Pfas: la più grave emergenza sanitaria. 

Il nostro Sito www.rete-ambientalista.it potrebbe considerarsi saturo di articoli (verso i duemila) dappoiché avviammo quasi 40 anni fa la campagna per la messa al bando dei Pfas. Invece, non può ridimensionarsi in quanto sempre più affluiscono comunicazioni riguardanti una tragedia sanitaria ormai finalmente considerata di dimensione planetaria. Al punto che il nostro Dossier “Pfas. Basta!” è già al quarto volume.

Aggiorniamo dunque il Sito, come di seguito. Fermo restando che la premessa in Italia è sempre la stessa: LA VERA SOLUZIONE E’ ELIMINARE I PFAS ALLA FONTE, CHIUDERE LE PRODUZIONI SOLVAY DI ALESSANDRIA (come e quando: affronteremo successivamente la questione con un ampio servizio). Secondo l’inchiesta di “The forever pollution project” più di 17.000 siti in tutta Europa sono contaminati dai PFAS. In Italia sono stati trovati in tutte le Regioni, beninteso: in tutte le Regioni dove sono stati cercati, come abbiamo

pubblicato in decine di articoli. Aggiorniamo aggiungendo le autobotti di emergenza nel bergamasco (1), i Pfas nelle acque del Ticino (2), i pozzi chiusi nel pordenonese (3), nel trentino, (4), nel vicentino (5).

Aggiorniamo l’allarme sanitario per i Pfas che ormai non risparmia nessun alimento neppure garantito dalle grandi marche commerciali (6). La terribile evidenza delle mamme che trasmettono ai figli i Pfas in gravidanza e nell’allattamento (7), nelle diete ai neonati (8).  Mamme che non azzardano ai figli un uovo alla coque (9). Neanche un frutto, men che mai le golose fragole (in yogurt, succhi, merendine e gelati): con le più alte proprietà di interferenza endocrina, su sviluppo del feto e sviluppo cerebrale, sull’insorgenza di malattie croniche, tra cui l’infertilità e le tiroiditi (10). Stante che le autorità arrivano a vietare la vendita di pesci, carni bovine, suini, pollame, uova, latte vaccino (11). Ammesso che le mamme si siano fidate ad usare la carta da forno (12).

Questi allarmi ormai non risparmiano nessun territorio italiano. Oltre al caso più famoso dei 350mila veneti contaminati per l’eredità della Miteni di Trissino. Non solo una eredità ma, addirittura, dopo la chiusura della Miteni, oggi sarebbero inceneriti in Veneto i rifiuti della Solvay (13).

E attualmente è proprio Alessandria il punto nevralgico nazionale, perché a Spinetta Marengo la Solvay Syensqo è l’unica produttrice italiana dei brevetti Pfas. Non accenna a chiuderli.  La multinazionale belga gode della protezione delle Istituzioni. Al punto che, per non allarmare, hanno perfino omesso la mappatura dei pozzi privati utilizzati a scopo potabile nella zona di Alessandria, che poi le analisi dei privati con clamore

denunciamo essere pesantemente inquinati dai Pfas (14).

Qualche sindaco in provincia si muove in autonomia, come a Castelletto d’Orba, ed è costretto a chiudere storiche fonti nel commercio di acque minerali (15). Il sindaco di Montecastello ha ordinato la chiusura dell’acquedotto già nel 2020. Mentre quello di Novi Ligure, come il suo compagno di Alessandria, cerca di far finta di niente per l’interrotta fornitura idrica di Novi Ligure, Pozzolo Formigaro e Serravalle Scrivia (16 ).

Se i monitoraggi degli enti pubblici sono da sempre assenteisti, stanno venendo a mancare attorno al sito chimico di Spinetta perfino le tradizionali sentinelle ecologiche: i ricci. L’inquinamento ha sopraffatto questi bioindicatori” naturali, capaci di raccontare attraverso il loro corpo le condizioni di salute dell’ecosistema alessandrino offrendo un campanello d’allarme diretto sui rischi per la salute umana (17).

Fortunatamente, qualcosa ad Alessandria in ambito ospedaliero si muove: con il nuovo progetto di ricerca dell’IRCCS dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria in merito al legame tra microbiota intestinale e adenocarcinoma del colon e l’esposizione dei Pfas di Solvay (18).

Per il resto, abbiamo sindaci che, in un quadro di disastro ambientale e sanitario senza paragoni, nelle loro vesti di massima autorità sanitaria locale potrebbero bloccare Solvay e invece miseramente patteggiano l’abbandono dal processo che vedeva il Comune quale parte civile: in pratica assolvendo la multinazionale belga, rinunciando a chiedere giustizia, finalmente giustizia, contro chi sta ammalando e uccidendo lavoratori e cittadini senza neppure risarcirli (19). Con i sindaci abbiamo sindacati e istituzioni che sapevano che per

primi i lavoratori della Solvay di Spinetta Marengo erano usati come cavie umane (20).  

TUTTI SAPEVANO/SANNO CHE LA VERA SOLUZIONE E’ ELIMINARE I PFAS ALLA FONTE, CHIUDERE LE PRODUZIONI SOLVAY DI ALESSANDRIA)

  1. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/autobotti-anti-pfas-a-bergamo/
  2. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-anche-a-pavia-nelle-acque-del-ticino/
  3. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/emergenza-pfas-nel-pordenonese/
  4. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfos-nel-trentino/
  5. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/nel-vicentino-superati-di-tre-volte-i-limiti/
  6. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/tfa-ovunque-pane-pasta-latte-ortaggi-frutta-acque-minerali-vino/
  7. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-nel-latte-materno/
  8. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-pediatri-pfas-negli-alimenti-bimbi-a-rischio/
  9. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/con-un-uovo-al-giorno-non-ti-togli-piu-il-medico-di-torno/
  10. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/fragole-il-frutto-piu-contaminato-dai-pfas/
  11. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/in-veneto-stop-a-vendite-di-carne-con-pfas/
  12. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/nel-dubbio-non-usare-carta-da-forno/
  13. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/probabile-lincenerimento-in-veneto-dei-pfas-c6o4-della-solvay/
  14. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/quanti-alessandrini-stanno-usando-i-pozzi-inquinati-il-sindaco-sotto-accusa/
  15. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-pfas-chiudono-le-fonti-di-castelletto-dorba/
  16. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-da-diluire-nella-rete-idrica-di-novi-ligure-pozzolo-formigaro-serravalle-scrivia/
  17. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/sempre-meno-le-sentinelle-attorno-alla-solvay/
  18. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-e-tumori-al-colon-retto-in-alessandria/
  19. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/chi-inquina-compra-limmagine-ma-non-paga-per-la-salute-delle-popolazioni/
  20. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-lavoratori-usati-come-cavie-umane-per-i-pfas/

Probabile l’incenerimento in Veneto dei pfas C6O4 della Solvay.

La rete ambientalista Zero Pfas ha diffuso dati relativi alla presenza dei Pfas in relazione allo stato dei fanghi trattati dallo stabilimento Chemviron, ditta che «lava» gli acquedotti e i depuratori del Veneto contaminato da Pfas. Sulla base del referto certificato da una società autorizzata, ossia la Accredia, per quanto riguarda i C6O4 la quota tocca la soglia di 4,4 milioni di nanogrammi per chilogrammo: la Rete afferma “La presenza di quest’ultimo rende probabile lo smaltimento da parte di Chemviron dei rifiuti tossici della Solvay, ora Syensqo» di Alessandria”. «I cui dirigenti sono stati rinviati a giudizio per disastro ambientale in cui il composto C6O4 è il protagonista maggiore». L’eventualità incenerimento è stata paventata anche dal presidente della “Commissione Sicurezza e Ambiente” alessandrina,  Adriano Di Saverio.
Secondo la nota, il dato acquisito «dimostra inoltre l’inefficacia dell’incenerimento» praticato in loco nonché «la ricaduta su altre matrici» ambientali.
 
La Rete Zero Pfas, «in modo indipendente», insieme con altri istituti di ricerca e laboratori accreditati, ha continuato a monitorare le varie matrici, non solo alimentari, in particolare nella zona ad altissimo rischio di Legnago nel Veronese dove, per l’appunto è attivo l’impianto di «rigenerazione carboni attivi» della multinazionale Chemviron, «già fornitrice della Miteni e gestore degli scarti Pfas delle zone contaminate, degli acquedotti e dei depuratori del Veneto».
Così un gruppo di attivisti della rete ecologista del Nordest si è recata a Venezia per sensibilizzare la Regione Veneto proprio sul dossier derivati del fluoro. Alla protesta (in foto) è stata data la veste di una vera e propria performance artistica.
Il dossier inceneritori non lambisce solo Legnago, ma pure Arzignano, uno dei centri industriali più importanti dell’Ovest vicentino: uno dei principali distretti della concia in Europa, dove in passato è stata presa in considerazione la eventualità di realizzare in zona un impianto di incenerimento proprio per fanghi conciari.

Quanti alessandrini stanno usando i pozzi inquinati? Il sindaco sotto accusa.

La mappa dei pozzi privati campionati da “lavialibera “ad Alessandria.
Le falde sono inquinate dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo: dal cromo esavalente ai pfas. Eppure, ad oggi non c’è nessun tipo di mappatura dei pozzi privati utilizzati a scopo potabile nella zona di Alessandria, né a livello regionale né comunale. E preoccupa che le istituzioni non abbiano contezza di quanti cittadini alessandrini stiano utilizzando i pozzi per bere, cucinare e lavarsi.
Tant’è che, non il Comune ma, la rivista “Lavialibera” (con l’encomiabile Laura Fazzini) ha commissionato il campionamento di quattro pozzi privati che si trovano nell’area dello stabilimento Syensqo Solvay e i risultati hanno mostrato valori oltre i limiti dei Pfas. (Vedi la foto).
 
La falda inquinata da Spinetta attraversa Bormida, Tanaro, Alessandria Centro, e l’acqua potabile prelevata dai pozzi privati dai residenti alessandrini di frazione Gelindo, contiene una concentrazione di pfas oltre i limiti di legge.  E le istituzioni continuano a ignorare da anni l’allarme di Pfoa e ADV (182 e 60 nanogrammi) e gli appelli dei cittadini, che chiedono l’allacciamento all’acquedotto pubblico. L’operazione dal punto di vista tecnico è fattibile, ma il costo è completamente a carico dei residenti – servono dai 70 ai 130 mila euro – che alla fine sono costretti a rinunciare.
 
“lavialibera” ha commissionato l’analisi di quattro pozzi privati in frazione Gelindotra i sobborghi di Spinetta Marengo e Castelceriolo, un’area circondata da terreni coltivati a pomodoro e grano e adibiti al pascolo delle vacche, dove molte cascine sono state convertite in case private. Il campionamento ha mostrato valori massimi di pfas oltre i limiti (da 20 a 100 nanogrammi per litro a seconda della tipologia), in particolare del Pfoa, che dal 2023 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) classifica come cancerogena, presente in una quantità dodici volte superiore rispetto ai parametri di legge. Ma non solo: in tutti i campioni sono state trovate tracce dei due composti fluorurati cancerogeni brevettati e prodotti esclusivamente da Syensqo, il C6O4 e la miscela ADV. L’acqua attorno allo stabilimento è quindi contaminata e pericolosa, come noto nonostante il sistema di purificazione finanziato da Syensqo Solvay.
 
Il sindaco del comune di AlessandriaGiorgio Abonante, è sotto accusa. Conosce bene l’inquinamento che ha portato nel 2020 alla chiusura del pozzo potabile del comune di Montecastello, a chilometri a nord del sito chimico. Eppure, sono passati 20 anni da quando il precedente sindaco (di destra), avendo Arpa e Amag nel luglio 2008 rilevato i valori di cromo esavalente e solventi clorurati nelle acque sotterranee esterne al polo chimico, aveva imposto con ordinanza la chiusura dei pozzi e il divieto dell’uso domestico, per l’alimentazione animale e irriguo dei pozzi nel sobborgo tra il fiume Bormida e la strada Statale 10. Dal 2009 l’ordinanza non è più stata aggiornata malgrado che è sempre più emerso che l’area con acque sotterranee contaminate da Solvay è ben più vasta di quella indicata nell’ordinanza del 2009 e include molti pozzi privati, compresi quelli utilizzati a uso potabile oggetto dei campionamenti commissionati da lavialibera (il primo nel 2020).

I Pfas chiudono le fonti di Castelletto d’Orba.

