Tossicità.

Questo volume rappresenta l’esito di un percorso di ricerca interdisciplinare sugli effetti sociali e politici della violenza ambientale e sulle istanze di giustizia espresse da comunità contaminate in zone di sacrificio.
 
Nell’ambito del progetto “Fare scienza di comunità in materia di ambiente, lavoro, salute”, il Public Engagement del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, nelle persone dei professori Rosalba Altopiedi, Eleonora Bechis, Vittorio Martone e Andrea Filippo Ravenda, ha affrontato il caso di emergenza nazionale: il disastro sanitario ed ambientale della Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria.
 
L’iniziativa, condotta nella forma di una discussione orizzontale tra ospiti e pubblico, si è svolta tramite quattro incontri pubblici nel 2025 in Alessandria insieme agli enti partner del progetto. Per il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, Lino Balza nell’intervento conclusivo “Anno 2026, possibile una svolta per Alessandria” (clicca qui) ha voluto rimarcare che NON potrà essere la sede penale del tribunale di Alessandria a rendere giustizia alla popolazione martirizzata, BENSÌ la giustizia è solo possibile tramite azioni collettive di lavoratori e cittadini: class action di azione inibitoria per la fermata delle produzioni inquinanti e class action risarcitoria per le Vittime.
 
Quale importante corollario, merita inoltre riferirsi al saggio, sulla rivista internazionale “Journal of Political Ecology”, di Vittorio Martone (Università di Torino) e Angelo Castellani (Università di Bologna): “Storia sociale dell’industria, tra violenza ambientale ed ecologia operaia. Uno studio specifico sull’impianto chimico di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria.” (clicca qui)

E poi dicono che Solvay non ci tiene alla sicurezza.

Otto nuove telecamere a Spinetta Marengo, coordinate dalla nuova centrale operativa della Polizia Locale del Comune. L’obiettivo dichiarato “è rafforzare la sicurezza e migliorare la qualità della vita dei residenti. Il progetto è stato voluto dall’assessore Enrico Mazzoni, sostenuto dall’Associazione Facciamo Squadra Fraschetta di Spinetta Marengo con i suoi volontari e i suoi commercianti, grazie al contributo dell’azienda Syensqo”.
 
E poi dicono che Solvay non ci tiene alla sicurezza. Sì, vabbè, non è la sicurezza dell’ambiente e della salute. Ma la tutela dell’ordine pubblico è l’obbiettivo primario di un sindaco di sinistra, con tutti quegli extracomunitari che circolano e vorrebbero penetrare dalle cantine come già fa il cloroformio.

Un nuovo passo dentro la terza guerra mondiale. Chi non condanna è complice.

Chi non ripudia la guerra è fuori-legge!

Il nuovo attacco di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran è completamente illegale, insensato e ingiustificabile. E’ un nuovo folle passo dentro la terza guerra mondiale che si va estendendo. Nell’impunità e nel silenzio generale.

Ci duole ripeterlo ma “chi non ripudia la guerra -ai sensi dell’art. 11 della nostra Costituzione e della Carta delle Nazioni Unite- è fuori-legge”.

Questa nuova guerra è l’ennesima violazione del diritto e della legalità internazionale. Costituisce un atto di aggressione ai sensi dell’art. 1 della Carta delle Nazioni Unite e viola l’art. 2 che stabilisce che gli stati “devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite”. Ancora una volta vengono stracciati i principi e le norme contenute nella Carta delle Nazioni Unite e nel diritto internazionale dei diritti umani.

Mentre a Gaza e in Cisgiordania continua il genocidio e la persecuzione del popolo palestinese, dopo i bombardamenti americani nello Yemen nel marzo 2025, in Iran contro i siti nucleari nel giugno 2025, in Qatar contro la leadership di Hamas nel settembre 2025, in Siria e in Nigeria nel dicembre 2025, questa guerra conferma la volontà di Israele e Stati Uniti di imporre la legge della forza sulla forza della legge.

Chi ha sferrato questa nuova guerra deve rispondere dei crimini che sta compiendo. Nessuno è al di sopra della legge. Chi non la condanna, è complice. Chiediamo alla Corte penale internazionale di esercitare la propria giurisdizione ai sensi dello Statuto di Roma.

Il regime iraniano – come tutti i sistemi autocratici e dittatoriali – va contrastato con coerenza dall’intera comunità internazionale e dalle Nazioni Unite con i numerosi strumenti del diritto, della legalità e della giustizia penale internazionale di cui oggi disponiamo. Basta con le crociate ideologiche e guerrafondaie. Dare centralità al ruolo delle Nazioni Unite rimane un imperativo ineludibile.

