Anche se, anche quando l’acqua torna pulita, i Pfas restano nel sangue.

Per eliminare i Pfas nel sangue, basta eliminare la fonte di esposizione, basta smettere di bere acqua contaminata di Pfas? Non basta: quando i Pfas sono entrati nel sangue ci restano: praticamente sono eterni. Il rischio di malattie è eterno. L’ha riconfermato una ricerca pubblicata nell’aprile 2025 sul Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology partendo dalla contaminazione di Hoosick Falls e Petersburgh, nello Stato di New York.
Allor quando eliminata la contaminazione (di Pfoa), la concentrazione di Pfas nel sangue è stata stimata dimezzata in circa 2,86 anni: circa 1,96 anni sotto i 18 anni e 3,55 oltre i 60. In altri studi, la media del dimezzamento (emitività) è risultata 3,8. Per altri Pfas: 5,4 anni.
Durante questo periodo, una volta filtrati dai reni, i PFAS tendono a essere parzialmente riassorbiti e legati alle proteine plasmatiche, e a permanere e ad accumularsi negli organi del corpo umano, ammalandoli. Di qui, gli effetti sulla salute: cancerogeni, aumento del colesterolo, alterazioni degli enzimi epatici, minore risposta anticorpale ai vaccini, esiti avversi della gravidanza, eccetera.
Dunque, anche quando cessa la contaminazione, anche quando dimezzato il Pfas nel sangue, gli effetti sanitari proseguono negli organi colpiti.

Pfas, Solvay e Intelligenza Artificiale.

In quanto ancora secretata, c’è molta opacità nell’ AIA Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata il 5 agosto scorso dalla Conferenza dei servizi di Alessandria per lo stabilimento di Spinetta Marengo.  Per certo, i Pfas non sono stati messi al bando nella strategia Solvay Syensqo, e dunque in Italia (dove Solvay è monopolista).  A maggior ragione perché a livello internazionale se ne sospetta lo sviluppo nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale AI.  
Infatti, un nuovo rapporto dell’organizzazione ChemSec International Chemical Secretariat ha rilevato che molti dei principali produttori mondiali di PFAS stanno aumentando la propria capacità produttiva proprio grazie alla crescita delle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale. I PFAS vengono infatti utilizzati per gestire le enormi quantità di calore generate dalle apparecchiature presenti nei data center. Secondo il rapporto, grandi produttori chimici come il conglomerato giapponese Daikin, il gruppo francese Arkema e l’americana Chemours stanno sensibilmente aumentando (fino a tre volte) la produzione di PFAS in risposta alla crescente domanda proveniente dall’industria dei semiconduttori e dei data center. La multinazionale belga Syensqo non sarebbe, a Spinetta e Bollate, impreparata alla sfida dei  “fluidi dielettrici fluorurati”.    
Le principali fonti di domanda dei pfas sono tre: raffreddamento dei data center, produzione di semiconduttori e materiali per batterie agli ioni di litio.
Ebbene, all’origine c’è il grande consumo di acqua per i data center: i sistemi di raffreddamento più recenti stanno infatti iniziando a utilizzare sostanze chimiche fluorurate contenenti PFAS in alternativa all’acqua. La crescita dell’intelligenza artificiale, che sta accelerando lo sviluppo dei data center, potrebbe aumentare ulteriormente la domanda di PFAS, proprio perché le infrastrutture richiedono sistemi sempre più efficienti per dissipare il calore prodotto dalle apparecchiature.
Dunque si tratta di un appetitoso business per le multinazionali chimiche dei Pfas. Si pensi che, sempre secondo una analisi di ChemSec, i “forever chemicals” hanno generato circa 4 miliardi di dollari di profitti. Nel frattempo, la costruzione dei data center continua a crescere rapidamente: uno studio del 2026 della Building Owners and Managers Association (BOMA) ha rilevato che lo scorso anno i data center hanno rappresentato quasi il 46% delle costruzioni private, rispetto a meno del 5% di dieci anni prima, passando da 1,8 miliardi di dollari nel 2014 a 41,1 miliardi lo scorso anno.
Poco importa ai grandi produttori se, a fronte dei profitti, i costi sociali sono stimati in circa 17.500 miliardi di dollari l’anno, tra spese sanitarie, bonifiche e contaminazione delle acque e dell’atmosfera. I dati della “National Health and Nutrition Examination Survey” hanno rilevato PFAS nel sangue del 97% degli americani.
Il tema del raffreddamento dei data center è già diventato un ulteriore fronte di battaglia ambientale: le organizzazioni ambientaliste hanno presentato una lettera all’EPA, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, chiedendo di respingere la richiesta di Chemours di accelerare l’approvazione di un nuovo PFAS, Opteon 2P50, destinato proprio al raffreddamento dei data center. In Francia, quattro organizzazioni ambientaliste hanno avviato una causa contro Arkema e Daikin. In America, gli ambientalisti hanno di fronte Donald Trump.  In Italia, per la class action inibitoria contro Solvay, hanno Mario Draghi: che aveva ammonito: i Pfas sono indispensabili. Aiaiaiai AIA + AI

Livelli record di Pfas nel sangue.

Il segnale di allarme è preoccupante. Uno studio promosso dai Verdi in nove Paesi europei (tra cui l’Italia) di tutti i partecipanti alla campagna di analisi.  I risultati sono contenuti nel report PFAS levels in Europeans, presentato a Bruxelles. I campioni sono stati esaminati dall’ Istituto di medicina del lavoro del Policlinico universitario di Amburgo (UKE). L’interpretazione tossicologica è stata affidata alla Vrije Universiteit di Amsterdam.
Le concentrazioni sono le più alte mai documentate nell’essere umano. Il dato più preoccupante è che l’ultimo nato nella famiglia dei Pfas, il TFA (acido trifluoroacetico), spacciato dalla lobby chimica come “ancora più innocuo dei precedenti Pfas non cancerogeni”, è stato rilevato nel 100% dei campioni. La concentrazione mediana è di 21,2 nanogrammi per millilitro, contro 4,6 per la somma dei quattro PFAS “classici” (PFOA, PFOS, PFHxS e PFNA). Il TFA rappresenta da solo oltre l’80% del carico totale di PFAS misurato nel sangue. Anche i PFAS più noti restano un problema: un partecipante su quattro supera la soglia di sicurezza fissata dall’EFSA per i quattro PFAS storici.
Il TFA, è il più piccolo (a catena ultracorta) ma perciò anche il più mobile e stabile in acqua e aria, e dunque il più pericoloso della famiglia Pfas.

Hai Pfas nel sangue? Donalo.

Quanti hanno nel sangue i cancerogeni e tossici Pfas, almeno si consolino facendo del bene un poco  a sé e tanto al prossimo: la donazione periodica di sangue intero o di plasma contribuisce a diminuire, rispettivamente del 10% e del 30% in un anno, la concentrazione di PFAS nel corpo umano.
Per i donatori il beneficio è convalidato da studi scientifici, tra cui una ricerca pubblicata su JAMA e condotta dalla Macquarie University di Sydney.
 Ma per i riceventi la donazione? Quale è la sicurezza?  Secondo “Centro Nazionale Sangue” e SMITI (Società Italiana Trasfusionale di medicina e Immunoematologia), nella situazione di emergenza “la quantità di PFAS presente in una singola donazione è minima e il beneficio clinico per i pazienti che ricevono trasfusioni o emoderivati supera nettamente i potenziali rischi”. Non sono stabiliti divieti o soglie limite di PFAS per la trasfusione.
Quanto meno sarebbe auspicabile che la donazione non sia ripetuta per lo stesso paziente. O che nel sangue del ricevente non siano già presenti PFAS.  Ma ciò è impossibile da appurare in quanto sulle etichette delle sacche di sangue non è indicata la presenza di PFAS perché i servizi trasfusionali non effettuano test per rilevare i PFAS o altri inquinanti ambientali sui donatori (ai quali non viene chiesta l’informazione del rischio). E’ una questione di costi perché questi esami richiederebbero analisi tossicologiche complesse e specifiche: una scelta ingiustificabile soprattutto nei territori ad alto rischio (es. Alessandria e Vicenza).

Ultimatum pfas alla Regione Liguria.

“Esame non eseguibile presso la nostra struttura”: l’Ospedale Policlinico San Martino di Genova, Clinica Endocrinologica, prof. Diego Ferone, non effettua controlli periodici -ripetutamente sollecitati nel corso degli anni- dei dosaggi nel sangue dei Pfas neppure ai propri pazienti oncologici, costretti a sobbarcarsi i costi presso altra struttura universitaria non regionale.
A questa grave omissione sanitaria della Regione Liguria la “Rete dei Comitati Liguria” chiede di rimediare entro 120 giorni tramite un Piano straordinario di biomonitoraggio PFAS, con risorse dedicate nel bilancio regionale 2027, che coinvolga ASL, ARPAL e San Martino, con prelievi ematici volontari e gratuiti.
Il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, con Sito e mailinglist a oltre 43mila utenti, facendo costante riferimento al disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo, negli anni ha denunciato l’esigenza ambientale e sanitaria della Liguria a guida Toti-Bucci e richiamato le altre forze politiche a sollevarsi dalla propria inerzia:  
<<La Liguria è una delle regioni con maggiore diffusione della contaminazione da Pfas nelle acque potabili. A Genova, i livelli di Tfa (acido trifluoroacetico) raggiungono il massimo di 126,4 ng/L, il dato più alto regionale, mentre il parametro “Somma di Pfas” tocca i 13,8 ng/L, collocando il capoluogo al quinto posto tra i comuni liguri monitorati. Nella classifica regionale, Rapallo registra il valore più alto per il parametro “Somma di Pfas”, con 28,6 ng/L, seguito da Albenga (25,7 ng/L) e Sarzana (25,6 ng/L). Il dato relativo al Pfoa (acido perfluorottanoico) pone invece Rapallo al primo posto con 20,7 ng/L, mentre Genova si attesta a 12,3 ng/L. Anche il Pfos (acido perfluorottano sulfonico), classificato come possibile cancerogeno, è stato rilevato con valori significativi, inclusi 1,5 ng/L a Genova e Albenga, e un massimo regionale di 4 ng/L a Imperia​​​. La Liguria, insieme a Trentino-Alto Adige e Veneto, è tra le regioni italiane con la più alta percentuale di campioni contaminati, raggiungendo il 100% dei punti monitorati. Rispetto al parametro “Somma di Pfas”, Rapallo si colloca tra i comuni con le concentrazioni più elevate in Italia, accanto a città come Milano, Arezzo e Perugia, evidenziando una distribuzione critica delle sostanze chimiche lungo tutta la regione​​​.>>

Contaminazioni Pfas nell’aria anche tra Verona e Brescia.

La presenza di Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche note come “inquinanti eterni”, non riguarda solo l’acqua e gli alimenti, ma si estende anche all’aria che si respira. A certificare la presenza di Pfas nell’aria sono i risultati delle analisi chimiche indipendenti commissionate dalla Rete Zero Pfas Italia ed eseguite da laboratori accreditati che hanno rilevato la presenza di queste molecole tossiche nella polvere raccolta sui balconi e nei cortili scolastici in Veneto e in Lombardia. In particolare a Legnago (Verona), in un’area vicina all’impianto Chemviron in via Togliatti e a sensibili punti di riferimento come il cimitero e la scuola Ungaretti, e sono proseguite in provincia di Brescia, nello specifico a Nuvolera (via Galilei).

I dati emersi dai rapporti di prova delineano un quadro preoccupante. Nel veronese le concentrazioni rilevate nelle polveri mostrano la presenza di Pfba (la molecola a quattro atomi di carbonio) e di altri Pfas a catena più lunga con valori compresi tra 11 e 54,1 microgrammi per chilo. Risultati ancora più elevati sono stati registrati a Nuvolera (Brescia), dove hanno raggiunto rispettivamente picchi di 28,4, 148,8 e 1069,6 μg/kg. Tra le molecole individuate spicca il Pfoa, classificato come cancerogeno certo dallo Iarc.

Ad Arpa Verona era stata fatta richiesta di ricercare i Pfas nell’aria che esce dai camini della Chemviron di Legnago perché  queste analisi non sono state fatte come si deve: le rassicurazioni omettono dati del Noe e nell’area mancano le centraline richieste da anni alle autorità. Zero Pfas Italia denuncia: “Se le analisi aggiornate dei Pfas presenti nell’aria non sono disponibili, ce le facciamo noi”.

I campionamenti si sono resi necessari per colmare una lacuna normativa e di trasparenza: ad oggi, infatti, non esistono limiti istituzionali per il rilascio in aria dei Pfas stabiliti dagli enti pubblici.

