Pfas, meglio tardi che mai.

I titoli giganteggiano: “IKEA elimina completamente i PFAS dalle sue pentole”. Più appropriato l’avverbio dovrebbe essere “finalmente”. Poco meno di venti anni fa, c’era chi (come Lino Balza) teneva conferenze in giro per l’Italia diffidando di utilizzare le pentole antiaderenti trattate con PFOA (Teflon).

Chiusura Solvay: Nazioni Unite contro Italia e Unione Europea.

La lobby chimica internazionale Solvay, a difesa dei propri lauti profitti, quale monopolista delle produzioni Pfas, arruola grandi firme. Del calibro di Mario Draghi. Supermario fu chiamato a frenare il bando totale UE dei Pfas: nel suo rapporto sulla competitività europea (settembre 2024), sostenne che limitare drasticamente i Pfas danneggerebbe la competitività europea, in particolare nei settori delle auto elettriche, semiconduttori e rinnovabili. In particolare, ma senza enfatizzare, aveva a cuore il settore militare. Invece, sparò alto dichiarando addirittura… i Pfas insostituibili per la transizione verde e digitale. Ovvio che ignorò completamente i rischi per la salute e la presenza delle alternative industriali indicate nel dossier dell’ECHA Agenzia europea per le sostanze chimiche.
 
L’autorevolezza di Draghi servì a frenare la proposta di cinque paesi europei (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia) di vietare l’uso di questi composti cancerogeni.
 
Ultimo sponsor arruolato: Jessika Roswall, commissaria europea all’Ambiente, per una missione   organizzata dall’europarlamentare Letizia Moratti (Forza Italia), guarda caso membro attivo della Commissione per l’ambiente. Per questa missione, a marzo la Roswall ha visitato il sito Syensqo Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria. Dopo aver girato, caschetto giallo e camice bianco,  a braccetto dell’amministratore delegato Mike Radossich e di Andrea Diotto, ex manager dello stabilimento che la procura accusa di disastro ambientale colposo (omessa bonifica del territorio e ulteriore inquinamento Bormida-falde-suolo-atmosfera con nuove sostanze, tra cui i Pfas), tutta sorridente (foto diffuse su Linkedin) la Roswall ha “postato” un commento entusiasta che comitati e associazioni hanno commentato su un manifesto con un enorme titolo: VERGOGNA.
 
Vergogna per aver esaltato l’ “eccellenza industriale di un’azienda scientifica innovativa che applica la ricerca chimica allo sviluppo di soluzioni più sicure, pulite e sostenibili, e assicura un’impronta ambientale migliorata”. Senza il rispetto per la popolazione falcidiata da malattie e morti.  
Di opposto avviso è Marcos Orellana, relatore speciale delle Nazioni unite sulle sostanze tossiche e i diritti umani, esperto di diritto internazionale e ambientale, insegnante all’American University di Washington e in moltissimi atenei in tutto il mondo, direttore del settore Ambiente e diritti umani di Human Rights Watch.
 
Nel suo primo mandato come relatore speciale Onu, tra il 2020 e il 2023, si era già occupato dell’inquinamento Pfas in Italia. A seguito della sua visita nel dicembre 2021, nella sua relazione finale Orellana aveva avvertito che a Spinetta Marengo è in corso un “disastro ambientale e sanitario” simile a quello del Veneto, citando la contaminazione delle acque e del suolo e dell’aria da parte del polo chimico Solvay, danneggiando gravemente la salute delle comunità locali. Non solo, aveva denunciato l’inazione politica delle autorità italiane locali e nazionali che non avevano né informato né salvaguardato la popolazione sui rischi per la salute legati alla contaminazione senza limiti da PFAS. Orellana aveva inquadrato la questione non solo come un problema ambientale, ma come una violazione dei diritti umani fondamentali, in particolare il diritto alla salute e a un ambiente pulito.
 
La relazione di Orellana aveva fatto luce sulla necessità di intervenire urgentemente per bonificare l’area e tutelare gli abitanti di Spinetta Marengo dagli effetti a lungo termine delle sostanze tossiche. Per questa urgenza, stante l’inazione delle istituzioni italiane ed europee a fermare le produzioni Solvay, le popolazioni alessandrine metteranno in campo le azioni collettive di class actions.
A sua volta ora, verso la fine del secondo mandato, Marcos Orellana sta lavorando a un nuovo report che porrà al centro la questione della messa al bando totale dei Pfas. (clicca qui uno stralcio dell’intervista).

Il principio è: chi inquina paga.

Proseguendo la narrazione (https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ ), facciamo il punto delle azioni collettive in sede civile, class actions, contro Solvay in Italia (sollecitate fin dal 2015 dal Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che alla condanna penale seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”).
 
In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti il fenomeno delle “class actions” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche: per Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa (https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/09/dunque-class-actions-anche-in-italia-contro-i-pfas-della-solvay/).
 
La regia delle nostre class actions non è unica ma l’ispirazione sì, come in coerenza divulgo da dieci anni almeno. Avendo alle spalle solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: esse riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo. Dunque, le assemblee stanno finalmente affrontando, in sede civile, le class actions -l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria–   contro i disastri Pfas anche in Italia. Vogliono essere all’insegna della partecipazione attiva piuttosto che passiva delle popolazioni.
 
In Veneto, si tratta di class actions di natura risarcitoria, ovvero di natura riparatoria: intervengono ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto dalla popolazione per responsabilità dell’azienda Miteni di Trissino (la cui solvibilità è dubbia essendo fallita, però c’è chi sostiene la responsabilità di Solvay come committente). Se ne stanno occupando due realtà diverse che offrono entrambe assistenza legale collettiva per risarcire i cittadini a livello individuale: “a costo zero, in cambio di una quota degli eventuali ristori”. Una, denominata “Risarcimento Miteni” della spa bresciana “Finanziamento del contenzioso”: annunciate 20mila adesioni per cedere il proprio diritto al risarcimento ad una realtà che poi distribuirà le somme ottenute), avrebbe sinora raccolto 10milioni di euro. L’altra è la FIDeAL, in collaborazione con le “Mamme no Pfas”, anch’essa impropriamente definibile class action generalizzata bensì azione collettiva che affronta i singoli casi individuali risarcibili da girare poi ai cittadini per una quota maggioritaria. Alle loro spalle hanno una sentenza penale per reato di dolo.
 
In Piemonte, analogamente si tratta di due azioni collettive della suddetta natura risarcitoria, ma soprattutto stiamo preparando la class action inibitoriadi natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. Ovvero: chiudere le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo, bloccare le emissioni tossiche e cancerogene, avviare la bonifica, far pagare i costi e risarcire ambiente e salute. Esempio: la richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. Esempio: Solvay è costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari per completare la bonifica dei PFAS, per affrontare il risanamento nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati, per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione. L’inibitoria ad Alessandria è irrinunciabile stante i due fallimenti dei processi penali relativi al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare i suoi enormi profitti.

Pfas: invecchiamento precoce e malattie.

La rivista scientifica Frontiers in Aging ha pubblicato lo studio di un team di scienziati guidato dall’Università Jiao Tong di Shanghai che dimostra come i Pfas alterano l’orologio biologico, cioè invecchiano l’età delle cellule rispetto all’età anagrafica, soprattutto per gli uomini tra i 50 e i 64 anni.
Va da sé che questo invecchiamento precoce peggiora i problemi di salute causati dai Pfas: tra cui alterazioni ormonali, infertilità, obesità e aumento del rischio di tumori.

I Pfas nelle carte da forno.

Chi immette in commercio una carta da forno è tenuto a rilasciare una dichiarazione sulla sicurezza, in modo da certificare che il prodotto contenga solo sostanze ammesse dalla legge. Quello che però le etichette non riportano è la presenza di tre diversi Pfas. Il test su 16 marche, che trovate su “Il Salvagente”, rivela la presenza diffusa di “inquinanti per sempre”, pur entro i limiti stabiliti dal regolamento UE relativi alla produzione e commercializzazione di imballaggi alimentari, cioè la quantità di Pfas in una forma che può liberarsi durante la cottura in forno e subire una migrazione nel cibo stesso, finendo nell’organismo di chi consuma il pasto.  Il nodo resta l’esposizione cumulativa e l’impatto ambientale sia nei processi industriali che durante lo smaltimento, quale ennesima fonte di contaminazione.

I Pfas nella pancia della mamma.

La presenza di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche, note come “sostanze chimiche eterne”) nel corpo delle donne in gravidanza e, di conseguenza, nel feto, rappresenta un serio problema di salute pubblica, con evidenze scientifiche che ne confermano il passaggio transplacentare. Il gruppo di ricerca guidato da Shelley H. Liu, docente presso la Icahn School of Medicine at Mount Sinai, in un nuovo studio nel sangue del cordone ombelicale, pubblicato su Environmental Science & Technology, ha confermato che l’esposizione ai Pfas comincia prima ancora della nascita, nell’utero, in una fase delicata e cruciale per lo sviluppo umano, quando ogni interferenza chimica può avere conseguenze a lungo termine.  
L’esposizione prenatale ai PFAS è particolarmente critica perché la gravidanza rappresenta una finestra di vulnerabilità biologica: basso peso alla nascita, parto pretermine, alterazioni metaboliche e modifiche nella risposta immunitaria ai vaccini. I prossimi passi della ricerca includeranno l’analisi degli effetti a lungo termine nei giovani ormai cresciuti e lo studio dei composti meno conosciuti individuati nel sangue del cordone ombelicale.

Pfas e ossa fragili negli adolescenti.