A luglio 2026, il sindaco di Castelletto d’Orba ha emesso un’ordinanza di chiusura precauzionale per le storiche Fonti Feja e Cannone a causa di parametri non conformi. La Fonte Feja è sempre stata particolarmente nota per le sue attività commerciali di imbottigliamento delle acque minerali.
La presenza dei PFAS nell’Alessandrino deriva dalla dispersione storica nel polo chimico Solvay di Spinetta Marengo, per la quale la Regione Piemonte ha avviato un programma di biomonitoraggio. Ma per analizzare l’acqua di un pozzo privato ed escludere la presenza di PFAS o altri contaminanti a Castelletto d’Orba, è necessario incaricare un laboratorio chimico certificato, che applichi i metodi ufficiali per la ricerca dei PFAS su matrici acquose, poiché le autorità pubbliche come l’Arpa Piemonte eseguono campionamenti ufficiali per conto degli enti, ma non forniscono servizi di analisi ordinari per i pozzi dei singoli cittadini.
 
L’analisi assume particolare rilevanza a seguito dell’entrata in vigore a dei nuovi limiti di legge europei e nazionali sulla concentrazione di PFAS nelle acque.
Negli anni precedenti, le fonti pubbliche di Castelletto d’Orba hanno subito diverse chiusure e riaperture, legate a motivi burocratici, danni ambientali e manutenzioni, mentre il provvedimento del nuovo sindaco, Marco Lanza, rappresenta una misura precauzionale differente poiché deriva esplicitamente da anomalie chimico-fisiche (“parametri fuori norma”) rilevate durante i controlli di routine.

Pfas da diluire (? !) nella rete idrica di Novi Ligure, Pozzolo Formigaro, Serravalle Scrivia.

Segnalati da “Gestione Acqua”, società del gruppo ACOS, dopo i limiti restrittivi introdotti dalla legislazione europea. Ma il vecchio sindaco di Novi, Rocchino Muliere, non si mostra preoccupato pur non avendo chiaramente individuato le fonti dell’inquinamento.  Anzi, fornisce la spiegazione: “I Pfas vengono spesso rilevati a seguito di eventi meteorologici eccezionali o violenti e non persistenti”. Piovono cioè dall’atmosfera: allusione alle emissioni da Spinetta Marengo della Solvay.
 
Gestione Acqua e Asl di Novi, invece, si preoccupano di passare da un prelievo mensile a uno settimanale che permetta di monitorare con maggiore frequenza e continuità la presenza dei Pfas. Stanno valutando anche di abbatterli, con la soluzione palliativa dei filtri a carboni attivi (in sostituzione di quelli a sabbia), nei pozzi di prelievo dal torrente Scrivia di frazione Bettole di Novi da cui è stata interrotta la fornitura idrica per Novi Ligure, Pozzolo Formigaro e Serravalle Scrivia.
 
Addirittura, si prospetta la soluzione, disperata, della diluizione dei veleni: “L’altra soluzione che permetterà di mitigare la presenza dei Pfas sarà il prelievo dall’acquedotto della Val Borbera che permetta di contribuire alla diluizione dei parametri e dei valori riscontrati”.

Sempre meno le sentinelle attorno alla Solvay.

Non ci riferiamo ai monitoraggi degli enti pubblici, che sono sempre stati assenteisti. Bensì della sparizione dei ricci che in passato ogni notte percorrevano chilometri nel circondario dello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo per andare alla ricerca di cibo, finendo però per accumulare dentro di sé le tracce delle sostanze tossiche disseminate nell’ambiente. In quanto si muovono su vaste aree e si alimentano di insetti e invertebrati a diretto contatto con il suolo e la vegetazione: i ricci accumulano nel loro organismo una varietà di contaminanti ambientali che riflettono la complessità delle fonti di inquinamento.
 
La loro scomparsa è un dato allarmante: i ricci, infatti, funzionano da sentinelle silenziose, da “bioindicatori” naturali, capaci di raccontare attraverso il loro corpo le condizioni di salute degli ecosistemi urbani. Proprio come avviene con i “cugini” marini, i ricci di mare, sono fondamentali per tracciare una sorta di impronta digitale dell’inquinamento che ci circonda. Mammiferi come gli esseri umani, la loro esposizione alle sostanze nocive offre un campanello d’allarme diretto sui rischi per la salute umana: gli inquinanti rilevati, in Fraschetta sono noti per i loro effetti cancerogeni, mutageni e per l’impatto sulla fertilità e sullo sviluppo embrionale.
 
In alcune università (non risulta Alessandria), gli scienziati hanno esaminato e analizzato diversi tessuti dei ricci: gli aculei e i denti per studiare l’esposizione a lungo termine, e il fegato, per valutare la contaminazione più recente da composti organici volatili. Un metodo, questo, che ha permesso di restituire una fotografia dettagliata (e inquietante) dell’inquinamento.

Chi inquina compra l’immagine ma non paga per la salute delle popolazioni.

Il sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante, ha “giustificato” come un redditizio utile per la collettività (taglio dell’erba dei cimiteri) il patteggiamento di 100mila euro dalla Solvay in cambio dell’abbandono dal processo che vedeva il Comune quale parte civile. In pratica assolvendo la multinazionale belga, rinunciando a chiedere giustizia, finalmente giustizia, contro chi sta ammalando e uccidendo lavoratori e cittadini senza neppure risarcirli.
Tralasciamo il giudizio etico, morale e politico su una istituzione basilare, quale è il sindaco massima autorità sanitaria locale, che aveva già rinunciato a intervenire di competenza a fermare le produzioni inquinanti dello stabilimento di Spinetta Marengo in un quadro di disastro ambientale e sanitario senza paragoni.
 
Limitiamoci ai cinici “conti della serva”. Il Comune di Alessandria ha “guadagnato” (sic) come risarcimento alla collettività, 100mila euro, cioè 1 euro a testa per ciascun dei suoi 100mila cittadini. Fatte le demenziali proporzioni, “l’affarone” con Solvay Syensqo l’avrebbe fatto il sindaco di Montecastello, Gianluca Penna, che ha venduto per 100mila euro il bene salute… ma a 363 euro per ciascuno dei suoi 274 abitanti.
Questi due sindaci hanno patteggiato 100mila euro quale “danno di immagine”: un insulto attribuito alla lesione della dignità delle due comunità che non varrebbe più di tanto.  Ma, gli altri danni? I danni patrimoniali e non patrimoniali, la salute? I cittadini di Montecastello hanno bevuto l’acqua tossica e cancerogena dei Pfas fino a quando il sindaco è stato costretto a chiudere l’acquedotto. Solvay non paga. La salute dei cittadini sarà a carico della collettività.
 
Infatti, si apprende, dopo l’ultima riunione della “Task Force sanitaria regionale” dedicata ai Pfas (nella foto), che “La Regione Piemonte è disponibile a prendere in carico, dal punto di vista sanitario, anche i cittadini di Montecastello, tramite un nuovo protocollo operativo”. “Questo, ancora da definire, consentirà di estendere proprio la presa in carico dei cittadini residenti in altri territori interessati dalla contaminazione, oltre ai cittadini di Spinetta Marengo, sia per la presenza di PFAS nelle falde sia per possibili fenomeni di trasporto atmosferico. Tra i primi Comuni individuati rientrano Montecastello, alcuni Comuni limitrofi e alcuni centri lungo l’asta del fiume Scrivia”.
“Il sindaco di Montecastello, avrebbe, anche a nome (?) degli altri amministratori dell’area interessata, espresso apprezzamento per il percorso illustrato, condividendone l’impostazione e auspicandone un’attuazione in tempi rapidi”.

I lavoratori usati come cavie umane per i Pfas.

Ancor più dagli anni 2000, ad Alessandria, lo sapevano i sindacati (lo scriveva sui volantini aziendali la Filcea CGIL) e le autorità locali (dagli esposti in magistratura del Movimento di lotta Maccacaro).  Lo sapevano che i lavoratori della Solvay di Spinetta Marengo erano usati come cavie.
Riproponiamo la denuncia perché la vicenda Solvay (al pari della vicenda Miteni) continua a sollevare interrogativi non solo ambientali e sanitari, ma anche giuridici ed etici.
L’inchiesta pubblicata da White Collar Crimes (i crimini dei colletti bianchi) definisce i lavoratori esposti ai PFAS (dal Pfoa al C6O4) come “cavie umane”, sostenendo che -ancor più e ancor prima delle popolazioni- essi siano stati coinvolti, senza consenso e senza adeguata informazione, in un vero e proprio esperimento su larga scala.
 
L’inchiesta mette in risalto i rapporti industriali tra Solvay e Miteni, considerando in particolare le risultanze emerse nel processo conclusosi con la sentenza della Corte d’Assise di Vicenza, come peraltro scoperchiati dagli esposti dell’ex avvocato difensore di Solvay. Da qui la proposta di realizzare un unico studio epidemiologico multicentrico che unisca le coorti dei lavoratori e delle popolazioni esposte in Veneto e Piemonte, così da valutare in modo più efficace gli effetti sanitari dell’esposizione ai PFAS. 
Infatti, un altro passaggio rilevante riguarda il danno biologico. L’inchiesta richiama una sentenza della Corte Suprema svedese del 2023, secondo cui la sola presenza di elevate concentrazioni di PFAS nel sangue può costituire una lesione della persona, indipendentemente dalla comparsa di una malattia conclamata. Da questa impostazione deriva la proposta di rafforzare gli strumenti collettivi di tutela penale e civile nei confronti delle vittime della contaminazione. Cioè con class actions di risarcitorie.

Strage di amianto, delitto perfetto.

C’era una volta al cinema l’avvocato Perry Mason che vinceva tutti i processi perché “per istinto” sceglieva solo clienti ricchi e innocenti, poi la sua abilità consisteva nel dimostrare che essi, contrariamente a tutte le apparenze, erano effettivamente innocenti. 

Guido Carlo Alleva difende, diciamo per istinto, industriali super ricchi, e non vince sempre ma quasi. Nel senso che riesce a togliere loro caterve di galera.  Infatti, i suoi clienti rispondono ai nomi di Eternit, Solvay, Benetton. Per essi, Alleva è appena tornato dalle aule del tribunale di Genova (12 anni di reclusione invece di 18 a Castellucci per il crollo del ponte Morandi con 43 morti), mentre si appresta 16 novembre a varcare quelle di Alessandria (disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo) e il 10 novembre quelle più prestigiose del Palazzo di Giustizia in riva al Tevere.  

Qui, è stata fissata la nuova udienza davanti alla Corte di Cassazione per il processo “Eternit bis”, che vede imputato Stephan Schmidheiny, ex patron dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato. La Suprema Corte sarà chiamata a pronunciarsi sul nuovo ricorso presentato dalla difesa dell’imprenditore svizzero contro la condanna a 9 anni e 6 mesi di reclusione per 92 omicidi colposi legati alle morti per amianto nel Casalese.

Il processo Eternit è una corsa a tappe, in due tour, destinata a non concludersi con… una maglia a strisce.

Primo giro d’Italia, prima tappa, 2009 tribunale di Torino, presentate 2.889 richieste di risarcimento danni dalle 2.889 famiglie che avevano avuto una vittima, Schmidheiny è condannato nel 2012 a 16 anni di reclusione per il disastro ambientale doloso, e stabilendo provvisionali di risarcimento per migliaia di parti civili e per il comune di Casale Monferrato. La sentenza riconosce le responsabilità penali non solo per i siti di Casale Monferrato e Cavagnolo, ma anche per Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia). Vengono anche stabiliti risarcimenti danni per circa 90 milioni di euro destinati al comune di Casale Monferrato (principale soggetto delle bonifiche), alla regione Piemonte, a sindacati e varie associazioni e 30 mila euro agli ammalati di patologie legate all’amianto e alle famiglie delle vittime.

Seconda tappa, 2013, la Corte di Appello di Torino aumenta la pena a 18 anni. Terza tappa, 2014, la Corte di Cassazione annulla le condanne riconoscendo la sussistenza dei reati, ma dichiarandoli estinti (insieme ai risarcimenti) per prescrizione: Schmidheiny non è più per­se­gui­bile per il tempo trascorso tra i com­por­ta­menti illeciti dell’imputato (1986) e le conseguenti morti.

Secondo giro d’Italia. Prima tappa, il processo “Eternit bis” si apre nel 2015 sempre a Torino, dove il gip Federica Bompieri derubrica il reato da omicidio volontario a colposo e spacchetta il processo in quattro tronconi, inviando gli atti alle procure dei territori dove si trovavano gli stabilimenti. Il procedimento relativo allo stabilimento di Rubiera è stato archiviato nel 2021, quello per Bagnoli a Napoli ha visto la condanna di Schmidheiny a tre anni e mezzo, confermata in appello, mentre per il filone di Cavagnolo la Cassazione ha annullato di nuovo la condanna rinviando il caso a un’altra sezione della Corte d’appello di Torino.

