Nel pieno il dibattito sul ritorno del nucleare in Italia.

Il dibattito in Italia, riguardo l’utilizzo dell’energia nucleare per scopi civili, ha vissuto fasi alterne, ma non si è mai definitivamente spento. Sull’argomento ci sono stati due referendum, entrambi hanno registrato la volontà degli elettori di bloccare l’arrivo del nucleare in Italia. Il primo nel 1987, a seguito della tragedia di Chernobyl, il secondo nel 2011 quando il governo riportò sul tavolo la possibilità di costruire nuove centrali nucleari. Dal 2022, con l’insediamento del governo Meloni e i contemporanei cambiamenti geopolitici in atto, il discorso pubblico sul nucleare è tornato sulle prime pagine dei giornali.
 
Sulla pericolosità e insostenibilità del nucleare, clicca qui il video dell’audizione alla Camera di Gian Piero Godio, per “L’osservatorio dei cittadini sul nucleare”.
Sul progetto di energia nucleare in Italia, clicca qui una intervista a Stefano Monti, ex membro dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) e dal 2023 Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare.
 
In particolare, sui reattori nucleari modulari di piccola taglia SMR, clicca qui Giovanni Ghirga, per ISDE Italia, nella audizione alla X Commissione della Camera dei deputati (Attività produttive). 

Class action collettive contro il glifosato.

Daniele Mandrioli, direttore del Centro di Ricerca Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna, lo scienziato che ha coordinato il Global Glyphosate Study fino a provare un legame tra l’aumento di tumori nei ratti e l’esposizione al famigerato erbicida, è stato licenziato dalla cooperativa che gestisce l’ente.
 
Da chi e perché è stato sollevato dal suo incarico?  Secondo il Centro di ricerca del Ramazzini non c’è nessuna longa manus dell’industria dei pesticidi (Bayer) dietro la cacciata di Mandrioli. Per saperne di più, clicca qui.
 
Secondo IARC (International Agency for Research on Cancer) il glifosato, e i fitofarmaci che lo contengono, è classificato  come “probabile cancerogeno per l’uomo”.
 
Per l’EFSA-Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, è “improbabile cancerogeno”.
 
In Italia, il 7 ottobre 2016 è entrato in vigore il Decreto del Ministero della salute  con il quale si dispone la revoca dell’autorizzazione all’immissione in commercio dei prodotti fitosanitari contenenti glifosato con il coformulante ammina di sego polietossilata. Di conseguenza è ancora legale in Italia il commercio e l’utilizzo del glifosato associato ad altri coformulanti.
 
Bayer ha annunciato che negli Stati Uniti sono state avviate oltre 13000 cause legali relative al Roundup. Alcune hanno riconosciuto numerosi risarcimenti per milioni di dollari. Nel 2020 Bayer, che ha acquisito Monsanto nel 2018, ha accettato un accordo da 10 miliardi di dollari come risultato di una serie di azioni legali collettive che sostenevano che il Roundup abbia causato il cancro.
 

Nuovo processo per il disastro ambientale dell’Ilva.

Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Potenza ha rinviato a giudizio 18 persone e 3 società, che saranno processate per le irregolarità nel controllo sull’impatto ambientale dell’ex ILVA di Taranto tra il 1995 e il 2012. Tra queste ci sono Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’azienda in quegli anni, diverse persone della dirigenza dell’azienda, e anche l’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola.
 
Il processo, noto col nome di “Ambiente svenduto”, è ricominciato da capo dopo essere stato spostato al tribunale di Potenza, su ordine della Corte d’appello di Lecce, che aveva annullato, per vizi di procedura, la sentenza di primo grado del 2021 con cui il tribunale di Taranto aveva condannato sia i Riva che Vendola al carcere.

Tutti contro il maxi parco eolico in Val d’Aveto.

A Santo Stefano d’Aveto, sindaci, Città Metropolitana, Regione e associazioni, si sono schierati pubblicamente contro l’opera ideata dalla società “Ferriere Wind srl” di Milano. Società che, come ha ribadito più volte il sindaco facente funzioni Mattia Crucioli, è stata invitata all’assemblea pubblica per un confronto ma ha scelto di disertare l’incontro.
 
Le 7 pale, da 180 metri, verrebbero installate sui crinali della vallata, in una zona che comprende diversi chilometri, tra l’area dal Monte Crocilia al Monte Bue e al Maggiorasca.
 
Su change.org le firme contro il progetto hanno già superato le 10mila adesioni.
Noi non siamo contrari all’energia eolica, siamo contrari a questo progetto”  – precisa Crucioli che come avvocato ha il suo attivo ricorsi contro il nucleare di Bosco Marengo e il Tav Terzo Valico, nonché come senatore il Disegno di legge per la messa al bando dei Pfas – “Non si può pensare di realizzare un progetto così impattante senza essersi prima confrontati (anche con le comunità), valutando tutte le criticità, e senza aver fatto nemmeno chiarezza sul percorso di cantiere che dovrebbero percorrere i mezzi di trasporto. Tutto questo è sconcertante. L’impianto sarebbe principalmente sul territorio di Ferriere se pensiamo ai confini amministrativi, ma gli impatti visivi e uditivi, paesaggistici e ambientali avrebbero ripercussioni anche sul nostro territorio”.

Una testimonianza di chi se ne intende.

Francesco Maurizio Cossiga è stato ministro dell’interno nei governi Moro VAndreotti III e Andreotti IV dal 1976 al 1978, quando si dimise in seguito all’uccisione di Aldo Moro. Dal 1979 al 1980 fu presidente del Consiglio dei ministri nella cui veste guidò una fragile coalizione di governo centrista e fu presidente del Senato della Repubblica nella IX legislatura dal 1983 al 1985, quando lasciò l’incarico, poiché eletto al Palazzo del Quirinale come più giovane Capo dello Stato della storia dell’Italia repubblicana. Si dimise nell’aprile 1992, due mesi prima della scadenza naturale del mandato.
È stato spesso descritto come un uomo forte e accusato di essere un “ministro di ferro”, che ha represso brutalmente le proteste pubbliche. Lo chiamavano Kossiga.

Riceviamo e pubblichiamo.

Riceviamo e pubblichiamo:
 
“Non condivido nulla di quello che scrivete e in modo particolare sui fatti accaduti a Torino. Gradirei non ricevere più vostre comunicazioni. Stefania Pucciarelli”.  
 
Stefania Pucciarelli dal 23 marzo 2018 è senatrice della Repubblica per la “Lega per Salvini premier”. È stata sottosegretaria di Stato al Ministero della difesa dal 1º marzo 2021 al 22 ottobre 2022 nel governo Draghi.

La parola anche ad Askatasuna.

Riceviamo e pubblichiamo:

«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista.
Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella manifestazione del 31 gennaio.

Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattutto, il governo. Un passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre 50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre, colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie, dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli, mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa che parlano anche a noi.

Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli è andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi bisognerà farci i conti no? Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale: se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa, spaventata, impotente, incapace di organizzarsi.

La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale governo. Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e consapevolezza.
E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte.

Come ridurre l’esposizione ai campi elettromagnetici utilizzando connessioni cablate.

Clicca qui il drammatico “depliant” firmato dai due grandi esperti mondiali Prof. Hardell e Belpomme  pubblicato in tre lingue (italiano, inglese, francese) sul sito www.applelettrosmog.it. I firmatari sono in collaborazione con l’Associazione Italiana Elettrosensibili, fondata da medici italiani elettrosensibili.

Gli impatti psicologici, psichiatrici e sociologici dei social network sui giovani sono ampiamente dimostrati. Ma è anche fondamentale conoscere e proteggere i nostri concittadini, in particolare i giovani (clicca quidagli impatti dei campi elettromagnetici CEM:  sulle loro capacità di apprendimento e memoria, con comportamenti simili all’iperattività e ansiosi; nonchè sui  danni morfologici e funzionali al nervo ottico; fino agli impatti sulla fertilità maschile e femminile.

L’esposizione ai CEM è una questione cruciale per la salute pubblica, possibili cancerogeni secondo lo IARC, ma nessuno ne parla, i media in particolare hanno paura di perdere dei mercati pubblicitari (in un contesto in cui la posizione dell’OMS è distorta da conflitti di interesse, come spiegato nel depliant). Una gran parte della popolazione è colpita dai CEM senza esserne consapevole.

Lo sciopero che ha bloccato i porti.

Lo sciopero, ignorato dai grandi media, che per 24 ore ha bloccato i principali porti del Mediterraneo e del Nord Europa, dove si caricano armi destinati ai teatri di guerra, ha mostrato come ovunque ci siano migliaia di persone che non vogliono essere l’ingranaggio di una catena di montaggio che produce morte. I portuali ci dicono che la responsabilità non è un concetto astratto e che non esiste un “gesto tecnico” innocente se quel gesto arma una mano che uccide.
 

Dunque, class actions anche in Italia: contro i Pfas della Solvay.

