia deve dire basta! Cessate-il-fuoco!
E lo deve dire ora.

Insieme con Papa Francesco, l’Italia, il nostro Parlamento, le forze politiche, le nostre istituzioni, i nostri governanti devono trovare il coraggio di dire basta e di chiedere l’immediato cessate-il-fuoco.

Siamo già tutti coinvolti. Siamo già tutti corresponsabili. Il silenzio ci rende complici.

La pace è possibile ed è nelle mani di tutti i governi che, come il nostro, hanno il dovere, la possibilità e i mezzi per intervenire.

La pace è possibile se riconosciamo ai palestinesi la stessa dignità, gli stessi diritti e la stessa sicurezza che riconosciamo agli israeliani.

L’Italia può fare molto per la pace. Ma deve cambiare: non può continuare ad astenersi o essere di parte.

L’Italia deve assumere un ruolo attivo, propositivo e progettuale mettendosi dalla parte della legge, del diritto internazionale e dei diritti umani.

L’Italia deve chiedere all’Onu l’immediato riconoscimento della Palestina come Stato membro delle Nazioni Unite e impegnarsi a fornire sostegno politico, operativo e finanziario all’attuazione del Piano “due Stati per due Popoli”.

Il Parlamento italiano deve approvare una risoluzione che includa i seguenti punti da sottoporre all’Unione Europea e all’Onu:

  1. l’istituzione immediata della Palestina come 194° Stato membro dell’Onu, con i confini del 4 giugno 1967, con capitale a Gerusalemme Est;
  2. il rilascio immediato di tutti gli ostaggi israeliani a Gaza e dei palestinesi arbitrariamente detenuti nelle prigioni israeliane;
  3. il cessate il fuoco permanente di tutte le parti;
  4. l’invio immediato di tutti gli aiuti umanitari indispensabili per salvare e curare la popolazione di Gaza;
  5. il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza;
  6. la costituzione e l’invio di una “forza di pace” dell’Onu in Palestina
  7. la convocazione di una Conferenza Internazionale di Pace.

L’Italia deve difendere i diritti umani, la legalità e il diritto internazionale, deve battersi affinché prevalga la forza della legge sulla legge della forza e deve agire nell’interesse superiore dei valori di umanità iscritti nella nostra Costituzione e nelle più importanti carte internazionali, della pace, dei diritti umani, della sicurezza internazionale nel mondo.

L’Italia deve assumere un’iniziativa politica urgente e operare coerentemente affinché venga fatta propria innanzitutto dall’Unione Europea.

Per la realizzazione di questa politica, l’Italia può contare sul consenso della stragrande maggioranza dei propri cittadini e sull’impegno fattivo di un’ampia rete di gruppi, associazioni, Enti Locali e Regioni, attiva da più di trent’anni, ricca di relazioni, competenze, progetti ed esperienze con entrambi i popoli.

Per questo l’Italia deve agire come “sistema paese” con una strategia e un piano di lavoro integrati. La diplomazia dei popoli e delle città può arrivare dove i governi non arrivano e provare a costruire, dal basso, le condizioni di una pace che non può più attendere.

Fondazione PerugiAssisi per la cultura della pace
Coalizione AssisiPaceGiusta

FIRMA L’APPELLO

Il massacro di Gaza non è una vendetta.

Le motivazioni allo sterminio dei palestinesi vanno al di là della vendetta  scatenata dopo la sanguinosa operazione Tempesta di al-Aqsa del 7 ottobre. Alla base ci sono cause economiche. Il progetto è preesistente: l’obiettivo di Israele è quello di impossessarsi delle immense ricchezze costituite dai giacimenti di gas che spetterebbero ai palestinesi. Il piano di deportazione si articola in tre fasi: 1) costringere la popolazione stanziata nel nord della Striscia (oltre un milione di persone), sottoposto a bombardamenti massici, a spostarsi verso sud; 2) far entrare l’esercito israeliano a Gaza in modo da occupare l’intera Striscia ed eliminare le postazioni di Hamas; 3) trasferire la popolazione nella zona desertica del Sinai egiziano da cui non dovrà fare più ritorno. All’Egitto, le cui condizioni economiche sono gravi, è stato proposto l’annullamento dell’intero debito estero (135 miliardi di dollari). Questo piano si collega con il progetto del Canale Ben Gurion, un progetto che prevede di congiungere Gaza e Ashkelon al golfo di Aqaba nel Mar Rosso (260 km) creando un nuovo corridoio, alternativo al Canale di Suez (193 km), per il commercio mondiale e l’energia. Clicca qui

Gli USA votano contro il cessate il fuoco.

