Chiusura Solvay: Nazioni Unite contro Italia e Unione Europea.

La lobby chimica internazionale Solvay, a difesa dei propri lauti profitti, quale monopolista delle produzioni Pfas, arruola grandi firme. Del calibro di Mario Draghi. Supermario fu chiamato a frenare il bando totale UE dei Pfas: nel suo rapporto sulla competitività europea (settembre 2024), sostenne che limitare drasticamente i Pfas danneggerebbe la competitività europea, in particolare nei settori delle auto elettriche, semiconduttori e rinnovabili. In particolare, ma senza enfatizzare, aveva a cuore il settore militare. Invece, sparò alto dichiarando addirittura… i Pfas insostituibili per la transizione verde e digitale. Ovvio che ignorò completamente i rischi per la salute e la presenza delle alternative industriali indicate nel dossier dell’ECHA Agenzia europea per le sostanze chimiche.
 
L’autorevolezza di Draghi servì a frenare la proposta di cinque paesi europei (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia) di vietare l’uso di questi composti cancerogeni.
 
Ultimo sponsor arruolato: Jessika Roswall, commissaria europea all’Ambiente, per una missione   organizzata dall’europarlamentare Letizia Moratti (Forza Italia), guarda caso membro attivo della Commissione per l’ambiente. Per questa missione, a marzo la Roswall ha visitato il sito Syensqo Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria. Dopo aver girato, caschetto giallo e camice bianco,  a braccetto dell’amministratore delegato Mike Radossich e di Andrea Diotto, ex manager dello stabilimento che la procura accusa di disastro ambientale colposo (omessa bonifica del territorio e ulteriore inquinamento Bormida-falde-suolo-atmosfera con nuove sostanze, tra cui i Pfas), tutta sorridente (foto diffuse su Linkedin) la Roswall ha “postato” un commento entusiasta che comitati e associazioni hanno commentato su un manifesto con un enorme titolo: VERGOGNA.
 
Vergogna per aver esaltato l’ “eccellenza industriale di un’azienda scientifica innovativa che applica la ricerca chimica allo sviluppo di soluzioni più sicure, pulite e sostenibili, e assicura un’impronta ambientale migliorata”. Senza il rispetto per la popolazione falcidiata da malattie e morti.  
Di opposto avviso è Marcos Orellana, relatore speciale delle Nazioni unite sulle sostanze tossiche e i diritti umani, esperto di diritto internazionale e ambientale, insegnante all’American University di Washington e in moltissimi atenei in tutto il mondo, direttore del settore Ambiente e diritti umani di Human Rights Watch.
 
Nel suo primo mandato come relatore speciale Onu, tra il 2020 e il 2023, si era già occupato dell’inquinamento Pfas in Italia. A seguito della sua visita nel dicembre 2021, nella sua relazione finale Orellana aveva avvertito che a Spinetta Marengo è in corso un “disastro ambientale e sanitario” simile a quello del Veneto, citando la contaminazione delle acque e del suolo e dell’aria da parte del polo chimico Solvay, danneggiando gravemente la salute delle comunità locali. Non solo, aveva denunciato l’inazione politica delle autorità italiane locali e nazionali che non avevano né informato né salvaguardato la popolazione sui rischi per la salute legati alla contaminazione senza limiti da PFAS. Orellana aveva inquadrato la questione non solo come un problema ambientale, ma come una violazione dei diritti umani fondamentali, in particolare il diritto alla salute e a un ambiente pulito.
 
La relazione di Orellana aveva fatto luce sulla necessità di intervenire urgentemente per bonificare l’area e tutelare gli abitanti di Spinetta Marengo dagli effetti a lungo termine delle sostanze tossiche. Per questa urgenza, stante l’inazione delle istituzioni italiane ed europee a fermare le produzioni Solvay, le popolazioni alessandrine metteranno in campo le azioni collettive di class actions.
A sua volta ora, verso la fine del secondo mandato, Marcos Orellana sta lavorando a un nuovo report che porrà al centro la questione della messa al bando totale dei Pfas. (clicca qui uno stralcio dell’intervista).

