Pfas, Solvay e Intelligenza Artificiale.

In quanto ancora secretata, c’è molta opacità nell’ AIA Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata il 5 agosto scorso dalla Conferenza dei servizi di Alessandria per lo stabilimento di Spinetta Marengo.  Per certo, i Pfas non sono stati messi al bando nella strategia Solvay Syensqo, e dunque in Italia (dove Solvay è monopolista).  A maggior ragione perché a livello internazionale se ne sospetta lo sviluppo nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale AI.  
Infatti, un nuovo rapporto dell’organizzazione ChemSec International Chemical Secretariat ha rilevato che molti dei principali produttori mondiali di PFAS stanno aumentando la propria capacità produttiva proprio grazie alla crescita delle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale. I PFAS vengono infatti utilizzati per gestire le enormi quantità di calore generate dalle apparecchiature presenti nei data center. Secondo il rapporto, grandi produttori chimici come il conglomerato giapponese Daikin, il gruppo francese Arkema e l’americana Chemours stanno sensibilmente aumentando (fino a tre volte) la produzione di PFAS in risposta alla crescente domanda proveniente dall’industria dei semiconduttori e dei data center. La multinazionale belga Syensqo non sarebbe, a Spinetta e Bollate, impreparata alla sfida dei  “fluidi dielettrici fluorurati”.    
Le principali fonti di domanda dei pfas sono tre: raffreddamento dei data center, produzione di semiconduttori e materiali per batterie agli ioni di litio.
Ebbene, all’origine c’è il grande consumo di acqua per i data center: i sistemi di raffreddamento più recenti stanno infatti iniziando a utilizzare sostanze chimiche fluorurate contenenti PFAS in alternativa all’acqua. La crescita dell’intelligenza artificiale, che sta accelerando lo sviluppo dei data center, potrebbe aumentare ulteriormente la domanda di PFAS, proprio perché le infrastrutture richiedono sistemi sempre più efficienti per dissipare il calore prodotto dalle apparecchiature.
Dunque si tratta di un appetitoso business per le multinazionali chimiche dei Pfas. Si pensi che, sempre secondo una analisi di ChemSec, i “forever chemicals” hanno generato circa 4 miliardi di dollari di profitti. Nel frattempo, la costruzione dei data center continua a crescere rapidamente: uno studio del 2026 della Building Owners and Managers Association (BOMA) ha rilevato che lo scorso anno i data center hanno rappresentato quasi il 46% delle costruzioni private, rispetto a meno del 5% di dieci anni prima, passando da 1,8 miliardi di dollari nel 2014 a 41,1 miliardi lo scorso anno.
Poco importa ai grandi produttori se, a fronte dei profitti, i costi sociali sono stimati in circa 17.500 miliardi di dollari l’anno, tra spese sanitarie, bonifiche e contaminazione delle acque e dell’atmosfera. I dati della “National Health and Nutrition Examination Survey” hanno rilevato PFAS nel sangue del 97% degli americani.
Il tema del raffreddamento dei data center è già diventato un ulteriore fronte di battaglia ambientale: le organizzazioni ambientaliste hanno presentato una lettera all’EPA, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, chiedendo di respingere la richiesta di Chemours di accelerare l’approvazione di un nuovo PFAS, Opteon 2P50, destinato proprio al raffreddamento dei data center. In Francia, quattro organizzazioni ambientaliste hanno avviato una causa contro Arkema e Daikin. In America, gli ambientalisti hanno di fronte Donald Trump.  In Italia, per la class action inibitoria contro Solvay, hanno Mario Draghi: che aveva ammonito: i Pfas sono indispensabili. Aiaiaiai AIA + AI

Il genocidio di Israele perfezionato con l’intelligenza artificiale.

Premiato al festival di Venezia da una ovazione di 25 minuti e dal Premio speciale della Giuria, «NAZA», realizzato dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, sarà nelle sale italiane dal 28 al 30 settembre.
Girato in segreto di notte sui tetti di Tel Aviv, il film rivela i dettagli dei sistemi alla base dell’uccisione di massa dei civili palestinesi a Gaza cinicamente programmata da Israele. Include interviste con 24 ufficiali dell’intelligence militare israeliana, soldati e informatori: nel film discutono di come vengono scelti i bersagli palestinesi: da qui deriva il titolo dell’opera, un acronimo militare usato dalle Forze armate israeliane per indicare il numero di civili che si prevede verranno uccisi in un attacco aereo su Gaza. Significa “Nezek Agavi”, ovvero danno collaterale.
«Naza» dunque è la parola con cui l’esercito israeliano indica le «vittime collaterali» a Gaza, intere famiglie palestinesi che possono essere uccise per colpire un obiettivo strategico, quasi sempre un miliziano di Hamas nella propria casa. Se poi è lì davvero, o se è il target giusto poco importa, e tantomeno è in questione la morte di innocenti. C’è anzi un numero di «Naza» permesso che si alza secondo il grado di importanza del nemico da colpire: per gli «junior» può essere venti, per le gerarchie anche illimitato. A spiegarlo con precisione sono i militari dell’intelligence israeliana, corpi speciali che da remoto hanno messo in pratica quella macchina dello sterminio capillare, costruita e rodata negli anni dallo stato di Israele grazie alla tecnologia, a cui oggi l’Intelligenza artificiale offre una strumentazione ancora più feroce.
Il film smaschera le menzogne israeliane nel volersi vittima, ripetute dal suo premier, rivelando la macchina dello sterminio e il suo funzionamento, e lo fa attraverso le testimonianze dei ventiquattro militari dei gruppi di élite dell’intelligence israeliana che ne sono ideatori e esecutori, e che ne spiegano il sistema. Schedature, classificazioni, sorveglianza, l’uso di tecnologie raffinate, l’IA, gli algoritmi, per un genocidio guidato da remoto.
«Naza» sono le vittime collaterali ovvero tutti i palestinesi senza distinzione di età, anche i neonati di cui i militari sentono il pianto prima di colpire, anche i bambini che corrono a cercare cibo affamati, osservati morire sullo schermo come «in un videogame». È un racconto dell’orrore ma prima ancora è un progetto politico che in questi anni Israele ha negato con la complicità del resto del mondo, di paesi europei «democratici» dove il movimento contro il genocidio è stato censurato, accusato di antisemitismo, represso. 
NAZA denuncia che la morte dei bambini a Gaza è cinicamente considerato un effetto collaterale. Rimane però evidente la strategia del genocidio perché a morire sono i bambini. E uccidere i bambini, in questa macabra “strage degli innocenti”, condotta con metodi artificialmente intelligenti, è volontà di recidere il futuro, recidere la speranza, recidere la rinascita che i bambini rappresentano.
Israele intende revocare la cittadinanza ai registi di ‘NAZA’ Yuval Abraham e Rachel Szor. Magari imprigionarli.