L’esposizione precoce ai Pfas, fin dalle prime fasi della vita, compromette lo sviluppo osseo: una nuova ricerca condotta negli Stati Uniti e pubblicata sul Journal of the Endocrine Society evidenzia il legame tra livelli elevati di Pfas e minore densità ossea durante l’adolescenza, in particolare a livello dell’avambraccio, con rischio più elevato fra le ragazze.
L’adolescenza è il periodo in cui si costruisce la maggior parte della massa ossea che accompagnerà l’individuo per tutta la vita. Una riduzione in questa fase può tradursi in maggiore rischio di fratture e osteoporosi in età adulta.

Pfas in Toscana.

Contro i Pfas, il consiglio regionale della Toscana ha approvato all’unanimità una mozione che “chiede di individuare le fonti dell’inquinamento, rafforzare i controlli, inserire stabilmente il tema Pfas nel Piano di Tutela delle Acque e istituire un Osservatorio tecnico-scientifico regionale” perché “intervenire oggi significa dare una risposta ai cittadini e alle associazioni che si battono da anni per portare all’attenzione del governo regionale questo problema e provare e mettere un argine alla diffusione di queste sostanze, purtroppo già eccessivamente presenti. L’acqua è un bene comune e va difesa con scelte coraggiose”.

I Pfas che arrivano dall’aria.

L’azienda Chemviron di Legnago, provincia di Verona, è da tempo al centro di polemiche: rigenera i cosiddetti filtri a carbone, il sistema per assorbire i Pfas dall’acqua. E nel trattarli riversa emissioni in atmosfera. Negli anni scorsi gli esposti dei cittadini avevano fatto scattare le verifiche dei carabinieri del Noe di Treviso. Monitoraggi avevano individuato la presenza di Pfas nelle acque in uscita dalla ditta, e anche da un camino.
Nel comune di Dueville,  provincia di Vicenza, manca un acquedotto e ‘acqua viene prelevata da quattromila pozzi artesiani, uno dei quali è stato però chiuso di recente a causa di valori oltre i limiti di Pfaspfba, la cui presenza è stata riscontrata nelle terre e nelle rocce da scavo della Pedemontana Veneta.
Altra fonte di preoccupazione è quella legata al progetto di realizzazione di una nuova linea di trattamento di rifiuti ospedalieri e sabbie da fonderia nell’impianto Silva a Montecchio Precalcino, provincia di Vicenza, dove la già martoriata ex Area Safond Martini insiste su una ricarica di falda acquifera.

In Veneto pagano l’inerzia di Italia e Unione Europea.

Il voto finale del Parlamento europeo è atteso entro marzo 2026, secondo cui gli Stati membri avranno tempo fino al 2033-2039 per realizzare la piena conformità di qualità ambientale per le acque superficiali e sotterranee, per quanto riguarda 25 sostanze PFAS.
Non occorre attendere il 2033 per sapere che i nostri fiumi sono in sofferenza. Il report conclusivo 2025 della campagna Operazione Fiumi di Legambiente Veneto, realizzato con il supporto tecnico di ARPAV, documenta una situazione preoccupante per il territorio padovano. Nel bacino del Bacchiglione superamenti diffusi per il PFOS lineare (limite di legge: 0,65 ng/L) in decine di stazioni in provincia di Padova. 
Sul fiume Brenta, quale eredità della Miteni, superamenti nel tratto finale verso Chioggia e Fossò, e presenza da Piove di Sacco.
Una novità: nel Retrone, affluente del Bacchiglione, sono stati rilevati per la prima volta i composti GenX e C6O4, pfas Solvay di nuova generazione, con superamento di quattro volte il limite di potabilità (100 ng/L), con ricadute a valle sull’intero sistema Bacchiglione–Padova.
Un quadro allarmante. La presenza diffusa di Pfas nelle acque del Bacchiglione rappresenta un rischio diretto per le derivazioni idrauliche ad uso agricolo, con potenziale contaminazione della filiera alimentare su un vasto territorio dell’alta pianura veneta. La zona rossa tra Vicenza, Padova e Verona presenta una contaminazione significativa, con oltre 16.000 persone con alti valori di PFAS nel sangue.

Occhio alle etichette: che siano Pfas Free.

Su padelle antiaderenti; imballaggi alimentari (compresi i contenitori da asporto e i cartoni per pizza); abbigliamento tecnico impermeabile; tessuti antimacchia per divani e tappeti; cosmetici; detergenti. Attenti agli acronimi dei Pfas più comuni con cui possiamo riconoscerli: Pfte, Pfoa ,Pfos. 
Non esistono test domestici in grado di confermare con certezza la presenza di Pfas. Tra questi, è il cosiddetto “test della goccia”. Basta versare una piccola quantità di acqua o olio su una superficie in carta o cartone, come quella di un contenitore alimentare. Se il liquido viene assorbito, è probabile che il materiale non sia trattato. Se invece rimane in superficie formando una goccia compatta, quasi perfetta, è possibile che sia stato trattato con sostanze idrorepellenti come i Pfas.

Class action contro Colgate Palmolive.

Colgate-Palmolive dovrà affrontare due azioni legali collettive per confezione ingannevole dei suoi collutori per bambini. Lo ha deciso una giudice federale di Chicago accogliendo l’istanza dei consumatori che hanno promosso le cause, i quali sostengono che i colori vivaci e i gusti accattivanti come «Bubble Fruit» e «Silly Strawberry» inducano i genitori a ritenere che il prodotto sia sicuro anche per i bambini al di sotto dei sei anni, nonostante le linee guida sanitarie statunitensi raccomandino espressamente di non utilizzare collutori al fluoro in quella fascia d’età. Il fluoro, infatti, può risultare dannoso se ingerito, soprattutto dai più piccoli.
In attesa di un possibile risarcimento per i consumatori e di una revisione delle confezioni, le cause contro Colgate confluiranno ora davanti al giudice federale. Non è la prima volta che Colgate viene attenzionata sul versante giudiziario a causa del marketing connesso a prodotti al fluoro. 

Class action contro Bayer: paga.

Il colosso tedesco Bayer, che ha già affrontato 130mila richieste di risarcimento e speso 10 miliardi di dollari, ha proposto alla Corte Suprema degli Stati Uniti un maxi  accordo per chiudere definitivamente la questione del Roundup, l’erbicida a base di glifosato. 
L’azienda, che continua a sostenere l’innocuità del Roundup  (nega non solo il linfoma non-Hodgkin, letale tumore del sangue con una latenza che può superare i 10 anni),  dall’erbicida ha eliminato il glifosato dal 2023 e ora  propone di stanziare 7,25 miliardi di dollari per risarcire le persone esposte fino al 17 febbraio 2026, che hanno sviluppato o che svilupperanno la malattia entro i prossimi 16 anni, che al momento sono circa 65mila.

Epidemiologia in Val Bormida.

Lo studio epidemiologico sulla popolazione residente nei Comuni liguri della val Bormida mira ad “analizzare l’andamento storico e attuale delle principali patologie oncologiche, respiratorie, cardiovascolari ed endocrine, eventuali eccessi di incidenza o di mortalità rispetto alla media regionale e nazionale, verificando la possibile correlazione con fattori ambientali pregressi e attuali”. In particolare con la presenza di fabbriche inquinanti: Acna ecc.
Il consiglio regionale ha escluso che lo studio sia in relazione con l’ipotesi di un inceneritore nella zona.

Ad Alessandria contro un nuovo delitto perfetto.

Si susseguono le manifestazioni della popolazione contro il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: perfino assemblee nelle chiese e nelle pizzerie.

E anche davanti alla sede del tribunale, mentre era in corso l’udienza del giudice delle indagini preliminari, sotto la pioggia si è svolto un presidio a chiedere Giustizia. Dunque, come passo immediato, a chiedere a Ministero dell’Ambiente e Regione Piemonte di cessare la contrattazione di patteggiamenti con Solvay Syensqo, che inevitabilmente vorrebbero soffocare il processo penale in corso, che (con pene ridotte, sospensioni condizionali, non menzioni, senza spese processuali ecc.), vorrebbero essere un colpo di spugna alle condanne degli storici seriali inquinatori, alla tutela della salute e alla bonifica del territorio. Insomma, governo e regione non replichino l’infausto patteggiamento del Comune di Alessandria. Un delitto.
 
I cittadini chiedono, dunque, alla neo GUP Arianna Ciavattini e al Pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme di rifiutare l’istituto del patteggiamento. Rispettivamente: il PM si opponga non dia il consenso, la Giudice non approvi respinga la richiesta di Solvay. Si cerchi di evitare un altro delitto perfetto. ***
A questo proposito, il rifiuto del patteggiamento nell’Udienza Preliminare consente il regolare proseguimento giudiziario in Corte di Assise, con tanto di dibattimento, e consentirà anche alle Parti Offese di chiedere il cambio di imputazione da colpa (reato colposo) a dolo (reato doloso) correggendo così il macroscopico errore della passata Procura: un altro delitto perfetto.
 
*** “Ambiente Delitto Perfetto”, già in tre volumi, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.  
Insieme alle decine di migliaia di contributi relativi ai “Movimenti di lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza”,  Il Sito www.rete-ambientalista.it contiene, nel merito storico e scientifico del polo chimico di Spinetta Marengo, almeno tre mila articoli.

Tossicità ecologica e politica della Solvay di Spinetta Marengo.

Dopo l’anteprima di Alessandria, il 18 marzo l’Università di Torino presenta ufficialmente il volume dei professori Martone, Altopiedi, Bechis e Ravenda,  185 pagine e 25 interventi di soggetti territoriali: cittadini, medici, avvocati, ricercatori, giornalisti ambientali, comitati, associazioni ambientaliste, sindacati, istituzioni   e amministratori locali. A pagina 165 il contributo di prospettiva politica di Lino Balza “Anno 2026, possibile una svolta per Alessandria” (clicca qui).