Contro il TFA non basta allungare il vino con l’acqua.

Il TFA non è arrivato per caso: si tratta infatti di un metabolita di PFAS ancora ampiamente utilizzati, soprattutto in pesticidi e gas refrigeranti. È altamente solubile, persistente e in grado di raggiungere falde e sorgenti anche a grande distanza dai luoghi di emissione. Il risultato è una contaminazione diffusa e trasversale, che riguarda acqua, alimenti e bevande alcoliche.
 
A differenza dei vecchi PFAS, che sono molecole ‘pesanti’ che si depositano nei fanghi o nel sangue, il TFA è una molecola ultra-corta e iper-mobile. Questo le permette di penetrare ovunque. Nel 2024 Pesticide Action Network Europe (PAN Europe) ha analizzato acque minerali commercializzate in diversi Paesi europei, trovando TFA in numerosi campioni, spesso a concentrazioni rilevanti. Per le acque minerali, al momento, non esiste alcun limite legale.
Il TFA viene assorbito anche dalle radici delle piante: è stato rilevato in concentrazioni significative nel vino europeo e in diversi prodotti ortofrutticoli.
 
L’ “Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche, ECHA” ha recentemente riclassificato il TFA come tossico per la riproduzione. Inoltre, le evidenze più recenti suggeriscono possibili effetti su fegato, sistema endocrino e riproduttivo, oltre a un impatto ecotossicologico non trascurabile.

Scandalo Pfas: l’inchiesta che svela i legami nascosti fra la lobby degli inquinanti eterni e la società di consulenza dell’Ue.

Basandosi su documenti e registri ufficiali dell’UE, il Financial Times ha reso noto che società di consulenza Ramboll, dal 2020 incaricata dall’ECHA di fornire consulenze strategiche sui PFASavrebbe fornito consulenze sia all’ECHA (Agenzia europea per le sostanze chimiche) sia ai produttori stessi di queste sostanze. Apparirebbe dunque sempre più concreta la conseguenza che le decisioni europee sono in qualche modo “pilotate” dalle lobby. Infatti, ciò avviene proprio mentre l’Unione Europea sta lavorando a una proposta di divieto di migliaia di sostanze sintetiche note come PFAS. Per ciò, la decisione di mantenere in uso certi PFAS invece di proporne un divieto immediato, tipo le deroghe decennali per le schiume antincendio.
 
È chiaro che le forti pressioni esercitate dalla lobby chimica sarebbero un evidente conflitto di interesse in un dossier di grande rilevanza per la salute pubblica e l’ambiente. Si tratta ovviamente di una situazione preoccupante, che rischierebbe di minare la credibilità dell’intero processo regolatorio.
Chissà se L’Unione Europea riesce a svincolarsi dalla morsa della Lobby chimica di Solvay & C. almeno dopo che i risultati dei test condotti su 24 alti funzionari della UE hanno rivelato la presenza anche ogni limite di PFAS in tutti leader provenienti da 19 paesi.  L’iniziativa è stata promossa dal Ministero danese dell’ambiente, in collaborazione con l’Ufficio europeo per l’ambiente (EEB) e l’organizzazione ChemSec.
 
D’altronde oltre 100 organizzazioni europee hanno lanciato il manifesto “Stop PFAS”, chiedendo ai leader europei di sostenere la proposta di restrizione universale. L’appello evidenzia che un divieto parziale non basta: serve una strategia decisa per fermare l’inquinamento e tutelare la salute pubblica, oggi e per le generazioni future. Clicca qui.

L’ECHA lancia un salvagente a Solvay.

Come anticipavamo (clicca qui) ci mette lo zampino anche l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa), che ha appena annunciato che dividerà la restrizione Ue sui Pfas, escludendo otto categorie di utilizzi dal processo di valutazione del divieto: stampa, sigillature, macchinari, esplosivi, militare, tessili tecnici, usi industriali più ampi e altre applicazioni mediche.
 