Accanto all’aria, restano critiche anche le matrici idriche. Già la scorsa estate, i dati in mano alla rete segnalavano per Bassano del Grappa e Creazzo (Vicenza) concentrazioni di “Pfas totali” superiori ai cento nanogrammi al litro, valori al limite dei parametri vigenti e ritenuti insoddisfacenti dai comitati.

La questione dei Pfas rappresenta un’emergenza estesa a tutta Europa. Durante un vertice organizzato dall’European Environmental Bureau (Eeb) a Bruxelles, attivisti provenienti da diversi Paesi e colpiti dalla contaminazione hanno denunciato le stesse criticità: residenti con abitazioni a ridosso dei poli chimici, gravi patologie riscontrate nelle comunità locali e il rifiuto da parte delle pubbliche amministrazioni di avviare screening sul sangue o di rendere accessibili i dati ambientali.

PFAS-free per le friggitrici.

Precauzionalmente, nella scelta d’acquisto delle friggitrici ad aria occorre riflettere sulle etichette che riportano la dichiarazione “Pfas free”: l’assenza di PFAS (quali? tutti?) nelle superfici interessate alla cottura, nelle parti sottoposte quotidianamente a calore e contatto con gli alimenti, cestello, piastra, camera di cottura. I materiali alternativi di rivestimento sono ceramica, vetro borosilicato, acciaio inossidabile. 
Secondo i test di Altroconsumo, le normali friggitrici ad aria in commercio rispettano le regole europee e non rilasciano PFAS dannosi durante l’uso standard. Il PTFE (come il Teflon) è stabile alle normali temperature di cottura delle friggitrici (180–230 °C). I rischi di rilascio iniziano solo se si superano i 300–360 °C o se il rivestimento è fortemente graffiato.

Per Solvay al primo posto sicurezza e salute.

Nella Safety Week, i vigili del fuoco dimostrano agli studenti interventi per la sicurezza.  
La casa madre Solvay, con sede a Bruxelles, fa molto affidamento sull’immagine. Tant’è che la propaganda in Italia è indirizzata direttamente dai “country manager”: Raffaele Calabrese De Feo per Solvay e Francesco Luccisano per Syensqo.  Tant’è che nei due stabilimenti l’immagine dei due direttori è ingentilita da due volti femminili: a Spinetta Marengo da Mirian Arca e a Rosignano da Maria Rita Maresca.
Solvay coinvolge nel territorio gli studenti delle scuole superiori di Rosignano e Cecina tramite incontri e workshop, coinvolgendoli in attività pratiche e dimostrazioni dedicate alla gestione delle emergenze antincendio. L’edizione 2026 ha approfondito il “Life Saving Rules” (Regole Salvavita), la responsabilità individuale e collettiva nella prevenzione degli incidenti e l’equilibrio tra vita privata e lavoro.
La parola d’ordine è stata: “La sicurezza non è soltanto un obiettivo aziendale, un traguardo, ma un valore che accompagna ogni nostra attività, che mette al centro le persone per una cultura della prevenzione sempre più solida e condivisa. Insomma una missione”.
A Spinetta Marengo, che è nell’occhio del ciclone per il disastro sanitario e ambientale, l’impegno economico per la propaganda è maggiore. Così Syensqo sul territorio di Alessandria sta puntando molto sull’università: https://www.rete-ambientalista.it/2026/09/25/la-missione-per-cui-e-nata-syensqo/ . Ma la missione è la stessa: “Migliorare la qualità della vita delle persone è la missione per cui è nata Syensqo”.

Alessandrini vittime sacrificali. Il Rapporto ONU.

Alessandria, con il polo chimico Solvay di Spinetta Marengo, è in cima all’elenco ad essere dichiarata “zona di sacrificio” in particolare per l’inquinamento da Pfas. Come tale è trattata specificatamente negli studi di sociologia: i recenti libri “Tossicità” e “Vite contaminate” https://www.rete-ambientalista.it/2026/09/29/vite-contaminate-e-tossicita-a-spinetta-marengo/ .
 Cosa si intende per “zona di sacrificio”? Un’area geografica permanentemente modificata e danneggiata da gravi alterazioni sanitarie ed ecologiche di inquinamento industriale, contro la volontà delle comunità locali, che ne pagano il prezzo in termini di salute e diritti umani.
Infatti, l’inquinamento da Pfas rientra nella definizione ONU di “territorio fortemente contaminato dove la popolazione vulnerabile subisce conseguenze sanitarie drammatiche e violazioni dei diritti fondamentali a causa di sostanze tossiche”. Secondo il nuovo rapporto “Forever chemicals and human rights”, predisposto dal Relatore speciale delle Nazioni Unite, Marcos Orellana, che a Spinetta ha fatto un sopralluogo,  i PFAS non solo rappresentano un problema di contaminazione ambientale e di sanità pubblica, ma anche mettono in discussione diritti fondamentali come il diritto alla vita, alla salute, a un ambiente pulito e sicuro, a condizioni di lavoro salubri e all’accesso alla giustizia.
Il Rapporto parla esplicitamente di “sacrifice zones”, zone di sacrificio, nelle quali, come a Spinetta, il produttore disponeva, dagli anni ‘90 di studi che indicavano i rischi sanitari derivanti dai PFAS (Pfoa), senza tuttavia rendere quelle informazioni disponibili al pubblico, ai lavoratori e alle autorità. O nelle quali, come a Trissino, gli abitanti hanno scoperto la contaminazione soltanto molti anni o decenni dopo l’inizio dell’esposizione. Ovvero le preoccupazioni manifestate dalle comunità sono state sottovalutate dall’ inazione delle autorità fino a quando monitoraggi indipendenti, inchieste giornalistiche o procedimenti giudiziari non hanno confermato l’esistenza del disastro.
Secondo le stime richiamate nel Rapporto, dodici produttori concentrano gran parte della produzione mondiale di PFAS e realizzano complessivamente profitti nell’ordine di 4 miliardi di dollari, mentre soltanto in Europa i costi sanitari associati alla contaminazione vengono stimati fra 52 e 84 miliardi di euro l’anno. A questi si aggiungerebbero circa 238 miliardi di euro per la depurazione delle acque e i costi della bonifica dei circa 17.000 siti contaminati censiti.  Non esistono tecnologie efficaci e applicabili su larga scala in grado di eliminarli dagli ecosistemi contaminati e gli effetti delle emissioni possono protrarsi per decenni, secoli o perfino millenni. Dunque è il sovvertimento del principio “chi inquina paga”. Le Vittime, che non hanno mai ottenuto risarcimenti, non possono che avviare CLASS ACTION in sede civile.
Il documento, datato 6 luglio 2026 e destinato alla 63ª sessione del Consiglio ONU per i diritti umani, sostiene che i PFAS, forever chemicals, “sostanze chimiche eterne”, costituiscono una “profonda minaccia” per i diritti umani e per l’ambiente e chiede agli Stati di vietare immediatamente tutti gli usi non essenziali, adottando contemporaneamente misure urgenti per controllare queste sostanze e prevenirne ulteriori emissioni. Gli Stati non interverranno mai, neppure per la suddetta blanda ingiunzione: che non è la messa al bando totale.
Per la messa al bando, perciò, ad Alessandria è necessaria CLASS ACTION INIBITORIA in sede civile. La quale evita definitivamente il rischio della cosiddetta “regrettable substitution”, cioè la sostituzione di una sostanza PFAS vietata con un’altra appartenente alla stessa famiglia e potenzialmente altrettanto persistente e pericolosa. Come purtroppo è per Spinetta Marengo l’attuale programma di Solvay Syensqo confortato dalle Autorità. Che chiedono a cittadini e lavoratori di sacrificarsi “ancora per qualche tempo”.
 Offrirsi vittime sacrificali?  Sull’altare del dio Profitto!

Vite contaminate e tossicità a Spinetta Marengo.

“Vite contaminate” è il volume gemello del libro collettaneo “Tossicità”. Si può scaricare gratuitamente: https://www.meltemieditore.it/catalogo/vite-contaminate/.

Pensato più per l’accademia e per la didattica, questo libro ha un apparato teorico più ampio e analizza con maggior precisione la lunga storia di violenza ambientale subita dal territorio, intervallata da continue “scoperte” e tematizzazioni pubbliche (incidenti, denunce, contestazioni ed esposti, monitoraggi e indagini giudiziarie) che danno ciclica visibilità al disastro tecnologico graduale e continuativo. Si concentra su queste “scoperte” (sei cicli di visibilità della violenza: 1926, 1941, 1988, 2008, 2019, 2023) e analizza le controversie pubbliche sul riconoscimento del danno, sulle sue cause e conseguenze, nonché sulle competenze tecniche considerate legittime per la sua gestione. Si basa sul materiale esposto dalle parti (industria, saperi esperti, politica, media, magistratura, attivismo, abitanti ecc.) per definire la natura del problema, le sue rappresentazioni pubbliche (dispositivi retorici e di persuasione), le soluzioni ritenute appropriate o accettabili per risolverlo.

1 coppia su 5 non riesce ad avere figli.

Gli spermatozoi alle prese con i pfas.
Biologi a congresso a Torino. Nel 2024-2025 in Piemonte sono nati meno di 27.000 bambini a fronte di oltre 52.000 decessi. L’infertilità è tra le cause della denatalità: in Piemonte si colloca tra i livelli più elevati del panorama nazionale, attestandosi attorno al 18% – 21% delle coppie residenti in età feconda (70.000-80.000 nuove coppie all’anno). Questa discrepanza non riflette una predisposizione genetica peculiare, bensì rispecchia lo stato dell’inquinamento: soprattutto caratterizzato da situazioni di realtà locali, in particolare Alessandria (amianto e pfas) e Torino (smog).
 
La letteratura scientifica internazionale riconosce l’apparato riproduttivo, e in particolare il gamete maschile, come una delle sentinelle biologiche più sensibili all’inquinamento ambientale. Clicca qui il video con il professor Carlo Foresta .
E’ acclarato che i PFAS sono interferenti endocrini che danneggiano la fertilità maschile riducendo l’azione del testosterone, la concentrazione e la motilità degli spermatozoi arrivando a ridurne l’attività fino al 40% nei figli di madri esposte a zone contaminate. Clicca qui lo studio dell’Università di Padova.
La Regione Piemonte, che pur si colloca tra i sistemi sanitari regionali con un’elevata qualità clinico-scientifica, nell’affrontare la situazione sanitaria di Alessandria caratterizzata anche dal disastro Pfas della Solvay di Spinetta Marengo, ci appare assai carente anche nell’ambito della medicina della riproduzione.  Non è stato mappato l’impatto dei Pfas (e degli altri 20 veleni) sui parametri riproduttivi delle popolazioni provinciali.  Non è stato introdotto uno screening preconcezionale gratuito per la riserva ovarica e per la fertilità maschile nella fascia di età 20-30 anni. Non c’è inclusione nei piani di monitoraggio del biomonitoraggio della salute riproduttiva maschile: esame del liquido seminale come bioindicatore.
La forte denatalità del Piemonte (fecondità 1,17 per donna) è fortunatamente compensata dai flussi migratori stranieri con una media di 1,84 figli per donna. Finchè… non incideranno Pfas e Remigrazione.

A Spinetta Marengo i cittadini pagano per sapere quanti PFAS hanno nel sangue.

A Spinetta Marengo, nell’Alessandrino, dove lo stabilimento Syensqo  Solvay è da anni al centro della contaminazione da PFAS, i cittadini che vogliono sapere autonomamente quanti di questi composti hanno nel sangue devono pagare di tasca propria. Chi non rientra nel biomonitoraggio gratuito avviato dalla Regione Piemonte può infatti sottoporsi alle analisi soltanto a pagamento: nei mesi scorsi, prima dell’attivazione del servizio a Torino, alcuni residenti erano stati costretti persino a recarsi a Milano. Una situazione che torna al centro delle proteste dei comitati locali proprio mentre la Regione ha concesso allo stabilimento una nuova autorizzazione ambientale, contestata dagli ambientalisti soprattutto per i ritardi sulla bonifica e sulla presa in carico sanitaria della popolazione esposta.
La situazione è tornata a scaldarsi in seguito all’incontro pubblico del 17 settembre al Marengo Museum, dove l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi ha illustrato insieme alla task force sui PFAS il nuovo quadro autorizzativo. La Conferenza dei servizi si era conclusa il 5 agosto stabilendo, tra le altre cose, la cessazione della produzione di cC6O4 dal 1° gennaio 2027, nuovi limiti alle emissioni e ulteriori monitoraggi ambientali e sanitari. Durissima la lettura della Rete Ambientalista, che ha definito la nuova AIA una «licenza di uccidere», contestando anche il biomonitoraggio portato avanti dalla Regione, giudicato troppo limitato rispetto alla popolazione potenzialmente interessata. Gli attivisti del Comitato Stop Solvay… continua cliccando qui.