Sorveglianza sanitaria esposti amianto. Ma i processi?

La chiusura definitiva dello stabilimento Eternit a Casale Monferrato è avvenuta il 6 giugno 1986, ponendo fine a decenni di produzione di amianto che hanno causato il disastro ambientale e sanitario nella zona. La fabbrica, simbolo del progresso fino agli anni ’70, era nota per la polvere di amianto che ricopriva la città. L’inalazione delle fibre ha causato una grave epidemia di mesotelioma, con circa una nuova diagnosi a settimana tuttora a Casale sia tra i lavoratori e i cittadini. Per ora, quasi 3.000 morti.  Il mesotelioma è un tumore raro e aggressivo che origina dalle membrane sierose (pleura, peritoneo, pericardio), con lunghi tempi di latenza (20-50 anni) e diagnosi nefasta.
 
La ricerca sul mesotelioma mira disperatamente a migliorare la sopravvivenza attraverso terapie multimodali che combinano chirurgia, chemioterapia e l’immunoterapia. Il Movimento di lotta per la salute Maccacaro ha inteso a favorire le sottoscrizioni a favore della Ricerca Cura Mesotelioma tramite l’intero ricavato dei propri libri: vedi il Sito www.rete-ambientalista.it.
I processi Eternit, per la morte di ex dipendenti e residenti nei siti di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli, sono uno scandalo. Inizialmente, nel 2012, il magnate Schmidheiny fu condannato a 16 anni per disastro ambientale doloso. Tuttavia, nel 2014, la Cassazione ha dichiarato il reato prescritto, annullando le condanne. Nell’Eternit bis l’accusa è passata a omicidio colposo/volontario. Nell’aprile 2025, la Corte d’Assise d’Appello di Torino ha condannato Schmidheiny a 9 anni e 6 mesi per omicidio colposo di 92 persone. A febbraio 2026, la Cassazione ha disposto un nuovo rinvio a causa di un vizio procedurale (mancata traduzione della sentenza).
 
Così funziona la Giustizia. E così continuerà perché non c’entra un bel niente con la cosiddetta riforma della giustizia, ovvero con la sbruffonata della separazione delle carriere del Referendum, da bocciare con il NO.  
La fabbrica è stata chiusa nel 1986.  Il “Programma di sorveglianza sanitaria per gli ex esposti all’amianto”, previsto dalla Giunta regionale, sarà avviato nell’aprile 2026 e gestito dall’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino tramite il Centro di Riferimento per l’Epidemiologia e la Prevenzione Oncologica in Piemonte.
La sorveglianza sanitaria per i soggetti che nella loro vita lavorativa sono venuti a contatto con la sostanza, prevedrà l’erogazione di prestazioni sanitarie di primo e di secondo livello e controlli periodici per i soggetti rispondenti ai criteri relativi alla cessazione dell’esposizione ad amianto

Tossicità.

Questo volume rappresenta l’esito di un percorso di ricerca interdisciplinare sugli effetti sociali e politici della violenza ambientale e sulle istanze di giustizia espresse da comunità contaminate in zone di sacrificio.
 
Nell’ambito del progetto “Fare scienza di comunità in materia di ambiente, lavoro, salute”, il Public Engagement del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, nelle persone dei professori Rosalba Altopiedi, Eleonora Bechis, Vittorio Martone e Andrea Filippo Ravenda, ha affrontato il caso di emergenza nazionale: il disastro sanitario ed ambientale della Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria.
 
L’iniziativa, condotta nella forma di una discussione orizzontale tra ospiti e pubblico, si è svolta tramite quattro incontri pubblici nel 2025 in Alessandria insieme agli enti partner del progetto. Per il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, Lino Balza nell’intervento conclusivo “Anno 2026, possibile una svolta per Alessandria” (clicca qui) ha voluto rimarcare che NON potrà essere la sede penale del tribunale di Alessandria a rendere giustizia alla popolazione martirizzata, BENSÌ la giustizia è solo possibile tramite azioni collettive di lavoratori e cittadini: class action di azione inibitoria per la fermata delle produzioni inquinanti e class action risarcitoria per le Vittime.
 
Quale importante corollario, merita inoltre riferirsi al saggio, sulla rivista internazionale “Journal of Political Ecology”, di Vittorio Martone (Università di Torino) e Angelo Castellani (Università di Bologna): “Storia sociale dell’industria, tra violenza ambientale ed ecologia operaia. Uno studio specifico sull’impianto chimico di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria.” (clicca qui)

Il tribunale: stop all’Ilva.

Il Tribunale civile di Milano, Sezione presieduta da Angelo Mambriani, su richiesta dei cittadini Taranto, ha ordinato la sospensione dal 24 agosto 2026 dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento perché comporta «rischi attuali di pregiudizi alla salute» agli abitanti dei quartieri limitrofi all’impianto. Nel decreto, preso in applicazione della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 25 giugno 2024 che affermava “il divieto di concessione di proroghe”, vengono ricordati gli studi che dimostrano come l’alta concentrazione di inquinanti PM10 e PM 2.5 nei quartieri Tamburi, Paolo VI e Statte e «la riduzione del Quoziente intellettivo o disturbi del neuro sviluppo» siano collegate. E evidenziano la «significativa mortalità in eccesso» nella zona così come i rischi per i lavoratori dell’area a caldo.
 
Acciaierie d’Italia spa, Acciaierie d’Italia Holding e Ilva spa (tutte in amministrazione straordinaria) avranno sei mesi di tempo per riuscire a ottenere un’integrazione dell’AIA (autorizzazione integrata ambientale) che indichi “tempi certi” e “ragionevolmente brevi” entro i quali gli “studi di fattibilità, i piani ed i cronoprogrammi” relativamente alle prescrizioni ambientali ritenute “illegittime” perché non realizzate o per le quali non sono stati previsti “termini” trovino “effettiva” e “tempestiva attuazione“. Oltre quella data, in caso di mancati “adempimenti” da parte delle società, “dovranno iniziare le attività tecniche ed amministrative necessarie alla sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo” dell’acciaieria.
Quanto accaduto certifica il fallimento delle politiche industriali del governo, il quale già prova ad attaccare la magistratura legandolo al referendum.
 
L’azione inibitoria dei cittadini della città pugliese è seguita con particolare attenzione ad Alessandria, dove analoga iniziativa si sta rivolgendo nei confronti di Solvay Syensqo per lo stabilimento di Spinetta Marengo.

Per favorire Solvay, marcia indietro dell’Italia che rinvia i limiti più severi per i PFAS nell’acqua potabile.

L’Europa stringe sui PFAS, e l’Italia cosa fa? Si rimangia dei provvedimenti che avrebbero fatto la differenza.
 
Infatti, dal 12 gennaio 2026, per i Paesi dell’Unione Europea è scattato l’obbligo di monitorare e rispettare dei valori limite precisi per la presenza di PFAS nell’acqua potabileun limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro “PFAS totali” e un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 PFAS. Peraltro, sono limiti insufficienti: l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’Agenzia europea per l’ambiente considerano il limite di 100 ng/L inadeguato per proteggere la salute umana.
 
Invece, per favorire Solvay Syensqo unica produttrice, il governo con la legge di Bilancio 2026 ha introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro PFAS più pericolosi (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS) che aveva disposto. Non solo, ha rinviato anche il monitoraggio delle 6 molecole Adv che quindi al momento non saranno conteggiate nella somma di Pfas.
 
Questa tappa della tragedia Pfas dimostra due cose. 1) Serve una legge #ZeroPFAS in tutta Italia. Ma è assai improbabile una legge nazionale che metta al bando una volta per tutte la produzione e uso dei Pfas. 2) Il disastro sanitario e ambientale di Alessandria non può attendere questa lontana prospettiva: le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo devono essere fermate subito. Clicca qui Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea. – RETE Ambientalista.
 
Cioè, dobbiamo puntare a quanto sta avvenendo ora per l’Ilva di Taranto in sede civile.

Bayer nega i danni da glifosato… ma paga miliardi per i danni del glifosato.

Bayer insiste che il glifosato non è tossico ma la ricerca decennale coordinata da Daniele Mandrioli dell’Istituto Ramazzini di Bologna nel 2025 ne ha accertato effetti cancerogeni. Tant’è che Mandrioli è stato improvvisamente licenziato: clicca qui.
 
Eppure, a sei anni dal maxi-accordo del 2020, quando pagò 10 miliardi di dollari e ne accantonò altri 17 per chiudere 100 mila cause sull’erbicida glifosato commercializzato con il marchio Roundup, la Bayer ha concordato un altro maxi-esborso per chiudere le nuove cause legate al diserbante tossico e cancerogeno.  Il colosso chimico tedesco, che ha ereditato il prodotto e le sue cause dall’acquisizione della Monsanto, pagherà 7,25 miliardi di dollari nei prossimi 21 anni, dopo la ratifica dal tribunale, per chiudere sia le cause pendenti che quelle potenziali sui  casi di linfoma non-Hodgkin collegati al Roundup.

Nelle case degli alessandrini si respira cloroformio, anche cloroformio. Come sentenziò la Cassazione. Ma nessuno fa niente.

Sicuramente dal cielo ma anche dalle cantine, si respirano nei salotti di casa 6 microgrammi per metro cubo di cloroformio, 1 microgrammo di tetracloruro di metano, tetracloroetile e gli altri inquinanti provenienti dal polo chimico Solvay di Spinetta Marengo.
 