Mentre a Gaza continua il massacro di civili gli Stati Uniti votano contro il cessate il fuoco umanitario.

Con un gesto eccezionale, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha invocato, per la prima volta durante il suo mandato, l’articolo 99 della Carta Onu per richiamare l’attenzione del Consiglio di Sicurezza sulle stragi che si stanno compiendo a Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati.

2 milioni di persone sono in gravissimo pericolo!

A Gaza ci sono bambini, donne e uomini vittime di una guerra che sono impotenti, perché sono in una gabbia. Voi che non siete in una gabbia, avete l’opportunità di far sentire la vostra voce e di cambiare il destino di coloro che sono rinchiusi in questa gabbia.”

È l’Appello di Andrea De Domenico, Direttore OCHA/Onu Gerusalemme, alla conferenza stampa di presentazione della Marcia della Pace domenica 10 dicembre ad Assisi.

Insieme chiediamo al Parlamento e al Governo di intervenire e di sostenere gli sforzi del Segretario Generale dell’Onu per ottenere l’immediato cessate il fuoco.

“A Gaza, si soccorrano subito i feriti, si proteggano i civili, si facciano arrivare molti più aiuti umanitari. Si liberino gli ostaggi” Papa Francesco

LEGGI LA PROPOSTA

La matematica come opinione.

Dite che c’è una guerra in corso fra l’esercito di Israele e “l’esercito” di Hamas. A prescindere dai 75 anni trascorsi, la presente “guerra” ha già provocato fra i civili palestinesi nella Striscia di Gaza quasi 15 mila morti e 30.000 feriti lasciati senza ospedali né acqua, e oltre 1,7 milioni di sfollati, nonché circa 200 morti in Cisgiordania (427 nel 2023), e 700mila circa di uccisioni e i ferimenti per mano dei coloni in tutti i Territori occupati. Per contro, la “guerra” ha provocato fra gli israeliani 1.400 morti in prevalenza civili, e 240 ostaggi: di cui 50 donne e bambini liberati in cambio di 150 donne e bambini illegalmente prigionieri. Ma che razza di guerra è? è un genocidio?

In tutto il mondo manifestazioni per la pace in Palestina.

A Washington 300.000 persone hanno dato vita alla più grande manifestazione contro la guerra dai tempi del Vietnam, chiedendo a Biden di smettere di finanziare il genocidio a Gaza ed esigendo un cessate il fuoco immediato. La manifestazione era organizzata da Palestinian Youth Movement, ANSWER Coalition, American Muslim Alliance, The People’s Forum, National Students for Justice in Palestine, Al-Awda: The Palestine Right to Return Coalition, U.S. Palestinian Community Network (USPCN), U.S. Campaign for Palestinian Rights (USCPR) e Maryland2Palestine.

Come spiega la pagina Facebook di Jewish Voice for Peace, protagonisti del sit-in alla Grand Central Station di New York, nelle ultime settimane migliaia di ebrei statunitensi hanno protestato contro l’assalto militare israeliano a Gaza, dichiarando: “Non resteremo in silenzio mentre il nostro dolore viene sfruttato per fornire un sostegno militare al genocidio dei civili palestinesi a Gaza”. Continua su https://www.pressenza.com/it/2023/11/manifestazioni-per-la-pace-in-palestina-in-tutto-il-mondo/

La disumanizzazione.

Alla luce degli eventi devastanti attualmente in corso a Gaza, mi sento obbligata a condividere un lavoro che, nonostante sia stato creato anni fa, risuona in modo inquietante con la situazione attuale. Realizzato nel 2014 e pubblicato nel 2017, questo cortometraggio https://www.youtube.com/watch?v=fti3Z8EMzjw di 13 minuti è stata la mia risposta personale a un passato assalto israeliano a Gaza.