Seconda tappa, 2023. Per le morti di Casale, la Corte d’assise primo grado si svolge a Novara: 12 anni di reclusione, ma Alleva non demorde. Terza Tappa, 2025. La Corte d’appello di Torino riduce la condanna a 9 anni e 6 mesi per l’omicidio colposo di 92 persone, lo assolve per altre 28 e altre 27 vanno in prescrizione. Ma Alleva non demorde: “Schmidheiny va assolto per prescrizione. Ancora oggi la scienza non può datare con certezza il momento preciso in cui insorge la malattia.”  Quarta tappa, 10 novembre 2026, in Cassazione.  

Altro capitolo da aggiungere al nostro “Ambiente Delitto Perfetto”, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia?  

Moretti in carcere: allora la giustizia è veramente uguale per tutti?

In realtà è “uguale per gli altri”: clicca qui.
 
Eppure, c’è chi sostiene che è un precedente pericoloso per tutti i manager delle aziende. La condanna solleverebbe il timore che i vertici aziendali possano essere ritenuti penalmente responsabili per eventi disastrosi pur in assenza di azioni o colpe dirette e materiali, basandosi esclusivamente sulla loro posizione apicale.  In grandi aziende, infatti, per schermarsi delle responsabilità penali l’amministratore delega gran parte delle competenze tecniche e di sicurezza su sottoposti, privi di capacità di spesa. 
 
Questa preoccupazione dei manager è infondata perchè il diritto penale italiano non ammette la responsabilità oggettiva basata puramente sul ruolo gerarchico. Invece afferma che la responsabilità penale è unicamente personale. Infatti, affinché un manager sia condannato per un illecito penale la giurisprudenza richiede di dimostrare l’esistenza di una sua condotta criminosa, esempio che la omissione di obblighi manutentivi e le conseguenti calamità ed emissioni inquinanti sono dovute alle sue esclusive e consapevoli   scelte di mancati investimenti per favorire la crescita dei profitti o altri interessi.   
 
La norma giuridica è chiara, l’applicazione talvolta controversa. Emblematico è il caso dei processi per la Solvay di Spinetta Marengo: caso che fa scuola e andrà seguito nel prossimo futuro. Nel primo processo il PM individuò tra gli imputati i vertici della multinazionale, nel secondo (altro PM)  si si è ridotto a due meri direttori esecutivi vincolati dai limiti di spesa. Anzi, nel primo processo il reato imputato fu di pesante dolo, nel secondo (in corso) è di leggera colpa: pur se addirittura aggravato dalla reiterazione. 

Solvay sogna (?) il delitto perfetto.

Come è dichiarato  col termine  “ecocidio” l’acclarato disastro sanitario e ambientale internazionale dei Pfas, così anche in Italia definiamo “ecocidio” il rilevamento degli “inquinanti eterni” -tossici e cancerogeni: tiroide, fegato, sistema immunitario, infertilità, tumori eccetera- nel 79% dei campioni di acqua potabile indagati (Greenpeace) in pressoché tutte le Regioni, con due epicentri drammatici: Veneto e Piemonte con centinaia di migliaia di persone coinvolte, morte o ammalate o a rischio. E proprio a Vicenza e Alessandria i tribunali hanno in mano le sorti dei rispettivi territori, anzi addirittura della messa al bando dei Pfas in Italia.
 
L’udienza penale più prossima, contro Solvay, è presso il GUP di Alessandria il 25 giugno. “L’Indipendente” titola: Solvay sogna il delitto perfetto: solo una multa per aver devastato un territorio” https://www.lindipendente.online/2026/06/21/solvay-sogna-il-delitto-perfetto-solo-una-multa-per-aver-devastato-un-territorio/
In Alessandria, PM e GUP dovranno concordare se far proseguire il processo (il secondo) cercando (questa volta) un minimo di giustizia oppure se concluderlo con il colpo di spugna di un ancor più scandalizzante patteggiamento. In ogni caso, Comitati e Associazioni sono determinati ad avviare cause collettive in sede civile: class action inibitoria per fermare le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo e class action risarcitoria per indennizzare le Vittime.
In Veneto, contro Miteni, il primo processo, giusto un anno, fa si era concluso secondo giustizia penale: con condanne di dolo (fino a 17 anni di reclusione), ma inevitabilmente senza risarcimenti per le Vittime: perciò Comitati e Associazioni avviano class actions collettive in sede civile.  Contro chi? Anche contro Solvay?
 
C’è un cordone ombelicale che lega i due processi. Come lega la storia dei due territori: entrambi rientrano, secondo gli studiosi, nell’espressione “zone di sacrificio” https://www.leparoleelecose.it/tossicita-voci-saperi-e-conflitti-in-una-zona-di-sacrificio/ : la salute di un territorio sacrificata al profitto.
Miteni di Trissino è stata “zona di sacrificio”, lo è definitivamente. Solvay di Spinetta Marengo è stata “zona di sacrificio”, è tuttora “zona di sacrificio” (https://www.orthotes.com/tossicita/, però l’ecocidio ad Alessandria può essere fermato. 

Esclusivo. Una nuova inchiesta sulla sentenza Miteni.

Prima puntata, Solvay imputato di pietra.
 
Al Processo di Vicenza sono stati condannati i manager di Miteni (a 17 anni e 6 mesi Brian McGlynn e a 17 anni Luigi Guarracino, entrambi provenienti da Spinetta Marengo, l’uno da Ausimont l’altro da Solvay), nonché i vertici della lussemburghese ICIG e della giapponese Mitsubishi. Queste due società sono chiamate a rispondere civilmente del danno (circa 56,8 milioni di euro al Ministero dell’Ambiente, 6,57 milioni alla Regione Veneto, 844 mila all’ARPAV, oltre a centinaia di parti civili a 15.000 euro ciascuna). Ebbene, detto chiaramente: ai risarcimenti dovrebbero provvedere, in solido, soggetti per lo più falliti imputabili fino al 2008 o irraggiungibili. Ma non Solvay/Syensqo, che invece è riccamente solvibile.
 
Solvay non compare né tra gli imputati, né tra i responsabili civili, né nel dispositivo. Non perché la Corte l’ha assolta ma perché non l’ha giudicata, cioè perchè l’Accusa non l’aveva portata a giudizio. Avrebbe dovuto, perché il committente di Miteni per il pfas cC6O4 negli anni 2000 è stata la monopolista Solvay: «A Trissino arrivava una resina dall’impianto Solvay in Italia (Spinetta Marengo) -si legge in sentenza- Dalle resine che provenivano da Solvay veniva recuperato il C6O4… e allo stesso modo poi veniva commercializzato restituito in parte all’impianto Solvay». Il flusso entra da Spinetta, viene lavorato a Trissino, e torna indietro come prodotto. A Trissino resta lo scarto, scaricato nelle falde acquifere.
 
Qui, nel trattamento dello scarto, sta il cuore dei delitti: avvelenamento doloso di acque destinate all’alimentazione e disastro ambientale. Lo smaltimento del rifiuto, la parte più sporca, era compito di Miteni, ma chi governava il ciclo che conosceva doloso era Solvay. Il rifiuto finisce nelle falde idriche destinate all’alimentazione umana. Centinaia di migliaia di persone la berranno per decenni, prima PFOA e poi Cc6O4.
 
La piena consapevolezza”, il dolo di Solvay è irrefutabile. La sentenza stabilisce negli atti che i ricercatori del CNR, quando anni prima avevano cercato l’origine dell’inquinamento Pfas «risalendo il fiume Po», avevano «identificato nello stabilimento Solvay Solexis di Spinetta Marengo, che scaricava in Bormida la sorgente principale di PFOA nel fiume Po».
 
A Spinetta, Solvay continua a produrre Cc6O4 e a inquinare a livelli da Guinness dei primati. È il filo che la prossima puntata seguirà fino in fondo.
Nella prima puntata (clicca qui) ci sono tutti i fatti, tutti accertati in una sentenza. Ciò che resta, che la Corte di Vicenza non fa, l’ha fatto Luca Santa Maria (l’avvocato già leader del collegio di difesa di Solvay nel precedente processo incentrato sul cromo esavalente) che ha depositato esposti alle Procure di Alessandria e di Vicenza.  Sono il cordone ombelicale che lega i due processi.
 
La qualificazione giuridica che se ne può trarre è: “che chi fornisce la materia, ne disegna il ciclo, ne ricava il prodotto e ne conosce la pericolosità, risponde in concorso (art. 110 c.p.) per l’evento che quel ciclo produce anche se materialmente la causa prossima, cioè l’immissione criminale nell’ambiente, è ascrivibile a un altro, in questo caso Miteni e alla sua condotta scriteriata nella gestione del rifiuto”. Il diritto, per arrivarci, non ha quindi bisogno di «bucare il velo» della società: non sa che farsene dei veli della personalità giuridica. Contano i fatti e il nesso di causalità tra ciascuna condotta e l’evento. E i fatti portano ai mandanti. E lo standard della colpevolezza soggettiva è già scritto in questa sentenza: il dolo eventuale di chi accetta il danno «come prezzo da pagare» per il profitto. E Solvay deve pagare, come incitava al primo processo il procuratore generale della Cassazione.

L’Arpa è imparziale con Solvay?

Non è l’ennesima nostra polemica nei confronti dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale, ma è la domanda che è stata rivolta da più parti e alla quale il direttore regionale Secondo Barbero ha rassicurato Radio Gold sulle misure adottate a maggio dall’Arpa a fronte della controversa nomina di Miriam Arca a direttrice dello stabilimento Solvay Syensqo di Spinetta Marengo (https://www.rete-ambientalista.it/2026/05/02/la-strategia-solvay-di-occupare-le-istituzioni-passa-anche-dalla-strategia-dellimmagine/). Il marito della direttrice, infatti, è dipendente dell’Agenzia nel ruolo di chimico “inserito in un dipartimento che riguarda due province, quella di Alessandria e quella di Asti, non solo del sito di Spinetta”.
 
Le misure adottate riguardano l’astensione completa del dipendente da qualsiasi attività collegata al sito Solvay di Spinetta Marengo.   E non soltanto per quanto riguarda i rapporti con la società coinvolta, ma anche rispetto a tutti i procedimenti e alle attività riconducibili a quell’ambito. È stato inoltre disposto il divieto di accesso alle informazioni e alla documentazione inerente tali pratiche.
 
“Non ci sono mai stati momenti di conflitti di interesse con il dipendente della nostra agenzia” rassicura Barbero “Da maggio, abbiamo infatti attivato tutte quelle riorganizzazioni necessarie a consentire un’indipendenza tra le attività di Arpa di controllo, di vigilanza e di gestione amministrativa verso questo impianto rispetto alle attività svolte da questa persona che, quindi, non riguardano lo stabilimento di Spinetta Marengo, né dal punto di vista tecnico, né dal punto di vista amministrativo e neanche nella disponibilità di informazioni riservate che potrebbero in qualche modo non determinare una imparzialità della nostra agenzia nelle funzioni che svolgiamo”.
 
Da quando siamo venuti a conoscenza della nomina a direttrice della dottoressa Arca, il primo maggio,   abbiamo attuato queste azioni. Ripeto: il marito non sarà assegnato ad attività di analisi che hanno un collegamento con quelle che Arpa svolge verso il sito in questione”. “Prima di maggio se ne occupava nelle sue attività ordinarie sì, ma non in maniera prioritaria. Però, da maggio il rischio di conflitto di interesse era concreto e quindi era opportuno adottare queste azioni che ho spiegato”.  “Quando siamo venuti a conoscenza di questa evoluzione degli incarichi ci siamo mossi in maniera preventiva proprio per sgomberare il campo da qualunque dubbio sull’imparzialità e sull’azione della nostra agenzia”.
 
Ma l’azione dell’Arpa non sembra propriamente “preventiva”. Prima del maggio 2026, infatti, Miriam Arca aveva lavorato per venti anni (dal 1999) nel sito alessandrino, passando per ruoli come Manufacturing Excellence Change Agent e Area Manager (a prescindere che negli ultimi due anni aveva diretto il sito Syensqo di Ospiate, frazione di Bollate). Eppure, secondo Barbero, per quei due decenni “Non esistevano i presupposti per ipotizzare conflitti di interesse”. Anzi, “Non posso escludere a priori che non ci siano altri dipendenti di Arpa Piemonte che abbiano delle parentele con persone che lavorano in Solvay Syensqo”. Non sarebbe opportuno verificarlo, Secondo Barbero?

Il sollecito del Procuratore generale della Cassazione.

Perchè le class actions: risarcimenti milionari per la popolazione di Alessandria. 

