1) Ad Alessandria, di nuovo un delitto perfetto contro l’ambiente e la salute?

Un delitto viene definito perfetto quando il crimine è consapevolmente ideato per essere commesso senza lasciare alcuna prova, oppure per essere risolto dai tribunali con un nulla di fatto: o archiviato senza colpevoli o coperto con pene cosmetiche.
Quest’ultimo è proprio il caso del delitto perfetto contro l’ambiente (e la salute, di conseguenza): compiuto tramite un’azione inquinante e distruttiva pianificata per eludere completamente la legislazione vigente. Possiamo riferirci ad Alessandria, all’area denominata Fraschetta, al sito produttivo chimico di Spinetta Marengo, alla compromissione significativa e misurata -dalle indagini- di acque, aria, suolo, flora, fauna e, sopra tutto, della salute di una popolazione di lavoratori e residenti. ***
Nello specifico della Solvay (Syensqo) di Spinetta Marengo, nel PRIMO PROCESSO (2015) la procura della repubblica aveva incriminato -i massimi vertici aziendali- per disastro ambientale: avvelenamento doloso delle acque (art. 439 c.p.), con reclusione non inferiore ai 15 anni, ravvisando l’alterazione irreversibile dell’ecosistema, la sua attenuazione particolarmente onerosa, e l’offesa alla pubblica incolumità per numero di persone ed esposizione. I faldoni dell’accusa riempivano una stanza di documenti sequestrati e intercettazioni. Tuttavia, il tribunale aveva, delitto perfetto, derubricato il dolo con condanne per disastro ambientale colposo (1 anno e 8 mesi con i benefici di legge per tre marginali direttori di stabilimento).
La Cassazione (sentenza 2020), rendendo definitive le condanne, nelle motivazioni ha stabilito che il polo chimico avrebbe dovuto fermarsi per impedire che i veleni finissero in falda: Il danno ambientale dev’essere risarcito mediante l’adozione di misure di ripristino delle risorse naturali danneggiate, attraverso la strada della riparazione ‘primaria’, ‘secondaria’ e ‘compensativa’”. Ciò non è avvenuto, anzi, Solvay ha potenziato le produzioni di Pfas e l’inquinamento aria-acqua-suolo, ha approfittato dell’inerzia del ministero dell’ambiente e non ha provveduto alla bonifica.
La multinazionale si è sempre limitata a compitare alcuni “piani di caratterizzazione” che non hanno mai portato alla bonifica, né del sito interno, né soprattutto dei terreni esterni inquinati dalla fuoriuscita dei composti chimici in aria e acque. Nessuno di questi piani ha riguardato la famiglia dei Pfas, prodotti e utilizzati dagli anni Ottanta, ma minimamente le altre sostanze “storiche” (prodotte dagli anni Sessanta) come cromo esavalente, cloroformio ecc. Anzi, il monitoraggio Arpa continua a confermare la presenza in aria di cC6O4 e Adv (soprattutto alla centralina della via principale di Spinetta).
Su queste basi, si è avviato e continuamente rinviato il SECONDO PROCESSO. Di nuovo un delitto perfetto? Di nuovo lo strapotere dei soldi?  Il prossimo 25 giugno, alle ore 10, nell’aula (dalle pareti che sembrano bombardate) del tribunale di Alessandria (definito dal presidente Paolo Rampini “il peggior tribunale del Piemonte”), si terrà l’udienza che potrà mettere una pietra miliare o tombale al processo.
*** Al caso nazionale del disastro sanitario e ambientale di Spinetta Marengo sono dedicati approfonditi capitoli in 3 volumi (work in progress) di “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia (disponibile a chi ne fa richiesta).

7) Solvay, la nostra lotta continua.

L’avvocato Guido Carlo Alleva, il 26 settembre 2024 uscendo dall’aula della sconcertante udienza del Gup m’aveva strizzato con beffardo occhio: “Balza, non sospetti un complotto” (per essere stato l’unico escluso come parte civile). E, famoso anche come produttore enologo, aveva messo da parte il miglior chardonnay: il “Guido Alberto”. Lo spumante è pronto da stappare, per festeggiare, il prossimo 25 giugno, il delitto perfetto in sede penale, con un brindisi di lusso assieme al nuovo CEO belga Syensqo Mike Radossich e a Rosemary Thorne, presidente del consiglio di amministrazione del Gruppo Solvay. Troppe bollicine. Troppo ottimismo. Anche perché i Comitati e le Associazioni hanno preparato in sede civile le class actions: clicca qui. LA CLASS ACTION INIBITORIA PER SPINETTA EQUIVALE ALLA MESSA AL BANDO DEI PFAS IN ITALIA (e non solo).

Il sospettato fornisce indizi.

Elementare Watson!
Solvay Syensqo annuncia assunzioniprova di espansione oppure di crisi? Indizio di offensiva oppure di resa ai comitati e alle associazioni che in sede giudiziaria civile avviano class action inibitoria per mettere fine al disastro sanitario e ambientale: per la chiusura delle produzioni inquinanti di Spinetta Marengo e per la bonifica?
 
Nel gergo comune si usa citare la celebre frase di Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Però, gli indizi devono essere resistenti, logici e non facilmente attaccabili, specifici e circostanziati, non generici o vaghi, soprattutto convergere in modo univoco verso la stessa conclusione. Analizziamoli.
 
La multinazionale belga ha annunciato l’assunzione di 25 tecnici entro giugno. In sé è un indizio fasto, ma non sarebbe la prima volta che -Elettrolux docet- assunzioni e straordinari precedono, invece, i licenziamenti: per precostituire all’azienda scorte di magazzino in vista della chiusura degli impianti. Anzi, soprattutto se sono assunzioni a tempo determinato (spesso: specchietto per le allodole). Appunto, se indizio nefasto, con le organizzazioni sindacali alessandrine è stato raggiunto un accordo per aumentare temporaneamente le giornate di lavoro per almeno un trimestre. L’intesa prevede anche un riconoscimento economico per tutte le persone coinvolte.
 
Potrebbe essere l’indizio che la multinazionale riempie gli stock di scorte perfluoroalchiliche perché intende sganciarsi dalle contestatissime produzioni, sostituendole con attività alternative ad alto contenuto tecnologico, per le quali servono nuovi profili tecnico-operativi? Non è così, perché Solvay non abiura le attività attuali (e non ne risarcisce l’impatto, in primis sulle Vittime) e perché le “nuove” attività sono destinate in particolare al settore dei semiconduttori. Dunque, sono la conferma del core business dell’azienda: il nucleo fondamentale attorno al quale ruotano le strategie e le risorse, cioè il modello di profitto e di sfruttamento ecologico.
 
Infatti, Solvay fornisce materiali avanzati e gas fluorurati essenziali per la produzione di semiconduttori e microchip, gas ad altissima purezza utilizzati nelle fasi di attacco chimico e deposizione durante la fabbricazione dei semiconduttori. I fluoroelastomeri (tecnoflon) sono utilizzati nelle guarnizioni e nei componenti delle macchine per la fabbricazione dei chip, che richiedono resistenza chimica e termica estrema.
 
Altro indizio. La propaganda mediatica. Eliminati i Pfas dalle acque inquinate.  Solvay finanzia alle magre casse dell’università di Alessandria il pomposo (nel nome) Centro RisPA, Centro di Ricerca e Sviluppo per il Risanamento e la Protezione Ambientale. In quest’ambito, Solvay festeggia sui giornali la tesi di dottorato di un suo dipendente dopo otto anni di ricerca sulla “rimozione dei PFAS dalle acque” tramite “materiali adsorbenti, tra cui carboni attivi, zeoliti e materiali di sintesi”. Naturalmente si tratta della solita ricerca in provetta che su scala industriale costerebbe al CEO Mike Radossich un occhio (alla lettera), anzi preannunciando la prossima che risolverà definitivamente i Pfas nelle acque tramite addirittura… “scarti vegetali”. Insomma, uno dei periodici annunci di “dipendenti eccellenti” candidati al Nobel per la chimica. Comunque, tenace indizio di conservazione delle produzioni.
 
Gli indizi, senza trarre conclusioni affrettate, sembrerebbero confluire nella prova che il colosso chimico è determinato ad affrontare in sede civile la sfida della class action inibitoria, lasciandosi alle spalle il processo penale in corso (udienza GUP il prossimo 3 giugno): processo concluso prima di iniziare?  

La carpa non sopravvive allo scarico Solvay in Bormida.

La carpa “sentinella ambientale” dell’inquinamento Pfas.  Prestigioso riconoscimento internazionale per la ricerca dell’Università degli Studi di Teramo. La rivista scientifica Toxics ha dedicato la copertina del numero di aprile a uno studio coordinato da Maurizio Manera, professore associato del Dipartimento di Bioscienze e tecnologie agro-alimentari e ambientali dell’ateneo aprutino. Il lavoro, frutto di dieci anni di attività in collaborazione con l’Università di Ferrara, analizza gli effetti dell’acido perfluoroottanoico (PFOA) – appartenente alla pericolosa famiglia dei PFAS – utilizzando come modello sperimentale la carpa comune (Cyprinus carpio).
 
La vera innovazione dello studio risiede nelle peculiarità anatomiche del rene della carpa, che a differenza dei mammiferi racchiude in un unico comparto tre funzioni vitali, quella renale, il sistema immunitario/sangue (tessuto ematopoietico) e il sistema endocrino (follicoli tiroidei attivi).
 
Questa caratteristica unica ha permesso ai ricercatori di valutare contemporaneamente e con un approccio parsimonioso gli effetti del PFOA su tre fronti critici: nefrotossicità, immunotossicità e tireotossicità. I risultati hanno dimostrato alterazioni legate alle dosi di inquinante, sintetizzate in un nuovo indice multiparametrico che integra dati istologici e morfometrici.
Il professor Manera ha sottolineato l’importanza del traguardo, che unisce la sorveglianza ambientale alla tutela della salute globale secondo il principio One Health (salute umana, animale e ambientale interconnesse): “La carpa comune può rappresentare un modello sperimentale particolarmente utile e più informativo dello stesso zebrafish, attuale punto di riferimento nella ricerca biomedica. Questo proprio grazie alla rilevanza ecologica, commerciale e alimentare della carpa”.

La strategia Solvay, di occupare le istituzioni, passa anche dalla strategia dell’immagine.

I mitici briganti della Fraschetta: foto di repertorio.
Mandrogne sarebbe solo una frazione di Alessandria, ma nel circondario è considerata un’isola razziale, non si sa se di origine zingara o saracena (i tratti somatici, belli, alti, capelli crespi e naso aquilino, il dialetto che arrota le erre), mentre nel mondo è storicamente conosciuta per il commercio ambulante coi carretti dei suoi abitanti (“mandrogni”) specialmente di conigli (bianchi), lepri, stracci, carta e rottami. Vigeva tra loro un’omertà quasi siciliana, un carattere chiuso, ruvido, astuto e beffardo, quasi una etnia. Oltre al paese, il termine “mandrogno” ha finito per definire (immeritatamente: rivendicano i mandrogni doc) gli abitanti di tutta la Fraschetta e, per estensione, dell’alessandrino.
 
Tra questi: i cittadini del sobborgo di Spinetta Marengo, che hanno sùbito fatto ricorso al sarcasmo mandrogne quando hanno appreso che la loro concittadina era stata nominata direttore dello stabilimento Solvay. “Farà carriera” hanno commentato. Volete dire che “ha fatto” carriera. “No, la farà, perché sarà la prossima imputata all’ennesimo processo e dunque poi premiata a ben più alti incarichi, come sempre avvenuto per i suoi predecessori”. E rammentano i nomi dei direttori che hanno fatto da capri espiatori, coprendo le responsabilità penali di manager e azionisti di Solvay Syensqo subendo lievi condanne (o nessuna) ma in cambio di congrui stipendi. Gli ultimi due: Stefano Bigini e Andrea Diotto, accusati di disastro ambientale (cioè senza l’alone di briganti della Fraschetta) 
Sarà che i mandrogni, da sempre uomini di mondo, sono maschilisti e perciò non hanno esaltato l’avvenimento “storico” che la spinettese Miriam Arca è la prima donna a ricoprire l’incarico di direttore. Ma, a dirla tutta, neppure le mandrogne l’hanno fatto. Tutti e tutte non si sono lasciati/e abbacinare dalla propaganda che ha accompagnato l’annuncio: “L’obiettivo di Arca sarà proseguire il percorso su innovazione, sostenibilità e dialogo con il territorio, elementi centrali nella nostra strategia aziendale”. Anzi, per nulla rassicurati, per nulla esenti da lutti in famiglia, piuttosto, tutti e tutte hanno assunto la conferma della tragica continuità produttiva dello stabilimento artefice del disastro ambientale e sanitario.
 
Infatti, la cinquantenne Miriam Arca, nata e cresciuta nella parrocchia di Spinetta Marengo, ma dove non vive con la famiglia, è marchiata da un percorso professionale strettamente legato al sito: entrata in azienda nel 1999 ha maturato oltre vent’anni di esperienza, consapevolmente ricoprendo ruoli di crescente e pesante responsabilità personale. E quelli nuovi che, ancor più imbarazzanti, la destineranno… alla futura carriera. “Per me sono un onore”: ha dichiarato.
 
Silurando Federico Frosini, la scelta a direttore di “donna, madre, cristiana spinettese” è volta alla “strategia di immagine” dal neo ceo Mike Radossich affidata a Francesco Luccisano, il nuovo Country Manager Italia Syensqo, nel solco della propria esperienza di relazioni esterne (Gruppo API) ovvero in ambito istituzionale di diversi ruoli al Ministero italiano dell’Istruzione e della Ricerca e al Ministero degli Affari Esteri, occupandosi proprio di questioni diplomatiche ed economiche. Ora Luccisano sarà referente per le relazioni istituzionali del Gruppo Syensqo in Italia.
 
 E’ evidente che Syensqo intende giocarsi, negli strategici ambiti istituzionali nazionale ed europeo, la riconferma Pfas del sito produttivo di Spinetta Marengo, affidandosi allo sgonfiamento penale (tramite patteggiamenti) del processo in corso ad Alessandria e preparandosi all’offensiva popolare della class action inibitoria che invece intende fermare d’urgenza le produzioni inquinanti.

Il principio è: chi inquina paga.

Proseguendo la narrazione (https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ ), facciamo il punto delle azioni collettive in sede civile, class actions, contro Solvay in Italia (sollecitate fin dal 2015 dal Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che alla condanna penale seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”).
 
In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti il fenomeno delle “class actions” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche: per Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa (https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/09/dunque-class-actions-anche-in-italia-contro-i-pfas-della-solvay/).
 
La regia delle nostre class actions non è unica ma l’ispirazione sì, come in coerenza divulgo da dieci anni almeno. Avendo alle spalle solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: esse riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo. Dunque, le assemblee stanno finalmente affrontando, in sede civile, le class actions -l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria–   contro i disastri Pfas anche in Italia. Vogliono essere all’insegna della partecipazione attiva piuttosto che passiva delle popolazioni.
 
In Veneto, si tratta di class actions di natura risarcitoria, ovvero di natura riparatoria: intervengono ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto dalla popolazione per responsabilità dell’azienda Miteni di Trissino (la cui solvibilità è dubbia essendo fallita, però c’è chi sostiene la responsabilità di Solvay come committente). Se ne stanno occupando due realtà diverse che offrono entrambe assistenza legale collettiva per risarcire i cittadini a livello individuale: “a costo zero, in cambio di una quota degli eventuali ristori”. Una, denominata “Risarcimento Miteni” della spa bresciana “Finanziamento del contenzioso”: annunciate 20mila adesioni per cedere il proprio diritto al risarcimento ad una realtà che poi distribuirà le somme ottenute), avrebbe sinora raccolto 10milioni di euro. L’altra è la FIDeAL, in collaborazione con le “Mamme no Pfas”, anch’essa impropriamente definibile class action generalizzata bensì azione collettiva che affronta i singoli casi individuali risarcibili da girare poi ai cittadini per una quota maggioritaria. Alle loro spalle hanno una sentenza penale per reato di dolo.
 
In Piemonte, analogamente si tratta di due azioni collettive della suddetta natura risarcitoria, ma soprattutto stiamo preparando la class action inibitoriadi natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. Ovvero: chiudere le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo, bloccare le emissioni tossiche e cancerogene, avviare la bonifica, far pagare i costi e risarcire ambiente e salute. Esempio: la richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. Esempio: Solvay è costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari per completare la bonifica dei PFAS, per affrontare il risanamento nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati, per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione. L’inibitoria ad Alessandria è irrinunciabile stante i due fallimenti dei processi penali relativi al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare i suoi enormi profitti.

Ad Alessandria contro un nuovo delitto perfetto.

