Solvay di Spinetta Marengo scarica il 76% delle emissioni nazionali di gas fluorurati.

Opportunamente interviene Greenpeace ad avvalorare l’allarme sul quale sono anni che insistono Lino Balza e Claudio Lombardi: il disastro sanitario e ambientale inferto ad Alessandria dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo è originato dalle emissioni in atmosfera (con ricaduta su polmoni, suolo e acque) ancor più che dagli scarichi idrici in falda e Bormida.
 
Ebbene, Greenpeace Italia ha analizzato i dati del registro europeo, elaborando anche quelli di Ispra: “Tra il 2007 e il 2023, il 76% delle emissioni nazionali di gas fluorurati sono state prodotte in Piemonte dalla Solvay di Spinetta Marengo”, quindi 2.863 tonnellate rilasciate. Inevitabilmente: perché Solvay è l’unica industria chimica italiana che produce ancora Pfas, in particolare il “nuovo” C6O4 altrettanto micidiale come i suoi progenitori. Perciò il Movimento di lotta per la salute Maccacaro, con Circoli, Comitati e Associazioni, chiedono la cessazione delle produzioni inquinanti. E, preso atto, del fallimento dei processi in sede penale, avviano in sede civile azioni inibitoria e risarcitoria. Con urgenza sanitaria, senza attendere una legge di messa al bando dei Pfas, che la lobby chimica sta bloccando in Parlamento (clicca qui). 
Le emissioni in atmosfera, una volta dispersi, si “trasformano” in acido trifluoroacetico (TFA), la tipologia di Pfas più diffusa al mondo. Oltre ai noti rischi sanitari, gli F-gas provocano anche l’effetto serra, con un potenziale di riscaldamento globale (GWP) migliaia di volte superiore a quello della CO2.
Per maggiori approfondimenti, leggi Luisiana Gaita (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/08/pfas-solvay-alessandria-inquinamento-aria-notizie/8218202/) o vai al Sito www.rete-ambientalista.it dove trovi quasi 1.300 articoli.

Fare a meno dei Pfas oppure fare a meno di pane, pasta, biscotti, farina…

Gli studi tossicologici associano definitivamente il TFA acido trifluoroacetico, uno dei composti sintetici noti come sostanze chimiche “eterne” PFAS (estremamente persistenti, mobili, idrosolubili, indegradabili, accumulabili) agli effetti tossici e cancerogeni sulla riproduzione e sullo sviluppo, oltre che agli impatti su tiroide, fegato e sistema immunitario. Le popolazioni più vulnerabili sono in particolare i bambini e le donne in gravidanza.
 
Dunque, è urgente la necessità di vietare immediatamente i pesticidi fluorurati PFAS per fermare l’ulteriore contaminazione della catena alimentare, a maggior ragione dopo il nuovo studio di Pesticide Action Network (PAN) Europe che ha rilevato la presenza diffusa di TFA in prodotti a base di cereali in 16 Paesi europei.
 
Il TFA è stato riscontrato in oltre l’81% dei campioni analizzati e le concentrazioni medie risultano fino a 107 volte superiori a quelle dell’acqua del rubinetto. I prodotti più contaminati sono risultati i cereali per la colazione, con picchi fino a 360 µg/kg in singoli campioni.
Lo studio segnala che i prodotti a base di grano (pane, pasta, biscotti, farina e dolci tipici) tendono ad accumulare più TFA, suggerendo che il grano possa assorbire e trattenere più facilmente questo composto dall’ambiente.

Mettere fine ai pesticidi? No, la UE non è interessata alla nostra salute.

La Commissione Europea non sembra interessata alla nostra salute e all’ambiente, perché il suo obiettivo è, invece, semplificare la vita all’industria chimica. Infatti, la Commissione sta proponendo una serie di misure per deregolamentare in modo massiccio i pesticidi. In questo modo, l’UE consentirà l’uso di più pesticidi tossici, senza controlli regolari e almeno per altri tre anni. Lo spacciano per un accesso più facile alle sostanze di biocontrollo, come gli “erbicidi naturali”, ma le modifiche si applicano anche ai pesticidi altamente tossici. Eppure, la scienza è chiara: i pesticidi danneggiano la nostra salute e uccidono la biodiversità, danneggiano gli esseri umani, gli impollinatori e gli ecosistemi.
 
Acqua, suolo e cibo sono inquinati dai pesticidi PFAS: avrebbero dovuto essere vietati anni fa. Danneggiano il nostro cervello, il sistema immunitario, lo sviluppo dei bambini e sono un disastro per l’ambiente. Abbiamo perso fino a ¾ degli insetti, mentre i parassiti sono diventati resistenti alle sostanze chimiche e dosi più elevate di sostanze ancora più tossiche non saranno d’aiuto. Le alternative necessarie sono disponibili.

Siamo ancora qui.

Le grandi e diffuse iniziative nelle piazze per la Palestina di ottobre e novembre dimostrano che la mobilitazione non è per nulla finita con la falsa “pace” di Trump e che il genocidio del popolo palestinese ha svelato la “nuova” logica dell’ordine globale, riorganizzata sempre più attorno alla guerra: il regime di guerra necessita di un apparato logistico pienamente funzionante. I porti, in questo senso, hanno un ruolo centrale. Quelli che sono in alto temono molto i blocchi dei porti, partiti da Genova e diffusi in altre città europee.
 
A Genova, la città dove tutto è cominciato con il blocco delle navi effettuato dagli operatori portuali del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali), più di 10.000 manifestanti hanno aderito allo sciopero, con una presenza elevatissima di studenti e giovani. Il giorno successivo si è tenuta una manifestazione nazionale a Roma, alla quale hanno partecipato circa 100.000 persone.
 
Il regime di guerra, pluriforme nei suoi modi di agire, necessita di un apparato logistico pienamente funzionante. Guerra e logistica, com’è noto, vanno di pari passo da secoli. Non esiste guerra senza logistica, così come non esiste logistica senza un’organizzazione “militare” dei flussi di approvvigionamento lungo l’intera catena. Di tutto ciò sono pienamente consapevoli i portuali del CALP – che organizzano il blocco delle navi con carichi di armi dal 2019 – così come tutti gli altri soggetti che hanno articolato le proprie lotte con quella dei portuali. Una consapevolezza che ha contagiato i lavoratori di altri porti, sia in Italia sia in altri paesi europei (Grecia, Cipro, Francia, Spagna e, in una certa misura, Portogallo). Il “blocchiamo tutto” è diventato la parola d’ordine che ha accompagnato le mobilitazioni in molte città contro il regime di guerra nel quale vogliono trascinarci – o nel quale siamo già stati trascinati.

Glifosato. Venticinque anni di autorizzazioni basate su fondamenta marce.

Spesso ricordiamo come la lobby chimica riesca a influenzare il dibattito scientifico e le decisioni regolatorie in Europa e nel mondo, prendendo come esempio la finta “ricerca indipendente” per la presunta innocuità dei Pfas contrabbandata per decenni.
 
Alla stessa stregua, dopo un quarto di secolo, crolla uno dei pilastri su cui si è basata la difesa del glifosato (Roundup). La prestigiosa rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology ha formalmente ritrattato lo studio del 2000 firmato da Williams, Kroes e Munro, che per 25 anni è stato considerato un punto di riferimento nella valutazione della presunta sicurezza dell’erbicida più utilizzato al mondo. I due autori avevano ricevuto compensi finanziari da Monsanto per il loro lavoro, addirittura assistiti da dipendenti della stessa Monsanto che forniva pure gli studi, mentre volutamente ignoravano di altri studi che affermavano la cancerogenicità del glifosato.
 