Chi scrive, avendo dissentito nel 2015 dalla sentenza del tribunale di Alessandria contro Solvay, sostiene, tenacemente operando da allora, che i limiti del processo penale devono essere superati in sede civile. Come d’altronde, alle azioni collettive, alle class actions sollecitava il Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”. Finalmente, dieci anni dopo, prendono corpo le class actions.

1) Ad Alessandria, di nuovo un delitto perfetto contro l’ambiente e la salute?

Un delitto viene definito perfetto quando il crimine è consapevolmente ideato per essere commesso senza lasciare alcuna prova, oppure per essere risolto dai tribunali con un nulla di fatto: o archiviato senza colpevoli o coperto con pene cosmetiche.
Quest’ultimo è proprio il caso del delitto perfetto contro l’ambiente (e la salute, di conseguenza): compiuto tramite un’azione inquinante e distruttiva pianificata per eludere completamente la legislazione vigente. Possiamo riferirci ad Alessandria, all’area denominata Fraschetta, al sito produttivo chimico di Spinetta Marengo, alla compromissione significativa e misurata -dalle indagini- di acque, aria, suolo, flora, fauna e, sopra tutto, della salute di una popolazione di lavoratori e residenti. ***
Nello specifico della Solvay (Syensqo) di Spinetta Marengo, nel PRIMO PROCESSO (2015) la procura della repubblica aveva incriminato -i massimi vertici aziendali- per disastro ambientale: avvelenamento doloso delle acque (art. 439 c.p.), con reclusione non inferiore ai 15 anni, ravvisando l’alterazione irreversibile dell’ecosistema, la sua attenuazione particolarmente onerosa, e l’offesa alla pubblica incolumità per numero di persone ed esposizione. I faldoni dell’accusa riempivano una stanza di documenti sequestrati e intercettazioni. Tuttavia, il tribunale aveva, delitto perfetto, derubricato il dolo con condanne per disastro ambientale colposo (1 anno e 8 mesi con i benefici di legge per tre marginali direttori di stabilimento).
La Cassazione (sentenza 2020), rendendo definitive le condanne, nelle motivazioni ha stabilito che il polo chimico avrebbe dovuto fermarsi per impedire che i veleni finissero in falda: Il danno ambientale dev’essere risarcito mediante l’adozione di misure di ripristino delle risorse naturali danneggiate, attraverso la strada della riparazione ‘primaria’, ‘secondaria’ e ‘compensativa’”. Ciò non è avvenuto, anzi, Solvay ha potenziato le produzioni di Pfas e l’inquinamento aria-acqua-suolo, ha approfittato dell’inerzia del ministero dell’ambiente e non ha provveduto alla bonifica.
La multinazionale si è sempre limitata a compitare alcuni “piani di caratterizzazione” che non hanno mai portato alla bonifica, né del sito interno, né soprattutto dei terreni esterni inquinati dalla fuoriuscita dei composti chimici in aria e acque. Nessuno di questi piani ha riguardato la famiglia dei Pfas, prodotti e utilizzati dagli anni Ottanta, ma minimamente le altre sostanze “storiche” (prodotte dagli anni Sessanta) come cromo esavalente, cloroformio ecc. Anzi, il monitoraggio Arpa continua a confermare la presenza in aria di cC6O4 e Adv (soprattutto alla centralina della via principale di Spinetta).
Su queste basi, si è avviato e continuamente rinviato il SECONDO PROCESSO. Di nuovo un delitto perfetto? Di nuovo lo strapotere dei soldi?  Il prossimo 25 giugno, alle ore 10, nell’aula (dalle pareti che sembrano bombardate) del tribunale di Alessandria (definito dal presidente Paolo Rampini “il peggior tribunale del Piemonte”), si terrà l’udienza che potrà mettere una pietra miliare o tombale al processo.
*** Al caso nazionale del disastro sanitario e ambientale di Spinetta Marengo sono dedicati approfonditi capitoli in 3 volumi (work in progress) di “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia (disponibile a chi ne fa richiesta).

2) Solvay tenta il delitto perfetto con i giudici dell’udienza preliminare.

Lo sconcertante Gup Andrea Perelli, che già aveva clamorosamente escluso Lino Balza quale parte civile, era riuscito a trascinare per quasi due anni l’Udienza Preliminare. E’ stata finalmente ripresa dalla subentrante Arianna Ciavattini. Nell’udienza del 4 giugno 2026 gli avvocati di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva e Riccardo Lucev, a sorpresa hanno chiesto la derubricazione dell’ipotesi di reato: declassandola dal già blando disastro ambientale colposo (1 anno e 8 mesi fino a 5 anni di reclusione) a inquinamento ambientale colposo (da 8 mesi a 4 anni, ovvero multa). Lo critichiamo (eufemisticamente) “blando” in quanto avevamo depositato alla sconcertante Procura, allora presieduta da Enrico Cieri, ben 11 esposti (clicca qui) a riprova del disastro ambientale doloso (dolo: volontà di inquinare di Solvay, fino a 15 anni di reclusione).
Il 4 giugno, il nuovo pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme ha immediatamente respinto la richiesta di derubricazione, che a noi è apparsa addirittura scandalosa, diciamo: indecente.
L’ inquinamento ambientale colposo è un reato lievissimo: non ci sarebbe stata -dice Solvay- da parte sua volontà di inquinare ma “semplicemente negligenza, imprudenza o imperizia: il danno – “1° elemento chiave” – “non è grave ma circoscritto e reversibile nel tempo” “grazie a interventi di bonifica” (che essa ritiene già abbondantemente avviati).
Dunque, secondo quel che dice Solvay, NON saremmo in presenza di disastro ambientale colposo in quanto Solvay “NON altererebbe l’ecosistema in modo durevole, rilevante e sostanziale, NON rendendo il ripristino particolarmente complesso o impossibile. Soprattutto, – “2° elemento chiave – Solvay “NON starebbe esponendo a pericolo la pubblica incolumità e la salute della popolazione”.
I due paradossali “elementi chiave” escluderebbero la fattispecie del disastro, secondo Solvay.

3) Solvay ci tenta con il governo.

Nell’udienza Gup del 4 giugno, Solvay ha chiesto la “derubricazione” (attenuazione) del reato, subito negata dal PM, sostenendo candidamente non c’è stata volontà di inquinare bensì semplice negligenza, non c’è un disastro e nessun danno alla salute pubblica.  Per “avvalorare” i paradossali “elementi chiave”, Solvay contava di patteggiare l’uscita dal processo delle “due parti civili chiave: la regione Piemonte e soprattutto il Ministero dell’ambiente. Con i quali, però, non è -ancora- riuscita a concludere le transazioni politicamente importanti che le favorirebbero comunque di sgusciare quasi indenne dal processo per disastro colposo. Assai scarso peso, infatti, hanno i trenta denari mercanteggiati con un sindaco che si è giocato la rielezione, con le associazioni non rappresentative tipo Medicina democratica, e con il gruppo di persone fisiche con cognomi stranieri e senza Vittime tra i famigliari).
Di fronte al disastro sanitario e ambientale di Alessandria, un patteggiamento serio con un ministero serio sarebbe “mission impossible”, se non che al dicastero c’è un Tom Cruise che risponde al nome di Gilberto Pichetto Fratin. Con lui, è assolutamente impensabile che si ripeta l’accordo per lo stabilimento di West Deptford (New Jersey) col quale nel 2021 Solvay ha dovuto eliminare l’uso dei PFAS (i cosiddetti “forever chemicals” che non si degradano mai nell’ambiente e nel corpo umano) ed è stata costretta ad una transazione da 393 milioni di dollariO ve lo immaginate voi il pacioso (coi ricchi inquinatori) ministro che impone a Solvay 1,2 miliardi euro di dollari come in Australia (clicca qui)?

5) Ultimo atto all’Udienza Preliminare del 25 giugno.

Ultima corsa.
Non è prevedibile che, nella prossima udienza del 25 giugno, il reato venga derubricato, come chiedono avvocati dell’accusa, addirittura in disastro ambientale doloso(>15 anni di reclusione). Tutti, però, si attendono che Pubblico Ministero e Giudice dell’Udienza Preliminare negheranno il Patteggiamento. Il PM, infatti, ha decisamente riconfermato il reato di disastro ambientale colposocaratterizzato da consapevolezza di delinquere a danno dell’incolumità pubblica. Dunque, sarebbe inconcepibile non avviare il procedimento penale stroncandolo con un patteggiamento.
Dunque, il PM Enrico Arnaldi di Balme dovrebbe rifiutare di concordare con Solvay il delitto perfetto dell’inammissibile patteggiamento: il quale evita il dibattimento (il processo in aula), fa lo sconto della pena fino a un terzo, estingue il reato, sentenza non appellabile, benefici accessori. Insomma, un colpo di spugna sui diritti delle Vittime.
 
Dunque, qualora la procura inspiegabilmente (per pretestuoso avallo del governo?) proponesse il patteggiamento, la gup Arianna Ciavattini dovrebbe rifiutarlo: dovrebbe non ratificare il delitto perfetto ma far proseguire il processo. Perché il patteggiamento è un rito speciale del processo penale italiano: previsto per reati minori. Si può definire, senza scandalizzare, il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: un reato minore?
Analogamente per il rito abbreviato. Sarebbe un altro delitto perfetto. Al rifiuto di patteggiamento, infatti, Solvay, considerando una GUP morbida, potrebbe giocare (entro il 10 giugno?) questa carta che consente il “salto secco” del processo vero e proprio: di saltare il tribunale e, senza dibattimento di prove e testimoni, di lasciare decidere alla improvvisata GUP il caso “allo stato degli atti”, basandosi cioè solo sulle prove raccolte dal Pubblico Ministero durante le indagini. Altro iniquo privilegio è che il rito abbreviato garantisce un grosso sconto di pena: di un secco 1/3 e di un aggiuntivo 1/6 rinunciando Solvay all’appello. Un bel colpo di spugna.  Inoltre, impedirebbe –delitto perfetto– che le parti civili chiedano il pericolosissimo reato di disastro ambientale doloso come nuovo capo di imputazione.
 
Concludendo. Per il 25 giugno, grosse responsabilità gravano sulle spalle di PM e GUP. La Cassazione aveva stabilito che il polo chimico avrebbe dovuto fermarsi per impedire che i veleni finissero in falda.  Ciò non è avvenuto per i veleni storici (cromo esavalente, cloroformio ecc.) anzi, Solvay ha potenziato le produzioni di Pfas e l’inquinamento aria-acqua-suolo, e non ha provveduto alla bonifica, tant’è che le centraline Arpa continuano a confermare la presenza in aria di pfas cC6O4 e ADV, e in acqua perfino del dismesso PFOA. Neppure PM e GUP possono, per il ruolo svolto da Solvay: es. smaltimento gessi, ignorare il Geoportale Pfas della Regione Piemonte. Tanto meno le valutazioni IARC riguardanti le implicazioni cliniche dei Pfas (clicca qui). 

7) Solvay, la nostra lotta continua.

L’avvocato Guido Carlo Alleva, il 26 settembre 2024 uscendo dall’aula della sconcertante udienza del Gup m’aveva strizzato con beffardo occhio: “Balza, non sospetti un complotto” (per essere stato l’unico escluso come parte civile). E, famoso anche come produttore enologo, aveva messo da parte il miglior chardonnay: il “Guido Alberto”. Lo spumante è pronto da stappare, per festeggiare, il prossimo 25 giugno, il delitto perfetto in sede penale, con un brindisi di lusso assieme al nuovo CEO belga Syensqo Mike Radossich e a Rosemary Thorne, presidente del consiglio di amministrazione del Gruppo Solvay. Troppe bollicine. Troppo ottimismo. Anche perché i Comitati e le Associazioni hanno preparato in sede civile le class actions: clicca qui. LA CLASS ACTION INIBITORIA PER SPINETTA EQUIVALE ALLA MESSA AL BANDO DEI PFAS IN ITALIA (e non solo).

Il sospettato fornisce indizi.

Elementare Watson!
Solvay Syensqo annuncia assunzioniprova di espansione oppure di crisi? Indizio di offensiva oppure di resa ai comitati e alle associazioni che in sede giudiziaria civile avviano class action inibitoria per mettere fine al disastro sanitario e ambientale: per la chiusura delle produzioni inquinanti di Spinetta Marengo e per la bonifica?
 
Nel gergo comune si usa citare la celebre frase di Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Però, gli indizi devono essere resistenti, logici e non facilmente attaccabili, specifici e circostanziati, non generici o vaghi, soprattutto convergere in modo univoco verso la stessa conclusione. Analizziamoli.
 