Licenza di inquinare. 2.

Parafrasando l’alessandrino Umberto Eco, nulla di nuovo al di là di Tanaro e Bormida. A Spinetta Marengo. Dove il polo chimico sembra implorare l’eutanasia: “Istituzioni, fermatemi: continuo a chiedervi. L’ho fatto anche il mese scorso: https://www.rete-ambientalista.it/2026/09/10/agente-00-hf-licenza-di-uccidere/. Ora mi ripeto per l’insediamento industriale Arkema, gemello siamese francobelga di Solvay Syensqo”.
Entrambi erano di proprietà Montedison prima di essere venduti, neppure separati da un muro. “Ideali” per fiancheggiare atomi di ossigeno con molecole di cloro e fluoro, e scoppiare assieme. Sotto Montedison i perossidi esplosero due volte, con morti. Non a caso sia Arkema che Solvay sono entrambi classificati a rischio di incidente rilevante ai sensi della Direttiva Seveso. Non a caso abbiamo denunciato più e più volte, per decenni, il rischio di catastrofe industriale e l’inconsistenza di un Piano di Emergenza Esterno (PEE): allarme, soccorso, evacuazione, assistenza medica.
In comune, oltre agli storici scarichi acqua-aria, i due colossi chimici hanno anche i Pfas e le correlate vicende giudiziarie. In Francia, Arkema è sotto processo per l’inquinamento di Pierre-Bènite (Lione) con tanto di class action di risarcimenti della popolazione (37 milioni di euro, 190.000 € cadauno) malgrado abbia cessato i Pfas nel 2024. In Italia, Solvay andrà avanti grazie l’Autorizzazione AIA 2026 delle istituzioni piemontesi, se non verrà fermata da una class action inibitoria.
Quanto sopra premesso quale modello persistente di “Sinergia spaziale e storica di disastro ambientale”, uno dei casi più critici di contaminazione industriale in Europa, il 21 settembre 2026 il polo chimico di Spinetta Marengo è ritornato al centro della preoccupazione popolare quando si è sviluppata un’alta colonna di “fumo” evidente a chilometri di distanza. Arkema ha minimizzato come se fosse un fenomeno naturale: “Il fenomeno è legato a operazioni di manutenzione programmata sui serbatoi di stoccaggio di propilene e isobutilene. I gas residui sono abitualmente bruciati in una torcia mobile”. Si dà per scontato che l’Arpa tranquillizzerà sugli effetti della nube tossica.  Eppure il propilene e l’isobutilene sono due idrocarburi alifatici insaturati gassosi i cui profili di rischio si concentrano principalmente sulla sicurezza fisica (gravissimo incendio -non spegnibile- ed esplosione catastrofica) e su specifici effetti per inalazione.
Come effetti sulla salute possono causare asfissia, vertigini, perdita di coscienza e soffocamento, sonnolenza, mal di testa, vertigini e coordinazione alterata. Siccome la nube tossica -praticamente inodore- nessuno l’ha misurata mentre si disperdeva sull’ abitato, e neppure su fognature e scantinati, e siccome né il propilene né l’isobutilene sono classificati come tossici acuti (c’è differenza tra tossicità acuta e cronica, con morbilità e mortalità diverse), l’Arpa tranquillizzerà se nessuno è stato ricoverato. Così i giornali locali parleranno di “fumo” e non di fuga di gas.
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro

Alla Solvay nuova licenza di inquinare Alessandria.

Mentre state leggendo queste note di commento, 17 settembre 2026, l’assessore alla sanità regionale Federico Riboldi, in assemblea all’Auditorium del Marengo Museum di Spinetta Marengo, sta facendo l’imbonitore per convincere le Vittime che la propria “AIA Autorizzazione Integrata Ambientale” consegnata alla multinazionale Solvay Syensqo di Spinetta non è una LICENZA DI UCCIDERE.

Riboldi, intanto che evita un confronto pubblico alla pari con noi, eccolo invece spalleggiato dalla cosiddetta “Task Force regionale sui PFAS”, con la quale si vanta di aver effettuato, su 408.608 abitanti della provincia di Alessandria, su 95.000 del comune di Alessandria, nientepopodimeno che… ben 900 analisi del sangue (peraltro, tutte con livelli di Pfas preoccupanti). Soddisfatto dell’AIA e di questo che lui millanta “biomonitoraggio di massa”, Riboldi lascia intendere che la Regione Piemonte, imitando il sindaco Giorgio Abonante, uscirà patteggiando dal processo Solvay Syensqo il prossimo 16 novembre, con l’input cameratesco del Ministero dell’Ambiente.

Eccolo appunto a Spinetta spalleggiato da Comune, Provincia, Arpa Piemonte, Asl AL, coi quali durante le ferie di agosto ha perpetrato la famigerata AIA che essi bestemmiano essere un “rafforzamento della tutela dell’ambiente e della salute in un percorso di riduzione degli impatti ambientali fondato sui principi di prevenzione, precauzione e miglioramento continuo”.

E’ un’altra la verità di come si è conclusa – a danno delle Vittime-  la “Conferenza di Servizi provinciale di Alessandria”.

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Agente 00 HF licenza di uccidere.

Emergenza allo stabilimento SYENSQO di Spinetta Marengo per una fuga di HF Acido Fluoridrico.
 La notizia sembra presa piè pari dalle cronache degli anni ’80. La differenza sta che a quei tempi era il mio scoop che informava l’Arpa (o come si chiamava allora) e i giornali delle notturne fughe di gas dell’acido fluoridrico (e/o cloridrico), mentre oggi è l’Arpa a lanciare la news… dopo essere stata informata dall’inquinatore.  Negli anni ’80 era uno scandalo clamoroso, una vergogna per gli enti di controllo avvertiti da un dipendente vittima di rappresaglie aziendali. Oggi, mezzo secolo dopo, lo scandalo è ancor più clamoroso: Arpa & Co. hanno appena consegnato a Solvay Syensqo l’AIA Autorizzazione Integrata Ambientale per produzioni tossiche e cancerogene che invece dovrebbero essere chiuse, sic et simpliciter. Una licenza a inquinare, licenza di uccidere …concessa alla Spectre (ma un James Bond sta per intervenire!).
Intanto, l’Arpa dichiarerà chiusa l’emergenza, preso atto che non si è ripetuta la tragedia dell’Ausimont di Porto Marghera (gemella di Spinetta) che nel 1979 provocò decine di intossicati e 3 morti.  Mentre il 9 settembre 2026 la nube tossica (in forma di nebbia acida) transitata per ore nei polmoni dei lavoratori e dei cittadini, allorché, infine individuato il punto di perdita, essa è stata “dispersa”, ovvero “abbattuta” nel giro di un altro bel po’ di ore, buttata giù dalla clemenza metereologica (vedi foto del temporale) e finalmente dai getti d’acqua dei pompieri, insomma sciacquata avvelenando in eterno suolo falde e fogne.
In quelle ore, i cittadini di Spinetta e degli altri sobborghi serenamente dormivano e respiravano: non avvertiti da un piano di allarme, emergenza e assistenza, tranquilli attendendo le notizie sui giornali con le soporifere veline di rassicurazioni Solvay.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

Il legame tra Pfas e sclerosi multipla.

Non poteva mancare la sclerosi multipla (SM) tra le patologie indotte dai Pfas. Lo rileva lo studio, intitolato “Associazioni tra sostanze perfluoroalchiliche e sclerosi multipla in coorti statunitensi a confronto con NMOSD, MOGAD e soggetti di controllo sani”, guidato da Farren Briggs, Ph.D., Sc.M., professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze della Salute Pubblica, e pubblicato sulla rivista Environmental Research.
 
Lo studio ha coinvolto collaboratori dell’Università di Miami, della Mayo Clinic, della Vanderbilt University, della East Carolina University, della Case Western Reserve University, dell’Università del Texas a Austin, dell’Università della California del Sud.
 
Il team di ricerca ha scoperto che le donne affette da sclerosi multipla presentavano livelli più elevati di due composti PFAS, l’acido perfluoroesansolfonico (PFHxS) e l’acido perfluorottanoico (PFOA), rispetto ai gruppi di controllo. Duque, l’esposizione ai PFAS può influenzare i processi ormonali e le vie biologiche coinvolte nella salute neurologica.
La sclerosi multipla è una malattia cronica e autoimmune che colpisce il sistema nervoso centrale, danneggiando la mielina (la guaina che protegge le fibre nervose). In Italia interessa circa 137.000 persone, esordisce spesso tra i 20 e i 40 anni e colpisce le donne più degli uomini.

Basta chiamarci eroi mentre ci lasciate senza tutele.

Quattro vigili del fuoco morti per lo stesso tipo di tumore. Tre aretini e un collega di Spoleto deceduti per glioblastoma.(micidiale tumore al cervello).  Lo Stato nega la causa di servizio ma non è fatalità: la scienza ci dice che i Vigili del Fuoco sono stati esposti a un cocktail di sostanze tossiche e ‘perenni’ come i PFAS contenuti nelle schiume estinguenti, mentre non sono dotati di dispositivi di protezione individuale (tute, guanti, respiratori ecc.).
 
Clicca qui alcune dimostrazioni:

Piana di Marengo maledetta: tra nucleare e chimica.

Il deposito nucleare di Bosco Marengo (AL) resta sempre un protagonista del dossier “Storia antinucleare” ***. Infatti, nell’area dell’ex Fabbricazioni nucleari (FN) sono sempre lì 640 metri cubi di rifiuti radioattivi che attendono di essere trasferiti nel fantomatico deposito nazionale ultrasicuro. Fino alla fine degli Anni 80, FN produceva combustibile per le centrali nucleari e nel 2022 è stata il primo sito nucleare in Italia a essere smantellato dalla Sogin, società pubblica incaricata del decommissioning di tutte le centrali e gli impianti italiani, cioè le quattro centrali nucleari di Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano (Caserta), oltre ad altri impianti legati al ciclo del combustibile: Eurex di Saluggia (Vercelli), Opec e Ipu di Casaccia (Roma) e Itrec di Rotondella (Matera).
Bosco Marengo attende da allora di passare dallo stato di “brown field”, cioè di «campo marrone», allo stato di «green field» “prato verde”, ossia in una condizione finalmente priva di rischi e vincoli radiologici. Smantellata “brown field”, Bosco attualmente è invece nello stallo della sistemazione finale delle materie nucleari, di adeguamento di alcuni locali a deposito di materiali provenienti dalle operazioni di smantellamento da caratterizzare o rilasciare, di completamento delle operazioni di bonifica e recupero dei materiali antropici (legno, plastiche, rottami vari) rinvenuti negli anni scorsi presso la cosiddetta “area di rispetto” del sito. Si tratta materiali interrati scoperti nel 2014 all’interno dell’area ma successivamente nella profondità del terreno dove sono stati occultati i rifiuti era stata registrata radioattività poiché c’erano anche quelli radioattivi.
Riguardo alla bonifica e al recupero dei materiali nel corso del 2025 sono state allontanate circa 200 tonnellate di materiali privi di vincoli radiologici, mentre a inizio 2026 è stata completata la caratterizzazione radiologica di circa 9 mila metri cubi di terre e rocce da scavo, attualmente in corso di reinterro.
Nell’alessandrino, la piana di Marengo (la Fraschetta) ha portato fortuna a Napoleone (con la battaglia del giugno 1800) ma altrimenti è maledetta: il nucleare della FN di Bosco Marengo a fianco della chimica Solvay di Spinetta Marengo. Appresso, a Tortona, c’è sempre il deposito Campoverde con oltre 300 metri cubi di rifiuti radioattivi frutto dell’attività della Controlsonic, azienda che si occupava dello stoccaggio di materiale di scarto di esami ospedalieri, fallita negli Anni Novanta.
 
***  “Storia antinucleare”, il dossier di Lino Balza, racconta la storia che va da Bosco Marengo ai ricorsi a TAR del Piemonte e Consiglio di Stato; dal Forum nazionale dei Movimenti Antinucleari al Referendum 2011 che perseguì la fuoriuscita definitiva dal nucleare civile; dal dopo Referendum ai governi “verde-giallo-rossi” e “policromo”, e infine di destra, fino all’odierno rilancio del “nuovo nucleare” e alla ir-risoluzione del deposito nazionale. Oltre quaranta anni di lotte, l’epopea della mobilitazione popolare che contrasta ancora oggi il nucleare civile e, insieme, quello militare.  
 “Storia nucleare” è disponibile a chi ne fa richiesta: tratta in breve da stralci dei libri “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione – Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia) e “L’avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza”, nonché dalle centinaia di articoli del Sito “Rete Ambientalista Movimenti di lotta per la salute, l’ambiente, la pace e la nonviolenza” gestito dal “Movimento di lotta per la salute Giulio A. Maccacaro”.

