Il principio è: chi inquina paga.

Proseguendo la narrazione (https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ ), facciamo il punto delle azioni collettive in sede civile, class actions, contro Solvay in Italia (sollecitate fin dal 2015 dal Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che alla condanna penale seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”).
 
In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti il fenomeno delle “class actions” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche: per Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa (https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/09/dunque-class-actions-anche-in-italia-contro-i-pfas-della-solvay/).
 
La regia delle nostre class actions non è unica ma l’ispirazione sì, come in coerenza divulgo da dieci anni almeno. Avendo alle spalle solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: esse riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo. Dunque, le assemblee stanno finalmente affrontando, in sede civile, le class actions -l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria–   contro i disastri Pfas anche in Italia. Vogliono essere all’insegna della partecipazione attiva piuttosto che passiva delle popolazioni.
 
In Veneto, si tratta di class actions di natura risarcitoria, ovvero di natura riparatoria: intervengono ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto dalla popolazione per responsabilità dell’azienda Miteni di Trissino (la cui solvibilità è dubbia essendo fallita, però c’è chi sostiene la responsabilità di Solvay come committente). Se ne stanno occupando due realtà diverse che offrono entrambe assistenza legale collettiva per risarcire i cittadini a livello individuale: “a costo zero, in cambio di una quota degli eventuali ristori”. Una, denominata “Risarcimento Miteni” della spa bresciana “Finanziamento del contenzioso”: annunciate 20mila adesioni per cedere il proprio diritto al risarcimento ad una realtà che poi distribuirà le somme ottenute), avrebbe sinora raccolto 10milioni di euro. L’altra è la FIDeAL, in collaborazione con le “Mamme no Pfas”, anch’essa impropriamente definibile class action generalizzata bensì azione collettiva che affronta i singoli casi individuali risarcibili da girare poi ai cittadini per una quota maggioritaria. Alle loro spalle hanno una sentenza penale per reato di dolo.
 
In Piemonte, analogamente si tratta di due azioni collettive della suddetta natura risarcitoria, ma soprattutto stiamo preparando la class action inibitoriadi natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. Ovvero: chiudere le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo, bloccare le emissioni tossiche e cancerogene, avviare la bonifica, far pagare i costi e risarcire ambiente e salute. Esempio: la richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. Esempio: Solvay è costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari per completare la bonifica dei PFAS, per affrontare il risanamento nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati, per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione. L’inibitoria ad Alessandria è irrinunciabile stante i due fallimenti dei processi penali relativi al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare i suoi enormi profitti.

Ad Alessandria contro un nuovo delitto perfetto.

Si susseguono le manifestazioni della popolazione contro il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: perfino assemblee nelle chiese e nelle pizzerie.

E anche davanti alla sede del tribunale, mentre era in corso l’udienza del giudice delle indagini preliminari, sotto la pioggia si è svolto un presidio a chiedere Giustizia. Dunque, come passo immediato, a chiedere a Ministero dell’Ambiente e Regione Piemonte di cessare la contrattazione di patteggiamenti con Solvay Syensqo, che inevitabilmente vorrebbero soffocare il processo penale in corso, che (con pene ridotte, sospensioni condizionali, non menzioni, senza spese processuali ecc.), vorrebbero essere un colpo di spugna alle condanne degli storici seriali inquinatori, alla tutela della salute e alla bonifica del territorio. Insomma, governo e regione non replichino l’infausto patteggiamento del Comune di Alessandria. Un delitto.
 
I cittadini chiedono, dunque, alla neo GUP Arianna Ciavattini e al Pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme di rifiutare l’istituto del patteggiamento. Rispettivamente: il PM si opponga non dia il consenso, la Giudice non approvi respinga la richiesta di Solvay. Si cerchi di evitare un altro delitto perfetto. ***
A questo proposito, il rifiuto del patteggiamento nell’Udienza Preliminare consente il regolare proseguimento giudiziario in Corte di Assise, con tanto di dibattimento, e consentirà anche alle Parti Offese di chiedere il cambio di imputazione da colpa (reato colposo) a dolo (reato doloso) correggendo così il macroscopico errore della passata Procura: un altro delitto perfetto.
 
*** “Ambiente Delitto Perfetto”, già in tre volumi, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.  
Insieme alle decine di migliaia di contributi relativi ai “Movimenti di lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza”,  Il Sito www.rete-ambientalista.it contiene, nel merito storico e scientifico del polo chimico di Spinetta Marengo, almeno tre mila articoli.

Tossicità ecologica e politica della Solvay di Spinetta Marengo.

Dopo l’anteprima di Alessandria, il 18 marzo l’Università di Torino presenta ufficialmente il volume dei professori Martone, Altopiedi, Bechis e Ravenda,  185 pagine e 25 interventi di soggetti territoriali: cittadini, medici, avvocati, ricercatori, giornalisti ambientali, comitati, associazioni ambientaliste, sindacati, istituzioni   e amministratori locali. A pagina 165 il contributo di prospettiva politica di Lino Balza “Anno 2026, possibile una svolta per Alessandria” (clicca qui).

Tossicità.

Questo volume rappresenta l’esito di un percorso di ricerca interdisciplinare sugli effetti sociali e politici della violenza ambientale e sulle istanze di giustizia espresse da comunità contaminate in zone di sacrificio.
 
Nell’ambito del progetto “Fare scienza di comunità in materia di ambiente, lavoro, salute”, il Public Engagement del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, nelle persone dei professori Rosalba Altopiedi, Eleonora Bechis, Vittorio Martone e Andrea Filippo Ravenda, ha affrontato il caso di emergenza nazionale: il disastro sanitario ed ambientale della Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria.
 
L’iniziativa, condotta nella forma di una discussione orizzontale tra ospiti e pubblico, si è svolta tramite quattro incontri pubblici nel 2025 in Alessandria insieme agli enti partner del progetto. Per il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, Lino Balza nell’intervento conclusivo “Anno 2026, possibile una svolta per Alessandria” (clicca qui) ha voluto rimarcare che NON potrà essere la sede penale del tribunale di Alessandria a rendere giustizia alla popolazione martirizzata, BENSÌ la giustizia è solo possibile tramite azioni collettive di lavoratori e cittadini: class action di azione inibitoria per la fermata delle produzioni inquinanti e class action risarcitoria per le Vittime.
 
Quale importante corollario, merita inoltre riferirsi al saggio, sulla rivista internazionale “Journal of Political Ecology”, di Vittorio Martone (Università di Torino) e Angelo Castellani (Università di Bologna): “Storia sociale dell’industria, tra violenza ambientale ed ecologia operaia. Uno studio specifico sull’impianto chimico di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria.” (clicca qui)

E poi dicono che Solvay non ci tiene alla sicurezza.

Otto nuove telecamere a Spinetta Marengo, coordinate dalla nuova centrale operativa della Polizia Locale del Comune. L’obiettivo dichiarato “è rafforzare la sicurezza e migliorare la qualità della vita dei residenti. Il progetto è stato voluto dall’assessore Enrico Mazzoni, sostenuto dall’Associazione Facciamo Squadra Fraschetta di Spinetta Marengo con i suoi volontari e i suoi commercianti, grazie al contributo dell’azienda Syensqo”.
 
E poi dicono che Solvay non ci tiene alla sicurezza. Sì, vabbè, non è la sicurezza dell’ambiente e della salute. Ma la tutela dell’ordine pubblico è l’obbiettivo primario di un sindaco di sinistra, con tutti quegli extracomunitari che circolano e vorrebbero penetrare dalle cantine come già fa il cloroformio.

Per favorire Solvay, marcia indietro dell’Italia che rinvia i limiti più severi per i PFAS nell’acqua potabile.

L’Europa stringe sui PFAS, e l’Italia cosa fa? Si rimangia dei provvedimenti che avrebbero fatto la differenza.
 
Infatti, dal 12 gennaio 2026, per i Paesi dell’Unione Europea è scattato l’obbligo di monitorare e rispettare dei valori limite precisi per la presenza di PFAS nell’acqua potabileun limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro “PFAS totali” e un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 PFAS. Peraltro, sono limiti insufficienti: l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’Agenzia europea per l’ambiente considerano il limite di 100 ng/L inadeguato per proteggere la salute umana.
 
Invece, per favorire Solvay Syensqo unica produttrice, il governo con la legge di Bilancio 2026 ha introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro PFAS più pericolosi (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS) che aveva disposto. Non solo, ha rinviato anche il monitoraggio delle 6 molecole Adv che quindi al momento non saranno conteggiate nella somma di Pfas.
 
Questa tappa della tragedia Pfas dimostra due cose. 1) Serve una legge #ZeroPFAS in tutta Italia. Ma è assai improbabile una legge nazionale che metta al bando una volta per tutte la produzione e uso dei Pfas. 2) Il disastro sanitario e ambientale di Alessandria non può attendere questa lontana prospettiva: le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo devono essere fermate subito. Clicca qui Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea. – RETE Ambientalista.
 
Cioè, dobbiamo puntare a quanto sta avvenendo ora per l’Ilva di Taranto in sede civile.

Come identificare  gli  imballaggi senza bisfenolo.

Occhio al marchio di garanzia!
Abbiamo pubblicato più volte, dal 2009, l’allarme Bisfenolo,  in particolare lo scandalo della Solvay di Alessandria dove le autorità sanitarie, Arpa, Asl, e politiche, Comune, Provincia fingevano di non sapere, e neppure la Magistratura è intervenuta malgrado i nostri esposti (clicca qui). Lo scandalo, peraltro, è internazionale.
 
Infatti, dal 2025 l’UE ha finalmente vietato il bisfenolo A nei materiali a contatto con gli alimenti utilizzato come rivestimento nelle lattine per le bibite, le conserve di pomodoro, di piselli e anche nelle scatolette di tonno. Però i prodotti di ‘vecchia generazione’ resteranno in commercio ancora per alcuni anni, con il loro carico di interferente endocrino, capace di mimare gli estrogeni: l’esposizione costante è correlata ad alterazioni della fertilità, pubertà precoce, aumento del rischio di obesità, diabete e possibili correlazioni con tumori ormono-dipendenti.
Dunque, dal 2025 sarà vietato produrre ma, secondo un calendario, sarà ancora permesso ai produttori si smaltire i lotti nei supermercati, almeno fino al 2029. Da qui ad allora: come identificare i nuovi imballaggi senza bisfenolo? Clicca qui “Il fatto alimentare”.
 
Resta un problema estremamente serio, soprattutto per i bambini, se si pensa che un adolescente di 60 kg, consumando una singola lattina da 250 ml, supererebbe il 100% della dose giornaliera tollerabile fissata dall’EFSA (0,2 nanogrammi per chilo di peso corporeo).

Nelle case degli alessandrini si respira cloroformio, anche cloroformio. Come sentenziò la Cassazione. Ma nessuno fa niente.

Sicuramente dal cielo ma anche dalle cantine, si respirano nei salotti di casa 6 microgrammi per metro cubo di cloroformio, 1 microgrammo di tetracloruro di metano, tetracloroetile e gli altri inquinanti provenienti dal polo chimico Solvay di Spinetta Marengo.
 
Lo conferma, dopo uno strano silenzio, la recente relazione prodotta dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale Arpa di Alessandria, oltre ad un mix di composti organici volatili, presenti a centinaia di microgrammi per litro nei pozzi interni al sito chimico. Il cloroformio arriva all’interno delle abitazioni dalle acque di falda: secondo i dati di Arpa nel pozzo interno”102” dello stabilimento risultava essercene una quantità stratosferica (200 microgrammi per litro, tre volte la concentrazione massima consentita).    
 Il cancerogeno cloroformio, che arriva da oltre confine in ferrocisterne, è utilizzato a tonnellate per ottenere il cancerogeno tetrafluroetilene, il monomero necessario a produrre i cancerogeni Pfas: miliardario fiore all’occhiello della multinazionale belga Syensqo Solvay.
 
Carta canta. Ma nessuno fa niente. Malgrado la vecchia sentenza della Cassazione, non ha fatto niente Giorgio Abonante, il sindaco di Alessandria: quale responsabile locale della sanità non ha emesso ordinanza di chiusura delle produzioni inquinanti, ma si è limitato ad una risibile ordinanza del 2022 che vietava di scendere nelle cantine. Anzi, ha addirittura patteggiato con Solvay la fuoriuscita del Comune come parte civile del processo penale (il secondo), aprendo la strada a Regione Piemonte e Governo.
 
Malgrado la sentenza della Cassazione che nel 2020 aveva condannato Solvay per disastro ambientale, nel secondo processo la vecchia Procura di Alessandria non ha imputato in reato di dolo la reiterazione degli accresciuti inquinamenti, e la nuova Procura si è trovata addirittura impantanata in un procedimento di Patteggiamento avviato dal vecchio GUP, con continui rinvii che scavalcheranno anche la prossima udienza di marzo.
 