La multinazionale belga ha annunciato l’assunzione di 25 tecnici entro giugno. In sé è un indizio fasto, ma non sarebbe la prima volta che -Elettrolux docet- assunzioni e straordinari precedono, invece, i licenziamenti: per precostituire all’azienda scorte di magazzino in vista della chiusura degli impianti. Anzi, soprattutto se sono assunzioni a tempo determinato (spesso: specchietto per le allodole). Appunto, se indizio nefasto, con le organizzazioni sindacali alessandrine è stato raggiunto un accordo per aumentare temporaneamente le giornate di lavoro per almeno un trimestre. L’intesa prevede anche un riconoscimento economico per tutte le persone coinvolte.
 
Potrebbe essere l’indizio che la multinazionale riempie gli stock di scorte perfluoroalchiliche perché intende sganciarsi dalle contestatissime produzioni, sostituendole con attività alternative ad alto contenuto tecnologico, per le quali servono nuovi profili tecnico-operativi? Non è così, perché Solvay non abiura le attività attuali (e non ne risarcisce l’impatto, in primis sulle Vittime) e perché le “nuove” attività sono destinate in particolare al settore dei semiconduttori. Dunque, sono la conferma del core business dell’azienda: il nucleo fondamentale attorno al quale ruotano le strategie e le risorse, cioè il modello di profitto e di sfruttamento ecologico.
 
Infatti, Solvay fornisce materiali avanzati e gas fluorurati essenziali per la produzione di semiconduttori e microchip, gas ad altissima purezza utilizzati nelle fasi di attacco chimico e deposizione durante la fabbricazione dei semiconduttori. I fluoroelastomeri (tecnoflon) sono utilizzati nelle guarnizioni e nei componenti delle macchine per la fabbricazione dei chip, che richiedono resistenza chimica e termica estrema.
 
Altro indizio. La propaganda mediatica. Eliminati i Pfas dalle acque inquinate.  Solvay finanzia alle magre casse dell’università di Alessandria il pomposo (nel nome) Centro RisPA, Centro di Ricerca e Sviluppo per il Risanamento e la Protezione Ambientale. In quest’ambito, Solvay festeggia sui giornali la tesi di dottorato di un suo dipendente dopo otto anni di ricerca sulla “rimozione dei PFAS dalle acque” tramite “materiali adsorbenti, tra cui carboni attivi, zeoliti e materiali di sintesi”. Naturalmente si tratta della solita ricerca in provetta che su scala industriale costerebbe al CEO Mike Radossich un occhio (alla lettera), anzi preannunciando la prossima che risolverà definitivamente i Pfas nelle acque tramite addirittura… “scarti vegetali”. Insomma, uno dei periodici annunci di “dipendenti eccellenti” candidati al Nobel per la chimica. Comunque, tenace indizio di conservazione delle produzioni.
 
Gli indizi, senza trarre conclusioni affrettate, sembrerebbero confluire nella prova che il colosso chimico è determinato ad affrontare in sede civile la sfida della class action inibitoria, lasciandosi alle spalle il processo penale in corso (udienza GUP il prossimo 3 giugno): processo concluso prima di iniziare?  

Il processo concluso prima di cominciare.

120 anni fa, per sessanta anni: l’inferno dantesco della chimica. Sessanta anni fa: il purgatorio dopo il sessantotto. Venti anni fa: morti e malati si presentano in tribunale. Dopo dieci anni: sentenza, non dolo ma colpa per disastro ambientale, neppure un giorno di galera, e la Cassazione non riconosce il disastro sanitario: neppure un euro per morti e ammalati.
 
Oggi, 2026, il secondo processo penale -perché Solvay a Spinetta Marengo inquina e uccide come e più di prima- si conclude senza neppure cominciare?  Sulle ceneri di libri e libri, storici e scientifici (tra cui i miei ***).
Oggi, 2026, Comune di Alessandria, e Governo? e Regione Piemonte?, ritirano le parti civili dal processo perché in fondo valutano si tratti di leggero disastro colposo e non di gigantesco disastro doloso, e mercanteggiano la propria buonuscita con la multinazionale belga?  Senza pene e bonifica. Con gli avvocati ben pagati ma neppure un euro per morti e malati: le vere Vittime. La GUP, giugno 2026, prenderà atto delle transazioni e con la Procura non avvierà il dibattimento processuale che invece potrebbe addirittura accertare il dolo e le relative pene detentive? Avvierà i riti alternativi di patteggiamento e rito abbreviato? Clicca qui il “pasticciaccio brutto”.
E le Vittime? Quali risarcimenti? Presto oppure tardi, poco o nulla (in processo penale).  Oppure tanto (in class actions) la florida Solvay dovrà pagare per Alessandria.
 
*** “Work in progress”: Ambiente Delitto Perfetto (3 volumi), L’avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza (4 volumi), Pfas Basta! (4 volumi), Il sindaco embedded (1 volumetto).

Chi paga i disastri ecosanitari.

Poco (in processo penale) o tanto (in class actions) la florida Solvay dovrà pagare per Alessandria. Ma in Veneto? Sia nelle class actions risarcitorie che per le condanne (non definitive) del tribunale di Vicenza?
 
Per queste ultime, il Consiglio di Stato, come già aveva fatto il Tar Veneto, ha dato ragione alla Provincia di Vicenza che ha individuato i responsabili dell’inquinamento da Pfas provocato dal sito produttivo ex Miteni di Trissino nelle aziende Mitsubishi, Eni Rewind e il gruppo Ici, subentrate alla fallita Miteni. Anzi, si erano limitate alla messa in sicurezza e ora sono passibili di “denuncia per omessa bonifica”.

Province in gara per mortalità da inquinamento industriale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che l’ambiente ha un impatto profondo sulla mortalità (1 su 3 dei decessi). L’industria gioca un ruolo preponderante sull’inquinamento ambientale. L’Istat ha aggiornato le statistiche sulla mortalità in Italia. Se Taranto piange, Alessandria non ride, anzi. Se Taranto ha Ilva e Eni, Alessandria ha Solvay ed Eternit.
 
Nella mappa pubblicata da Il Sole24Ore, la provincia di Taranto conta 11,9 decessi ogni mille abitanti, mentre la provincia di Alessandria è addirittura al terzo posto in Italia con il numero più alto di persone decedute nel 2025: con 14.3 morti per ogni mille abitanti. A confronto, si pensi che Bolzano ha soli 8.8 decessi ogni mille persone. Va da sé che il primato, per ora, spetta alla provincia di Savona con 14,5 decessi ogni mille residenti: eredità di Acna di Cengio e Tirreno Power di Vado Ligure.

La carpa non sopravvive allo scarico Solvay in Bormida.

La carpa “sentinella ambientale” dell’inquinamento Pfas.  Prestigioso riconoscimento internazionale per la ricerca dell’Università degli Studi di Teramo. La rivista scientifica Toxics ha dedicato la copertina del numero di aprile a uno studio coordinato da Maurizio Manera, professore associato del Dipartimento di Bioscienze e tecnologie agro-alimentari e ambientali dell’ateneo aprutino. Il lavoro, frutto di dieci anni di attività in collaborazione con l’Università di Ferrara, analizza gli effetti dell’acido perfluoroottanoico (PFOA) – appartenente alla pericolosa famiglia dei PFAS – utilizzando come modello sperimentale la carpa comune (Cyprinus carpio).
 
La vera innovazione dello studio risiede nelle peculiarità anatomiche del rene della carpa, che a differenza dei mammiferi racchiude in un unico comparto tre funzioni vitali, quella renale, il sistema immunitario/sangue (tessuto ematopoietico) e il sistema endocrino (follicoli tiroidei attivi).
 
Questa caratteristica unica ha permesso ai ricercatori di valutare contemporaneamente e con un approccio parsimonioso gli effetti del PFOA su tre fronti critici: nefrotossicità, immunotossicità e tireotossicità. I risultati hanno dimostrato alterazioni legate alle dosi di inquinante, sintetizzate in un nuovo indice multiparametrico che integra dati istologici e morfometrici.
Il professor Manera ha sottolineato l’importanza del traguardo, che unisce la sorveglianza ambientale alla tutela della salute globale secondo il principio One Health (salute umana, animale e ambientale interconnesse): “La carpa comune può rappresentare un modello sperimentale particolarmente utile e più informativo dello stesso zebrafish, attuale punto di riferimento nella ricerca biomedica. Questo proprio grazie alla rilevanza ecologica, commerciale e alimentare della carpa”.

L’Europa che non affronta i Pfas.

Le istituzioni europee non li hanno messi al bando: “I Pfas sono insostituibili”. Balle. Una delle tante balle che la lobby chimica racconta e che fa raccontare in Europa (ad esempio da superMario Draghi) è che gli indistruttibili Pfas non possono essere sostituiti (che sarebbero, guarda caso, proprio quelli “nuovi nuovi” di Solvay a Spinetta Marengo). Senz’altro sarà difficile nell’industria bellica: perché ci fa miliardi. Ma anche nella farmaceutica.
 
Invece, il nuovo lavoro dell’Istituto farmaceutico dell’Università di Friburgo e dell’Agenzia nazionale tedesca per l’Ambiente confuta il falso mito: l’utilizzo dei Pfas non è assolutamente obbligatorio in medicina a causa presunta della mancanza di alternative. Per garantire la più lunga durata di conservazione ai medicinali, infatti, le alternative già oggi esistono: prive di Pfas per 97 dei 111 principi attivi farmaceutici che li contengono esaminati. Sono prodotti già in commercio o comunque approvati in alcuni Paesi. Ma laddove manchino ancora, le alternative “sarebbero” comunque prossime all’approvazione alla commercializzazione, o in una fase avanzata di sviluppo. “Sarebbero” e non “sono” perché l’industria farmaceutica lamenta che non le sono offerti incentivi pubblici sufficienti per la ricerca.
 
Dunque, per scelte speculative di industria e politica, ogni anno, anche attraverso i principi attivi farmaceutici che si degradano in acido trifluoroacetico (TFA), diverse tonnellate di prodotti con gli “inquinanti eterni” PFAS, persistenti come il TFA, vengono rilasciate in tutto il mondo nell’ambiente e nei corpi umani.  All’inizio del 2023, il Forever Pollution Project, un’indagine collaborativa, transfrontaliera e interdisciplinare, condotta da 16 redazioni giornalistiche europee ha rivelato quasi 23mila siti in tutta Europa contaminati dai PFAS ed altri 21.500 di presunta contaminazione.
Lo sapevano fin dagli anni ’60, sia in Usa (Du Pont, 3M, Honeywell) sia gli attuali produttori in Europa (Arkema, Daikin, Chemours, Solvay), che i Pfas fossero tossici e cancerogeni: tumori, sistema immunitario, fegato, metabolismo e tiroide, gravidanza e sviluppo feti, apparato riproduttivo ecc. Insomma, chi ha Pfas nel sangue è inesorabilmente malato: clicca qui.
 
Negli Stati Uniti, le class actions hanno portato a chiusure/bonifiche e a risarcimenti miliardari storici influenzando le battaglie legali in tutto il mondo, Italia compresa: 3M (10,3 miliardi di dollari), DuPont Chemours Corteva (1,18 miliardi di dollari), DuPont e Chemours (670 milioni di dollari).  Secondo le stime degli studi legali statunitensi, i risarcimenti individuali medi possono oscillare tra i 175.000 e i 300.000 dollari per persona, a seconda della gravità della patologia riscontrata e del livello di esposizione.

L’Europa che affronta i Pfas.

Diverse stime indicano che, senza un deciso cambio di rotta, i costi sociali e sanitari dei PFAS potrebbero raggiungere centinaia di miliardi di euro entro il 2050. Però, a fronte dei disastri ambientali e sanitari dei Pfas, in Europa le battaglie politiche verso le istituzioni nazionali e comunitarie per imporre limiti più severi, o meglio: il bando totale, NON hanno prodotto risultati tangibili. Sulla spinta di quanto avvenuto negli Stati Uniti, i cittadini europei hanno iniziato a promuovere azioni legali di massa contro i giganti dell’industria chimica. Passando da storici procedimenti in sede penale a massicce azioni collettive (class actions) in sede civile.
 