Si susseguono le manifestazioni della popolazione contro il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: perfino assemblee nelle chiese e nelle pizzerie.

E anche davanti alla sede del tribunale, mentre era in corso l’udienza del giudice delle indagini preliminari, sotto la pioggia si è svolto un presidio a chiedere Giustizia. Dunque, come passo immediato, a chiedere a Ministero dell’Ambiente e Regione Piemonte di cessare la contrattazione di patteggiamenti con Solvay Syensqo, che inevitabilmente vorrebbero soffocare il processo penale in corso, che (con pene ridotte, sospensioni condizionali, non menzioni, senza spese processuali ecc.), vorrebbero essere un colpo di spugna alle condanne degli storici seriali inquinatori, alla tutela della salute e alla bonifica del territorio. Insomma, governo e regione non replichino l’infausto patteggiamento del Comune di Alessandria. Un delitto.
 
I cittadini chiedono, dunque, alla neo GUP Arianna Ciavattini e al Pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme di rifiutare l’istituto del patteggiamento. Rispettivamente: il PM si opponga non dia il consenso, la Giudice non approvi respinga la richiesta di Solvay. Si cerchi di evitare un altro delitto perfetto. ***
A questo proposito, il rifiuto del patteggiamento nell’Udienza Preliminare consente il regolare proseguimento giudiziario in Corte di Assise, con tanto di dibattimento, e consentirà anche alle Parti Offese di chiedere il cambio di imputazione da colpa (reato colposo) a dolo (reato doloso) correggendo così il macroscopico errore della passata Procura: un altro delitto perfetto.
 
*** “Ambiente Delitto Perfetto”, già in tre volumi, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.  
Insieme alle decine di migliaia di contributi relativi ai “Movimenti di lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza”,  Il Sito www.rete-ambientalista.it contiene, nel merito storico e scientifico del polo chimico di Spinetta Marengo, almeno tre mila articoli.

Tossicità ecologica e politica della Solvay di Spinetta Marengo.

Dopo l’anteprima di Alessandria, il 18 marzo l’Università di Torino presenta ufficialmente il volume dei professori Martone, Altopiedi, Bechis e Ravenda,  185 pagine e 25 interventi di soggetti territoriali: cittadini, medici, avvocati, ricercatori, giornalisti ambientali, comitati, associazioni ambientaliste, sindacati, istituzioni   e amministratori locali. A pagina 165 il contributo di prospettiva politica di Lino Balza “Anno 2026, possibile una svolta per Alessandria” (clicca qui).

Tossicità.

Questo volume rappresenta l’esito di un percorso di ricerca interdisciplinare sugli effetti sociali e politici della violenza ambientale e sulle istanze di giustizia espresse da comunità contaminate in zone di sacrificio.
 
Nell’ambito del progetto “Fare scienza di comunità in materia di ambiente, lavoro, salute”, il Public Engagement del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, nelle persone dei professori Rosalba Altopiedi, Eleonora Bechis, Vittorio Martone e Andrea Filippo Ravenda, ha affrontato il caso di emergenza nazionale: il disastro sanitario ed ambientale della Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria.
 
L’iniziativa, condotta nella forma di una discussione orizzontale tra ospiti e pubblico, si è svolta tramite quattro incontri pubblici nel 2025 in Alessandria insieme agli enti partner del progetto. Per il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, Lino Balza nell’intervento conclusivo “Anno 2026, possibile una svolta per Alessandria” (clicca qui) ha voluto rimarcare che NON potrà essere la sede penale del tribunale di Alessandria a rendere giustizia alla popolazione martirizzata, BENSÌ la giustizia è solo possibile tramite azioni collettive di lavoratori e cittadini: class action di azione inibitoria per la fermata delle produzioni inquinanti e class action risarcitoria per le Vittime.
 
Quale importante corollario, merita inoltre riferirsi al saggio, sulla rivista internazionale “Journal of Political Ecology”, di Vittorio Martone (Università di Torino) e Angelo Castellani (Università di Bologna): “Storia sociale dell’industria, tra violenza ambientale ed ecologia operaia. Uno studio specifico sull’impianto chimico di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria.” (clicca qui)

E poi dicono che Solvay non ci tiene alla sicurezza.

Otto nuove telecamere a Spinetta Marengo, coordinate dalla nuova centrale operativa della Polizia Locale del Comune. L’obiettivo dichiarato “è rafforzare la sicurezza e migliorare la qualità della vita dei residenti. Il progetto è stato voluto dall’assessore Enrico Mazzoni, sostenuto dall’Associazione Facciamo Squadra Fraschetta di Spinetta Marengo con i suoi volontari e i suoi commercianti, grazie al contributo dell’azienda Syensqo”.
 
E poi dicono che Solvay non ci tiene alla sicurezza. Sì, vabbè, non è la sicurezza dell’ambiente e della salute. Ma la tutela dell’ordine pubblico è l’obbiettivo primario di un sindaco di sinistra, con tutti quegli extracomunitari che circolano e vorrebbero penetrare dalle cantine come già fa il cloroformio.

Per favorire Solvay, marcia indietro dell’Italia che rinvia i limiti più severi per i PFAS nell’acqua potabile.

L’Europa stringe sui PFAS, e l’Italia cosa fa? Si rimangia dei provvedimenti che avrebbero fatto la differenza.
 
Infatti, dal 12 gennaio 2026, per i Paesi dell’Unione Europea è scattato l’obbligo di monitorare e rispettare dei valori limite precisi per la presenza di PFAS nell’acqua potabileun limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro “PFAS totali” e un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 PFAS. Peraltro, sono limiti insufficienti: l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’Agenzia europea per l’ambiente considerano il limite di 100 ng/L inadeguato per proteggere la salute umana.
 
Invece, per favorire Solvay Syensqo unica produttrice, il governo con la legge di Bilancio 2026 ha introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro PFAS più pericolosi (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS) che aveva disposto. Non solo, ha rinviato anche il monitoraggio delle 6 molecole Adv che quindi al momento non saranno conteggiate nella somma di Pfas.
 
Questa tappa della tragedia Pfas dimostra due cose. 1) Serve una legge #ZeroPFAS in tutta Italia. Ma è assai improbabile una legge nazionale che metta al bando una volta per tutte la produzione e uso dei Pfas. 2) Il disastro sanitario e ambientale di Alessandria non può attendere questa lontana prospettiva: le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo devono essere fermate subito. Clicca qui Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea. – RETE Ambientalista.
 
Cioè, dobbiamo puntare a quanto sta avvenendo ora per l’Ilva di Taranto in sede civile.

Nelle case degli alessandrini si respira cloroformio, anche cloroformio. Come sentenziò la Cassazione. Ma nessuno fa niente.

Sicuramente dal cielo ma anche dalle cantine, si respirano nei salotti di casa 6 microgrammi per metro cubo di cloroformio, 1 microgrammo di tetracloruro di metano, tetracloroetile e gli altri inquinanti provenienti dal polo chimico Solvay di Spinetta Marengo.
 
Lo conferma, dopo uno strano silenzio, la recente relazione prodotta dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale Arpa di Alessandria, oltre ad un mix di composti organici volatili, presenti a centinaia di microgrammi per litro nei pozzi interni al sito chimico. Il cloroformio arriva all’interno delle abitazioni dalle acque di falda: secondo i dati di Arpa nel pozzo interno”102” dello stabilimento risultava essercene una quantità stratosferica (200 microgrammi per litro, tre volte la concentrazione massima consentita).    
 Il cancerogeno cloroformio, che arriva da oltre confine in ferrocisterne, è utilizzato a tonnellate per ottenere il cancerogeno tetrafluroetilene, il monomero necessario a produrre i cancerogeni Pfas: miliardario fiore all’occhiello della multinazionale belga Syensqo Solvay.
 
Carta canta. Ma nessuno fa niente. Malgrado la vecchia sentenza della Cassazione, non ha fatto niente Giorgio Abonante, il sindaco di Alessandria: quale responsabile locale della sanità non ha emesso ordinanza di chiusura delle produzioni inquinanti, ma si è limitato ad una risibile ordinanza del 2022 che vietava di scendere nelle cantine. Anzi, ha addirittura patteggiato con Solvay la fuoriuscita del Comune come parte civile del processo penale (il secondo), aprendo la strada a Regione Piemonte e Governo.
 
Malgrado la sentenza della Cassazione che nel 2020 aveva condannato Solvay per disastro ambientale, nel secondo processo la vecchia Procura di Alessandria non ha imputato in reato di dolo la reiterazione degli accresciuti inquinamenti, e la nuova Procura si è trovata addirittura impantanata in un procedimento di Patteggiamento avviato dal vecchio GUP, con continui rinvii che scavalcheranno anche la prossima udienza di marzo.
 
Insomma, la Corte di Assise di Alessandria non farà niente per fermare il disastro sanitario e ambientale, fermare le produzioni inquinanti, avviare la bonifica, risarcire le Vittime. Né lo farà l’appello né la cassazione nell’arco di altri dieci anni.  Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di azioni inibitoria e risarcitoria.
 
Clicca qui l’approfondimento di Laura Fazzini su “La via libera”.

Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di inibitoria e risarcitoria.

 
Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
 
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

Dunque, class actions anche in Italia: contro i Pfas della Solvay.

Dunque si avviano class actions anche in Italia: contro i Pfas, contro Solvay Syensqo di Spinetta Marengo: https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ .

Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
 
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

A maggior ragione si avviano class actions contro Solvay dopo lo scandalo dei patteggiamenti.

 STOP.
Stop Solvay.
 
E’ così perché, mentre a Vicenza nel processo per l’avvelenamento doloso della Miteni di Trissino il tribunale ha riconosciuto al ministero dell’Ambiente un pur esiguo risarcimento di 58 milioni di euro per i costi sostenuti dal 2013, invece, addirittura per la Solvay di Spinetta Marengo, dopo che il complice e inerte Ministero aveva disatteso perfino  la Cassazione omettendo richiesta risarcitoria al tribunale civile, il governo sta concludendo un patteggiamento con la multinazionale Syensqo di Alessandria, unica produttrice italiana dei Pfas tossici e cancerogeni.
 
Questo patteggiamento “riservato” è entrato nel solco di quello del Comune di Alessandria (una elemosina di 100mila euro destinati al taglio dell’erba dei cimiteri) e sarà appresso con quello della scalpitante Regione Piemonte; alle quali tre compra-svendite si allineeranno i mercanteggiamenti delle associazioni ambientaliste (che meritano un commento etico a parte). In Italia i risarcimenti di Solvay sono oboli per tutti. Così, a tacere la Regione, sarà, siamo facili profeti, con il ministero dell’Ambiente: non si avvicinerà ai 393 milioni di dollari sborsati da Solvay nel New Jersey per la bonifica di quei pfas C6o4 e ADV che pur furoreggiano sul territorio di Alessandria. Tant’è che Gilberto Pichetto Fratin ha già “assolto” Solvay non inserendo Spinetta Marengo fra i Siti di interesse nazionale, zone contaminate da sanare sotto la supervisione del ministero, cioè non chiedendo la bonifica.
 
Va da sé che, dopo queste mali-intese economiche, le parti civili lasciano il processo. Per legge, il Patteggiamento definitivo avviene tra imputati, procura e giudice. E’ augurabile ma è abbastanza impensabile che la Procura di Alessandria si “ostini” ad impedire un patteggiamento quando praticamente le parti civili sono d’accordo. E va da sé che il GUP ne prenda atto. Anche perché sia la Procura che il GUP sono esordienti e hanno avuto appena il tempo di scorgere gli atti del processo.
 
Così, anche senza ricorrere a rito abbreviato, di rinvio in rinvio, di slittamento in slittamento, si celebrerà la strategia processuale del nuovo avvocato di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva, già celebre difensore della celebre famiglia Schmidheiny nel processo Eternit, il quale con l’inerte Pichetto Fratin dialoga in piemontese.
Così, verosimilmente a breve, con quattro soldi la multimiliardaria Syensqo uscirà senza ossa rotte dal secondo pur blando processo di Alessandria. A meno che (il diavolo non sempre riesce a coprire le pentole con i coperchi) l’ex avvocato della multinazionale, Luca Santa Maria, non riesca a coinvolgere le responsabilità di Solvay nel processo Miteni, e mandare di traverso gli spumeggianti calici della sfarzosa viticoltura monferrina di Alleva. Ma è l’avvio delle class actions che forse non sarebbe estraneo alle dimissioni della CEO Ilham Kadri.
 
Di sicuro, i quattro soldi si moltiplicheranno se andranno in porto le class actions: in primo luogo, avanti di risarcire, Solvay sarebbe costretta a chiudere le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo in quanto non è in grado di andare oltre la mera insufficiente messa in sicurezza (le incontenibili barriere idrauliche), in quanto non intende finanziariamente concludere la bonifica. Infatti, non avendo illecitamente ottemperato alla sentenza di “ripristino delle risorse naturali danneggiate da cromo esavalente, cloroformio, pfas eccetera”, anzi -nascondendosi dietro venti anni di piani di caratterizzazione e analisi di rischio, ovvero nascondendosi dietro il Comune- ha procurato il doloso risultato di peggiorare acqua+aria+suolo sia all’interno che all’esterno del Sito, immettendo addirittura nuovi cancerogeni (neppure dichiarati alla complice Provincia).
 
E tutto ciò: ancora dopo dieci anni dalla condanna del primo processo: avviato con il capo di imputazione di avvelenamento doloso delle acque (analogo alla odierna sentenza Miteni).  Sono dati di fatto e atti processuali che attestano incontrovertibilmente -per il maggiore disastro sanitario e ambientale nazionale da Pfas e non solo- sia la riconosciuta responsabilità di una contaminazione pregressa e attuale, sia il correlato obbligo di provvedere al ripristino dei danni cagionati, che non potrà avvenire in sede penale bensì tramite class actions

Solvay Syensqo patteggia e nega le responsabilità del disastro sanitario e ambientale di Alessandria.

1)  Non è vero che non facciamo bonifica: primi (sic) interventi sono in corso nel rispetto delle tempistiche del Comune.
2) Non abbiamo obbligo di bonifica ma solo di messa in sicurezza. Volontariamente facciamo bonifica.
3) Volontariamente partecipiamo alla bonifica esterna allo stabilimento.
4) Monitoriamo i Pfas dal 2019.
 
Lo afferma Solvay in una sfacciata replica, sull’autorevole “lavialibera”. Casca male Solvay, perché le risponde la migliore giornalista d’inchiesta, Laura Fazzini. Clicca qui.

Lavialibera è una rivista fondata da Libera e Gruppo Abele (don Luigi Ciotti) che comprende un bimestrale cartaceo, un sito costantemente aggiornato e una presenza attiva sui principali canali social. Offre informazione e approfondimento su mafie, corruzione, ambiente e migrazioni. Il lavoro è supportato da un comitato scientifico e da una rosa di commentatori ed editorialisti di primo piano.

Dagli annunci ai fatti: le class actions Solvay e Miteni.

Su CIVG:
ReteAmbientalista
Il 2026 è l’anno maturo per la partenza delle azioni collettive, le class actions. Per la Solvay di Spinetta Marengo: una inibitoria per fermare le produzioni inquinanti, l’altra risarcitoria per la popolazione. Per la Miteni di Trissino, con il meglio di avvocati, comitati e associazioni: è già in corso la raccolta popolare delle adesioni per chiedere il risarcimento dei danni alla salute e alle proprietà immobiliari.

Consigli comunali regionali e provinciali firmano la messa al bando dei Pfas. Per Alessandria: class action.

Sono già 129 i Comuni del Veneto, 95 di questi sono nella provincia di Verona, che nei loro consigli comunali hanno approvato la mozione proposta dalla Rete Zero Pfas per chiedere al Parlamento italiano di attivarsi per una legge che metta al bando i Pfas vietandone la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo. La mozione è stata nel frattempo approvata anche dal consiglio regionale del Veneto (oltre che da quelli di Piemonte e Umbria) e dai consigli provinciali di Verona e Vicenza e da qualche comune in Lombardia, Piemonte e Liguria.
 
In particolare, per Alessandria la messa al bando si può già realizzare, tramite class action inibitoria, con la fermata immediata delle produzioni della Solvay di Spinetta Marengo, unica produttrice in Italia. La Rete sottolinea, infatti, quanto la posizione della Ue -a braccetto del parlamento italiano– vada in tutt’altra direzione: la Commissione intima al Parlamento di non porre limiti alla loro produzione e al loro utilizzo perché comporterebbe “rischi per la competitività globale dell’Europa” in particolare nei settori della produzione di armi, aerospaziale e nella produzione di semiconduttori, ignorando al contempo i gravi effetti sulla salute dei cittadini esposti a queste sostanze.

Perchè le class actions: risarcimenti milionari per la popolazione di Alessandria.