Lo conferma, dopo uno strano silenzio, la recente relazione prodotta dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale Arpa di Alessandria, oltre ad un mix di composti organici volatili, presenti a centinaia di microgrammi per litro nei pozzi interni al sito chimico. Il cloroformio arriva all’interno delle abitazioni dalle acque di falda: secondo i dati di Arpa nel pozzo interno”102” dello stabilimento risultava essercene una quantità stratosferica (200 microgrammi per litro, tre volte la concentrazione massima consentita).    
 Il cancerogeno cloroformio, che arriva da oltre confine in ferrocisterne, è utilizzato a tonnellate per ottenere il cancerogeno tetrafluroetilene, il monomero necessario a produrre i cancerogeni Pfas: miliardario fiore all’occhiello della multinazionale belga Syensqo Solvay.
 
Carta canta. Ma nessuno fa niente. Malgrado la vecchia sentenza della Cassazione, non ha fatto niente Giorgio Abonante, il sindaco di Alessandria: quale responsabile locale della sanità non ha emesso ordinanza di chiusura delle produzioni inquinanti, ma si è limitato ad una risibile ordinanza del 2022 che vietava di scendere nelle cantine. Anzi, ha addirittura patteggiato con Solvay la fuoriuscita del Comune come parte civile del processo penale (il secondo), aprendo la strada a Regione Piemonte e Governo.
 
Malgrado la sentenza della Cassazione che nel 2020 aveva condannato Solvay per disastro ambientale, nel secondo processo la vecchia Procura di Alessandria non ha imputato in reato di dolo la reiterazione degli accresciuti inquinamenti, e la nuova Procura si è trovata addirittura impantanata in un procedimento di Patteggiamento avviato dal vecchio GUP, con continui rinvii che scavalcheranno anche la prossima udienza di marzo.
 
Insomma, la Corte di Assise di Alessandria non farà niente per fermare il disastro sanitario e ambientale, fermare le produzioni inquinanti, avviare la bonifica, risarcire le Vittime. Né lo farà l’appello né la cassazione nell’arco di altri dieci anni.  Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di azioni inibitoria e risarcitoria.
 
Clicca qui l’approfondimento di Laura Fazzini su “La via libera”.

Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di inibitoria e risarcitoria.

 
Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
 
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

Il Pfas TFA prodotto da aerosol e apparecchi refrigeranti. 

Inizialmente, la notizia ha un po’ sconcertato: per chiudere il buco dell’ozono abbiamo sostituito nei condizionatori i vecchi gas nocivi (i CFC clorofluorocarburi) con sostanze (HFC idrofluorocarburi e HFO idrofluoroolefine) che, degradandosi, hanno contribuito a triplicare in 20 anni i livelli di TFA, l’acido trifluoroacetico un tipo di PFAS. Proprio il TFA che è il PFAS più abbondante nelle acque terrestri e anche quello che regolarmente emerge in quantità maggiore ovunque si cerchino Pfas. E’ quanto ha rivelato uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters.

Al “Protocollo di Montreal”, cioè al bando dei CFC, i composti di cloro-fluoro- carbonio che producevano una riduzione dell’ozono stratosferico, noi abbiamo contribuito in maniera determinante. Per noi: intendiamo Greenpeace e Lino Balza che organizzammo la scalata delle ciminiere dell’Ausimont Montedison di Spinetta Marengo issando enormi striscioni “Qui si buca l’ozono”). La manifestazione, clamorosa fra i media, produsse processi penali a carico di Greenpeace (a Ivan Novelli, che poi diventerà presidente di Greenpeace) e la progressione delle rappresaglie a Balza con il suo licenziamento. ***

Scrissi: “Posso dire che anche grazie a quel briciolo di mio coraggio personale i CFC sono stati eliminati da aerosol, frigoriferi e schiume isolanti, e che si è fermata la pandemia di tumori maligni della pelle e la rovina totale dell’ecosistema entro il 2060. Gli scienziati hanno stimato che, senza quella battaglia, lo strato dell’ozono, che circonda e difende il globo filtrando i raggi ultravioletti, avrebbe già perso oltre il 40% della sua densità sopra il Polo Sud e un nuovo buco sarebbe apparso sopra il Polo Nord”.

Oggi, a quell’orgoglio subentra la questione del pfas TFA. Tornare ai CFC o ai successivi refrigeranti? Sarebbe la peggiore delle pazzie. La posta in gioco è la salute dell’umanità. Infatti, così come si è dimostrato che l’alternativa ai CFC con gli HFC è stata a sua volta possibile con l’alternativa ecologica dei refrigeranti a base di idrocarburi naturali sicuri per l’ozono e per l’effetto serra, come l’isobutano, (peraltro usati negli anni ’30), così l’urgente traguardo della messa al bando dei Pfas non può assolutamente essere messo in discussione.

*** Gli avvenimenti sono narrati sul primo volume di “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia) e sul secondo volume de “L’avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza”.

Campagna Nazionale per la Prevenzione dei Danni da Plastica per la Salute.

I rischi da esposizione alla plastica sono noti da decenni e sottostimati, dal momento che delle 16.000 sostanze chimiche utilizzate nel ciclo produttivo il 75% non è stato valutato per la salute umana, di quelle valutate oltre 4.200 sono valutate altamente pericolose, 1.500 cancerogene mutagene o tossiche per la riproduzione e 47 interferenti endocrini.
 
L’impatto complessivo sulla plastica è difficile da stimare, perché bisogna considerare l’intero ciclo di vita. Dalle fasi di estrazione delle materie prime fossili alla fase della produzione (responsabile del 5% delle emissioni industriali globali di gas serra), al degrado nell’ambiente.
Tra gli effetti riferiti all’esposizione a sostanze chimiche plastiche, troviamo: la compromissione del potenziale riproduttivo, effetti perinatali, riduzione delle funzioni cognitive, resistenza all’insulina, ipertensione e obesità nei bambini e diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, ictus, obesità e cancro negli adulti. Aumentano inoltre i rischi infettivi dovuti alla capacità acquisita dalle zanzare di deporre le uova nei rifiuti di plastica. E aumenta anche il fenomeno dell’antibimicrobico resistenza, grazie alla capacità dei batteri di colonizzare la plastica. Infine, abbiamo la drammatica diffusione delle micro e nanoplastiche MNP (particelle di plastica piccolissime) nell’ambiente e in tutti gli organi del corpo umano.
 
Infine, si pone l’accento sulla sicurezza delle plastiche riciclate: ci sono prove crescenti che la plastica riciclata sia suscettibile di rilasciare un maggior numero di sostanze chimiche, e il processo è molto inquinante. E su quelle biodegradabili, alcune delle quali possono, come le altre, frammentarsi in microplastiche e/o rilasciare sostanze chimiche potenzialmente tossiche.
Si è formato un fronte massiccio di medici italiani a favore della “Campagna Nazionale per la Prevenzione dei Danni da Plastica per la Salute”, promossa dall’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE) e dalla Rete Italiana Medici Sentinella (RIMSA). Il gruppo di lavoro è formato da 43 specialisti.
La campagna prevede una serie di tappe e diversi gruppi di lavoro tematici. Uno dei progetti più importanti della campagna è quello “Spesa Sballata® – Dimensione Italia”: dal 2027 obbligo degli esercizi commerciali ad accettare i contenitori riutilizzabili portati dai clienti e dal 2028 ad offrirne di riutilizzabili.
 

Class action collettive contro il glifosato.

Daniele Mandrioli, direttore del Centro di Ricerca Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna, lo scienziato che ha coordinato il Global Glyphosate Study fino a provare un legame tra l’aumento di tumori nei ratti e l’esposizione al famigerato erbicida, è stato licenziato dalla cooperativa che gestisce l’ente.
 
Da chi e perché è stato sollevato dal suo incarico?  Secondo il Centro di ricerca del Ramazzini non c’è nessuna longa manus dell’industria dei pesticidi (Bayer) dietro la cacciata di Mandrioli. Per saperne di più, clicca qui.
 
Secondo IARC (International Agency for Research on Cancer) il glifosato, e i fitofarmaci che lo contengono, è classificato  come “probabile cancerogeno per l’uomo”.
 
Per l’EFSA-Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, è “improbabile cancerogeno”.
 
In Italia, il 7 ottobre 2016 è entrato in vigore il Decreto del Ministero della salute  con il quale si dispone la revoca dell’autorizzazione all’immissione in commercio dei prodotti fitosanitari contenenti glifosato con il coformulante ammina di sego polietossilata. Di conseguenza è ancora legale in Italia il commercio e l’utilizzo del glifosato associato ad altri coformulanti.
 
Bayer ha annunciato che negli Stati Uniti sono state avviate oltre 13000 cause legali relative al Roundup. Alcune hanno riconosciuto numerosi risarcimenti per milioni di dollari. Nel 2020 Bayer, che ha acquisito Monsanto nel 2018, ha accettato un accordo da 10 miliardi di dollari come risultato di una serie di azioni legali collettive che sostenevano che il Roundup abbia causato il cancro.
 

Dunque, class actions anche in Italia: contro i Pfas della Solvay.

Dunque si avviano class actions anche in Italia: contro i Pfas, contro Solvay Syensqo di Spinetta Marengo: https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ .

Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
 
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

A maggior ragione si avviano class actions contro Solvay dopo lo scandalo dei patteggiamenti.

 STOP.
Stop Solvay.
 