Dunque si avviano class actions anche in Italia: contro i Pfas, contro Solvay Syensqo di Spinetta Marengo: https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ .

Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
 
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

A maggior ragione si avviano class actions contro Solvay dopo lo scandalo dei patteggiamenti.

 STOP.
Stop Solvay.
 
E’ così perché, mentre a Vicenza nel processo per l’avvelenamento doloso della Miteni di Trissino il tribunale ha riconosciuto al ministero dell’Ambiente un pur esiguo risarcimento di 58 milioni di euro per i costi sostenuti dal 2013, invece, addirittura per la Solvay di Spinetta Marengo, dopo che il complice e inerte Ministero aveva disatteso perfino  la Cassazione omettendo richiesta risarcitoria al tribunale civile, il governo sta concludendo un patteggiamento con la multinazionale Syensqo di Alessandria, unica produttrice italiana dei Pfas tossici e cancerogeni.
 
Questo patteggiamento “riservato” è entrato nel solco di quello del Comune di Alessandria (una elemosina di 100mila euro destinati al taglio dell’erba dei cimiteri) e sarà appresso con quello della scalpitante Regione Piemonte; alle quali tre compra-svendite si allineeranno i mercanteggiamenti delle associazioni ambientaliste (che meritano un commento etico a parte). In Italia i risarcimenti di Solvay sono oboli per tutti. Così, a tacere la Regione, sarà, siamo facili profeti, con il ministero dell’Ambiente: non si avvicinerà ai 393 milioni di dollari sborsati da Solvay nel New Jersey per la bonifica di quei pfas C6o4 e ADV che pur furoreggiano sul territorio di Alessandria. Tant’è che Gilberto Pichetto Fratin ha già “assolto” Solvay non inserendo Spinetta Marengo fra i Siti di interesse nazionale, zone contaminate da sanare sotto la supervisione del ministero, cioè non chiedendo la bonifica.
 
Va da sé che, dopo queste mali-intese economiche, le parti civili lasciano il processo. Per legge, il Patteggiamento definitivo avviene tra imputati, procura e giudice. E’ augurabile ma è abbastanza impensabile che la Procura di Alessandria si “ostini” ad impedire un patteggiamento quando praticamente le parti civili sono d’accordo. E va da sé che il GUP ne prenda atto. Anche perché sia la Procura che il GUP sono esordienti e hanno avuto appena il tempo di scorgere gli atti del processo.
 
Così, anche senza ricorrere a rito abbreviato, di rinvio in rinvio, di slittamento in slittamento, si celebrerà la strategia processuale del nuovo avvocato di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva, già celebre difensore della celebre famiglia Schmidheiny nel processo Eternit, il quale con l’inerte Pichetto Fratin dialoga in piemontese.
Così, verosimilmente a breve, con quattro soldi la multimiliardaria Syensqo uscirà senza ossa rotte dal secondo pur blando processo di Alessandria. A meno che (il diavolo non sempre riesce a coprire le pentole con i coperchi) l’ex avvocato della multinazionale, Luca Santa Maria, non riesca a coinvolgere le responsabilità di Solvay nel processo Miteni, e mandare di traverso gli spumeggianti calici della sfarzosa viticoltura monferrina di Alleva. Ma è l’avvio delle class actions che forse non sarebbe estraneo alle dimissioni della CEO Ilham Kadri.
 
Di sicuro, i quattro soldi si moltiplicheranno se andranno in porto le class actions: in primo luogo, avanti di risarcire, Solvay sarebbe costretta a chiudere le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo in quanto non è in grado di andare oltre la mera insufficiente messa in sicurezza (le incontenibili barriere idrauliche), in quanto non intende finanziariamente concludere la bonifica. Infatti, non avendo illecitamente ottemperato alla sentenza di “ripristino delle risorse naturali danneggiate da cromo esavalente, cloroformio, pfas eccetera”, anzi -nascondendosi dietro venti anni di piani di caratterizzazione e analisi di rischio, ovvero nascondendosi dietro il Comune- ha procurato il doloso risultato di peggiorare acqua+aria+suolo sia all’interno che all’esterno del Sito, immettendo addirittura nuovi cancerogeni (neppure dichiarati alla complice Provincia).
 
E tutto ciò: ancora dopo dieci anni dalla condanna del primo processo: avviato con il capo di imputazione di avvelenamento doloso delle acque (analogo alla odierna sentenza Miteni).  Sono dati di fatto e atti processuali che attestano incontrovertibilmente -per il maggiore disastro sanitario e ambientale nazionale da Pfas e non solo- sia la riconosciuta responsabilità di una contaminazione pregressa e attuale, sia il correlato obbligo di provvedere al ripristino dei danni cagionati, che non potrà avvenire in sede penale bensì tramite class actions

Le associazioni ambientaliste all’esame dell’etica.

Nell’occasione che una procura avvii un processo per inquinamento, come avvoltoi si costituiscono parti offese gli enti locali: per salvare la faccia e fare cassa, quando piuttosto dovrebbero anche i loro amministratori sedere sul banco degli imputati per essere stati inermi o conniventi, e dovrebbero per primi essere chiamati a risarcire i cittadini inquinati. Il passato e il presente, nei processi Solvay ad Alessandria, lo dimostrano.
 
Avviene la stessa cosa quando si presentano come parti civili associazioni ambientaliste che in precedenza non avevano mosso una foglia contro l’inquinamento, e che assisteranno il processo come silenti spettatori in attesa del risarcimento che per prassi ogni sentenza loro riconosce. I trascorsi passati lo dimostrano.
 
Le presunte parti offese, tutte lì per fare cassa, sono assistite da avvocati le cui parcelle saranno adeguatamente beneficiate dal tribunale. Gli inquinatori non pagano né con la galera né con la bonifica, anzi proseguono i danni. Così va il mondo nei processi penali che abbiamo analizzato, in tre ahimè incompleti volumi, su “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia).
 
Il peggio avviene quando l’inquinatore propone alle parti di mercanteggiare la loro uscita dal processo. Si chiama Patteggiamento: rito speciale che su due piedi chiude il dibattimento penale, offre considerevoli sconti sui danni e sulle pene all’imputato, il quale neppure ammette la colpevolezza e può continuare a inquinare come prima. Il patteggiamento è una lauta veloce occasione, per enti locali associazioni ambientaliste avvocati, per fare cassa. Il patteggiamento è la novità del secondo processo contro Solvay in corso ad Alessandria.
 
Chi scrive si è assunto in dovere di documentare, protagonista in prima persona con l’emblematico caso di “Medicina democratica”, la deriva perniciosa subìta da associazioni ambientaliste. Per il passato, fanno testo le pagine su “Ambiente Delitto Perfetto” che tracciano il tradimento dell’associazione ai principi del fondatore, lo scienziato Giulio Maccacaro, fino alle scissioni delle Sezioni territoriali (si veda anche “Luigi Mara & Medicina democratica”).
Per il presente, ognuno commenti da sè come, dieci anni dopo il vergognoso rifiuto di tutelare e risarcire le Vittime in sede civile, oggi, nel documento venuto alla luce dopo mesi di opacità: clicca qui, il presidente (da sempre e per sempre “pro tempore”) dell’associazione ammette tranquillamente di aver slacciato -di fatto col patteggiamento-  le manette a Solvay in cambio di soldi che servono per coprire le responsabilità di un buco di bilancio. E’ stato inferto un danno incommensurabile alla memoria di Maccacaro, a 50 anni dalla scomparsa. Commenterò quanto prima.  
Medicina democratica chiama in correo le altre associazioni ambientaliste. Le vedremo.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

Solvay Syensqo patteggia e nega le responsabilità del disastro sanitario e ambientale di Alessandria.

1)  Non è vero che non facciamo bonifica: primi (sic) interventi sono in corso nel rispetto delle tempistiche del Comune.
2) Non abbiamo obbligo di bonifica ma solo di messa in sicurezza. Volontariamente facciamo bonifica.
3) Volontariamente partecipiamo alla bonifica esterna allo stabilimento.
4) Monitoriamo i Pfas dal 2019.
 
Lo afferma Solvay in una sfacciata replica, sull’autorevole “lavialibera”. Casca male Solvay, perché le risponde la migliore giornalista d’inchiesta, Laura Fazzini. Clicca qui.

Lavialibera è una rivista fondata da Libera e Gruppo Abele (don Luigi Ciotti) che comprende un bimestrale cartaceo, un sito costantemente aggiornato e una presenza attiva sui principali canali social. Offre informazione e approfondimento su mafie, corruzione, ambiente e migrazioni. Il lavoro è supportato da un comitato scientifico e da una rosa di commentatori ed editorialisti di primo piano.

Dagli annunci ai fatti: le class actions Solvay e Miteni.