Le conseguenze di questo inganno scientifico sono incalcolabili. L’articolo ha influenzato per decenni le decisioni regolatorie sul glifosato in Europa e nel resto del mondo, e migliaia di tonnellate di cancerogeni sono state sparse sui campi. La ritrattazione formale di questo scellerato studio dovrebbe obbligarle a rivedere le autorizzazioni. E a rafforzare anche le cause legali in corso contro i produttori di glifosato: Bayer ha acquisito Monsanto nel 2018. 

Una sentenza amianto dalla parte del lavoratore.

Il Tribunale di Roma ha accolto integralmente il ricorso di un lavoratore dello stabilimento Videocolor di Anagni contro l’Inail: ha riconosciuto la natura professionale della patologia asbesto-correlata, il danno biologico permanente e, soprattutto, l’esposizione qualificata ad amianto dal 1990 al 2006, per circa 16 anni. I giudici affermano che il lavoratore, manutentore per oltre vent’anni, è stato esposto in modo continuativo, massiccio e diretto a polveri e fibre di amianto presenti nei forni, nelle coibentazioni, nelle guarnizioni, nei macchinari, nelle rulliere e in numerose parti strutturali dell’impianto. Oltre al riconoscimento del danno, il lavoratore ha ottenuto 8 anni di maggiorazione contributiva con accesso immediato al prepensionamento.

Tera e Aqua.

Se clicchi qui
ti appare il Tera e Aqua di dicembre 25-gennaio 26 con:
– Pax Christi, Arci, Acli denunciano Leonardo SpA: Basta forniture di armi a Israele Cosa è successo alle elezioni regionali?
– Domenica 4 genn h 15 a Mestre Festa dell’Anno Nuovo Con Spettacolo, premi ecc. da sabato 13 a lun.22 dic. Mercatino di Solidarietà della Banca del TempoVenezia-Milano l‘urbanistica degli scandali. In bici alla riscoperta di Mestre, sulle tracce del nuovo Ciao Titta, lottatore nonviolento per la salute contro i veleni PFAS
Due libri da regalare.

La farsa tragicomica del “nobel” Trump.

Il piano di pace a Gaza è una farsa tragicomica che diviene emblematica della politica internazionale odierna, pilotata da un Occidente in declino economico e tracollo morale che ha trasformato la democrazia in demagogia, il diritto in forza, la libertà di stampa e di espressione in censura sistematica del pensiero diverso. Così ritorniamo alla Società delle Nazioni e ai mandati coloniali. Gaza, avulsa dallo Stato palestinese, pur ben definito dalle risoluzioni dell’Onu, viene governata da un Consiglio di pace il cui presidente, Trump, deciderà le fasi di un improbabile autogoverno palestinese, demandato alle calende greche. Anp e arabi moderati sembrano sostenere il progetto che appare soprattutto una iniziativa plutocratica per il bene delle multinazionali.
Difficile comprendere come una forza internazionale composta di eserciti dei Paesi arabi moderati potrà mai installarsi su un territorio ancora sotto il controllo di Hamas. L’organizzazione ha comprensibilmente rifiutato di disarmare, data la sfiducia nei patti con Israele e la scarsa lungimiranza del piano di pace. Mentre l’aspirante al Nobel si diletta con mediazioni che sembrano scritte per un copione hollywoodiano, Netanyahu agisce, continuando a eseguire il progetto del grande Israele, seminando distruzione e morte in Palestina, rendendo il genocidio visibile e concreto per tutti coloro che hanno l’onestà di guardarlo in faccia.
Le complicità occidentali non sono terminate, nonostante le denunce documentate di organi internazionali e associazioni umanitarie. L’Onu nel piano non esiste eppure il Consiglio di sicurezza lo ha approvato grazie all’astensione di Russia e Cina. Molti, a ragione, affermano che di fronte all’alternativa – mano libera a Israele per continuare la sua azione violenta e costruire l’inferno biblico di Gaza – ben venga anche il piano trumpiano. Per motivi politici Mosca e Pechino hanno avuto il loro tornaconto e hanno preferito non divenire i sabotatori dell’apparente cessate il fuoco. La diplomazia trumpiana e occidentale è divenuta un negoziato mafioso, con aut-aut governati dalla forza.
Una vera pace a Gaza dovrebbe implicare ben altro. Il rispetto da parte di Israele delle risoluzioni Onu, una forza internazionale composta da palestinesi, da arabi sunniti e sciiti, una conferenza di pace con tutti gli attori in campo inclusi Iran, Russia e Cina.
(Elena Basile)

Smetti di fumare o almeno di inquinare.

Sono dati  impressionanti: ogni singolo mozzicone può inquinare fino a 1.000 litri d’acqua,
  • 1 mozzicone = 1.000 litri d’acqua contaminati
  • 40% dei rifiuti in mare sono filtri di sigaretta
  • 13.000 tonnellate/anno di rifiuti da mozziconi in Italia
  • 7.000+ sostanze chimiche rilasciate, oltre 70 cancerogene
  • 2-12 anni per degradarsi
  • 60% del filtro è acetato di cellulosa, una plastica riciclabile
Eppure, esiste la Direttiva europea SUP (Single Use Plastic, 2019/904) che dal 2021 impone ai produttori di tabacco di sostenere i costi di raccolta e trattamento. Nessun Comune italiano ha ancora attivato questa opportunità di progetti di impianti pilota di riciclo di mozziconi sfruttando la Direttiva.
Un progetto, il primo in Italia, è scaturito a Genova, frutto di un partenariato inedito guidato dagli studenti dell’International School of Genoa e dell’Istituto Nautico San Giorgio, finanziato dal programma europeo ProBleu e patrocinato dal Comune di Genova. Coinvolge 15 partner tra mondo scientifico, imprese, associazioni e istituzioni: dal Porto Antico all’Acquario (Costa Edutainment), dall’Istituto Italiano di Tecnologia all’Università di Genova, da AMIU alla startup Re-Cig, fino alle realtà civiche come SAL, OUTBE, PuliAmo la Foce, Pegli Bene Comune e il Comitato regionale Liguria per l’UNICEF. L’iniziativa ha anche ottenuto il riconoscimento UNESCO.
Re-Cig, partner del progetto, ha già dimostrato la fattibilità industriale trasformando i filtri raccolti in plastica riciclabile per occhiali, abbigliamento tecnico e imbottiture, installando posaceneri dedicati anche nelle stazioni Trenitalia.

L’Italia che frana.

Mentre il governo è sempre più impegnato nella politica dei tagli, Italia è sempre più  a rischio frane: nel 2024 oltre 1,2 milioni di abitanti, 742 mila edifici e 14 mila beni culturali in aree ad alta pericolosità.
Clicca qui i  dati delle regioni, delle province e dei comuni.

Irresponsabile tagliare i fondi per la qualità dell’aria.

Legge di Bilancio: tagliare i fondi per la qualità dell’aria significa mettere a rischio la salute dei cittadini. Scelta irresponsabile e contraria alle evidenze scientifiche.. Un rischio sanitario inaccettabile.

ISDE – Medici per l’Ambiente esprime forte preoccupazione per il taglio di oltre il 75% delle risorse destinate, dal 2026, al Fondo per il miglioramento della qualità dell’aria nel bacino padano. Una scelta che riteniamo irresponsabile, in aperta contraddizione con le evidenze scientifiche e con i dati più aggiornati sullo stato dell’inquinamento nelle città italiane. Una posizione pienamente convergente con l’allarme lanciato da Legambiente nei giorni scorsi. Clicca qui.

Una chiesa finalmente pacifista.