E’ così perché, mentre a Vicenza nel processo per l’avvelenamento doloso della Miteni di Trissino il tribunale ha riconosciuto al ministero dell’Ambiente un pur esiguo risarcimento di 58 milioni di euro per i costi sostenuti dal 2013, invece, addirittura per la Solvay di Spinetta Marengo, dopo che il complice e inerte Ministero aveva disatteso perfino  la Cassazione omettendo richiesta risarcitoria al tribunale civile, il governo sta concludendo un patteggiamento con la multinazionale Syensqo di Alessandria, unica produttrice italiana dei Pfas tossici e cancerogeni.
 
Questo patteggiamento “riservato” è entrato nel solco di quello del Comune di Alessandria (una elemosina di 100mila euro destinati al taglio dell’erba dei cimiteri) e sarà appresso con quello della scalpitante Regione Piemonte; alle quali tre compra-svendite si allineeranno i mercanteggiamenti delle associazioni ambientaliste (che meritano un commento etico a parte). In Italia i risarcimenti di Solvay sono oboli per tutti. Così, a tacere la Regione, sarà, siamo facili profeti, con il ministero dell’Ambiente: non si avvicinerà ai 393 milioni di dollari sborsati da Solvay nel New Jersey per la bonifica di quei pfas C6o4 e ADV che pur furoreggiano sul territorio di Alessandria. Tant’è che Gilberto Pichetto Fratin ha già “assolto” Solvay non inserendo Spinetta Marengo fra i Siti di interesse nazionale, zone contaminate da sanare sotto la supervisione del ministero, cioè non chiedendo la bonifica.
 
Va da sé che, dopo queste mali-intese economiche, le parti civili lasciano il processo. Per legge, il Patteggiamento definitivo avviene tra imputati, procura e giudice. E’ augurabile ma è abbastanza impensabile che la Procura di Alessandria si “ostini” ad impedire un patteggiamento quando praticamente le parti civili sono d’accordo. E va da sé che il GUP ne prenda atto. Anche perché sia la Procura che il GUP sono esordienti e hanno avuto appena il tempo di scorgere gli atti del processo.
 
Così, anche senza ricorrere a rito abbreviato, di rinvio in rinvio, di slittamento in slittamento, si celebrerà la strategia processuale del nuovo avvocato di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva, già celebre difensore della celebre famiglia Schmidheiny nel processo Eternit, il quale con l’inerte Pichetto Fratin dialoga in piemontese.
Così, verosimilmente a breve, con quattro soldi la multimiliardaria Syensqo uscirà senza ossa rotte dal secondo pur blando processo di Alessandria. A meno che (il diavolo non sempre riesce a coprire le pentole con i coperchi) l’ex avvocato della multinazionale, Luca Santa Maria, non riesca a coinvolgere le responsabilità di Solvay nel processo Miteni, e mandare di traverso gli spumeggianti calici della sfarzosa viticoltura monferrina di Alleva. Ma è l’avvio delle class actions che forse non sarebbe estraneo alle dimissioni della CEO Ilham Kadri.
 
Di sicuro, i quattro soldi si moltiplicheranno se andranno in porto le class actions: in primo luogo, avanti di risarcire, Solvay sarebbe costretta a chiudere le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo in quanto non è in grado di andare oltre la mera insufficiente messa in sicurezza (le incontenibili barriere idrauliche), in quanto non intende finanziariamente concludere la bonifica. Infatti, non avendo illecitamente ottemperato alla sentenza di “ripristino delle risorse naturali danneggiate da cromo esavalente, cloroformio, pfas eccetera”, anzi -nascondendosi dietro venti anni di piani di caratterizzazione e analisi di rischio, ovvero nascondendosi dietro il Comune- ha procurato il doloso risultato di peggiorare acqua+aria+suolo sia all’interno che all’esterno del Sito, immettendo addirittura nuovi cancerogeni (neppure dichiarati alla complice Provincia).
 
E tutto ciò: ancora dopo dieci anni dalla condanna del primo processo: avviato con il capo di imputazione di avvelenamento doloso delle acque (analogo alla odierna sentenza Miteni).  Sono dati di fatto e atti processuali che attestano incontrovertibilmente -per il maggiore disastro sanitario e ambientale nazionale da Pfas e non solo- sia la riconosciuta responsabilità di una contaminazione pregressa e attuale, sia il correlato obbligo di provvedere al ripristino dei danni cagionati, che non potrà avvenire in sede penale bensì tramite class actions

Consigli comunali regionali e provinciali firmano la messa al bando dei Pfas. Per Alessandria: class action.

Sono già 129 i Comuni del Veneto, 95 di questi sono nella provincia di Verona, che nei loro consigli comunali hanno approvato la mozione proposta dalla Rete Zero Pfas per chiedere al Parlamento italiano di attivarsi per una legge che metta al bando i Pfas vietandone la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo. La mozione è stata nel frattempo approvata anche dal consiglio regionale del Veneto (oltre che da quelli di Piemonte e Umbria) e dai consigli provinciali di Verona e Vicenza e da qualche comune in Lombardia, Piemonte e Liguria.
 
In particolare, per Alessandria la messa al bando si può già realizzare, tramite class action inibitoria, con la fermata immediata delle produzioni della Solvay di Spinetta Marengo, unica produttrice in Italia. La Rete sottolinea, infatti, quanto la posizione della Ue -a braccetto del parlamento italiano– vada in tutt’altra direzione: la Commissione intima al Parlamento di non porre limiti alla loro produzione e al loro utilizzo perché comporterebbe “rischi per la competitività globale dell’Europa” in particolare nei settori della produzione di armi, aerospaziale e nella produzione di semiconduttori, ignorando al contempo i gravi effetti sulla salute dei cittadini esposti a queste sostanze.

Cancri da Pfas per maschi e femmine, adulti e bambini.

Complessivamente, si stima che i Pfas nell’acqua potabile contribuiscano a più di 6.800 casi di cancro ogni anno, sulla base dei dati più recenti dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti (Epa).
I ricercatori del Dipartimento di Scienze della Popolazione e della Salute Pubblica presso la Keck School of Medicine hanno studiato che tra il 2016 e il 2021, le contee degli Stati Uniti con acqua potabile contaminata da Pfas avevano una maggiore incidenza di alcuni tipi di cancro, che differivano in base al sesso.
 I maschi nelle contee con acqua potabile contaminata avevano una maggiore incidenza di leucemia, così come tumori del sistema urinario, del cervello e dei tessuti molli, rispetto ai maschi che vivevano in aree con acqua non contaminata.
Le femmine avevano una maggiore incidenza di tumori alla tiroide, alla bocca e alla gola e ai tessuti molli.
Recenti valutazioni dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) confermano i Pfas nell’aumento del rischio di sviluppare specifiche forme di:
Cancro al rene (carcinoma a cellule renali): sicuramente dovuto al Pfoa. 
Cancro al testicolo: in particolare tra i lavoratori del settore chimico e le popolazioni residenti in aree contaminate.
Cancro alla tiroide: trattato con tiroidectomia e terapia radiometabolica.
Cancro mammario e dell’apparato riproduttivo femminile: tumore al seno e alle ovaie.
Cancro al cervello (glioblastoma): in nell’area dei Vigili del Fuoco.
Melanoma e cancro alla prostata: rischio raddoppiato di melanoma e altre neoplasie.
Infine, studi scientifici recenti dell’Università di Padova, in particolare quelli condotti nella “zona rossa” del Veneto, hanno evidenziato una correlazione significativa tra l’esposizione ai PFAS e:
Aumento del Colesterolo: rischio cardiovascolare doppio rispetto alla media nella zona contaminata del Veneto.
Alterazione della Coagulazione: maggior rischio di trombosi e infarti.
Mortalità Cardiovascolare: inclusi infarti e malattie ischemiche.
Ipertensione e Aterosclerosi: calcificazione coronarica e aortica, e danni vascolari precoci.

I Pfas aumentano il rischio di malattia epatica nei giovani.

Un nuovo studio statunitense condotto da ricercatori della Keck School of Medicine dell’Università del Southern California e dell’Università delle Hawaii evidenzia che l’esposizione ai Pfas è associata a un rischio significativamente maggiore di sviluppare malattia epatica nei giovani. I ricercatori hanno analizzato campioni di sangue e risonanze magnetiche del fegato di adolescenti e giovani adulti, riscontrando che livelli più elevati di due PFAS comuni (PFOA e PFHpA) erano collegati a un aumento fino a quasi tre volte del rischio di sviluppare metabolic dysfunction-associated steatotic liver disease (MASLD), una forma di malattia epatica spesso silente, ma potenzialmente progressiva. La MASLD può portare a complicazioni gravi nel tempo, se non diagnostica e gestita precocemente. L’adolescenza rappresenterebbe una finestra di vulnerabilità critica durante la quale l’esposizione a PFAS potrebbe avere effetti più marcati, soprattutto in concomitanza con l’accumulo di grasso nel fegato.

I PFAS aumentano il rischio di diabete in gravidanza e di mortalità dei nascituri.

L’ analisi condotta da ricercatori e ricercatrici della “Icahn School of Medicine del Mount Sinai” e pubblicata da poco su The Lancet eClinicalMedicine. è la ricerca più estesa e completa sul ruolo dei PFAS nell’insorgenza del diabete,  con una disamina di 129 studi epidemiologici alcuni dei quali hanno coinvolto quasi un milione di persone. Preoccupanti restano i risultati sul diabete in gravidanza. L’esposizione ai Pfas lascia tracce nelle donne incinte, le sostanze raggiungono anche il feto e non c’è modo di sfuggire agli inquinanti eterni.
Infatti, altro allarme arriva da una ricerca pubblicata su PNAS che ha analizzato i dati sulle nascite nel New Hampshire tra il 2010 e il 2019, concentrandosi su comunità esposte ad acqua potabile contaminata da PFASla mortalità infantile nel primo anno di vita risulta più che raddoppiata (+191%), con 611 decessi aggiuntivi ogni 100.000 nascite. Non solo. Le nascite estremamente premature, prima delle 28 settimane di gestazione, aumentano del 168%, mentre i neonati con peso inferiore ai 1.000 grammi crescono del 180%.