Marco Mascia, Presidente Centro Diritti Umani “Antonio Papisca” – Università di Padova

Flavio Lotti, Presidente Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace

28 febbraio 2026

Il tribunale: stop all’Ilva.

Il Tribunale civile di Milano, Sezione presieduta da Angelo Mambriani, su richiesta dei cittadini Taranto, ha ordinato la sospensione dal 24 agosto 2026 dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento perché comporta «rischi attuali di pregiudizi alla salute» agli abitanti dei quartieri limitrofi all’impianto. Nel decreto, preso in applicazione della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 25 giugno 2024 che affermava “il divieto di concessione di proroghe”, vengono ricordati gli studi che dimostrano come l’alta concentrazione di inquinanti PM10 e PM 2.5 nei quartieri Tamburi, Paolo VI e Statte e «la riduzione del Quoziente intellettivo o disturbi del neuro sviluppo» siano collegate. E evidenziano la «significativa mortalità in eccesso» nella zona così come i rischi per i lavoratori dell’area a caldo.
 
Acciaierie d’Italia spa, Acciaierie d’Italia Holding e Ilva spa (tutte in amministrazione straordinaria) avranno sei mesi di tempo per riuscire a ottenere un’integrazione dell’AIA (autorizzazione integrata ambientale) che indichi “tempi certi” e “ragionevolmente brevi” entro i quali gli “studi di fattibilità, i piani ed i cronoprogrammi” relativamente alle prescrizioni ambientali ritenute “illegittime” perché non realizzate o per le quali non sono stati previsti “termini” trovino “effettiva” e “tempestiva attuazione“. Oltre quella data, in caso di mancati “adempimenti” da parte delle società, “dovranno iniziare le attività tecniche ed amministrative necessarie alla sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo” dell’acciaieria.
Quanto accaduto certifica il fallimento delle politiche industriali del governo, il quale già prova ad attaccare la magistratura legandolo al referendum.
 
L’azione inibitoria dei cittadini della città pugliese è seguita con particolare attenzione ad Alessandria, dove analoga iniziativa si sta rivolgendo nei confronti di Solvay Syensqo per lo stabilimento di Spinetta Marengo.

Newslettera di Doriella e Renato.

 
Aggiornamenti 26 febbraio 2026
con AGENDA di movimento
e ACTA di movimento,
raccolti per tutto il 2026
nella stessa pagina:
Agenda del fare
Atti dei fatti
AGENDA: che fare
nei prossimi giorni
“Altri sguardi sulla politica” al Campus Einaudi
Torino a zero emissioni
Presentazione del libro “La pace che verrà”
Il conflitto e il suo rimosso
Aperitivo ribelle in Vanchiglia
Cos’è la Gronda est?
Sabati di informazione sul progetto TAV Avigliana-Orbassano
Presidio contro bassi salari, precarietà, carovita, riarmo

Per favorire Solvay, marcia indietro dell’Italia che rinvia i limiti più severi per i PFAS nell’acqua potabile.

L’Europa stringe sui PFAS, e l’Italia cosa fa? Si rimangia dei provvedimenti che avrebbero fatto la differenza.
 
Infatti, dal 12 gennaio 2026, per i Paesi dell’Unione Europea è scattato l’obbligo di monitorare e rispettare dei valori limite precisi per la presenza di PFAS nell’acqua potabileun limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro “PFAS totali” e un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 PFAS. Peraltro, sono limiti insufficienti: l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’Agenzia europea per l’ambiente considerano il limite di 100 ng/L inadeguato per proteggere la salute umana.
 
Invece, per favorire Solvay Syensqo unica produttrice, il governo con la legge di Bilancio 2026 ha introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro PFAS più pericolosi (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS) che aveva disposto. Non solo, ha rinviato anche il monitoraggio delle 6 molecole Adv che quindi al momento non saranno conteggiate nella somma di Pfas.
 
Questa tappa della tragedia Pfas dimostra due cose. 1) Serve una legge #ZeroPFAS in tutta Italia. Ma è assai improbabile una legge nazionale che metta al bando una volta per tutte la produzione e uso dei Pfas. 2) Il disastro sanitario e ambientale di Alessandria non può attendere questa lontana prospettiva: le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo devono essere fermate subito. Clicca qui Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea. – RETE Ambientalista.
 
Cioè, dobbiamo puntare a quanto sta avvenendo ora per l’Ilva di Taranto in sede civile.

Come identificare  gli  imballaggi senza bisfenolo.