Clicca qui la Comunicazione di Farah Nabulsi regista nominata all’Oscar e vincitrice del premio BAFTA.

Morire per l’ONU

L’interpretazione ufficiale americana dei rapporti internazionali come di una “competizione strategica” per il dominio mondiale, la determinazione degli Stati Uniti a vincerla debellando tanto per cominciare la Russia e la Cina, il “fai da te” di Putin mediante la guerra per mettere in sicurezza i confini con l’Ucraina, la prima reazione di Zelensky che ha chiesto lo scioglimento dell’ONU, la perversa azione terroristica di Hamas del 7 ottobre e la vendetta dello Stato d’ Israele contro tutta la popolazione  palestinese e l’intero territorio di Gaza, hanno fatto a pezzi l’ordine internazionale, esacerbando la “guerra mondiale a pezzi” già denunciata dal Papa. La prima e più importante vittima di questa catastrofe è l’ONU… Clicca qui una riflessione di Raniero La Valle

Di cosa parliamo quando parliamo di Gaza.

Vita a Gaza Di cosa parliamo quando parliamo di Gaza. La superficie della Striscia di Gaza è di 360 chilometri quadrati. Roma, per fare un confronto, con i suoi 1.285 chilometri quadrati è tre volte e mezzo più grande. Gli abitanti di Gaza sono 2.098.389, quelli di Roma sono 2.748.109. Il 71 per cento degli abitanti di Gaza ha lo status di rifugiato. A Gaza le persone tra 0 e 14 anni sono il 39 per cento della popolazione (in Italia sono il 12 per cento); quelle con più di 65 anni il 2,9 (in Italia sono il 23 per cento). A Gaza l’età media è di 18 anni, in Italia di 46 anni. Il tasso di crescita della popolazione è dell’1,9 per cento, mentre in Italia è negativo: -0,1 per cento. A Gaza il tasso di mortalità infantile è di 14 morti ogni mille bambini nati vivi, da noi è di 3 morti ogni mille. La speranza di vita alla nascita è di 75 anni a Gaza, di 82 anni in Italia. A Gaza nel 2022 l’elettricità c’è stata in media per 13 ore al giorno. E il 96 per cento dell’acqua dell’unica falda acquifera non è adatta al consumo umano: 1,8 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria per l’acqua, i servizi igienico-sanitari e l’igiene. A Gaza la densità di letti ospedalieri è di 1,3 ogni mille abitanti, in Italia è quasi il triplo. A Gaza nel 2022 più di ventimila pazienti hanno chiesto un permesso per potersi curare all’estero; Israele ha respinto o ritardato il 34 per cento di queste richieste. A Gaza ci sono 32 alunni e alunne per ogni insegnante. L’aspettativa di vita scolastica è di 13 anni a Gaza, di 16 anni da noi. Il tasso di disoccupazione tra i giovani di Gaza è del 75 per cento, in Italia del 21 per cento. Il pil pro capite di Gaza è di circa 900 euro, quello italiano è di 30.855 euro. L’80 per cento degli abitanti di Gaza dipende dagli aiuti umanitari e le persone che vivono sotto la soglia di povertà sono l’81 per cento della popolazione, il 9,4 per cento in Italia. Gli abitanti della Striscia di Gaza non possono andar via né tornare liberamente.

Giovanni De Mauro www.internazionale.it

Pro e contro lo Stato Palestinese.

CONTRO

Amichai Eliyahu, ministro israeliano per il Patrimonio edilizio, ha dichiarato che l’utilizzo della bomba atomica su Gaza è “una delle possibilità” in campo. Le dichiarazioni di Eliyahu sono state fatte durante un’intervista alla radio Kol Barma, e sono state successivamente condivise su Twitter dal giornalista Yaki Adamker. Durante l’intervista, Eliyahu ha sostenuto che Gaza non merita aiuti umanitari a causa delle azioni di Hamas e ha suggerito che l’utilizzo di una bomba atomica su tutta Gaza potrebbe essere una delle opzioni. Quando gli è stato fatto notare che nell’enclave palestinese ci sono ostaggi, ha risposto che “in guerra ci sono anche dei prezzi”.