Insomma, la Corte di Assise di Alessandria non farà niente per fermare il disastro sanitario e ambientale, fermare le produzioni inquinanti, avviare la bonifica, risarcire le Vittime. Né lo farà l’appello né la cassazione nell’arco di altri dieci anni.  Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di azioni inibitoria e risarcitoria.
 
Clicca qui l’approfondimento di Laura Fazzini su “La via libera”.

Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di inibitoria e risarcitoria.

 
Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
 
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

Dunque, class actions anche in Italia: contro i Pfas della Solvay.

Dunque si avviano class actions anche in Italia: contro i Pfas, contro Solvay Syensqo di Spinetta Marengo: https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ .

Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
 
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

A maggior ragione si avviano class actions contro Solvay dopo lo scandalo dei patteggiamenti.

 STOP.
Stop Solvay.
 
E’ così perché, mentre a Vicenza nel processo per l’avvelenamento doloso della Miteni di Trissino il tribunale ha riconosciuto al ministero dell’Ambiente un pur esiguo risarcimento di 58 milioni di euro per i costi sostenuti dal 2013, invece, addirittura per la Solvay di Spinetta Marengo, dopo che il complice e inerte Ministero aveva disatteso perfino  la Cassazione omettendo richiesta risarcitoria al tribunale civile, il governo sta concludendo un patteggiamento con la multinazionale Syensqo di Alessandria, unica produttrice italiana dei Pfas tossici e cancerogeni.
 
Questo patteggiamento “riservato” è entrato nel solco di quello del Comune di Alessandria (una elemosina di 100mila euro destinati al taglio dell’erba dei cimiteri) e sarà appresso con quello della scalpitante Regione Piemonte; alle quali tre compra-svendite si allineeranno i mercanteggiamenti delle associazioni ambientaliste (che meritano un commento etico a parte). In Italia i risarcimenti di Solvay sono oboli per tutti. Così, a tacere la Regione, sarà, siamo facili profeti, con il ministero dell’Ambiente: non si avvicinerà ai 393 milioni di dollari sborsati da Solvay nel New Jersey per la bonifica di quei pfas C6o4 e ADV che pur furoreggiano sul territorio di Alessandria. Tant’è che Gilberto Pichetto Fratin ha già “assolto” Solvay non inserendo Spinetta Marengo fra i Siti di interesse nazionale, zone contaminate da sanare sotto la supervisione del ministero, cioè non chiedendo la bonifica.
 
Va da sé che, dopo queste mali-intese economiche, le parti civili lasciano il processo. Per legge, il Patteggiamento definitivo avviene tra imputati, procura e giudice. E’ augurabile ma è abbastanza impensabile che la Procura di Alessandria si “ostini” ad impedire un patteggiamento quando praticamente le parti civili sono d’accordo. E va da sé che il GUP ne prenda atto. Anche perché sia la Procura che il GUP sono esordienti e hanno avuto appena il tempo di scorgere gli atti del processo.
 
Così, anche senza ricorrere a rito abbreviato, di rinvio in rinvio, di slittamento in slittamento, si celebrerà la strategia processuale del nuovo avvocato di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva, già celebre difensore della celebre famiglia Schmidheiny nel processo Eternit, il quale con l’inerte Pichetto Fratin dialoga in piemontese.
Così, verosimilmente a breve, con quattro soldi la multimiliardaria Syensqo uscirà senza ossa rotte dal secondo pur blando processo di Alessandria. A meno che (il diavolo non sempre riesce a coprire le pentole con i coperchi) l’ex avvocato della multinazionale, Luca Santa Maria, non riesca a coinvolgere le responsabilità di Solvay nel processo Miteni, e mandare di traverso gli spumeggianti calici della sfarzosa viticoltura monferrina di Alleva. Ma è l’avvio delle class actions che forse non sarebbe estraneo alle dimissioni della CEO Ilham Kadri.
 
Di sicuro, i quattro soldi si moltiplicheranno se andranno in porto le class actions: in primo luogo, avanti di risarcire, Solvay sarebbe costretta a chiudere le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo in quanto non è in grado di andare oltre la mera insufficiente messa in sicurezza (le incontenibili barriere idrauliche), in quanto non intende finanziariamente concludere la bonifica. Infatti, non avendo illecitamente ottemperato alla sentenza di “ripristino delle risorse naturali danneggiate da cromo esavalente, cloroformio, pfas eccetera”, anzi -nascondendosi dietro venti anni di piani di caratterizzazione e analisi di rischio, ovvero nascondendosi dietro il Comune- ha procurato il doloso risultato di peggiorare acqua+aria+suolo sia all’interno che all’esterno del Sito, immettendo addirittura nuovi cancerogeni (neppure dichiarati alla complice Provincia).
 
E tutto ciò: ancora dopo dieci anni dalla condanna del primo processo: avviato con il capo di imputazione di avvelenamento doloso delle acque (analogo alla odierna sentenza Miteni).  Sono dati di fatto e atti processuali che attestano incontrovertibilmente -per il maggiore disastro sanitario e ambientale nazionale da Pfas e non solo- sia la riconosciuta responsabilità di una contaminazione pregressa e attuale, sia il correlato obbligo di provvedere al ripristino dei danni cagionati, che non potrà avvenire in sede penale bensì tramite class actions

Solvay Syensqo patteggia e nega le responsabilità del disastro sanitario e ambientale di Alessandria.

1)  Non è vero che non facciamo bonifica: primi (sic) interventi sono in corso nel rispetto delle tempistiche del Comune.
2) Non abbiamo obbligo di bonifica ma solo di messa in sicurezza. Volontariamente facciamo bonifica.
3) Volontariamente partecipiamo alla bonifica esterna allo stabilimento.
4) Monitoriamo i Pfas dal 2019.
 
Lo afferma Solvay in una sfacciata replica, sull’autorevole “lavialibera”. Casca male Solvay, perché le risponde la migliore giornalista d’inchiesta, Laura Fazzini. Clicca qui.

Lavialibera è una rivista fondata da Libera e Gruppo Abele (don Luigi Ciotti) che comprende un bimestrale cartaceo, un sito costantemente aggiornato e una presenza attiva sui principali canali social. Offre informazione e approfondimento su mafie, corruzione, ambiente e migrazioni. Il lavoro è supportato da un comitato scientifico e da una rosa di commentatori ed editorialisti di primo piano.

Dagli annunci ai fatti: le class actions Solvay e Miteni.

Su CIVG:
ReteAmbientalista
Il 2026 è l’anno maturo per la partenza delle azioni collettive, le class actions. Per la Solvay di Spinetta Marengo: una inibitoria per fermare le produzioni inquinanti, l’altra risarcitoria per la popolazione. Per la Miteni di Trissino, con il meglio di avvocati, comitati e associazioni: è già in corso la raccolta popolare delle adesioni per chiedere il risarcimento dei danni alla salute e alle proprietà immobiliari.

Consigli comunali regionali e provinciali firmano la messa al bando dei Pfas. Per Alessandria: class action.

Sono già 129 i Comuni del Veneto, 95 di questi sono nella provincia di Verona, che nei loro consigli comunali hanno approvato la mozione proposta dalla Rete Zero Pfas per chiedere al Parlamento italiano di attivarsi per una legge che metta al bando i Pfas vietandone la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo. La mozione è stata nel frattempo approvata anche dal consiglio regionale del Veneto (oltre che da quelli di Piemonte e Umbria) e dai consigli provinciali di Verona e Vicenza e da qualche comune in Lombardia, Piemonte e Liguria.
 
In particolare, per Alessandria la messa al bando si può già realizzare, tramite class action inibitoria, con la fermata immediata delle produzioni della Solvay di Spinetta Marengo, unica produttrice in Italia. La Rete sottolinea, infatti, quanto la posizione della Ue -a braccetto del parlamento italiano– vada in tutt’altra direzione: la Commissione intima al Parlamento di non porre limiti alla loro produzione e al loro utilizzo perché comporterebbe “rischi per la competitività globale dell’Europa” in particolare nei settori della produzione di armi, aerospaziale e nella produzione di semiconduttori, ignorando al contempo i gravi effetti sulla salute dei cittadini esposti a queste sostanze.

Perchè le class actions: risarcimenti milionari per la popolazione di Alessandria.

Chi scrive, avendo dissentito nel 2015 dalla sentenza del tribunale di Alessandria contro Solvay**, sostiene, tenacemente operando da allora, che i limiti del processo penale devono essere superati in sede civile. Come d’altronde, alle azioni collettive, alle class actions sollecitava il Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”. Finalmente, dieci anni dopo, prendono corpo le class actions.
 
L’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono due strumenti complementari di tutela nel diritto civile italiano: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. La seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto. In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti il fenomeno delle “class actions” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche, Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa.
 
Finalmente nel 2026, class actions si stanno organizzando, più o meno coordinate, in Piemonte e in Veneto. Avendo solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo.
Qui ora, senza riprendere quanto più volte documentato in questi anni, ci soffermiamo sulle azioni inibitoria e risarcitoria in sede civile relative al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare gli enormi profitti (peraltro riconducibile al reato di “avvelenamento doloso delle acque” che era nel capo di imputazione del 1° processo Solvay e che è sentenziato nel processo Miteni).
 
Azioni relative, cioè, alla contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo, che l’azione inibitoria innanzitutto può bloccare: bloccare oggi le produzioni, bloccare per i danni futuri (principio di precauzione) e risarcire i danni passati e presenti e futuri. Le cause collettive mirano a risarcire due categorie di danni, per i quali la prova del nesso causale con le condotte criminose non ammette discussioni.
Distinguiamo così i danni ambientali e costi di bonifica per la perdita di risorse naturali e alterazione degli ecosistemi, danni irreversibili e risarcibili da tutelare da parte dello Stato e degli Enti territoriali (Comune e Regione), come avvenuto per le elevate sentenze di risarcimenti comminate dai tribunali internazionali: dai 670 milioni di dollari alla DuPont ai 12,5 miliardi di dollari alla DuPont. Per Solvay, un fondo per la bonifica di 1 miliardo di euro appare sottostimato.
 
Distinguiamo così i danni alle persone: le Vittime per eccellenza. Infatti, la contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo è inevitabilmente anche contaminazione dell’organismo umano, ovvero nel sangue, es. il 100% di Pfas nei campioni ematici testati, con danni irreversibili e risarcibili. Questi danni per la popolazione alessandrina riguardano le alterazioni biologiche e le patologie contratte: ad esempio, per i Pfas, le cartelle cliniche per tumori renali/testicolari, tiroide, colesterolo, l’aterosclerosi, rischio di infarto e ictus, ipertensione eccetera. E va anche rilevato, ad esempio per i Pfas, che elevati livelli nel sangue costituiscono un danno risarcibile anche in assenza di sintomi: la consapevolezza di avere nel sangue sostanze pericolose genera danni per angoscia, stress e limitazioni alla qualità della vita.
 
Insomma, stiamo parlando di danni risarcibili, con class action, per decine di migliaia di cittadini di Alessandria. E non considerando il “metus”: la giustificata paura della malattia. Il risarcimento individuale del cittadino, infatti, terrà conto sia del danno biologico (quantificato in base al grado di contaminazione e alle patologie correlate) sia del danno morale/esistenziale. A quanto possono ammontare il danno biologico temporaneo per la presenza del veleno nel corpo, il danno biologico permanente e patrimoniale per coloro che hanno sviluppato patologie correlate e hanno sostenuto costi medici, e il danno morale per la sofferenza psichica?
I risarcimenti individuali sono diversificati dalla gravità della lesione e dalla durata dell’esposizione. Considerando i parametri delle tabelle medico-legali italiane e i precedenti riferimenti internazionali, agli esperti il risarcimento medio di 150mila euro per soggetto appare plausibile.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.
 
**  “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.

Cloroformio tra Tortona e Alessandria.

Nelle acque sotterranee, una vasta area del Comune di Pozzolo Formigaro è contaminata dal cancerogeno cloroformio, con valori microgrammi per litro fuori norma nel monitoraggio sui pozzi.
 
L’origine del cloroformio? C’è chi punta il dito contro gli scavi del Tav Terzo Valico, dove però la sostanza non viene utilizzata. C’è chi, invece, addita il solito inquinatore: lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo, sobborgo di Alessandria, si trova nell’area della “Fraschetta” che confina a sud con il comune di Pozzolo Formigaro.   Le due zone sono adiacenti nella parte sud-orientale della provincia alessandrina, tra la periferia di Alessandria, il novese e il tortonese.
 