Una mela al giorno non ti leva il medico di torno. Se contiene Pfas.

Il nuovo report di “Pesticide action network PAN” ha analizzato mele vendute nei supermercati di 14 stati europei. Il 64 per cento dei campioni contiene almeno un pesticida prodotto con i composti cancerogeni pfas, gli “inquinanti eterni”. In Italia la patria delle mele è il Sud Tirolo. Il report di Pan conferma questa allerta. In quattro delle cinque mele sono stati trovati due specifici prodotti chimici considerati pericolosi dalla comunità scientifica europea, l’Acetaprimid e il Fludioxinil. Il primo è un insetticida tossico per le api, con risultati scientifici che indicano la tossicità per lo sviluppo cerebrale dei feti. Il secondo è un pesticida contenente Pfas, interferente endocrino e inserito nell’elenco dei pesticidi più tossici dell’Unione Europea.
 
I Pfas presenti nei pesticidi una volta immessi in ambiente si degradano in altri composti, come il Tfa, rilevato in grandi quantità in tutti i suoli e fiumi europei. Secondo il regolamento europeo sui pesticidi, i pesticidi che si degradano in tali composti tossici andrebbero vietati, ma la Commissione europea e gli Stati membri non hanno ancora adottato misure per ritirarli dal mercato.

Contro il TFA non basta allungare il vino con l’acqua.

Il TFA non è arrivato per caso: si tratta infatti di un metabolita di PFAS ancora ampiamente utilizzati, soprattutto in pesticidi e gas refrigeranti. È altamente solubile, persistente e in grado di raggiungere falde e sorgenti anche a grande distanza dai luoghi di emissione. Il risultato è una contaminazione diffusa e trasversale, che riguarda acqua, alimenti e bevande alcoliche.
 
A differenza dei vecchi PFAS, che sono molecole ‘pesanti’ che si depositano nei fanghi o nel sangue, il TFA è una molecola ultra-corta e iper-mobile. Questo le permette di penetrare ovunque. Nel 2024 Pesticide Action Network Europe (PAN Europe) ha analizzato acque minerali commercializzate in diversi Paesi europei, trovando TFA in numerosi campioni, spesso a concentrazioni rilevanti. Per le acque minerali, al momento, non esiste alcun limite legale.
Il TFA viene assorbito anche dalle radici delle piante: è stato rilevato in concentrazioni significative nel vino europeo e in diversi prodotti ortofrutticoli.
 
L’ “Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche, ECHA” ha recentemente riclassificato il TFA come tossico per la riproduzione. Inoltre, le evidenze più recenti suggeriscono possibili effetti su fegato, sistema endocrino e riproduttivo, oltre a un impatto ecotossicologico non trascurabile.

Perchè le class actions: risarcimenti milionari per la popolazione di Alessandria.

Chi scrive, avendo dissentito nel 2015 dalla sentenza del tribunale di Alessandria contro Solvay**, sostiene, tenacemente operando da allora, che i limiti del processo penale devono essere superati in sede civile. Come d’altronde, alle azioni collettive, alle class actions sollecitava il Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”. Finalmente, dieci anni dopo, prendono corpo le class actions.
 
L’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono due strumenti complementari di tutela nel diritto civile italiano: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. La seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto. In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti il fenomeno delle “class actions” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche, Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa.
 
Finalmente nel 2026, class actions si stanno organizzando, più o meno coordinate, in Piemonte e in Veneto. Avendo solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo.
Qui ora, senza riprendere quanto più volte documentato in questi anni, ci soffermiamo sulle azioni inibitoria e risarcitoria in sede civile relative al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare gli enormi profitti (peraltro riconducibile al reato di “avvelenamento doloso delle acque” che era nel capo di imputazione del 1° processo Solvay e che è sentenziato nel processo Miteni).
 
Azioni relative, cioè, alla contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo, che l’azione inibitoria innanzitutto può bloccare: bloccare oggi le produzioni, bloccare per i danni futuri (principio di precauzione) e risarcire i danni passati e presenti e futuri. Le cause collettive mirano a risarcire due categorie di danni, per i quali la prova del nesso causale con le condotte criminose non ammette discussioni.
Distinguiamo così i danni ambientali e costi di bonifica per la perdita di risorse naturali e alterazione degli ecosistemi, danni irreversibili e risarcibili da tutelare da parte dello Stato e degli Enti territoriali (Comune e Regione), come avvenuto per le elevate sentenze di risarcimenti comminate dai tribunali internazionali: dai 670 milioni di dollari alla DuPont ai 12,5 miliardi di dollari alla DuPont. Per Solvay, un fondo per la bonifica di 1 miliardo di euro appare sottostimato.
 
Distinguiamo così i danni alle persone: le Vittime per eccellenza. Infatti, la contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo è inevitabilmente anche contaminazione dell’organismo umano, ovvero nel sangue, es. il 100% di Pfas nei campioni ematici testati, con danni irreversibili e risarcibili. Questi danni per la popolazione alessandrina riguardano le alterazioni biologiche e le patologie contratte: ad esempio, per i Pfas, le cartelle cliniche per tumori renali/testicolari, tiroide, colesterolo, l’aterosclerosi, rischio di infarto e ictus, ipertensione eccetera. E va anche rilevato, ad esempio per i Pfas, che elevati livelli nel sangue costituiscono un danno risarcibile anche in assenza di sintomi: la consapevolezza di avere nel sangue sostanze pericolose genera danni per angoscia, stress e limitazioni alla qualità della vita.
 
Insomma, stiamo parlando di danni risarcibili, con class action, per decine di migliaia di cittadini di Alessandria. E non considerando il “metus”: la giustificata paura della malattia. Il risarcimento individuale del cittadino, infatti, terrà conto sia del danno biologico (quantificato in base al grado di contaminazione e alle patologie correlate) sia del danno morale/esistenziale. A quanto possono ammontare il danno biologico temporaneo per la presenza del veleno nel corpo, il danno biologico permanente e patrimoniale per coloro che hanno sviluppato patologie correlate e hanno sostenuto costi medici, e il danno morale per la sofferenza psichica?
I risarcimenti individuali sono diversificati dalla gravità della lesione e dalla durata dell’esposizione. Considerando i parametri delle tabelle medico-legali italiane e i precedenti riferimenti internazionali, agli esperti il risarcimento medio di 150mila euro per soggetto appare plausibile.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.
 
**  “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.

Cloroformio tra Tortona e Alessandria.

Nelle acque sotterranee, una vasta area del Comune di Pozzolo Formigaro è contaminata dal cancerogeno cloroformio, con valori microgrammi per litro fuori norma nel monitoraggio sui pozzi.
 
L’origine del cloroformio? C’è chi punta il dito contro gli scavi del Tav Terzo Valico, dove però la sostanza non viene utilizzata. C’è chi, invece, addita il solito inquinatore: lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo, sobborgo di Alessandria, si trova nell’area della “Fraschetta” che confina a sud con il comune di Pozzolo Formigaro.   Le due zone sono adiacenti nella parte sud-orientale della provincia alessandrina, tra la periferia di Alessandria, il novese e il tortonese.
 
Quali provvedimenti prendere? Il sindaco di Pozzolo, Domenico Miloscio, è consigliato dal sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante. Questi si era trovato, tre anni fa in analoga situazione. Emettere una ordinanza, come gli compete quale massima autorità sanitaria locale, per chiudere precauzionalmente gli impianti inquinanti della Solvay? Invece, Abonante diramò una ordinanza alle famiglie di mezza Spinetta sulle misure di precauzione da adottarsi nei locali interrati di pertinenza delle loro abitazioni: non andare nelle cantine da dove risaliva il cloroformio, tantomeno a fumare o a consumare cibi, procurarsi dei ventilatori, non custodirvi altre sostanze chimiche, non riscaldarle, non fare buchi sui pavimenti, non tinteggiare le pareti…
 
L’ordinanza di Abonante è tuttora in vigore. Potrebbe adottarla anche Miloscio, anche lui di centrosinistra, addirittura presidente della Prima Commissione della Provincia di Alessandria, il presidente della quale è Luigi Benzi (Fratelli d’Italia) specialista degli “omissis” per l’Autorizzazione Integrata Ambientale della Solvay.  

I Pfas sotto controllo della Regione.

Non si tratta del Piemonte, patria della Solvay e del disastro ecosanitario nazionale, ma della piccola Umbria che ha avviato per tempo controlli sistematici e creato un sistema stabile di monitoraggio continuo dei PFAS nelle acque potabili. La Regione ha attivato un protocollo inter-istituzionale che coinvolge ARPA Umbria, le USL territoriali e i principali gestori del servizio idrico — Umbra Acque, SII e VUS.
 
Questo accordo ha dato il via al primo piano di sorveglianza ambientale permanente sui PFAS in Italia, prevedendo la raccolta di 228 campioni distribuiti su tutto il territorio regionale. Ogni prelievo è pianificato secondo scadenze fisse e viene analizzato in laboratori accreditati. Oltre ai controlli effettuati dai gestori, anche ARPA e le USL condurranno verifiche indipendenti per garantire la massima trasparenza. Tutti i dati verranno pubblicati online sul portale lacquachebevo.it, in modo che i cittadini possano conoscere in tempo reale lo stato della propria acqua, avendo a disposizione informazioni dettagliate, comprese le matrici analizzate, i nomi dei laboratori e le aree monitorate.
 