Sul versante penale, abbiamo gli esempi di Alessandria e Vicenza. Ad Alessandria, per la Solvay di Spinetta Marengo l’efficacia del primo processo penale (in Cassazione!) si è dimostrata nulla: a distanza di dieci anni lo stabilimento sta producendo e inquinando quanto prima, anzi peggio, senza intervenuti costosa bonifica e risarcimento per le Vittime (e senza pene per gli imputati, ovviamente).  Dall’attuale secondo processo la multinazionale belga punta a prosciogliersi (già dal GUP) ancora più indenne: a go-go con altro via libera mercanteggiato da miseri patteggiamenti giudiziari con governo ed enti locali. A sua volta, il processo risolto a Vicenza, più facile perché la Miteni di Trissino è chiusa, appare per ora (siamo solo al primo grado) più dignitoso per quanto attiene la severità delle condanne ma comunque anch’esso non direttamente influente sui versanti della bonifica e dei risarcimenti alle Vittime.
Insomma, il panorama delle cause legali sui PFAS in Europa si sta rapidamente evolvendo con un numero crescente di Grandi Azioni Legali Collettive (Class Action). Il quotidiano Le Monde ha contato circa 70 casi di questo tipo. Ne trattiamo in alcuni articoli sulla Rete: clicca qui il Belgio, clicca qui la Francia.

L’Italia che affronta i Pfas.

In Veneto, dove la class action inibitoria non avrebbe più senso, perchè Miteni di Trissino è già chiusa, 40 mila cittadini sono pronti in sede civile ad una class action collettiva risarcitoria da 2 miliardi di risarcimenti contro Mitsubishi Corp. e Icig, società controllanti di Miteni e i cui 11 vertici sono stati condannati in penale a pene severe ma non al risarcimento dei danni sanitari e patrimoniali alle Vittime.
 
I cittadini assistiti dallo studio legale Delex sono i residenti nelle aree interessate dalla contaminazione (Verona, Vicenza e Padova) che presentano nel proprio siero concentrazioni di Pfas oltre i limiti di tolleranza stabiliti dalle autorità sanitarie, chi ha contratto patologie correlate all’esposizione ai Pfas, i proprietari degli immobili nelle aree contaminate, e i residenti che hanno subito le conseguenze psicologiche legate alla paura di contrarre patologie.
 
In Piemonte,  fallite le sedi penali ad Alessandria non si sta ancora facendo la class action risarcitoria in quanto comitati e associazioni (Pro Natura, Legambiente, Movimento di lotta Maccacaro con lo studio legale Ambrosio&Commodo) stanno procedendo per la class action inibitoria (chiusura immediata delle produzioni Solvay di Spinetta Marengo) che in effetti è più urgente della risarcitoria. Potranno partecipare alla class action risarcitoria circa 900 lavoratori e cittadini finora sottoposti dalla Regione alla ricerca dei Pfas nel sangue, nonché quanti hanno dovuto a proprie spese ricorrere agli esami presso il Policlinico di Milano stante le gravi inadempienze della Regione, oltre a quanti hanno contratto patologie connesse ai Pfas, comprese psicologiche, e ai danni patrimoniali.
 
Ad Alessandria, l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono i due strumenti complementari di tutela: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione; la seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto: clicca qui.

Allarmi cromo esavalente in Toscana.

Il cromo esavalente (CrVI) è fortemente tossico, mutageno e cancerogeno, oggetto di drastici limiti nell’acqua potabile (10 µg/l). L’inalazione o ingestione è correlata in particolare a tumori delle vie respiratorie e dell’intestino. Infatti, dopo il caso Caffaro a Brescia, era risalito alla ribalta durante il primo processo alla Solvay di Spinetta Marengo come la più grave, e impossibile da bonificare, fra le sostanze inquinanti le falde acquifere (mentre erano rimasti sottotraccia i Pfas).
 
Ora l’allarme cromo scatta in Toscana non più solo nella Bassa Vel di Cecina ma, grazie a Legambiente Valdera, anche nel pisano per le falde ovvero i pozzi in zona Ceppaiano del comune di Crespina-Lorenzana, a causa dei reflui e fanghi della lavorazione delle concerie dispersi in 13 siti non bonificati per inerzia di Comuni e Regione

La strategia Solvay, di occupare le istituzioni, passa anche dalla strategia dell’immagine.

I mitici briganti della Fraschetta: foto di repertorio.
Mandrogne sarebbe solo una frazione di Alessandria, ma nel circondario è considerata un’isola razziale, non si sa se di origine zingara o saracena (i tratti somatici, belli, alti, capelli crespi e naso aquilino, il dialetto che arrota le erre), mentre nel mondo è storicamente conosciuta per il commercio ambulante coi carretti dei suoi abitanti (“mandrogni”) specialmente di conigli (bianchi), lepri, stracci, carta e rottami. Vigeva tra loro un’omertà quasi siciliana, un carattere chiuso, ruvido, astuto e beffardo, quasi una etnia. Oltre al paese, il termine “mandrogno” ha finito per definire (immeritatamente: rivendicano i mandrogni doc) gli abitanti di tutta la Fraschetta e, per estensione, dell’alessandrino.
 
Tra questi: i cittadini del sobborgo di Spinetta Marengo, che hanno sùbito fatto ricorso al sarcasmo mandrogne quando hanno appreso che la loro concittadina era stata nominata direttore dello stabilimento Solvay. “Farà carriera” hanno commentato. Volete dire che “ha fatto” carriera. “No, la farà, perché sarà la prossima imputata all’ennesimo processo e dunque poi premiata a ben più alti incarichi, come sempre avvenuto per i suoi predecessori”. E rammentano i nomi dei direttori che hanno fatto da capri espiatori, coprendo le responsabilità penali di manager e azionisti di Solvay Syensqo subendo lievi condanne (o nessuna) ma in cambio di congrui stipendi. Gli ultimi due: Stefano Bigini e Andrea Diotto, accusati di disastro ambientale (cioè senza l’alone di briganti della Fraschetta) 
Sarà che i mandrogni, da sempre uomini di mondo, sono maschilisti e perciò non hanno esaltato l’avvenimento “storico” che la spinettese Miriam Arca è la prima donna a ricoprire l’incarico di direttore. Ma, a dirla tutta, neppure le mandrogne l’hanno fatto. Tutti e tutte non si sono lasciati/e abbacinare dalla propaganda che ha accompagnato l’annuncio: “L’obiettivo di Arca sarà proseguire il percorso su innovazione, sostenibilità e dialogo con il territorio, elementi centrali nella nostra strategia aziendale”. Anzi, per nulla rassicurati, per nulla esenti da lutti in famiglia, piuttosto, tutti e tutte hanno assunto la conferma della tragica continuità produttiva dello stabilimento artefice del disastro ambientale e sanitario.
 
Infatti, la cinquantenne Miriam Arca, nata e cresciuta nella parrocchia di Spinetta Marengo, ma dove non vive con la famiglia, è marchiata da un percorso professionale strettamente legato al sito: entrata in azienda nel 1999 ha maturato oltre vent’anni di esperienza, consapevolmente ricoprendo ruoli di crescente e pesante responsabilità personale. E quelli nuovi che, ancor più imbarazzanti, la destineranno… alla futura carriera. “Per me sono un onore”: ha dichiarato.
 
Silurando Federico Frosini, la scelta a direttore di “donna, madre, cristiana spinettese” è volta alla “strategia di immagine” dal neo ceo Mike Radossich affidata a Francesco Luccisano, il nuovo Country Manager Italia Syensqo, nel solco della propria esperienza di relazioni esterne (Gruppo API) ovvero in ambito istituzionale di diversi ruoli al Ministero italiano dell’Istruzione e della Ricerca e al Ministero degli Affari Esteri, occupandosi proprio di questioni diplomatiche ed economiche. Ora Luccisano sarà referente per le relazioni istituzionali del Gruppo Syensqo in Italia.
 
 E’ evidente che Syensqo intende giocarsi, negli strategici ambiti istituzionali nazionale ed europeo, la riconferma Pfas del sito produttivo di Spinetta Marengo, affidandosi allo sgonfiamento penale (tramite patteggiamenti) del processo in corso ad Alessandria e preparandosi all’offensiva popolare della class action inibitoria che invece intende fermare d’urgenza le produzioni inquinanti.

Il silenzio sull’ecatombe dell’amianto.

Malgrado tutti gli sforzi che stiamo facendo, l’emergenza Pfas non ha ancora fatto rumore tale da obbligare la Solvay (unica produttrice in Italia) a chiudere le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo. A fronte dell’inazione delle istituzioni, la nostra speranza è nell’azione collettiva in sede civile di class action inibitoria. Altrimenti, per i Pfas si rischia di fare una fine peggiore dell’amianto.
 
L’emergenza amianto non fa più rumore, eccezionalmente riempie le cronache (clicca qui), ma uccide ancora 7mila persone l’anno. Neppure risarcite dalle magistrature: è stata definita “storica” la sentenza che riconosce un milione di risarcimento alla famiglia di un vigile del fuoco, clicca qui.
 
Eppure l’amianto resta una delle più gravi crisi sanitarie irrisolte, in Italia come nel resto del mondo. Cure senza speranze di guarigione.  Alcuni piani sono stati avviati, ma le bonifiche sono ancora troppo lente. La fibra killer è ancora diffusa in case, scuole e ospedali, biblioteche, strutture sportive, tubature dell’acqua, siti industriali. Milioni di persone a un rischio concreto. Pensiamo ai bambini. Manca un piano straordinario di rimozione che rivendichiamo da decenni.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno oltre 200.000 persone muoiono a causa dell’amianto, a distanza di decenni dall’esposizione. Pensiamo ai bambini. Curva stabile: in Italia, circa 10.000 nuovi casi di patologie asbesto-correlate, in incubazione anche 10 – 20 anni dopo l’esposizione. Tutte con esiti letali.  7.000 decessi ogni anno: mesotelioma circa 2.000, il tumore al polmone oltre 3.800, l’asbestosi circa 500, altri tumori correlati, tra cui quelli del tratto gastrointestinale e delle ovaie. 2.000 decessi l’anno in Lombardia, 1.000 in Piemonte, 650 Emilia Romagna, 600 Liguria, 500 Lazio…
 
Rivendichiamo da decenni ai governi un piano nazionale di rimozione dell’amianto. Insufficienti i piani avviati dalle Regioni con lenti interventi di rimozione e strumenti di supporto alla bonifica; eccezione il Friuli. Eppure, da decenni si ripete il rituale della Giornata mondiale di ricordo delle vittime dell’amianto, clicca qui.

Scatta la bonifica a Spinetta Marengo.

Il titolo sui giornali colpisce l’immaginazione: “Scatta la bonifica delle discariche nella Fraschetta”. Finalmente!! Peschiamo subito dal Sito www.rete-ambientalista.it un articolo del lontano 2013: “Video in esclusiva: le immagini rubate a Solvay che zitta zitta sta innalzando una montagna di rifiuti industriali a Spinetta Marengo.” (clicca qui). L’articolo è una nuova pesante reprimenda nei confronti dell’assessore all’Ambiente Claudio Lombardi: “E’ questa la bonifica?”. C’è il clicca qui del servizio fotografico.

Anzi, ci compare sul Sito l’articolo “Lettera aperta a Claudio Lombardi, assessore all’Ambiente del comune di Alessandria, e a Alberto Maffiotti, direttore dell’ARPA di Alessandria” (clicca qui): “Come vi abbiamo informato, attendendo risposta, sul blog con video e foto è documentata la enorme montagna di rifiuti che si sta innalzando per centinaia di metri dentro lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo…. “. L’articolo è anche corredato da una intervista di Lino Balza ripresa da numerosi servizi sui giornali. Mentre altri giornali sono proni a censurare, come denuncia con sarcasmo la presidente della sezione alessandrina di Medicina democratica (quando ancora esisteva): “Solvay, Comune di Alessandria e Politici: tutti insieme, ma nessuna risposta ai temi ambientali” (clicca qui).
 
Anzi, andiamo ancora indietro sul Sito. Nel 2012: “Così si va verso il disastro ecologico definitivo”. (Clicca qui): “… Le montagne che si intravvedono nelle foto contengono a loro volta montagne di discariche di rifiuti tossici e cancerogeni, li nascondono. Le montagne interne sono composte da gessi fluorurati e clorurati, sostanze che la Procura ha rinvenuto nelle acque superficiali e profonde….”.  A proposito, era già virale l’intervista del 2010 di Lino Balza davanti al torrente di scarico di Solvay in Bormida (di lì in Tanaro, Po, Adriatico) clicca qui video1, video2, video3.
 