Pfas: la più grave emergenza sanitaria. 

Il nostro Sito www.rete-ambientalista.it potrebbe considerarsi saturo di articoli (verso i duemila) dappoiché avviammo quasi 40 anni fa la campagna per la messa al bando dei Pfas. Invece, non può ridimensionarsi in quanto sempre più affluiscono comunicazioni riguardanti una tragedia sanitaria ormai finalmente considerata di dimensione planetaria. Al punto che il nostro Dossier “Pfas. Basta!” è già al quarto volume.

Aggiorniamo dunque il Sito, come di seguito. Fermo restando che la premessa in Italia è sempre la stessa: LA VERA SOLUZIONE E’ ELIMINARE I PFAS ALLA FONTE, CHIUDERE LE PRODUZIONI SOLVAY DI ALESSANDRIA (come e quando: affronteremo successivamente la questione con un ampio servizio). Secondo l’inchiesta di “The forever pollution project” più di 17.000 siti in tutta Europa sono contaminati dai PFAS. In Italia sono stati trovati in tutte le Regioni, beninteso: in tutte le Regioni dove sono stati cercati, come abbiamo

pubblicato in decine di articoli. Aggiorniamo aggiungendo le autobotti di emergenza nel bergamasco (1), i Pfas nelle acque del Ticino (2), i pozzi chiusi nel pordenonese (3), nel trentino, (4), nel vicentino (5).

Aggiorniamo l’allarme sanitario per i Pfas che ormai non risparmia nessun alimento neppure garantito dalle grandi marche commerciali (6). La terribile evidenza delle mamme che trasmettono ai figli i Pfas in gravidanza e nell’allattamento (7), nelle diete ai neonati (8).  Mamme che non azzardano ai figli un uovo alla coque (9). Neanche un frutto, men che mai le golose fragole (in yogurt, succhi, merendine e gelati): con le più alte proprietà di interferenza endocrina, su sviluppo del feto e sviluppo cerebrale, sull’insorgenza di malattie croniche, tra cui l’infertilità e le tiroiditi (10). Stante che le autorità arrivano a vietare la vendita di pesci, carni bovine, suini, pollame, uova, latte vaccino (11). Ammesso che le mamme si siano fidate ad usare la carta da forno (12).

Questi allarmi ormai non risparmiano nessun territorio italiano. Oltre al caso più famoso dei 350mila veneti contaminati per l’eredità della Miteni di Trissino. Non solo una eredità ma, addirittura, dopo la chiusura della Miteni, oggi sarebbero inceneriti in Veneto i rifiuti della Solvay (13).

E attualmente è proprio Alessandria il punto nevralgico nazionale, perché a Spinetta Marengo la Solvay Syensqo è l’unica produttrice italiana dei brevetti Pfas. Non accenna a chiuderli.  La multinazionale belga gode della protezione delle Istituzioni. Al punto che, per non allarmare, hanno perfino omesso la mappatura dei pozzi privati utilizzati a scopo potabile nella zona di Alessandria, che poi le analisi dei privati con clamore

denunciamo essere pesantemente inquinati dai Pfas (14).

Qualche sindaco in provincia si muove in autonomia, come a Castelletto d’Orba, ed è costretto a chiudere storiche fonti nel commercio di acque minerali (15). Il sindaco di Montecastello ha ordinato la chiusura dell’acquedotto già nel 2020. Mentre quello di Novi Ligure, come il suo compagno di Alessandria, cerca di far finta di niente per l’interrotta fornitura idrica di Novi Ligure, Pozzolo Formigaro e Serravalle Scrivia (16 ).

Se i monitoraggi degli enti pubblici sono da sempre assenteisti, stanno venendo a mancare attorno al sito chimico di Spinetta perfino le tradizionali sentinelle ecologiche: i ricci. L’inquinamento ha sopraffatto questi “bioindicatori” naturali, capaci di raccontare attraverso il loro corpo le condizioni di salute dell’ecosistema alessandrino offrendo un campanello d’allarme diretto sui rischi per la salute umana (17).

Fortunatamente, qualcosa ad Alessandria in ambito ospedaliero si muove: con il nuovo progetto di ricerca dell’IRCCS dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria in merito al legame tra microbiota intestinale e adenocarcinoma del colon e l’esposizione dei Pfas di Solvay (18).

Per il resto, abbiamo sindaci che, in un quadro di disastro ambientale e sanitario senza paragoni, nelle loro vesti di massima autorità sanitaria locale potrebbero bloccare Solvay e invece miseramente patteggiano l’abbandono dal processo che vedeva il Comune quale parte civile: in pratica assolvendo la multinazionale belga, rinunciando a chiedere giustizia, finalmente giustizia, contro chi sta ammalando e uccidendo lavoratori e cittadini senza neppure risarcirli (19). Con i sindaci abbiamo sindacati e istituzioni che sapevano che per

primi i lavoratori della Solvay di Spinetta Marengo erano usati come cavie umane (20).  

TUTTI SAPEVANO/SANNO CHE LA VERA SOLUZIONE E’ ELIMINARE I PFAS ALLA FONTE, CHIUDERE LE PRODUZIONI SOLVAY DI ALESSANDRIA)

  1. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/autobotti-anti-pfas-a-bergamo/
  2. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-anche-a-pavia-nelle-acque-del-ticino/
  3. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/emergenza-pfas-nel-pordenonese/
  4. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfos-nel-trentino/
  5. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/nel-vicentino-superati-di-tre-volte-i-limiti/
  6. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/tfa-ovunque-pane-pasta-latte-ortaggi-frutta-acque-minerali-vino/
  7. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-nel-latte-materno/
  8. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-pediatri-pfas-negli-alimenti-bimbi-a-rischio/
  9. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/con-un-uovo-al-giorno-non-ti-togli-piu-il-medico-di-torno/
  10. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/fragole-il-frutto-piu-contaminato-dai-pfas/
  11. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/in-veneto-stop-a-vendite-di-carne-con-pfas/
  12. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/nel-dubbio-non-usare-carta-da-forno/
  13. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/probabile-lincenerimento-in-veneto-dei-pfas-c6o4-della-solvay/
  14. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/quanti-alessandrini-stanno-usando-i-pozzi-inquinati-il-sindaco-sotto-accusa/
  15. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-pfas-chiudono-le-fonti-di-castelletto-dorba/
  16. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-da-diluire-nella-rete-idrica-di-novi-ligure-pozzolo-formigaro-serravalle-scrivia/
  17. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/sempre-meno-le-sentinelle-attorno-alla-solvay/
  18. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-e-tumori-al-colon-retto-in-alessandria/
  19. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/chi-inquina-compra-limmagine-ma-non-paga-per-la-salute-delle-popolazioni/
  20. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-lavoratori-usati-come-cavie-umane-per-i-pfas/

TFA ovunque, pane, pasta, latte, ortaggi, frutta, acque minerali, vino.

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha annunciato che la dose giornaliera tollerabile di TFA sarà ridotta da 0,05 milligrammi per chilo di peso corporeo al giorno a 0,014 milligrammi. Il TFA, classificato, è uno dei PFAS più diffusi nell’ambiente, presente nelle falde acquifere e superficiali, nelle precipitazioni, nell’acqua potabile e nelle acque minerali, oltre che in cereali, latte, ortaggi, frutta e vino.
 
Può derivare dalla degradazione di alcuni pesticidi PFAS, ma anche da gas refrigeranti, aerosol e altre sostanze impiegate nell’industria chimica. L’elevata persistenza e mobilità ambientale ne favoriscono l’accumulo nel ciclo dell’acqua e nelle colture agricole, rendendone particolarmente difficile il controllo della diffusione nella catena alimentare. Gli studi hanno evidenziato che modifica i livelli di tiroxina, un ormone prodotto dalla tiroide, gli effetti sullo sviluppo fetale negli animali, tra cui malformazioni, alterazioni del sistema immunitario e della tiroide e possibili effetti sulla fertilità.
 
La presenza del TFA non riguarda solo fiumi, falde acquifere e terreni agricoli. E’ presente ovunque negli alimenti. Secondo i recenti rapporti di PAN Europe, si concentra soprattutto nei cereali e derivati (pane, pasta, cereali da colazione) a causa dell’uso di pesticidi PFAS in agricoltura. Negli ultimi anni la sostanza è stata rilevata anche in diverse note acque minerali commercializzate in Italia (Acqua Panna, Levissima, Maniva, Esselunga Ulmeta e Saguaro Lidl ecc.). Diverse indagini di laboratorio e rapporti ambientalisti condotti in Italia hanno rilevato la presenza di TFA nei vini pregiati (Prosecco, Mionetto, Cinzano, Martini, Bolla, Bortolomiol, Villa Sandi, Valdo, Astoria e Carpenè Malvolti ecc.). Il test svizzero lo ha trovato in tutte le bottiglie di latte confezionato, anche nel bio.

Pfas nel latte materno.

Le mamme assumono Pfas attraverso il  cibo e l’acqua potabile, ma anche respirando prodotti impermeabilizzanti e applicando cosmetici sulla pelle. I figli allattati assumono i Pfas. Le donne che allattano non possono fare nulla per ridurre i PFAS nel proprio latte.  È quanto emerge da un ampio studio condotto dall’Istituto Nazionale per la  Salute Pubblica e l’Ambiente (RIVM) su oltre 1.600 donne nei Paesi Bassi.
 
I Pfas vengono impiegati in moltissimi prodotti per renderli idrorepellenti, come i tessuti, i cosmetici e molti prodotti medici. Sono presenti anche nei pesticidi utilizzati in agricoltura. Poiché i PFAS non si degradano, sono ormai onnipresenti nell’ambiente. Si accumulano nella catena alimentare e danneggiano il sistema immunitario e sono anche cancerogeni. 

I pediatri: «Pfas negli alimenti, bimbi a rischio».

Negli alimenti di origine animale basta una dieta minima per superare i limiti Efsa (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) sui Pfas. Un bambino di 1 o 2 anni può superare i limiti con pochi alimenti. Se un bimbo di 1 o 2 anni, di peso medio, consuma settimanalmente anche solo mezzo litro di latte, due porzioni da 50 grammi di carne bovina e due uova, supera la dose settimanale tollerabile di 4,4 nanogrammi per chilo, con il solo Pfos.
 
I bambini e gli adolescenti mostrano concentrazioni ematiche superiori rispetto agli adulti a parità di esposizione ambientale, a causa del rapporto peso/assunzione.
Rischi principali nei bambini: riduzione della produzione di anticorpi e minore efficacia delle vaccinazioni, innalzamento dei livelli di colesterolo nel sangue (ipercolesterolemia), alterazione dello sviluppo ormonale e neurocomportamentale.
Dopo uno studio, la Regione Veneto ha deciso di ritirare dal mercato alcuni prodotti.

Con un uovo al giorno non ti togli più il medico di torno.

Le uova che provengono da un gruppo di animali da cortile allevato da una famiglia alla periferia Ovest di Vicenza presentano concentrazioni di Pfas in concentrazioni di dieci volte superiori a quelle previste dagli standard di sicurezza.
 
La misurazione «monstre» pari a oltre 13mila nanogrammi su kilo è stata riscontrata in un allevamento a conduzione familiare in zona Carpaneda nel capoluogo berico.
Frattanto i Comuni di Pianezze e Nove hanno invitato la cittadinanza ad effettuare controlli sui pozzi privati con una attenzione specifica all’uso idropotabile, con l’obiettivo di cercare contaminazione da Pfas.

Fragole il frutto più contaminato dai Pfas.

Le fragole fanno bene alla salute. O almeno dovrebbero. Sono ricche di vitamina C, antiossidanti e altri nutrienti preziosi, soprattutto per i bambini. Eppure, dalle analisi di laboratorio risultano da anni preoccupazioni. 
Un gruppo di 58 associazioni europee, coordinate dall’organizzazione scientifica Pesticide Action Network Europe (PAN), ha analizzato 41 campioni di fragole prodotte in 11 Paesi UE. In 3 campioni italiani su 5 erano presenti pesticidi (fludioxonil e cyprodinil) appartenenti alla famiglia dei PFAS che si degradano formando acido trifluoroacetico TFA. (Il TFA è stato recentemente classificato dall’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche ECHA come tossico per la riproduzione di categoria 1B, ossia una sostanza che può compromettere lo sviluppo del feto). 2 campioni italiani su 5 contengono almeno un pesticida neurotossico, pericoloso soprattutto per i potenziali effetti sullo sviluppo neurologico delle api e sospettato di avere effetti sullo sviluppo neurologico di feti e bambini.
 