E’, nel solco di papa Francesco, la chiesa rappresentata dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana) presieduta dal cardinale Matteo Zuppi.  Boicottare aziende e banche armate. Sì all’obiezione professionale. No leva ma servizio civile obbligatorio. Niente stellette per i cappellani militari. E’ quanto propone la Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” diffusa dalla Cei nell’Assemblea generale di Assisi.
La produzione e il commercio di armi innescano meccanismi economici che tendono a perpetuarsi, sostenendo e talvolta fomentando conflitti o supportando regimi autoritari”. La Cei spinge al boicottaggio“Alla presa di distanza da quelle economie che sostengono la produzione e il commercio di armi; così come ai disinvestimenti per non sostenere gli acquisti dei titoli azionari dell’industria militare, quelli che contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi”.
Loda “l’obiezione professionale”: il rifiuto di mettere le proprie competenze professionali e lavorative a servizio di aziende orientate alla produzione di armi”, discorso che ricorda gli scioperi dei portuali che negli ultimi mesi si sono rifiutati di lavorare nei porti italiani ed europei al trasporto di armamenti.
In alternativa alla leva obbligatoria la Cei oppone “il servizio civile obbligatorio”: che porta “a scoprire che la difesa della patria non si assicura con il ricorso alle armi, ma passa per la cura della civitas, attraverso l’obiezione di coscienza e il servizio civile”. Ci ricordiamo don Milani: “L’obbedienza non è una virtù”?
Infine, propone la “smilitarizzazione” dei cappellani militari: senza stellette, senza carriera: “figure non legate all’ambiente militare, ma forme nuove di assistenza spirituale per le forze armate, che tengano anche conto dei cambiamenti del ruolo delle donne e degli uomini che compiono questa scelta”.

Salvini e Taiani contestano i 15mila No Ponte.

A Messina un corteo dai toni trionfali, dopo la bocciatura da parte della Corte dei Conti, per chiedere la definitiva pietra tombale al progetto sbagliato e illegittimo dello Stretto e “utilizzare le risorse destinate al ponte, 15 miliardi di euro, per i bisogni inevasi dei nostri territori, investimenti nella sicurezza del territorio infrastrutture concrete che migliorino la vita delle persone.”
Ma Taiani e Salvini rilanciano in Europa: “Il Ponte sullo Stretto tornerà utile se dovesse essere necessario far evacuare i cittadini italiani in caso di un attacco da Sud. Un’opera strategica, che potrebbe implicare la sua inclusione nei finanziamenti NATO. Basterà rafforzare la progettazione per sopportare il peso dei carichi militari”.

Questo movimento si trasformerà davvero in un fenomeno globale?

Per farlo, dovrà navigare ferocemente controvento: sfidando i media tradizionali, il potere economico, l’industria militare, l’incapacità di comprensione e l’ignavia dei partiti (occupati nel balletto di Atreju). La sua forza la dirà il tempo: o si evolve per continuare a crescere, oppure è destinata ad appassire come tante altre prima.
 
Dalla banchina del Porto di Genova, una folla di migliaia di manifestanti, ci riporta, proprio a Genova al Movimento No Global: questa volta con Francesca Albanese, Greta Thunberg, Thiago Avila, Yanis Varoufakis, José Nivoi, Maria Elena Delia, Moni Ovadia…

Scoppiano le bollicine pfas nel prosecco.

Luca Zaia, che ha appena passato il testimone leghista di presidente della Regione Veneto (dopo aver raggirato per dieci anni i comitati no pfas), è l’indiscusso protagonista del “fenomeno” delle bollicine venete: fu lui, nel lontano 2009, quando era ancora ministro dell’Agricoltura a estendere la zona di produzione fino al comune di Prosek, in Friuli-Venezia Giulia; sempre lui, a vincere la battaglia con i croati che si erano azzardati a chiedere il riconoscimento del marchio doc; ancora lui a trasformare il Prosecco nella denominazione italiana più esportata nel mondo.
 
Però, ora questo successo si incrina. Ci pensa il Salvagente a far scoppiare le bollicine: le analisi su 15 bottiglie dei marchi di Prosecco più diffusi in commercio hanno dimostrato in tutti i casi la presenza di pesticidi e di tracce elevate di acido trifluoroacetico (Tfa), il metabolita dei famigerati Pfas. I risultati dei test verranno presentati sul numero di dicembre del mensile che si occupa di truffe ai consumatori.

Pfas, il rischio maggiore per i bambini.

A Bologna, si è tenuta la conferenza internazionale “PFAS, ambiente e salute: l’eredità chimica del nostro tempo” organizzata dal Tecnopolo Bologna-Ozzano, in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) e in partnership con l’associazione di divulgazione scientifica Minerva.
L’allarme: “I Pfas appresentano una parte del nostro lascito chimico su questa terra. Sono un segnale dell’Antropocene. Sappiamo, con certezza, che entriamo a contatto ogni giorno con queste sostanze tossiche e cancerogene, derivanti dalla produzione industriale, disseminate un po’ ovunque, dalle pentole antiaderenti, ai tessuti, fino agli imballaggi alimentari. Se ne trova traccia negli alimenti, nel suolo, nelle falde acquifere e, di conseguenza, nel corpo umano. Si tratta di una vera e propria ‘catena’ di contaminazione. Troviamo i PFAS nelle falde acquifere utilizzate per l’irrigazione e, quindi, nel raccolto. Se poi parliamo di foraggio o di raccolti destinati all’alimentazione, la contaminazione prosegue fino al bestiame e agli umani che fruiscono del prodotto finale”.
 
“I PFAS sono in grado di penetrare nella placenta, passando dal corpo materno a quello del nascituro e possono attivare meccanismi neurotossici diretti o indiretti. I disturbi vanno dalla disfunzione mitocondriale, alle alterazioni dei neurotrasmettitori, fino alle encefalopatie epatiche. La contaminazione, inoltre, può avvenire anche attraverso il latte materno”.

Il veleno nei biberon.

A proposito di bambini. Vi ricordate quando sollevammo lo scandalo del bisfenolo della Solvay di Spinetta Marengo? Nell’attualità del 1° e 2° processo Solvay in Alessandria, rimarcammo le responsabilità dei mancati fattuali riscontri agli esposti dal 2010 (PEC, a firma Lino Balza) a Procura-Prefetto-Arpa, a conferma di quanto avevamo denunciato: alla Solvay di Spinetta Marengo nel cocktail con i PFAS (PFOA, C6O4, ADV) tra gli interferenti endocrini c’è anche il Bisfenolo tossico e cancerogeno nelle sostanze in uso. Di cui le autorità sanitarie, Arpa, Asl, e politiche, Comune, Provincia, nulla sapevano o fingevano di non sapere. Sta di fatto che nessuno è intervenuto ad Alessandria, neppure la magistratura.
 
“Il veleno nel biberon”. Questi titoli sono apparsi su quotidiani nazionali alla fine del 2000. Nel 2011 la Commissione europea vieta l’uso del bisfenolo A (BPA) per i biberon. Il mercato risponde con prodotti “BPA-Free”. Però. Però i sostituti del BPA, come il Bisfenolo S e F, sollevano preoccupazioni simili poiché potrebbero agire allo stesso modo sul sistema endocrino.
Dunque. Non basta vietare una molecola alla volta. Occorre vietare l’intera classe dei Pfas. Cominciando col chiuderli a Spinetta. 

L’Unione Europea vieterà i giocattoli con Pfas.

L’Italia è come al solito palla al piede, sorda ad ogni nostra sollecitazione di divieto Pfas almeno per i giocattoli (clicca qui), e ha spettato il via definitivo del Parlamento europeo alle nuove norme sui giocattoli, a partire dai requisiti di sicurezza che questi devono soddisfare per poter essere messi in commercio. Gli Stati membri e gli operatori del settore avranno poi un periodo di transizione di quattro anni e mezzo per adeguarsi alle nuove misure. Solvay tira un altro sospiro di sollievo.
 