Quali provvedimenti prendere? Il sindaco di Pozzolo, Domenico Miloscio, è consigliato dal sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante. Questi si era trovato, tre anni fa in analoga situazione. Emettere una ordinanza, come gli compete quale massima autorità sanitaria locale, per chiudere precauzionalmente gli impianti inquinanti della Solvay? Invece, Abonante diramò una ordinanza alle famiglie di mezza Spinetta sulle misure di precauzione da adottarsi nei locali interrati di pertinenza delle loro abitazioni: non andare nelle cantine da dove risaliva il cloroformio, tantomeno a fumare o a consumare cibi, procurarsi dei ventilatori, non custodirvi altre sostanze chimiche, non riscaldarle, non fare buchi sui pavimenti, non tinteggiare le pareti…
 
L’ordinanza di Abonante è tuttora in vigore. Potrebbe adottarla anche Miloscio, anche lui di centrosinistra, addirittura presidente della Prima Commissione della Provincia di Alessandria, il presidente della quale è Luigi Benzi (Fratelli d’Italia) specialista degli “omissis” per l’Autorizzazione Integrata Ambientale della Solvay.  

Si può calcolare quanti morti in più per i Pfas. Il Piemonte preferisce evitare l’indagine piuttosto che nasconderla come in Veneto.

E’ stato calcolato quanti morti in più per i Pfas tra il 1984 e il 2028 rispetto alle attese. Nell’Ovest vicentino: 4000 morti. Una ecatombe clamorosa. L’indagine scientifica, commissionata dalla Regione Veneto non fu mai divulgata. Perche? Perché la Regione non avrebbe voluto dimostrare, ma rassicurare. Non intendeva informare, ma contenere l’allarme. Perché divulgare avrebbe significato chiamare in ballo i responsabili, i colossi industriali e finanziari: Eni, il fondo lussemburghese Icig, la giapponese Mitsubishi Corporation che hanno rilevato la Miteni di Trissino fallita. Dati di questo peso avrebbero prodotto conseguenze politiche, sanitarie e giudiziarie immediate. Tanto più perché l’indagine portava la firma autorevole di Annibale Biggeri, docente di statistica medica dell’Università di Padova. Dunque, fu silurata. Una vergogna.
 
Orbene, a quanti si riempiono la bocca con studi epidemiologici farlocchi, dalla Regione Piemonte in giù, passando per il Comune fino a qualche “ambientalista”, chiediamo: perché piuttosto non reclamate per Alessandria una indagine scientifica (di Biggeri) che calcoli quante morti in più rispetto alle attese sono state causate dal colosso chimico di Spinetta Marengo (non solo Pfas): da Montedison e soprattutto da Solvay che è ora sotto processo? Ci sono già utilizzabili nove indagini epidemiologiche.

Chi paga i costi dei Pfas?

Patteggiamenti. L’ombra del cappio della Fluorsid pende minaccioso sulla Solvay.
Premesso che è “meglio prevenire che curare” ovvero “meglio chiudere le fonti inquinanti piuttosto che a posteriori disinquinare i territori contaminati”, nella fattispecie dei Pfas si fanno i conti: quanto verrebbe a costare la bonifica dei siti inquinati?  In Piemonte, Solvay ha fatto i conti e, non intendendo intaccare gli enormi profitti, al riparo dei processi penali, si rifiuta di chiudere le produzioni Pfas a Spinetta Marengo per poi procedere alla enorme bonifica. In Veneto, la Miteni di Trissino è in fallimento, i soci sono nascosti all’estero, dunque tocca allo Stato intervenire (non intervenire) su milioni di aree inquinate, soprattutto su migliaia di Siti di Interesse Nazionale (SIN)?
 
La Svizzera, pur non avendo situazioni drammatiche come quelle italiane, ha provato, con una indagine di SRF Investigativ e Kassenstur a  calcolare, nell’ambito del “Forever Pollution Project” europeo, quanto potrebbe costare bonificare i siti fortemente contaminati e l’acqua potabile. Dunque: 28 miliardi di euro su un periodo di 20 anni, ovvero 1,4 miliardi all’anno.
Si consideri che per l’intera UE i costi sono valutati in 2.000 miliardi di euro in 20 anni.
 
Allo stesso tempo, si tratta di una stima conservativa. Le cifre si riferiscono solo alle bonifiche di siti fortemente contaminati. Inoltre, la contaminazione di base, che si trova ovunque nell’ambiente, continuerebbe a persistere.
Non solo, l’onere finanziario deve calcolarsi oltre le bonifiche: le PFAS hanno effetti sulla salute di persone e animali, il che comporta costi per la società. Inoltre, i contribuenti potrebbero dover affrontare pagamenti di compensazione, se ad esempio carne o latte con livelli di PFAS troppo elevati non potessero più essere venduti.

Divieto Pfas su cosmetici e abbigliamento.

Non in Italia naturalmente, dove domina Solvay unica produttrice, ma in Francia: dove -pur con l’opposizione della consorella Tefal-  è entrato in vigore dal 1 gennaio il divieto sugli ‘inquinanti eterni’ trovati ovunque dalla vetta dell’Everest ai tessuti delle balene della Nuova Zelanda, e la cui esposizione è collegata all’insorgenza di tumori, alla riduzione della fertilità e all’alterazione del sistema immunitario.
 
Il divieto proibisce la vendita, la produzione o l’importazione di qualsiasi prodotto per cui esista già un’alternativa ai PFAS. Include cosmetici, abbigliamento e altri articoli come la cera da sci.
 
La legge imporrà inoltre alle autorità francesi di testare regolarmente l’acqua potabile per tutte le tipologie di PFAS e di adottare misure per sanzionare gli inquinatori che rilasciano queste sostanze nell’ambiente.

Stupidaggini scientifiche dietro la complicità della politica con Solvay.

La storica complicità tra Comune di Alessandria e Solvay di Spinetta Marengo è palmare nello studio epidemiologico sbandierato ai quattro venti dalla Commissione Ambiente: “Al fine di scoprire il rapporto causa-effetto fra inquinanti, malattie e mortalità», “Per cercare l’eventuale ‘prova regina’ di questa situazione, ovvero se esista la ‘pistola fumante’ di un nesso diretto tra ambiente e salute, tra inquinamento e patologie”. Su queste stupidaggini scientifiche i giornali locali ci fanno i titoli.
Fa specie che la Commissione Ambiente sia presieduta da un medico, Adriano Di Saverio (col quale abbiamo polemizzato più volte), al punto che i suoi colleghi di ISDE (Associazione Italiana Medici per l’Ambiente) restano trasecolati. Scoprire il nesso causale tra Pfas e patologie? Cosa c’è da scoprire? Il nesso fra Pfas e malattie è assodato: il Pfoa è classificato cancerogeno certo per l’uomo, il Pfos possibile cancerogeno, i C6o4 e ADV sospetti cancerogeni. ISDE con tutti i ricercatori indipendenti sono concordi: i Pfas sono interferenti endocrini e causano o concausano malattie metaboliche, immunosoppressione, tumori ecc. Chi ha i Pfas nel sangue: o ha già oppure avrà queste malattie. C’è solo da impegnarsi come curarle. ***
Cosa c’è da scoprire? Ma quale ‘prova regina’? Ma quale ‘pistola fumante’? C’è da scoprire che… l’ignoto, che spara in atmosfera acque e suolo i Pfas insieme agli altri 20 tossici e cancerogeni, è Solvay? Non bastano tutte le indagini ambientali dell’Arpa e le sentenze della magistratura? Non bastano, per inchiavardare il nesso causale, già le nove indagini epidemiologiche che ripetono che in Fraschetta si muore di più?
Certo, altre indagini sono sempre utili, ma non per scoprire il notorio nesso con pfas cromo esavalente cloroformio eccetera made in Solvay, semmai per verificare lo stato attuale di salute della popolazione e di ogni singolo cittadino, per curare innanzitutto, prevenire soprattutto per i bambini, e per risarcire morti e ammalati: come faremmo noi con la class action risarcitoria collettiva.  Mentre la prevenzione contro un ulteriore peggioramento della salute la tenteremmo con la class action inibitoria collettiva che fermi subito le produzioni inquinanti.  
Invece, la convezione del Comune con l’Università è un altro specchietto per le allodole, per prendere tempo, il tempo che però a Solvay serve a proseguire nella sua strategia, tant’è che lo sbandierato “studio” è miserrimo: finanziato con 60 mila euro (quando dal patteggiamento il sindaco ne ha ottenuti 100mila, un euro a testa per ogni cittadino) e conseguentemente non è di massa bensì circoscritto a poche persone nel raggio di tre km dall’epicentro dello stabilimento Solvay. In conclusione, cosa c’è da scoprire?  il nesso tra multinazionale e politica?
*** Nota a margine. Clicca qui l’Associazione dei Ginecologi Italiani su “Gli effetti dei Pfas su salute umana e ambiente. Conseguenze negative su fertilità, risposta immunitaria e accumulo di lipidi”. Inoltre, i dati raccolti mostrano che l’esposizione ai PFAS produce una sovraregolazione del gene ID1, coinvolto nello sviluppo di vari tipi di cancro, tra cui leucemia, cancro al seno e al pancreas; nonché l’aumento significativo della mortalità di individui affetti da neoplasie maligne dei tessuti linfatici ed ematopoietici, come milza, fegato e midollo osseo.

Costruire la partecipazione dal basso. Le assemblee: “Non delega alla politica”.

Non si è presentato il sindaco a discolparsi all’assemblea pubblica tenutasi in Alessandria nel sobborgo di Spinetta Marengo, epicentro del disastro sanitario e ambientale della Solvay Syensqo: in aria acqua suolo con pfas cromo esavalente e gli altri 20 tossici e cancerogeni. Una assemblea partecipata al punto che si è dovuta trasferire nella chiesa parrocchiale di don Mauro, trasformata con striscioni e cartelli in un luogo di incontro civile prima ancora che spirituale.
I giornali locali l’hanno celebrata con video foto e ampi titoli: “Disastro ambientale in Fraschetta: la comunità senza saloni pubblici si ritrova in chiesa”, “Spinetta sfida i veleni. Nasce il comitato ‘Ce l’ho nel sangue’. Giustizia per Spinetta e per tutta la Fraschetta”, “Rompiamo il muro di assuefazione”: a Spinetta i comitati dei cittadini uniti”.
L’impegno comune dei Comitati e delle Associazioni) è: “non scendere a compromessi”, tipo i patteggiamenti di cui si è fatto alfiere il sindaco Giorgio Abonante accettando una manciata di euro. A questo proposito, Solvay, presente con autorevoli “osservatori” in assemblea, ha invece immediatamente ribadito di voler estendere “gli accordi transattivi con i diversi enti pubblici e gli enti esponenziali costituitisi parti civili nel procedimento penale”, cioè anche con Regione e Governo, e con le Associazioni ambientaliste stesse.   
Dall’assemblea sono state, invece, annunciate manifestazioni di piazza, anche con presidio del palazzo di giustizia, dove si paventa innanzi al GUP la conclusione a marzo del processo tramite questo famigerato patteggiamento, oppure dove sarà annunciato l’ennesimo rinvio di udienza, magari con il colpo di scena della nuova Procura con la clamorosa riformulazione del capo di accusa da colposo a doloso.
Soprattutto sono state comunicate due azioni collettive in sede civile, due class actions. Quella risarcitoria, per le Vittime della popolazione, avviata con la raccolta delle cartelle cliniche. E quella inibitoria per bloccare da subito le produzioni delittuose della Solvay. Per entrambe sono previste assemblee nei territori per raccogliere le adesioni popolari.
L’assemblea ha guadagnato la presenza dei ricercatori dell’Università di Torino, che nel merito di Spinetta editerà a breve il volume “Tossicità”, nonché del responsabile nazionale di Greenpeace che aveva identificato il territorio alessandrino come quello più colpito dai Pfas in Italia.
 Mentre è spiccata la complice assenza dei politici di destra e di sinistra, ad eccezione di “Alleanza Verdi e Sinistra” molto attiva nel parlamento europeo.
 
P.S. Un commento del “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”: C’è più consapevolezza del momento di passare dalla denuncia all’azione, di non continuare a chiedere alle Istituzioni le solite cose: quello che, si sa, non hanno fatto, quello che, si sa, sarà sempre rimandato. Tipo i fantomatici monitoraggi.  Cioè, è proprio il momento di passare direttamente, dal basso, all’azione. Cioè, di fare come è stato fatto e si sta facendo -collettivamente- in Veneto. Cioè, chiudere -ora, subito- le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo e risarcire sul serio -ora, subito- la popolazione. Fallita, stante l’attuale complicato contesto, l’ultima spiaggia del processo penale, dunque l’unica via onesta da praticare saranno le azioni in sede civile inibitoria e risarcitoria. Dunque, fare sul serio significa passare dagli annunci ai fatti https://www.rete-ambientalista.it/2026/01/06/dagli-annunci-ai-fatti-le-class-actions-solvay-e-miteni/

Dagli annunci ai fatti: le class actions Solvay e Miteni.