Motivo di forte preoccupazione è che nella UE addirittura non esiste una valutazione del rischio derivante dall’esposizione cumulativa e dagli effetti sinergici dei cosiddetti “cocktail di pesticidi”. Non esiste in quanto è tecnicamente e scientificamente impossibile calcolare delle soglie di sicurezza e di tossicità quando si mettono in combinazione più sostanze tossiche tra loro che interagiscono nell’organismo: interazione stessa ne crea delle ulteriori nell’organismo umano, che possono essere ignote e imponderabili. L’unica via sicura è sempre e solo quella di non utilizzare nessuna di queste sostanze nelle coltivazioni e sostituirle con altre innocue o con pesticidi naturali. Ma non si fa perché ciò ridurrebbe dei business economici enormi come quelli della produzione e vendita dei pesticidi, fertilizzanti chimici, ormoni della crescita delle piante ecc. Pertanto, i decisori politici europei sono evidentemente ancora in balìa delle pressioni delle potenti multinazionali dell’agrofarmaco e delle industrie chimiche produttive.
In conclusione, le produzioni biologiche sono quelle che ci garantiscono… insieme alle coltivazioni domestiche e di contadini di fiducia.

In Veneto stop a vendite di carne con Pfas.

A 15 anni dall’emergenza Pfas della Miteni di Trissino, scoperta dal CNR ed elusa dall’inazione delle autorità del Veneto, ovvero a 8 anni dalla chiusura dello stabilimento, la Regione Veneto e l’Istituto Superiore di Sanità, con la collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, di Arpa Veneto e delle Aziende Ullss, hanno definito il rapporto (il secondo dopo quello del 2016) sulla presenza di Pfas nei prodotti di origine animale.
 
Lo studio ha fornito dati sui livelli di presenza di quattordici PFAS (PFOA, PFOS, GenX cC6O4 ecc.) in otto matrici (muscolo e fegato di bovini, suini, pollame, uova, latte vaccino) e nell’acqua di abbeveraggio di ciascuna azienda studiata. Ancora oggi, 8 aziende superano i limiti per PFOA o PFOS in muscolo bovino, fegato bovino o fegato suino; sono aziende distribuite in massima parte nelle zone ad alta e media intensità. Con ritardi di anni, dunque, in queste aziende sono state adottate misure di intervento al fine di evitare la messa in commercio dei prodotti, ed è stato avviato un monitoraggio costante atto a garantire il progressivo rientro nei limiti di legge.
 
Permane, dunque, come già individuato nel precedente piano, la correlazione fra contaminazione degli alimenti e contaminazione dell’acqua di abbeveraggio, in particolare per quanto riguarda la presenza di PFOS legata all’impiego di acqua di pozzo non filtrata. In ritardo di dieci anni, le autorità competenti hanno disposto il blocco ufficiale e vietato il commercio degli alimenti prodotti; le aziende sono state sottoposte a prescrizioni quali l’allacciamento all’acquedotto per l’acqua di abbeveraggio, e a successivo follow-up, fino al raggiungimento di valori entro i limiti di legge, sia dell’acqua che dei prodotti.
 
Il completamento del Piano con i dati provenienti dalle filiere vegetali in fase di analisi di laboratorio consentirà, afferma la Regione, di elaborare un quadro complessivo più leggibile, anche in riferimento alle ricadute di sanità pubblica, nonché sulla salute animale e sull’ambiente. Quanti altri dieci anni dovremo attendere per pesce, vino, vegetali? Non dimentichiamo che nel frattempo continua a essere in vigore il divieto di consumo del pescato proveniente dai corsi d’acqua della zona rossa.

Nel dubbio: non usare carta da forno.

La carta da forno può essere prodotta senza Pfas o almeno con livelli minimi? La risposta è affermativa. Lo dimostra una serie di test de Il Salvagente. Non sono presenti Pfas nei campioni Carrefour e Domopak bensì nei marchi venduti nei principali supermercati italiani, tra cui Cuki, Lidl, Eurospin, Coop, Esselunga, Conad, Selex ed Ecor. Ma tutti nelle soglie dei limiti europei. Non è invece valutabile la quantità di Pfas che dalla carta migra agli alimenti durante la cottura temperature superiori ai 200 gradi o a contatto con alimenti grassi.
 
Ulteriore problema è che la carta da forno viene utilizzata per pochi minuti e poi gettata, spesso tra i rifiuti indifferenziati o nell’organico. I composti fluorurati a quel punto possono raggiungere discariche, inceneritori, compost, suolo e falde, continuando a circolare nell’ambiente per tempi eterni.
Le alternative alle carte da forno: tappetini in silicone; burro e farina: ideali per i dolci; olio e pangrattato o farina: ottimi per torte salate o pizze, usando olio di oliva o di semi; carta di alluminio: per cotture brevi, ma senza cibi acidi come il limone o il pomodoro.

Probabile l’incenerimento in Veneto dei pfas C6O4 della Solvay.

La rete ambientalista Zero Pfas ha diffuso dati relativi alla presenza dei Pfas in relazione allo stato dei fanghi trattati dallo stabilimento Chemviron, ditta che «lava» gli acquedotti e i depuratori del Veneto contaminato da Pfas. Sulla base del referto certificato da una società autorizzata, ossia la Accredia, per quanto riguarda i C6O4 la quota tocca la soglia di 4,4 milioni di nanogrammi per chilogrammo: la Rete afferma “La presenza di quest’ultimo rende probabile lo smaltimento da parte di Chemviron dei rifiuti tossici della Solvay, ora Syensqo» di Alessandria”. «I cui dirigenti sono stati rinviati a giudizio per disastro ambientale in cui il composto C6O4 è il protagonista maggiore». L’eventualità incenerimento è stata paventata anche dal presidente della “Commissione Sicurezza e Ambiente” alessandrina,  Adriano Di Saverio.
Secondo la nota, il dato acquisito «dimostra inoltre l’inefficacia dell’incenerimento» praticato in loco nonché «la ricaduta su altre matrici» ambientali.
 
La Rete Zero Pfas, «in modo indipendente», insieme con altri istituti di ricerca e laboratori accreditati, ha continuato a monitorare le varie matrici, non solo alimentari, in particolare nella zona ad altissimo rischio di Legnago nel Veronese dove, per l’appunto è attivo l’impianto di «rigenerazione carboni attivi» della multinazionale Chemviron, «già fornitrice della Miteni e gestore degli scarti Pfas delle zone contaminate, degli acquedotti e dei depuratori del Veneto».
Così un gruppo di attivisti della rete ecologista del Nordest si è recata a Venezia per sensibilizzare la Regione Veneto proprio sul dossier derivati del fluoro. Alla protesta (in foto) è stata data la veste di una vera e propria performance artistica.
Il dossier inceneritori non lambisce solo Legnago, ma pure Arzignano, uno dei centri industriali più importanti dell’Ovest vicentino: uno dei principali distretti della concia in Europa, dove in passato è stata presa in considerazione la eventualità di realizzare in zona un impianto di incenerimento proprio per fanghi conciari.

Quanti alessandrini stanno usando i pozzi inquinati? Il sindaco sotto accusa.

La mappa dei pozzi privati campionati da “lavialibera “ad Alessandria.
Le falde sono inquinate dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo: dal cromo esavalente ai pfas. Eppure, ad oggi non c’è nessun tipo di mappatura dei pozzi privati utilizzati a scopo potabile nella zona di Alessandria, né a livello regionale né comunale. E preoccupa che le istituzioni non abbiano contezza di quanti cittadini alessandrini stiano utilizzando i pozzi per bere, cucinare e lavarsi.
Tant’è che, non il Comune ma, la rivista “Lavialibera” (con l’encomiabile Laura Fazzini) ha commissionato il campionamento di quattro pozzi privati che si trovano nell’area dello stabilimento Syensqo Solvay e i risultati hanno mostrato valori oltre i limiti dei Pfas. (Vedi la foto).
 
La falda inquinata da Spinetta attraversa Bormida, Tanaro, Alessandria Centro, e l’acqua potabile prelevata dai pozzi privati dai residenti alessandrini di frazione Gelindo, contiene una concentrazione di pfas oltre i limiti di legge.  E le istituzioni continuano a ignorare da anni l’allarme di Pfoa e ADV (182 e 60 nanogrammi) e gli appelli dei cittadini, che chiedono l’allacciamento all’acquedotto pubblico. L’operazione dal punto di vista tecnico è fattibile, ma il costo è completamente a carico dei residenti – servono dai 70 ai 130 mila euro – che alla fine sono costretti a rinunciare.
 
“lavialibera” ha commissionato l’analisi di quattro pozzi privati in frazione Gelindo, tra i sobborghi di Spinetta Marengo e Castelceriolo, un’area circondata da terreni coltivati a pomodoro e grano e adibiti al pascolo delle vacche, dove molte cascine sono state convertite in case private. Il campionamento ha mostrato valori massimi di pfas oltre i limiti (da 20 a 100 nanogrammi per litro a seconda della tipologia), in particolare del Pfoa, che dal 2023 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) classifica come cancerogena, presente in una quantità dodici volte superiore rispetto ai parametri di legge. Ma non solo: in tutti i campioni sono state trovate tracce dei due composti fluorurati cancerogeni brevettati e prodotti esclusivamente da Syensqo, il C6O4 e la miscela ADV. L’acqua attorno allo stabilimento è quindi contaminata e pericolosa, come noto nonostante il sistema di purificazione finanziato da Syensqo Solvay.
 
Il sindaco del comune di Alessandria, Giorgio Abonante, è sotto accusa. Conosce bene l’inquinamento che ha portato nel 2020 alla chiusura del pozzo potabile del comune di Montecastello, a chilometri a nord del sito chimico. Eppure, sono passati 20 anni da quando il precedente sindaco (di destra), avendo Arpa e Amag nel luglio 2008 rilevato i valori di cromo esavalente e solventi clorurati nelle acque sotterranee esterne al polo chimico, aveva imposto con ordinanza la chiusura dei pozzi e il divieto dell’uso domestico, per l’alimentazione animale e irriguo dei pozzi nel sobborgo tra il fiume Bormida e la strada Statale 10. Dal 2009 l’ordinanza non è più stata aggiornata malgrado che è sempre più emerso che l’area con acque sotterranee contaminate da Solvay è ben più vasta di quella indicata nell’ordinanza del 2009 e include molti pozzi privati, compresi quelli utilizzati a uso potabile oggetto dei campionamenti commissionati da lavialibera (il primo nel 2020).

I Pfas chiudono le fonti di Castelletto d’Orba.

A luglio 2026, il sindaco di Castelletto d’Orba ha emesso un’ordinanza di chiusura precauzionale per le storiche Fonti Feja e Cannone a causa di parametri non conformi. La Fonte Feja è sempre stata particolarmente nota per le sue attività commerciali di imbottigliamento delle acque minerali.
La presenza dei PFAS nell’Alessandrino deriva dalla dispersione storica nel polo chimico Solvay di Spinetta Marengo, per la quale la Regione Piemonte ha avviato un programma di biomonitoraggio. Ma per analizzare l’acqua di un pozzo privato ed escludere la presenza di PFAS o altri contaminanti a Castelletto d’Orba, è necessario incaricare un laboratorio chimico certificato, che applichi i metodi ufficiali per la ricerca dei PFAS su matrici acquose, poiché le autorità pubbliche come l’Arpa Piemonte eseguono campionamenti ufficiali per conto degli enti, ma non forniscono servizi di analisi ordinari per i pozzi dei singoli cittadini.
 
L’analisi assume particolare rilevanza a seguito dell’entrata in vigore a dei nuovi limiti di legge europei e nazionali sulla concentrazione di PFAS nelle acque.
Negli anni precedenti, le fonti pubbliche di Castelletto d’Orba hanno subito diverse chiusure e riaperture, legate a motivi burocratici, danni ambientali e manutenzioni, mentre il provvedimento del nuovo sindaco, Marco Lanza, rappresenta una misura precauzionale differente poiché deriva esplicitamente da anomalie chimico-fisiche (“parametri fuori norma”) rilevate durante i controlli di routine.

Pfas da diluire (? !) nella rete idrica di Novi Ligure, Pozzolo Formigaro, Serravalle Scrivia.

Segnalati da “Gestione Acqua”, società del gruppo ACOS, dopo i limiti restrittivi introdotti dalla legislazione europea. Ma il vecchio sindaco di Novi, Rocchino Muliere, non si mostra preoccupato pur non avendo chiaramente individuato le fonti dell’inquinamento.  Anzi, fornisce la spiegazione: “I Pfas vengono spesso rilevati a seguito di eventi meteorologici eccezionali o violenti e non persistenti”. Piovono cioè dall’atmosfera: allusione alle emissioni da Spinetta Marengo della Solvay.
 