Priorità della nuova normativa è di imporre divieti più severi per gli ingredienti chimici: sostanze cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione, ma anche nocive al sistema respiratorio, all’equilibrio ormonale, alla pelle o ad altri organi. In particolare, è vietato l’uso dei Pfas.
Prima che i giocattoli vengano immessi sul mercato il produttore dovrà fornire una valutazione della sicurezza. Il passaporto digitale del prodotto (DPP) chiaramente visibile, oltre a semplificare i controlli alle frontiere e nel mercato, faciliterà la tracciabilità dei prodotti, marchio CE.

Milioni di kg di pesticidi con Pfas spruzzati sui campi coltivati.

Accumulandosi in frutta, verdura e acqua, mettendo a rischio la salute dell’ambiente e di milioni di persone. In tutto il mondo, fungicidi, erbicidi e insetticidi, 66 ingredienti attivi di pesticidi contenenti indistruttibili PFAS, stanno lentamente e irrimediabilmente contaminando aria, suolo, acqua, mangimi, insomma tutta la catena alimentare e le riserve idriche con effetti tossici e cancerogeni (cancro, danni al sistema immunitario, esiti nocivi sulla riproduzione e lo sviluppo, aumento del colesterolo, riduzione dell’efficacia dei vaccini ecc.).
 
A riprova, un nuovo rapporto dell’Environmental Working Group (EWG) sottoposto al Center for Biological Diversity, fa emergere dati allarmanti sulla California: ogni anno spruzzati sui campi una media di 1.13 milioni di chilogrammi di questi pesticidi, 6.8 milioni tra il 2018 e il 2023.
Nel tempo, inoltre, alcuni pesticidi PFAS possono degradarsi in altri composti “eterni”, come l’acido trifluoroacetico (TFA), ormai sempre più presente nell’ambiente, nella fauna selvatica e negli esseri umani. Aggiungiamo anche il capitolo dei pesticidi nei giardini e orti privati.
 
Questa catastrofe, come sottolinea il rapporto EWG, “non ha senso quando sono facilmente disponibili molti pesticidi non PFAS”. L’unico ‘senso’ sono i profitti delle multinazionali.
Nonostante il rischio evidente, l’EPA (l’agenzia statunitense per l’ambiente) non ha ancora vietato i pesticidi contenenti PFAS. Eccezione lo Stato del Maine. La normativa sui pesticidi contenenti PFAS ancor più lentamente si sta evolvendo in Europa, legandosi dall’ormai lontana del 2023 Proposta di restrizione per tutti i PFAS di cinque stati membri (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia).

Si allarga l’inchiesta Pfas in Veneto.

I magistrati della Procura di Vicenza – la stessa che ha avviato il più grande processo sui Pfas in Italia – hanno chiuso le indagini preliminari iscrivendo nel registro degli indagati 12 manager della società “Sis scpa” e della controllata “Spv spa”. I reati contestati sono inquinamento ambientale e omessa bonifica.
I diritti interessati, tramite i loro legali, respingono ogni addebito e dicono che l’additivo utilizzato nei lavori della grande opera è in regola e non contiene Pfas.
I terreni potenzialmente contaminati sono stati portati in una trentina di siti e cave oggetto di controlli da parte degli ispettori dell’Arpav, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente del Veneto. 
Sono state rilevate consistenti tracce di Pfba, una delle tante molecole della “famiglia dei Pfas”. Tutto sarebbe riconducibile ai cantieri delle gallerie di Malo(lunga 6,3 chilometri) e di Sant’Urbano (1,6 chilometri) a Montecchio Maggiore.

Come un orologio svizzero.

In Alsazia, a Bartenheim vi è un serbatoio d’acqua che alimenta vari comuni e qui l’acqua sotterranea è stata inquinata per anni con le schiume antincendio dell’aeroporto Basilea-Mulhouse (non più usate dal 2017!) e ha portato i PFAS fino ai pozzi di captazione utilizzati per la popolazione (60mila persone). Già nel 2017 analisi avevano misurato 400-450 nanogrammi di PFAS per litro d’acqua. La reazione delle istituzioni è stata… lenta: l’Agenzia dell’acqua di Saint-Louis dice di essere stata informata solo nell’ottobre del 2023. Nel 2025 le concentrazioni sono quattro volte superiori al limite di legge. Si attendono tre centrali di depurazione: costo 20 milioni di euro, finanziati, per metà, dall’aeroporto. Il cui presidente, però, specifica: “Non è un’ammissione di colpa”, anche se da anni conosceva la forte contaminazione del sangue dei propri dipendenti.  Come succedeva per le cartelle cliniche dei dipendenti di Spinetta Marengo secretate dai dirigenti Solvay (e che i magistrati hanno ritardato a sequestrare malgrado le denunce di Lino Balza).
 Svizzeri o italiani: tutto il mondo del profitto è paese.

PFAS, un inquinamento permanente che entra in ogni aspetto della vita.

Nella seconda giornata del Congresso ISDE Italia 2025, il dottor Vincenzo Cordiano, presidente di ISDE Veneto, ha presentato un intervento di grande impatto su uno dei temi più complessi e urgenti per la salute pubblica: l’esposizione ai PFAS, le sostanze per- e polifluoroalchiliche oggi riconosciute come inquinanti “eterni” per la loro persistenza nell’ambiente e negli organismi viventi.
In particolare, Cordiano ne ha messo in rilievo i meccanismi biologici e le patologie correlate.

Class actions dopo il fallimento dei processi penali.

<< Vi racconto come i pfas ci uccidono lentamente
17.11.25 – Redazione Italia
Class actions dopo il fallimento dei processi penali.
…Esistono vie alternative alle fallimentari sedi penali, che -per dovere morale e civile- vanno tentate. Lo ripeto da dieci anni. Class actions in sede giudiziaria civile: 1) con azione risarcitoria collettiva, patrimoniale e non, per le Vittime fisiche (cittadini e lavoratori) del disastro sanitario, e 2) con azione inibitoria collettiva in materia ambientale per bloccarlo il disastro ecosanitario della Solvay, per fermarle le produzioni inquinanti.
Per queste azioni, realizzate con successo nel mondo, ma finora mai tentate contro il colosso Solvay in Italia, per la loro riuscita è necessaria la garanzia che siano affidate -come stiamo facendo per l’azione inibitoria- ad uno Studio Legale con un pedigree di radicalità e onestà invalicabile sia sotto il profilo umano/lotta ecologista che sotto quello strettamente professionale. Ad un gruppo di professionisti, cioè, con un passato di lotta ambientalista e che investono decine di migliaia di euro su un valido staff di tecnici ed esperti assortiti per le varie esigenze scientifiche necessarie in tribunale. Senza alcun rischio per i beneficiari… >>

Il grande fratello Solvay.

<< Il grande fratello Solvay (snodo cruciale per i Pfas della Solvay) di Lino Balza (Movimento di lotta per la salute Maccacaro).
Proprio temendo il contagio di una sentenza al processo Miteni, che “storica” a Vicenza c’è davvero stata pur con luci e ombre *1 (clicca qui), da Bruxelles, casa madre Solvay, l’amministratrice delegata di Syensqo, Ilham Kadri, aveva fissato con tutto il management l’imperativo de “il grande fratello”: fermare il mondo, “arrêter le monde”, attorno allo stabilimento di Spinetta Marengo, fino alla fatidica data del 2026.>>
 
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Il risarcimento ai Pfas è un nostro diritto.