Israele dispone della bomba atomica e ha tenuto in carcere il tecnico nucleare Vanunu per averlo rivelato al mondo nel 1986. Il suo uso avrebbe un costo minore dei bombardamenti convenzionali. Il Primo Ministro Netanyahu si è dissociato.

PRO

Mordechai Vanunu, anche noto con il nome di battesimo cristiano John Crossman; è un ex tecnico nucleare israeliano di origine ebraico-marocchina, noto per aver rivelato l’esistenza delle armi nucleari segrete dello Stato di Israele. In seguito alle rivelazioni, agenti israeliani nel 1986 lo rapirono in Italia, lo drogarono e lo trasportarono in Israele, dove una corte lo processò in segreto con accuse di tradimento e spionaggio, condannandolo a 18 anni di prigionia. 11 dei quali passati in completo isolamento e, sottoposto a torture psicologiche e trattamenti inumani, tentativi di lavaggio del cervello. Egli rifiutò, come atti di nonviolenza e resistenza passiva, di rivolgere la parola alle guardie e ai membri dello Shin Bet in lingua ebraica (ma solo in lingua inglese), di leggere quotidiani israeliani che non fossero scritti in inglese e di guardare programmi televisivi che non fossero della BBC; rifiutò anche un trattamento psichiatrico.

Uscito di prigione il 21 aprile 2004, per scontare gli ultimi mesi in libertà vigilata, nonostante avesse quasi scontato l’intera pena è stato comunque sottoposto dalle autorità israeliane a notevoli restrizioni della libertà a tempo indeterminato, dal passaporto negato al divieto di parlare con giornalisti.  In seguito arrestato più volte. A favore di uno Stato Palestinese.

Vanunu è considerato da Amnesty International come un prigioniero e un perseguitato politico e gli è stato attribuito lo status di prigioniero di coscienza. Candidato al Nobel per la pace.

A Gaza danni collaterali.

Giorgia Meloni in Parlamento. Per quel che riguarda il Medio Oriente, chiede la liberazione degli ostaggi, parla di due popoli, due Stati. Ma tiene a chiarire: “No al cessate il fuoco. C’è una differenza tra entrare in casa di qualcuno, guardare un neonato, tagliargli la testa e chiedere alle persone di evacuare perché non si vogliono coinvolgere i civili”. Passaggio che provoca qualche protesta. Così come il riferimento ai “danni collaterali” quando dice che “Hamas si fa scudo con il popolo palestinese, ed è oggettivamente difficile targetizzare sui terroristi”.

Occhi per occhio.

In tre settimane di guerra sono morti almeno 5.791 palestinesi, tra cui 2.360 bambini; altre 16.297 persone sono rimaste ferite e 1,4 milioni sono state già sfollate. Il 13 ottobre, 23 ospedali nel nord della Striscia di Gaza hanno ricevuto ordini di evacuazione forzata dall’esercito israeliano e da allora continuano incessanti le telefonate dall’esercito israeliano affinché l’ordine sia eseguito. Questi ospedali forniscono cure salvavita a oltre 2.000 pazienti e sono l’unico rifugio sicuro per decine di migliaia di famiglie. In mezzo alla catastrofe umanitaria che sta colpendo la Striscia di Gaza, questi ordini di evacuazione forzata sono praticamente impossibili da attuare. Firma il nostro appello urgente, chiedi alle autorità israeliane di revocare immediatamente gli ordini di evacuazione e di garantire la protezione delle strutture sanitarie.

FIRMA L’APPELLO

Questo appello di Amnesty International cadrà nel vuoto perché la vendetta “Occhio per occhio” dell’ Antico Testamento (Libro dell’Esodo, cap. XXI) è interpretata da Israele senza  proporzionalità biblica (1 a 1), piuttosto come rappresaglia detta decimazione (dal latino decimatio) (es. eliminare 10 italiani per 1 tedesco). Se i morti israeliani sono stati 1.400, siamo neanche alla metà della meta.

Immediato cessate il fuoco e urgente conferenza di pace.

Si fermi questo inaudito massacro in atto. Chiediamo il tempestivo intervento della comunità internazionale e dell’ONU per un immediato “cessate il fuoco” e favorire una soluzione definitiva e condivisa dei rapporti tra Israele e Palestinesi.