Il 2026 è l’anno maturo per la partenza delle azioni collettive, le class actions. Per la Solvay di Spinetta Marengo: una inibitoria per fermare le produzioni inquinanti, l’altra risarcitoria per la popolazione. Per la Miteni di Trissino, con il meglio di avvocati, comitati e associazioni: è già in corso la raccolta popolare delle adesioni per chiedere il risarcimento dei danni alla salute e alle proprietà immobiliari. Clicca qui https://www.youtube.com/watch?v=ziTpfOL_ZUU il video della Rete Veneta.
 
I risarcimenti in Piemonte potranno essere ben più consistenti perché Solvay Syensqo è attiva e sta facendo profitti miliardari. Gli infami patteggiamenti introdotti nel processo penale non le servirebbero a niente.
Si sta verificando la possibilità, regione per regione, di avviare class actions anche nei confronti delle Istituzioni locali. Perché no del governo?
 
Per quanto riguarda Alessandria, appesantisce la concomitanza con un procedimento penale disastrato che farebbe delle class actions l’ultima spiaggia per la popolazione. Dunque, sulla Rete Ambientalista https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/il-movimento-di-lotta-per-la-salute-maccacaro-fa-il-punto-sul-disastro-ecosanitario-della-solvay-di-spinetta-marengo/ , il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” fa il punto sulla complessità del disastro ambientale e sanitario:
 
1)            Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea. https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/1-cesare-parodi-e-quer-pasticciaccio-brutto-de-via-crimea/
2)            Salvi lupo, capra e cavoli sul barcone di comune, regione e governo? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/2-salvi-lupo-capra-e-cavoli-sul-barcone-di-comune-regione-e-governo/
3)            Cosa c’entrano “separazione delle carriere” e “riforma del CSM” con l’efficienza della Giustizia? Niente. https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/3-cosa-centrano-separazione-delle-carriere-e-riforma-del-csm-con-lefficienza-della-giustizia-niente/
4)            Non sono queste condotte dolose? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/4-non-sono-queste-condotte-dolose/
5)            Otto indagini epidemiologiche non bastano per risarcire le vittime del disastro sanitario di Alessandria? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/5-otto-indagini-epidemiologiche-non-bastano-per-risarcire-le-vittime-del-disastro-sanitario-di-alessandria/
6)            Centinaia di monitoraggi non bastano per chiudere gli inquinamenti? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/6-centinaia-di-monitoraggi-non-bastano-per-chiudere-gli-inquinamenti/
7)            Pesi e misure nel delitto perfetto: Luigi Guarracino. https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/7-pesi-e-misure-nel-delitto-perfetto-luigi-guarracino/

Il Movimento di lotta per la salute Maccacaro fa il punto sul disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo.

Con il seguente ampio servizio di fine 2025.  Con una sottolineatura. Chi scrive, da atavico tempo non è mai stato estimatore nella nebbia alessandrina  -salvo il periodo della procura di Michele Di Lecce- della sezione penale del tribunale che ha sede ad Alessandria in corso Crimea, neppure con parziale giustificazione della grave carenza di organico: per il 2026, fortunatamente è previsto l’arrivo di giudici di prima nomina, tutti al femminile.

Dimostrano questo critico giudizio, d’altronde, ben tre volumi, work in progress, di “Ambiente delitto perfetto”, di Lino Balza e Barbara Tartaglione, prefazione di Giorgio Nebbia. Ancora una precisazione è d’obbligo: le critiche del libro al sistema penale italiano, riferenti agli impuniti delitti contro l’ambiente, non hanno la benchè minima attinenza con le inaccettabili -nel metodo e nel merito- motivazioni della cosiddetta “riforma della giustizia” del governo, che ha come unico e vero obbiettivo di indebolire la magistratura.  Perciò è chiaro l’invito a votare NO al referendum.

1) Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea.

Chissà se Cesare Parodi, nuovo procuratore capo di Alessandria, avrà tempo e modo, impegnato nel referendum quale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, di rivedere fino in fondo i capi di imputazione del processo contro Solvay (Syensqo) che proprio a marzo 2026 dovrebbe riprendere… ovvero potrebbe non riprendere affatto. Fuori dai denti: senza una rivoluzione, il processo è già finito.
La nuova procura, infatti, ha ricevuto in eredità dalla precedente quello che noi riteniamo un pesante errore giudiziario, cioè un processo con incriminazione a carico della multinazionale belga dei reati di colpa piuttosto che di dolo. Colpa si avrebbe se gli eventi delittuosi fossero avvenuti per negligenza, imprudenza, imperizia (es. come per incidente per eccesso di velocità); mentre il dolo implica consapevolezza, intenzione e coscienza di causare gli eventi dannosi (es. come nel caso di Spinetta Marengo, di immane disastro sanitario e ambientale).  Va da sé che il dolo è punito più severamente rispetto alla colpa: un abisso che va dalle blande contravvenzioni pecuniarie della colpa fino alle estese reclusioni in carcere per dolo. A tacere il risarcimento delle Vittime e dei danni economici, ambientali o sociali della collettività locale e nazionale.
Per Parodi, significa anche entrare nel merito di una già lenta vicenda processuale che sovrappiù è stata davanti al GUP paralizzata per un anno onde agevolare il Patteggiamento di Solvay con le parti civili, patteggiamento che scaverebbe nella fossa definitivamente il debilitato procedimento penale. Entrare nel merito presume non ammettere che reati di dolo di quella portata possano impaludarsi nel mercimonium di valori che non dovrebbero essere commerciaticome la salute, la giustizia, la coscienza, la dignità.
Va da sé che, a riformulare i capi di imputazione e a bloccare la procedura di patteggiamento -peraltro, lo sconcertante GUP è stato trasferito- Cesare Parodi darebbe per scontato il plauso di Comitati e Associazioni, a maggior ragione sollecitato da quella sana porzione di avvocati di parte civile che perseguono la giustizia piuttosto che interessi di bottega (di certo, non può fare affidamento, anzi !, sui politici).
Per tutti, ma soprattutto per il procuratore capo, resta infine la bomba ad orologeria dei meticolosi esposti ricevuti da Luca Santa Maria, per 25 anni avvocato di punta di Solvay e dunque depositario di tutti i segreti aziendali. Negli esposti il famoso legale accusa puntigliosamente i vertici Solvay Syensqo di massime responsabilità penali -mai emerse da alcun processo- nell’inquinamento da PFAS in Italia, da Spinetta Marengo alla Miteni di Trissino: “Due epicentri, un solo disastro, una sola regia criminale. Una catastrofe ambientale e sanitaria pianificata.”, cioè di potenziali gravissime responsabilità tali da obbligare eventualmente a riformulare in dolo i processi di Alessandria e Vicenza (Venezia, in appello).
Insomma, i tempi per rimettere in moto la Procura sono strettissimi, l’approfondimento tecnico giuridico è di alto livello e complicato. Concludendo, purtroppo, come abbiamo iniziato: Cesare Parodi, nuovo procuratore capo di Alessandria con la nuova sostituta, avrà voglia di rivoluzionare l’iter processuale? Alzerà le mani della resa se anche il nuovo Gup spingerà per la soluzione del “patteggiamento”, oppure si opporrà al Gup?  Si opporrà se Solvay chiederà il procedimento di “rito abbreviato” che le consentirebbe di uscire parimenti indenne dal processo: cioè di essere giudicata rapidamente e sommariamente sulla base dei deboli atti raccolti dal PM precedente, evitando il dibattimento e ogni contradditorio, senza nuove prove, nessun accenno di reati di dolo, senza rischio di eventuali appelli, guadagnando anche, se non proprio l’assoluzione, una riduzione di pena di un terzo (più un ulteriore 1/6: riforma Cartabia), e, perché no, allentando la pressione mediatica?
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

2) Salvi lupo, capra e cavoli sul barcone di comune, regione e governo.

Quale antico e massimo biografo, mi ero concesso di predire il 2026 come anno di svolta per il centenario polo chimico di Spinetta Marengo passato dal disastro sanitario e ambientale della Montedison al drammatico epilogo della Solvay. Piuttosto che “predire” sarebbe più esatto: “annunciare” “prevedere”, per effetto della precisa analisi storica: https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/04/il-2026-e-alle-porte-snodo-cruciale-per-i-pfas-della-solvay/.
 
Ecco che, allo scadere del 2025, una notizia che fa titoli sui giornali: l’emendamento al Piano sociosanitario 2025-2030 approvato dal Consiglio regionale del Piemonte, all’unanimità… Una cosa grossa, sembrerebbe, considerando che l’emendamento è stato presentato dall’opposizione (Pasquale Coluccio, Movimento 5 Stelle) e condiviso dall’assessore alla sanità Federico Riboldi. Soprattutto considerando che affronta la questione sanitaria e ambientale dei Pfas: una calamità piemontese a partire dall’epicentro alessandrino della Solvay di Spinetta Marengo, unica produttrice in Italia.
 
Sarà una cosa grossa: si sorprendono soprattutto Comitati e Associazioni che hanno sempre accusato l’inerzia della Regione come complicità con la multinazionale belga. Sarà una cosa grossa, da come la vende il Coluccio: “Finalmente per la prima volta si introduce nel documento di programmazione regionale la necessità di specifici interventi di prevenzione nei territori: attività di studio, monitoraggio ambientale e degli alimenti, oltre a biomonitoraggi sulla popolazione esposta nelle aree contaminate”. Da come si vanta: “I Cinquestelle da anni lavorano per mantenere alta l’attenzione sui Pfas. Un impegno portato avanti con atti istituzionali, iniziative pubbliche e proposte concrete”.
 
Ma è già da queste enfasi che noi, che andreottinamente pensiamo male per azzeccare il sotterfugio, abbiamo sentito puzza di bruciato, anzi di peggio. Perché tutto questo gran daffare dei 5stelle noi mai l’abbiamo minimamente intravisto: dal livello locale al governo malgrado le promesse dei ministri grillini all’ambiente (Costa, Cingolani), e dal governo al parlamento dove il disegno di legge del grillino Crucioli per la messa al bando dei Pfas è stato affossato dai pentastellati per primi. Anzi, abbiamo visto che i Cinquestelle non hanno mollato la giunta quando il sindaco di Alessandria, invece di emanare l’ordinanza di fermata delle produzioni inquinanti di Spinetta, ha addirittura patteggiato con Solvay sgattaiolando come parte civile dal processo.
 
A parte l’odore dei Cinquestelle che saranno tumulati definitivamente alle prossime elezioni comunali assieme al sindaco PD, la puzza si è fatta intensa quando, sotto la pietra sepolcrale del bluff propagandistico dell’emendamento al Piano sociosanitario, abbiamo esumato la carcassa: è in corso la trattativa con Solvay per patteggiare la fuoriuscita della Regione Piemonte quale parte civile dal processo.  A perdere la faccia, il pacchettino di euro di Solvay sarà mascherato addirittura a sostegno dell’emendamento … rivolto a scoperchiare i delitti di Solvay. Solvay dà i soldi contro sè stessa. Maddai.
 
Dopo questa scialuppa della Regione, il percorso dei patteggiamenti per salvare lupo Syensqo con capra e cavoli (fabbrica aperta, minime pene processuali e massimi profitti miliardari), avviato dal misero salvagente  del Comune di Alessandria, si concluderà a galleggiare sul  barcone del Ministero dell’Ambiente: senza messa al bando nazionale dei Pfas, senza vera bonifica del territorio alessandrino, sulla pelle delle popolazioni non solo piemontesi e venete, senza veri risarcimenti alle Vittime del passato, sulla pelle delle Vittime del presente e del futuro.
 
Dunque, questi sono i fatti che, quale antico e massimo biografo mi ero concesso di “predire” per il 2026 come anno di svolta. Però comprendevano anche le class actions. Aspettiamo prima di congratularci con la miliardaria presidentessa Ilham Kadri.

3) Cosa c’entrano “separazione delle carriere” e “riforma del CSM” con l’efficienza della Giustizia? Niente.

Cosa hanno in comune i due processi per Miteni di Trissino e per Solvay di Spinetta Marengo? In parte l’avvelenamento: quello di Vicenza riguarda esclusivamente i Pfas, quello di Alessandria anche altri venti veleni tossici e cancerogeni, tipo cromo esavalente. Mentre soprattutto la differenza è data dal fatto che sono stati condotti da due tribunali diversi, e lo si vede: quello veneto ha concluso in tempi ragionevoli con una sentenza (di condanna), mentre quello piemontese non ha neppure avviato il dibattimento, ovvero nell’udienza preliminare sta praticamente assolvendo Solvay tramite patteggiamento. D’altronde la procura di Alessandria era stata clemente, quasi una tiratina d’orecchie, verso i due direttori accusati di un reato minore -di colpa– malgrado la condanna della Cassazione nel primo processo, cioè malgrado la reiterazione dei delitti, anzi il loro aggravamento.
 