Nel caso in cui le analisi dovessero rilevare valori di PFAS superiori ai limiti consentiti, il sistema di controllo attiverà immediatamente una procedura d’emergenza. I campioni saranno analizzati nuovamente da un secondo laboratorio indipendente. In caso di conferma, interverranno congiuntamente Regione, ARPA, AURI, ASL e i Comuni interessati per decidere le misure più idonee: filtri specifici, deviazioni temporanee della rete o uso di fonti idriche alternative.

4) Non sono queste condotte dolose?

Uno degli esposti denunciati dal “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” alla Procura di Alessandria https://www.rete-ambientalista.it/?s=Accuso+Solvay+in+tribunale+per+il+mio+cancro.+Ma+anche+per+gli+operai.  
ha riguardato i risultati delle ricerche scientifiche (Centre Hospitalier Universitaire de Liège Service de toxicologie Professeure Dr Corinne Charlier), che permettevano già anni fa di affermare che la popolazione di Spinetta Marengo è significativamente contaminata sia dai cosiddetti “vecchi” che dai “nuovi PFAS: PFOA – C6O4, – ADV, tutti tossici e cancerogeni.
Si consideri che anche  questa testimonianza è impedita dal GUP che ha escluso Lino Balza quale parte civile al Processo in corso.

5) Otto indagini epidemiologiche non bastano per risarcire le vittime del disastro sanitario di Alessandria?

I focolai dei decessi
L’indagine epidemiologa dell’Università di Liegi, alla quale abbiamo collaborato, è stata la prima mirata sulle analisi del sangue per i Pfas della popolazione alessandrina, come chiedevo invano dal 2009 anche con esposti in magistratura. Pur senza questa decisiva importante evidenza, nei decenni precedenti non erano certo mancate indagini epidemiologiche. Ne avevamo infatti molte altre su cui cercammo anche di attivare la preoccupazione sanitaria istituzionale: https://www.rete-ambientalista.it/2022/09/03/otto-indagini-epidemiologiche-non-bastano-per-risarcire-le-vittime-del-disastro-sanitario-di-alessandria/

6) Centinaia di monitoraggi non bastano per chiudere gli inquinamenti?

Raramente i giornalisti hanno coraggio e libertà, raramente i giornali (soprattutto locali) se la sentono di fornire fino in fondo, come facciamo noi, le informazioni sullo stato dell’inquinamento della Solvay di Spinetta Marengo. L’ultima rarità (19 dicembre) titola: “L’inquinamento invisibile: cloroformio nelle cantine. I dati Arpa”.
 
Per la precisione: dalle cantine non sale solo cloroformio ma anche tetracloruro di carbonio, tetracloroetilene, tricloroetilene ecc.  Fa poca differenza: sono tutti cancerogeni. Ben quattro anni fa (agosto 2022), il sindaco di Alessandria firmò una ordinanza che scandalizzò ambientalisti e cittadini: piuttosto che ordinare a Solvay di fermare gli impianti inquinanti: Giorgio Abonante “raccomandò” (sic) agli abitanti di Spinetta di aerare gli ambienti e con ventilatori se privi di finestre, non riscaldarli, chiudere e impermeabilizzare le fessure e i tombini sui pavimenti ma senza  tinteggiare le pareti, con divieto (sic) di soggiornarvi a lungo, non consumarvi cibi o bevande, non fumare beninteso.
 
Questo, di Abonante, è il primo e unico atto ufficiale riferito a questi fatti (oltre alla querela a Lino Balza per diffamazione aggravata a mezzo stampa). Infatti, dopo quattro anni, non è cambiata la condizione delle abitazioni spinettesi (detta “vapor intrusion”), tant’è che l’ordinanza è sempre in vigore, ma non si è aggiunta l’ordinanza di fermata degli impianti. Sebbene l’Arpa abbia avuto il coraggio di proseguire con campagne i monitoraggi della qualità dell’aria indor: le ultime quattro nel 2025. Collegate, ovviamente all’avvelenamento dei tre livelli della falda dentro e soprattutto fuori lo stabilimento, con la conferma dell’incremento delle classi di parametri: contaminanti inorganici, contaminanti organici storici e Pfas.

Gli industriali negano perfino che il Tfa sia un Pfas.

Il Tfa, acido trifluoroacetico, è il più diffuso tra i Pfas inquinanti eterni, sul pianeta. Si trova ovunque lo si cerchi: nelle acque in bottiglia e in quella di rubinetto, nel vino, nei cereali, nell’aria e nel sangue umano, in tutto il mondo. La più piccola molecola della famiglia dei Pfas è nota da tempo, ma solo di recente si cominciano a studiare gli effetti per la salute umana. Stefano Polesello e Sara Valsecchi, i ricercatori del Cnr che nel 2011 hanno scoperto l’inquinamento da Pfas in Veneto, spiegano perché il Tfa riesce a raggiungere anche le sorgenti di montagna.
 
Il motivo principale per cui il Tfa si trova dappertutto nell’ambiente è che deriva dalla degradazione in atmosfera degli idrofluorocarburi (fino al 1988) e degli F-gas: il Tfa, idrosolumile, quando c’è pioggia, entra nel ciclo dell’acqua e va finire ovunque, non solo vicino ai siti industriali (è in fenomeno maggiore dell’inquinamento di Alessandria della Solvay di Spinetta), ma anche in montagna, dove le sorgenti sono più pure, e va a ricaricare le falde. Per questo le acque in bottiglia ne contengono in grande quantità. Siccome è piccolissimo (solo atomo di carbonio fluorurato e non due) non si riesce a filtrare con i carboni attivi e a misurarlo in maniera sistematica.
 
Da gennaio 2026 entreranno in vigore in Italia nuovi limiti per l’acqua potabile. Con il decreto legislativo 102 di giugno 2025, il governo ha stabilito che non deve essere superata la soglia di 0,02 microgrammi per litro per la somma di quattro Pfas: Pfoa, Pfos, Pfna e Pfhxs, la cui pericolosità è stata provata, ed è fissato a 0,1 µg/l la somma per trenta Pfas potenzialmente rilevanti nelle acque. Per la prima volta, inoltre, viene fissato un limite per il Tfa: 10 microgrammi per litro, da gennaio 2027.

Pfas distribuiti coi pesci in tutto il mondo.

La nostra esposizione ai Pfas avviene anche tramite il pesce che mangiamo. A ribadirlo è una nuova analisi di un team di ricerca cinese che ha puntato i riflettori sul mercato ittico globale, evidenziando il ruolo cruciale che ricoprirebbe nel ridistribuire il rischio di esposizione alle cosiddette sostanze chimiche “eterne” in tutto il mondo. Nord America, Oceania ed Europa, registrano i livelli di assunzione giornaliera di Pfas tramite il consumo di pesce (surgelato) più elevati.
Lo studio, appena pubblicato sulla rivista Science, combina i modelli delle reti trofiche marine, i dati sulla pesca globale e le misurazioni delle sostanze chimiche eterne nell’acqua marina prelevata da 3.126 siti nell’arco di 20 anni (dal 2010 al 2021).

Pfas nei laghi d’Iseo e Idra.

I PFAS, gli inquinanti «eterni» presenti nelle acque dei territori più industrializzati (il record spetta al Veneto) sono stati ritrovati — fino a dieci volte lo standard di qualità ambientale: 26 microgrammi al chilo — anche nei coregoni del lago d’Iseo. Sul lago d’Idro anche il pesce persico nel 2023 è risultato non conforme (21,4 mcg/kg).

PFAS, la sigla tossica che avvelena Alessandria.

I PFAS avvelenano Alessandria. Sono ovunque, avvolgono la nostra quotidianità: migliaia di sostanze sintetiche utilizzate per una quantità inimmaginabile di oggetti: dalle padelle antiaderenti agli imballaggi, dai cosmetici ai tessuti impermeabili, fino alla carta antiaderente e alla schiuma antincendio.

Sono i PFAS, sostanze per- e polifluoroalchiliche, conosciute come inquinanti eterni perché, una volta che entrano in un ecosistema, non se ne vanno più. I loro legami sono troppo forti, quasi nulla riesce a scalfirli. Oggi sono al centro di enormi preoccupazioni per i rischi potenziali per la salute umana: disturbi ormonali, problemi immunitari e, in alcuni casi, tumori: le ricerche più avanzate stanno mostrando che siamo circondati da sostanze potenzialmente molto pericolose.

In questa puntata ripercorriamo la genesi di questi polimeri, il viaggio che hanno fatto da un laboratorio americano alle produzioni negli stabilimenti di tutto il mondo, anche in Italia, dove i PFAS sono legati a disastri ambientali e a gravi casi di inquinamento.

Ad Alessandria il polo chimico ex Solvay è l’unico stabilimento a produrre PFAS in Italia. Che sono nell’aria, nell’acqua, e così sono arrivati nel sangue di cittadine e cittadini.

Clicca qui la puntata numero 4 con collaborazione di Lino Balza.

“Molecole, storie di legami e di veleni” è una serie audio scritta da Rita Cantalino e Alessandro Coltré. Prodotta da Fandango Podcast, A Sud e Valori.it

Alla festa dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

L’ambito riconoscimento insignito dal presidente Stefano Tallia quale “testimonianza di stima e di gratitudine”.
 