Se poi andiamo avanti sul Sito www.rete-ambientalista.it, di articolo in articolo, da un sindaco all’altro, arriviamo ai giorni nostri e le montagne di rifiuti, come ognuno può vedere, sono ancora lì. Ma ecco l’ultima notizia: Scatta la bonifica delle discariche della Fraschetta del sindaco Giorgio Abonante. Calma. Continuiamo su RadioGold a leggere oltre il titolo: si tratta di “interventi contro le discariche abusive, rimozione dei rifiuti abbandonati, ripristino dello stato dei luoghi a Spinetta Marengo, in particolare rifiuti ingombranti e indifferenziati, macerie da scarico, materiale isolante e ondulina catramata, eventuale amianto” (vedi le drammatiche foto).
C’è qualcuno che si era illuso sulla “scatta la bonifica Solvay”? In una regione da retroguardia, come la Regione Piemonte?
Morale della favola: non è mai troppo tardi la Class Action Inibitoria popolare che fermi le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo, mentre la multinazionale belga neppure ha realizzato la bonifica del pregresso (attribuito a Montedison). 

1976. Prevenzione primaria. Maccacaro costituisce Medicina Democratica, movimento di lotta per la salute.

In queste ore si svolge, a ben quattro anni dal precedente, il XI congresso nazionale di Medicina democratica. Il titolo “50 anni con G. A. Maccacaro e L. Mara” ci richiama alla memoria la dolorosa scissione conclusasi nel 2018 (vedi “Ambiente Delitto Perfetto”, o più brevemente clicca qui “Luigi Mara & Medicina democratica”, sottotitolato “Luci e ombre di un grande protagonista. Il filo rosso che lega il ‘sessantotto’ alla nascita dell’Associazione di Giulio Alfredo Maccacaro, e passando per la mutazione genetica, fino alla sua scissione”).
Ma adesso soffermiamoci sul presente, occupiamoci del sottotitolo, clamoroso, di questo congresso: “La prevenzione primaria è diritto alla salute”. Dunque, di come il concetto cristallino di ieri è stato oggi corrotto dall’immarcescibile presidente di Medicina democratica, che di fatto ha venduto la salute (altrui) tramite il patteggiamento con Solvay. L’associazione è stata comprata con un mercimonio bollato dai Comitati di Alessandria e dal “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” come scandalo: clicca qui https://www.rete-ambientalista.it/2025/03/29/scandalosa-medicina-democratica-al-processo-solvay/. A sua volta, Marco Caldiroli ha difeso il patteggiamento come… esigenza di cassa, cioè come segue: clicca qui https://www.medicinademocratica.org/wp/?p=18320. Una toppa peggio del buco.
Insomma, nel 2025 il Direttivo di Medicina democratica (“a maggioranza”: precisa Caldiroli) ha ripetuto (come a maggioranza dieci anni prima) il tradimento del pensiero e dell’opera di Maccacaro, ha rinnovato il tradimento delle Vittime del popolo inquinato alessandrino, a tacere di tutte le Vittime italiane dei PFAS. Per quaranta denari.
Ebbene, in queste ore, il congresso del 2026, immemore del sottotitolo, sta annegando in un oceanico dibattito le suddette tre turpi carrette del mare?  In quali termini ne parlano, o non ne parlano, i relatori?  Rivendicano che “La prevenzione primaria è diritto alla salute”? Francesco Pallante nella relazione “Il diritto alla salute è ancora nella Costituzione”? O Edoardo Bai nella relazione “Fabbriche di morte: inquinanti e produttrici di armi”?  O Maria Antonietta Cuomo nella relazione “Da vittima a protagonista di giustizia”? O Felice Casson nella relazione “Rafforzare i diritti delle vittime con l’art. 42 della Costituzione”? O Alessandro Rombolà nella relazione “L’omicidio lavorativo, per una nuova e idonea fattispecie penale”? O Gianni Tamino nella relazione “Il ruolo delle associazioni per una consapevolezza collettiva e di promozione di un ambiente salubre”? O Marino Ruzzenenti nella relazione “Uscire dal capitalocene, il conto della bonifiche non ancore fatte”? O Rossano Ercolini nella relazione “L’economia circolare non include l’incenerimento dei rifiuti”? O Claudia Marcolungo nella relazione “Contaminanti eterni: uscire dalla produzione dei PFAS”? O nella relazione “Crimini ambientali e procedimenti giudiziari” Edoardo Bortolotto (il quale per Miteni NON ha patteggiato come invece per Solvay)?
Insomma, per onorare davvero 50 anni di Maccacaro, nessuna di codeste relazioni, ognuna dai propri punti di esame,  può eludere il nodo nazionale “Pfas e Solvay”, come tagliarlo, come fare prevenzione primaria per tutelare il diritto alla salute: clicca qui https://www.rete-ambientalista.it/2026/04/06/il-principio-e-chi-inquina-paga/.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

Il principio è: chi inquina paga.

Proseguendo la narrazione (https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ ), facciamo il punto delle azioni collettive in sede civile, class actions, contro Solvay in Italia (sollecitate fin dal 2015 dal Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che alla condanna penale seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”).
 
In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti il fenomeno delle “class actions” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche: per Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa (https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/09/dunque-class-actions-anche-in-italia-contro-i-pfas-della-solvay/).
 
La regia delle nostre class actions non è unica ma l’ispirazione sì, come in coerenza divulgo da dieci anni almeno. Avendo alle spalle solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: esse riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo. Dunque, le assemblee stanno finalmente affrontando, in sede civile, le class actions -l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria–   contro i disastri Pfas anche in Italia. Vogliono essere all’insegna della partecipazione attiva piuttosto che passiva delle popolazioni.
 
In Veneto, si tratta di class actions di natura risarcitoria, ovvero di natura riparatoria: intervengono ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto dalla popolazione per responsabilità dell’azienda Miteni di Trissino (la cui solvibilità è dubbia essendo fallita, però c’è chi sostiene la responsabilità di Solvay come committente). Se ne stanno occupando due realtà diverse che offrono entrambe assistenza legale collettiva per risarcire i cittadini a livello individuale: “a costo zero, in cambio di una quota degli eventuali ristori”. Una, denominata “Risarcimento Miteni” della spa bresciana “Finanziamento del contenzioso”: annunciate 20mila adesioni per cedere il proprio diritto al risarcimento ad una realtà che poi distribuirà le somme ottenute), avrebbe sinora raccolto 10milioni di euro. L’altra è la FIDeAL, in collaborazione con le “Mamme no Pfas”, anch’essa impropriamente definibile class action generalizzata bensì azione collettiva che affronta i singoli casi individuali risarcibili da girare poi ai cittadini per una quota maggioritaria. Alle loro spalle hanno una sentenza penale per reato di dolo.
 
In Piemonte, analogamente si tratta di due azioni collettive della suddetta natura risarcitoria, ma soprattutto stiamo preparando la class action inibitoriadi natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. Ovvero: chiudere le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo, bloccare le emissioni tossiche e cancerogene, avviare la bonifica, far pagare i costi e risarcire ambiente e salute. Esempio: la richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. Esempio: Solvay è costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari per completare la bonifica dei PFAS, per affrontare il risanamento nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati, per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione. L’inibitoria ad Alessandria è irrinunciabile stante i due fallimenti dei processi penali relativi al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare i suoi enormi profitti.

Ad Alessandria contro un nuovo delitto perfetto.

Si susseguono le manifestazioni della popolazione contro il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: perfino assemblee nelle chiese e nelle pizzerie.

E anche davanti alla sede del tribunale, mentre era in corso l’udienza del giudice delle indagini preliminari, sotto la pioggia si è svolto un presidio a chiedere Giustizia. Dunque, come passo immediato, a chiedere a Ministero dell’Ambiente e Regione Piemonte di cessare la contrattazione di patteggiamenti con Solvay Syensqo, che inevitabilmente vorrebbero soffocare il processo penale in corso, che (con pene ridotte, sospensioni condizionali, non menzioni, senza spese processuali ecc.), vorrebbero essere un colpo di spugna alle condanne degli storici seriali inquinatori, alla tutela della salute e alla bonifica del territorio. Insomma, governo e regione non replichino l’infausto patteggiamento del Comune di Alessandria. Un delitto.
 
I cittadini chiedono, dunque, alla neo GUP Arianna Ciavattini e al Pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme di rifiutare l’istituto del patteggiamento. Rispettivamente: il PM si opponga non dia il consenso, la Giudice non approvi respinga la richiesta di Solvay. Si cerchi di evitare un altro delitto perfetto. ***
A questo proposito, il rifiuto del patteggiamento nell’Udienza Preliminare consente il regolare proseguimento giudiziario in Corte di Assise, con tanto di dibattimento, e consentirà anche alle Parti Offese di chiedere il cambio di imputazione da colpa (reato colposo) a dolo (reato doloso) correggendo così il macroscopico errore della passata Procura: un altro delitto perfetto.
 
*** “Ambiente Delitto Perfetto”, già in tre volumi, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.  
Insieme alle decine di migliaia di contributi relativi ai “Movimenti di lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza”,  Il Sito www.rete-ambientalista.it contiene, nel merito storico e scientifico del polo chimico di Spinetta Marengo, almeno tre mila articoli.

Tossicità ecologica e politica della Solvay di Spinetta Marengo.

Dopo l’anteprima di Alessandria, il 18 marzo l’Università di Torino presenta ufficialmente il volume dei professori Martone, Altopiedi, Bechis e Ravenda,  185 pagine e 25 interventi di soggetti territoriali: cittadini, medici, avvocati, ricercatori, giornalisti ambientali, comitati, associazioni ambientaliste, sindacati, istituzioni   e amministratori locali. A pagina 165 il contributo di prospettiva politica di Lino Balza “Anno 2026, possibile una svolta per Alessandria” (clicca qui).

Tossicità.

Questo volume rappresenta l’esito di un percorso di ricerca interdisciplinare sugli effetti sociali e politici della violenza ambientale e sulle istanze di giustizia espresse da comunità contaminate in zone di sacrificio.
 
Nell’ambito del progetto “Fare scienza di comunità in materia di ambiente, lavoro, salute”, il Public Engagement del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, nelle persone dei professori Rosalba Altopiedi, Eleonora Bechis, Vittorio Martone e Andrea Filippo Ravenda, ha affrontato il caso di emergenza nazionale: il disastro sanitario ed ambientale della Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria.
 
L’iniziativa, condotta nella forma di una discussione orizzontale tra ospiti e pubblico, si è svolta tramite quattro incontri pubblici nel 2025 in Alessandria insieme agli enti partner del progetto. Per il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, Lino Balza nell’intervento conclusivo “Anno 2026, possibile una svolta per Alessandria” (clicca qui) ha voluto rimarcare che NON potrà essere la sede penale del tribunale di Alessandria a rendere giustizia alla popolazione martirizzata, BENSÌ la giustizia è solo possibile tramite azioni collettive di lavoratori e cittadini: class action di azione inibitoria per la fermata delle produzioni inquinanti e class action risarcitoria per le Vittime.
 
Quale importante corollario, merita inoltre riferirsi al saggio, sulla rivista internazionale “Journal of Political Ecology”, di Vittorio Martone (Università di Torino) e Angelo Castellani (Università di Bologna): “Storia sociale dell’industria, tra violenza ambientale ed ecologia operaia. Uno studio specifico sull’impianto chimico di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria.” (clicca qui)

E poi dicono che Solvay non ci tiene alla sicurezza.

Otto nuove telecamere a Spinetta Marengo, coordinate dalla nuova centrale operativa della Polizia Locale del Comune. L’obiettivo dichiarato “è rafforzare la sicurezza e migliorare la qualità della vita dei residenti. Il progetto è stato voluto dall’assessore Enrico Mazzoni, sostenuto dall’Associazione Facciamo Squadra Fraschetta di Spinetta Marengo con i suoi volontari e i suoi commercianti, grazie al contributo dell’azienda Syensqo”.
 
E poi dicono che Solvay non ci tiene alla sicurezza. Sì, vabbè, non è la sicurezza dell’ambiente e della salute. Ma la tutela dell’ordine pubblico è l’obbiettivo primario di un sindaco di sinistra, con tutti quegli extracomunitari che circolano e vorrebbero penetrare dalle cantine come già fa il cloroformio.

Per favorire Solvay, marcia indietro dell’Italia che rinvia i limiti più severi per i PFAS nell’acqua potabile.

L’Europa stringe sui PFAS, e l’Italia cosa fa? Si rimangia dei provvedimenti che avrebbero fatto la differenza.
 
Infatti, dal 12 gennaio 2026, per i Paesi dell’Unione Europea è scattato l’obbligo di monitorare e rispettare dei valori limite precisi per la presenza di PFAS nell’acqua potabileun limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro “PFAS totali” e un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 PFAS. Peraltro, sono limiti insufficienti: l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’Agenzia europea per l’ambiente considerano il limite di 100 ng/L inadeguato per proteggere la salute umana.
 