Invece, la Procura di Vicenza (Paolo Fietta e Hans Roderich Blattner) aveva formulato capi di imputazione per reati di dolo: avvelenamento doloso delle acque, disastro doloso innominato, inquinamento ambientale, illecito amministrativo e bancarotta per falso in bilancio. Così la Corte di Assise vicentina (presidente Antonella Crea) ha sposato interamente le accuse della propria procura rivolte non tanto a direttori piccoli capri espiatori bensì alle responsabilità apicali dell’azienda, e ha condannato 11 fra manager e vertici della Miteni fallita di Trissino, e delle multinazionali Icig e Mitsubishi, a complessivi 141 anni di reclusione, disponendo anche risarcimenti da decine di milioni di euro.
 
Il punto centrale della pesantezza delle condanne (fino a 17 anni per l’italiano Luigi Guarracino, e per i tedeschi Patrick Fritz Hendrik Schnitzer e Achim Georg Riemann, e per l’irlandese Brian Anthony Mc Glynn, e 16 anni per l’olandese Alexander Nicolaas Smit), è che Miteni sapeva di avvelenare, l’inquinamento è stata una scelta precisa. Conoscevano certezze scientifiche anche assolute, avevano un quadro informativo dettagliato sulla contaminazione del sito e sugli effetti sulla salute delle migliaia lavoratori e delle centinaia di migliaia di cittadini. Non solo accettarono il rischio di inquinare, ma ne avevano la consapevolezza, risparmiarono sui costi di sicurezza, anzi occultarono sistematicamente le prove, e se ne assunsero le conseguenze allo scopo di guadagnare senza curarsi delle conseguenze ambientali e per la salute pubblica.
Insomma, il profitto è il movente che rafforza la gravità dei comportamenti contestati. Indubbiamente i reati per Miteni sono di dolo. Indubbiamente, sarebbero gli stessi reati contestabili per Solvay: gli stessi dettagliatamente dimostrati negli 11 esposti all’ex procuratore capo di Alessandria, Enrico Cieri, dal Movimento di lotta per la salute Maccacaro.
 
Infine, giustamente esaltata la sentenza di Vicenza sul versante delle responsabilità dolose (sulla quale pur pende la spada di damocle dei ricorsi in appello a Venezia), però non si può non stigmatizzare la ingiustizia per quanto riguarda l’esiguità degli indennizzi all’ambiente violato: 56 milioni di euro alla regione Veneto, 6,5 milioni, ai comuni della zona rossa tra Vicenza, Padova e Verona, e, somma ingiustizia, dei risarcimenti alle Vittime: la miseria delle 15-20 mila euro, peraltro ad una minoranza della popolazione. Né si dimentichi che l’Inail ritarda a riconoscere la malattia professionale ai lavoratori ex Miteni.

7) Pesi e misure nel delitto perfetto: Luigi Guarracino.

Per significare la difformità di questi due processi, è emblematica la figura di Luigi Guarracino. Oggi condannato a Vicenza al massimo della pena: 17 anni, mentre ieri nel primo processo Solvay fu imputato dai PM per gli stessi reati dolosi ma dai giudici fu “assolto” ad Alessandria. (E c’è chi blatera di subordinazione dei giudici ai pubblici ministeri!!).
 
A riguardo, si legga la testimonianza di Lino Balza resa al primo processo, con lo stralcio della “Memoria di replica in corte di assise” (tratto dal secondo volume di “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia), nella quale -a compendio della sua deposizione documentale resa il 5 maggio 2014- si associava alle richieste di dolo formulate dai pm Riccardo Ghio e Marina Nuccio: clicca qui.
 
Guarracino, allora come ora difeso dall’avvocato Leonardo Cammarata, fu condannato per colpa (praticamente assolto) ad “1 anno e 8 mesi di reclusione,” ovviamente con i “doppi benefici di legge” (con i quali continuare a ben operare alla Miteni di Trissino).
 
Non sfugga, nella lettura della “Memoria”, la figura di Stefano Bigini: attualmente imputato, per colpa, nel secondo processo Solvay ad Alessandria, col quale rischia ancora meno per effetto eventuale di patteggiamento e/o rito abbreviato. 

PFAS, la sigla tossica che avvelena Alessandria.

I PFAS avvelenano Alessandria. Sono ovunque, avvolgono la nostra quotidianità: migliaia di sostanze sintetiche utilizzate per una quantità inimmaginabile di oggetti: dalle padelle antiaderenti agli imballaggi, dai cosmetici ai tessuti impermeabili, fino alla carta antiaderente e alla schiuma antincendio.

Sono i PFAS, sostanze per- e polifluoroalchiliche, conosciute come inquinanti eterni perché, una volta che entrano in un ecosistema, non se ne vanno più. I loro legami sono troppo forti, quasi nulla riesce a scalfirli. Oggi sono al centro di enormi preoccupazioni per i rischi potenziali per la salute umana: disturbi ormonali, problemi immunitari e, in alcuni casi, tumori: le ricerche più avanzate stanno mostrando che siamo circondati da sostanze potenzialmente molto pericolose.

In questa puntata ripercorriamo la genesi di questi polimeri, il viaggio che hanno fatto da un laboratorio americano alle produzioni negli stabilimenti di tutto il mondo, anche in Italia, dove i PFAS sono legati a disastri ambientali e a gravi casi di inquinamento.

Ad Alessandria il polo chimico ex Solvay è l’unico stabilimento a produrre PFAS in Italia. Che sono nell’aria, nell’acqua, e così sono arrivati nel sangue di cittadine e cittadini.

Clicca qui la puntata numero 4 con collaborazione di Lino Balza.

“Molecole, storie di legami e di veleni” è una serie audio scritta da Rita Cantalino e Alessandro Coltré. Prodotta da Fandango Podcast, A Sud e Valori.it

Alla festa dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

L’ambito riconoscimento insignito dal presidente Stefano Tallia quale “testimonianza di stima e di gratitudine”.
 
Da parte sua, il sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante, aveva già anticipato il brindisi in onore del proprio conterraneo… con una querela per diffamazione a mezzo stampa (diffamazione aggravata, fino a tre anni di reclusione), avendolo “Tale Lino Balza” (sic) accusato dal punto di vista etico, politico e morale  di non essersi impegnato a salvaguardia della salute dei suoi concittadini con  comportamenti non adeguati a far fronte alla gravissima situazione ambientale e sanitaria della Solvay di Spinetta Marengo: 1°) non ha emesso ordinanza sindacale e urgente di fermata delle produzioni inquinanti dentro e fuori il Comune, come imporrebbe quanto meno il principio di precauzione al sindaco massima autorità sanitaria locale, e 2°) ha addirittura patteggiato con Solvay l’uscita del Comune quale parte civile dal procedimento penale, facendo da consapevole apripista assolutorio per le altre parti civili istituzionali.
 
Questa pergamena dell’Ordine dei Giornalisti attesta che in questa vicenda Lino Balza, contribuendo al dibattito pubblico e alla vigilanza democratica, abbia onorato il diritto alla libertà di informazione; non solo come cittadino, ma ancora una volta anche come modestissimo iscritto all’albo dei giornalisti dal 1985, e nella storica veste di militante ecopacifista del ‘Movimento di lotta per la salute Maccacaro’. “Insomma, in oltre 40 anni nessuno si è mai azzardato ad accusarmi di diffusione di notizie false o diffamatorie, semmai in altrettanti anni sono stato appieno tutelato dalla magistratura per lo stillicidio di pesanti rappresaglie della multinazionale chimica (licenziamento compreso) da me subite per aver diffuso-denunciato notizie vere e gravissime. La Giustizia mi ha sempre dato ragione come parte lesa in 7 cause in pretura, 4 in appello, 2 in cassazione”.

Solvay: abbiamo tutto sotto controllo.

Sono esplosi i titoli sui giornali:
 
“Il report di Greenpeace ‘Respirare Pfas’ lancia l’allarme”. “Troppi veleni nell’aria, l’allarme di Greenpeace”. “Aria avvelenata”“Da sola Solvay più della metà dell’inquinamento italiano”. “L’aria più inquinata in Italia è in provincia di Alessandria”“I più inquinati”. “Lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo nel mirino del report Greenpeace”“L’epicentro dei Pfas”. L’incubo Pfas spaventa i cittadini”. “Spinetta Marengo e l’incubo Pfas: le emissioni della fabbrica fanno paura”. “Numeri impressionanti a Spinetta”. “C’è paura dopo il report sui veleni”. “Paura nell’aria già colpita dall’amianto”. “Le voci degli abitanti: ‘Stop alle lavorazioni’”. “L’ultimatum di tutti i comitati ‘Ora l’impianto va fermato’”.
 
Solvay riesce a controllare pressoché tutto. Tutto il potere politico, dall’insabbiamento del disegno di legge (Crucioli) al patteggiamento con gli enti locali (Comune, ecc?). Riesce immune a compiere il delitto perfetto con la Giustizia italiana (Alessandria). Riesce a congelare i blandi regolamenti europei. Riesce, anzichè chiudere le produzioni, a convincere qualche ambientalista conciliatore che sta conciliando ambiente e salute con i profitti.  
Ma non riesce a zittire gli avversari con telefonate intimidatorie e lettere anonime (Balza). Nè riesce a controllare tutti i grilli parlanti del sistema dell’informazione.
 
Infatti, sono esplosi quei titoli dei giornali e TV, più cubitali del nostro “Solvay di Spinetta Marengo scarica il 76% delle emissioni nazionali di gas fluorurati. Invero, Umberto Eco li avrebbe commentati ribadendo di nuovo “Nulla di nuovo fra Tanaro e Bormida” dopo i nostri 1.300 articoli di questi anni in merito al disastro ecosanitario: su www.rete-ambientalista.it (tra i quali la querela del sindaco a Lino Balza per diffamazione a mezzo stampa”).
E, con la puntualità di un orologio belga, la multinazionale Solvay Syensqo ha prontamente reagito a condizionare l’opinione pubblica invitandola ad un rinfresco enogastronomico (evento “Fabbriche aperte”) e a leggersi le rassicurazioni di “autorevoli” personaggi. Fra tutti, spicca Luigi Castello, primario di medicina interna dell’ospedale di Alessandria, che “ci tiene a non fare allarmismi”. Come potrebbe fare altrimenti? Federico Riboldi, l’assessore imbonitore della Regione Piemonte (storica complice di Solvay), si era inventato una cosiddetta “task force” (clicca https://www.rete-ambientalista.it/2024/11/02/brutta-aria-in-politica/ adibita ad annegare in un mare di informazioni tecniche tutti i drammatici dati ambientali e sanitari pur usciti dalla mafia di Arpa e Asl, da nove indagini epidemiologiche nella Fraschetta, a tacere i referti delle Università di Liegi e Aquisgrana.
 
La “task force al rallentatore” è stata da Riboldi articolata in “commissione tecnica” e “commissione clinica”, cioè polverizzata in una pletora ininfluente di fedeli funzionari provinciali e regionali, nonché di eterogenei dirigenti sanitari per successive diagnosi e terapie a lungo termine, e Luigi Castello è stato nominato coordinatore della commissione clinica. Come da curriculum, Castello non si era mai allarmato della situazione sanitaria di Alessandria e dei suoi cancerogeni, e dunque ora, anche dopo il report di Greenpeace, “ci tiene a non fare allarmismi”.
 
A noi, francamente, la tempestiva e minimizzante presa di posizione del dottor Luigi Castello appare scientificamente scandalosa, e l’abbiamo trasmessa a chi è più competente di noi: è rimasto basito. Perciò lo sfidiamo a sostenerla in un confronto pubblico (che possiamo organizzare) con un suo collega che in ambito nazionale e internazionale la pensa ben diversamente da lui.
 
Convincente al pari di Castello, cioè per nulla, è arrivata la replica di Solvay…

Da sola, più veleni di tutte le aziende italiane nel loro insieme. E li concentra tutti sul territorio di Alessandria!

…Convincente al pari di Castello, cioè per nulla, è arrivata la replica di Solvay: con la credibilità di una multinazionale straniera che, a tacere l’altra maledetta ventina di tossicocancerogeni, ha negato che la popolazione italiana è stata esposta per decenni ai Pfas acclaratamente cancerogeni: inquinanti eterni come il Pfoa utilizzato ad Alessandria fino a 12 tonnellate l’anno per almeno trent’anni: acclaratamente associato ad effetti avversi all’apparato endocrino, cardiocircolatorio e al fegato, nonché allo sviluppo di tumori e nel caso dei bambini – esposti già durante la gravidanza – a malformazioni neurologiche.
 