Occhio al marchio di garanzia!
Abbiamo pubblicato più volte, dal 2009, l’allarme Bisfenolo,  in particolare lo scandalo della Solvay di Alessandria dove le autorità sanitarie, Arpa, Asl, e politiche, Comune, Provincia fingevano di non sapere, e neppure la Magistratura è intervenuta malgrado i nostri esposti (clicca qui). Lo scandalo, peraltro, è internazionale.
 
Infatti, dal 2025 l’UE ha finalmente vietato il bisfenolo A nei materiali a contatto con gli alimenti utilizzato come rivestimento nelle lattine per le bibite, le conserve di pomodoro, di piselli e anche nelle scatolette di tonno. Però i prodotti di ‘vecchia generazione’ resteranno in commercio ancora per alcuni anni, con il loro carico di interferente endocrino, capace di mimare gli estrogeni: l’esposizione costante è correlata ad alterazioni della fertilità, pubertà precoce, aumento del rischio di obesità, diabete e possibili correlazioni con tumori ormono-dipendenti.
Dunque, dal 2025 sarà vietato produrre ma, secondo un calendario, sarà ancora permesso ai produttori si smaltire i lotti nei supermercati, almeno fino al 2029. Da qui ad allora: come identificare i nuovi imballaggi senza bisfenolo? Clicca qui “Il fatto alimentare”.
 
Resta un problema estremamente serio, soprattutto per i bambini, se si pensa che un adolescente di 60 kg, consumando una singola lattina da 250 ml, supererebbe il 100% della dose giornaliera tollerabile fissata dall’EFSA (0,2 nanogrammi per chilo di peso corporeo).

Bayer nega i danni da glifosato… ma paga miliardi per i danni del glifosato.

Bayer insiste che il glifosato non è tossico ma la ricerca decennale coordinata da Daniele Mandrioli dell’Istituto Ramazzini di Bologna nel 2025 ne ha accertato effetti cancerogeni. Tant’è che Mandrioli è stato improvvisamente licenziato: clicca qui.
 
Eppure, a sei anni dal maxi-accordo del 2020, quando pagò 10 miliardi di dollari e ne accantonò altri 17 per chiudere 100 mila cause sull’erbicida glifosato commercializzato con il marchio Roundup, la Bayer ha concordato un altro maxi-esborso per chiudere le nuove cause legate al diserbante tossico e cancerogeno.  Il colosso chimico tedesco, che ha ereditato il prodotto e le sue cause dall’acquisizione della Monsanto, pagherà 7,25 miliardi di dollari nei prossimi 21 anni, dopo la ratifica dal tribunale, per chiudere sia le cause pendenti che quelle potenziali sui  casi di linfoma non-Hodgkin collegati al Roundup.

PREMIO ATTILA 2025

Il Premio Attila è nel suo genere dal 2004 la più alta onorificenza italiana…  dopo il Festival di Sanremo. Vincitori i nostri figli peggiori: industriali, politici, amministratori che nel corso dell’anno si sono particolarmente distinti a danno dell’ambiente, della salute e della pace.
 
Sono stati insigniti vincitori del prestigioso premio: Mattarella, famiglia Meloni, Zelensky, Draghi, Renzi, Salvini, Benetton, la politica italiana 2017, Rita Rossa, il tribunale di Alessandria, Binasco, Riccoboni, Cogliati.
 
I più votati dello scorso anno. Sergio Mattarella ha sopravanzato concorrenti del calibro di Gennaro Sangiuliano, Giovanni Toti, Eugenio Giani, Francesco Lollobrigida, Carlo Nordio, Matteo Piantedosi, Gilberto Pichetto Fratin, Matteo Renzi, Stefania Battistini, Antonio Taiani, Roberto Vannacci.
 
Per il 2025, le votazioni si concluderanno il 21 marzo. Basta inviare il voto all’indirizzo rete.ambientalista@gmail.com oppure whatsapp 3470182679, eventualmente accompagnato dalle motivazioni. Molto importanti le motivazioni: le pubblicheremo nella Rassegna.
 
La “Rassegna dei Premi Attila dal 2004” per ora è esaurita in stampa: tutti i nostri libri sono stampati totalmente a spese degli autori e il ricavato è interamente devoluto alla Ricerca per la cura del mesotelioma di Casale Monferrato. Però, è possibile ricevere la versione digitale della Rassegna. Basta comunicare a movimentolotta.maccacaro@gmail.com l’indirizzo mail e l’avvenuto versamento (minimo euro 30) sul conto IBAN IT68 T030 6910 4001 0000 0076 215 (specificando causale) oppure tramite PayPal lubaja2003@yahoo.it

Politici ignoranti o in mala fede.