Quel che è in corso, da parte di Hamas e del governo di estrema destra israeliano, è una palese violazione di tutti i trattati e le convenzioni internazionali di salvaguardia delle popolazioni civili dalle guerre e da ogni forma di occupazione.

La nostra condanna contro ogni forma di violenza, di aggressione e di rappresaglia contro la popolazione civile, sia Palestinese, sia Israeliana è assoluta.

Hamas, dopo il criminale eccidio di civili inermi, deve immediatamente rilasciare gli ostaggi e cessare le ostilità che, oltretutto, le dono anche la storica e giusta lotta del popolo palestinese per il riconoscimento di un proprio stato autonomo.

Il governo di Israele con la sua rappresaglia ha già prodotto migliaia di morti, soprattutto donne e bambini, e mette a repentaglio la stessa esistenza dell’intera popolazione della Striscia di Gaza, già ad alto indice di povertà, impedendo il suo rifornimento di cibo, acqua ed elettricità ed in totale assenza di corridoi di fuga e, da ultimo, con inauditi massacri come quello dell’Ospedale scaturito dal bombardamento di Gaza.

Solo con il rifiuto della guerra e della violenza possiamo tutti impegnarci per costruire giustizia, rispetto per il diritto alla autodeterminazione dei popoli, per la convivenza e per una pace giusta e duratura.

Ci appelliamo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché assuma la propria responsabilità di organo garante del diritto internazionale chiedendo alle parti l’immediato cessate il fuoco, il rilascio degli ostaggi e dei prigionieri, il rispetto del diritto umanitario per evitare ulteriore spargimento di sangue, con l’impegno di convocare, con urgenza, una Conferenza di pace che risolva, finalmente, la questione Palestinese, condizione che porrebbe fine all’occupazione Israeliana e alla legittima resistenza Palestinese, ristabilendo così le condizioni per la costruzione di società pacifiche e democratiche.

Comitato per la pace  Taranto 

Anche questo  appello  cadrà nel vuoto perché l’ONU è sempre stata filo araba ma sempre paralizzata dai veti USA a favore di Israele. Clicca qui.

In migliaia contro la Nato e per la pace.

Alla  manifestazione contro la Base a San Pietro a Grado (Pisa, le realtà presenti, dai Comitati di Coltano e Firenze, alle realtà pacifiste, antimilitariste e ambientaliste, dal concentramento – che era ai confini del piccolo centro all’interno del parco naturale – sono partiti in corteo in direzione della caserma Camp Darby distante qualche chilometro, in un percorso tutto all’interno del parco di San Rossore, fatto di prati e alberi fino alla Base, nell’area del Cisam a San Pietro a Grado. Anche questa manifestazione ha portato la sua solidarietà alla Palestina: striscioni, bandiere, molti interventi e slogan (“free, free Palestine”, “Israel terrorist”), così come ha partecipato una delegazione a sostegno del popolo curdo che proprio in questi giorni è stato bombardato dalla Turchia nel nord-est della Siria.

Hanno partecipato alla manifestazione una delegazione del comitato “A Foras” dalla Sardegna, del movimento No Tav, i movimenti di lotta per la casa di Roma e Milano,, alcune realtà politiche come Pap e Rc, Carc, e sindacali (alcuni lavoratori SiCobas di Prato/Firenze, Usb, Cobas confederazione, Sial Cobas Piaggio), operai GKN, la rete del CLA,  assieme alla componente studentesca (collettivi, Osa, Cambiare Rotta e Fgc). Al termine il corteo ha tagliato qualche metro della recinzione della Base nell’area del Cisam.

Gaza genocidio da manuale.

Clicca qui Amy Goodman, la conduttrice di Democracy Now!, un programma di notizie internazionali che va in onda ogni giorno su più di 800 stazioni radiofoniche e televisive in inglese e più di 450 in spagnolo. È coautrice del libro “Coloro che combattono il sistema: eroi ordinari in tempi straordinari negli Stati Uniti”, pubblicato da Le Monde Diplomatique.

“Fermare immediatamente il massacro a Gaza”.