Che credibilità può ancora essere attribuita a chi dichiara di avere già dismesso Pfoa Adv, e in fase di dismissione il C6o4, mentre l’autorità ambientale locale non solo continua a trovarli – come emerge dalla campagna rilevamenti delle acque sotterranee del 2025 – ma li trova anche oltre la presunta barriera millantata dall’azienda per trattenerli. Tantè che il micro biomonitoraggio sulla popolazione residente vicino al polo chimico, condotto al rallentatore dalla complice Regione Piemonte, ha dimostrato che TUTTE le persone analizzate hanno questi tossici cancerogeni nel sangue, che i giovani sono particolarmente esposti e che dei tre Pfas sopra citati quello più trovato nel corpo delle persone sia l’Adv: un Pfas come il C6o4 inventato in Italia che l’azienda ha prodotto per trent’anni senza che nessuno ne sapesse alcunché.
 
Che credibilità sbugiardarsi sui numeri. Tra il 2007 il 2023, secondo i dati del registro europeo ripresi da Greenpeace, lo stabilimento Solvay Syensqo di Spinetta Marengo ha emesso 2.828 tonnellate l’anno: da solo! il 75% di tutte le sostanze fluorurate rilasciate nell’atmosfera in Italia. Secondo la matematica belga di Solvay, l’azienda avrebbe “ridotto del 90% le emissioni dei fluorurati negli ultimi cinque anni”. Secondo i dati Ispra elaborati da Greenpeace, invece, le emissioni sono passate da punte enormi dell’85% annue alle enormi del 55%. Cioè Solvay, da sola! attualmente emette più veleni di tutte le aziende italiane nel loro insieme. E li concentra tutti sul territorio di Alessandria!!  
Come consegue questo record? Gran parte delle emissioni atmosferiche comunicate al Registro europeo per l’emissione e il trasporto di inquinanti (E-Prtr) non sono contemplate nell’autorizzazione approvata dalle autorità locali.
 
Inoltre, come emerge da documenti inediti, la maggior parte di queste emissioni sono sparate -su polmoni suolo acque- da camini che non hanno filtri dedicati all’abbattimento: dei 26 camini che emettono sostanze fluorurate solo 15 sono dotati di filtri per l’abbattimento, 11 ne sono privi; il 59 per cento delle emissioni di Pfas dell’intero stabilimento derivino da camini totalmente privi di impianti di depurazione.
 
Che credibilità, infine, può avere un inquinatore seriale che al momento del rinnovo dell’autorizzazione integrata (AIA) si era opposto alla pubblicazione dei dati? E che ora, dopo che il Tar gli ha dato torto, vincola, complice la Provincia, la loro divulgazione al segreto industriale: li può visionare solo Legambiente… confidenzialmente, a patto che non li usi pubblicamente. Una bella faccia tosta, se sappiamo che, per lo stesso tipo di contaminazione, lo Stato del New Jersey nel 2021 ha fatto causa alla consociata americana dell’azienda chiedendo tutte le informazioni ambientali e gli studi tossicologici. E in soli quattro anni è stata pattuita una piena bonifica dello stabilimento e un’ammenda di quasi 400 milioni di dollari.

Il veleno nei biberon.

A proposito di bambini. Vi ricordate quando sollevammo lo scandalo del bisfenolo della Solvay di Spinetta Marengo? Nell’attualità del 1° e 2° processo Solvay in Alessandria, rimarcammo le responsabilità dei mancati fattuali riscontri agli esposti dal 2010 (PEC, a firma Lino Balza) a Procura-Prefetto-Arpa, a conferma di quanto avevamo denunciato: alla Solvay di Spinetta Marengo nel cocktail con i PFAS (PFOA, C6O4, ADV) tra gli interferenti endocrini c’è anche il Bisfenolo tossico e cancerogeno nelle sostanze in uso. Di cui le autorità sanitarie, Arpa, Asl, e politiche, Comune, Provincia, nulla sapevano o fingevano di non sapere. Sta di fatto che nessuno è intervenuto ad Alessandria, neppure la magistratura.
 
“Il veleno nel biberon”. Questi titoli sono apparsi su quotidiani nazionali alla fine del 2000. Nel 2011 la Commissione europea vieta l’uso del bisfenolo A (BPA) per i biberon. Il mercato risponde con prodotti “BPA-Free”. Però. Però i sostituti del BPA, come il Bisfenolo S e F, sollevano preoccupazioni simili poiché potrebbero agire allo stesso modo sul sistema endocrino.
Dunque. Non basta vietare una molecola alla volta. Occorre vietare l’intera classe dei Pfas. Cominciando col chiuderli a Spinetta. 

Il grande fratello Solvay.

<< Il grande fratello Solvay (snodo cruciale per i Pfas della Solvay) di Lino Balza (Movimento di lotta per la salute Maccacaro).
Proprio temendo il contagio di una sentenza al processo Miteni, che “storica” a Vicenza c’è davvero stata pur con luci e ombre *1 (clicca qui), da Bruxelles, casa madre Solvay, l’amministratrice delegata di Syensqo, Ilham Kadri, aveva fissato con tutto il management l’imperativo de “il grande fratello”: fermare il mondo, “arrêter le monde”, attorno allo stabilimento di Spinetta Marengo, fino alla fatidica data del 2026.>>
 
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Il risarcimento ai Pfas è un nostro diritto.

Gli esiti dei Processi in sede penale, incompleti a Vicenza e fallimentari ad Alessandria, hanno vieppiù validato il ricorso ai tribunali civili: class actions per azione risarcitoria e per azione inibitoria; quest’ultima efficace per fermare le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo che determinano l’aggravarsi del disastro sanitario e ambientale (la Miteni di Trissino è chiusa dal 2018).
 
Dunque, a Montagnana (PD), il 27 novembre 2025, “Mamme No Pfas” hanno appunto organizzato con il Comitato il convegno “Pfas, il risarcimento è un tuo diritto”. La class action risarcitoria è presentata da FiDeAL in collaborazione con fondi di investimento specializzati nel finanziamento del contenziosoal fine di garantire alle Vittime i risarcimenti   per danni fisici (biologici) e ulteriori danni, anche patrimoniali.
FiDeAL, che ha avviato un progetto — “Risarcimento PFAS” — per tutelare i cittadini coinvolti nella contaminazione da PFAS, può essere valido interlocutore per quanto stiamo già organizzando ad Alessandria in materia di class action risarcitoria (oltre a quella inibitoria).

Le Regioni Veneto e Piemonte dovrebbero dichiarare lo stato di calamità Pfas.

Sabato 29 novembre al Palazzo delle Opere Sociali in piazza Duomo a Vicenza si terrà il convegno “Vicenza e inquinamento. Prendiamoci cura della nostra città”. L’incontro è promosso dall’Ordine dei Medici, dal Comune di Vicenza e dalla Diocesi di Vicenza con l’adesione di altri ordini professionali e prevede l’intervento conclusivo del cardinale Fabio Baggio.
 
Per l’inquinamento da PFAS la Regione Veneto ha identificato con colori diversi le zone in base alla concentrazione riscontrata. La zona in cui l’inquinamento è più importante è stata indicata con il colore rosso ed è una zona di oltre 180 km quadrati che interessa ampie zone delle province di Vicenza, Verona e Padova. Sempre secondo la Regione si stima che, negli anni che vanno dal 1985 al 2018, oltre 350.000 persone sono state esposte a un avvelenamento da queste sostanze tossiche e cancerogene.
Il Convegno prenderà in esame anche la questione della dichiarazione dello stato di calamità.
 
Infatti, la Miteni di Trissino è stata riconosciuta la principale colpevole di questo disastro ambientale, e ha chiuso. Ma i residui della sua produzione restano nel terreno e finché questi non saranno bonificati agiranno come una “bustina da tè”. Ad ogni riempimento della falda, l’acqua tornerà a inquinarsi e un po’ alla volta raggiungerà anche territori più lontani e non ancora contaminati.
 
A maggior ragione il discorso vale per il disastro sanitario e ambientale della Solvay di Spinetta Marengo, monopolista della produzione Pfas in Italia.
Ci vorranno milioni di euro per le bonifiche, una cifra evidentemente indisponibile ai Comuni o alle Regioni. Quindi, la Regione Veneto e la Regione Piemonte dovrebbero considerare la possibilità di dichiarare uno stato di calamità, aver accesso così a una serie di fondi specifici per affrontare la situazione e poi lo Stato si rifarà su chi ha inquinato quando i rispettivi processi giungeranno a termine.

Solvay double face. Doppio ordito e una sola trama, oppure due trame e un solo ordito?

Solvay è una azienda solare: definizione inverosimile nella opaca versione Syensqo-Solvay che ad Alessandria nasconde in Provincia enormi falle ambientali sotto una fitta coltre di omissis (clicca qui).
Mentre a Rosignano Solvay, Solvay può vantare che realizzerà entro la metà del 2026 il primo impianto in Italia che partendo dall’energia solare produce idrogeno utilizzato direttamente dall’industria: “Il primo hub europeo per la produzione di idrogeno rinnovabile, o verde, perché prodotto attraverso l’elettrolisi”. “Importante passo nello sviluppo della filiera nazionale dell’idrogeno”. “Prova concreta che le aziende possono davvero contribuire alla decarbonizzazione del pianeta”. “Conferma dell’impegno del Gruppo Solvay e del sito di Rosignano nella sostenibilità e nello sviluppo”. Altro che Spinetta Marengo, destinata ai profitti sporchi dei Pfas.
 
“L’opera” spiega la propaganda della multinazionale belga (9mila dipendenti, fatturato netto di 4,9 miliardi) “rappresenta un tassello cruciale del progetto “Hydrogen Valley Rosignano”, destinato a supportare la transizione energetica del sito e a ridurre le emissioni di CO2. Il progetto, con una capacità produttiva stimata fino a 756 tonnellate di idrogeno rinnovabile all’anno, si prefigge l’obiettivo di abbattere fino al 15% le emissioni di anidride carbonica legate alla produzione di perossidati di Solvay (Solvay Peroxides fa un fatturato di un miliardo e ha 1000 dipendenti n.d.r), prevede la realizzazione di un ecosistema energetico sostenibile. Sapio (fatturato di 850 milioni e 2400 dipendenti n.d.r) è incaricata della costruzione e gestione di un sistema di elettrolisi da 5 MW, che sarà alimentato da un impianto fotovoltaico da 10 MW realizzato da Solvay.”
Si tratta di un investimento di 19 milioni di euro con un finanziamento di 16 milioni dalla Regione Toscana, erogato nell’ambito del Pnrr.
 
 
Si pensi, invece, allo scandalo della Regione Piemonte (& c.) che con il governo finanzia in Pfas con il “nuovo” impianto “Aquivion” a Spinetta Marengo: 9,5 milioni di euro (clicca qui).
Le istituzioni toscane sono entusiaste del progetto di Rosignano (anche perché si avvierà la partita delle compensazioni in loco: verso l’Aurelia e la ferrovia sarà realizzata una siepe-barriera mentre saranno piantati 250 alberi) e dunque l’iter procedurale è quasi chiuso e, incassata la Via, i proponenti attendono l’Aia per questo inverno.
Solvay garantisce che “il progetto riduce al minimo l’impatto ambientale”. Al minimo, non a zero. Dal movimento ambientalista non si segnalano posizioni avverse.

Ambiente e non solo…

Ambiente e non solo… Direttore: Marco Talluri – Blog giornalistico nel quale si parla di ambiente, emergenza climatica, sviluppo sostenibile, mobilità sostenibile, comunicazione e non solo “Spinetta Marengo: un secolo di chimica, memoria e resistenza Alessandria – Spinetta Marengo. È una delle storie più lunghe e controverse dell’industria chimica italiana: oltre un secolo di produzione, progresso e conflitti, che oggi ritorna alla luce in forma di memoria audiovisiva.
 
Con la pubblicazione delle prime 21 puntate su YouTube, prende corpo un progetto di docufilm di Lino Balza che racconta, attraverso testimonianze dirette, immagini d’archivio e riflessioni civili, la parabola dello stabilimento di Spinetta Marengo, oggi Solvay, e del territorio che ne ha condiviso il destino.
Tutto nasce da una richiesta rivolta a chi, ad Alessandria, è considerato “lo storico per eccellenza” della fabbrica — un uomo che in quello stabilimento ha lavorato trentacinque anni, e che da oltre mezzo secolo ne racconta le vicende, “avendo dato voce a una storia di pane, lacrime e sangue”.
 