Su CIVG:
ReteAmbientalista
Il 2026 è l’anno maturo per la partenza delle azioni collettive, le class actions. Per la Solvay di Spinetta Marengo: una inibitoria per fermare le produzioni inquinanti, l’altra risarcitoria per la popolazione. Per la Miteni di Trissino, con il meglio di avvocati, comitati e associazioni: è già in corso la raccolta popolare delle adesioni per chiedere il risarcimento dei danni alla salute e alle proprietà immobiliari.

Consigli comunali regionali e provinciali firmano la messa al bando dei Pfas. Per Alessandria: class action.

Sono già 129 i Comuni del Veneto, 95 di questi sono nella provincia di Verona, che nei loro consigli comunali hanno approvato la mozione proposta dalla Rete Zero Pfas per chiedere al Parlamento italiano di attivarsi per una legge che metta al bando i Pfas vietandone la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo. La mozione è stata nel frattempo approvata anche dal consiglio regionale del Veneto (oltre che da quelli di Piemonte e Umbria) e dai consigli provinciali di Verona e Vicenza e da qualche comune in Lombardia, Piemonte e Liguria.
 
In particolare, per Alessandria la messa al bando si può già realizzare, tramite class action inibitoria, con la fermata immediata delle produzioni della Solvay di Spinetta Marengo, unica produttrice in Italia. La Rete sottolinea, infatti, quanto la posizione della Ue -a braccetto del parlamento italiano– vada in tutt’altra direzione: la Commissione intima al Parlamento di non porre limiti alla loro produzione e al loro utilizzo perché comporterebbe “rischi per la competitività globale dell’Europa” in particolare nei settori della produzione di armi, aerospaziale e nella produzione di semiconduttori, ignorando al contempo i gravi effetti sulla salute dei cittadini esposti a queste sostanze.

Cancri da Pfas per maschi e femmine, adulti e bambini.

Complessivamente, si stima che i Pfas nell’acqua potabile contribuiscano a più di 6.800 casi di cancro ogni anno, sulla base dei dati più recenti dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti (Epa).
I ricercatori del Dipartimento di Scienze della Popolazione e della Salute Pubblica presso la Keck School of Medicine hanno studiato che tra il 2016 e il 2021, le contee degli Stati Uniti con acqua potabile contaminata da Pfas avevano una maggiore incidenza di alcuni tipi di cancro, che differivano in base al sesso.
 I maschi nelle contee con acqua potabile contaminata avevano una maggiore incidenza di leucemia, così come tumori del sistema urinario, del cervello e dei tessuti molli, rispetto ai maschi che vivevano in aree con acqua non contaminata.
Le femmine avevano una maggiore incidenza di tumori alla tiroide, alla bocca e alla gola e ai tessuti molli.
Recenti valutazioni dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) confermano i Pfas nell’aumento del rischio di sviluppare specifiche forme di:
Cancro al rene (carcinoma a cellule renali): sicuramente dovuto al Pfoa. 
Cancro al testicolo: in particolare tra i lavoratori del settore chimico e le popolazioni residenti in aree contaminate.
Cancro alla tiroide: trattato con tiroidectomia e terapia radiometabolica.
Cancro mammario e dell’apparato riproduttivo femminile: tumore al seno e alle ovaie.
Cancro al cervello (glioblastoma): in nell’area dei Vigili del Fuoco.
Melanoma e cancro alla prostata: rischio raddoppiato di melanoma e altre neoplasie.
Infine, studi scientifici recenti dell’Università di Padova, in particolare quelli condotti nella “zona rossa” del Veneto, hanno evidenziato una correlazione significativa tra l’esposizione ai PFAS e:
Aumento del Colesterolo: rischio cardiovascolare doppio rispetto alla media nella zona contaminata del Veneto.
Alterazione della Coagulazione: maggior rischio di trombosi e infarti.
Mortalità Cardiovascolare: inclusi infarti e malattie ischemiche.
Ipertensione e Aterosclerosi: calcificazione coronarica e aortica, e danni vascolari precoci.

I Pfas aumentano il rischio di malattia epatica nei giovani.

Un nuovo studio statunitense condotto da ricercatori della Keck School of Medicine dell’Università del Southern California e dell’Università delle Hawaii evidenzia che l’esposizione ai Pfas è associata a un rischio significativamente maggiore di sviluppare malattia epatica nei giovani. I ricercatori hanno analizzato campioni di sangue e risonanze magnetiche del fegato di adolescenti e giovani adulti, riscontrando che livelli più elevati di due PFAS comuni (PFOA e PFHpA) erano collegati a un aumento fino a quasi tre volte del rischio di sviluppare metabolic dysfunction-associated steatotic liver disease (MASLD), una forma di malattia epatica spesso silente, ma potenzialmente progressiva. La MASLD può portare a complicazioni gravi nel tempo, se non diagnostica e gestita precocemente. L’adolescenza rappresenterebbe una finestra di vulnerabilità critica durante la quale l’esposizione a PFAS potrebbe avere effetti più marcati, soprattutto in concomitanza con l’accumulo di grasso nel fegato.

I PFAS aumentano il rischio di diabete in gravidanza e di mortalità dei nascituri.

L’ analisi condotta da ricercatori e ricercatrici della “Icahn School of Medicine del Mount Sinai” e pubblicata da poco su The Lancet eClinicalMedicine. è la ricerca più estesa e completa sul ruolo dei PFAS nell’insorgenza del diabete,  con una disamina di 129 studi epidemiologici alcuni dei quali hanno coinvolto quasi un milione di persone. Preoccupanti restano i risultati sul diabete in gravidanza. L’esposizione ai Pfas lascia tracce nelle donne incinte, le sostanze raggiungono anche il feto e non c’è modo di sfuggire agli inquinanti eterni.
Infatti, altro allarme arriva da una ricerca pubblicata su PNAS che ha analizzato i dati sulle nascite nel New Hampshire tra il 2010 e il 2019, concentrandosi su comunità esposte ad acqua potabile contaminata da PFASla mortalità infantile nel primo anno di vita risulta più che raddoppiata (+191%), con 611 decessi aggiuntivi ogni 100.000 nascite. Non solo. Le nascite estremamente premature, prima delle 28 settimane di gestazione, aumentano del 168%, mentre i neonati con peso inferiore ai 1.000 grammi crescono del 180%.

Una mela al giorno non ti leva il medico di torno. Se contiene Pfas.

Il nuovo report di “Pesticide action network PAN” ha analizzato mele vendute nei supermercati di 14 stati europei. Il 64 per cento dei campioni contiene almeno un pesticida prodotto con i composti cancerogeni pfas, gli “inquinanti eterni”. In Italia la patria delle mele è il Sud Tirolo. Il report di Pan conferma questa allerta. In quattro delle cinque mele sono stati trovati due specifici prodotti chimici considerati pericolosi dalla comunità scientifica europea, l’Acetaprimid e il Fludioxinil. Il primo è un insetticida tossico per le api, con risultati scientifici che indicano la tossicità per lo sviluppo cerebrale dei feti. Il secondo è un pesticida contenente Pfas, interferente endocrino e inserito nell’elenco dei pesticidi più tossici dell’Unione Europea.
 
I Pfas presenti nei pesticidi una volta immessi in ambiente si degradano in altri composti, come il Tfa, rilevato in grandi quantità in tutti i suoli e fiumi europei. Secondo il regolamento europeo sui pesticidi, i pesticidi che si degradano in tali composti tossici andrebbero vietati, ma la Commissione europea e gli Stati membri non hanno ancora adottato misure per ritirarli dal mercato.

Contro il TFA non basta allungare il vino con l’acqua.

Il TFA non è arrivato per caso: si tratta infatti di un metabolita di PFAS ancora ampiamente utilizzati, soprattutto in pesticidi e gas refrigeranti. È altamente solubile, persistente e in grado di raggiungere falde e sorgenti anche a grande distanza dai luoghi di emissione. Il risultato è una contaminazione diffusa e trasversale, che riguarda acqua, alimenti e bevande alcoliche.
 
A differenza dei vecchi PFAS, che sono molecole ‘pesanti’ che si depositano nei fanghi o nel sangue, il TFA è una molecola ultra-corta e iper-mobile. Questo le permette di penetrare ovunque. Nel 2024 Pesticide Action Network Europe (PAN Europe) ha analizzato acque minerali commercializzate in diversi Paesi europei, trovando TFA in numerosi campioni, spesso a concentrazioni rilevanti. Per le acque minerali, al momento, non esiste alcun limite legale.
Il TFA viene assorbito anche dalle radici delle piante: è stato rilevato in concentrazioni significative nel vino europeo e in diversi prodotti ortofrutticoli.
 
L’ “Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche, ECHA” ha recentemente riclassificato il TFA come tossico per la riproduzione. Inoltre, le evidenze più recenti suggeriscono possibili effetti su fegato, sistema endocrino e riproduttivo, oltre a un impatto ecotossicologico non trascurabile.

Perchè le class actions: risarcimenti milionari per la popolazione di Alessandria.