Chi scrive, avendo dissentito nel 2015 dalla sentenza del tribunale di Alessandria contro Solvay**, sostiene, tenacemente operando da allora, che i limiti del processo penale devono essere superati in sede civile. Come d’altronde, alle azioni collettive, alle class actions sollecitava il Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”. Finalmente, dieci anni dopo, prendono corpo le class actions.
 
L’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono due strumenti complementari di tutela nel diritto civile italiano: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. La seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto. In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti il fenomeno delle “class actions” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche, Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa.
 
Finalmente nel 2026, class actions si stanno organizzando, più o meno coordinate, in Piemonte e in Veneto. Avendo solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo.
Qui ora, senza riprendere quanto più volte documentato in questi anni, ci soffermiamo sulle azioni inibitoria e risarcitoria in sede civile relative al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare gli enormi profitti (peraltro riconducibile al reato di “avvelenamento doloso delle acque” che era nel capo di imputazione del 1° processo Solvay e che è sentenziato nel processo Miteni).
 
Azioni relative, cioè, alla contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo, che l’azione inibitoria innanzitutto può bloccare: bloccare oggi le produzioni, bloccare per i danni futuri (principio di precauzione) e risarcire i danni passati e presenti e futuri. Le cause collettive mirano a risarcire due categorie di danni, per i quali la prova del nesso causale con le condotte criminose non ammette discussioni.
Distinguiamo così i danni ambientali e costi di bonifica per la perdita di risorse naturali e alterazione degli ecosistemi, danni irreversibili e risarcibili da tutelare da parte dello Stato e degli Enti territoriali (Comune e Regione), come avvenuto per le elevate sentenze di risarcimenti comminate dai tribunali internazionali: dai 670 milioni di dollari alla DuPont ai 12,5 miliardi di dollari alla DuPont. Per Solvay, un fondo per la bonifica di 1 miliardo di euro appare sottostimato.
 
Distinguiamo così i danni alle persone: le Vittime per eccellenza. Infatti, la contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo è inevitabilmente anche contaminazione dell’organismo umano, ovvero nel sangue, es. il 100% di Pfas nei campioni ematici testati, con danni irreversibili e risarcibili. Questi danni per la popolazione alessandrina riguardano le alterazioni biologiche e le patologie contratte: ad esempio, per i Pfas, le cartelle cliniche per tumori renali/testicolari, tiroide, colesterolo, l’aterosclerosi, rischio di infarto e ictus, ipertensione eccetera. E va anche rilevato, ad esempio per i Pfas, che elevati livelli nel sangue costituiscono un danno risarcibile anche in assenza di sintomi: la consapevolezza di avere nel sangue sostanze pericolose genera danni per angoscia, stress e limitazioni alla qualità della vita.
 
Insomma, stiamo parlando di danni risarcibili, con class action, per decine di migliaia di cittadini di Alessandria. E non considerando il “metus”: la giustificata paura della malattia. Il risarcimento individuale del cittadino, infatti, terrà conto sia del danno biologico (quantificato in base al grado di contaminazione e alle patologie correlate) sia del danno morale/esistenziale. A quanto possono ammontare il danno biologico temporaneo per la presenza del veleno nel corpo, il danno biologico permanente e patrimoniale per coloro che hanno sviluppato patologie correlate e hanno sostenuto costi medici, e il danno morale per la sofferenza psichica?
I risarcimenti individuali sono diversificati dalla gravità della lesione e dalla durata dell’esposizione. Considerando i parametri delle tabelle medico-legali italiane e i precedenti riferimenti internazionali, agli esperti il risarcimento medio di 150mila euro per soggetto appare plausibile.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.
 
**  “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.

Patteggiamenti. L’ombra del cappio della Fluorsid pende minaccioso sulla Solvay.

La mancata bonifica della Fluorsid, leader mondiale della produzione fluoroderivati ​​inorganici per l’industria dell’alluminio, rammenta quella della Solvay Syensqo di Spinetta Marengo, leader monopolista nei fuoroderivati tecnopolimeri pfas.
 
Nel 2019, davanti al  GIP del Tribunale di Cagliari fu concluso un ampio patteggiamento e l’assunzione dell’obbligo di bonifica integrale per il gravissimo inquinamento ambientale causato dalle attività industriali Fluorsid spa nell’ area industriale di Cagliari – Macchiareddu , nella zona nelle umide di Santa Gilla , campagne del Cagliaritano.
 
Col patteggiamento, non vi è stato un dibattimento pubblico, né la possibilità di costituirsi parte civile, nemmeno la possibilità di valutare la gravità delle effettive responsabilità aziendali nel vero e proprio disastro ambientale, tant’è che gli imputati se la cavarono con l’irrisoria pena di qualche mese malgrado l’arresto del 2017.
 
Non solo, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari è stata, infine, costretta ad aprire due procedimenti penali – uno nel 2023, uno nel 2025 – in relazione alla mancata bonifica. (Report RAI 3, 11 gennaio 2026).
Potete approfondire la vicenda Fluorsid cliccando qui il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG).
 
Da questa illuminante esposizione del GrIG, non potrà sfuggire il parallelo con la vicenda Solvay di Spinetta Marengo che rischia di concludersi alla stessa stregua della Fluorsid, in quanto in tribunale ad Alessandria il Gup ha permesso l’avvio di un tentativo di patteggiamento che la multinazionale belga sta portando avanti dopo l’apripista del sindaco di Alessandria a Regione Piemonte e Ministero, e che potrebbe concretizzarsi a marzo prossimo senza un altolà dei nuovi GUP e PM.
 
Se clicchi qui, il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” fa il punto sul disastro ecosanitario della Solvay di Alessandria,  le cui acque di falda  sono le più contaminate d’Europa, con valori altissimi del composto pfas cC6O4 – oltre 220mila microgrammi per litro- prodotto esclusivamente dalla multinazionale belga. A tacere le ancor più gravi emissioni in atmosfera con altri venti tossici e cancerogeni.

Batterie allo stato solido

Syensqo, con a capo Alessandro Chiovato, e la francese Axens lanciano Argylium per accelerare la svolta europea nelle batterie allo stato solido. Con un team di oltre 50 esperti, una nuova joint venture con l’appoggio di IFP Energies Nouvelles (IFPEN) e l’obiettivo di creare una filiera europea, supportando la transizione energetica e l’elettrificazione del continente entro il 2030. Solvay Syensqo, sfrutterà l’esperienza del sito di Spinetta Marengo ma non ha confermato se questo sarà il sito di lancio piuttosto che in Francia, sulla base del successo della gestione di una linea pilota di batterie allo stato solido a La Rochelle e di oltre un decennio di sviluppo tecnologico presso il suo laboratorio all’avanguardia di Parigi (Aubervilliers). La società intende effettuare due round di finanziamento nei prossimi tre anni per sostenere investimenti in unità pilota di sintesi su larga scala e permettere dimostrazioni industriali.
 
Le batterie allo stato solido sono considerate una delle soluzioni più promettenti per la prossima generazione di veicoli elettrici e sistemi di accumulo di energia. Sostituendo gli elettroliti liquidi con materiali solidi, offrirebbero maggiore sicurezza di fiamma, maggiore densità energetica e la possibilità di una ricarica più rapida.

Stupidaggini scientifiche dietro la complicità della politica con Solvay.

La storica complicità tra Comune di Alessandria e Solvay di Spinetta Marengo è palmare nello studio epidemiologico sbandierato ai quattro venti dalla Commissione Ambiente: “Al fine di scoprire il rapporto causa-effetto fra inquinanti, malattie e mortalità», “Per cercare l’eventuale ‘prova regina’ di questa situazione, ovvero se esista la ‘pistola fumante’ di un nesso diretto tra ambiente e salute, tra inquinamento e patologie”. Su queste stupidaggini scientifiche i giornali locali ci fanno i titoli.
Fa specie che la Commissione Ambiente sia presieduta da un medico, Adriano Di Saverio (col quale abbiamo polemizzato più volte), al punto che i suoi colleghi di ISDE (Associazione Italiana Medici per l’Ambiente) restano trasecolati. Scoprire il nesso causale tra Pfas e patologie? Cosa c’è da scoprire? Il nesso fra Pfas e malattie è assodato: il Pfoa è classificato cancerogeno certo per l’uomo, il Pfos possibile cancerogeno, i C6o4 e ADV sospetti cancerogeni. ISDE con tutti i ricercatori indipendenti sono concordi: i Pfas sono interferenti endocrini e causano o concausano malattie metaboliche, immunosoppressione, tumori ecc. Chi ha i Pfas nel sangue: o ha già oppure avrà queste malattie. C’è solo da impegnarsi come curarle. ***
Cosa c’è da scoprire? Ma quale ‘prova regina’? Ma quale ‘pistola fumante’? C’è da scoprire che… l’ignoto, che spara in atmosfera acque e suolo i Pfas insieme agli altri 20 tossici e cancerogeni, è Solvay? Non bastano tutte le indagini ambientali dell’Arpa e le sentenze della magistratura? Non bastano, per inchiavardare il nesso causale, già le nove indagini epidemiologiche che ripetono che in Fraschetta si muore di più?
Certo, altre indagini sono sempre utili, ma non per scoprire il notorio nesso con pfas cromo esavalente cloroformio eccetera made in Solvay, semmai per verificare lo stato attuale di salute della popolazione e di ogni singolo cittadino, per curare innanzitutto, prevenire soprattutto per i bambini, e per risarcire morti e ammalati: come faremmo noi con la class action risarcitoria collettiva.  Mentre la prevenzione contro un ulteriore peggioramento della salute la tenteremmo con la class action inibitoria collettiva che fermi subito le produzioni inquinanti.  
Invece, la convezione del Comune con l’Università è un altro specchietto per le allodole, per prendere tempo, il tempo che però a Solvay serve a proseguire nella sua strategia, tant’è che lo sbandierato “studio” è miserrimo: finanziato con 60 mila euro (quando dal patteggiamento il sindaco ne ha ottenuti 100mila, un euro a testa per ogni cittadino) e conseguentemente non è di massa bensì circoscritto a poche persone nel raggio di tre km dall’epicentro dello stabilimento Solvay. In conclusione, cosa c’è da scoprire?  il nesso tra multinazionale e politica?
*** Nota a margine. Clicca qui l’Associazione dei Ginecologi Italiani su “Gli effetti dei Pfas su salute umana e ambiente. Conseguenze negative su fertilità, risposta immunitaria e accumulo di lipidi”. Inoltre, i dati raccolti mostrano che l’esposizione ai PFAS produce una sovraregolazione del gene ID1, coinvolto nello sviluppo di vari tipi di cancro, tra cui leucemia, cancro al seno e al pancreas; nonché l’aumento significativo della mortalità di individui affetti da neoplasie maligne dei tessuti linfatici ed ematopoietici, come milza, fegato e midollo osseo.

Costruire la partecipazione dal basso. Le assemblee: “Non delega alla politica”.

Non si è presentato il sindaco a discolparsi all’assemblea pubblica tenutasi in Alessandria nel sobborgo di Spinetta Marengo, epicentro del disastro sanitario e ambientale della Solvay Syensqo: in aria acqua suolo con pfas cromo esavalente e gli altri 20 tossici e cancerogeni. Una assemblea partecipata al punto che si è dovuta trasferire nella chiesa parrocchiale di don Mauro, trasformata con striscioni e cartelli in un luogo di incontro civile prima ancora che spirituale.
I giornali locali l’hanno celebrata con video foto e ampi titoli: “Disastro ambientale in Fraschetta: la comunità senza saloni pubblici si ritrova in chiesa”, “Spinetta sfida i veleni. Nasce il comitato ‘Ce l’ho nel sangue’. Giustizia per Spinetta e per tutta la Fraschetta”, “Rompiamo il muro di assuefazione”: a Spinetta i comitati dei cittadini uniti”.
L’impegno comune dei Comitati e delle Associazioni) è: “non scendere a compromessi”, tipo i patteggiamenti di cui si è fatto alfiere il sindaco Giorgio Abonante accettando una manciata di euro. A questo proposito, Solvay, presente con autorevoli “osservatori” in assemblea, ha invece immediatamente ribadito di voler estendere “gli accordi transattivi con i diversi enti pubblici e gli enti esponenziali costituitisi parti civili nel procedimento penale”, cioè anche con Regione e Governo, e con le Associazioni ambientaliste stesse.   
Dall’assemblea sono state, invece, annunciate manifestazioni di piazza, anche con presidio del palazzo di giustizia, dove si paventa innanzi al GUP la conclusione a marzo del processo tramite questo famigerato patteggiamento, oppure dove sarà annunciato l’ennesimo rinvio di udienza, magari con il colpo di scena della nuova Procura con la clamorosa riformulazione del capo di accusa da colposo a doloso.
Soprattutto sono state comunicate due azioni collettive in sede civile, due class actions. Quella risarcitoria, per le Vittime della popolazione, avviata con la raccolta delle cartelle cliniche. E quella inibitoria per bloccare da subito le produzioni delittuose della Solvay. Per entrambe sono previste assemblee nei territori per raccogliere le adesioni popolari.
L’assemblea ha guadagnato la presenza dei ricercatori dell’Università di Torino, che nel merito di Spinetta editerà a breve il volume “Tossicità”, nonché del responsabile nazionale di Greenpeace che aveva identificato il territorio alessandrino come quello più colpito dai Pfas in Italia.
 Mentre è spiccata la complice assenza dei politici di destra e di sinistra, ad eccezione di “Alleanza Verdi e Sinistra” molto attiva nel parlamento europeo.
 
P.S. Un commento del “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”: C’è più consapevolezza del momento di passare dalla denuncia all’azione, di non continuare a chiedere alle Istituzioni le solite cose: quello che, si sa, non hanno fatto, quello che, si sa, sarà sempre rimandato. Tipo i fantomatici monitoraggi.  Cioè, è proprio il momento di passare direttamente, dal basso, all’azione. Cioè, di fare come è stato fatto e si sta facendo -collettivamente- in Veneto. Cioè, chiudere -ora, subito- le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo e risarcire sul serio -ora, subito- la popolazione. Fallita, stante l’attuale complicato contesto, l’ultima spiaggia del processo penale, dunque l’unica via onesta da praticare saranno le azioni in sede civile inibitoria e risarcitoria. Dunque, fare sul serio significa passare dagli annunci ai fatti https://www.rete-ambientalista.it/2026/01/06/dagli-annunci-ai-fatti-le-class-actions-solvay-e-miteni/

Dagli annunci ai fatti: le class actions Solvay e Miteni.

Il 2026 è l’anno maturo per la partenza delle azioni collettive, le class actions. Per la Solvay di Spinetta Marengo: una inibitoria per fermare le produzioni inquinanti, l’altra risarcitoria per la popolazione. Per la Miteni di Trissino, con il meglio di avvocati, comitati e associazioni: è già in corso la raccolta popolare delle adesioni per chiedere il risarcimento dei danni alla salute e alle proprietà immobiliari. Clicca qui https://www.youtube.com/watch?v=ziTpfOL_ZUU il video della Rete Veneta.
 
I risarcimenti in Piemonte potranno essere ben più consistenti perché Solvay Syensqo è attiva e sta facendo profitti miliardari. Gli infami patteggiamenti introdotti nel processo penale non le servirebbero a niente.
Si sta verificando la possibilità, regione per regione, di avviare class actions anche nei confronti delle Istituzioni locali. Perché no del governo?
 
Per quanto riguarda Alessandria, appesantisce la concomitanza con un procedimento penale disastrato che farebbe delle class actions l’ultima spiaggia per la popolazione. Dunque, sulla Rete Ambientalista https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/il-movimento-di-lotta-per-la-salute-maccacaro-fa-il-punto-sul-disastro-ecosanitario-della-solvay-di-spinetta-marengo/ , il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” fa il punto sulla complessità del disastro ambientale e sanitario:
 
1)            Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea. https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/1-cesare-parodi-e-quer-pasticciaccio-brutto-de-via-crimea/
2)            Salvi lupo, capra e cavoli sul barcone di comune, regione e governo? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/2-salvi-lupo-capra-e-cavoli-sul-barcone-di-comune-regione-e-governo/
3)            Cosa c’entrano “separazione delle carriere” e “riforma del CSM” con l’efficienza della Giustizia? Niente. https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/3-cosa-centrano-separazione-delle-carriere-e-riforma-del-csm-con-lefficienza-della-giustizia-niente/
4)            Non sono queste condotte dolose? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/4-non-sono-queste-condotte-dolose/
5)            Otto indagini epidemiologiche non bastano per risarcire le vittime del disastro sanitario di Alessandria? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/5-otto-indagini-epidemiologiche-non-bastano-per-risarcire-le-vittime-del-disastro-sanitario-di-alessandria/
6)            Centinaia di monitoraggi non bastano per chiudere gli inquinamenti? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/6-centinaia-di-monitoraggi-non-bastano-per-chiudere-gli-inquinamenti/
7)            Pesi e misure nel delitto perfetto: Luigi Guarracino. https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/7-pesi-e-misure-nel-delitto-perfetto-luigi-guarracino/

1) Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea.