Tanto per perdere ulteriore tempo, consentire a Solvay di incrementare più a lungo possibile gli enormi profitti dei Pfas, gli ignoranti e i politici in mala fede sono ancora alla ricerca dell’“eventuale nesso causale tra l’inquinamento di Spinetta Marengo e le malattie/morti di Alessandria “. In particolare: Pfas.  Il nesso: una specie di caricatura dell’araba fenice, come se il nesso non fosse già stato dimostrato da nove indagini epidemiologiche in linea con le evidenze scientifiche internazionali. Ma quale “eventuale”!?
 
Così, i giornali possono spensieratamente scrivere: il consiglio comunale di Alessandria ha approvato all’unanimità lo stanziamento (peraltro misero, n.d.r.) di 60mila euro per l’accordo di collaborazione tra il Comune di Alessandria e l’Università del Piemonte Orientale propedeutico alla cosiddetta terza fase dell’indagine epidemiologica sulla Fraschetta (su dati già esistenti) per stabilire in un piccolo raggio di 3 chilometri l’eventuale nesso causale tra inquinanti e malattie, già rilevate dagli studi presentati sette anni fa.
Così, i giornali possono beatamente scrivere: “Esiste davvero una connessione tra inquinamento e patologie? Attorno a questo interrogativo, rimasto per anni sospeso tra timori e dati frammentari, l’indagine mira a trasformare le percezioni in prove scientifiche”. “Davvero”? “Interrogativi”? “percezioni”? Ma di cosa stiamo parlando? Pazienza i giornalisti ignoranti, ma un medico!
 
Per il presidente della Commissione Sicurezza e Ambiente, Adriano Di Saverio, che si ricorda di appartenere allo stesso partito del sindaco piuttosto che della laurea in medicina, sarebbero necessari un altro paio di anni di “studio per avere a disposizione valutazioni su dati affidabili e metodologie rigorose, così da comprendere il profilo sanitario dell’aria e fornire informazioni utili sia alla popolazione ma anche alle istituzioni. L’obiettivo è descrivere l’andamento della mortalità generale e causa specifica nel territorio, comprendere se esista realmente una correlazione tra inquinamento e patologie».
“Realmente”!? Un altro paio di anni? un altro studio? Ma sta parlando, sono parole sue, di un consolidato e grave “problema ambientale sanitario esistente” per il polo chimico, di “un sito a rischio di incidente rilevante”, dei Pfas come calamità eco-sanitaria mondiale, per i quali “non esistono livelli di pfas sicuramente innocui nel sangue”, di patologie non solo “sull’apparato riproduttivo e sull’apparato cardiovascolare”, di veleni tossici e cancerogeni che “nelle nostre zone si trovano ovunque come pulviscolo impercettibile che respiriamo, mangiamo, beviamo” dal sobborgo di Spinetta e oltre il capoluogo, con particolare preoccupazione dei “ lavoratori che sono stati più direttamente a contatto con i Pfas nel corso degli anni”…
 
Non tutti i consiglieri comunali sono ignoranti. Non lo è Di Saverio, che si sente uno “statista”, si paragona ad Alcide De Gasperi, va a braccetto con l’assessore all’Ambiente Daniele Coloris. Dunque cosa sono? Dunque, perché non chiedono la fermata immediata degli impianti inquinanti?
Solvay inquina con le sostanze dalla scienza identificate in correlazione alle patologie riscontrate nel territorio ***: il rapporto causa-effetto vale per Spinetta Marengo come già scientificamente dimostrato ovunque; se una persona ha Pfas nel sangue sa per certo che è inevitabilmente esposto alla malattia; i politici (il sindaco innanzi tutti) hanno il dovere di chiudere le produzioni inquinanti. E’ quanto sto ripetendo da anni. Meglio di me,  l’ha appena replicato l’alessandrino  Lelio Morricone, endocrinologo e diabetologo di attestata competenza, con questa intervista: clicca qui.
 
 *** Solo politici in mala fede possono fingere di ignorare le 42 pagine dello studio “Tracciamento delle emissioni e degli impatti dei PFAS tradizionali ed emergenti sugli ecosistemi acquatici terrestri dall’impianto di produzione di fluoropolimeri di Spinetta Marengo (Italia)”. Lo studio fa parte delle attività di biomonitoraggio ambientale svolte dal Consiglio Nazionale delle Ricerche CNR nell’ambito del “Progetto di Monitoraggio Integrato per l’area di Spinetta Marengo nella Regione Piemonte”. E’ firmato da Sara Valsecchi, Marco Parolini, Stefano Polesello, Michelangelo Morgant, Maria Teresa Palumbo, Claudio Roscioli, Beatrice De Felice e Marianna Rusconia, dellIstituto di Ricerca sulle Acque IRSA-CNR e Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali, Università degli Studi di Milano.
 
