
Tossicità.

Movimenti di Lotta per la Salute, l"Ambiente, la Pace e la Nonviolenza



Chi non ripudia la guerra è fuori-legge!
Il nuovo attacco di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran è completamente illegale, insensato e ingiustificabile. E’ un nuovo folle passo dentro la terza guerra mondiale che si va estendendo. Nell’impunità e nel silenzio generale.
Ci duole ripeterlo ma “chi non ripudia la guerra -ai sensi dell’art. 11 della nostra Costituzione e della Carta delle Nazioni Unite- è fuori-legge”.
Questa nuova guerra è l’ennesima violazione del diritto e della legalità internazionale. Costituisce un atto di aggressione ai sensi dell’art. 1 della Carta delle Nazioni Unite e viola l’art. 2 che stabilisce che gli stati “devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite”. Ancora una volta vengono stracciati i principi e le norme contenute nella Carta delle Nazioni Unite e nel diritto internazionale dei diritti umani.
Mentre a Gaza e in Cisgiordania continua il genocidio e la persecuzione del popolo palestinese, dopo i bombardamenti americani nello Yemen nel marzo 2025, in Iran contro i siti nucleari nel giugno 2025, in Qatar contro la leadership di Hamas nel settembre 2025, in Siria e in Nigeria nel dicembre 2025, questa guerra conferma la volontà di Israele e Stati Uniti di imporre la legge della forza sulla forza della legge.
Chi ha sferrato questa nuova guerra deve rispondere dei crimini che sta compiendo. Nessuno è al di sopra della legge. Chi non la condanna, è complice. Chiediamo alla Corte penale internazionale di esercitare la propria giurisdizione ai sensi dello Statuto di Roma.
Il regime iraniano – come tutti i sistemi autocratici e dittatoriali – va contrastato con coerenza dall’intera comunità internazionale e dalle Nazioni Unite con i numerosi strumenti del diritto, della legalità e della giustizia penale internazionale di cui oggi disponiamo. Basta con le crociate ideologiche e guerrafondaie. Dare centralità al ruolo delle Nazioni Unite rimane un imperativo ineludibile.
Marco Mascia, Presidente Centro Diritti Umani “Antonio Papisca” – Università di Padova
Flavio Lotti, Presidente Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace
28 febbraio 2026
















Estranea al processo penale, in sede amministrativa Marzotto ha sostenuto di non avere «mai operato» nel sito Rimar “Ricerche Marzotto” diventato Miteni e di avere detenuto «una mera partecipazione azionaria indiretta», riconducendo l’attuale situazione di inquinamento «allo sviluppo industriale dei decenni successivi al 1967-1970», periodo in cui non erano ancora in vigore le norme ambientali sugli scarichi e il principio per cui «chi inquina, paga».
Ma per il Tar è pacifico che la Rimar ha proseguito nel nuovo stabilimento in località Colombara la stessa produzione di sostanze perfluoroalchiliche Pfas che aveva iniziato nel sito di via IV Novembre.



Gli acceleranti cementizi contenenti Pfas usati nelle grandi opere, nei cantieri come quello della Pedemontana ora sotto indagine della Procura di Vicenza, continuano a contaminare torrenti, falde e terreni agricoli di pregio. La Commissione Europea conferma che l’uso di PFAS nei prodotti da costruzione è incluso nel fascicolo di restrizione REACH in valutazione presso l’Agenzia Chimica Europea e che la questione sarà trattata nella prossima restrizione, insieme a criteri per appalti pubblici più sostenibili.
Inizialmente, la notizia ha un po’ sconcertato: per chiudere il buco dell’ozono abbiamo sostituito nei condizionatori i vecchi gas nocivi (i CFC clorofluorocarburi) con sostanze (HFC idrofluorocarburi e HFO idrofluoroolefine) che, degradandosi, hanno contribuito a triplicare in 20 anni i livelli di TFA, l’acido trifluoroacetico un tipo di PFAS. Proprio il TFA che è il PFAS più abbondante nelle acque terrestri e anche quello che regolarmente emerge in quantità maggiore ovunque si cerchino Pfas. E’ quanto ha rivelato uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters.
Al “Protocollo di Montreal”, cioè al bando dei CFC, i composti di cloro-fluoro- carbonio che producevano una riduzione dell’ozono stratosferico, noi abbiamo contribuito in maniera determinante. Per noi: intendiamo Greenpeace e Lino Balza che organizzammo la scalata delle ciminiere dell’Ausimont Montedison di Spinetta Marengo issando enormi striscioni “Qui si buca l’ozono”). La manifestazione, clamorosa fra i media, produsse processi penali a carico di Greenpeace (a Ivan Novelli, che poi diventerà presidente di Greenpeace) e la progressione delle rappresaglie a Balza con il suo licenziamento. ***
Scrissi: “Posso dire che anche grazie a quel briciolo di mio coraggio personale i CFC sono stati eliminati da aerosol, frigoriferi e schiume isolanti, e che si è fermata la pandemia di tumori maligni della pelle e la rovina totale dell’ecosistema entro il 2060. Gli scienziati hanno stimato che, senza quella battaglia, lo strato dell’ozono, che circonda e difende il globo filtrando i raggi ultravioletti, avrebbe già perso oltre il 40% della sua densità sopra il Polo Sud e un nuovo buco sarebbe apparso sopra il Polo Nord”.
Oggi, a quell’orgoglio subentra la questione del pfas TFA. Tornare ai CFC o ai successivi refrigeranti? Sarebbe la peggiore delle pazzie. La posta in gioco è la salute dell’umanità. Infatti, così come si è dimostrato che l’alternativa ai CFC con gli HFC è stata a sua volta possibile con l’alternativa ecologica dei refrigeranti a base di idrocarburi naturali sicuri per l’ozono e per l’effetto serra, come l’isobutano, (peraltro usati negli anni ’30), così l’urgente traguardo della messa al bando dei Pfas non può assolutamente essere messo in discussione.
*** Gli avvenimenti sono narrati sul primo volume di “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia) e sul secondo volume de “L’avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza”.