Chissà se Cesare Parodi, nuovo procuratore capo di Alessandria, avrà tempo e modo, impegnato nel referendum quale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, di rivedere fino in fondo i capi di imputazione del processo contro Solvay (Syensqo) che proprio a marzo 2026 dovrebbe riprendere… ovvero potrebbe non riprendere affatto. Fuori dai denti: senza una rivoluzione, il processo è già finito.
La nuova procura, infatti, ha ricevuto in eredità dalla precedente quello che noi riteniamo un pesante errore giudiziario, cioè un processo con incriminazione a carico della multinazionale belga dei reati di colpa piuttosto che di dolo. Colpa si avrebbe se gli eventi delittuosi fossero avvenuti per negligenza, imprudenza, imperizia (es. come per incidente per eccesso di velocità); mentre il dolo implica consapevolezza, intenzione e coscienza di causare gli eventi dannosi (es. come nel caso di Spinetta Marengo, di immane disastro sanitario e ambientale).  Va da sé che il dolo è punito più severamente rispetto alla colpa: un abisso che va dalle blande contravvenzioni pecuniarie della colpa fino alle estese reclusioni in carcere per dolo. A tacere il risarcimento delle Vittime e dei danni economici, ambientali o sociali della collettività locale e nazionale.
Per Parodi, significa anche entrare nel merito di una già lenta vicenda processuale che sovrappiù è stata davanti al GUP paralizzata per un anno onde agevolare il Patteggiamento di Solvay con le parti civili, patteggiamento che scaverebbe nella fossa definitivamente il debilitato procedimento penale. Entrare nel merito presume non ammettere che reati di dolo di quella portata possano impaludarsi nel mercimonium di valori che non dovrebbero essere commerciaticome la salute, la giustizia, la coscienza, la dignità.
Va da sé che, a riformulare i capi di imputazione e a bloccare la procedura di patteggiamento -peraltro, lo sconcertante GUP è stato trasferito- Cesare Parodi darebbe per scontato il plauso di Comitati e Associazioni, a maggior ragione sollecitato da quella sana porzione di avvocati di parte civile che perseguono la giustizia piuttosto che interessi di bottega (di certo, non può fare affidamento, anzi !, sui politici).
Per tutti, ma soprattutto per il procuratore capo, resta infine la bomba ad orologeria dei meticolosi esposti ricevuti da Luca Santa Maria, per 25 anni avvocato di punta di Solvay e dunque depositario di tutti i segreti aziendali. Negli esposti il famoso legale accusa puntigliosamente i vertici Solvay Syensqo di massime responsabilità penali -mai emerse da alcun processo- nell’inquinamento da PFAS in Italia, da Spinetta Marengo alla Miteni di Trissino: “Due epicentri, un solo disastro, una sola regia criminale. Una catastrofe ambientale e sanitaria pianificata.”, cioè di potenziali gravissime responsabilità tali da obbligare eventualmente a riformulare in dolo i processi di Alessandria e Vicenza (Venezia, in appello).
Insomma, i tempi per rimettere in moto la Procura sono strettissimi, l’approfondimento tecnico giuridico è di alto livello e complicato. Concludendo, purtroppo, come abbiamo iniziato: Cesare Parodi, nuovo procuratore capo di Alessandria con la nuova sostituta, avrà voglia di rivoluzionare l’iter processuale? Alzerà le mani della resa se anche il nuovo Gup spingerà per la soluzione del “patteggiamento”, oppure si opporrà al Gup?  Si opporrà se Solvay chiederà il procedimento di “rito abbreviato” che le consentirebbe di uscire parimenti indenne dal processo: cioè di essere giudicata rapidamente e sommariamente sulla base dei deboli atti raccolti dal PM precedente, evitando il dibattimento e ogni contradditorio, senza nuove prove, nessun accenno di reati di dolo, senza rischio di eventuali appelli, guadagnando anche, se non proprio l’assoluzione, una riduzione di pena di un terzo (più un ulteriore 1/6: riforma Cartabia), e, perché no, allentando la pressione mediatica?
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

2) Salvi lupo, capra e cavoli sul barcone di comune, regione e governo.

Quale antico e massimo biografo, mi ero concesso di predire il 2026 come anno di svolta per il centenario polo chimico di Spinetta Marengo passato dal disastro sanitario e ambientale della Montedison al drammatico epilogo della Solvay. Piuttosto che “predire” sarebbe più esatto: “annunciare” “prevedere”, per effetto della precisa analisi storica: https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/04/il-2026-e-alle-porte-snodo-cruciale-per-i-pfas-della-solvay/.
 
Ecco che, allo scadere del 2025, una notizia che fa titoli sui giornali: l’emendamento al Piano sociosanitario 2025-2030 approvato dal Consiglio regionale del Piemonte, all’unanimità… Una cosa grossa, sembrerebbe, considerando che l’emendamento è stato presentato dall’opposizione (Pasquale Coluccio, Movimento 5 Stelle) e condiviso dall’assessore alla sanità Federico Riboldi. Soprattutto considerando che affronta la questione sanitaria e ambientale dei Pfas: una calamità piemontese a partire dall’epicentro alessandrino della Solvay di Spinetta Marengo, unica produttrice in Italia.
 
Sarà una cosa grossa: si sorprendono soprattutto Comitati e Associazioni che hanno sempre accusato l’inerzia della Regione come complicità con la multinazionale belga. Sarà una cosa grossa, da come la vende il Coluccio: “Finalmente per la prima volta si introduce nel documento di programmazione regionale la necessità di specifici interventi di prevenzione nei territori: attività di studio, monitoraggio ambientale e degli alimenti, oltre a biomonitoraggi sulla popolazione esposta nelle aree contaminate”. Da come si vanta: “I Cinquestelle da anni lavorano per mantenere alta l’attenzione sui Pfas. Un impegno portato avanti con atti istituzionali, iniziative pubbliche e proposte concrete”.
 
Ma è già da queste enfasi che noi, che andreottinamente pensiamo male per azzeccare il sotterfugio, abbiamo sentito puzza di bruciato, anzi di peggio. Perché tutto questo gran daffare dei 5stelle noi mai l’abbiamo minimamente intravisto: dal livello locale al governo malgrado le promesse dei ministri grillini all’ambiente (Costa, Cingolani), e dal governo al parlamento dove il disegno di legge del grillino Crucioli per la messa al bando dei Pfas è stato affossato dai pentastellati per primi. Anzi, abbiamo visto che i Cinquestelle non hanno mollato la giunta quando il sindaco di Alessandria, invece di emanare l’ordinanza di fermata delle produzioni inquinanti di Spinetta, ha addirittura patteggiato con Solvay sgattaiolando come parte civile dal processo.
 
A parte l’odore dei Cinquestelle che saranno tumulati definitivamente alle prossime elezioni comunali assieme al sindaco PD, la puzza si è fatta intensa quando, sotto la pietra sepolcrale del bluff propagandistico dell’emendamento al Piano sociosanitario, abbiamo esumato la carcassa: è in corso la trattativa con Solvay per patteggiare la fuoriuscita della Regione Piemonte quale parte civile dal processo.  A perdere la faccia, il pacchettino di euro di Solvay sarà mascherato addirittura a sostegno dell’emendamento … rivolto a scoperchiare i delitti di Solvay. Solvay dà i soldi contro sè stessa. Maddai.
 
Dopo questa scialuppa della Regione, il percorso dei patteggiamenti per salvare lupo Syensqo con capra e cavoli (fabbrica aperta, minime pene processuali e massimi profitti miliardari), avviato dal misero salvagente  del Comune di Alessandria, si concluderà a galleggiare sul  barcone del Ministero dell’Ambiente: senza messa al bando nazionale dei Pfas, senza vera bonifica del territorio alessandrino, sulla pelle delle popolazioni non solo piemontesi e venete, senza veri risarcimenti alle Vittime del passato, sulla pelle delle Vittime del presente e del futuro.
 
Dunque, questi sono i fatti che, quale antico e massimo biografo mi ero concesso di “predire” per il 2026 come anno di svolta. Però comprendevano anche le class actions. Aspettiamo prima di congratularci con la miliardaria presidentessa Ilham Kadri.

Solvay: abbiamo tutto sotto controllo.

Sono esplosi i titoli sui giornali:
 
“Il report di Greenpeace ‘Respirare Pfas’ lancia l’allarme”. “Troppi veleni nell’aria, l’allarme di Greenpeace”. “Aria avvelenata”“Da sola Solvay più della metà dell’inquinamento italiano”. “L’aria più inquinata in Italia è in provincia di Alessandria”“I più inquinati”. “Lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo nel mirino del report Greenpeace”“L’epicentro dei Pfas”. L’incubo Pfas spaventa i cittadini”. “Spinetta Marengo e l’incubo Pfas: le emissioni della fabbrica fanno paura”. “Numeri impressionanti a Spinetta”. “C’è paura dopo il report sui veleni”. “Paura nell’aria già colpita dall’amianto”. “Le voci degli abitanti: ‘Stop alle lavorazioni’”. “L’ultimatum di tutti i comitati ‘Ora l’impianto va fermato’”.
 
Solvay riesce a controllare pressoché tutto. Tutto il potere politico, dall’insabbiamento del disegno di legge (Crucioli) al patteggiamento con gli enti locali (Comune, ecc?). Riesce immune a compiere il delitto perfetto con la Giustizia italiana (Alessandria). Riesce a congelare i blandi regolamenti europei. Riesce, anzichè chiudere le produzioni, a convincere qualche ambientalista conciliatore che sta conciliando ambiente e salute con i profitti.  
Ma non riesce a zittire gli avversari con telefonate intimidatorie e lettere anonime (Balza). Nè riesce a controllare tutti i grilli parlanti del sistema dell’informazione.
 
Infatti, sono esplosi quei titoli dei giornali e TV, più cubitali del nostro “Solvay di Spinetta Marengo scarica il 76% delle emissioni nazionali di gas fluorurati. Invero, Umberto Eco li avrebbe commentati ribadendo di nuovo “Nulla di nuovo fra Tanaro e Bormida” dopo i nostri 1.300 articoli di questi anni in merito al disastro ecosanitario: su www.rete-ambientalista.it (tra i quali la querela del sindaco a Lino Balza per diffamazione a mezzo stampa”).
E, con la puntualità di un orologio belga, la multinazionale Solvay Syensqo ha prontamente reagito a condizionare l’opinione pubblica invitandola ad un rinfresco enogastronomico (evento “Fabbriche aperte”) e a leggersi le rassicurazioni di “autorevoli” personaggi. Fra tutti, spicca Luigi Castello, primario di medicina interna dell’ospedale di Alessandria, che “ci tiene a non fare allarmismi”. Come potrebbe fare altrimenti? Federico Riboldi, l’assessore imbonitore della Regione Piemonte (storica complice di Solvay), si era inventato una cosiddetta “task force” (clicca https://www.rete-ambientalista.it/2024/11/02/brutta-aria-in-politica/ adibita ad annegare in un mare di informazioni tecniche tutti i drammatici dati ambientali e sanitari pur usciti dalla mafia di Arpa e Asl, da nove indagini epidemiologiche nella Fraschetta, a tacere i referti delle Università di Liegi e Aquisgrana.
 
La “task force al rallentatore” è stata da Riboldi articolata in “commissione tecnica” e “commissione clinica”, cioè polverizzata in una pletora ininfluente di fedeli funzionari provinciali e regionali, nonché di eterogenei dirigenti sanitari per successive diagnosi e terapie a lungo termine, e Luigi Castello è stato nominato coordinatore della commissione clinica. Come da curriculum, Castello non si era mai allarmato della situazione sanitaria di Alessandria e dei suoi cancerogeni, e dunque ora, anche dopo il report di Greenpeace, “ci tiene a non fare allarmismi”.
 
A noi, francamente, la tempestiva e minimizzante presa di posizione del dottor Luigi Castello appare scientificamente scandalosa, e l’abbiamo trasmessa a chi è più competente di noi: è rimasto basito. Perciò lo sfidiamo a sostenerla in un confronto pubblico (che possiamo organizzare) con un suo collega che in ambito nazionale e internazionale la pensa ben diversamente da lui.
 
Convincente al pari di Castello, cioè per nulla, è arrivata la replica di Solvay…

Da sola, più veleni di tutte le aziende italiane nel loro insieme. E li concentra tutti sul territorio di Alessandria!

…Convincente al pari di Castello, cioè per nulla, è arrivata la replica di Solvay: con la credibilità di una multinazionale straniera che, a tacere l’altra maledetta ventina di tossicocancerogeni, ha negato che la popolazione italiana è stata esposta per decenni ai Pfas acclaratamente cancerogeni: inquinanti eterni come il Pfoa utilizzato ad Alessandria fino a 12 tonnellate l’anno per almeno trent’anni: acclaratamente associato ad effetti avversi all’apparato endocrino, cardiocircolatorio e al fegato, nonché allo sviluppo di tumori e nel caso dei bambini – esposti già durante la gravidanza – a malformazioni neurologiche.
 
Che credibilità può ancora essere attribuita a chi dichiara di avere già dismesso Pfoa Adv, e in fase di dismissione il C6o4, mentre l’autorità ambientale locale non solo continua a trovarli – come emerge dalla campagna rilevamenti delle acque sotterranee del 2025 – ma li trova anche oltre la presunta barriera millantata dall’azienda per trattenerli. Tantè che il micro biomonitoraggio sulla popolazione residente vicino al polo chimico, condotto al rallentatore dalla complice Regione Piemonte, ha dimostrato che TUTTE le persone analizzate hanno questi tossici cancerogeni nel sangue, che i giovani sono particolarmente esposti e che dei tre Pfas sopra citati quello più trovato nel corpo delle persone sia l’Adv: un Pfas come il C6o4 inventato in Italia che l’azienda ha prodotto per trent’anni senza che nessuno ne sapesse alcunché.
 
Che credibilità sbugiardarsi sui numeri. Tra il 2007 il 2023, secondo i dati del registro europeo ripresi da Greenpeace, lo stabilimento Solvay Syensqo di Spinetta Marengo ha emesso 2.828 tonnellate l’anno: da solo! il 75% di tutte le sostanze fluorurate rilasciate nell’atmosfera in Italia. Secondo la matematica belga di Solvay, l’azienda avrebbe “ridotto del 90% le emissioni dei fluorurati negli ultimi cinque anni”. Secondo i dati Ispra elaborati da Greenpeace, invece, le emissioni sono passate da punte enormi dell’85% annue alle enormi del 55%. Cioè Solvay, da sola! attualmente emette più veleni di tutte le aziende italiane nel loro insieme. E li concentra tutti sul territorio di Alessandria!!  
Come consegue questo record? Gran parte delle emissioni atmosferiche comunicate al Registro europeo per l’emissione e il trasporto di inquinanti (E-Prtr) non sono contemplate nell’autorizzazione approvata dalle autorità locali.
 
Inoltre, come emerge da documenti inediti, la maggior parte di queste emissioni sono sparate -su polmoni suolo acque- da camini che non hanno filtri dedicati all’abbattimento: dei 26 camini che emettono sostanze fluorurate solo 15 sono dotati di filtri per l’abbattimento, 11 ne sono privi; il 59 per cento delle emissioni di Pfas dell’intero stabilimento derivino da camini totalmente privi di impianti di depurazione.
 
Che credibilità, infine, può avere un inquinatore seriale che al momento del rinnovo dell’autorizzazione integrata (AIA) si era opposto alla pubblicazione dei dati? E che ora, dopo che il Tar gli ha dato torto, vincola, complice la Provincia, la loro divulgazione al segreto industriale: li può visionare solo Legambiente… confidenzialmente, a patto che non li usi pubblicamente. Una bella faccia tosta, se sappiamo che, per lo stesso tipo di contaminazione, lo Stato del New Jersey nel 2021 ha fatto causa alla consociata americana dell’azienda chiedendo tutte le informazioni ambientali e gli studi tossicologici. E in soli quattro anni è stata pattuita una piena bonifica dello stabilimento e un’ammenda di quasi 400 milioni di dollari.

Solvay di Spinetta Marengo scarica il 76% delle emissioni nazionali di gas fluorurati.

Opportunamente interviene Greenpeace ad avvalorare l’allarme sul quale sono anni che insistono Lino Balza e Claudio Lombardi: il disastro sanitario e ambientale inferto ad Alessandria dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo è originato dalle emissioni in atmosfera (con ricaduta su polmoni, suolo e acque) ancor più che dagli scarichi idrici in falda e Bormida.
 