Chi scrive, avendo dissentito nel 2015 dalla sentenza del tribunale di Alessandria contro Solvay**, sostiene, tenacemente operando da allora, che i limiti del processo penale devono essere superati in sede civile. Come d’altronde, alle azioni collettive, alle class actions sollecitava il Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”. Finalmente, dieci anni dopo, prendono corpo le class actions.
 
L’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono due strumenti complementari di tutela nel diritto civile italiano: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. La seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto. In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti il fenomeno delle “class actions” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche, Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa.
 
Finalmente nel 2026, class actions si stanno organizzando, più o meno coordinate, in Piemonte e in Veneto. Avendo solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo.
Qui ora, senza riprendere quanto più volte documentato in questi anni, ci soffermiamo sulle azioni inibitoria e risarcitoria in sede civile relative al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare gli enormi profitti (peraltro riconducibile al reato di “avvelenamento doloso delle acque” che era nel capo di imputazione del 1° processo Solvay e che è sentenziato nel processo Miteni).
 
Azioni relative, cioè, alla contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo, che l’azione inibitoria innanzitutto può bloccare: bloccare oggi le produzioni, bloccare per i danni futuri (principio di precauzione) e risarcire i danni passati e presenti e futuri. Le cause collettive mirano a risarcire due categorie di danni, per i quali la prova del nesso causale con le condotte criminose non ammette discussioni.
Distinguiamo così i danni ambientali e costi di bonifica per la perdita di risorse naturali e alterazione degli ecosistemi, danni irreversibili e risarcibili da tutelare da parte dello Stato e degli Enti territoriali (Comune e Regione), come avvenuto per le elevate sentenze di risarcimenti comminate dai tribunali internazionali: dai 670 milioni di dollari alla DuPont ai 12,5 miliardi di dollari alla DuPont. Per Solvay, un fondo per la bonifica di 1 miliardo di euro appare sottostimato.
 
Distinguiamo così i danni alle persone: le Vittime per eccellenza. Infatti, la contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo è inevitabilmente anche contaminazione dell’organismo umano, ovvero nel sangue, es. il 100% di Pfas nei campioni ematici testati, con danni irreversibili e risarcibili. Questi danni per la popolazione alessandrina riguardano le alterazioni biologiche e le patologie contratte: ad esempio, per i Pfas, le cartelle cliniche per tumori renali/testicolari, tiroide, colesterolo, l’aterosclerosi, rischio di infarto e ictus, ipertensione eccetera. E va anche rilevato, ad esempio per i Pfas, che elevati livelli nel sangue costituiscono un danno risarcibile anche in assenza di sintomi: la consapevolezza di avere nel sangue sostanze pericolose genera danni per angoscia, stress e limitazioni alla qualità della vita.
 
Insomma, stiamo parlando di danni risarcibili, con class action, per decine di migliaia di cittadini di Alessandria. E non considerando il “metus”: la giustificata paura della malattia. Il risarcimento individuale del cittadino, infatti, terrà conto sia del danno biologico (quantificato in base al grado di contaminazione e alle patologie correlate) sia del danno morale/esistenziale. A quanto possono ammontare il danno biologico temporaneo per la presenza del veleno nel corpo, il danno biologico permanente e patrimoniale per coloro che hanno sviluppato patologie correlate e hanno sostenuto costi medici, e il danno morale per la sofferenza psichica?
I risarcimenti individuali sono diversificati dalla gravità della lesione e dalla durata dell’esposizione. Considerando i parametri delle tabelle medico-legali italiane e i precedenti riferimenti internazionali, agli esperti il risarcimento medio di 150mila euro per soggetto appare plausibile.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.
 
**  “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.

Ordinanze e dis-ordinanze anti Pfas.

Tortona vieta i concimi chimici sui terreni lungo lo Scrivia. Un’ordinanza anti Pfas per tutelare la qualità delle acque destinate al consumo dell’uomol’ha firmata il sindaco Federico Chiodi (Fratelli d’Italia) che monitora da anni la situazione legata alla presenza di sostanze pericolose nel sistema idrico.
Per la limitrofa Alessandria il sindaco, Giorgio Abonante, (Partito Democratico) ritiene superflua analoga ordinanza: perché penalizzare con un divieto gli agricoltori quando a cospargere Pfas sui terreni ci pensa Solvay di Spinetta Marengo.

Cloroformio tra Tortona e Alessandria.

Nelle acque sotterranee, una vasta area del Comune di Pozzolo Formigaro è contaminata dal cancerogeno cloroformio, con valori microgrammi per litro fuori norma nel monitoraggio sui pozzi.
 
L’origine del cloroformio? C’è chi punta il dito contro gli scavi del Tav Terzo Valico, dove però la sostanza non viene utilizzata. C’è chi, invece, addita il solito inquinatore: lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo, sobborgo di Alessandria, si trova nell’area della “Fraschetta” che confina a sud con il comune di Pozzolo Formigaro.   Le due zone sono adiacenti nella parte sud-orientale della provincia alessandrina, tra la periferia di Alessandria, il novese e il tortonese.
 
Quali provvedimenti prendere? Il sindaco di Pozzolo, Domenico Miloscio, è consigliato dal sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante. Questi si era trovato, tre anni fa in analoga situazione. Emettere una ordinanza, come gli compete quale massima autorità sanitaria locale, per chiudere precauzionalmente gli impianti inquinanti della Solvay? Invece, Abonante diramò una ordinanza alle famiglie di mezza Spinetta sulle misure di precauzione da adottarsi nei locali interrati di pertinenza delle loro abitazioni: non andare nelle cantine da dove risaliva il cloroformio, tantomeno a fumare o a consumare cibi, procurarsi dei ventilatori, non custodirvi altre sostanze chimiche, non riscaldarle, non fare buchi sui pavimenti, non tinteggiare le pareti…
 
L’ordinanza di Abonante è tuttora in vigore. Potrebbe adottarla anche Miloscio, anche lui di centrosinistra, addirittura presidente della Prima Commissione della Provincia di Alessandria, il presidente della quale è Luigi Benzi (Fratelli d’Italia) specialista degli “omissis” per l’Autorizzazione Integrata Ambientale della Solvay.  

Rivoluzionari tra virgolette vs antiterroristi tra virgolette.

Manifestazione a Torino contro lo sgombero di Askatasuna.
Per la cronaca prendiamo per buona la versione che troviamo su Il Fatto, piuttosto che sui Telemeloni, clicca qui.
 
Tre cortei, quasi 50 mila manifestanti, famiglie con bambini, vin brulè, partigiani, studenti, saracinesche alzate, musica e slogan, assurdo massiccio cordone di polizia. Poi, cala la sera e iniziano due ore buone di guerriglia urbana: barricate, bombe carta, pioggia di lacrimogeni, idranti, cappucci neri, mascherine e occhialini da sub, bottiglie, pietre, cassonetti e camionetta in fiamme, agente malmenato, troupe Rai aggredita, almeno una ventina di feriti.
Il nostro commento. Esultano gli ultras incappucciati e gli incappucciati del governo. Gli uni soddisfatti della grancassa mediatica che assorda il malgoverno e rinfocola la repressione “antiterrorismo”, i decreti sicurezza.
 
Gli altri, un centinaio? un migliaio? soddisfatti come si sentirono le brigate rosse, quelle in buona fede sedicenti rivoluzionari utili idioti degli americani. Sconfitti gli altri 49,9mila manifestanti, in rappresentanza di milioni di italiani che neppure hanno saputo il perché della oceanica manifestazione. Oscurati anche in  In migliaia a Milano, il corteo pacifico contro i federali Usa. Oscurato il corteo forte e pacifico Operai in tangenziale a Bologna: incriminati i sindacalisti.
 
Come era stata annunciata la manifestazione. Clicca qui.
Il commento di Sigfrido Ranucci. Clicca qui.
Il commento di Francesco Cossiga. Clicca qui.

Niscemi. La frana italiana, la base Nato NRTF e il sistema americano Muos.

La frana di Niscemi è l’ennesima storia italiana di disastro annunciato. Lo Stato, la Regione Siciliana, la Provincia di Caltanissetta, il Comune, la Protezione civile e tutto il resto della pubblica amministrazione erano a conoscenza della situazione e della necessità di interventi per fronteggiare l’emergenza, soprattutto dopo la frana del 1997. Sono stati affidati incarichi, redatti studi, realizzati progetti e appaltati i lavori. Eppure, come spesso accade, nulla è stato portato a termine.

Il dissesto è il prodotto di scelte politiche stratificate, di un modello di sviluppo che considera alcune aree sacrificabili. Dentro questo quadro generale si inserisce un elemento strutturale e determinante: la militarizzazione permanente del territorio.

Niscemi è da molti anni uno dei luoghi simbolo dell’occupazione militare statunitense del territorio italiano. Ospita una delle più grandi basi militari statunitensi presenti nel Paese, la Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) della US Navy, all’interno della quale è stato installato il MUOS (Mobile User Objective System), sistema globale di telecomunicazioni militari degli Stati Uniti, ad uso esclusivo della Marina militare statunitense.