Gestione Acqua e Asl di Novi, invece, si preoccupano di passare da un prelievo mensile a uno settimanale che permetta di monitorare con maggiore frequenza e continuità la presenza dei Pfas. Stanno valutando anche di abbatterli, con la soluzione palliativa dei filtri a carboni attivi (in sostituzione di quelli a sabbia), nei pozzi di prelievo dal torrente Scrivia di frazione Bettole di Novi da cui è stata interrotta la fornitura idrica per Novi Ligure, Pozzolo Formigaro e Serravalle Scrivia.
 
Addirittura, si prospetta la soluzione, disperata, della diluizione dei veleni: “L’altra soluzione che permetterà di mitigare la presenza dei Pfas sarà il prelievo dall’acquedotto della Val Borbera che permetta di contribuire alla diluizione dei parametri e dei valori riscontrati”.

Sempre meno le sentinelle attorno alla Solvay.

Non ci riferiamo ai monitoraggi degli enti pubblici, che sono sempre stati assenteisti. Bensì della sparizione dei ricci che in passato ogni notte percorrevano chilometri nel circondario dello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo per andare alla ricerca di cibo, finendo però per accumulare dentro di sé le tracce delle sostanze tossiche disseminate nell’ambiente. In quanto si muovono su vaste aree e si alimentano di insetti e invertebrati a diretto contatto con il suolo e la vegetazione: i ricci accumulano nel loro organismo una varietà di contaminanti ambientali che riflettono la complessità delle fonti di inquinamento.
 
La loro scomparsa è un dato allarmante: i ricci, infatti, funzionano da sentinelle silenziose, da “bioindicatori” naturali, capaci di raccontare attraverso il loro corpo le condizioni di salute degli ecosistemi urbani. Proprio come avviene con i “cugini” marini, i ricci di mare, sono fondamentali per tracciare una sorta di impronta digitale dell’inquinamento che ci circonda. Mammiferi come gli esseri umani, la loro esposizione alle sostanze nocive offre un campanello d’allarme diretto sui rischi per la salute umana: gli inquinanti rilevati, in Fraschetta sono noti per i loro effetti cancerogeni, mutageni e per l’impatto sulla fertilità e sullo sviluppo embrionale.
 
In alcune università (non risulta Alessandria), gli scienziati hanno esaminato e analizzato diversi tessuti dei ricci: gli aculei e i denti per studiare l’esposizione a lungo termine, e il fegato, per valutare la contaminazione più recente da composti organici volatili. Un metodo, questo, che ha permesso di restituire una fotografia dettagliata (e inquietante) dell’inquinamento.

Pfas e tumori al colon retto in Alessandria.

L’esposizione ai PFAS è associata (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro IARC) a un aumentato rischio certo di sviluppare diverse neoplasie, tra cui rene e testicolo. Per il tumore del colon-retto, gli studi (Yale University) indicano che i Pfas possono agire da motore di crescita, stimolando le cellule tumorali a migrare e diffondersi (metastatizzare).
 
Al riguardo, si distingue il nuovo progetto di ricerca dell’IRCCS dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria in merito al legame tra microbiota intestinale e adenocarcinoma del colon e l’esposizione dei Pfas di Solvay.  I ricercatori confronteranno campioni biologici di pazienti affetti da tumore del colon con quelli di persone sane residenti nello stesso territorio. Il “Colon Meta” rappresenta una delle sfide più promettenti della ricerca biomedica, atte a contribuire a migliorare le strategie di prevenzione e diagnosi precoce del tumore del colon.

Chi inquina compra l’immagine ma non paga per la salute delle popolazioni.

Il sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante, ha “giustificato” come un redditizio utile per la collettività (taglio dell’erba dei cimiteri) il patteggiamento di 100mila euro dalla Solvay in cambio dell’abbandono dal processo che vedeva il Comune quale parte civile. In pratica assolvendo la multinazionale belga, rinunciando a chiedere giustizia, finalmente giustizia, contro chi sta ammalando e uccidendo lavoratori e cittadini senza neppure risarcirli.
Tralasciamo il giudizio etico, morale e politico su una istituzione basilare, quale è il sindaco massima autorità sanitaria locale, che aveva già rinunciato a intervenire di competenza a fermare le produzioni inquinanti dello stabilimento di Spinetta Marengo in un quadro di disastro ambientale e sanitario senza paragoni.
 
Limitiamoci ai cinici “conti della serva”. Il Comune di Alessandria ha “guadagnato” (sic) come risarcimento alla collettività, 100mila euro, cioè 1 euro a testa per ciascun dei suoi 100mila cittadini. Fatte le demenziali proporzioni, “l’affarone” con Solvay Syensqo l’avrebbe fatto il sindaco di Montecastello, Gianluca Penna, che ha venduto per 100mila euro il bene salute… ma a 363 euro per ciascuno dei suoi 274 abitanti.
Questi due sindaci hanno patteggiato 100mila euro quale “danno di immagine”: un insulto attribuito alla lesione della dignità delle due comunità che non varrebbe più di tanto.  Ma, gli altri danni? I danni patrimoniali e non patrimoniali, la salute? I cittadini di Montecastello hanno bevuto l’acqua tossica e cancerogena dei Pfas fino a quando il sindaco è stato costretto a chiudere l’acquedotto. Solvay non paga. La salute dei cittadini sarà a carico della collettività.
 
Infatti, si apprende, dopo l’ultima riunione della “Task Force sanitaria regionale” dedicata ai Pfas (nella foto), che “La Regione Piemonte è disponibile a prendere in carico, dal punto di vista sanitario, anche i cittadini di Montecastello, tramite un nuovo protocollo operativo”. “Questo, ancora da definire, consentirà di estendere proprio la presa in carico dei cittadini residenti in altri territori interessati dalla contaminazione, oltre ai cittadini di Spinetta Marengo, sia per la presenza di PFAS nelle falde sia per possibili fenomeni di trasporto atmosferico. Tra i primi Comuni individuati rientrano Montecastello, alcuni Comuni limitrofi e alcuni centri lungo l’asta del fiume Scrivia”.
“Il sindaco di Montecastello, avrebbe, anche a nome (?) degli altri amministratori dell’area interessata, espresso apprezzamento per il percorso illustrato, condividendone l’impostazione e auspicandone un’attuazione in tempi rapidi”.

I lavoratori usati come cavie umane per i Pfas.

Ancor più dagli anni 2000, ad Alessandria, lo sapevano i sindacati (lo scriveva sui volantini aziendali la Filcea CGIL) e le autorità locali (dagli esposti in magistratura del Movimento di lotta Maccacaro).  Lo sapevano che i lavoratori della Solvay di Spinetta Marengo erano usati come cavie.
Riproponiamo la denuncia perché la vicenda Solvay (al pari della vicenda Miteni) continua a sollevare interrogativi non solo ambientali e sanitari, ma anche giuridici ed etici.
L’inchiesta pubblicata da White Collar Crimes (i crimini dei colletti bianchi) definisce i lavoratori esposti ai PFAS (dal Pfoa al C6O4) come “cavie umane”, sostenendo che -ancor più e ancor prima delle popolazioni- essi siano stati coinvolti, senza consenso e senza adeguata informazione, in un vero e proprio esperimento su larga scala.
 
L’inchiesta mette in risalto i rapporti industriali tra Solvay e Miteni, considerando in particolare le risultanze emerse nel processo conclusosi con la sentenza della Corte d’Assise di Vicenza, come peraltro scoperchiati dagli esposti dell’ex avvocato difensore di Solvay. Da qui la proposta di realizzare un unico studio epidemiologico multicentrico che unisca le coorti dei lavoratori e delle popolazioni esposte in Veneto e Piemonte, così da valutare in modo più efficace gli effetti sanitari dell’esposizione ai PFAS. 
Infatti, un altro passaggio rilevante riguarda il danno biologico. L’inchiesta richiama una sentenza della Corte Suprema svedese del 2023, secondo cui la sola presenza di elevate concentrazioni di PFAS nel sangue può costituire una lesione della persona, indipendentemente dalla comparsa di una malattia conclamata. Da questa impostazione deriva la proposta di rafforzare gli strumenti collettivi di tutela penale e civile nei confronti delle vittime della contaminazione. Cioè con class actions di risarcitorie.

I tumori di origine occupazionale.

I cancerogeni come l’amianto e i pfas. Le stragi dolose delle multinazionali chimiche favorite dalla complicità delle leggi e dei politici. Stragi silenziose che restano impunite o minimamente indennizzate dalla magistratura. Anzi, è in corso, anche grazie ad una informazione ammaestrata, il tentativo di delegittimare gli scienziati che stanno dimostrando il criminale esercizio del capitalismo senza limiti negli ambienti di lavoro e di vita.
Clicca qui un articolo di Riccardo Falcetta, medico del lavoro.

Sempre più morti a Taranto, fermata l’area a caldo dell’Ilva.

La Corte d’appello di Milano ha dato ragione agli 11 cittadini dell’associazione Genitori Tarantini che hanno impugnato la sentenza di primo grado emessa a febbraio.
Dopo il sequestro dell’altoforno 1, confermato un mese e mezzo fa dalla Cassazione che aveva rigettato il ricorso dell’azienda, il 27 luglio la Corte ha ordinato all’ex Ilva di Taranto di sospendere entro 90 giorni l’attività produttiva dell’area a caldo, che non potrà riprendere se prima non verrà «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti» e non saranno adottate «le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza».
 
Per motivare lo stop alle società Ilva spa, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia Holding spa, tutte in amministrazione straordinaria, la Corte spiega che persistono pericoli per la salute pubblica legati al «progressivo ammaloramento dello stabilimento». E puntualizza che «non ha alcuna rilevanza il fatto che i valori limiti di emissioni delle polveri sottili» stabiliti dal decreto legislativo 155/2010 e dalla direttiva europea del 2008, «negli anni non siano stati superati, come pure Ilva ha tenuto ad evidenziare». Perché, come aveva rilevato anche il Tribunale, «nel corso del tempo l’incremento dei casi di morte e ospedalizzazione nell’area prossima allo stabilimento, rispetto a zone anche poco distanti, sta a dimostrare che il rispetto dei valori limite emissione non è sufficiente a scongiurare i rischi per la salute».
 
Nell’area, d’altronde, oltre a grandi quantità di polveri sottili, è ancora accumulato l’amianto che «avrebbe dovuto essere rimosso entro il 23 agosto 2026» se non fosse stato per le continue proroghe concesse all’azienda. Fino al punto che oggi negli impianti risultano ancora presenti «oltre duemila chili di amianto, inglobati nei cowper». Le giudici milanesi hanno anche parzialmente disapplicato l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) 2025 che, scrivono, «effettivamente non contiene alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto» ed è «priva di adeguate tutele sulle polveri PM10 e PM2,5 nello scenario produttivo a 6 milioni di tonnellate annue». Al contrario, non è stata accettata la richiesta dei residenti relativa al taglio dei gas serra.
La sentenza della Corte di Appello certifica il fallimento di oltre dieci anni di politiche industriali fondate esclusivamente sui decreti “Salva Ilva” che hanno derogato alle normative ambientali e sanitarie. Dieci anni di governi di tutti i colori.
 
Il decreto interviene proprio nel momento in cui il governo era prossimo alla formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico (gruppo indiano Jindal). Mentre il fondo americano Flacks Group ha rilanciato proposta di «una svolta tecnologica capace di coniugare produzione, occupazione, salute e tutela dell’ambiente» con la riduzione di «Co2 di oltre il 50% nella configurazione base e fino all’86% con l’impiego dell’idrogeno

L’unica vera “grande opera”: mai intrapresa. La vera “sicurezza” per gli italiani.