Ebbene, Greenpeace Italia ha analizzato i dati del registro europeo, elaborando anche quelli di Ispra: “Tra il 2007 e il 2023, il 76% delle emissioni nazionali di gas fluorurati sono state prodotte in Piemonte dalla Solvay di Spinetta Marengo”, quindi 2.863 tonnellate rilasciate. Inevitabilmente: perché Solvay è l’unica industria chimica italiana che produce ancora Pfas, in particolare il “nuovo” C6O4 altrettanto micidiale come i suoi progenitori. Perciò il Movimento di lotta per la salute Maccacaro, con Circoli, Comitati e Associazioni, chiedono la cessazione delle produzioni inquinanti. E, preso atto, del fallimento dei processi in sede penale, avviano in sede civile azioni inibitoria e risarcitoria. Con urgenza sanitaria, senza attendere una legge di messa al bando dei Pfas, che la lobby chimica sta bloccando in Parlamento (clicca qui). 
Le emissioni in atmosfera, una volta dispersi, si “trasformano” in acido trifluoroacetico (TFA), la tipologia di Pfas più diffusa al mondo. Oltre ai noti rischi sanitari, gli F-gas provocano anche l’effetto serra, con un potenziale di riscaldamento globale (GWP) migliaia di volte superiore a quello della CO2.
Per maggiori approfondimenti, leggi Luisiana Gaita (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/08/pfas-solvay-alessandria-inquinamento-aria-notizie/8218202/) o vai al Sito www.rete-ambientalista.it dove trovi quasi 1.300 articoli.

Il grande fratello Solvay.

<< Il grande fratello Solvay (snodo cruciale per i Pfas della Solvay) di Lino Balza (Movimento di lotta per la salute Maccacaro).
Proprio temendo il contagio di una sentenza al processo Miteni, che “storica” a Vicenza c’è davvero stata pur con luci e ombre *1 (clicca qui), da Bruxelles, casa madre Solvay, l’amministratrice delegata di Syensqo, Ilham Kadri, aveva fissato con tutto il management l’imperativo de “il grande fratello”: fermare il mondo, “arrêter le monde”, attorno allo stabilimento di Spinetta Marengo, fino alla fatidica data del 2026.>>
 
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Ambiente e non solo…

Ambiente e non solo… Direttore: Marco Talluri – Blog giornalistico nel quale si parla di ambiente, emergenza climatica, sviluppo sostenibile, mobilità sostenibile, comunicazione e non solo “Spinetta Marengo: un secolo di chimica, memoria e resistenza Alessandria – Spinetta Marengo. È una delle storie più lunghe e controverse dell’industria chimica italiana: oltre un secolo di produzione, progresso e conflitti, che oggi ritorna alla luce in forma di memoria audiovisiva.
 
Con la pubblicazione delle prime 21 puntate su YouTube, prende corpo un progetto di docufilm di Lino Balza che racconta, attraverso testimonianze dirette, immagini d’archivio e riflessioni civili, la parabola dello stabilimento di Spinetta Marengo, oggi Solvay, e del territorio che ne ha condiviso il destino.
Tutto nasce da una richiesta rivolta a chi, ad Alessandria, è considerato “lo storico per eccellenza” della fabbrica — un uomo che in quello stabilimento ha lavorato trentacinque anni, e che da oltre mezzo secolo ne racconta le vicende, “avendo dato voce a una storia di pane, lacrime e sangue”.
 
La sua voce guida lo spettatore lungo una ricostruzione che è insieme memoria personale e indagine collettiva, capace di intrecciare i destini della fabbrica con quelli della città e dei suoi abitanti, fino all’attuale drammatica situazione ambientale e sanitaria che coinvolge il polo chimico Solvay.
 
La serie si apre con la puntata introduttiva (link) e prosegue con 21 episodi dal taglio narrativo e documentario: da C’era una volta e La mostarda letale, che riportano agli anni pionieristici e ai primi incidenti tossici, fino a Un inferno dantesco, I sopravvissuti, Lavoratori in trincea ed E i sindacati cosa facevano?, dove emergono le prime lotte operaie e la presa di coscienza collettiva.
Seguono le puntate dedicate alla stagione dei consigli di fabbrica, al ruolo di Giulio A. Maccacaro, ai movimenti del ’68 e alle crisi degli anni Settanta, fino agli episodi finali (Partito comunista vs sindacati, Fine della democrazia), che segnano la frattura fra politica, lavoro e territorio.
 
Attraverso un linguaggio asciutto, diretto e spesso polemico, la narrazione affronta le responsabilità diffuse di politici, sindacalisti, giornalisti e magistrati, alternando “mobilitazioni, connivenze, complicità, corruzioni, ignavie”. È una storia d’Italia in scala locale: quella dell’economia prima e dopo la guerra, del capitalismo industriale, dei movimenti operai e dei primi movimenti ecopacifisti, fra conquiste e sconfitte.
 
Ma è anche una storia che parla al presente. Perché raccontare, oggi, è un atto di resistenza civile: serve a comprendere come si è arrivati a un territorio contaminato, a una popolazione che “non è più disposta a pagare lacrime e sangue”, e a una memoria che chiede giustizia ambientale.
In attesa del docufilm conclusivo, le puntate già pubblicate offrono uno straordinario archivio di memoria operaia e ambientale, un invito a non dimenticare che ogni territorio ferito porta in sé, insieme al dolore, anche la possibilità della verità e della ricostruzione.”

Class actions dopo il fallimento dei processi penali.

Se qualcuno, in buona fede: intendo (non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire), avesse ancora qualche dubbio sulla necessità non più rinviabile di avviare in sede civile una class action inibitoria contro Solvay per bloccare d’urgenza le produzioni di Spinetta Marengo che causano il disastro sanitario e ambientale di Alessandria, quel qualcuno dovrebbe interrogarsi sui Fatti.
Uno dei fatti, il principale, è che i processi in sede penale, almeno per quando riguarda Alessandria (ma anche in generale: vedi le 518 pagine, non aggiornate, del nostro “Ambiente Delitto Perfetto” volume 1° prefazione del grande Giorgio Nebbia) sono un fallimento per la tutela della Salute e delle Vittime. Lo ripeto giusto da dieci anni, da quando il processo contro Solvay si concluse senza vere condanne, senza risarcimenti per le Vittime, dunque senza nessuno seguito di bonifiche del territorio.
Ad analogo fallimento è destinato il nuovo processo Solvay, già moribondo al concepimento: con capi di imputazione dei PM irrilevanti (di colpa anziché di dolo) e scaricati su due piccoli capri espiatori nullatenenti (piuttosto che sulle spalle dei  miliardari padroni dell’azienda), eppoi proseguito anzi neppure proseguito ma arenato dal GUP almeno fino  al 2026 per consentire quell’opaco Patteggiamento della Solvay con le Parti civili che porrà la pietra tombale anche su questo processo: senza condanne, senza risarcimenti per le Vittime, senza seguito di bonifiche del territorio.
Gli avvocati penalisti di parte civile, quelli onesti e ottimisti, sperano che questo inevitabile nuovo fallimento sarà ribaltato da un colpo di scena: da una sopraggiunta sostituzione dei giudici del tribunale di Alessandria. Purtroppo hanno torto: è una velleità, i buoi sono già scappati, è troppo tardi -con tutto il rispetto per i nuovi giudici- per ristrutturare di sana pianta (dolosa) l’impalcatura (colposa) del processo, per ricominciare da punto e a capo il processo, un lavoro che durerebbe anni, mentre nel frattempo per altri anni e anni migliaia di persone sarebbero condannate a malattie e morti.
Esistono vie alternative alle fallimentari sedi penali, che -per dovere morale e civile- vanno tentate. Lo ripeto da dieci anni. Class actions in sede giudiziaria civile: 1) con azione risarcitoria collettiva, patrimoniale e non, per le Vittime fisiche (cittadini e lavoratori) del disastro sanitario, e 2) con azione inibitoria collettiva in materia ambientale per bloccarlo il disastro ecosanitario della Solvay, per fermarle le produzioni inquinanti.
Per queste azioni, realizzate con successo nel mondo, ma finora mai tentate contro il colosso Solvay in Italia, per la loro riuscita è necessaria la garanzia che siano affidate -come stiamo facendo per l’azione inibitoria- ad uno Studio Legale con un pedigree di radicalità e onestà invalicabile sia sotto il profilo umano/lotta ecologista che sotto quello strettamente professionale. Ad un gruppo di professionisti, cioè, con un passato di lotta ambientalista e che investono decine di migliaia di euro su un valido staff di tecnici ed esperti assortiti per le varie esigenze scientifiche necessarie in tribunale. Senza alcun rischio per i beneficiari.
Per l’opzione class actions, chi risponde alla propria coscienza, cioè in scienza e buona fede (ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire), aggiorna sempre più gli altri Fatti: una mole di documentazione di indagini ambientali ed epidemiologiche. Ad esempio, di recente, i DATI EPIDEMIOLOGICI SULLA CONTAMINAZIONE DI SPINETTA MARENGO. Documentazione scientifica a supporto dell’appello dei medici. I dati riportati provengono da studi epidemiologici ufficiali condotti da: Servizio di Epidemiologia, ASL TO3 Piemonte, ARPA Piemonte, ASL Alessandria. Gli studi sono stati richiesti dalla Procura della Repubblica di Alessandria nell’ambito dell’inchiesta per inquinamento ambientale.

Non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.

Chi, ad avvalorare la necessità delle class actions, non si accontenta degli Studi Epidemiologici: farebbe bene a relazionarsi anche sui risultati prodotti da Arpa relativi alla campagna di monitoraggio condotta presso lo stabilimento Solvay Syensqo di Spinetta Marengo, che fornisce aggiornamenti sia sulle concentrazioni rinvenute per i tensioattivi perfluoroalchilici sia sui cosiddetti “inquinanti storici”.
Se già nel 2024 la campagna aveva rilevato la presenza di concentrazioni “anomale” di composti clorofluorurati nelle acque sotterranee, cioè anche dei pfas C6O4, nel 2025, per inquadrare idrogeologicamente il periodo, il livello piezometrico della falda nei mesi è tornato ad aumentare, alzandosi di quasi un metro rispetto ad inizio anno. L’area di cattura della barriera idraulica continua ad essere arretrata verso lo stabilimento. “Molti piezometri risultano con una concentrazione in crescita come il PzIN63 e il PzIN74, afferenti all’area Algofrene e alle zone limitrofe, che presentano concentrazioni molto elevate (fino a 38500 μg/l in PzIN63) estendendosi fino ai pozzi barriera e alle aree limitrofe. Si osservano anche aumenti di concentrazione in pozzi esterni all’azienda come P5AMAG e pozzi profondi sia interni che esterni all’azienda come per PP14bis che PP29bis. Nei piezometri profondi del livello B sono stati riscontrati anche gli altri CFC ricercati (Clorodifluorometano, Diclorodifluoro-meatno, Triclorofluorometano).” Va evidenziato che per gli altri due PFAS in analisi (ADVN2 e PFOA) si osserva un aumento di concentrazioni rispetto alla campagna precedente, soprattutto nel caso del PFOA.
A valle del sito nella falda superficiale si è notato un incremento di concentrazione di PFOA. Il piezometro esterno con la concentrazione maggiore di cC6O4 è risultato essere PzES4 ubicato sul confine N-NW dello stabilimento, con una concentrazione pari a 0,81 μg/l. Tra i piezometri esterni del Livello A PzES6 ha registrato la concentrazione maggiore di cC6O4 pari a 2,6 μg/l e di ADVN2 pari a 7,4 μg/l.
Va da sé che l’acqua che Solvay preleva dalle falde per il raffreddamento degli impianti, superiore all’intero consumo dell’intera provincia, viene poi sparata dai camini in atmosfera e ricade sul territorio in respirazione  suolo e acqua.

Gli omissis di Solvay per nascondere l’inquinamento.

Nel procedimento in corso presso la Provincia di Alessandria per il rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per i propri impianti di Spinetta Marengo, Solvay-Syensqo aveva ottenuto che fossero pubblicati i progetti eliminando tutte le parti che l’azienda riteneva riservate per ragioni di segreto industriale, anche se contenevano informazioni sulle emissioni di inquinanti nell’ambiente. Legambiente aveva presentato ricorso al TAR Piemonte.
La sentenza del TAR, nonostante l’opposizione presentata sia da Solvay-Syensqo, sia dalla Provincia di Alessandria che aveva sostanzialmente avallato la secretazione pretesa dall’Azienda, è stata sollecita e chiara: la Provincia “dovrà, pertanto, esibire e rilasciare in copia i documenti richiesti nel termine di giorni 20 (venti) dalla comunicazione della presente pronuncia, rimuovendo gli oscuramenti e gli omissis che ostino alla lettura delle informazioni relative alle emissioni dell’impianto industriale nell’ambiente”.
Vedremo se e come i sodali Solvay e Provincia renderanno pubblici gli ostinati omissis. Vedremo se ci sarà chi tituba di fronte alle class actions (ma, si sa, non c’è peggior sordo di chi fa finta di non sentire).

Tutta la storia di Spinetta Marengo raccontata da Lino Balza nei video realizzati da Mattia Servettini.

Mi è stato chiesto: tu che ad Alessandria sei considerato lo storico per eccellenza, raccontaci come, ripercorrendo gli oltre cento anni di presenza del sito produttivo del sobborgo di Spinetta Marengo, come siamo arrivati all’attuale drammatica situazione ambientale e sanitaria della Solvay.
 
In effetti qualche titolo lo posseggo, avendo vissuto 35 anni lì dentro, avendo scritto un’infinità di articoli giornalistici e un bel po’ di libri (e continuando a scrivere), cioè avendo partecipato anche da protagonista per oltre mezzo secolo a quegli e questi avvenimenti. In effetti, raccontare è utile: far conoscere la storia di una fabbrica che ha dato pane, lacrime e sangue alla popolazione della città; è utile se si vogliono raccontare e affrontare nei giorni nostri le lotte della popolazione alessandrina che non è più disposta a pagare lacrime e sangue.
 
La storia locale di uno dei più importanti stabilimenti chimici italiani e del suo martoriato territorio, vedrete, se seguirete le periodiche puntate sul Sito, vedrete  che è interessante: perchè è anche la storia dell’Italia, dell’economia prima e dopo la guerra, del capitalismo imperante, dei movimenti operai prima del loro apice e dopo, dei movimenti ecopacifisti tra vittorie e sconfitte; delle responsabilità -nome per nome- dei politici, sindacalisti, giornalisti, magistrati; tra mobilitazioni, connivenze, complicità, corruzioni, ignavie.  Insomma, risulterà una miscela storica molto polemica.
 
Al termine delle n PUNTATE avremo il docufilm dell’ultracentenaria storia. Finora, 21 puntate:
 
 
https://youtu.be/qCkJLop36JI?si=tN2LYQnSPaYj_ujA e i sindacati cosa facevano?
15 https://youtu.be/KBmaylOzm7c?si=uX8oBTLWgDE8D56r la grande piattaforma rivendicativa
16 https://youtu.be/FFmCFI2-w-A?si=8OmH_9Ce9mjgNCDQ  il progetto dei cinque consigli di fabbrica
17 https://youtu.be/7wbE8ZvKfLg  ricerca chimica
19 https://youtu.be/EAokMoM9hQo “Unità operaia” vs consiglio di fabbrica
20 https://youtu.be/RxrkVdoh3tg  partito comunista vs sindacati
21 https://youtu.be/vqvtuTQZ9_U?si=2g9qqB89WsvQJYnZ  fine della democrazia diretta
 
Un omaggio ai nostri 42mila lettori. Chi desidera ricevere le trascrizioni dei video, le chieda a lino.balza.2019@gmail.com

Quello che la Regione Piemonte e la CGIL Piemonte non hanno fatto. Quello che potrà fare il sindacato.

La Giunta Regionale del Veneto ha approvato l’avvio dello “Studio di coorte residenziale sulla contaminazione ambientale da PFAS nel territorio dell’ULSS 8 Berica”, realizzato dall’Azienda ULSS 8 in collaborazione con il Servizio Epidemiologico Regionale (SER) di Azienda Zero e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che fornirà supporto metodologico e nella valutazione dei risultati.
Si tratta di un’indagine epidemiologica retrospettiva che ricostruirà la storia di esposizione delle comunità interessate e ne valuterà gli effetti sulla salute, con un approccio integrato ambiente-salute. Lo studio sarà focalizzato sulle aree maggiormente colpite dalla contaminazione idropotabile e permetterà di stimare i rischi legati a diverse patologie, consolidando le evidenze scientifiche a supporto delle politiche di prevenzione. Questo studio si aggiunge agli approfondimenti epidemiologici condotti finora, integrando i dati della sorveglianza sanitaria avviata nel 2017 e gli studi sulla mortalità.
Cgil Veneto: “Finalmente, ma non basta”.
 