Su questo studio, i politici ignoranti, se non intendono rientrare nella categoria dei malafede, saranno corsi  a documentarsi dopo aver letto l’attento articolo di Monica Gasparini “Pfas, danni irreversibili: contaminano acqua e terra per generazioni”, clicca qui?
Questi politici ignoranti saranno stati spinti a documentarsi dopo che, dalla recente relazione Arpa, hanno ri-appreso che nelle case degli alessandrini si respira cloroformio, anche cloroformio? Clicca qui.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro

Nelle case degli alessandrini si respira cloroformio, anche cloroformio. Come sentenziò la Cassazione. Ma nessuno fa niente.

Sicuramente dal cielo ma anche dalle cantine, si respirano nei salotti di casa 6 microgrammi per metro cubo di cloroformio, 1 microgrammo di tetracloruro di metano, tetracloroetile e gli altri inquinanti provenienti dal polo chimico Solvay di Spinetta Marengo.
 
Lo conferma, dopo uno strano silenzio, la recente relazione prodotta dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale Arpa di Alessandria, oltre ad un mix di composti organici volatili, presenti a centinaia di microgrammi per litro nei pozzi interni al sito chimico. Il cloroformio arriva all’interno delle abitazioni dalle acque di falda: secondo i dati di Arpa nel pozzo interno”102” dello stabilimento risultava essercene una quantità stratosferica (200 microgrammi per litro, tre volte la concentrazione massima consentita).    
 Il cancerogeno cloroformio, che arriva da oltre confine in ferrocisterne, è utilizzato a tonnellate per ottenere il cancerogeno tetrafluroetilene, il monomero necessario a produrre i cancerogeni Pfas: miliardario fiore all’occhiello della multinazionale belga Syensqo Solvay.
 
Carta canta. Ma nessuno fa niente. Malgrado la vecchia sentenza della Cassazione, non ha fatto niente Giorgio Abonante, il sindaco di Alessandria: quale responsabile locale della sanità non ha emesso ordinanza di chiusura delle produzioni inquinanti, ma si è limitato ad una risibile ordinanza del 2022 che vietava di scendere nelle cantine. Anzi, ha addirittura patteggiato con Solvay la fuoriuscita del Comune come parte civile del processo penale (il secondo), aprendo la strada a Regione Piemonte e Governo.
 
Malgrado la sentenza della Cassazione che nel 2020 aveva condannato Solvay per disastro ambientale, nel secondo processo la vecchia Procura di Alessandria non ha imputato in reato di dolo la reiterazione degli accresciuti inquinamenti, e la nuova Procura si è trovata addirittura impantanata in un procedimento di Patteggiamento avviato dal vecchio GUP, con continui rinvii che scavalcheranno anche la prossima udienza di marzo.
 
Insomma, la Corte di Assise di Alessandria non farà niente per fermare il disastro sanitario e ambientale, fermare le produzioni inquinanti, avviare la bonifica, risarcire le Vittime. Né lo farà l’appello né la cassazione nell’arco di altri dieci anni.  Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di azioni inibitoria e risarcitoria.
 
Clicca qui l’approfondimento di Laura Fazzini su “La via libera”.

Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di inibitoria e risarcitoria.

 
Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
 
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

Non esistono tecnologie che distruggono i PFAS.

E non esisteranno mai. Non a caso i Pfas sono denominati “inquinanti eterni” “forever chemicals”, indistruttibili.
 
Anche gli scienziati della Rice University (Houston, Texas) hanno dovuto convenire. Hanno sviluppato un materiale che utilizza la luce per scomporre una serie di inquinanti presenti nell’acqua tra cui i PFAS. Una tecnologia cento volte superiore rispetto ai filtri tradizionali (filtri a carbone attivo granulare, le resine a scambio ionico o sistemi combinati). Però, ciò significa che comunque le sostanze catturate nei filtri devono essere immagazzinate in impianti di rifiuti pericolosi o degradate. In quest’ultimo caso attraverso un processo termico ad alte temperature: i PFAS a catena lunga sono rotti in molecole più piccole, sottoprodotti che dunque continueranno a essere tossici nelle emissioni in aria, per ricadere nell’ambiente e sulla salute.