La sua voce guida lo spettatore lungo una ricostruzione che è insieme memoria personale e indagine collettiva, capace di intrecciare i destini della fabbrica con quelli della città e dei suoi abitanti, fino all’attuale drammatica situazione ambientale e sanitaria che coinvolge il polo chimico Solvay.
 
La serie si apre con la puntata introduttiva (link) e prosegue con 21 episodi dal taglio narrativo e documentario: da C’era una volta e La mostarda letale, che riportano agli anni pionieristici e ai primi incidenti tossici, fino a Un inferno dantesco, I sopravvissuti, Lavoratori in trincea ed E i sindacati cosa facevano?, dove emergono le prime lotte operaie e la presa di coscienza collettiva.
Seguono le puntate dedicate alla stagione dei consigli di fabbrica, al ruolo di Giulio A. Maccacaro, ai movimenti del ’68 e alle crisi degli anni Settanta, fino agli episodi finali (Partito comunista vs sindacati, Fine della democrazia), che segnano la frattura fra politica, lavoro e territorio.
 
Attraverso un linguaggio asciutto, diretto e spesso polemico, la narrazione affronta le responsabilità diffuse di politici, sindacalisti, giornalisti e magistrati, alternando “mobilitazioni, connivenze, complicità, corruzioni, ignavie”. È una storia d’Italia in scala locale: quella dell’economia prima e dopo la guerra, del capitalismo industriale, dei movimenti operai e dei primi movimenti ecopacifisti, fra conquiste e sconfitte.
 
Ma è anche una storia che parla al presente. Perché raccontare, oggi, è un atto di resistenza civile: serve a comprendere come si è arrivati a un territorio contaminato, a una popolazione che “non è più disposta a pagare lacrime e sangue”, e a una memoria che chiede giustizia ambientale.
In attesa del docufilm conclusivo, le puntate già pubblicate offrono uno straordinario archivio di memoria operaia e ambientale, un invito a non dimenticare che ogni territorio ferito porta in sé, insieme al dolore, anche la possibilità della verità e della ricostruzione.”

Class actions dopo il fallimento dei processi penali.

Se qualcuno, in buona fede: intendo (non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire), avesse ancora qualche dubbio sulla necessità non più rinviabile di avviare in sede civile una class action inibitoria contro Solvay per bloccare d’urgenza le produzioni di Spinetta Marengo che causano il disastro sanitario e ambientale di Alessandria, quel qualcuno dovrebbe interrogarsi sui Fatti.
Uno dei fatti, il principale, è che i processi in sede penale, almeno per quando riguarda Alessandria (ma anche in generale: vedi le 518 pagine, non aggiornate, del nostro “Ambiente Delitto Perfetto” volume 1° prefazione del grande Giorgio Nebbia) sono un fallimento per la tutela della Salute e delle Vittime. Lo ripeto giusto da dieci anni, da quando il processo contro Solvay si concluse senza vere condanne, senza risarcimenti per le Vittime, dunque senza nessuno seguito di bonifiche del territorio.
Ad analogo fallimento è destinato il nuovo processo Solvay, già moribondo al concepimento: con capi di imputazione dei PM irrilevanti (di colpa anziché di dolo) e scaricati su due piccoli capri espiatori nullatenenti (piuttosto che sulle spalle dei  miliardari padroni dell’azienda), eppoi proseguito anzi neppure proseguito ma arenato dal GUP almeno fino  al 2026 per consentire quell’opaco Patteggiamento della Solvay con le Parti civili che porrà la pietra tombale anche su questo processo: senza condanne, senza risarcimenti per le Vittime, senza seguito di bonifiche del territorio.
Gli avvocati penalisti di parte civile, quelli onesti e ottimisti, sperano che questo inevitabile nuovo fallimento sarà ribaltato da un colpo di scena: da una sopraggiunta sostituzione dei giudici del tribunale di Alessandria. Purtroppo hanno torto: è una velleità, i buoi sono già scappati, è troppo tardi -con tutto il rispetto per i nuovi giudici- per ristrutturare di sana pianta (dolosa) l’impalcatura (colposa) del processo, per ricominciare da punto e a capo il processo, un lavoro che durerebbe anni, mentre nel frattempo per altri anni e anni migliaia di persone sarebbero condannate a malattie e morti.
Esistono vie alternative alle fallimentari sedi penali, che -per dovere morale e civile- vanno tentate. Lo ripeto da dieci anni. Class actions in sede giudiziaria civile: 1) con azione risarcitoria collettiva, patrimoniale e non, per le Vittime fisiche (cittadini e lavoratori) del disastro sanitario, e 2) con azione inibitoria collettiva in materia ambientale per bloccarlo il disastro ecosanitario della Solvay, per fermarle le produzioni inquinanti.
Per queste azioni, realizzate con successo nel mondo, ma finora mai tentate contro il colosso Solvay in Italia, per la loro riuscita è necessaria la garanzia che siano affidate -come stiamo facendo per l’azione inibitoria- ad uno Studio Legale con un pedigree di radicalità e onestà invalicabile sia sotto il profilo umano/lotta ecologista che sotto quello strettamente professionale. Ad un gruppo di professionisti, cioè, con un passato di lotta ambientalista e che investono decine di migliaia di euro su un valido staff di tecnici ed esperti assortiti per le varie esigenze scientifiche necessarie in tribunale. Senza alcun rischio per i beneficiari.
Per l’opzione class actions, chi risponde alla propria coscienza, cioè in scienza e buona fede (ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire), aggiorna sempre più gli altri Fatti: una mole di documentazione di indagini ambientali ed epidemiologiche. Ad esempio, di recente, i DATI EPIDEMIOLOGICI SULLA CONTAMINAZIONE DI SPINETTA MARENGO. Documentazione scientifica a supporto dell’appello dei medici. I dati riportati provengono da studi epidemiologici ufficiali condotti da: Servizio di Epidemiologia, ASL TO3 Piemonte, ARPA Piemonte, ASL Alessandria. Gli studi sono stati richiesti dalla Procura della Repubblica di Alessandria nell’ambito dell’inchiesta per inquinamento ambientale.

I dati epidemiologici sulla contaminazione Solvay. Tra chi li ignora e chi fa finta.

Per l’opzione class action in sede civile, alternativa al fallimento della sede penale, chi risponde alla propria coscienza, cioè in scienza e buona fede (ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire) aggiorna sempre più i Fatti: la mole di documentazione di indagini ambientali ed epidemiologiche.
Ad esempio, di recente, i DATI EPIDEMIOLOGICI SULLA CONTAMINAZIONE DI SPINETTA MARENGO. Documentazione scientifica a supporto dell’appello dei medici. I dati riportati provengono da studi epidemiologici ufficiali condotti da: Servizio di Epidemiologia, ASL TO3 Piemonte, ARPA Piemonte, ASL Alessandria. Gli studi sono stati richiesti dalla Procura della Repubblica di Alessandria nell’ambito dell’inchiesta per inquinamento ambientale.
Tramite le analisi in 10 capitoli (STUDIO SULLA MORTALITÀ DEI LAVORATORI DEL POLO CHIMICO, STUDIO SULLA MORBOSITÀ DEI LAVORATORI, DATI POPOLAZIONE RESIDENTE A SPINETTA MARENGO, PATOLOGIE NON TUMORALI – POPOLAZIONE RESIDENTE, MORTALITÀ GENERALE, CORRELAZIONE CON L’ESPOSIZIONE AMBIENTALE CONTAMINAZIONE DOCUMENTATA, CONFRONTO CON ALTRE AREE CONTAMINATE, CONSIDERAZIONI SCIENTIFICHE SIGNIFICATIVITÀ STATISTICA, IMPLICAZIONI PER LA SALUTE PUBBLICA POPOLAZIONE A RISCHIO, RACCOMANDAZIONI SCIENTIFICHE NECESSITÀ IMMEDIATE, PREVENZIONE PRIMARIA)
le CONCLUSIONI non lasciano scampo ad equivoci di sorta:
“I dati epidemiologici disponibili dimostrano in modo inequivocabile l’esistenza di:
✓ Eccessi significativi di mortalità e morbosità nella popolazione esposta ✓ Pattern di malattie coerente con l’esposizione a inquinanti chimici ✓ Correlazione dose-risposta tra esposizione e effetti sanitari ✓ Gravità particolare per alcune patologie (mesotelioma, SLA, tumori renali e vescicali) ✓ Persistenza temporale del fenomeno (oltre 20 anni)
Questi dati costituiscono una solida base scientifica per richiedere:
Interventi immediati di bonifica
Programmi di sorveglianza sanitaria
Tutela della salute dei lavoratori e dei residenti
Applicazione del principio di precauzione
Riconoscimento del danno sanitario”.
Eppure, di fronte a questi inequivocabili FATTI, ignorati da comune provincia sindaco regione governo magistratura, c’è perfino chi tituba sulle class action.

Non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.

Chi, ad avvalorare la necessità delle class actions, non si accontenta degli Studi Epidemiologici: farebbe bene a relazionarsi anche sui risultati prodotti da Arpa relativi alla campagna di monitoraggio condotta presso lo stabilimento Solvay Syensqo di Spinetta Marengo, che fornisce aggiornamenti sia sulle concentrazioni rinvenute per i tensioattivi perfluoroalchilici sia sui cosiddetti “inquinanti storici”.
Se già nel 2024 la campagna aveva rilevato la presenza di concentrazioni “anomale” di composti clorofluorurati nelle acque sotterranee, cioè anche dei pfas C6O4, nel 2025, per inquadrare idrogeologicamente il periodo, il livello piezometrico della falda nei mesi è tornato ad aumentare, alzandosi di quasi un metro rispetto ad inizio anno. L’area di cattura della barriera idraulica continua ad essere arretrata verso lo stabilimento. “Molti piezometri risultano con una concentrazione in crescita come il PzIN63 e il PzIN74, afferenti all’area Algofrene e alle zone limitrofe, che presentano concentrazioni molto elevate (fino a 38500 μg/l in PzIN63) estendendosi fino ai pozzi barriera e alle aree limitrofe. Si osservano anche aumenti di concentrazione in pozzi esterni all’azienda come P5AMAG e pozzi profondi sia interni che esterni all’azienda come per PP14bis che PP29bis. Nei piezometri profondi del livello B sono stati riscontrati anche gli altri CFC ricercati (Clorodifluorometano, Diclorodifluoro-meatno, Triclorofluorometano).” Va evidenziato che per gli altri due PFAS in analisi (ADVN2 e PFOA) si osserva un aumento di concentrazioni rispetto alla campagna precedente, soprattutto nel caso del PFOA.
A valle del sito nella falda superficiale si è notato un incremento di concentrazione di PFOA. Il piezometro esterno con la concentrazione maggiore di cC6O4 è risultato essere PzES4 ubicato sul confine N-NW dello stabilimento, con una concentrazione pari a 0,81 μg/l. Tra i piezometri esterni del Livello A PzES6 ha registrato la concentrazione maggiore di cC6O4 pari a 2,6 μg/l e di ADVN2 pari a 7,4 μg/l.
Va da sé che l’acqua che Solvay preleva dalle falde per il raffreddamento degli impianti, superiore all’intero consumo dell’intera provincia, viene poi sparata dai camini in atmosfera e ricade sul territorio in respirazione  suolo e acqua.

Gli omissis di Solvay per nascondere l’inquinamento.

Nel procedimento in corso presso la Provincia di Alessandria per il rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per i propri impianti di Spinetta Marengo, Solvay-Syensqo aveva ottenuto che fossero pubblicati i progetti eliminando tutte le parti che l’azienda riteneva riservate per ragioni di segreto industriale, anche se contenevano informazioni sulle emissioni di inquinanti nell’ambiente. Legambiente aveva presentato ricorso al TAR Piemonte.
La sentenza del TAR, nonostante l’opposizione presentata sia da Solvay-Syensqo, sia dalla Provincia di Alessandria che aveva sostanzialmente avallato la secretazione pretesa dall’Azienda, è stata sollecita e chiara: la Provincia “dovrà, pertanto, esibire e rilasciare in copia i documenti richiesti nel termine di giorni 20 (venti) dalla comunicazione della presente pronuncia, rimuovendo gli oscuramenti e gli omissis che ostino alla lettura delle informazioni relative alle emissioni dell’impianto industriale nell’ambiente”.
Vedremo se e come i sodali Solvay e Provincia renderanno pubblici gli ostinati omissis. Vedremo se ci sarà chi tituba di fronte alle class actions (ma, si sa, non c’è peggior sordo di chi fa finta di non sentire).

Il colonialismo delle multinazionali Pfas.