Secondo la rete Chemsec, un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro che promuove la sostituzione dei Pfas con alternative sicure, che già esistono, questo dell’Echa è “un precedente pericoloso e inaccettabile”. Contraddice chiaramente gli impegni presi nella Chemicals Strategy for Sustainability, che prevede l’eliminazione dei Pfas da tutti gli usi nell’Ue (dunque le produzioni Solvay di Spinetta Marengo).
 
La Commissione UE dovrebbe considerare inaccettabile la decisione dell’ECHA.

Il decreto legislativo ispirato da Solvay. Sulla pelle della popolazione di Alessandria.

Come per l’amianto, le leggi protettive contro i Pfas (di prevenzione e per il principio di precauzione) sono mancate, e nel frattempo a pagare sono già state le comunità più esposte (Veneto e Piemonte).
 
Il Disegno di Legge (Crucioli) di messa al bando della produzione e dell’uso dei Pfas è stato definitivamente riposto in soffitta. Invece, nella bonaccia della politica italiana, è varato il recente decreto legislativo ispirato da Solvay. Il quale è fatto sulla pelle della popolazione di Alessandria! Infatti, 1°) lo stabilimento di Spinetta Marengo è l’unico in produzione in Italia; 2°) l’inquinamento di Spinetta Marengo non riguarda solo i Pfas, che ne rappresentano appena la punta dell’iceberg; e 3°) la contaminazione da Pfas in atmosfera è ancora più grave di quella sulle acque di superfice e di falda: in atmosfera dalle 72 ciminiere dolosamente continuano sulla provincia a ricadere -in aria terra acqua- 21 veleni tossici e cancerogeni (tra cui  i vecchi e i nuovi Pfas), respirati, disciolti nella nebbia, nella pioggia, nel pulviscolo atmosferico, nelle polveri sottili.
 
Che “L’atmosfera di Alessandria è avvelenata dalla Solvay” (clicca qui) l’abbiamo dimostrato più volte e, con l’esposto del 7 aprile 2023 via PEC avevamo chiesto alla Procura di intervenire. A sua volta, il DDL Crucioli avrebbe fermato le produzioni Solvay in Italia e nell’immediato il progredire di malattie e morti fra le popolazioni del territorio, sacrificate invece dal recente Decreto legislativo.
 
Il Decreto legislativo 19 giugno 2025, n. 102 non va oltre all’attuazione della direttiva europea 2020/2184 del 16 dicembre 2020, riguardante la qualità delle acque destinate al consumo umano, al tempo cioè dell’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) che stabiliva l’assurdo della soglia di sicurezza per i PFAS (DST – Dose Settimanale Tollerabile di gruppo) pari a 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo alla settimana che, tradotto per un adulto di 70 kg, significava poter assumere non oltre 308 ng di PFAS alla settimana. Né va oltre al Regolamento UE 2023/915 che stabilirà, da agosto 2026, per alcuni Pfas limiti massimi di contaminazione ammessi in alcune categorie di alimenti (uova, prodotti ittici, carni di diversa origine).
 
Il decreto, ispirato da Solvay, è funzionale ad accontentare quanti, anche nei pressi dell’ambientalismo, lo considereranno “un piccolo passo in avanti, un segnale positivo”, dimenticando che, come pur sottolinea Greenpeace, “quando si parla di sostanze cancerogene non esiste alcuna soglia di sicurezza diversa dallo zero tecnico».
 
Il limite introdotto è pari a venti nanogrammi per litro e riguarda la somma di quattro molecole – Pfoa, Pfos, Pfna e PfhxS – di cui sono già noti i pericolosi effetti per la salute umana e ambientale.  L’Italia si mette al passo con alcuni paesi europei come la Germania, che ha introdotto lo stesso limite, ma resta ben lontana dai valori più cautelativi per la salute umana inseriti da altri Paesi come la Danimarca (due nanogrammi per litro) o la Svezia (quattro nanogrammi per litro).
 
 Inoltre, il decreto inserisce un limite pari a dieci microgrammi per litro (diecimila nanogrammi per litro) per il Tfa oggi considerato il Pfas più abbondante e diffuso sul pianeta.
 