Tre milioni dalla UE per controllare i Pfas. Ma solo a Livorno.

Il ministro Pichetto Fratin NON ha inserito Spinetta Marengo fra i Siti d’interesse nazionale (SIN, zone contaminate da bonificare sotto la supervisione del governo), così Alessandria non può usufruire dei finanziamenti dell’Unione Europea per monitorare gli «effetti sanitari dell’esposizione agli Pfas. Tradotto in soldoni: con 6 zeri a Livorno 3.000.000 di euro mentre con 4 miseri zeri in Alessandria 60.000 euro sono stanziati dal Comune per far finta per qualche altro anno di “studiare l’eventuale nesso causale tra malattie/morti inquinanti tossicocancerogeni di Solvay e malattie”: “eventuale” (sic!) come se il nesso non fosse già stato dimostrato da nove indagini epidemiologiche in linea con le evidenze scientifiche internazionali.
 
Il finanziamento dei 3 milioni è nell’ambito del Pnc, il Piano nazionale per gli investimenti complementari, strumento che integra il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), previsto dai bandi a cui hanno concorso varie Regioni: Veneto, Toscana e NON ovviamente la Regione Piemonte.
Lo studio, entro il 2026, comprende prelievi dei campioni di matrici alimentari di natura sia vegetale che animale, prelievi del sangue, della saliva e dell’urina, controllo della pressione cardiaca ed elettrocardiogrammi, ruolo dei medici di famiglia ecc., coinvolgendo la popolazione rappresentativa che vive zone limitrofe al sito, a cavallo tra Livorno e Collesalvetti.
Grazie ai 3 milioni, potranno essere coinvolti tanti diversi soggetti: l’Arpat (Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana), l’Istituto zooprofilattico sperimentale, l’Ispro (Istituto per lo studio e la prevenzione oncologica), il Cnr Centro Nazionale di Ricerca, i Laboratori di sanità pubblica di Firenze e Siena, l’Università di Pisa

Pfas, scontro sulla bonifica dell’ex Miteni.

Estranea al processo penale, in sede amministrativa Marzotto ha sostenuto di non avere «mai operato» nel sito Rimar “Ricerche Marzotto” diventato Miteni e di avere detenuto «una mera partecipazione azionaria indiretta», riconducendo l’attuale situazione di inquinamento «allo sviluppo industriale dei decenni successivi al 1967-1970», periodo in cui non erano ancora in vigore le norme ambientali sugli scarichi e il principio per cui «chi inquina, paga».

Ma per il Tar è pacifico che la Rimar ha proseguito nel nuovo stabilimento in località Colombara la stessa produzione di sostanze perfluoroalchiliche Pfas che aveva iniziato nel sito di via IV Novembre.  

Divieto totale sull’utilizzo di scioline contenenti Pfas.

A significare una misura della pericolosità dei Pfas: a partire dalla stagione invernale 2024 la Federazione Internazionale Sci e Snowboard (FIS) e l’Unione Internazionale Biathlon (IBU) hanno introdotto un divieto totale sull’utilizzo di scioline contenenti Pfas: sostanze eterne, indegradabili nell’ambiente, inquinano le nevi e le acque, tossiche e cancerogene   per la salute umana.
 
Tant’è che, alle Olimpiadi invernali Milano Cortina tre atleti, un giapponese e due coreane,  sono stati esclusi per eccesso di Pfas nella sciolina su sci e tavole da snowboard. Ammesse solo le scioline ecologiche.

Pfas: 10 paesi bresciani sorvegliati speciali.

Il dipartimento di Brescia di Arpa ha promosso una campagna di indagini delle acque sotterranee con la ricerca dei Pfas nella zona comprendente Calcinato, Montichiari, Ghedi, Castenedolo, Leno, Manerbio, Borgosatollo, San Zeno, Montirone e Bagnolo, finalizzata alla verifica dei Pfos nelle acque sotterranee di Lonato e Desenzano, in cui i monitoraggi sui cantieri Tav avevano evidenziato la loro presenza.
 
Arpa Lombardia nel corso del 2024 ha effettuato il monitoraggio sui Pfas con 13 stazioni posizionate sulle aste del fiume Mella (Villa Carcina, Castel Mella, Pralboino), Chiese (Barghe, Villanuova, Prevalle, Montichiari), Oglio sublacuale (Capriolo), sui torrenti Garza a Ghedi, Toscolano (a Toscolano e Valvestino), Caffaro a Bagolino e sul vaso Fiume a Flero, per complessive 87 campagne. Nel 30% poli analizzati sui fiumi è stato riscontrato il superamento del valore normativo medio annuo per i Pfos. Stessa cosa per il lago d’Idro.