Le multinazionali predispongono sempre un piano B quando l’A non andasse in porto. La Solvay resiste a Spinetta Marengo contando su questo secondo processo penale ormai indirizzato, come il primo, salvo colpi di scena, alla propria innocuità e a perpetuare per altri dieci anni i profitti e il disastro sanitario e ambientale. Il piano B, altrimenti, è spostare definitivamente dall’Europa alla Cina le produzioni.
 
Il copione è lo stesso usato dalla Miteni di Trissino. La fabbrica veneta, per conto di Solvay, ha causato uno dei più gravi disastri ambientali verificatisi in Italia, a causa dei Pfas. Dopo il preordinato fallimento del 2018, i macchinari della Miteni, con i brevetti e il know-how per continuare la produzione, a tempo di record erano stati ceduti dal curatore fallimentare all’azienda chimica indiana Laxmi Organic Industries… l’unica che aveva presentato un’offerta. Tutto programmato. Tant’è che nel consiglio di amministrazione della società asiatica nello stato di Maharashira fa parte Antonio Nardone, l’ultimo amministratore delegato di Miteni, cui – in primo grado a Vicenza – sono stati inflitti sei anni e quattro mesi di reclusione. E Nardone si era recato in India già prima che l’azienda fallisse.
 
In India, vive gente ignara di tutto, che non conosce il pericolo mortale rappresentato dai Pfas. I reflui dello stabilimento finiscono in un depuratore che è oggetto di malfunzionamento per la ricorrente mancanza di energia elettrica, e quindi nei fiumi, già inquinati per altre lavorazioni, al punto che è scomparsa la fonte economica della pesca per la popolazione locale. Si tratta quindi di una realtà ideale in cui le multinazionali possono installare gli impianti proprio mentre l’Unione Europea ha avviato procedure per ridurre ed eliminare l’impiego dei Pfas, e ad Alessandria si chiede la chiusura delle produzioni

Grazie a Solvay, l’Università di Alessandria si candida al premio Nobel per la chimica.

L’Università di Alessandria si candida per il premio Nobel per la chimica. E lo sarebbe grazie a 5 milioni di euro erogati da Syensqo Solvay di Spinetta Marengo al Dipartimento di Scienze e innovazione tecnologica dell’Università del Piemonte Orientale, Centro di Ricerca e Sviluppo per il Risanamento e la Protezione Ambientale.
 
La grande scoperta da Nobel consisterà (leggiamo da Radiogold): “nella creazione di materiali che, come delle ‘mini-spugne’, saranno in grado di assorbire gli inquinanti, utilizzando anche prodotti naturali come l’involucro dei chicchi di riso o i gusci di nocciola”. “L’obiettivo sarà la rimozione dei metalli pesanti dai suoli contaminati, il recupero della fertilità del suolo, la rimozione dei contaminanti emergenti come Pfas, coloranti dalle acque di falda e dai reflui industriali e civili”.
 
Si è mostrato un poco perplesso il Magnifico Rettore dell’Università del Piemonte Orientale, Menico Rizzi, che, con una punta di ironia, ha auspicato che questo centro di ricerca produca risultati superiori all’investimento iniziale”. In effetti 5 milioni paiono assai miserini a produrre una scoperta epocale – l’eliminazione dei Pfas “forever chemicals” –  alla quale tutti gli scienziati del mondo non sono stati capaci.  Ma Solvay ha assicurato che rinforzerà con proprio personale la task force del professor Leonardo Marchese che nientepopodimeno “impiegherà trenta tra ricercatori e personale tecnico del Disit e di Syensqo, cinque tecnologi, un project manager e dieci giovani ricercatori (dottorandi o post dottorato), oltre a dieci studenti tesisti”. Altro che l’IBM Research, lo Scripps Research Institute, il Max Planck Gesellschaft, messi assieme. Che smacco per questi istituti di ricerca internazionali! Con un po’ di involucri dei chicchi di riso e gusci di nocciola e quattro lire di investimento!
Sulla quotazione da premio Nobel (ex equo con Solvay?) non hanno dubbi Francesco Luccisano, Country Director di Syensqo Italia, e Federico Frosini direttore dello stabilimento esentatosi da prossimo imputato al prossimo processo: “Questo centro di ricerca accelererà il risanamento già iniziato. La bonifica sta già avvenendo”. A prescindere dalle indagini Arpa e dai monitoraggi sangue. E da Legambiente che definisce “Colonialista l’atteggiamento di Syensqo verso i cittadini e le associazioni”.
 
Presa invece per buona la notizia, il sindaco di Alessandria “Un passo avanti per Alessandria: qui si incontrano impresa, università ed enti pubblici per trasformare la conoscenza in soluzioni concrete e fare passi avanti per uno sviluppo sostenibile” tira un sospiro di sollievo: ho fatto bene a non emettere ordinanza di fermata delle produzioni inquinanti e piuttosto a sottoscrivere il patteggiamento con Solvay. Altro che la class action inibitoria di comitati e associazioni.

Veneto, oltre 90 comuni chiedono lo stop alla produzione di Pfas.

Chi l’ha già approvata, chi ha messo in calendario la proposta. Sono già oltre 90 i Comuni che hanno accolto la mozione che le associazioni stanno spingendo: chiedere al Parlamento una legge per bloccare la produzione di Pfas. La produzione di Pfas avviene ad opera della Solvay a Spinetta Marengo (Alessandria), dove l’inquinamento aria-acqua-suolo sta tuttora provocando un disastro anche sanitario. Non intervenendo il sindaco, autorità preposta, a fermare con ordinanza le produzioni inquinanti (non solo di Pfas), preso atto del fallimento ultradecennale dei procedimenti penali, i comitati e le associazioni di Alessandria intraprendono in sede civile azione inibitoria per bloccare d’urgenza il comportamento illecito che lede l’ambiente e la salute pubblica (Legge 262-2005).
 
Con il caso Miteni, proprio tra le province di Vicenza, Verona e Padova i Pfas hanno generato la più grande contaminazione dell’acqua d’Europa, finendo nel sangue di 300mila residenti.
 
Il problema Pfas è mondiale,  tanto che in questi giorni in Brasile, alla Cop 30 (il vertice tra gli Stati firmatari della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici), si parla anche di acqua e inquinamento. Per l’Italia c’è la vicentina Michela Piccoli, delle Mamme No Pfas, a sensibilizzare.

La truffa del “biomonitoraggio di massa”.

Non ci siamo mai stancati di denunciare la storica complicità della Regione Piemonte con Solvay per rinviare all’infinito, ben oltre il fatidico 2026, il monitoraggio di massa delle popolazioni a rischio: “pistola fumante” del crimine in corso. Al punto che fummo costretti a provvedere ad analisi private tramite l’Università di Liegi (con risultati angoscianti! e ora in aumento!).
 
La provincia di Alessandria conta 405.288 abitanti. Fra i quali, la Regione Piemonte, tramite Asl, finalmente nel 2024 ha sottoposto a biomonitoraggio PFAS il sangue di… 29 cittadini. Pari allo 0,0071% della popolazione a rischio. Si “ascende” allo 0,31% se si considera solo il comune di Alessandria (90.952 abitanti), ma sarebbe fuorviante perché i Pfas del sobborgo Spinetta Marengo sono stati rilevati anche negli altri comuni della provincia: in atmosfera, acque sotterranee, acquedotto, fino al fiume Bormida e dunque al Po.
 

Storia di una fabbrica, di una città e delle sue ferite ambientali.

Clicca qui ISDE News:
 
“Dopo oltre un secolo di attività, il polo chimico di Spinetta Marengo, ad Alessandria, simbolo dell’industria italiana e oggi della crisi ambientale legata alla Solvay, torna al centro del dibattito pubblico.
 
A raccontarne l’evoluzione è uno storico e testimone diretto, Lino Balza, che ha trascorso 35 anni all’interno dello stabilimento, firmando articoli e libri su una vicenda che intreccia pane, lacrime e sangue di un intero territorio.
Ripercorrere questa storia significa comprendere le radici dell’attuale emergenza ambientale e sanitaria, ma anche le lotte della popolazione alessandrina, decisa a non pagare più il prezzo dell’inquinamento.
 
Attraverso una serie di video l’autore offre un viaggio tra memoria industriale e denuncia civile, tra le contraddizioni di un Paese che ha sacrificato salute e ambiente al progresso economico: un racconto fatto di mobilitazioni, connivenze, corruzioni e silenzi, ma anche di impegno e speranza per un futuro diverso”.

Soprattutto al medico: seconda lettera aperta. Sollecito.

Adriano Di Saverio ha partecipato alla riunione con i Comitati e le Associazioni promossa dalla europarlamentare verde Cristina Guarda.
Nell’occasione, ci chiediamo: si sarà reso conto che la sua replica https://www.rete-ambientalista.it/2025/06/21/rispondo-come-medico-e-politico/, non aveva convinto nessuno  come medico e come Presidente della Commissione Sicurezza e Ambiente del Comune di Alessandria, quando non aveva risposto puntualmente alle questioni poste nella lettera aperta (https://www.rete-ambientalista.it/2025/05/30/fermare-subito-le-produzioni-inquinanti-di-solvay/)?
 
Eppure, nell’occasione, Di Saverio ha letto i 12 punti del Piano di azioni che si sono proposti Comitati e Associazioni per scongiurare con urgenza la tragedia dei Pfas in Alessandria (clicca qui). E che riassumiamo.
 
1) Addivenire in sede civile ad azione risarcitoria collettiva, patrimoniale e non, per le Vittime fisiche di Solvay: cittadini e lavoratori. 2) Intraprendere in sede civile azione inibitoria collettiva in materia ambientale per bloccare il disastro ecosanitario del sito industriale Solvay (su questa azione è programmato un esame congiunto il 5 novembre con lo Studio legale internazionale). 3) Verificare il riesame della formulazione, come dolo, dei processi penali di Alessandria e Vicenza alla luce delle notizie di reato sopraggiunte. 4) Verificare la richiesta alla Procura di Alessandria di riformulazione dei capi di accusa da colposi a dolosi. 5) Ribadire la mancanza da parte del Comune di Alessandria di ordinanza di fermata delle produzioni della Solvay inquinanti dentro e fuori il comune, come imporrebbe il principio di precauzione, esercitando le prerogative di legge che derivano al sindaco nella sua veste di massima Autorità Sanitaria Locale. 6) In forza anche delle Mozioni Popolari presentate, basate sui principi della prevenzione e della precauzione / “limiti zero”, ribadire al Parlamento la richiesta della messa al bando dei Pfas in Italia, della loro produzione e utilizzo, ovvero della fermata delle produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo quale pregiudiziale “conditio sine qua non” del fattuale divieto di Legge. 7) Respingere alla Solvay ogni proposta alle parti civili fisiche di Patteggiamento, che strozzerebbe il processo locale, nonché la stessa Legge nazionale basata sui principi della prevenzione e della precauzione / limiti zero. 8) Diffidare le Istituzioni locali e nazionali a intraprendere contrattazioni di patteggiamento con Solvay, che strozzerebbero il processo di Alessandria e la legge nazionale. 9) Invitare in particolare il sindaco di Alessandria a recedere dal patteggiamento intrapreso. 10) Ingiungere al Governo di destinare immediatamente risorse tecniche, economiche ed umane adeguate al monitoraggio ambientale e sanitario dei Pfas in Italia, a maggior ragione in Veneto e Piemonte dove già urge provvedere a idonee misure cautelari e interventi di bonifica. 11) Incalzare la Regione Piemonte, nel cui territorio i ritardi dei monitoraggi ambientali e sanitari sono ancora più evidenti, di non rallentare ulteriormente l’opaco monitoraggio del sangue della popolazione alessandrina. Va da sé, escludendo ogni patteggiamento con Solvay. 12) Costruire un tavolo di lavoro quale strumento a livello europeo di elaborazione di pratiche, di studio di mezzi legali per chiedere la messa al bando UE dei PFAS.
 
Quando li ha letti questi 12 punti (27 settembre scorso) si è espresso meno che genericamente. Poi che li ha riletti, ora, egregio Di Saverio, medico e Presidente della Commissione Sicurezza e Ambiente del Comune di Alessandria, non le corre l’obbligo di essere più esplicito nei confronti della popolazione? In particolare, sulla “spada di Damocle” dei Patteggiamenti? In particolare, come Presidente, non ritiene che il Comune di Alessandria debba recedere dal patteggiamento intrapreso? A maggior ragione come medico, avendo in mano, tra i tanti, questi terribili dati epidemiologici (clicca qui), che da soli, per il sacrosanto principio di precauzione, indurrebbero un sindaco ad esercitare le prerogative di legge in veste di massima Autorità Sanitaria Locale, ad emettere ordinanza di fermata delle produzioni della Solvay inquinanti? Nota bene: quegli studi sono stati richiesti dalla Procura della Repubblica di Alessandria nell’ambito dell’inchiesta per inquinamento ambientale.