Invece, per favorire Solvay Syensqo unica produttrice, il governo con la legge di Bilancio 2026 ha introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro PFAS più pericolosi (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS) che aveva disposto. Non solo, ha rinviato anche il monitoraggio delle 6 molecole Adv che quindi al momento non saranno conteggiate nella somma di Pfas.
 
Questa tappa della tragedia Pfas dimostra due cose. 1) Serve una legge #ZeroPFAS in tutta Italia. Ma è assai improbabile una legge nazionale che metta al bando una volta per tutte la produzione e uso dei Pfas. 2) Il disastro sanitario e ambientale di Alessandria non può attendere questa lontana prospettiva: le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo devono essere fermate subito. Clicca qui Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea. – RETE Ambientalista.
 
Cioè, dobbiamo puntare a quanto sta avvenendo ora per l’Ilva di Taranto in sede civile.

Come identificare  gli  imballaggi senza bisfenolo.

Occhio al marchio di garanzia!
Abbiamo pubblicato più volte, dal 2009, l’allarme Bisfenolo,  in particolare lo scandalo della Solvay di Alessandria dove le autorità sanitarie, Arpa, Asl, e politiche, Comune, Provincia fingevano di non sapere, e neppure la Magistratura è intervenuta malgrado i nostri esposti (clicca qui). Lo scandalo, peraltro, è internazionale.
 
Infatti, dal 2025 l’UE ha finalmente vietato il bisfenolo A nei materiali a contatto con gli alimenti utilizzato come rivestimento nelle lattine per le bibite, le conserve di pomodoro, di piselli e anche nelle scatolette di tonno. Però i prodotti di ‘vecchia generazione’ resteranno in commercio ancora per alcuni anni, con il loro carico di interferente endocrino, capace di mimare gli estrogeni: l’esposizione costante è correlata ad alterazioni della fertilità, pubertà precoce, aumento del rischio di obesità, diabete e possibili correlazioni con tumori ormono-dipendenti.
Dunque, dal 2025 sarà vietato produrre ma, secondo un calendario, sarà ancora permesso ai produttori si smaltire i lotti nei supermercati, almeno fino al 2029. Da qui ad allora: come identificare i nuovi imballaggi senza bisfenolo? Clicca qui “Il fatto alimentare”.
 
Resta un problema estremamente serio, soprattutto per i bambini, se si pensa che un adolescente di 60 kg, consumando una singola lattina da 250 ml, supererebbe il 100% della dose giornaliera tollerabile fissata dall’EFSA (0,2 nanogrammi per chilo di peso corporeo).

Nelle case degli alessandrini si respira cloroformio, anche cloroformio. Come sentenziò la Cassazione. Ma nessuno fa niente.

Sicuramente dal cielo ma anche dalle cantine, si respirano nei salotti di casa 6 microgrammi per metro cubo di cloroformio, 1 microgrammo di tetracloruro di metano, tetracloroetile e gli altri inquinanti provenienti dal polo chimico Solvay di Spinetta Marengo.
 
Lo conferma, dopo uno strano silenzio, la recente relazione prodotta dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale Arpa di Alessandria, oltre ad un mix di composti organici volatili, presenti a centinaia di microgrammi per litro nei pozzi interni al sito chimico. Il cloroformio arriva all’interno delle abitazioni dalle acque di falda: secondo i dati di Arpa nel pozzo interno”102” dello stabilimento risultava essercene una quantità stratosferica (200 microgrammi per litro, tre volte la concentrazione massima consentita).    
 Il cancerogeno cloroformio, che arriva da oltre confine in ferrocisterne, è utilizzato a tonnellate per ottenere il cancerogeno tetrafluroetilene, il monomero necessario a produrre i cancerogeni Pfas: miliardario fiore all’occhiello della multinazionale belga Syensqo Solvay.
 
Carta canta. Ma nessuno fa niente. Malgrado la vecchia sentenza della Cassazione, non ha fatto niente Giorgio Abonante, il sindaco di Alessandria: quale responsabile locale della sanità non ha emesso ordinanza di chiusura delle produzioni inquinanti, ma si è limitato ad una risibile ordinanza del 2022 che vietava di scendere nelle cantine. Anzi, ha addirittura patteggiato con Solvay la fuoriuscita del Comune come parte civile del processo penale (il secondo), aprendo la strada a Regione Piemonte e Governo.
 
Malgrado la sentenza della Cassazione che nel 2020 aveva condannato Solvay per disastro ambientale, nel secondo processo la vecchia Procura di Alessandria non ha imputato in reato di dolo la reiterazione degli accresciuti inquinamenti, e la nuova Procura si è trovata addirittura impantanata in un procedimento di Patteggiamento avviato dal vecchio GUP, con continui rinvii che scavalcheranno anche la prossima udienza di marzo.
 
Insomma, la Corte di Assise di Alessandria non farà niente per fermare il disastro sanitario e ambientale, fermare le produzioni inquinanti, avviare la bonifica, risarcire le Vittime. Né lo farà l’appello né la cassazione nell’arco di altri dieci anni.  Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di azioni inibitoria e risarcitoria.
 
Clicca qui l’approfondimento di Laura Fazzini su “La via libera”.

Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di inibitoria e risarcitoria.

 
Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
 
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

Dunque, class actions anche in Italia: contro i Pfas della Solvay.

Dunque si avviano class actions anche in Italia: contro i Pfas, contro Solvay Syensqo di Spinetta Marengo: https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ .

Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
 
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

A maggior ragione si avviano class actions contro Solvay dopo lo scandalo dei patteggiamenti.

 STOP.
Stop Solvay.
 
E’ così perché, mentre a Vicenza nel processo per l’avvelenamento doloso della Miteni di Trissino il tribunale ha riconosciuto al ministero dell’Ambiente un pur esiguo risarcimento di 58 milioni di euro per i costi sostenuti dal 2013, invece, addirittura per la Solvay di Spinetta Marengo, dopo che il complice e inerte Ministero aveva disatteso perfino  la Cassazione omettendo richiesta risarcitoria al tribunale civile, il governo sta concludendo un patteggiamento con la multinazionale Syensqo di Alessandria, unica produttrice italiana dei Pfas tossici e cancerogeni.
 
Questo patteggiamento “riservato” è entrato nel solco di quello del Comune di Alessandria (una elemosina di 100mila euro destinati al taglio dell’erba dei cimiteri) e sarà appresso con quello della scalpitante Regione Piemonte; alle quali tre compra-svendite si allineeranno i mercanteggiamenti delle associazioni ambientaliste (che meritano un commento etico a parte). In Italia i risarcimenti di Solvay sono oboli per tutti. Così, a tacere la Regione, sarà, siamo facili profeti, con il ministero dell’Ambiente: non si avvicinerà ai 393 milioni di dollari sborsati da Solvay nel New Jersey per la bonifica di quei pfas C6o4 e ADV che pur furoreggiano sul territorio di Alessandria. Tant’è che Gilberto Pichetto Fratin ha già “assolto” Solvay non inserendo Spinetta Marengo fra i Siti di interesse nazionale, zone contaminate da sanare sotto la supervisione del ministero, cioè non chiedendo la bonifica.
 
Va da sé che, dopo queste mali-intese economiche, le parti civili lasciano il processo. Per legge, il Patteggiamento definitivo avviene tra imputati, procura e giudice. E’ augurabile ma è abbastanza impensabile che la Procura di Alessandria si “ostini” ad impedire un patteggiamento quando praticamente le parti civili sono d’accordo. E va da sé che il GUP ne prenda atto. Anche perché sia la Procura che il GUP sono esordienti e hanno avuto appena il tempo di scorgere gli atti del processo.
 
Così, anche senza ricorrere a rito abbreviato, di rinvio in rinvio, di slittamento in slittamento, si celebrerà la strategia processuale del nuovo avvocato di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva, già celebre difensore della celebre famiglia Schmidheiny nel processo Eternit, il quale con l’inerte Pichetto Fratin dialoga in piemontese.
Così, verosimilmente a breve, con quattro soldi la multimiliardaria Syensqo uscirà senza ossa rotte dal secondo pur blando processo di Alessandria. A meno che (il diavolo non sempre riesce a coprire le pentole con i coperchi) l’ex avvocato della multinazionale, Luca Santa Maria, non riesca a coinvolgere le responsabilità di Solvay nel processo Miteni, e mandare di traverso gli spumeggianti calici della sfarzosa viticoltura monferrina di Alleva. Ma è l’avvio delle class actions che forse non sarebbe estraneo alle dimissioni della CEO Ilham Kadri.
 
Di sicuro, i quattro soldi si moltiplicheranno se andranno in porto le class actions: in primo luogo, avanti di risarcire, Solvay sarebbe costretta a chiudere le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo in quanto non è in grado di andare oltre la mera insufficiente messa in sicurezza (le incontenibili barriere idrauliche), in quanto non intende finanziariamente concludere la bonifica. Infatti, non avendo illecitamente ottemperato alla sentenza di “ripristino delle risorse naturali danneggiate da cromo esavalente, cloroformio, pfas eccetera”, anzi -nascondendosi dietro venti anni di piani di caratterizzazione e analisi di rischio, ovvero nascondendosi dietro il Comune- ha procurato il doloso risultato di peggiorare acqua+aria+suolo sia all’interno che all’esterno del Sito, immettendo addirittura nuovi cancerogeni (neppure dichiarati alla complice Provincia).
 
E tutto ciò: ancora dopo dieci anni dalla condanna del primo processo: avviato con il capo di imputazione di avvelenamento doloso delle acque (analogo alla odierna sentenza Miteni).  Sono dati di fatto e atti processuali che attestano incontrovertibilmente -per il maggiore disastro sanitario e ambientale nazionale da Pfas e non solo- sia la riconosciuta responsabilità di una contaminazione pregressa e attuale, sia il correlato obbligo di provvedere al ripristino dei danni cagionati, che non potrà avvenire in sede penale bensì tramite class actions

Solvay Syensqo patteggia e nega le responsabilità del disastro sanitario e ambientale di Alessandria.

1)  Non è vero che non facciamo bonifica: primi (sic) interventi sono in corso nel rispetto delle tempistiche del Comune.
2) Non abbiamo obbligo di bonifica ma solo di messa in sicurezza. Volontariamente facciamo bonifica.
3) Volontariamente partecipiamo alla bonifica esterna allo stabilimento.
4) Monitoriamo i Pfas dal 2019.
 
Lo afferma Solvay in una sfacciata replica, sull’autorevole “lavialibera”. Casca male Solvay, perché le risponde la migliore giornalista d’inchiesta, Laura Fazzini. Clicca qui.

Lavialibera è una rivista fondata da Libera e Gruppo Abele (don Luigi Ciotti) che comprende un bimestrale cartaceo, un sito costantemente aggiornato e una presenza attiva sui principali canali social. Offre informazione e approfondimento su mafie, corruzione, ambiente e migrazioni. Il lavoro è supportato da un comitato scientifico e da una rosa di commentatori ed editorialisti di primo piano.

Dagli annunci ai fatti: le class actions Solvay e Miteni.

Su CIVG:
ReteAmbientalista
Il 2026 è l’anno maturo per la partenza delle azioni collettive, le class actions. Per la Solvay di Spinetta Marengo: una inibitoria per fermare le produzioni inquinanti, l’altra risarcitoria per la popolazione. Per la Miteni di Trissino, con il meglio di avvocati, comitati e associazioni: è già in corso la raccolta popolare delle adesioni per chiedere il risarcimento dei danni alla salute e alle proprietà immobiliari.

Consigli comunali regionali e provinciali firmano la messa al bando dei Pfas. Per Alessandria: class action.

Sono già 129 i Comuni del Veneto, 95 di questi sono nella provincia di Verona, che nei loro consigli comunali hanno approvato la mozione proposta dalla Rete Zero Pfas per chiedere al Parlamento italiano di attivarsi per una legge che metta al bando i Pfas vietandone la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo. La mozione è stata nel frattempo approvata anche dal consiglio regionale del Veneto (oltre che da quelli di Piemonte e Umbria) e dai consigli provinciali di Verona e Vicenza e da qualche comune in Lombardia, Piemonte e Liguria.
 
In particolare, per Alessandria la messa al bando si può già realizzare, tramite class action inibitoria, con la fermata immediata delle produzioni della Solvay di Spinetta Marengo, unica produttrice in Italia. La Rete sottolinea, infatti, quanto la posizione della Ue -a braccetto del parlamento italiano– vada in tutt’altra direzione: la Commissione intima al Parlamento di non porre limiti alla loro produzione e al loro utilizzo perché comporterebbe “rischi per la competitività globale dell’Europa” in particolare nei settori della produzione di armi, aerospaziale e nella produzione di semiconduttori, ignorando al contempo i gravi effetti sulla salute dei cittadini esposti a queste sostanze.