Parliamo di un complesso militare che, per estensione, è paragonabile al sedime dell’intero aeroporto internazionale Leonardo da Vinci di Fiumicino, collocato dentro e ai margini di un’area naturale protetta come la Sughereta di Niscemi. Fin dall’inizio, il Movimento No MUOS ha denunciato l’incompatibilità radicale tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio, il valore ambientale dell’area e la presenza di un’infrastruttura militare di queste dimensioni, basandosi su studi, perizie, osservazioni tecniche e documentazione pubblica.

A queste argomentazioni lo Stato ha risposto non con prevenzione, monitoraggi indipendenti o politiche di tutela, ma con centinaia di denunce e procedimenti giudiziari contro chi segnalava pubblicamente i rischi sociali, ambientali, sanitari e idrogeologici legati alla presenza della base NRTF e del MUOS. Proprio oggi, mentre Niscemi affronta l’ennesima emergenza, alcune e alcuni attivisti ricevono un nuovo avviso di conclusione indagini preliminari relativo a una manifestazione dell’agosto 2025, con contestazioni che includono violazione di prescrizioni, imbrattamento e – in modo tanto fantasioso quanto inquietante – persino “istigazione a delinquere”. Segnalare un pericolo, denunciare un rischio, difendere il proprio territorio continua a essere trattato come un reato.

Oggi quella fragilità negata si manifesta sotto forma di dissesto: come effetto concreto di un modello che ha imposto opere militari in aree inadatte, modificato assetti del suolo e regimi di drenaggio, favorito espansioni edilizie disordinate e rinviato sistematicamente interventi strutturali di messa in sicurezza.

Clicca qui il Comunicato del Movimento No Muos.

 

Netanyahu rafforza l’antisemitismo.

Testo della Legge 20 luglio 2000, n. 211: “Istituzione del Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”
Art. 1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonche’ coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Art. 2. In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto e’ accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinche’ simili eventi non possano mai piu’ accadere.
La storica Anna Foa, autrice di un testo importante e dolente come “Il suicidio di Israele”: “La memoria serve ancora. Netanyahu con il suo genocidio rafforza l’antisemitismo”. Clicca qui.
 
The International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA): “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto.”
Le manifestazioni possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica. Tuttavia, le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite.
 
Il Sionismo è il movimento politico ebraico, non puramente religioso, nato in Europa per l’autodeterminazione e la creazione di uno Stato d’Israele. L’Antisionismo è la critica al progetto sionista e allo Stato di Israele, che non equivale all’Antisemitismo. L’Antisemitismo si riferisce a lingue e culture semitiche, tra cui l’ebraico.

Ricordare lo sterminio di decine di migliaia di persone con disabilità.

Ricordarlo in occasione del Giorno della Memoria significa assumersi oggi la responsabilità di costruire politiche e servizi che mettano al centro la persona, la sua dignità e la sua libertà, affinché nessuno venga mai più separato, invisibilizzato o allontanato dalla comunità in nome dell’efficienza, della scarsità di risorse o della paura della…
 

Il movimento di volontariato italiano diventa rete associativa nazionale.

Un obiettivo che non parla solo di numeri, ma di rappresentanza, ascolto e capacità di dare voce alle piccole e grandi realtà che animano i territori. Clicca qui.
 
Un obiettivo per il volontariato che il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” condivide anche tramite la sua “Rete ambientalista. Movimenti di Lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza”

Israele sta combattendo un’altra guerra, una guerra che non fa notizia.

Mentre gli Stati Uniti concentrano gli sforzi sul mantenimento dell’aggressione israeliana a Gaza attraverso la messa in scena di un cessate il fuoco, con cosiddetto piano di pace Trump, un’altra guerra è in corso in Cisgiordania.
Nel 2025 l’assalto militare israeliano in Cisgiordania ha provocato la più grande campagna di sfollamento di massa che i palestinesi hanno mai affrontato dal 1967, con quasi 50.000 palestinesi cacciati con la violenza dalle loro case. L’esercito israeliano ha distrutto i campi profughi di Jenin e Tulkarem e ha negato ai loro residenti il ​​diritto al ritorno. Ora ha di fatto trasformato i due campi nel suo quartier generale militare al nord.
 
Le truppe israeliane hanno anche intrapreso la quasi totale distruzione delle infrastrutture, tra cui strade, sistemi fognari e la rete elettrica. Almeno il 70% delle strade della città di Jenin è stato spianato con i bulldozer (vedi foto) e la maggior parte delle condutture idriche e delle reti fognarie a Jenin e Tulkarem sono state distrutte nel giro di poche settimane, con perdite economiche per milioni di dollari. In tutto il distretto migliaia di famiglie sono private statali sia dell’acqua che dell’elettricità. E ancora oggi le famiglie sfollate vivono in aree difficili da raggiungere, con pochissime infrastrutture civili.
 
Parallelamente l’esercito israeliano ha ampliato la geografia della sua violenza. Le truppe israeliane ora effettuano incursioni regolari nelle città centrali della Cisgiordania, tra cui Ramallah e Ariha (Gerico), e nel sud di al-Khalil (Hebron) ea Betlemme. In questi attacchi i palestinesi vengono assediati, terrorizzati e talvolta giustiziati dai soldati israeliani che combattono impunemente.
 
Continua cliccando qui.

La morte del diritto. E’ ancora possibile rimetterlo al mondo?

La storia umana è anche una storia del diritto, dalle Dieci Tavole, secondo la Bibbia scritte dal dito di Dio, ai codici di Ur e di Hammurabi, che per la prima volta stabilivano che il diritto consiste nella difesa del debole e facevano del re, cioè del potere, il padre dell’orfano e il marito della vedova, a Vasti e ad Antigone che si appellano a una legge superiore a quella scritta dai maschi, al diritto naturale che stabilisce che la verità, non l’autorità, fa la legge, al diritto positivo che istituisce la legge uguale per tutti, ai diritti umani che perfino nella guerra cercano di trattenere un residuo di ragione, alle Costituzioni postbelliche, ultime lettere della Resistenza italiana ed europea, fino alla Convenzione internazionale contro il genocidio che condanna un delitto così estremo da non avere ancora neanche il nome, e che rappresenta la soglia più alta raggiunta dal diritto nel suo sforzo di realizzare, come sua gloria, la giustizia.
 
La condanna a morte del diritto è stata molte volte e in diversi modi annunciata e segnalata (papa Francesco), fino al culmine del genocidio di Gaza, indifferente alle pronunzie delle Corti internazionali, perpetrato nella latitanza del Consiglio di Sicurezza e dello stesso segretario generale dell’Onu, e compiuto con la complicità di quasi tutta la comunità internazionale, con le sue armi o almeno col suo silenzio (non però dei molti di tutto il mondo che hanno navigato e manifestato “proPal” e perciò sono stati bollati come “terroristi” dai poteri selvaggi); e fino a Trump quando  chiede la grazia per Netanyahu e il Nobel per sé opera una rilegittimazione del genocidio, la negazione della negazione,  e proclama  di non aver bisogno del diritto internazionale.
 
Preso atto della realtà, è ancora possibile, prima dell’immane disastro, ristabilire il diritto come regola della vita internazionale e “sicurezza” per la Terra? Raniero La Valle risponde di sì e indica a quale “istanza più alta” bisogna ricorrere: clicca qui.

Non entrare nel Board of Peace!

Il “Board of Peace” di Trump è un nuovo atto eversivo diretto a sostituire il diritto internazionale dei diritti umani con la legge del più forte. 

Entrare nel “Board of Peace” di Trump costituirebbe una violazione dell’articolo 11 della Costituzione, il “Board of Peace” di Trump è una minaccia esistenziale all’Onu che è e resta l’unica autorità legale universale.

Il fine del “Board of Peace” non è quello di promuovere la pace e la cooperazione internazionale bensì quello di difendere gli interessi del suo presidente, anche con la minaccia e l’uso della forza. 

La distruzione sistematica in corso dell’architettura internazionale e dei pilastri della convivenza, che dalla fine della seconda guerra mondiale ci hanno consentito di superare molte crisi difficili, è un crimine che deve essere fermato senza ulteriori indugi.

Clicca qui.

Rifiutare l’assurdo e pericoloso “Consiglio della pace” di Trump.

Il cosiddetto “Consiglio per la Pace” creato dal Presidente Donald Trump è profondamente degradante per il perseguimento della pace e per qualsiasi nazione che voglia legittimarlo. È un cavallo di Troia per smantellare le Nazioni Unite . Dovrebbe essere rifiutato categoricamente da ogni nazione invitata a farne parte.

Non è un segreto che Trump nutra un aperto disprezzo per il diritto internazionale e le Nazioni Unite. Consiglio della Pace? In parole povere, si tratta di un giuramento di fedeltà a Trump, che aspira al ruolo di presidente e arbitro supremo del mondo.