Gli esiti dei Processi in sede penale, incompleti a Vicenza e fallimentari ad Alessandria, hanno vieppiù validato il ricorso ai tribunali civili: class actions per azione risarcitoria e per azione inibitoria; quest’ultima efficace per fermare le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo che determinano l’aggravarsi del disastro sanitario e ambientale (la Miteni di Trissino è chiusa dal 2018).
 
Dunque, a Montagnana (PD), il 27 novembre 2025, “Mamme No Pfas” hanno appunto organizzato con il Comitato il convegno “Pfas, il risarcimento è un tuo diritto”. La class action risarcitoria è presentata da FiDeAL in collaborazione con fondi di investimento specializzati nel finanziamento del contenziosoal fine di garantire alle Vittime i risarcimenti   per danni fisici (biologici) e ulteriori danni, anche patrimoniali.
FiDeAL, che ha avviato un progetto — “Risarcimento PFAS” — per tutelare i cittadini coinvolti nella contaminazione da PFAS, può essere valido interlocutore per quanto stiamo già organizzando ad Alessandria in materia di class action risarcitoria (oltre a quella inibitoria).

Le Regioni Veneto e Piemonte dovrebbero dichiarare lo stato di calamità Pfas.

Sabato 29 novembre al Palazzo delle Opere Sociali in piazza Duomo a Vicenza si terrà il convegno “Vicenza e inquinamento. Prendiamoci cura della nostra città”. L’incontro è promosso dall’Ordine dei Medici, dal Comune di Vicenza e dalla Diocesi di Vicenza con l’adesione di altri ordini professionali e prevede l’intervento conclusivo del cardinale Fabio Baggio.
 
Per l’inquinamento da PFAS la Regione Veneto ha identificato con colori diversi le zone in base alla concentrazione riscontrata. La zona in cui l’inquinamento è più importante è stata indicata con il colore rosso ed è una zona di oltre 180 km quadrati che interessa ampie zone delle province di Vicenza, Verona e Padova. Sempre secondo la Regione si stima che, negli anni che vanno dal 1985 al 2018, oltre 350.000 persone sono state esposte a un avvelenamento da queste sostanze tossiche e cancerogene.
Il Convegno prenderà in esame anche la questione della dichiarazione dello stato di calamità.
 
Infatti, la Miteni di Trissino è stata riconosciuta la principale colpevole di questo disastro ambientale, e ha chiuso. Ma i residui della sua produzione restano nel terreno e finché questi non saranno bonificati agiranno come una “bustina da tè”. Ad ogni riempimento della falda, l’acqua tornerà a inquinarsi e un po’ alla volta raggiungerà anche territori più lontani e non ancora contaminati.
 
A maggior ragione il discorso vale per il disastro sanitario e ambientale della Solvay di Spinetta Marengo, monopolista della produzione Pfas in Italia.
Ci vorranno milioni di euro per le bonifiche, una cifra evidentemente indisponibile ai Comuni o alle Regioni. Quindi, la Regione Veneto e la Regione Piemonte dovrebbero considerare la possibilità di dichiarare uno stato di calamità, aver accesso così a una serie di fondi specifici per affrontare la situazione e poi lo Stato si rifarà su chi ha inquinato quando i rispettivi processi giungeranno a termine.

Non ci farà dimenticare i morti sul lavoro.

Carlo Soricelli è fondatore e responsabile dal 2008 dell’Osservatorio Nazionale Indipendente Morti sul Lavoro di Bologna, un progetto civile nato dopo la tragedia della ThyssenKrupp di Torino.
 
In questi anni ha documentato con precisione e continuità migliaia di tragedie, spesso ignorate o dimenticate (dall’INAIIL). Il suo grande merito è di aver contribuito a far emergere criticità sistemiche del mondo del lavoro italiano: precarietà, appalti, scarsa vigilanza, formazione inadeguata, turni massacranti.
Per portare tutto questo all’attenzione del Paese sta cercando di realizzare un docufilm dal titolo “Non vi farò dimenticare” https://gofund.me/8ab42dd17
e la costruzione di un’Installazione “La Piramide del Dolore – Storie di lavoro e di vita spezzata”.
 
Un’opera che unisce testimonianze dirette, storie delle famiglie, ricostruzioni dei casi più emblematici, analisi tecniche e proposte concrete di riforma.
Per completare la produzione, senza alcun fine di lucro, è necessario un sostegno economico minimo, pari a 12.000 euro, destinato esclusivamente a: riprese, montaggio, musiche, diritti audiovisivi, traduzioni, distribuzione su piattaforme nazionali e internazionali, costruzione della Piramide.
 
Soricelli (Sito web: http://cadutisullavoro.blogspot.it) chiede a tutti un contributo economico, un patrocinio o una collaborazione, affinché questo lavoro possa diventare uno strumento pubblico di coscienza e prevenzione.
La “Rete Ambientalista – Movimenti di lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza” accoglie volentieri l’invito a collaborare tramite questa mailinglist.

Per Gaza un piano di guerra e non di pace!

Alla vigilia del 29 novembre, Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese, la Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace e il Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” denunciano la grave decisione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 

Gaza. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approva un piano di guerra e non di pace

  • La Risoluzione 2803/2025 è un nuovo attentato alla pace e ai diritti umani, all’Onu e al Diritto Internazionale dei Diritti Umani, alla legalità e all’autodeterminazione dei popoli
  • La Risoluzione viola la Carta dell’Onu e riconosce la legge del più forte
  • Ignorate le Risoluzioni Onu che sanciscono il principio “Due Stati per due Popoli”
  • Tolto all’Onu il compito di ristabilire e assicurare la pace e fornire protezione e assistenza ai palestinesi
  • Compromesso anche il ruolo del Consiglio di Sicurezza

Tutti i partiti si contendono la stessa metà dell’elettorato. E, contando i cadreghini, dicono di vincere sempre tutti!!

L’astensionismo del “paese reale” va verso il 60%, di cui il 20% è “fisiologico” e il 40% sarà patologico. Nelle due “meno che metà della metà degli elettori”: nella (neppur sedicente) “sinistra” i Cinquestelle anemici fanno da donatori di sangue al PD, nella (non sedicente nostalgica) “destra” Fratelli d’Italia vampirizza i nanerottoli. La metà maggioritaria dell’elettorato (i più garantiti, i meno deboli) è storicamente di destra: il prossimo primo ministro sarà Meloni, al referendum vinceranno i sì. La torta, il potere economico e politico, resta in salde mani. 

Cosa si può fare ancora contro il Tav.

Da qualche giorno in calendario le iniziative per ricordare i giorni vissuti per la “Liberazione di Venaus”: era il 2005, vent’anni fa. E rispondere alla domanda.
Abbiamo fatto abbastanza? Per opporci a questa devastazione? Mettendo a disposizione i nostri corpi, le azioni i pensieri gli scritti? Mettendo a disposizione una buona parte della nostra vita in questi trent’anni di lotta? Chilometri di passi fatti in centinaia di manifestazioni. Incontri, convegni, presidi sotto grandi nevicate o con la pelle bruciata dal sole. Viaggi per tutta Italia per incontrare e farci conoscere. Denunce, processi.

Solvay double face. Doppio ordito e una sola trama, oppure due trame e un solo ordito?