Prendi i soldi e scappa senza investimenti.
Salute e occupazione sulla pelle dei lavoratori.


La violenza attuale si inserisce in una Nakba continua, iniziata nel 1948 e mai interrotta. In queste tesi di Carolina Bracco, politologa, dottoressa in culture araba ed ebraica, scrittrice e ricercatrice: “La violenza sessuale e riproduttiva in Palestina: le donne come obiettivo strategico del genocidio”. Clicca qui.


In merito alla trasparenza sui piani di emergenza nucleare, tre aree sono considerate particolarmente sensibili: la base aerea di Aviano, in provincia di Pordenone, indicata come sito che ospita ordigni nucleari (nella foto); il porto di Trieste; e il porto di Koper-Capodistria, in Slovenia, entrambi utilizzati per il transito e la sosta di navi militari a propulsione nucleare. Clicca qui.








E’ di una giornalista de Il Manifesto presente sul fatto. Clicca qui.


Riceviamo e pubblichiamo:
«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista.
Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella manifestazione del 31 gennaio.
Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattutto, il governo. Un passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre 50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre, colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie, dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli, mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa che parlano anche a noi.
Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli è andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi bisognerà farci i conti no? Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale: se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa, spaventata, impotente, incapace di organizzarsi.
La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale governo. Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e consapevolezza.
E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte.

Clicca qui il drammatico “depliant” firmato dai due grandi esperti mondiali Prof. Hardell e Belpomme pubblicato in tre lingue (italiano, inglese, francese) sul sito www.applelettrosmog.it. I firmatari sono in collaborazione con l’Associazione Italiana Elettrosensibili, fondata da medici italiani elettrosensibili.
Gli impatti psicologici, psichiatrici e sociologici dei social network sui giovani sono ampiamente dimostrati. Ma è anche fondamentale conoscere e proteggere i nostri concittadini, in particolare i giovani (clicca qui) dagli impatti dei campi elettromagnetici CEM: sulle loro capacità di apprendimento e memoria, con comportamenti simili all’iperattività e ansiosi; nonchè sui danni morfologici e funzionali al nervo ottico; fino agli impatti sulla fertilità maschile e femminile.
L’esposizione ai CEM è una questione cruciale per la salute pubblica, possibili cancerogeni secondo lo IARC, ma nessuno ne parla, i media in particolare hanno paura di perdere dei mercati pubblicitari (in un contesto in cui la posizione dell’OMS è distorta da conflitti di interesse, come spiegato nel depliant). Una gran parte della popolazione è colpita dai CEM senza esserne consapevole.


Per la realizzazione dell’ospedale di Duhla a Shengal (nord Iraq) e aiuti sanitari al Rojava. Clicca qui.

Clicca qui il Progetto e Come aderire.
Dunque si avviano class actions anche in Italia: contro i Pfas, contro Solvay Syensqo di Spinetta Marengo: https://www.rete-





Lavialibera è una rivista fondata da Libera e Gruppo Abele (don Luigi Ciotti) che comprende un bimestrale cartaceo, un sito