“Abbiamo avanzato continue richieste al presidente e agli assessori competenti. Finalmente, quindi, ma non basta: riteniamo necessario che la nuova indagine epidemiologica debba coinvolgere anche tutti i lavoratori ex Miteni, che, come è noto, hanno i valori di Pfas nel sangue più alti in assoluto”.
Non solo. Su patrocinio della CGIL, nel maggio 2025 una sentenza storica: il Tribunale di Vicenza ha stabilito un nesso tra l’esposizione ai PFAS e la morte di un ex operaio, riconoscendo il diritto alla pensione di reversibilità ai suoi eredi. Anche l’INAIL ha riconosciuto 19 lavoratori come affetti da malattia professionale a causa dell’accumulo di PFAS nel sangue, stabilendo un precedente importante, sebbene questo non implichi un risarcimento diretto.  A sua volta, invece, la sentenza penale di Vicenza non soddisfa assolutamente i danni e i risarcimenti degli ex lavoratori Miteni.
 
Perciò, ora resta al sindacato veneto di avviare azione risarcitoria, class action, per tutti i lavoratori ex Miteni. Magari implicando le responsabilità di Solvay (che, a differenza di Miteni, è solvibile).
Per tutti i lavoratori Solvay,  dovrebbe farlo anche il sindacato piemontese, liberandosi finalmente dalle palle al piede.
 
Soprattutto perché gli enormi valori PFOA nel sangue dei lavoratori Solvay di Spinetta Marengo sono stati denunciati e documentati nell’esposto (il primo dei 20) di Lino Balza alla Procura della Repubblica di Alessandria. Ma dal lontano 2009 il sindacato non si è mosso.
Attualmente, la CGIL di Alessandria è costituita parte civile nel processo (il 2°) contro Solvay e, ufficialmente per bocca del segretario della Camera del Lavoro, dichiara di rifiutare il Patteggiamento avviato dalla multinazionale per strozzare il processo. Tale patteggiamento è stato accettato, suscitando scandalo fra i Comitati e le Associazioni, dal Comune di Alessandria; mentre la Regione Piemonte -anche se ben lontana dalle indagini epidemiologiche della Regione Veneto- dichiara, per bocca dell’assessore alla sanità, che non accetta il Patteggiamento. Il Ministero dell’Ambiente non ha preso posizione ufficiale.
Dunque, sarebbe una aspettativa delusa se la CGIL non partecipasse alla class action risarcitoria che Comitati e Associazioni stanno preparando a favore della popolazione alessandrina. 

L’avvocato della difesa che fa tremare Solvay.

Con uno scoop, abbiamo pubblicato il documento “La verità’ sul caso Miteni/Solvay che nessuno ha raccontato” (clicca qui) che l’avvocato Luca Santa Maria, punta di diamante del collegio di difesa della Solvay nei precedenti processi penali, ha trasmesso alle Procure della Repubblica di Alessandria e Vicenza. Ad esso fa seguito il deposito di questo esposto (clicca qui) che approfondisce l’accusa di come Miteni di Trissino non sia stato che “l’esecutore di un disegno pianificato da Solvay e Dupont” nel provocare i disastri ambientali e sanitari dei Pfas. Dei quali il filo conduttore è il pfas cC6O4 della Solvay  Syensqo.
Si tratta di documenti esplosivi (per inciso: l’avv. Santa Maria è stato da Syensqo denunciato alla Procura della Repubblica di Milano per rivelazione di segreto), in sé sono notizie di reato, in condizione di rimettere in discussione lo svolgimento del processo Miteni in primo grado di Vicenza (sentenza di dolo, ma senza Solvay) e del processo Solvay-Syensqo (il 2°) avviato ad Alessandria (imputazione di colpa piuttosto che di dolo). Non si può escludere, dopo indagini collegate tra le due Procure, la riunificazione dei due processi con l’accusa di dolo: dolo intenzionale o diretto o almeno eventuale. Né clamorosi riflessi internazionali. A tacere le responsabilità pubbliche di Comuni, Regioni, Province, Ministero dell’Ambiente: ex art. 40 del Codice penale.
 
I suddetti documenti dell’avvocato Santa Maria sono al vaglio, oltre che delle Procure, anche dei collegi legali delle Parti civili, dei Comitati e delle Associazioni che stanno mettendo a punto il piano di azioni  per scongiurare la tragedia dei Pfas, clicca qui.

Piano di azioni per scongiurare la tragedia dei Pfas.

Foto ricordo.
Il 2026 può essere l’anno che sancisce la immane tragedia sanitaria dei PFAS, paragonabile a quella dell’amianto. In altre parole, fisserebbe la vittoria in Italia della lobby chimica diretta dalla multinazionale Solvay (Syensqo): costruita su quattro assai controversi terreni: sul versante della debole magistratura di Alessandria, sul versante delle compromesse istituzioni politiche locali, e sui versanti delle asservite forze parlamentari italiane ed europee.
 
La tragica vittoria, invece, può essere ancora scongiurata tramite 12 concrete azioni dei Comitati e delle Associazioni che stanno discutendo di mettere in campo.
 
1) Coordinare Alessandria con Vicenza, affinchè, per conto dei Comitati e delle Associazioni, gli studi legali intraprendano urgenti procedimenti giudiziari in sede civile di azione risarcitoria collettiva, patrimoniale e non, per le Vittime fisiche (cittadini e lavoratori) dei disastri ecosanitari dei siti industriali Solvay di Spinetta Marengo ed ex Miteni di Trissino.
 
2) In Alessandria, i Comitati e le Associazioni per impegnare i propri studi legali a verificare di intraprendere urgenti procedimenti giudiziari in sede civile di azione inibitoria collettiva in materia ambientale per bloccare il disastro ecosanitario del sito industriale Solvay di Spinetta Marengo.
 
Continua cliccando qui.

Smettere di mangiare e bere oppure mettere al bando i Pfas? Fermare la Solvay.

Non so se c’è una fabbrica di birra nella Fraschetta alessandrina e immaginarmi le preoccupazioni dei proprietari e i risarcimenti da chiedere a Solvay. Viene in mente, ai tempi delle falde inquinate da cromo esavalente, che né Paglieri profumi né l’allevamento di mucche della Perderbona entrarono come parti civili nel primo processo.
 
I Pfas, tossici e cancerogeni, famigerati come sostanze chimiche eterne, non risparmiano neanche la birra. A lanciare l’allarme è stata un’analisi coordinata dai ricercatori dell’American Chemical Society che ha mostrato come il 95% delle birre prese in esame e prodotte in diverse aree degli Stati Uniti contengano questi inquinanti, con le concentrazioni più elevate riscontrate nelle aree in cui è noto ci sia una contaminazione delle acque. I risultati, apparsi sulla rivista Environmental Science & Technology dell’Acs, evidenziano quindi come l’inquinamento delle risorse idriche possa infiltrarsi in prodotti, anche quelli più comuni, sollevando preoccupazioni sia per i consumatori che per i produttori di birra.
 
Sebbene i birrifici generalmente dispongano di sistemi di filtraggio e trattamento dell’acqua, questi non sono progettati per rimuovere i Pfas. Circa il 18% dei birrifici statunitensi si trova in aree in cui è rilevabile la presenza di Pfas nell’acqua potabile comunale.  I ricercatori hanno modificato il metodo usato dall’Agenzia per la Protezione Ambientale (Epa) degli Stati Uniti, e testato un totale di 23 birre nazionali e internazionali: il 95% delle birre testate (sebbene gli autori non abbiano fatto nomi) conteneva Pfas, tra cui il perfluorottano solfonato (Pfos) e l’acido perfluoroottanoico (Pfoa), famigerati per le patologie al sistema immunitario ed endocrino, la fertilità e l’incidenza di neoplasie.
 
 

Chi dalla birra vorrebbe rifugiarsi nel vino, conosce già possibili i Pfas nel vino 100 volte superiori rispetto all’acqua potabile, in particolare grazie al TFA. Peccato perchè il nostro Paese è il primo produttore di vino a livello globale, e il Monferrato è un’eccellenza.

Vabbè, torniamo all’acqua. Non ci fidiamo dell’acquedotto, come ha già dimostrato Greenpeace. Ricorriamo all’acqua imbottigliata? Dalla padella alla brace. Greenpeace aggiorna: la nostra nuova indagine ha rivelato la presenza di PFAS nell’acqua in bottiglia di 6 marche su 8, tra le più diffuse nel nostro Paese: Ferrarelle, Levissima, Panna, Rocchetta, San Benedetto, San Pellegrino, Sant’Anna, Uliveto. Luce verde solo per Ferrarelle e San Benedetto Naturale, rossissima per acqua Panna.
La sostanza rilevata nelle bottiglie analizzate è il TFA, l’acido trifluoroacetico, ovvero il PFAS più diffuso sul pianeta. Clicca qui
C’è una sola soluzione. Fermare subito le produzioni Pfas (monopolio della Solvay a Spinetta Marengo) e far seguire una “legge zero-PFAS” che ne vieti del tutto l’utilizzo in tutti i settori. Solo così possiamo sperare di tutelare la nostra salute: non c’è altro tempo da perdere.

Attorno alla Solvay nascosto il TFA.

Arpa Piemonte, che monitora l’unica produttrice di pfas in Italia, Syensqo Solvay, tuttora NON cerca il pfas TFA in atmosfera, nelle acque e nel suolo.  Eppure, nello scarico di Solvay s Spinetta Marengo ci sono fino a 198 microgrammi per litro di Tfa già nel 2021, secondo le analisi condotte dal Consiglio nazionale delle ricerche nel 2024. In Veneto, invece, il Tfa è stato cercato nelle acque già nel 2021 (fino a 110 microgrammi per litro) e viene monitorato periodicamente. Ad Alessandria è tutto nascosto.
 
Tfa è uno dei pfas meno conosciuti, ma tra i più pericolosi e presenti nell’ambiente, perchè contenuto in molti pesticidi, e quindi nei terreni e negli alimenti, come ad esempio il vino (pensiamo ai Doc del Monferrato). Sebbene i rischi legati a questa sostanza siano emersi a fine anni Novanta, ad oggi manca ancora una normativa che ne regoli la presenza e l’utilizzo. E l’assenza di norme e limiti specifici è il frutto di una negligenza delle autorità, indotte quanto mento dalla scarsa trasparenza delle lobby chimiche negli ultimi 25 anni.
 
Già nel 1998 il Comitato scientifico per le piante dell’Unione Europea aveva denunciato i rischi ambientali e sanitari del Tfa. Silenzio. Nel 2007 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha indicato il Tfa come un metabolita delle colture che entra direttamente nella catena alimentare.
 
Silenzio. Nel 2014 l’Efsa ha rilanciato l’allarme legato ai pesticidi. Silenzio. Nel 2017 l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) ha chiesto ai produttori i dati tossicologici completi. Nel 2021 si è aperto il vaso di Pandora. Malgrado il fuoco di sbarramento di Solvay, Echa ha proposto a tutti gli Stati membri di indicare il Tfa come tossico per la riproduzione, primo step per la sua classificazione come sostanza pericolosa e tossica. Da allora, negli anni successivi diversi Stati hanno imposto limiti e divieti, sia per la presenza del composto nei cibi, sia nelle emissioni industriali.
 
La direttiva è stata ratificata dall’Italia ed è prossima all’entrata in vigore, impone un limite di 10 microgrammi di Tfa per litro. Tuttavia, manca una messa a bando mondiale per tutti quei 39 pesticidi che lo contengono, non ci sono limiti agli scarichi e di emissioni in atmosfera.
 
L’acido trifluoroacetico (TFA) è fra i Pfas il contaminante ambientale emergente che desta crescente preoccupazione a causa della sua ubiquità nelle matrici ambientali e delle sue proprietà chimico-fisiche, tra cui elevata solubilità in acqua, stabilità chimica e persistenza. Ma Solvay fa muro.

Stati Generali dei Movimenti Limiti Zero Pfas.

Su iniziativa di lotta dell’europarlamentare Cristina Guarda si terrà un importante avvenimento di raccordo fra le forze sociali e politiche piemontesi e venete impegnate nella battaglia contro i Pfas in Italia, di cui gli epicentri regionali sono Alessandria (Solvay di Spinetta Marengo) e Vicenza (Miteni di Trissino). 
Nell’ambito dell’incontro, il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” presenterà, in 11 punti, un Piano di azioni concrete con le quali -su input dei Comitati e delle Associazioni in una sorta di Stati Generali- scongiurare l’altrimenti imminente vittoria in Italia della lobby chimica diretta dalla multinazionale Solvay (Syensqo).
 
L’appuntamento è per sabato 27 settembre 2025 in Alessandria, alle ore 10.30, presso Hotel al Mulino, via Casale 44, località San Michele (immediatamente all’uscita del casello di Alessandria Ovest   dell’autostrada).  

Piano di azione per scongiurare la tragedia dei Pfas.

Il 2026 può essere l’anno che sancisce la immane tragedia sanitaria dei PFAS, paragonabile a quella dell’amianto. In altre parole, fisserebbe la vittoria in Italia della lobby chimica diretta dalla multinazionale Solvay (Syensqo). La tragica vittoria, invece, può essere ancora scongiurata tramite concrete azioni dei Comitati e delle Associazioni.
Infatti, allo stato attuale (si veda l’analisi https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/04/il-2026-e-alle-porte-snodo-cruciale-per-i-pfas-della-solvay/  sul Sito www.rete-ambientalista.it  del “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”) il possibile trionfo di Solvay è stato costruito su quattro assai controversi terreni: sul versante della debole magistratura di Alessandria, sul versante delle compromesse istituzioni politiche locali, e sui versanti delle asservite forze parlamentari italiane ed europee.
Invece, questo trionfo sulla pelle della gente può essere sbarrato con un “Piano di salvataggio dalla tragedia dei Pfas” che i Comitati e le Associazioni possono mettere in campo tramite undici incisive azioni:
1) Coordinare Alessandria con Vicenza, affinchè, per conto dei Comitati e delle Associazioni, gli studi legali intraprendano urgenti procedimenti giudiziari in sede civile di azione risarcitoria collettiva, patrimoniale e non, per le Vittime fisiche (cittadini e lavoratori) dei disastri ecosanitari dei siti industriali Solvay di Spinetta Marengo ed ex Miteni di Trissino.
2) In Alessandria, i Comitati e le Associazioni impegnano i propri studi legali a verificare di intraprendere urgenti procedimenti giudiziari in sede civile di azione inibitoria collettiva in materia ambientale per il disastro ecosanitario del sito industriale Solvay di Spinetta Marengo.
N.B. L‘azione inibitoria collettiva in materia ambientale è uno strumento processuale che permette a un’associazione o un comitato, o anche a chiunque abbia interesse, di richiedere al giudice la cessazione di un comportamento che lede l’ambiente e la salute pubblica. Questa azione introdotta nell’ordinamento italiano mira a prevenire o interrompere danni ambientali, sia attuali che potenziali, causati da attività illecite. A differenza dell’azione risarcitoria collettiva, class action, l’azione inibitoria non mira al risarcimento del danno, ma alla prevenzione o all’interruzione del comportamento lesivo. 
3) Coordinare Alessandria con Vicenza, affinchè, per conto dei Comitati e delle Associazioni, gli studi legali riesaminino la formulazione dei processi penali di Alessandria e Vicenza alla luce (vedi sul Sito) del documento (in sé: notizia di reato) trasmesso alle Procure della Repubblica di Alessandria e Vicenza dall’avvocato Luca Santa Maria (ex Solvay) che individua una regia dolosa unica delle responsabilità penali, e apicali, per gli attuali processi di Alessandria (colposo) e di Vicenza (doloso): ipotizzabili per i PM istanze di nuove indagini, unificazione dei fascicoli, perfino rogatorie. 
4) In Alessandria, i Comitati e le Associazioni impegnano i propri studi legali a coordinarsi per chiedere alla locale Procura la riformulazione dei capi di accusa da colposi a dolosi. A maggior ragione perché una sequela di rinvii delle udienze ha fermato il processo per due anni, anche con una negoziazione opaca tra le parti (GUP).
5) I Comitati e le Associazioni reputano rilevante che il Comune di Alessandria emetta ordinanza di fermata delle produzioni della Solvay inquinanti dentro e fuori il comune, come imporrebbe il principio di precauzione, esercitando le prerogative di legge che derivano al sindaco nella sua veste di massima Autorità Sanitaria Locale.
6) I Comitati e le Associazioni, in forza anche delle Mozioni Popolari presentate, basate sui principi della prevenzione e della precauzione / “limiti zero”, ribadiscono al Parlamento la richiesta della messa al bando dei Pfas in Italia, della loro produzione e utilizzo, ovvero della fermata delle produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo quale pregiudiziale “conditio sine qua non” del fattuale divieto di Legge. 
7) In Alessandria, i Comitati e le Associazioni impegnano i propri studi legali a respingere ogni proposta di Patteggiamento con Solvay, che strozzerebbe il processo locale, nonché la stessa Legge nazionale basata sui principi della prevenzione e della precauzione / limiti zero.
8) I Comitati e le Associazioni diffidano le Istituzioni locali e nazionali a intraprendere contrattazioni di patteggiamento con Solvay, che strozzerebbero il processo di Alessandria, nonchè la stessa Legge nazionale basata sui principi della prevenzione e della precauzione / limiti zero.
9) I Comitati e le Associazioni invitano in particolare il sindaco di Alessandria a recedere dal patteggiamento intrapreso (azione possibile in quanto non vi è accordo di patteggiamento con il Pubblico Ministero e prima che il giudice si pronunci).
10) I Comitati e le Associazioni chiedono al Governo di destinare immediatamente risorse tecniche, economiche ed umane adeguate al monitoraggio ambientale e sanitario dei Pfas in Italia, a maggior ragione in Veneto e Piemonte dove già urge provvedere a idonee misure cautelari e interventi di bonifica.
11) I Comitati e le Associazioni, in particolare chiedono alla Regione Piemonte, nel cui territorio i ritardi dei monitoraggi ambientali e sanitari sono ancora più evidenti, di non rallentare ulteriormente l’opaco monitoraggio del sangue della popolazione alessandrina. Va da sé, escludendo ogni patteggiamento con Solvay. 
LA DETERMINAZIONE DEI COMITATI E DELLE ASSOCIAZIONI, DI CONSEGUIRE LE AZIONI COMPRESE NEL “PIANO DI SALVAGUARDIA”, POTRA’ ‘CONVINCERE’ SOLVAY AD ESTENDERE ALL’ITALIA LA SUA STRATEGIA DI DISIMPEGNO DAI PFAS. PIUTTOSTO CHE CONCENTRARE LE PRODUZIONI IN ITALIA, A SPINETTA. (clicca qui)

Scoop. La verità sul caso Miteni/Solvay che nessuno ha raccontato. Seconda parte.