I Pfas nelle “grandi opere”.

Gli acceleranti cementizi contenenti Pfas usati nelle grandi opere, nei cantieri come quello della Pedemontana ora sotto indagine della Procura di Vicenza, continuano a contaminare torrenti, falde e terreni agricoli di pregio. La Commissione Europea conferma che l’uso di PFAS nei prodotti da costruzione è incluso nel fascicolo di restrizione REACH in valutazione presso l’Agenzia Chimica Europea e che la questione sarà trattata nella prossima restrizione, insieme a criteri per appalti pubblici più sostenibili.

Il Pfas TFA prodotto da aerosol e apparecchi refrigeranti. 

Inizialmente, la notizia ha un po’ sconcertato: per chiudere il buco dell’ozono abbiamo sostituito nei condizionatori i vecchi gas nocivi (i CFC clorofluorocarburi) con sostanze (HFC idrofluorocarburi e HFO idrofluoroolefine) che, degradandosi, hanno contribuito a triplicare in 20 anni i livelli di TFA, l’acido trifluoroacetico un tipo di PFAS. Proprio il TFA che è il PFAS più abbondante nelle acque terrestri e anche quello che regolarmente emerge in quantità maggiore ovunque si cerchino Pfas. E’ quanto ha rivelato uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters.

Al “Protocollo di Montreal”, cioè al bando dei CFC, i composti di cloro-fluoro- carbonio che producevano una riduzione dell’ozono stratosferico, noi abbiamo contribuito in maniera determinante. Per noi: intendiamo Greenpeace e Lino Balza che organizzammo la scalata delle ciminiere dell’Ausimont Montedison di Spinetta Marengo issando enormi striscioni “Qui si buca l’ozono”). La manifestazione, clamorosa fra i media, produsse processi penali a carico di Greenpeace (a Ivan Novelli, che poi diventerà presidente di Greenpeace) e la progressione delle rappresaglie a Balza con il suo licenziamento. ***

Scrissi: “Posso dire che anche grazie a quel briciolo di mio coraggio personale i CFC sono stati eliminati da aerosol, frigoriferi e schiume isolanti, e che si è fermata la pandemia di tumori maligni della pelle e la rovina totale dell’ecosistema entro il 2060. Gli scienziati hanno stimato che, senza quella battaglia, lo strato dell’ozono, che circonda e difende il globo filtrando i raggi ultravioletti, avrebbe già perso oltre il 40% della sua densità sopra il Polo Sud e un nuovo buco sarebbe apparso sopra il Polo Nord”.

Oggi, a quell’orgoglio subentra la questione del pfas TFA. Tornare ai CFC o ai successivi refrigeranti? Sarebbe la peggiore delle pazzie. La posta in gioco è la salute dell’umanità. Infatti, così come si è dimostrato che l’alternativa ai CFC con gli HFC è stata a sua volta possibile con l’alternativa ecologica dei refrigeranti a base di idrocarburi naturali sicuri per l’ozono e per l’effetto serra, come l’isobutano, (peraltro usati negli anni ’30), così l’urgente traguardo della messa al bando dei Pfas non può assolutamente essere messo in discussione.

*** Gli avvenimenti sono narrati sul primo volume di “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia) e sul secondo volume de “L’avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza”.

Campagna Nazionale per la Prevenzione dei Danni da Plastica per la Salute.

I rischi da esposizione alla plastica sono noti da decenni e sottostimati, dal momento che delle 16.000 sostanze chimiche utilizzate nel ciclo produttivo il 75% non è stato valutato per la salute umana, di quelle valutate oltre 4.200 sono valutate altamente pericolose, 1.500 cancerogene mutagene o tossiche per la riproduzione e 47 interferenti endocrini.
 
L’impatto complessivo sulla plastica è difficile da stimare, perché bisogna considerare l’intero ciclo di vita. Dalle fasi di estrazione delle materie prime fossili alla fase della produzione (responsabile del 5% delle emissioni industriali globali di gas serra), al degrado nell’ambiente.
Tra gli effetti riferiti all’esposizione a sostanze chimiche plastiche, troviamo: la compromissione del potenziale riproduttivo, effetti perinatali, riduzione delle funzioni cognitive, resistenza all’insulina, ipertensione e obesità nei bambini e diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, ictus, obesità e cancro negli adulti. Aumentano inoltre i rischi infettivi dovuti alla capacità acquisita dalle zanzare di deporre le uova nei rifiuti di plastica. E aumenta anche il fenomeno dell’antibimicrobico resistenza, grazie alla capacità dei batteri di colonizzare la plastica. Infine, abbiamo la drammatica diffusione delle micro e nanoplastiche MNP (particelle di plastica piccolissime) nell’ambiente e in tutti gli organi del corpo umano.
 