Come se la farsa dei rappresentanti non bastasse, le nazioni dovranno pagare 1 miliardo di dollari per un “seggio permanente” nel Consiglio. Sta comprando un apparente accesso a Trump finché servirà ai suoi interessi.

Il “Board of Peace” di Trump è un palese ripudio delle Nazioni Unite. Trump lo ha reso esplicito, dichiarando di recente che il Board of Peace “potrebbe effettivamente sostituire le Nazioni Unite. Questa affermazione da sola dovrebbe porre fine alla conversazione per qualsiasi leader nazionale serio. Partecipare dopo una simile dichiarazione è una decisione consapevole di subordinare il proprio Paese all’autorità globale personalizzata di Trump. Significa accettare, in anticipo, che la pace non è più governata dalla Carta delle Nazioni Unite, ma da Trump.

Clicca qui

*Jeffrey D. Sachs, professore e direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile presso la Columbia University.

*Sybil Fares, consulente senior per il Medio Oriente e l’Africa per la rete di soluzioni per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

In memoria dei partigiani della Benedicta deportati a Mauthausen.

Durante il rastrellamento della Benedicta (Bosio – AL), avvenuto nella primavera del 1944, infatti, insieme ai 154 “ribelli” fucilati, altri 187 perseguitati furono catturati e deportati presso il KL di Mauthausen; di questi ultimi, solo 35 fecero ritorno a casa. Nel lager e nei suoi sottocampi, i prigionieri vivevano in condizioni proibitive e venivano annientati attraverso il lavoro forzato. Clicca qui.

Si può calcolare quanti morti in più per i Pfas. Il Piemonte preferisce evitare l’indagine piuttosto che nasconderla come in Veneto.

E’ stato calcolato quanti morti in più per i Pfas tra il 1984 e il 2028 rispetto alle attese. Nell’Ovest vicentino: 4000 morti. Una ecatombe clamorosa. L’indagine scientifica, commissionata dalla Regione Veneto non fu mai divulgata. Perche? Perché la Regione non avrebbe voluto dimostrare, ma rassicurare. Non intendeva informare, ma contenere l’allarme. Perché divulgare avrebbe significato chiamare in ballo i responsabili, i colossi industriali e finanziari: Eni, il fondo lussemburghese Icig, la giapponese Mitsubishi Corporation che hanno rilevato la Miteni di Trissino fallita. Dati di questo peso avrebbero prodotto conseguenze politiche, sanitarie e giudiziarie immediate. Tanto più perché l’indagine portava la firma autorevole di Annibale Biggeri, docente di statistica medica dell’Università di Padova. Dunque, fu silurata. Una vergogna.
 
Orbene, a quanti si riempiono la bocca con studi epidemiologici farlocchi, dalla Regione Piemonte in giù, passando per il Comune fino a qualche “ambientalista”, chiediamo: perché piuttosto non reclamate per Alessandria una indagine scientifica (di Biggeri) che calcoli quante morti in più rispetto alle attese sono state causate dal colosso chimico di Spinetta Marengo (non solo Pfas): da Montedison e soprattutto da Solvay che è ora sotto processo? Ci sono già utilizzabili nove indagini epidemiologiche.

Chi paga i costi dei Pfas?

Patteggiamenti. L’ombra del cappio della Fluorsid pende minaccioso sulla Solvay.
Premesso che è “meglio prevenire che curare” ovvero “meglio chiudere le fonti inquinanti piuttosto che a posteriori disinquinare i territori contaminati”, nella fattispecie dei Pfas si fanno i conti: quanto verrebbe a costare la bonifica dei siti inquinati?  In Piemonte, Solvay ha fatto i conti e, non intendendo intaccare gli enormi profitti, al riparo dei processi penali, si rifiuta di chiudere le produzioni Pfas a Spinetta Marengo per poi procedere alla enorme bonifica. In Veneto, la Miteni di Trissino è in fallimento, i soci sono nascosti all’estero, dunque tocca allo Stato intervenire (non intervenire) su milioni di aree inquinate, soprattutto su migliaia di Siti di Interesse Nazionale (SIN)?
 
La Svizzera, pur non avendo situazioni drammatiche come quelle italiane, ha provato, con una indagine di SRF Investigativ e Kassenstur a  calcolare, nell’ambito del “Forever Pollution Project” europeo, quanto potrebbe costare bonificare i siti fortemente contaminati e l’acqua potabile. Dunque: 28 miliardi di euro su un periodo di 20 anni, ovvero 1,4 miliardi all’anno.
Si consideri che per l’intera UE i costi sono valutati in 2.000 miliardi di euro in 20 anni.
 
Allo stesso tempo, si tratta di una stima conservativa. Le cifre si riferiscono solo alle bonifiche di siti fortemente contaminati. Inoltre, la contaminazione di base, che si trova ovunque nell’ambiente, continuerebbe a persistere.
Non solo, l’onere finanziario deve calcolarsi oltre le bonifiche: le PFAS hanno effetti sulla salute di persone e animali, il che comporta costi per la società. Inoltre, i contribuenti potrebbero dover affrontare pagamenti di compensazione, se ad esempio carne o latte con livelli di PFAS troppo elevati non potessero più essere venduti.

Patteggiamenti. L’ombra del cappio della Fluorsid pende minaccioso sulla Solvay.

La mancata bonifica della Fluorsid, leader mondiale della produzione fluoroderivati ​​inorganici per l’industria dell’alluminio, rammenta quella della Solvay Syensqo di Spinetta Marengo, leader monopolista nei fuoroderivati tecnopolimeri pfas.
 
Nel 2019, davanti al  GIP del Tribunale di Cagliari fu concluso un ampio patteggiamento e l’assunzione dell’obbligo di bonifica integrale per il gravissimo inquinamento ambientale causato dalle attività industriali Fluorsid spa nell’ area industriale di Cagliari – Macchiareddu , nella zona nelle umide di Santa Gilla , campagne del Cagliaritano.
 
Col patteggiamento, non vi è stato un dibattimento pubblico, né la possibilità di costituirsi parte civile, nemmeno la possibilità di valutare la gravità delle effettive responsabilità aziendali nel vero e proprio disastro ambientale, tant’è che gli imputati se la cavarono con l’irrisoria pena di qualche mese malgrado l’arresto del 2017.
 
Non solo, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari è stata, infine, costretta ad aprire due procedimenti penali – uno nel 2023, uno nel 2025 – in relazione alla mancata bonifica. (Report RAI 3, 11 gennaio 2026).
Potete approfondire la vicenda Fluorsid cliccando qui il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG).
 
Da questa illuminante esposizione del GrIG, non potrà sfuggire il parallelo con la vicenda Solvay di Spinetta Marengo che rischia di concludersi alla stessa stregua della Fluorsid, in quanto in tribunale ad Alessandria il Gup ha permesso l’avvio di un tentativo di patteggiamento che la multinazionale belga sta portando avanti dopo l’apripista del sindaco di Alessandria a Regione Piemonte e Ministero, e che potrebbe concretizzarsi a marzo prossimo senza un altolà dei nuovi GUP e PM.
 
Se clicchi qui, il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” fa il punto sul disastro ecosanitario della Solvay di Alessandria,  le cui acque di falda  sono le più contaminate d’Europa, con valori altissimi del composto pfas cC6O4 – oltre 220mila microgrammi per litro- prodotto esclusivamente dalla multinazionale belga. A tacere le ancor più gravi emissioni in atmosfera con altri venti tossici e cancerogeni.

Via libera ai Pfas che servono al riarmo.

Nell’era del riarmol’industria bellica ha posto sul tavolo della Commissione Europea, anzichè divieti di produzione e uso dei Pfas, l’esigenza urgente della Nato di deroghe ed esenzioni sempre più ampie per il comparto militare: produzione di armi, munizioni, apparecchi elettronici a uso militari, componenti di mezzi aerei, navali e terrestri, dispositivi di protezione individuale e schiume antincendio. Insomma, senza gli insostituibili Pfas non si possono fare guerre (un’altra buona ragione per mettere al bando i Pfas).
Deroghe illimitate per l’aerospazio, la difesa e i semiconduttori. Naturalmente, che non ci siano alternative ai gas fluorurati è falso: è solo questione di profitti. D’altronde, di deroghe per l’industria bellica si parlava già dal 2023 quando, su iniziativa di messa al bando dei Pfas (10mila) di cinque Stati membri (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia. Ma l’intero comparto militare, responsabile della produzione di più di 2mila tonnellate di inquinanti eterni ogni anno, garantisce enormi profitti della attivissima lobby bellica.
Siamo al gioco al ribasso sull’intero sistema normativo europeo, nell’indirizzo anche di emendare il regolamento Reach che vieta o limita l’uso di 78 sostanze o categorie di sostanze, alcune delle quali cancerogenemutagene tossiche per la riproduzione.
 