Da parte sua, il sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante, aveva già anticipato il brindisi in onore del proprio conterraneo… con una querela per diffamazione a mezzo stampa (diffamazione aggravata, fino a tre anni di reclusione), avendolo “Tale Lino Balza” (sic) accusato dal punto di vista etico, politico e morale  di non essersi impegnato a salvaguardia della salute dei suoi concittadini con  comportamenti non adeguati a far fronte alla gravissima situazione ambientale e sanitaria della Solvay di Spinetta Marengo: 1°) non ha emesso ordinanza sindacale e urgente di fermata delle produzioni inquinanti dentro e fuori il Comune, come imporrebbe quanto meno il principio di precauzione al sindaco massima autorità sanitaria locale, e 2°) ha addirittura patteggiato con Solvay l’uscita del Comune quale parte civile dal procedimento penale, facendo da consapevole apripista assolutorio per le altre parti civili istituzionali.
 
Questa pergamena dell’Ordine dei Giornalisti attesta che in questa vicenda Lino Balza, contribuendo al dibattito pubblico e alla vigilanza democratica, abbia onorato il diritto alla libertà di informazione; non solo come cittadino, ma ancora una volta anche come modestissimo iscritto all’albo dei giornalisti dal 1985, e nella storica veste di militante ecopacifista del ‘Movimento di lotta per la salute Maccacaro’. “Insomma, in oltre 40 anni nessuno si è mai azzardato ad accusarmi di diffusione di notizie false o diffamatorie, semmai in altrettanti anni sono stato appieno tutelato dalla magistratura per lo stillicidio di pesanti rappresaglie della multinazionale chimica (licenziamento compreso) da me subite per aver diffuso-denunciato notizie vere e gravissime. La Giustizia mi ha sempre dato ragione come parte lesa in 7 cause in pretura, 4 in appello, 2 in cassazione”.

Solvay: abbiamo tutto sotto controllo.

Sono esplosi i titoli sui giornali:
 
“Il report di Greenpeace ‘Respirare Pfas’ lancia l’allarme”. “Troppi veleni nell’aria, l’allarme di Greenpeace”. “Aria avvelenata”“Da sola Solvay più della metà dell’inquinamento italiano”. “L’aria più inquinata in Italia è in provincia di Alessandria”“I più inquinati”. “Lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo nel mirino del report Greenpeace”“L’epicentro dei Pfas”. L’incubo Pfas spaventa i cittadini”. “Spinetta Marengo e l’incubo Pfas: le emissioni della fabbrica fanno paura”. “Numeri impressionanti a Spinetta”. “C’è paura dopo il report sui veleni”. “Paura nell’aria già colpita dall’amianto”. “Le voci degli abitanti: ‘Stop alle lavorazioni’”. “L’ultimatum di tutti i comitati ‘Ora l’impianto va fermato’”.
 
Solvay riesce a controllare pressoché tutto. Tutto il potere politico, dall’insabbiamento del disegno di legge (Crucioli) al patteggiamento con gli enti locali (Comune, ecc?). Riesce immune a compiere il delitto perfetto con la Giustizia italiana (Alessandria). Riesce a congelare i blandi regolamenti europei. Riesce, anzichè chiudere le produzioni, a convincere qualche ambientalista conciliatore che sta conciliando ambiente e salute con i profitti.  
Ma non riesce a zittire gli avversari con telefonate intimidatorie e lettere anonime (Balza). Nè riesce a controllare tutti i grilli parlanti del sistema dell’informazione.
 
Infatti, sono esplosi quei titoli dei giornali e TV, più cubitali del nostro “Solvay di Spinetta Marengo scarica il 76% delle emissioni nazionali di gas fluorurati. Invero, Umberto Eco li avrebbe commentati ribadendo di nuovo “Nulla di nuovo fra Tanaro e Bormida” dopo i nostri 1.300 articoli di questi anni in merito al disastro ecosanitario: su www.rete-ambientalista.it (tra i quali la querela del sindaco a Lino Balza per diffamazione a mezzo stampa”).
E, con la puntualità di un orologio belga, la multinazionale Solvay Syensqo ha prontamente reagito a condizionare l’opinione pubblica invitandola ad un rinfresco enogastronomico (evento “Fabbriche aperte”) e a leggersi le rassicurazioni di “autorevoli” personaggi. Fra tutti, spicca Luigi Castello, primario di medicina interna dell’ospedale di Alessandria, che “ci tiene a non fare allarmismi”. Come potrebbe fare altrimenti? Federico Riboldi, l’assessore imbonitore della Regione Piemonte (storica complice di Solvay), si era inventato una cosiddetta “task force” (clicca https://www.rete-ambientalista.it/2024/11/02/brutta-aria-in-politica/ adibita ad annegare in un mare di informazioni tecniche tutti i drammatici dati ambientali e sanitari pur usciti dalla mafia di Arpa e Asl, da nove indagini epidemiologiche nella Fraschetta, a tacere i referti delle Università di Liegi e Aquisgrana.
 
La “task force al rallentatore” è stata da Riboldi articolata in “commissione tecnica” e “commissione clinica”, cioè polverizzata in una pletora ininfluente di fedeli funzionari provinciali e regionali, nonché di eterogenei dirigenti sanitari per successive diagnosi e terapie a lungo termine, e Luigi Castello è stato nominato coordinatore della commissione clinica. Come da curriculum, Castello non si era mai allarmato della situazione sanitaria di Alessandria e dei suoi cancerogeni, e dunque ora, anche dopo il report di Greenpeace, “ci tiene a non fare allarmismi”.
 
A noi, francamente, la tempestiva e minimizzante presa di posizione del dottor Luigi Castello appare scientificamente scandalosa, e l’abbiamo trasmessa a chi è più competente di noi: è rimasto basito. Perciò lo sfidiamo a sostenerla in un confronto pubblico (che possiamo organizzare) con un suo collega che in ambito nazionale e internazionale la pensa ben diversamente da lui.
 
Convincente al pari di Castello, cioè per nulla, è arrivata la replica di Solvay…

Da sola, più veleni di tutte le aziende italiane nel loro insieme. E li concentra tutti sul territorio di Alessandria!

…Convincente al pari di Castello, cioè per nulla, è arrivata la replica di Solvay: con la credibilità di una multinazionale straniera che, a tacere l’altra maledetta ventina di tossicocancerogeni, ha negato che la popolazione italiana è stata esposta per decenni ai Pfas acclaratamente cancerogeni: inquinanti eterni come il Pfoa utilizzato ad Alessandria fino a 12 tonnellate l’anno per almeno trent’anni: acclaratamente associato ad effetti avversi all’apparato endocrino, cardiocircolatorio e al fegato, nonché allo sviluppo di tumori e nel caso dei bambini – esposti già durante la gravidanza – a malformazioni neurologiche.
 
Che credibilità può ancora essere attribuita a chi dichiara di avere già dismesso Pfoa Adv, e in fase di dismissione il C6o4, mentre l’autorità ambientale locale non solo continua a trovarli – come emerge dalla campagna rilevamenti delle acque sotterranee del 2025 – ma li trova anche oltre la presunta barriera millantata dall’azienda per trattenerli. Tantè che il micro biomonitoraggio sulla popolazione residente vicino al polo chimico, condotto al rallentatore dalla complice Regione Piemonte, ha dimostrato che TUTTE le persone analizzate hanno questi tossici cancerogeni nel sangue, che i giovani sono particolarmente esposti e che dei tre Pfas sopra citati quello più trovato nel corpo delle persone sia l’Adv: un Pfas come il C6o4 inventato in Italia che l’azienda ha prodotto per trent’anni senza che nessuno ne sapesse alcunché.
 
Che credibilità sbugiardarsi sui numeri. Tra il 2007 il 2023, secondo i dati del registro europeo ripresi da Greenpeace, lo stabilimento Solvay Syensqo di Spinetta Marengo ha emesso 2.828 tonnellate l’anno: da solo! il 75% di tutte le sostanze fluorurate rilasciate nell’atmosfera in Italia. Secondo la matematica belga di Solvay, l’azienda avrebbe “ridotto del 90% le emissioni dei fluorurati negli ultimi cinque anni”. Secondo i dati Ispra elaborati da Greenpeace, invece, le emissioni sono passate da punte enormi dell’85% annue alle enormi del 55%. Cioè Solvay, da sola! attualmente emette più veleni di tutte le aziende italiane nel loro insieme. E li concentra tutti sul territorio di Alessandria!!  
Come consegue questo record? Gran parte delle emissioni atmosferiche comunicate al Registro europeo per l’emissione e il trasporto di inquinanti (E-Prtr) non sono contemplate nell’autorizzazione approvata dalle autorità locali.
 
Inoltre, come emerge da documenti inediti, la maggior parte di queste emissioni sono sparate -su polmoni suolo acque- da camini che non hanno filtri dedicati all’abbattimento: dei 26 camini che emettono sostanze fluorurate solo 15 sono dotati di filtri per l’abbattimento, 11 ne sono privi; il 59 per cento delle emissioni di Pfas dell’intero stabilimento derivino da camini totalmente privi di impianti di depurazione.
 
Che credibilità, infine, può avere un inquinatore seriale che al momento del rinnovo dell’autorizzazione integrata (AIA) si era opposto alla pubblicazione dei dati? E che ora, dopo che il Tar gli ha dato torto, vincola, complice la Provincia, la loro divulgazione al segreto industriale: li può visionare solo Legambiente… confidenzialmente, a patto che non li usi pubblicamente. Una bella faccia tosta, se sappiamo che, per lo stesso tipo di contaminazione, lo Stato del New Jersey nel 2021 ha fatto causa alla consociata americana dell’azienda chiedendo tutte le informazioni ambientali e gli studi tossicologici. E in soli quattro anni è stata pattuita una piena bonifica dello stabilimento e un’ammenda di quasi 400 milioni di dollari.