Il minerale killer può impiegare anni per innescare malattie con esiti infausti. Una strage continua che fa registrare più di 200mila decessi per malattie amianto correlate nel mondo: dati rilevati con preoccupazione dall’Onu ma sottostimati perché non considerano gli Stati “canaglia” che omettono di segnalare e registrare i casi di malattia e morte per amianto, e dei decessi per esposizione ambientali. Il bando globale dell’amianto che semina morte è ancora una utopia. Governa la lobby dei produttori del minerale killer mentre le bonifiche vanno a rilento per responsabilità delle Istituzioni politiche e giudiziarie.
L’Onu, nelle sue stime, tiene conto soltanto dell’asbestosi, del mesotelioma e del cancro del polmone, mentre invece ci sono tutte le altre patologie già contemplate nelle Monografia della IARC (International Agency for Research on Cancer), tra le quali il cancro della laringe, della faringe, dello stomaco, del colon e delle ovaie.
In Italia si stima che l’amianto causi circa 7.000 decessi ogni anno, di cui circa 1.500-2.000 specificamente per mesotelioma e oltre 3.600 per tumore al polmone, accompagnati da circa 10.000 nuovi casi di asbestosi e malattie correlate (placche pleuriche, ispessimenti pleurici, stato fibrotico/infiammatorio polmonare e/o pleurico).  Per un totale di 100.000 morti nei decenni. Gli indici di mortalità sono rispettivamente: 93% a 5 anni, 88% a 5 anni, 25% a 5 anni, 20% a 5 anni.
Tutti i nostri libri sono editati a nostre spese e il ricavato è interamente devoluto alla Ricerca per la cura del mesotelioma.
L’Italia è il primo paese in Europa per morti legate all’amianto a causa delle mancate bonifiche, con ritardi enormi nella rimozione del materiale e una forte carenza di discariche dedicate. L’Italia registra il numero più alto di vittime in Europa per mesotelioma e patologie asbesto-correlate. La stima degli immobili pubblici e privati che contengono ancora amianto supera i 265.000, ma la percentuale di edifici effettivamente bonificati resta minima a causa della lentezza dei piani di intervento. Molte regioni accumulano ritardi cronici nell’aggiornamento e nell’attuazione dei piani di censimento e rimozione previsti dalla legge di bando (L. 257/1992). In tutto il territorio nazionale sono presenti pochissimi impianti autorizzati per il conferimento dei rifiuti speciali contenenti amianto, fattore che blocca o rallenta i cantieri.
L’unica “grande opera” che andrebbe realizzata sarebbe quella di un piano nazionale finanziato di rimozione dell’amianto: che nessun governo ha intrapreso. Benchè interessi la salute di centinaia di migliaia di italiani.
Dell’amianto (e ormai dei pfas) le forze politiche dovrebbero occuparsi, quando si discute di “sicurezza”, quando il governo tenta di distrarre con illiberali decreti “sicurezza”, compresa la galera per i bambini, e con immorali strumentalizzazione di casi di cronaca, come se la sicurezza fosse solo rimpatriare immigrati e non garantire salute, reddito sufficiente, morti sul lavoro, femminicidi, suicidi nelle carceri.

Massa Carrara senza bonifica dopo 40 anni dall’esplosione.

Il 17 luglio ricorre l’anniversario della chiusura dell’ex Montedison-Farmoplant (oggi Edison SpA), lo stabilimento chimico di Massa-Carrara esploso nel 1988. Quella data avrebbe dovuto segnare la fine di un capitolo doloroso, con l’individuazione dei responsabili e la bonifica del territorio. Invece, a distanza di quasi quattro decenni, la politica continua a deludere: promesse elettorali, studi costosi e nessuna soluzione concreta.
Mentre si spendono milioni in studi, la popolazione, protagonista di lotte memorabili quali l’Assemblea Permanente (nella foto), continua a pagare il prezzo più alto. A Massa-Carrara si muore di cancro più che altrove, come confermato dallo studio epidemiologico nazionale Sentieri (Istituto Superiore di Sanità) 
 

Strage di amianto, delitto perfetto.

C’era una volta al cinema l’avvocato Perry Mason che vinceva tutti i processi perché “per istinto” sceglieva solo clienti ricchi e innocenti, poi la sua abilità consisteva nel dimostrare che essi, contrariamente a tutte le apparenze, erano effettivamente innocenti. 

Guido Carlo Alleva difende, diciamo per istinto, industriali super ricchi, e non vince sempre ma quasi. Nel senso che riesce a togliere loro caterve di galera.  Infatti, i suoi clienti rispondono ai nomi di Eternit, Solvay, Benetton. Per essi, Alleva è appena tornato dalle aule del tribunale di Genova (12 anni di reclusione invece di 18 a Castellucci per il crollo del ponte Morandi con 43 morti), mentre si appresta 16 novembre a varcare quelle di Alessandria (disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo) e il 10 novembre quelle più prestigiose del Palazzo di Giustizia in riva al Tevere.  

Qui, è stata fissata la nuova udienza davanti alla Corte di Cassazione per il processo “Eternit bis”, che vede imputato Stephan Schmidheiny, ex patron dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato. La Suprema Corte sarà chiamata a pronunciarsi sul nuovo ricorso presentato dalla difesa dell’imprenditore svizzero contro la condanna a 9 anni e 6 mesi di reclusione per 92 omicidi colposi legati alle morti per amianto nel Casalese.

Il processo Eternit è una corsa a tappe, in due tour, destinata a non concludersi con… una maglia a strisce.

Primo giro d’Italia, prima tappa, 2009 tribunale di Torino, presentate 2.889 richieste di risarcimento danni dalle 2.889 famiglie che avevano avuto una vittima, Schmidheiny è condannato nel 2012 a 16 anni di reclusione per il disastro ambientale doloso, e stabilendo provvisionali di risarcimento per migliaia di parti civili e per il comune di Casale Monferrato. La sentenza riconosce le responsabilità penali non solo per i siti di Casale Monferrato e Cavagnolo, ma anche per Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia). Vengono anche stabiliti risarcimenti danni per circa 90 milioni di euro destinati al comune di Casale Monferrato (principale soggetto delle bonifiche), alla regione Piemonte, a sindacati e varie associazioni e 30 mila euro agli ammalati di patologie legate all’amianto e alle famiglie delle vittime.

Seconda tappa, 2013, la Corte di Appello di Torino aumenta la pena a 18 anni. Terza tappa, 2014, la Corte di Cassazione annulla le condanne riconoscendo la sussistenza dei reati, ma dichiarandoli estinti (insieme ai risarcimenti) per prescrizione: Schmidheiny non è più per­se­gui­bile per il tempo trascorso tra i com­por­ta­menti illeciti dell’imputato (1986) e le conseguenti morti.

Secondo giro d’Italia. Prima tappa, il processo “Eternit bis” si apre nel 2015 sempre a Torino, dove il gip Federica Bompieri derubrica il reato da omicidio volontario a colposo e spacchetta il processo in quattro tronconi, inviando gli atti alle procure dei territori dove si trovavano gli stabilimenti. Il procedimento relativo allo stabilimento di Rubiera è stato archiviato nel 2021, quello per Bagnoli a Napoli ha visto la condanna di Schmidheiny a tre anni e mezzo, confermata in appello, mentre per il filone di Cavagnolo la Cassazione ha annullato di nuovo la condanna rinviando il caso a un’altra sezione della Corte d’appello di Torino.

Seconda tappa, 2023. Per le morti di Casale, la Corte d’assise primo grado si svolge a Novara: 12 anni di reclusione, ma Alleva non demorde. Terza Tappa, 2025. La Corte d’appello di Torino riduce la condanna a 9 anni e 6 mesi per l’omicidio colposo di 92 persone, lo assolve per altre 28 e altre 27 vanno in prescrizione. Ma Alleva non demorde: “Schmidheiny va assolto per prescrizione. Ancora oggi la scienza non può datare con certezza il momento preciso in cui insorge la malattia.”  Quarta tappa, 10 novembre 2026, in Cassazione.  

Altro capitolo da aggiungere al nostro “Ambiente Delitto Perfetto”, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia?  

Assoluzione salva Bayer.

l glifosato è l’erbicida classificato come cancerogeno nel 2015 dall’International Agency for Research on Cancer (IARC) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di Lione. La Corte Suprema americana , con sette voti a favore e due contrari, ha di fatto fermato almeno una parte delle cause che oltre 65.000 cittadini hanno intentato contro la Bayer, azienda tedesca che nel 2018 ha acquisito la Monsanto e, con essa, il suo prodotto di punta Roundup, a base di glifosato.
 
I querelanti ritengono di essersi ammalati di tumore per l’esposizione alla sostanza. Il pronunciamento non dovrebbe comunque interferire con un accordo raggiunto lo scorso mese di febbraio in Missouri, secondo il quale l’azienda spenderà 7,25 miliardi di dollari in risarcimenti da versare annualmente per un massimo di 21 anni a migliaia di persone.
 
Clicca qui Il Fatto Alimentare.

Solvay sogna (?) il delitto perfetto.

Come è dichiarato  col termine  “ecocidio” l’acclarato disastro sanitario e ambientale internazionale dei Pfas, così anche in Italia definiamo “ecocidio” il rilevamento degli “inquinanti eterni” -tossici e cancerogeni: tiroide, fegato, sistema immunitario, infertilità, tumori eccetera- nel 79% dei campioni di acqua potabile indagati (Greenpeace) in pressoché tutte le Regioni, con due epicentri drammatici: Veneto e Piemonte con centinaia di migliaia di persone coinvolte, morte o ammalate o a rischio. E proprio a Vicenza e Alessandria i tribunali hanno in mano le sorti dei rispettivi territori, anzi addirittura della messa al bando dei Pfas in Italia.
 
L’udienza penale più prossima, contro Solvay, è presso il GUP di Alessandria il 25 giugno. “L’Indipendente” titola: “Solvay sogna il delitto perfetto: solo una multa per aver devastato un territorio” https://www.lindipendente.online/2026/06/21/solvay-sogna-il-delitto-perfetto-solo-una-multa-per-aver-devastato-un-territorio/
In Alessandria, PM e GUP dovranno concordare se far proseguire il processo (il secondo) cercando (questa volta) un minimo di giustizia oppure se concluderlo con il colpo di spugna di un ancor più scandalizzante patteggiamento. In ogni caso, Comitati e Associazioni sono determinati ad avviare cause collettive in sede civile: class action inibitoria per fermare le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo e class action risarcitoria per indennizzare le Vittime.
In Veneto, contro Miteni, il primo processo, giusto un anno, fa si era concluso secondo giustizia penale: con condanne di dolo (fino a 17 anni di reclusione), ma inevitabilmente senza risarcimenti per le Vittime: perciò Comitati e Associazioni avviano class actions collettive in sede civile.  Contro chi? Anche contro Solvay?
 
C’è un cordone ombelicale che lega i due processi. Come lega la storia dei due territori: entrambi rientrano, secondo gli studiosi, nell’espressione “zone di sacrificio” https://www.leparoleelecose.it/tossicita-voci-saperi-e-conflitti-in-una-zona-di-sacrificio/ : la salute di un territorio sacrificata al profitto.
Miteni di Trissino è stata “zona di sacrificio”, lo è definitivamente. Solvay di Spinetta Marengo è stata “zona di sacrificio”, è tuttora “zona di sacrificio” (https://www.orthotes.com/tossicita/, però l’ecocidio ad Alessandria può essere fermato. 

Esami all’estero se vuoi controllare i pfas.

Voli gratuiti, alloggio pagato e screening del sangue a Bruxelles per le donne in età fertile. È la concreta iniziativa lanciata dall’eurodeputata di Europa Verde, Cristina Guarda, per sopperire a una grave mancanza del sistema sanitario italiano: l’impossibilità di accedere gratuitamente a esami specifici per rilevare la presenza di TFA (acido trifluoroacetico) e altri PFAS nel sangue, sostanze ritenute altamente nocive per la fertilità e lo sviluppo fetale.
 
L’iniziativa ha già coinvolto circa trenta donne – tra mamme, donne in gravidanza e giovani che pianificano una maternità – provenienti dalle aree contaminate del Veneto ma anche da altre regioni d’Italia.
I dati ematici raccolti, nel pieno rispetto della privacy, verranno aggregati e analizzati da un team di epidemiologi di fama internazionale. Tra questi figura il dottor Philippe Grandjean, l’esperto danese che ha definito i PFAS «il nuovo amianto» e che ha già testimoniato in aula al processo contro gli imputati del disastro ambientale della Miteni di Trissino.
 
Perché viaggiare fino a Bruxelles? Perché in Italia non ci sono laboratori che fanno questo tipo di analisi a tutti: sono gratuite o a pagamento solo per chi è sottoposto al biomonitoraggio.

L’Arpa è imparziale con Solvay?

Non è l’ennesima nostra polemica nei confronti dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale, ma è la domanda che è stata rivolta da più parti e alla quale il direttore regionale Secondo Barbero ha rassicurato Radio Gold sulle misure adottate a maggio dall’Arpa a fronte della controversa nomina di Miriam Arca a direttrice dello stabilimento Solvay Syensqo di Spinetta Marengo (https://www.rete-ambientalista.it/2026/05/02/la-strategia-solvay-di-occupare-le-istituzioni-passa-anche-dalla-strategia-dellimmagine/). Il marito della direttrice, infatti, è dipendente dell’Agenzia nel ruolo di chimico “inserito in un dipartimento che riguarda due province, quella di Alessandria e quella di Asti, non solo del sito di Spinetta”.
 