Quanto previsto dal nuovo decreto, affiancherà il limite di venti nanogrammi per litro previsto dalla Direttiva europea (pari a cento ng/L per la somma non più di ventiquattro, come prevederebbe la direttiva europea, bensì trenta molecole, includendo le sei sostanze prodotte dalla ex Solvay di Alessandria), che entrerà in vigore in Italia dal prossimo 12 gennaio. Tuttavia, per l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’Agenzia europea per l’ambiente il limite proposto da Bruxelles non basta per tutelare la salute dei cittadini.
 
A livello europeo, è in discussione una possibile restrizione universale dei PFAS ai sensi del regolamento REACH, proposta da diversi stati membri. Alcuni paesi dell’UE hanno adottato limiti nazionali più severi per determinati PFAS o gruppi di PFAS rispetto a quelli previsti dalla direttiva europea. Sebbene l’Italia si stia allineando ai requisiti minimi delle direttive UE, in Europa si osserva una tendenza verso regolamentazioni nazionali più stringenti e un potenziale futuro divieto a livello comunitario dei PFAS.
 
Da tenere d’occhio, ma non certamente definibile una “spada di Damocle”, anche perché non c’è fretta nel suo iter, è la proposta dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) di restrizione generalizzata di circa 10.000 PFAS in tutti gli usi non essenziali, con fasi temporali di divieto o limitazioni da 18 mesi a 12 anni in base alla criticità e disponibilità di sostanze alternative. Finora, il Pfoa è soggetto a restrizioni dal 2020 e più recente il regolamento UE del 2019 prevede il divieto o la restrizione dell’uso e della produzione di PFOS, PFOA e altri PFAS e lo smaltimento sicuro delle sostanze già presenti nei prodotti, con tempi di efficacia che si annunciano lunghi ai fini della riduzione del rischio per la salute.

UE contro i cosmetici fuori legge per Pfas.

L’ispezione è stata condotta in 13 paesi europei, tra novembre 2023 e aprile2024, dall’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa) su 4500 cosmetici, provenienti da vari venditori e a tutte le fasce di prezzo.
Oltre il 6% è risultato fuori legge come tossiche e cancerogene.  Le violazioni più frequenti hanno riguardato  eyeliner e matite labbra, in forma di matita o crayon,  balsami e maschere per capelli, quindi principalmente in prodotti da risciacquo. 
 
Le ispezioni sono state effettuate principalmente attraverso il controllo dell’elenco degli ingredienti, azione che può essere effettuata facilmente anche dai consumatori. L’elenco su Il Salvagente.

Vietati altri Pfas, minimo passo in avanti.

Su questo tavolo divieto di Pfas.
Non è propriamente un Pfas ma un suo sottogruppo: l’acido undecafluoroesanoico (PFHxA e sostanze correlate), che Commissione europea, a norma del regolamento REACH — legislazione sulle sostanze chimiche, ha vietato come vendita e uso. Dunque divieto nei tessuti, cuoio, pelli per l’abbigliamento e gli accessori, come i giubbotti antipioggia o le calzature, ma anche nella carta e nel cartone destinati al contatto con gli alimenti, come le scatole per la pizza, nelle miscele, come gli spray impermeabilizzanti, nei cosmetici per la cura della pelle e in alcune applicazioni di schiuma antincendio. Però, il divieto non riguarderà altre applicazioni delle stesse sostanze, come quelle nella produzione di semiconduttori, di batterie o delle celle a combustibile per l’idrogeno verde.
 
La norma della Commissione si basa sulla valutazione dei comitati dell’ECHA (Agenzia europea delle sostanze chimiche), ma purtroppo  si tratta di un provvedimento col freno a mano della Solvay: ancora limitato rispetto alla restrizione dell’intero gruppo PFAS che l’ECHA sta favorevolmente  valutando a seguito di una proposta del 2023 di cinque governi europei (non dell’Italia imbeccata dalla Solvay),  e addirittura con un periodo di transizione tra 18 mesi e 5 anni, a seconda del materiale.