Per quanto riguarda l’obbligo, dal 12 gennaio 2026, degli Stati membri di monitorare i Pfas nell’acqua potabile, occorre notare (Legge30 dicembre 2025, n. 199) che i termini del DL 2023 sono posticipati di sei mesi limitatamente al parametro “somma di 4 PFAS”; e inoltre che nelle more della decorrenza dei termini le sole molecole ADV non concorrono al rispetto del valore di parametro della “somma di PFAS”. La direttiva europea entrata in vigore a gennaio prevede un limite di 100 nanogrammi su litro per la somma di venti molecole Pfas e un limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro ‘Pfas totali’ 
L’Italia ha recepito la direttiva inserendo ulteriori limiti essendo uno dei Paesi maggiormente contaminati. Infatti, nel 2023 e nel 2025 ha emanato due decreti legge con integrazioni che comprendono altre quattro sostanze della galassia Pfas ossia GenX, Adona, C6O4 e 6:2 Fts. Quattro sostanze che quindi vanno considerate nella somma Pfas, misurabile in concentrazioni per cento nanogrammi su litro. Ma, proprio l’Italia nella legge di bilancio, a dicembre 2025, ha però fatto un passo indietro. Ovvero ha dato corpo ad una proroga di sei mesi a Pfoa, Pfos, Pfna, Pfhxs quattro molecole indicate dall’Efsa come maggiormente preoccupanti sotto il profilo sanitario. Di più, rispetto alle ventiquattro sostanze già presenti verranno aggiunte sei molecole Adv arrivando ad un totale di trenta molecole complessive. Gli Adv, in esclusiva con C6o4, sono prodotti dalla Solvay di Spinetta Marengo.
 
Si aspetterà quanto meno il 2027 per il limite specifico 10.000 (nanogrammi su litro) per il famigeratissimo TFA, acido trifluoroacetico, sempre più rilevato nel suolo, nelle acque sotterranee e nell’acqua potabile.

Batterie allo stato solido

Syensqo, con a capo Alessandro Chiovato, e la francese Axens lanciano Argylium per accelerare la svolta europea nelle batterie allo stato solido. Con un team di oltre 50 esperti, una nuova joint venture con l’appoggio di IFP Energies Nouvelles (IFPEN) e l’obiettivo di creare una filiera europea, supportando la transizione energetica e l’elettrificazione del continente entro il 2030. Solvay Syensqo, sfrutterà l’esperienza del sito di Spinetta Marengo ma non ha confermato se questo sarà il sito di lancio piuttosto che in Francia, sulla base del successo della gestione di una linea pilota di batterie allo stato solido a La Rochelle e di oltre un decennio di sviluppo tecnologico presso il suo laboratorio all’avanguardia di Parigi (Aubervilliers). La società intende effettuare due round di finanziamento nei prossimi tre anni per sostenere investimenti in unità pilota di sintesi su larga scala e permettere dimostrazioni industriali.
 
Le batterie allo stato solido sono considerate una delle soluzioni più promettenti per la prossima generazione di veicoli elettrici e sistemi di accumulo di energia. Sostituendo gli elettroliti liquidi con materiali solidi, offrirebbero maggiore sicurezza di fiamma, maggiore densità energetica e la possibilità di una ricarica più rapida.

Divieto Pfas su cosmetici e abbigliamento.

Non in Italia naturalmente, dove domina Solvay unica produttrice, ma in Francia: dove -pur con l’opposizione della consorella Tefal-  è entrato in vigore dal 1 gennaio il divieto sugli ‘inquinanti eterni’ trovati ovunque dalla vetta dell’Everest ai tessuti delle balene della Nuova Zelanda, e la cui esposizione è collegata all’insorgenza di tumori, alla riduzione della fertilità e all’alterazione del sistema immunitario.
 
Il divieto proibisce la vendita, la produzione o l’importazione di qualsiasi prodotto per cui esista già un’alternativa ai PFAS. Include cosmetici, abbigliamento e altri articoli come la cera da sci.
 
La legge imporrà inoltre alle autorità francesi di testare regolarmente l’acqua potabile per tutte le tipologie di PFAS e di adottare misure per sanzionare gli inquinatori che rilasciano queste sostanze nell’ambiente.

I Pfas sotto controllo della Regione.

Non si tratta del Piemonte, patria della Solvay e del disastro ecosanitario nazionale, ma della piccola Umbria che ha avviato per tempo controlli sistematici e creato un sistema stabile di monitoraggio continuo dei PFAS nelle acque potabili. La Regione ha attivato un protocollo inter-istituzionale che coinvolge ARPA Umbria, le USL territoriali e i principali gestori del servizio idrico — Umbra Acque, SII e VUS.
 
Questo accordo ha dato il via al primo piano di sorveglianza ambientale permanente sui PFAS in Italia, prevedendo la raccolta di 228 campioni distribuiti su tutto il territorio regionale. Ogni prelievo è pianificato secondo scadenze fisse e viene analizzato in laboratori accreditati. Oltre ai controlli effettuati dai gestori, anche ARPA e le USL condurranno verifiche indipendenti per garantire la massima trasparenza. Tutti i dati verranno pubblicati online sul portale lacquachebevo.it, in modo che i cittadini possano conoscere in tempo reale lo stato della propria acqua, avendo a disposizione informazioni dettagliate, comprese le matrici analizzate, i nomi dei laboratori e le aree monitorate.
 
Nel caso in cui le analisi dovessero rilevare valori di PFAS superiori ai limiti consentiti, il sistema di controllo attiverà immediatamente una procedura d’emergenza. I campioni saranno analizzati nuovamente da un secondo laboratorio indipendente. In caso di conferma, interverranno congiuntamente Regione, ARPA, AURI, ASL e i Comuni interessati per decidere le misure più idonee: filtri specifici, deviazioni temporanee della rete o uso di fonti idriche alternative.

Malattie cardiovascolari da Pfas: in Svezia come in Veneto.

Uno studio svedese coordinato da Yiyi Xu e Ying Li, professori di epidemiologia e biostatistica all’Università di Göteborg (Svezia), pubblicato nel numero di dicembre 2025 della rivista Environmental Research, mostra che l’esposizione prolungata all’acqua potabile contaminata da PFAS aumenta il rischio del 10% di infarto miocardico, del 10% di ictus ischemico (ostruzione di un vaso sanguigno da parte di un coagulo) e del 28% di ictus emorragico (rottura di un vaso sanguigno), mentre la mortalità per malattie cardiovascolari è aumentata di circa il 15%.
 
I ricercatori hanno valutato l’esposizione di un gruppo di oltre 45.000 persone, tutte residenti o che hanno vissuto a Ronneby (Svezia) tra il 1985 e il 2013. Due distinti impianti riforniscono la popolazione di questa piccola città costiera nel sud del paese: uno attingeva da una fonte idrica inquinata dagli schiumogeni antincendio utilizzati in una base militare vicina al borgo, l’altro si riforniva da una fonte molto meno contaminata. Uno distribuiva agli utenti acqua contaminata con circa 10 microgrammi di PFAS per litro (µg/l), il secondo con livelli dell’ordine di 0,05 µg/l.
 
I ricercatori sottolineano che il loro risultato “concorda con un ampio studio condotto nel 2024 in Veneto, che ha riportato una mortalità cardiovascolare superiore del 20-30% nei comuni fortemente esposti ai PFAS rispetto ai comuni non esposti”.

Vigili del fuoco: pfas e amianto.

Storica sentenza sull’amianto, un milione di risarcimento alla famiglia di un vigile del fuoco, nipoti compresi. Il tribunale di Genova ha condannato il ministero dell’Interno per il pompiere morto a causa dell’esposizione professionale alle polveri e fibre di amianto, durante le attività di intervento ma anche nelle operazioni di addestramento quotidiane. L’amianto, utilizzato in passato per la realizzazione di attrezzature e materiali di protezione, si è rivelato un nemico mortale (L’ultimo rapporto dell’Osservatorio nazionale amianto parlava di 7mila vittime in un anno) per molti lavoratori, tra cui i vigili del fuoco che sono stati esposti a queste sostanze altamente cancerogene (mesotelioma) durante le loro operazioni quotidiane. Fino agli anni Novanta, i vigili del fuoco erano costretti ad utilizzare dispositivi di protezione, come coperte, guanti e maschere, che contenevano amianto. Il sindacato Conapo, ha ribadito l’urgenza di un intervento concreto da parte delle istituzioni. “Chiediamo da anni la mappatura completa e aggiornata dei siti contenenti amianto su tutto il territorio nazionale. Questa sentenza dimostra ancora una volta che la mancata mappatura espone quotidianamente i vigili del fuoco, e non solo loro, a rischi gravissimi per la salute”. La richiesta del Conapo riguarda non solo i luoghi di lavoro, ma anche gli edifici pubblici e le infrastrutture che potrebbero contenere amianto, un materiale ancora presente in molte strutture italiane, seppur vietato da anni.
 