Solvay è una azienda solare: definizione inverosimile nella opaca versione Syensqo-Solvay che ad Alessandria nasconde in Provincia enormi falle ambientali sotto una fitta coltre di omissis (clicca qui).
Mentre a Rosignano Solvay, Solvay può vantare che realizzerà entro la metà del 2026 il primo impianto in Italia che partendo dall’energia solare produce idrogeno utilizzato direttamente dall’industria: “Il primo hub europeo per la produzione di idrogeno rinnovabile, o verde, perché prodotto attraverso l’elettrolisi”. “Importante passo nello sviluppo della filiera nazionale dell’idrogeno”. “Prova concreta che le aziende possono davvero contribuire alla decarbonizzazione del pianeta”. “Conferma dell’impegno del Gruppo Solvay e del sito di Rosignano nella sostenibilità e nello sviluppo”. Altro che Spinetta Marengo, destinata ai profitti sporchi dei Pfas.
 
“L’opera” spiega la propaganda della multinazionale belga (9mila dipendenti, fatturato netto di 4,9 miliardi) “rappresenta un tassello cruciale del progetto “Hydrogen Valley Rosignano”, destinato a supportare la transizione energetica del sito e a ridurre le emissioni di CO2. Il progetto, con una capacità produttiva stimata fino a 756 tonnellate di idrogeno rinnovabile all’anno, si prefigge l’obiettivo di abbattere fino al 15% le emissioni di anidride carbonica legate alla produzione di perossidati di Solvay (Solvay Peroxides fa un fatturato di un miliardo e ha 1000 dipendenti n.d.r), prevede la realizzazione di un ecosistema energetico sostenibile. Sapio (fatturato di 850 milioni e 2400 dipendenti n.d.r) è incaricata della costruzione e gestione di un sistema di elettrolisi da 5 MW, che sarà alimentato da un impianto fotovoltaico da 10 MW realizzato da Solvay.”
Si tratta di un investimento di 19 milioni di euro con un finanziamento di 16 milioni dalla Regione Toscana, erogato nell’ambito del Pnrr.
 
 
Si pensi, invece, allo scandalo della Regione Piemonte (& c.) che con il governo finanzia in Pfas con il “nuovo” impianto “Aquivion” a Spinetta Marengo: 9,5 milioni di euro (clicca qui).
Le istituzioni toscane sono entusiaste del progetto di Rosignano (anche perché si avvierà la partita delle compensazioni in loco: verso l’Aurelia e la ferrovia sarà realizzata una siepe-barriera mentre saranno piantati 250 alberi) e dunque l’iter procedurale è quasi chiuso e, incassata la Via, i proponenti attendono l’Aia per questo inverno.
Solvay garantisce che “il progetto riduce al minimo l’impatto ambientale”. Al minimo, non a zero. Dal movimento ambientalista non si segnalano posizioni avverse.

I talebani stanno cancellando le donne dalla vita pubblica.

L’emissione di mandati di arresto da parte della Corte penale internazionale nei confronti dei leader talebani segna un passo importante verso l’accertamento delle responsabilità. Tuttavia, i soli meccanismi legali sono insufficienti senza un’azione internazionale coordinata e una volontà politica. La comunità globale deve andare oltre le dichiarazioni di condanna e attuare misure concrete per rispettare il diritto internazionale, garantire l’accertamento delle responsabilità e sostenere le donne afghane nel rivendicare i propri diritti e il proprio posto nella società.
Non tramite sanzioni economiche,  bensì con cinque azioni concrete. Clicca qui.

Superbonus addio? Così l’Italia perde un miliardo di euro di risparmi in energia.

Il rapporto 2025 sull’efficienza energetica stilato da Enea svela che anche e soprattutto grazie al Superbonus 110%, introdotto dal governo Conte II, l’Italia nel 2024 è riuscita a risparmiare in un anno 4,5 Mtep (una unità di misura che confronta l’energia in tonnellate di petrolio). Secondo Enea, questa riduzione energetica equivale al consumo totale annuo di circa 4 milioni di abitazioni (sui circa 26 milioni presenti sul territorio nazionale). Riduzione che, convertita nel valore energetico di riferimento, vale circa 1 miliardo di euro l’anno. Clicca qui.

La guida fiscale per persone con disabilità visive.

È disponibile, nel sito dell’Agenzia delle Entrate, una guida fiscale per persone con disabilità visive, realizzata in tre formati diversi (in versione PDF, in formato fisico e in formato podcast), ciascuno dei quali accessibile e fruibile dalle persone cieche e ipovedenti, con vari chiarimenti e informazioni sulle tematiche fiscali di Caggiore interesse per i cittadini e le cittadine, oltreché con indicazioni dettagliate sulle agevolazioni specifiche e sui servizi per le persone. Clicca qui La guida fiscale per persone con disabilità visive.

“Se vogliamo la pace dobbiamo prepararci alla guerra”…

Non si era sempre detto che la Cisl fosse di ispirazione cattolica? La attuale Cisl organizza una “Maratona della pace” per lasciare dire tranquillamente sul grande schermo a Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri, che “se vogliamo la pace dobbiamo prepararci alla guerra”…
Una affermazione che nessun Papa recente ha mai pronunciato. Peraltro, la proposizione di Kallas, ripetuta ossessivamente dall’establishment della UE e dai vertici della Nato, è ampiamente superata dal moderno pensiero razionale europeo, laico e religioso. Da Giovanni XXIII a Erasmo da Rotterdam, Immanuel Kant, Bertrand Russell, Albert Einstein, Sigmund Freud ecc.  Tutti d’accordo che “la causa principale delle guerre vada attribuita al piccolo ma deciso gruppo di coloro che attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità”.
 
E’ sconcertante che la Cisl, ospitando la narrazione obsoleta, irrazionale e pericolosa di Kaja Kallaspossa pensare che alla disoccupazione si possa rimediare con “la riconversione bellica del lavoro” piuttosto che investendo in sanità e scuola – per  un caccia F-35 si spende la stessa cifra che serve per allestire 3.244 posti in terapia intensiva – e abbia iniziato a preparare, di fatto, i lavoratori all’accelerazione della riconversione al militare dell’industria civile e della riconversione alla guerra dell’economia sociale. Anziché a lottare per il disarmo e la pace.

Salviamo il paesaggio. Difendiamo i territori.

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Il sito web nazionale del nostro Forum è uno strumento di informazione “dal basso” che si occupa non soltanto dei grandi temi nazionali ma – anche e soprattutto – delle tante quotidiane azioni che vedono impegnati la cittadinanza, le associazioni e i comitati nella tutela del paesaggio, del territorio, del suolo a livello locale. 
L’indirizzo a cui scrivere è: 
redazione@salviamoilpaesaggio.it

35 anni di ISDE Associazione Medici per l’ambiente.

Per una salute che abbraccia il pianeta, le persone e la pace
Sansepolcro (AR), 23–25 novembre 2025 – Auditorium Aboca

A trentacinque anni dalla sua fondazione, l’Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE ritorna in Toscana per affrontare una delle questioni decisive del nostro tempo: il legame tra la salute delle persone e la salute del pianeta, oggi sempre più evidente nelle crisi climatiche, sanitarie e geopolitiche che attraversano il mondo.

Dal 23 al 25 novembre 2025, Sansepolcro ospiterà il Congresso Internazionale “A healthy planet for a healthy life”, un appuntamento che riunirà esperti e istituzioni da oltre quindici Paesi, con partecipazione in presenza e in diretta streaming sul canale YouTube ISDE Italia.

Approvata la risoluzione Usa su Gaza.

Cina e Russia si astengono. Trump: ‘È di portata storica’.
Le critiche di Jeffrey Sachs, economista e saggista statunitense. È stato direttore dell’Earth Institute alla Columbia University dal 2002 al 2016. Nel 2004 e nel 2005 è stato inserito fra i Time 100. 