Le misure adottate riguardano l’astensione completa del dipendente da qualsiasi attività collegata al sito Solvay di Spinetta Marengo.   E non soltanto per quanto riguarda i rapporti con la società coinvolta, ma anche rispetto a tutti i procedimenti e alle attività riconducibili a quell’ambito. È stato inoltre disposto il divieto di accesso alle informazioni e alla documentazione inerente tali pratiche.
 
“Non ci sono mai stati momenti di conflitti di interesse con il dipendente della nostra agenzia” rassicura Barbero “Da maggio, abbiamo infatti attivato tutte quelle riorganizzazioni necessarie a consentire un’indipendenza tra le attività di Arpa di controllo, di vigilanza e di gestione amministrativa verso questo impianto rispetto alle attività svolte da questa persona che, quindi, non riguardano lo stabilimento di Spinetta Marengo, né dal punto di vista tecnico, né dal punto di vista amministrativo e neanche nella disponibilità di informazioni riservate che potrebbero in qualche modo non determinare una imparzialità della nostra agenzia nelle funzioni che svolgiamo”.
 
“Da quando siamo venuti a conoscenza della nomina a direttrice della dottoressa Arca, il primo maggio,   abbiamo attuato queste azioni. Ripeto: il marito non sarà assegnato ad attività di analisi che hanno un collegamento con quelle che Arpa svolge verso il sito in questione”. “Prima di maggio se ne occupava nelle sue attività ordinarie sì, ma non in maniera prioritaria. Però, da maggio il rischio di conflitto di interesse era concreto e quindi era opportuno adottare queste azioni che ho spiegato”.  “Quando siamo venuti a conoscenza di questa evoluzione degli incarichi ci siamo mossi in maniera preventiva proprio per sgomberare il campo da qualunque dubbio sull’imparzialità e sull’azione della nostra agenzia”.
 
Ma l’azione dell’Arpa non sembra propriamente “preventiva”. Prima del maggio 2026, infatti, Miriam Arca aveva lavorato per venti anni (dal 1999) nel sito alessandrino, passando per ruoli come Manufacturing Excellence Change Agent e Area Manager (a prescindere che negli ultimi due anni aveva diretto il sito Syensqo di Ospiate, frazione di Bollate). Eppure, secondo Barbero, per quei due decenni “Non esistevano i presupposti per ipotizzare conflitti di interesse”. Anzi, “Non posso escludere a priori che non ci siano altri dipendenti di Arpa Piemonte che abbiano delle parentele con persone che lavorano in Solvay Syensqo”. Non sarebbe opportuno verificarlo, Secondo Barbero?

Pfas nel vino.

Per i vigneti del Monferrato alessandrino (barbera, gavi, grignolino), che sulle colline si riparano dai venti della pianura che sbuffano dalle ciminiere della Solvay di Spinetta Marengo, un segnale di allarme proviene dal Veneto.
Già abbiamo visto il Pfas TFA nelle bottiglie di prosecco (Mionetto, Cinzano e Martini). Ora, uno studio dell’università Ca’ Foscari di Venezia, pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Pollution, ha analizzato 76 bottiglie prodotte tra il 2017 e il 2023 nelle province di Verona, Vicenza e Padova interessate dal disastro ambientale dello stabilimento ex Miteni, tra la zona rossa e la zona arancione della contaminazione da Pfas. In 75 campioni su 76 sono state trovate tracce di Pfas (cancerogeni PFBA ovvero PFOA) e in 73 casi le concentrazioni erano misurabili (concentrazione mediana di 196 nanogrammi per litro e picchi superiori ai 18mila nanogrammi per litro).
 
Isde-medici per l’ambiente stimano che consumi elevati di vino possano portare al superamento della dose settimanale tollerabile stabilita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo alla settimana).
 
Lo studio dell’università di Venezia conferma la necessità di affrontare i Pfas non come emergenza episodica, ma come problema strutturale di prevenzione primaria: cioè con controlli ovvero eliminazione sulle sorgenti di contaminazione (leggi: impianti di produzione, cioè Spinetta) che entrano nelle filiere agricole e alimentari.
Infatti, eliminare il vino dalle tavole non è la soluzione. Non ci dimentichiamo la presenza di Pfas nelle acque minerali (Panna, Levissima, Rocchetta, San Pellegrino, Sant’Anna, Uliveto, ecc.)  e nelle birre: 95% degli Stati Uniti presso le aree contaminate. La soluzione è eliminare i Pfas.

Pfas nel cibo.

La presenza di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) nei mangimi è una delle principali vie di contaminazione della catena alimentare. I limiti massimi sono regolamentati per gli alimenti di origine animale (come carne, pesce e uova), mentre per i mangimi ci si limita ad applicare raccomandazioni di monitoraggio europeo per limitare il bioaccumulo.
I mangimi (compreso il pet food) non contengono PFAS come ingredienti intenzionali, ma possono esserne contaminati.
I mangimi sono contaminati da terreno e foraggio attraverso l’uso di fanghi di depurazione o l’irrigazione con acque sotterranee contaminate, da bovini, avicoli e suini che assorbono i PFAS direttamente dall’acqua, da farine di pesce e mangimi ittici, dal contatto con imballaggi plastificati/impermeabili usati per gli animali domestici.

Resta sigillato l’altoforno Ilva.

L’altoforno 1 dell’ex Ilva di Taranto resta sequestrato. Dopo i due no al dissequestro espressi dalla Procura di Taranto l’anno scorso e dopo il no del gip di Taranto, Mariano Robertiello, arrivato a febbraio scorso, il 13 giugno è arrivato anche il no della quarta sezione della Corte di Cassazione.
 
La Corte Suprema di Cassazione ha respinto il ricorso di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, confermando il sequestro dell’Altoforno 1 dell’ex Ilva di Taranto. L’impianto era stato posto sotto sigilli dalla magistratura a seguito del grave incidente e incendio sviluppatosi nel maggio 2025.
 
L’associazione ambientalista PeaceLink ha espresso pieno sostegno all’operato della magistratura e della Procura di Taranto. In merito alla gestione dell’emergenza e alle vicende giudiziarie, l’associazione ha criticato le polemiche politiche tese a delegittimare l’azione dei giudici, ribadendo l’inaccettabilità di forzature che mettano a rischio la sicurezza e la salute pubblica.  Il riferimento è al Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso che ha criticato la decisione dei giudici, sottolineando l’ingente danno economico per l’industria siderurgica nazionale.

3) Solvay ci tenta con il governo.

Nell’udienza Gup del 4 giugno, Solvay ha chiesto la “derubricazione” (attenuazione) del reato, subito negata dal PM, sostenendo candidamente non c’è stata volontà di inquinare bensì semplice negligenza, non c’è un disastro e nessun danno alla salute pubblica.  Per “avvalorare” i paradossali “elementi chiave”, Solvay contava di patteggiare l’uscita dal processo delle “due parti civili chiave”: la regione Piemonte e soprattutto il Ministero dell’ambiente. Con i quali, però, non è -ancora- riuscita a concludere le transazioni politicamente importanti che le favorirebbero comunque di sgusciare quasi indenne dal processo per disastro colposo. Assai scarso peso, infatti, hanno i trenta denari mercanteggiati con un sindaco che si è giocato la rielezione, con le associazioni non rappresentative tipo Medicina democratica, e con il gruppo di persone fisiche con cognomi stranieri e senza Vittime tra i famigliari).
Di fronte al disastro sanitario e ambientale di Alessandria, un patteggiamento serio con un ministero serio sarebbe “mission impossible”, se non che al dicastero c’è un Tom Cruise che risponde al nome di Gilberto Pichetto Fratin. Con lui, è assolutamente impensabile che si ripeta l’accordo per lo stabilimento di West Deptford (New Jersey) col quale nel 2021 Solvay ha dovuto eliminare l’uso dei PFAS (i cosiddetti “forever chemicals” che non si degradano mai nell’ambiente e nel corpo umano) ed è stata costretta ad una transazione da 393 milioni di dollari. O ve lo immaginate voi il pacioso (coi ricchi inquinatori) ministro che impone a Solvay 1,2 miliardi euro di dollari come in Australia (clicca qui)?

4) La popolazione si ribella.

Contro le transazioni di Solvay con governo e regione, contro questa scandalosa vendita della salute della popolazione, cioè contro l’ipotesi di patteggiamento fra Procura e Solvay, il 4 giugno davanti al tribunale stavano gridando gli striscioni del presidio dei comitati e delle associazioni (e Alleanza Verdi Sinistra): “Ce l’ho nel sangue”, “Giustizia per Spinetta e tutta la Fraschetta”,  “Decenni di inquinamento non si monetizzano, si bonificano”, “Stop Solvay”,  “Chiudere le produzioni inquinanti”, “Le istituzioni non patteggino, ma vadano avanti con il processo”, “La Regione non accetti accordi economici con Syensqo”, “Non esiste assegno che possa compensare anni di contaminazione, Pfas nel sangue, preoccupazioni per la salute, sofferenze e perdita di fiducia nelle istituzioni“. Particolare bersaglio: la Regione Piemonte e il suo assessore “imbonitore” Federico Riboldi: per l’ambigua disponibilità al patteggiamento mascherata da presunta dismissione di produzione pfas (C6O4).
Non solo l’invalicabile “no patteggiamento”, in più gli avvocati d’accusa annunciano in piazza di voler derubricare il reato: ma non al ribasso come voleva la difesa Solvay: bensì da disastro ambientale colposo (1,8-5anni) a disastro ambientale doloso. (>15 anni di reclusione).

5) Ultimo atto all’Udienza Preliminare del 25 giugno.

Ultima corsa.
Non è prevedibile che, nella prossima udienza del 25 giugno, il reato venga derubricato, come chiedono avvocati dell’accusa, addirittura in disastro ambientale doloso. (>15 anni di reclusione). Tutti, però, si attendono che Pubblico Ministero e Giudice dell’Udienza Preliminare negheranno il Patteggiamento. Il PM, infatti, ha decisamente riconfermato il reato di disastro ambientale colposo, caratterizzato da consapevolezza di delinquere a danno dell’incolumità pubblica. Dunque, sarebbe inconcepibile non avviare il procedimento penale stroncandolo con un patteggiamento.
Dunque, il PM Enrico Arnaldi di Balme dovrebbe rifiutare di concordare con Solvay il delitto perfetto dell’inammissibile patteggiamento: il quale evita il dibattimento (il processo in aula), fa lo sconto della pena fino a un terzo, estingue il reato, sentenza non appellabile, benefici accessori. Insomma, un colpo di spugna sui diritti delle Vittime.
 
Dunque, qualora la procura inspiegabilmente (per pretestuoso avallo del governo?) proponesse il patteggiamento, la gup Arianna Ciavattini dovrebbe rifiutarlo: dovrebbe non ratificare il delitto perfetto ma far proseguire il processo. Perché il patteggiamento è un rito speciale del processo penale italiano: previsto per reati minori. Si può definire, senza scandalizzare, il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: un reato minore?
Analogamente per il rito abbreviato. Sarebbe un altro delitto perfetto. Al rifiuto di patteggiamento, infatti, Solvay, considerando una GUP morbida, potrebbe giocare (entro il 10 giugno?) questa carta che consente il “salto secco” del processo vero e proprio: di saltare il tribunale e, senza dibattimento di prove e testimoni, di lasciare decidere alla improvvisata GUP il caso “allo stato degli atti”, basandosi cioè solo sulle prove raccolte dal Pubblico Ministero durante le indagini. Altro iniquo privilegio è che il rito abbreviato garantisce un grosso sconto di pena: di un secco 1/3 e di un aggiuntivo 1/6 rinunciando Solvay all’appello. Un bel colpo di spugna.  Inoltre, impedirebbe –delitto perfetto– che le parti civili chiedano il pericolosissimo reato di disastro ambientale doloso come nuovo capo di imputazione.
 
Concludendo. Per il 25 giugno, grosse responsabilità gravano sulle spalle di PM e GUP. La Cassazione aveva stabilito che il polo chimico avrebbe dovuto fermarsi per impedire che i veleni finissero in falda.  Ciò non è avvenuto per i veleni storici (cromo esavalente, cloroformio ecc.) anzi, Solvay ha potenziato le produzioni di Pfas e l’inquinamento aria-acqua-suolo, e non ha provveduto alla bonifica, tant’è che le centraline Arpa continuano a confermare la presenza in aria di pfas cC6O4 e ADV, e in acqua perfino del dismesso PFOA. Neppure PM e GUP possono, per il ruolo svolto da Solvay: es. smaltimento gessi, ignorare il Geoportale Pfas della Regione Piemonte. Tanto meno le valutazioni IARC riguardanti le implicazioni cliniche dei Pfas (clicca qui).