Concludiamo la pubblicazione del documento “La verità’ sul caso Miteni/Solvay che nessuno ha raccontato” (clicca qui) che l’avvocato Luca Santa Maria, punta di diamante del collegio di difesa della Solvay nei precedenti processi penali, ha dichiarato di aver trasmesso alle Procure della Repubblica di Alessandria e Vicenza.
Dal documento esplosivo apprendiamo quando segue. Restano a piede libero i registi che dagli anni 2000 hanno pianificato la catastrofe ambientale e sanitaria tra Veneto e Piemonte.  E’ della Solvay la regia occulta che fa della Miteni una fabbrica ancora più criminale (nell’indifferenza dei veneti): Trissino quale “hub clandestino” di Spinetta Marengo estraendo il micidiale Pfas cC6O4 e smaltendo in fiumi e falde i fanghi avvelenati. Complice del “lavoro sporco” della Solvay è Dupont, che alla Miteni scarica dall’Olanda i reflui di Pfas Genx “ripulito”.  A sua volta, la Regione Veneto permette di aggiungere il nuovo illecito che altrove non era tollerato.
L’Italia del Nord si trova inquinata da Cc6O4, il nuovo Pfoa. La contaminazione e l’esposizione umana si è propagata da Spinetta. L’enorme disastro ha due epicentri imputabili alla regia Solvay, l’uno indirettamente a Trissino, e l’altro direttamente a Spinetta, falciando indifese vite, per aria e acque, fra i lavoratori e i cittadini.
Ora, Solvay (Syensqo) promette la dismissione del C6O4 nel 2026: la più eloquente confessione stragiudiziale.  Ma, per le identiche condotte criminose che -per la medesima Solvay- negli Usa e Cee hanno per i colpevoli un prezzo stimato in miliardi, invece in Italia i top manager -mandanti e beneficiari degli enormi profitti- restano impuniti penalmente, civilisticamente e amministrativamente. Un caso da manuale di “justice arbitrage”.
Dunque, il disastro dei nuovi PFAS come quello dei vecchi è il prodotto di un sistema perfezionato con regia industriale unica (Solvay), a mezzo di incompetenza dei controllori, chiusura di entrambi gli occhi con benevola indulgenza, insomma per intenzionale scelta politica. Specifiche le gravissime responsabilità di Regioni e Sindaco di Alessandria.  
Solo la mobilitazione dal basso ha squarciato parzialmente il velo di omertà che tutela i potenti vertici delle potenti multinazionali.
Il vecchio diritto penale, con la Procura di Vicenza e l’azione dei NOE, ha fatto molto ma non tutto. Il procedimento penale di Alessandria contro Solvay, ora Syensqo, avviato nel 2020 dalla Procura locale è stato invece paralizzato.
Dunque, il documento infine si conclude con richieste precise, di triplice urgenza, che rimettono in gioco gli scenari futuri. Scenari presi in esame nella meticolosa analisi di Lino Balza, clicca qui, che a sua volta, prospetta anche più efficaci strumenti oltre le sedi penali. 

Il 2026 è alle porte. Snodo cruciale per i Pfas della Solvay.

IL GRANDE FRATELLO SOLVAY

Proprio temendo il contagio di una sentenza al processo Miteni, che -“storica”-  a Vicenza c’è davvero stata pur con luci e ombre  *1 (clicca qui), da Bruxelles, casa madre Solvay, l’amministratrice delegata di Syensqo, Ilham Kadri, aveva fissato con tutto il management l’imperativo de “il grande fratello”:  fermare il mondo,

“arrêter le monde”, attorno allo stabilimento di Spinetta Marengo, fino alla fatidica data del 2026.
Sul versante della magistratura,

ad Alessandria la Procura, malgrado le urgenze dei nostri esposti-denuncia, ha avviato il processo-bis SOLO nel 2024 e con un rinvio a giudizio che NON contempla il reato di dolo. A sua volta, Solvay ha ritardato le udienze con espedienti: ricusazione del “Giudice dell’udienza preliminare”, cambio dello staff legale. Poi, la mossa determinante è stata la proposta strategica di Patteggiamento *2 (clicca qui), incentivata dal Sindaco e incentivata dal Sindaco e  agevolata dal GUP con lo slittamento di un altro anno. E Solvay ha così traguardato il 2026 senza che in concreto sia iniziato il processo (dal quale peraltro avrebbe poco da temere considerati i blandi capi di imputazione): procedimento penale che -ammesso e non concesso che non sia strozzato da rito alternativo- durerebbe comunque tutto un decennio, fino alla Cassazione. Insomma, il classico  Delitto Perfetto *3 (clicca qui e qui) del rito penale, celebrato nell’ambito della “giustizia di classe” che premia l’inquinatore.

Sul versante della politica locale,

dove, con i lavoratori usati come scudi e la subalternità dei Sindacati, vanno in onda l’ennesima parodia dell’Osservatorio ambientale comunale, la “melina” ostruzionistica in Conferenza dei Servizi per il rinnovo dell’AIA Autorizzazione Integrata Ambientale, e soprattutto lo scandalo del Patteggiamento. Insomma, a livello locale il traguardo del 2026 è ormai superato.  D’altronde, era del tutto ipotetico il pericolo che il Sindaco, quale massima autorità sanitaria locale, agisse con una ordinanza di fermata delle produzioni inquinanti. E, difatti, pretestuosamente il “primo cittadino” ha preferito eclissarsi dietro il Parlamento e dietro la Regione Piemonte; anzi, ha fatto di peggio: da apripista ai Patteggiamenti con Governo e Regione. *2 (clicca qui).

D’altronde, la Regione Piemonte continua a temporeggiare *4 (clicca qui), in particolare a oscurare i monitoraggi sanitari, ad eclissare l’emblematica “pistola fumante” del crimine, a rallentare -al limite del “surplace- il biomonitoraggio ematico di massa della popolazione provinciale.  Anche se proprio il micro biomonitoraggio in atto nel Comune di Alessandria, per quanto truccato nei tempi e nella dimensione, già dimostra che 9 residenti su 10 hanno i Pfas nel sangue (e non solo). Completamente trascurati restano  gli altri Comuni (Piovera, Cassine, Castellazzo Bormida, Frascaro, Sezzadio, Basaluzzo, Bosco Marengo, Capriata d’Orba, Frugarolo, Castelspina, Casal Cermelli) i cui abitanti erano pur risultati avvelenati nel sangue dai Pfas C6O4 e ADV a seguito del “mini monitoraggio sperimentale” della Regione 5 *(clicca qui

D’altronde, nel favorire lo stallo produttivo e politico della Solvay, la Regione Piemonte fa inevitabilmente mancare i soldi anche per i monitoraggi dell’ambiente in atmosfera e al suolo. 6* (clicca qui).  Al punto che l’Arpa pubblicamente ne paventa addirittura lo stop, malgrado che i picchi dei prelievi stanno confermando il costante aumento di cC6O4, ADV, PFOA e GEN-X, tanto nei Sobborghi che nel Capoluogo e nei Comuni alessandrini.

Tale e quale è questo scandalo piemontese 5* (clicca qui)  che  avviene dopo i pozzi privati chiusi nel Comune di Alessandria dentro e fuori lo stabilimento, dopo la chiusura dell’acquedotto del Comune di Montecastello, dopo la tardiva chiusura di altri due pozzi  del Comune di Alluvioni – Piovera,  dopo che abbiamo denunciato la mancata chiusura dei pozzi dell’acquedotto di Alzano Scrivia, Guazzora e Alzano Scrivia, dopo che  allarmano  le analisi  su dieci pozzi dell’acquedotto di Alessandria,  dopo che  il Bormida è di nuovo inondato da masse di schiume, dopo che traboccano  di schiuma le vasche di raccolta dentro lo stabilimento, dopo che l’azienda addirittura è costretta a fermare un reattore dell’impianto più importante, dopo che perfino la complice Provincia è costretta a fingersi minacciosa con una ordinanza di bonifica eccetera.

Sul versante del Parlamento,

il 2026 è stato praticamente traguardato. I Parlamentari emanano leggi manovrate dalla potente lobby multinazionale Solvay. Infatti, in Senato il pericoloso Disegno di Legge (Crucioli) di messa al bando della produzione e dell’uso dei Pfas è stato definitivamente collocato in soffitta; mentre invece, come previsto  7* (clicca qui) nella complice bonaccia della politica italiana,

il recente decreto legislativo ispirato da Solvay ha ignorato Spinetta Marengo:

è stato cucinato sulla pelle della popolazione di Alessandria.

In quanto, 1°) lo stabilimento di Spinetta Marengo è l’unico in produzione in Italia dei perluoropolimeri, fluoroelastomeri e fluidi fluorurati; 2°) l’inquinamento di Spinetta Marengo non riguarda solo i Pfas, che ne rappresentano appena la punta dell’iceberg; e 3°) la contaminazione da Pfas in atmosfera è ancora più grave di quella sulle acque di superfice e di falda: in atmosfera dalle 72 ciminiere dolosamente continuano sulla provincia a ricadere -in aria terra acqua- 21 veleni tossici e cancerogeni (tra cui  i vecchi e i nuovi Pfas), respirati, disciolti nella nebbia, nella pioggia, nel pulviscolo atmosferico, nelle polveri sottili.

Che l’atmosfera di Alessandria è avvelenata dalla Solvay non  solo politicamente ma anche chimicamente 8* (clicca qui) l’abbiamo dimostrato più volte e, con l’esposto del 7 aprile 2023 via PEC avevamo proprio chiesto alla Procura di intervenire. A sua volta, il DDL Crucioli avrebbe fermato le produzioni Solvay in Italia e nell’immediato il progredire di malattie e morti fra le popolazioni del territorio, sacrificate invece dal recente Decreto legislativo ispirato da Solvay  9* (clicca qui) e 10* (clicca qui).

Per il resto, il decreto riguarda la qualità delle acque destinate al consumo umano: (a prescindere dai tempi e dai costi dei servizi pubblici) il limite introdotto resta ben lontano dai valori più cautelativi per la salute inseriti da altri Paesi europei; si affianca, dal 2026, a quello previsto dalla Direttiva Europea, il quale però a sua volta non è ritenuto da Efsa sufficiente a tutelare la salute dei cittadini. Insomma, a livello europeo, si discute ma non si conclude, per veto della lobby chimica, una efficace restrizione universale dei PFAS proposta da diversi stati membri. Insomma, non ci sarà la dichiarata stretta sui Pfas prima del 2026, gli appelli sono caduti nel vuoto, vincono le lobby industriali e vieppiù militari (i “forever chemicals” sono  indispensabili nel mercato della guerra in auge *11 (clicca qui).

Insomma, il decreto -modello Meloni-  è la longa manus della lobby chimica trasversale nel Parlamento italiano dove sono state presentate perfino dalle minoranze compromettenti Mozioni *12 (clicca qui).

Addirittura, il decreto è funzionale anche ad accontentare quanti, nei pressi dell’ambientalismo, lo considereranno “un piccolo passo in avanti, un segnale positivo”, dimenticando che, come pur sottolinea Greenpeace, “quando si parla di sostanze cancerogene non esiste alcuna soglia di sicurezza diversa dallo zero tecnico». 

Ma “Arrêter le monde “c’est impossible

In conclusione. Solvay ha vinto? Nel 2026 è concepibile, in pieno centro abitato, questa fabbrica ad alto rischio chimico e di catastrofe industriale, di cui i Pfas sono la punta dell’iceberg tossico e cancerogeno? Niente affatto. Ormai è impossibile per Solvay oscurare l’entità della letteratura scientifica biomedica internazionale sui Pfas: essa è proporzionale alla crescita di attenzione e di preoccupazione dovuta al combinato-disposto della loro pericolosità ambientale e sanitaria, la loro diffusione globale, nonché la persistenza che caratterizza l’esposizione umana. 

Si tratta di un numero enorme di composti resistenti alla degradazione chimica, biologica e ambientale dovuta alla forza del legame carbonio-fluoro: rimangono nelle matrici ambientali per tempi lunghissimi (da decenni a secoli), si bioaccumulano nel sangue e nei tessuti di esseri umani e animali, l’esposizione umana riguarda praticamente tutta la popolazione mondiale, inclusi feti e neonati, con micidiali effetti sulla salute, anche a basse dosi: il loro quadro complesso e preoccupante cresce col progredire degli studi. Per essi, ci avvaliamo di questa esaustiva Relazione del dottor Fabrizio Bianchi, componente del Comitato scientifico di ISDE Italia.   *13 clicca qui.

Resto convinto che, di fronte a questa immane tragedia sanitaria ed etica, “arrêter le monde” fermare il mondo sarà impossibile anche per “il grande fratello” Solvay. Però gli è possibile -come abbiamo finora esaminato- ritardare, sull’altare dei profitti, la fermata delle produzioni inquinanti dello stabilimento di Spinetta Marengo. Gli è possibile sfruttando le leggi, chi le fa, chi le applica e chi neppure le applica.

In radicale alternativa alla strategia Solvay, resto convinto, e impegnato, che noi possiamo accelerare l’urgenza del salvifico processo di chiusura.

Tramite azioni collettive di lavoratori e cittadini. Possiamo superare l’inidoneità delle sedi penali a fare Giustizia, ricorrendo alle sedi civili: con la class action risarcitoria alle Vittime (come stimolò il Procuratore Generale della Cassazione: “toccate Solvay nel portafoglio”), e con la determinante l’efficacia dell’azione inibitoria collettiva ambientale: quanto mai in linea di principio allineabile alla recente sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione in materia di danni climatici e protezione dei diritti umani *14 (clicca qui).  In USA, per i Pfas gli inquinatori sono toccati nel portafoglio per milioni di dollari *15 (clicca qui).

In Italia, made in Alessandria, avvocati di parte civile (ahimè, anche quelli che patrocinano associazioni ambientaliste e persone fisiche) spingono al patteggiamento piuttosto che alla sentenza di condanna: massimo guadagno di parcella col minimo sforzo, una manna per se stessi, ma a danno etico e morale della Giustizia e delle Vittime, a notevole danno, perché no? anche patrimoniale delle Vittime. 