Ambiente e non solo…

Ambiente e non solo… Direttore: Marco Talluri – Blog giornalistico nel quale si parla di ambiente, emergenza climatica, sviluppo sostenibile, mobilità sostenibile, comunicazione e non solo “Spinetta Marengo: un secolo di chimica, memoria e resistenza Alessandria – Spinetta Marengo. È una delle storie più lunghe e controverse dell’industria chimica italiana: oltre un secolo di produzione, progresso e conflitti, che oggi ritorna alla luce in forma di memoria audiovisiva.
 
Con la pubblicazione delle prime 21 puntate su YouTube, prende corpo un progetto di docufilm di Lino Balza che racconta, attraverso testimonianze dirette, immagini d’archivio e riflessioni civili, la parabola dello stabilimento di Spinetta Marengo, oggi Solvay, e del territorio che ne ha condiviso il destino.
Tutto nasce da una richiesta rivolta a chi, ad Alessandria, è considerato “lo storico per eccellenza” della fabbrica — un uomo che in quello stabilimento ha lavorato trentacinque anni, e che da oltre mezzo secolo ne racconta le vicende, “avendo dato voce a una storia di pane, lacrime e sangue”.
 
La sua voce guida lo spettatore lungo una ricostruzione che è insieme memoria personale e indagine collettiva, capace di intrecciare i destini della fabbrica con quelli della città e dei suoi abitanti, fino all’attuale drammatica situazione ambientale e sanitaria che coinvolge il polo chimico Solvay.
 
La serie si apre con la puntata introduttiva (link) e prosegue con 21 episodi dal taglio narrativo e documentario: da C’era una volta e La mostarda letale, che riportano agli anni pionieristici e ai primi incidenti tossici, fino a Un inferno dantesco, I sopravvissuti, Lavoratori in trincea ed E i sindacati cosa facevano?, dove emergono le prime lotte operaie e la presa di coscienza collettiva.
Seguono le puntate dedicate alla stagione dei consigli di fabbrica, al ruolo di Giulio A. Maccacaro, ai movimenti del ’68 e alle crisi degli anni Settanta, fino agli episodi finali (Partito comunista vs sindacati, Fine della democrazia), che segnano la frattura fra politica, lavoro e territorio.
 
Attraverso un linguaggio asciutto, diretto e spesso polemico, la narrazione affronta le responsabilità diffuse di politici, sindacalisti, giornalisti e magistrati, alternando “mobilitazioni, connivenze, complicità, corruzioni, ignavie”. È una storia d’Italia in scala locale: quella dell’economia prima e dopo la guerra, del capitalismo industriale, dei movimenti operai e dei primi movimenti ecopacifisti, fra conquiste e sconfitte.
 
Ma è anche una storia che parla al presente. Perché raccontare, oggi, è un atto di resistenza civile: serve a comprendere come si è arrivati a un territorio contaminato, a una popolazione che “non è più disposta a pagare lacrime e sangue”, e a una memoria che chiede giustizia ambientale.
In attesa del docufilm conclusivo, le puntate già pubblicate offrono uno straordinario archivio di memoria operaia e ambientale, un invito a non dimenticare che ogni territorio ferito porta in sé, insieme al dolore, anche la possibilità della verità e della ricostruzione.”

Vi racconto come i pfas ci uccidono lentamente.

Il documentario How to poison a planet di McGowan svela la catastrofe ambientale e sanitaria generata dalla 3M. E’ stato presentato in Italia con una iniziativa che si è svolta al Senato, presso la Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro a Roma, all’interno di un dibattito dedicato al tema dell’inquinamento e della contaminazione da Pfas, curato e moderato dalla giornalista Serena Trivellone.
 
Tra gli ospiti, la regista Katrina McGowan, gli avvocati Robert Bilott e Gary Douglas, e l’attore e attivista Mark Ruffalo, tra i protagonisti del documentario. L’attore è anche regista e interprete del bellissimo Dark water, in cui interpreta proprio Robert Bilott, che fu il primo a portare alla luce la tossicità dei pfas e i sistematici insabbiamenti di prove da parte dell’azienda che li inventò dal nulla negli anni Settanta, la 3M.
 
How to poison a planet, prodotto da iKandy Films e Stan Originals, segue la più grande causa legale, class action, sulla contaminazione dell’acqua potabile mai avviata negli Stati Uniti, rivelando attraverso documenti e testimonianze inedite come l’azienda 3M fosse a conoscenza, già dagli anni Settanta, della tossicità dei propri composti chimici. Katrina McGowan segue una pista di approfondimento che arriva a svelare “uno dei più grandi disastri ambientali della storia umana”, mostrando il prezzo umano pagato da intere comunità colpite in America, Australia e nel resto del mondo. Cioè in Italia, dove a Spinetta Marengo fin dagli anni novanta erano a conoscenza dei danni dei Pfas.

Class actions dopo il fallimento dei processi penali.

Se qualcuno, in buona fede: intendo (non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire), avesse ancora qualche dubbio sulla necessità non più rinviabile di avviare in sede civile una class action inibitoria contro Solvay per bloccare d’urgenza le produzioni di Spinetta Marengo che causano il disastro sanitario e ambientale di Alessandria, quel qualcuno dovrebbe interrogarsi sui Fatti.
Uno dei fatti, il principale, è che i processi in sede penale, almeno per quando riguarda Alessandria (ma anche in generale: vedi le 518 pagine, non aggiornate, del nostro “Ambiente Delitto Perfetto” volume 1° prefazione del grande Giorgio Nebbia) sono un fallimento per la tutela della Salute e delle Vittime. Lo ripeto giusto da dieci anni, da quando il processo contro Solvay si concluse senza vere condanne, senza risarcimenti per le Vittime, dunque senza nessuno seguito di bonifiche del territorio.
Ad analogo fallimento è destinato il nuovo processo Solvay, già moribondo al concepimento: con capi di imputazione dei PM irrilevanti (di colpa anziché di dolo) e scaricati su due piccoli capri espiatori nullatenenti (piuttosto che sulle spalle dei  miliardari padroni dell’azienda), eppoi proseguito anzi neppure proseguito ma arenato dal GUP almeno fino  al 2026 per consentire quell’opaco Patteggiamento della Solvay con le Parti civili che porrà la pietra tombale anche su questo processo: senza condanne, senza risarcimenti per le Vittime, senza seguito di bonifiche del territorio.
Gli avvocati penalisti di parte civile, quelli onesti e ottimisti, sperano che questo inevitabile nuovo fallimento sarà ribaltato da un colpo di scena: da una sopraggiunta sostituzione dei giudici del tribunale di Alessandria. Purtroppo hanno torto: è una velleità, i buoi sono già scappati, è troppo tardi -con tutto il rispetto per i nuovi giudici- per ristrutturare di sana pianta (dolosa) l’impalcatura (colposa) del processo, per ricominciare da punto e a capo il processo, un lavoro che durerebbe anni, mentre nel frattempo per altri anni e anni migliaia di persone sarebbero condannate a malattie e morti.
Esistono vie alternative alle fallimentari sedi penali, che -per dovere morale e civile- vanno tentate. Lo ripeto da dieci anni. Class actions in sede giudiziaria civile: 1) con azione risarcitoria collettiva, patrimoniale e non, per le Vittime fisiche (cittadini e lavoratori) del disastro sanitario, e 2) con azione inibitoria collettiva in materia ambientale per bloccarlo il disastro ecosanitario della Solvay, per fermarle le produzioni inquinanti.
Per queste azioni, realizzate con successo nel mondo, ma finora mai tentate contro il colosso Solvay in Italia, per la loro riuscita è necessaria la garanzia che siano affidate -come stiamo facendo per l’azione inibitoria- ad uno Studio Legale con un pedigree di radicalità e onestà invalicabile sia sotto il profilo umano/lotta ecologista che sotto quello strettamente professionale. Ad un gruppo di professionisti, cioè, con un passato di lotta ambientalista e che investono decine di migliaia di euro su un valido staff di tecnici ed esperti assortiti per le varie esigenze scientifiche necessarie in tribunale. Senza alcun rischio per i beneficiari.
Per l’opzione class actions, chi risponde alla propria coscienza, cioè in scienza e buona fede (ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire), aggiorna sempre più gli altri Fatti: una mole di documentazione di indagini ambientali ed epidemiologiche. Ad esempio, di recente, i DATI EPIDEMIOLOGICI SULLA CONTAMINAZIONE DI SPINETTA MARENGO. Documentazione scientifica a supporto dell’appello dei medici. I dati riportati provengono da studi epidemiologici ufficiali condotti da: Servizio di Epidemiologia, ASL TO3 Piemonte, ARPA Piemonte, ASL Alessandria. Gli studi sono stati richiesti dalla Procura della Repubblica di Alessandria nell’ambito dell’inchiesta per inquinamento ambientale.