L’appello di 500 operatori sanitari italiani. Clicca qui e aderisci. La situazione a Gaza è quasi inimmaginabile e si prepara a diventare ancora peggiore molto presto. Queste interviste su aljazeera 

https://www.aljazeera.com/program/upfront/2023/10/13/are-israel-and-hamas-guilty-of-war-crimes

mostrano chiaramente ciò che sta per essere scatenato su 2.3 milioni di Gazawi.

Oggi hanno anche dovuto evacuare 3 ospedali nel nord con grave difficoltà e tanti pazienti a rischio. Oltre ai cittadini che vi avevano trovato un precario rifugio. Terra bruciata.

Riceviamo da “zeitun.info” e volentieri pubblichiamo.

Come gli occidentali vedono il conflitto israelopalestinese: basta aprire qualunque telegiornale. Per l’altro punto di vista dobbiamo scorrere zeitun.info (ulivo in arabo) un Sito “che svolge un lavoro di traduzione  di articoli della stampa internazionale che raccontano quanto avviene in Israele/Palestina da una  prospettiva diversa dalla parzialità dei media italiani”. Quattro articoli recenti:

Israele “non può più controllare il proprio destino” dopo lo stupefacente attacco palestinese

Intervista a Meron Rapoport

Il coraggioso Gideon Levy mette gli israeliani di fronte ai fatti

L’arroganza di Israele di Gideon Levy

L’attacco shock di Gaza ha terrorizzato gli israeliani. Bisognerebbe anche svelare il contesto

analisi della catastrofe che ha colpito Israele . articolo di Amos Harel

http://zeitun.info/2023/07/07/le-dichiarazioni-di-netanyahu-dovrebbero-indurre-un-importante-cambiamento-di-paradigma-nella-palestina-occupata/

Analisi di come Netanyahu non voglia permettere la creazione di uno Stato palestinese ma l’ANP gli fa comodo. Articolo di Ramzy Baroud

Non ci sarà mai pace senza giustizia.

Facciamo pace a Gerusalemme.

A trent’anni dalla firma degli Accordi di Oslo, dopo decenni di denunce e allarmi inascoltati, i responsabili delle istituzioni e della politica internazionale devono recitare il “mea culpa” e riconoscere la necessità pressante di fare quello che non è ancora stato fatto: la pace tra i “nemici”, la pace a Gerusalemme.

C’è un solo modo per mettere fine a questo incubo che sta insanguinando la Terra Santa e minaccia di infiammare il mondo intero: riconoscere ai palestinesi la stessa dignità, la stessa libertà e gli stessi diritti che riconosciamo agli israeliani. Tanti lunghi e dolorosi decenni di occupazione militare, uccisioni mirate, bombardamenti, guerre, arresti, repressione indiscriminata, abusi, umiliazioni, deportazioni, apartheid e violazione di tutti i fondamentali diritti umani, ampiamente documentati delle Nazioni Unite, dimostrano il fallimento di tutte le opzioni militari. Non ci sarà mai pace senza giustizia.

Rinnoviamo dunque, ancora una volta, un accorato appello a tutti i responsabili della politica nazionale, europea e internazionale perché intervengano energicamente per mettere fine a questa tragedia facendo rispettare il diritto internazionale dei diritti umani, la legalità internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite. Israele e Palestina: due Stati per due Popoli. Stessa dignità, stessi diritti, stessa sicurezza.

Fondazione PerugiAssisi per la cultura della Pace

Perché non tutto il mondo è solidale con Israele.

In questo momento, in tutte le piazze, nel mondo si vedono molte più persone in solidarietà con i “terroristi palestinesi” che non con gli “israeliani aggrediti”. Come mai? Una risposta può essere che sono alla base dell’orrore odierno settantacinque anni di occupazione israeliana e di una politica occidentale piena di doppi standard che ha lasciato incancrenire la situazione, uccidendo ogni possibile orizzonte politico per una mediazione israelo-palestinese, basata sul principio ONU dei due Stati. Di questo parere è l’ex ambasciatrice Elena Basile insignita dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: “Nel conflitto israelo-palestinese l’occupazione è israeliana, la negazione del diritto di autodeterminazione del popolo palestinese è israeliana, le incursioni nelle moschee e nelle chiese sono israeliane, la violazione delle risoluzioni Onu è israeliana. Non si mette in discussione il diritto alla difesa, ma una politica israeliana e occidentale nutrita di doppi standard e soprusi che crea il mostro Hamas”. Clicca qui.