Lino Balza –  Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

1* https://www.rete-ambientalista.it/2025/07/09/luci-e-ombre-nel-processo-pfas-di-vicenza/

2* https://www.rete-ambientalista.it/2025/04/09/il-comune-ha-fatto-da-bulldozer-colpo-di-spugna-della-solvay-sul-processo-e-sulla-messa-al-bando-dei-pfas-premio-miliardario-alla-presidentessa-syensqo/

3* http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3077:le-vittime-non-ottengono-giustizia-nei-tribunali-penali&catid=2:non-categorizzato

3* https://www.rete-ambientalista.it/2025/06/27/scandalizza-i-comitati-e-le-vittime-il-processo-solvay-di-alessandria/ 

4* https://www.rete-ambientalista.it/2025/07/09/un-altro-dei-tanti-rinvii-pfas-della-regione-piemonte/

5* https://www.rete-ambientalista.it/2024/05/09/altri-pozzi-di-acquedotto-chiusi-ad-alessandria-per-i-pfas-ma-lasl-fa-il-gioco-di-solvay/

6* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/fanno-mancare-i-soldi-per-monitorare-aria-suolo-falde-e-fiumi/

7* https://www.rete-ambientalista.it/2025/06/21/solvay-manovra-da-sempre-il-parlamento-italiano/

8* https://www.rete-ambientalista.it/2025/07/17/latmosfera-di-alessandria-avvelenata-dalla-solvay/

9* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/il-decreto-legislativo-ispirato-da-solvaysulla-pelle-dellapopolazione-di-alessandria/

10* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/limiti-zero-pfasin-italia-perfinogli-ambientalisti-balbettano-2/

11* https://www.rete-ambientalista.it/2025/07/09/in-piu-la-partita-dei-pfas-va-ben-oltre-la-sentenza-di-vicenza/

12* https://www.rete-ambientalista.it/2025/06/21/longa-manus-di-solvay-sulla-politica-dalla-destra-alla-sedicente-sinistra-2/

13* https://www.rete-ambientalista.it/2025/08/28/impossibile-oscurarela-letteratura-scientifica-biomedica-internazionale/

14* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/la-cassazione-sulla-tutela-dei-diritti-umani-fondamentali-dei-cittadini-minacciati-dallemergenza/

15* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/per-i-pfas-pagheranno-875-milioni-di-dollari/

Limiti zero Pfas in Italia: perfino gli ambientalisti balbettano.

L’unico provvedimento legislativo atto a risolvere il disastro ecosanitario dei Pfas in Italia è stato il Disegno di Legge ex Cinquestelle: l’unico che prevedeva limiti zero, cioè la messa al bando dei cancerogeni. Dunque, l’unico che presumeva la fermata della Solvay di Spinetta Marengo (Alessandria): produttrice monopolista nazionale. E proprio per questo motivo, il DDL Crucioli è stato sepolto in Senato. E proprio dalla lobby chimica capitanata da Solvay Syensqo, che controlla il Parlamento italiano ed europeo.
 
La longa manus di Solvay sul governo, infatti, ha prodotto il decreto legislativo approvato dal Consiglio dei Ministri al Senato, per poi passare al vaglio delle Commissioni parlamentari. Confezionato apposta per garantire alla multinazionale la prosecuzione delle attività che stanno sfasciando il territorio alessandrino, il decreto per la presenza di Pfas nelle acque potabili stabilisce limiti superiori di ben 10 volte a quelli introdotti cautelativamente in Danimarca: 2 nanogrammi per litro. Limiti che, ripetiamo, per queste molecole cancerogene note come “inquinanti eterni” dovrebbero essere Zero, piuttosto che l’applauso al governo dei Verdi, e i balbettii della stessa Greenpeace, che genericamente chiede “limiti più bassi”.
 
La longa manus della lobby chimica è trasversale nel Parlamento italiano dove sono state presentate dalle minoranze compromettenti Mozioni (clicca qui). E’ un controllo che si allunga dal Parlamento europeo, dove la lobby deve bloccare l’Echa (l’Agenzia europea delle sostanze chimiche) che stava a esaminando la proposta di Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia di vietare uso e produzione di Pfas (come voleva il DDL Crucioli). Tant’è che proprio in questi giorni la commissaria Ue per l’Ambiente, Jessika Roswall, ha confermato che per la stretta annunciata da Bruxelles sui Pfas bisognerà attendere almeno il 2026. Era questa la linea indicata dal più autorevole lobbista, Mario Draghi, nel documento sulla competitività europea. Smentendo l’Echa: “Esistono già le alternative ai Pfas”, Draghi ha invece sponsorizzato: “I Pfas non sono sostituibili in diversi settori industriali”, riferendosi particolarmente ai settori militari, quanto mai attuali nella corsa al riarmo europea. Prontissimo, proprio nella casa madre Solvay di Bollate (Milano), il ministro Adolfo Urso ha commentato: “C’è un’aria nuova in Europa. Sul ‘modello Meloni’. Una visione pragmatica che affronta la realtà coniugando la sostenibilità ambientale con quella economica e sociale”. Tradotto: profitti in cambio di salute.
 
A questo punto, sul piede del freno, aggiungiamo i limiti “tecnici” anteposti da Utilitalia, la federazione che rappresenta oltre 400 gestori pubblici dei servizi idrici e ambientali, che segnala difficoltà tecniche e tempi troppo stretti per adeguare gli impianti entro il termine europeo del 2026. Per questo Utilitalia ha chiesto una proroga fino al 2027, a tacere gli elevati costi per rimuovere i Pfas (carboni attivi, osmosi inversa) a spese dei consumatori attraverso le bollette piuttosto che degli inquinatori.

La lotta dei cittadini contro Solvay e il silenzio delle istituzioni.

Giornalista, scrittore, attivista, presidente del Movimento di Lotta per la Salute G. Maccacaro e direttore di Rete Ambientalista, Lino Balza è un volto storico della lotta contro la devastazione ambientale e sanitaria causata dalle attività della Solvay di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria. Le sue denunce contro l’azienda, iniziate dopo trent’anni di lavoro dipendente nell’azienda , gli sono costate ritorsioni quali cassa integrazione, trasferimenti, mobbing, demansionamento e licenziamento, oltre che una decina di causa, tutte vinte.
 
Al momento, Balza si sta battendo strenuamente contro la richiesta di patteggiamento di Solvay per la causa relativa al disastro eco-sanitario dello stabilimento Spinetta Marengo, che permetterebbe all’azienda di chiudere il procedimento in anticipo senza dibattimento in cambio del pagamento di una somma in denaro… continua cliccando qui

L’atmosfera di Alessandria avvelenata dalla Solvay.

Non solo acqua ma anche atmosfera. Infatti,  con l’esposto in Procura del 7 aprile 2023 via PEC,  ribadiamo l’esigenza di intervenire per le emissioni inquinanti in atmosfera: “Come conosciuto nei monitoraggi, dalle 72 ciminiere dello stabilimento e dai 15.000 punti di perdite incontrollate fuoriescono sostanze inquinanti tossiche e cancerogene (PFAS: PFOA, ADV, C6O4, Acido Fluoridrico, Acido Cloridrico,NH3, Alcoli, Anidride fosforica (P2O5), Composti Iodurati (C4F8I2), Zn, Idrossido di Potassio(KOH), NOx, CO2, SOx, Polveri, composti fluorurati (C2F4, C3F6,C4F8): 107 Kg/giorno; 40 t/anno, ecc. In questo cocktail, appunto, il PFOA, l’ADV e il brevettato cc6o4. Per i quali richiamiamo l’attenzione su…” Su importanti documenti: Pubblicazione scientifica 2022 di Arpa e Università di Torino, Studio 2023 ARPA Deposimetri a Spinetta Marengo, nonché l’autorevole commento di Claudio Lombardi, già assessore Ambiente del Comune di Alessandria.
“Le misurazioni della ricaduta dei PFAS sul terreno di Spinetta Marengo sono state effettuate in via Genova nei pressi dello stabilimento Solvay ma i risultati ottenuti potrebbero essere qualitativamente validi per una ben più ampia area a causa del trasporto aereo. Come media delle due campagne di analisi del 2019 e 2020 per ogni metro quadro ricadono ogni giorno a terra 3840 (nanogr/m2gg) della somma di PFAS prodotti in Solvay (cC6O4 + ADV). Nelle aree non interessate da insediamenti produttivi di tali sostanze (aree bianche) la somma di PFAS è inferiore a 91(nanogr/m2gg). I risultati delle analisi sono estremamente allarmanti: i PFAS nell’aria di Spinetta sono di ben 42 volte superiori a valori ammissibili!
“Da tempo il Comitato Stop Solvay e Il Movimento di lotta per la salute Maccacaro formulano la tesi che le patologie, le morti certificate dalle indagini sulla salute degli abitanti della Fraschetta in quantità assai superiore ad Alessandria ed al resto del Piemonte siano causate dall’inquinamento dell’aria, oltre che dell’acqua”.
 
Insomma, su Spinetta, dal cielo 5 microgrammi ogni giorno di Pfas per ogni metro quadrato, nell’acqua 52 microgrammi per litro di C6O4.  
La Regione Piemonte non si è mai sprecata in monitoraggi sanitari e ambientali. Tant’è che la Regione aveva ignorato già nel 2009 la nostra allarmata richiesta di controlli ematici di massa. Neppure si è mossa nel 2022 dopo l’indagine dell’Università di Liegi.
Neppure di fronte ai rari ma preoccupanti monitoraggi di Pfas nelle matrici aria e acqua: ad esempio quello compiuto da Arpa e Università di Torino (Ilaria Marchisio, Tiziana Schilirò, Simona Possamai, Nicola Santamaria) che denuncia: “nelle matrici ambientali è stata riscontrata la presenza di molecole non ancora normate”, ovvero coperte da segreto industriale Solvay. Nelle Tabelle, i dati dell’inquinamento da PFAS del corpo idrico nel 2019 e 2020 evidenziano che nell’acqua del Bormida il PFOA (ufficialmente dismesso nel 2013) supera gli standard di legge, fino a 0.21 µg/l microgrammi litro. Il dato più eclatante è che tra i Pfas le concentrazioni maggiori, addirittura 52.5 µg/l, sono del cC6O4: un Pfas   prodotto ed utilizzato in Italia esclusivamente nel polo chimico di Spinetta Marengo, e perfino riscontrato a monte del fiumeAl punto che i ricercatori sono costretti ad esclamare: Alla luce di questi dati, è quanto mai opportuno che vengano studiati gli effetti cancerogeni del cC6O4 sull’ecosistema e sulla salute umana soprattutto”. In primo luogo sarebbe necessario intensificare la frequenza dei monitoraggi per misurare durante i diversi episodi di sversamento una sostanza così solubile in acqua e facilmente trasportabile.
Per quanto riguarda la matrice aria, ad oggi il metodo di campionamento di aria che risulta più facilmente attuabile è quello relativo alle deposizioni ambientali. Le analisi dei campioni prelevati evidenziano la presenza sia di PFOA che di cC6O4 e ADV. In particolare le ultime due sono sostanze caratterizzanti del polo chimico di Spinetta Marengo in quanto prodotte e utilizzate esclusivamente in locoIl dato più preoccupante risulta quello relativo al cC6O4, riscontrato con valori di circa 5 µg/m2 gg (5 microgrammi ogni giorno per ogni metro quadrato), se ci confrontiamo con uno studio realizzato nel nord della Germania: ad Alessandria per il cC6O4 si hanno valori con ordine di grandezza di mille volte superiori a quelli tedeschi. Al punto che i ricercatori tornano ad ammonire: “Considerando le nozioni in nostro possesso circa la sua tossicità da inalazione, sarebbe assai opportuno un approfondimento su tale tematica”. Di grande rilievo è l’annotazione che “la maggior parte dei PFAS si distribuisce principalmente nella fase gassosa e non nel particolato, quindi avendo avuto la possibilità di campionare solamente il particolato con i filtri in fibra di quarzo, sono andate perse gran parte delle concentrazioni realmente presenti nell’aria, concentrazioni assai importanti”.
L’ARPA: “I Pfas C6O4 e ADV in atmosfera ricadono sul Spinetta Marengo”. Arrivano dai camini, dal risollevamento della terra vicino allo stabilimento, dalle discariche. Va da sé che C6O4 e ADV sono respirati dagli abitanti: disciolti nella nebbia, nella pioggia, nel pulviscolo atmosferico, nelle famigerate polveri sottili. D’altronde, il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) aveva evidenziato la presenza di Pfas nelle uova degli uccelli.  Il sindaco Giorgio Abonante lo sa ma fa finta di niente. E la Procura? chiediamo nell’esposto.

Luci e ombre nel processo Pfas di Vicenza.

Sta facendo il giro del mondo. Certo (vista a colori) la sentenza Pfas di Vicenza per l’avvelenamento delle acque è storica perchè è la prima che condanna per dolo, cioè con pene pesanti, ma occorre guardarla anche un po’ in bianco e nero. Innanzitutto, sul versante delle azioni risarcitorie a favore delle Vittime. 
Potenzialmente, potevano essere 350mila nel Veneto le persone fisiche presenti come parti civili nel processo, in quanto danneggiate in varia misura dai Pfas delle aziende ex Miteni. Invece, delle 338 “parti offese” indennizzate, sono ben 138 quelle istituzionali (enti, associazioni) ma appena 200 sono le persone fisiche: “Mamme no Pfas” e altri cittadini che a partire dal 2017 hanno scoperto che il loro sangue e quello dei loro figli erano avvelenati da concentrazioni preoccupanti di Pfas. Per ognuno dei 200, la Corte ha stabilito indiscriminatamente un risarcimento forfettario di 15mila euro.
Ebbene, premesso che la salute non è mai riparabile, però diciamolo apertamente, sono addirittura irrisorie 15mila euro per le Vittime, colpite dagli effetti cancerogeni e dalle conseguenze ormonali e metaboliche (processi correlati allo sviluppo ovarico, alla produzione di estrogeni, all’ovulazione e al funzionamento fisiologico del sistema riproduttivo femminile, cioè effetti sulla fertilità e sullo sviluppo fetale; aumento di vari tipi di cancro, tra cui leucemia, cancro al seno, tiroide e al pancreas; crescita significativa della mortalità di individui affetti da neoplasie maligne dei tessuti linfatici ed ematopoietici, come milza, fegato e midollo osseo; indebolimento del sistema immunitario e della risposta alle vaccinazioni soprattutto dei bambini; sviluppo di malattie sistemiche, come il danno epatico e le malattie cardiovascolari, tra cui l’aterosclerosi e gli eventi tromboembolici; aumento della concentrazione di trigliceridi e colesterolo nel sangue, eccetera).
Stiamo parlando di queste patologie mortali. Non stiamo mica parlando di 15mila euro per danni per la perdita di valore degli immobili.  15mila euro per le Vittime: non è Giustizia! Ci si avvicinerà ad essa se le 200 persone, ma anche le migliaia non coinvolte nel processo penale concluso, chiederanno i danni per le patologie da ciascuna subìteMa questi danni devono chiederli per altra via che non sia quella penale, perché nel processo penale il reato contestato è di natura prettamente ambientale: l’avvelenamento delle acque e il disastro ambientale. Il penale è bengodi per gli avvocati, non per le Vittime.  Il penale non risarcisce i danni per la salute, nemmeno un briciolo di dignità.
Per risarcire i danni alla salute, la via obbligata è quella dei processi in sede civile: con azione legale individuale, oppure unendosi con azione legale collettiva (class action): tramite associazione di cittadini ovvero organizzazioni, riducendo così notevolmente i costi legali ai rari avvocati (e medici legali) disponibili a parcelle meno appetitose di quelle in sedi penali.
Dunque, chiunque ritenga di aver subito danni reali a causa dell’inquinamento da PFAS (cioè problemi di salute ma perfino perdita di valore degli immobili, ecc.) può intentare una causa civile contro i responsabili dell’inquinamento, a partire dalle aziende che hanno prodotto o utilizzato le sostanze PFAS. Il diritto vale innanzitutto per le popolazioni che hanno “ospitato” in passato l’industria produttiva, come la Miteni di Trissino, ovvero per quelle che tuttora la fabbrica ce l’hanno in casa, come la Solvay di Spinetta Marengo.
A maggior ragione, questo diritto ad un risarcimento non lesivo della dignità ce l’hanno i principali esposti ai veleni, le Vittime dirette: i lavoratori di queste fabbriche. Per paradosso, anzi assurdo, i lavoratori della Miteni non hanno ricevuto dalla sentenza di Vicenza nessun risarcimento. Neppure i 53 costituitisi parti civili l’hanno preso, nemmeno l’elemosina delle 15mila euro (per la motivazione, appunto, che la natura del reato contestato è… solo di natura ambientale, non professionale).
Dunque, l’unica sentenza -anch’essa storica- che risarcisce i lavoratori resta quella, di un altro tribunale di Vicenza, che in sede civile ha risarcito la morte per tumore di un operaio della Miteni: per la prima volta riconoscendo in Italia la malattia professionale da Pfas. Però, con questa sentenza non è stata condannata al risarcimento l’azienda ma un Ente terzo in causa: l’INAIL.
E’ clamoroso, anzi scandaloso, che in Alessandria i sindacati a loro volta non abbiano mai avviato causa di riconoscimento di malattie professionali contro il colosso chimico di Spinetta Marengo. In particolare, la polemica è stata anche trasmessa con lettera aperta al segretario generale della CGIL, Maurizio Landini.