I dati epidemiologici sulla contaminazione Solvay. Tra chi li ignora e chi fa finta.

Per l’opzione class action in sede civile, alternativa al fallimento della sede penale, chi risponde alla propria coscienza, cioè in scienza e buona fede (ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire) aggiorna sempre più i Fatti: la mole di documentazione di indagini ambientali ed epidemiologiche.
Ad esempio, di recente, i DATI EPIDEMIOLOGICI SULLA CONTAMINAZIONE DI SPINETTA MARENGO. Documentazione scientifica a supporto dell’appello dei medici. I dati riportati provengono da studi epidemiologici ufficiali condotti da: Servizio di Epidemiologia, ASL TO3 Piemonte, ARPA Piemonte, ASL Alessandria. Gli studi sono stati richiesti dalla Procura della Repubblica di Alessandria nell’ambito dell’inchiesta per inquinamento ambientale.
Tramite le analisi in 10 capitoli (STUDIO SULLA MORTALITÀ DEI LAVORATORI DEL POLO CHIMICO, STUDIO SULLA MORBOSITÀ DEI LAVORATORI, DATI POPOLAZIONE RESIDENTE A SPINETTA MARENGO, PATOLOGIE NON TUMORALI – POPOLAZIONE RESIDENTE, MORTALITÀ GENERALE, CORRELAZIONE CON L’ESPOSIZIONE AMBIENTALE CONTAMINAZIONE DOCUMENTATA, CONFRONTO CON ALTRE AREE CONTAMINATE, CONSIDERAZIONI SCIENTIFICHE SIGNIFICATIVITÀ STATISTICA, IMPLICAZIONI PER LA SALUTE PUBBLICA POPOLAZIONE A RISCHIO, RACCOMANDAZIONI SCIENTIFICHE NECESSITÀ IMMEDIATE, PREVENZIONE PRIMARIA)
le CONCLUSIONI non lasciano scampo ad equivoci di sorta:
“I dati epidemiologici disponibili dimostrano in modo inequivocabile l’esistenza di:
✓ Eccessi significativi di mortalità e morbosità nella popolazione esposta ✓ Pattern di malattie coerente con l’esposizione a inquinanti chimici ✓ Correlazione dose-risposta tra esposizione e effetti sanitari ✓ Gravità particolare per alcune patologie (mesotelioma, SLA, tumori renali e vescicali) ✓ Persistenza temporale del fenomeno (oltre 20 anni)
Questi dati costituiscono una solida base scientifica per richiedere:
Interventi immediati di bonifica
Programmi di sorveglianza sanitaria
Tutela della salute dei lavoratori e dei residenti
Applicazione del principio di precauzione
Riconoscimento del danno sanitario”.
Eppure, di fronte a questi inequivocabili FATTI, ignorati da comune provincia sindaco regione governo magistratura, c’è perfino chi tituba sulle class action.

Non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.

Chi, ad avvalorare la necessità delle class actions, non si accontenta degli Studi Epidemiologici: farebbe bene a relazionarsi anche sui risultati prodotti da Arpa relativi alla campagna di monitoraggio condotta presso lo stabilimento Solvay Syensqo di Spinetta Marengo, che fornisce aggiornamenti sia sulle concentrazioni rinvenute per i tensioattivi perfluoroalchilici sia sui cosiddetti “inquinanti storici”.
Se già nel 2024 la campagna aveva rilevato la presenza di concentrazioni “anomale” di composti clorofluorurati nelle acque sotterranee, cioè anche dei pfas C6O4, nel 2025, per inquadrare idrogeologicamente il periodo, il livello piezometrico della falda nei mesi è tornato ad aumentare, alzandosi di quasi un metro rispetto ad inizio anno. L’area di cattura della barriera idraulica continua ad essere arretrata verso lo stabilimento. “Molti piezometri risultano con una concentrazione in crescita come il PzIN63 e il PzIN74, afferenti all’area Algofrene e alle zone limitrofe, che presentano concentrazioni molto elevate (fino a 38500 μg/l in PzIN63) estendendosi fino ai pozzi barriera e alle aree limitrofe. Si osservano anche aumenti di concentrazione in pozzi esterni all’azienda come P5AMAG e pozzi profondi sia interni che esterni all’azienda come per PP14bis che PP29bis. Nei piezometri profondi del livello B sono stati riscontrati anche gli altri CFC ricercati (Clorodifluorometano, Diclorodifluoro-meatno, Triclorofluorometano).” Va evidenziato che per gli altri due PFAS in analisi (ADVN2 e PFOA) si osserva un aumento di concentrazioni rispetto alla campagna precedente, soprattutto nel caso del PFOA.
A valle del sito nella falda superficiale si è notato un incremento di concentrazione di PFOA. Il piezometro esterno con la concentrazione maggiore di cC6O4 è risultato essere PzES4 ubicato sul confine N-NW dello stabilimento, con una concentrazione pari a 0,81 μg/l. Tra i piezometri esterni del Livello A PzES6 ha registrato la concentrazione maggiore di cC6O4 pari a 2,6 μg/l e di ADVN2 pari a 7,4 μg/l.
Va da sé che l’acqua che Solvay preleva dalle falde per il raffreddamento degli impianti, superiore all’intero consumo dell’intera provincia, viene poi sparata dai camini in atmosfera e ricade sul territorio in respirazione  suolo e acqua.

Gli omissis di Solvay per nascondere l’inquinamento.

Nel procedimento in corso presso la Provincia di Alessandria per il rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per i propri impianti di Spinetta Marengo, Solvay-Syensqo aveva ottenuto che fossero pubblicati i progetti eliminando tutte le parti che l’azienda riteneva riservate per ragioni di segreto industriale, anche se contenevano informazioni sulle emissioni di inquinanti nell’ambiente. Legambiente aveva presentato ricorso al TAR Piemonte.
La sentenza del TAR, nonostante l’opposizione presentata sia da Solvay-Syensqo, sia dalla Provincia di Alessandria che aveva sostanzialmente avallato la secretazione pretesa dall’Azienda, è stata sollecita e chiara: la Provincia “dovrà, pertanto, esibire e rilasciare in copia i documenti richiesti nel termine di giorni 20 (venti) dalla comunicazione della presente pronuncia, rimuovendo gli oscuramenti e gli omissis che ostino alla lettura delle informazioni relative alle emissioni dell’impianto industriale nell’ambiente”.
Vedremo se e come i sodali Solvay e Provincia renderanno pubblici gli ostinati omissis. Vedremo se ci sarà chi tituba di fronte alle class actions (ma, si sa, non c’è peggior sordo di chi fa finta di non sentire).