Gli israeliani distribuirono sacchi per cadaveri…

Ancora nessuna giustizia per i palestinesi a 41 anni dal massacro di Sabra e Shatila quando 3.500 persone per la maggior parte donne, bambini e anziani, furono uccise dalle milizie libanesi alleate di IsraeleAl massacro seguirono anni di torture, interrogatori, rapimenti, sparatorie e intimidazioni. L’obiettivo di questa violenza, facilitata e incentivata da Israele, era quello di spingere i palestinesi fuori dal Libano e il più lontano possibile dai villaggi da cui erano stati sradicati nella Palestina occupata. Oggi i palestinesi continuano ad essere oggetto di violenze in Libano, strangolati dal sistema legale del paese e dalle sue restrizioni economiche.

Clicca qui Il ricordo del massacro di Sabra e Shatila nelle sofferenze palestinesi passate e presenti di Rami Rmeileh, psicologo sociale e ricercatore dottorando presso l’Università di Exeter – Istituto di studi Arabi e Islamici.

La resistenza del popolo palestinese.

Jenin è un microcosmo per l’intera esperienza palestinese di espropriazione, esilio, perdita e resistenza.

Le forze di difesa israeliane hanno attaccato il campo profughi di Jenin nei Territori occupati della Cisgiordania. L’assalto è iniziato con missili da crociera e attacchi aerei, è continuato con droni, carri armati, gas lacrimogeni e unità di cecchini ed è finito con incendi e bulldozer che hanno demolito case e attività commerciali palestinesi. Benjamin Netanyahu ha etichettato l’attacco a una delle aree più indifese e impoverite del mondo come una “operazione speciale”, un raid mirato contro presunti terroristi. Dopo che i carri armati israeliani sono usciti da Jenin, gli Stati Uniti hanno annunciato la vendita di 25 F-35 a Israele, in un accordo finanziato dal Pentagono.

Clicca qui Jeffrey St. Clair  l’editore di CounterPunch. Il suo libro più recente è An Orgy of Thieves: Neoliberalism and Its Discontents (con Alexander Cockburn).

Nel silenzio generale la repressione dei Palestinesi.

Proseguono nel silenzio generale dei media mainstream le uccisioni sommarie di centinaia di civili palestinesi, le demolizioni e le confische di case e terre palestinesi, le aggressioni dei coloni e tanto altro:  Clicca qui l’intervista della relatrice speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nel Territorio palestinese occupato: la dottoressa Francesca Albanese, accademica, giurista specializzata in diritti umani e diritto.

E chi dovrebbe proteggere i palestinesi?

Non ci sono molte popolazioni al mondo così indifese come i palestinesi che vivono nel loro stesso paese. Nessuno protegge le loro vite e proprietà, figuriamoci la loro dignità, e nessuno intende farlo. Sono totalmente abbandonati al loro destino, così come la loro proprietà. Le loro case e le loro auto possono essere date alle fiamme, i loro campi incendiati. Va bene sparargli senza pietà, uccidendo vecchi e bambini, senza forze di difesa al loro fianco. Niente polizia, niente militari: nessuno. Continua. Gideon Levy (Tel Aviv1953) è un giornalista israeliano. Dal 1982 scrive per il quotidiano israeliano Haaretz e dal 2010 anche per il settimanale italiano Internazionale.

Palestina: Amnesty International deve essere messa a tacere!

I pannelli luminosi che riportano la denuncia di Amnesty International e la condanna dell’Apartheid israeliano devono spegnersi a Torino e mai accendersi a Milano. Per la seconda volta, dopo Firenze, affissioni realizzate da gruppi solidali con la popolazione vengono contestate o censurate, unitamente a espressioni di condanna e sconcerto per l’uso di tale termine del diritto internazionale, come se s’ignorasse che proprio in Israele di ciò si parla e da anni. Clicca qui.