Il sindacato Usb – Vigili del fuoco ha formalizzato presso le autorità preposte una richiesta di accesso agli atti per conoscere i dettagli di uno studio dell’Università di Bologna, dal quale emergerebbe come Pfas non sarebbero contenuti nelle dotazioni e negli schiumogeni utilizzati dal personale dei vigili del fuoco nelle operazioni di soccorso. Il sindacato nutre dubbi sulla attendibilità di quello studio. E punta quindi a ottenere dati certi proprio in riferimento agli studi epidemiologici condotti sui pompieri e sulla reale composizione dei dispositivi di protezione individuale. Il tutto mentre la stessa Usb denuncia anni di silenzi che potrebbero aver esposto gli operatori a gravi rischi sanitari.

Stupidaggini scientifiche dietro la complicità della politica con Solvay.

La storica complicità tra Comune di Alessandria e Solvay di Spinetta Marengo è palmare nello studio epidemiologico sbandierato ai quattro venti dalla Commissione Ambiente: “Al fine di scoprire il rapporto causa-effetto fra inquinanti, malattie e mortalità», “Per cercare l’eventuale ‘prova regina’ di questa situazione, ovvero se esista la ‘pistola fumante’ di un nesso diretto tra ambiente e salute, tra inquinamento e patologie”. Su queste stupidaggini scientifiche i giornali locali ci fanno i titoli.
Fa specie che la Commissione Ambiente sia presieduta da un medico, Adriano Di Saverio (col quale abbiamo polemizzato più volte), al punto che i suoi colleghi di ISDE (Associazione Italiana Medici per l’Ambiente) restano trasecolati. Scoprire il nesso causale tra Pfas e patologie? Cosa c’è da scoprire? Il nesso fra Pfas e malattie è assodato: il Pfoa è classificato cancerogeno certo per l’uomo, il Pfos possibile cancerogeno, i C6o4 e ADV sospetti cancerogeni. ISDE con tutti i ricercatori indipendenti sono concordi: i Pfas sono interferenti endocrini e causano o concausano malattie metaboliche, immunosoppressione, tumori ecc. Chi ha i Pfas nel sangue: o ha già oppure avrà queste malattie. C’è solo da impegnarsi come curarle. ***
Cosa c’è da scoprire? Ma quale ‘prova regina’? Ma quale ‘pistola fumante’? C’è da scoprire che… l’ignoto, che spara in atmosfera acque e suolo i Pfas insieme agli altri 20 tossici e cancerogeni, è Solvay? Non bastano tutte le indagini ambientali dell’Arpa e le sentenze della magistratura? Non bastano, per inchiavardare il nesso causale, già le nove indagini epidemiologiche che ripetono che in Fraschetta si muore di più?
Certo, altre indagini sono sempre utili, ma non per scoprire il notorio nesso con pfas cromo esavalente cloroformio eccetera made in Solvay, semmai per verificare lo stato attuale di salute della popolazione e di ogni singolo cittadino, per curare innanzitutto, prevenire soprattutto per i bambini, e per risarcire morti e ammalati: come faremmo noi con la class action risarcitoria collettiva.  Mentre la prevenzione contro un ulteriore peggioramento della salute la tenteremmo con la class action inibitoria collettiva che fermi subito le produzioni inquinanti.  
Invece, la convezione del Comune con l’Università è un altro specchietto per le allodole, per prendere tempo, il tempo che però a Solvay serve a proseguire nella sua strategia, tant’è che lo sbandierato “studio” è miserrimo: finanziato con 60 mila euro (quando dal patteggiamento il sindaco ne ha ottenuti 100mila, un euro a testa per ogni cittadino) e conseguentemente non è di massa bensì circoscritto a poche persone nel raggio di tre km dall’epicentro dello stabilimento Solvay. In conclusione, cosa c’è da scoprire?  il nesso tra multinazionale e politica?
*** Nota a margine. Clicca qui l’Associazione dei Ginecologi Italiani su “Gli effetti dei Pfas su salute umana e ambiente. Conseguenze negative su fertilità, risposta immunitaria e accumulo di lipidi”. Inoltre, i dati raccolti mostrano che l’esposizione ai PFAS produce una sovraregolazione del gene ID1, coinvolto nello sviluppo di vari tipi di cancro, tra cui leucemia, cancro al seno e al pancreas; nonché l’aumento significativo della mortalità di individui affetti da neoplasie maligne dei tessuti linfatici ed ematopoietici, come milza, fegato e midollo osseo.

Costruire la partecipazione dal basso. Le assemblee: “Non delega alla politica”.

Non si è presentato il sindaco a discolparsi all’assemblea pubblica tenutasi in Alessandria nel sobborgo di Spinetta Marengo, epicentro del disastro sanitario e ambientale della Solvay Syensqo: in aria acqua suolo con pfas cromo esavalente e gli altri 20 tossici e cancerogeni. Una assemblea partecipata al punto che si è dovuta trasferire nella chiesa parrocchiale di don Mauro, trasformata con striscioni e cartelli in un luogo di incontro civile prima ancora che spirituale.
I giornali locali l’hanno celebrata con video foto e ampi titoli: “Disastro ambientale in Fraschetta: la comunità senza saloni pubblici si ritrova in chiesa”, “Spinetta sfida i veleni. Nasce il comitato ‘Ce l’ho nel sangue’. Giustizia per Spinetta e per tutta la Fraschetta”, “Rompiamo il muro di assuefazione”: a Spinetta i comitati dei cittadini uniti”.
L’impegno comune dei Comitati e delle Associazioni) è: “non scendere a compromessi”, tipo i patteggiamenti di cui si è fatto alfiere il sindaco Giorgio Abonante accettando una manciata di euro. A questo proposito, Solvay, presente con autorevoli “osservatori” in assemblea, ha invece immediatamente ribadito di voler estendere “gli accordi transattivi con i diversi enti pubblici e gli enti esponenziali costituitisi parti civili nel procedimento penale”, cioè anche con Regione e Governo, e con le Associazioni ambientaliste stesse.   
Dall’assemblea sono state, invece, annunciate manifestazioni di piazza, anche con presidio del palazzo di giustizia, dove si paventa innanzi al GUP la conclusione a marzo del processo tramite questo famigerato patteggiamento, oppure dove sarà annunciato l’ennesimo rinvio di udienza, magari con il colpo di scena della nuova Procura con la clamorosa riformulazione del capo di accusa da colposo a doloso.
Soprattutto sono state comunicate due azioni collettive in sede civile, due class actions. Quella risarcitoria, per le Vittime della popolazione, avviata con la raccolta delle cartelle cliniche. E quella inibitoria per bloccare da subito le produzioni delittuose della Solvay. Per entrambe sono previste assemblee nei territori per raccogliere le adesioni popolari.
L’assemblea ha guadagnato la presenza dei ricercatori dell’Università di Torino, che nel merito di Spinetta editerà a breve il volume “Tossicità”, nonché del responsabile nazionale di Greenpeace che aveva identificato il territorio alessandrino come quello più colpito dai Pfas in Italia.
 Mentre è spiccata la complice assenza dei politici di destra e di sinistra, ad eccezione di “Alleanza Verdi e Sinistra” molto attiva nel parlamento europeo.
 
P.S. Un commento del “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”: C’è più consapevolezza del momento di passare dalla denuncia all’azione, di non continuare a chiedere alle Istituzioni le solite cose: quello che, si sa, non hanno fatto, quello che, si sa, sarà sempre rimandato. Tipo i fantomatici monitoraggi.  Cioè, è proprio il momento di passare direttamente, dal basso, all’azione. Cioè, di fare come è stato fatto e si sta facendo -collettivamente- in Veneto. Cioè, chiudere -ora, subito- le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo e risarcire sul serio -ora, subito- la popolazione. Fallita, stante l’attuale complicato contesto, l’ultima spiaggia del processo penale, dunque l’unica via onesta da praticare saranno le azioni in sede civile inibitoria e risarcitoria. Dunque, fare sul serio significa passare dagli annunci ai fatti https://www.rete-ambientalista.it/2026/01/06/dagli-annunci-ai-fatti-le-class-actions-solvay-e-miteni/

Prossimamente.

Prossimamente, la mailing list trasmetterà 10 articoli del Sito www.rete-ambientalista relativi a:
1) La valutazione di quanti morti in più a causa della contaminazione da Pfas.
2) Quanto verrebbe a costare la bonifica dei siti inquinati.
3) L’ombra del cappio che pende minaccioso sulla Solvay.
4) La partnership della Syensqo con la francese Axens per lo sviluppo delle batterie solide.
5) Stretta Ue sui Pfas, nuove tutele per l’acqua potabile.
6) Divieto Pfas su cosmetici e abbigliamento.
7) I Pfas sotto controllo della Regione.
8) Università di Göteborg: il rischio Pfas per ictus e infarto miocardico.
9) Le mani delle lobby chimiche sugli gli studi epidemiologici dei vigili del fuoco.
10) Biomonitoraggio umano in Trentino.