Infine, si pone l’accento sulla sicurezza delle plastiche riciclate: ci sono prove crescenti che la plastica riciclata sia suscettibile di rilasciare un maggior numero di sostanze chimiche, e il processo è molto inquinante. E su quelle biodegradabili, alcune delle quali possono, come le altre, frammentarsi in microplastiche e/o rilasciare sostanze chimiche potenzialmente tossiche.
Si è formato un fronte massiccio di medici italiani a favore della “Campagna Nazionale per la Prevenzione dei Danni da Plastica per la Salute”, promossa dall’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE) e dalla Rete Italiana Medici Sentinella (RIMSA). Il gruppo di lavoro è formato da 43 specialisti.
La campagna prevede una serie di tappe e diversi gruppi di lavoro tematici. Uno dei progetti più importanti della campagna è quello “Spesa Sballata® – Dimensione Italia”: dal 2027 obbligo degli esercizi commerciali ad accettare i contenitori riutilizzabili portati dai clienti e dal 2028 ad offrirne di riutilizzabili.
 

Il business del genocidio.

La relatrice speciale Onu, Francesca Albanese, è nel mirino delle lobby sioniste da quando sta dettagliando non solo i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio commessi da Israele a Gaza e in Cisgiordania, ma anche le connivenze politiche e affaristiche di chi, nel resto del mondo, sta lucrando su quei crimini.
 
Daniele Luttazzi (clicca qui) commenta il complesso militare-industriale statunitense, europeo e israeliano, e i suoi complici. 

I silenzi dell’Europa sui siti militari.

In merito alla trasparenza sui piani di emergenza nucleare,  tre aree sono considerate particolarmente sensibili: la base aerea di Aviano, in provincia di Pordenone, indicata come sito che ospita ordigni nucleari (nella foto); il porto di Trieste; e il porto di Koper-Capodistria, in Slovenia, entrambi utilizzati per il transito e la sosta di navi militari a propulsione nucleare. Clicca qui.

Come è inguaiato il tribunale di Alessandria.

“Il nostro tribunale è molto inguaiato”: apprendiamo (Radiogold news) che il presidente del Tribunale di Alessandria, Paolo Rampini, ha così descritto alla giornalista di “Presa Diretta” la condizione della struttura di corso Crimea. Nella prima puntata della nuova stagione, questa domenica 15 febbraio 2026 alle 20.30, la trasmissione di Rai 3 farà “un viaggio dentro la giustizia italiana”. Nella breve anticipazione divulgata sui canali social del programma condotto da Riccardo Iacona si vede lo scotch attaccato ai vetri di una finestra, sedie scucite e rotte, muri scrostati e bagni che il personale del Tribunale condivide con l’utenza pubblica. “Sento il dovere di chiedere scusa” ha sottolineato il presidente Rampini “mi dispiace quando vedo che su queste sedie rotte si siedono testimoni, imputati e avvocati”.
 
Egr. dottor Rampini, ‘nguajàto era meno, rispetto a quello di Alessandria, il tribunale di Asti, dove lei ha lavorato per 39 anni: si tratta di una infrastruttura giudiziaria più moderna nell’uno che nell’altro caso. Però, mi lasci dire, che le “parti offese” si adatterebbero anche stando in piedi e riparandosi dagli spifferi e trattenendosi dai bisogni fisici, purchè i processi funzionassero. Così non è perché Alessandria è inguaiata dalla mancanza di copertura organica dei giudici atta a garantire sentenze in tempi accettabili (per i non colpevoli), quando perfino un processo importante a livello locale e nazionale, come quello contro Solvay, si perde inguaiato nelle nebbie al punto che sarà costretto a concludersi senza dibattimento con un colpo di spugna del patteggiamento.
 
Chissà se domenica prossima ascolteremo da “Presa Diretta” qualcosa in più dei muri scrostati, dalle voci di Riccardo Iacona, al quale avevamo affidato (ti ricordi?) in quel di Brescia un dossier qualche anno fa, facendolo poi seguire da una gran copia di articoli e libri (hai presente?).

La giustizia penale tradisce di nuovo le Vittime dell’amianto.

Da Roma, i parenti delle Vittime incazzati.
Ad aprile 2025, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny era stato condannato in secondo grado a 9 anni e sei mesi per omicidio colposo al processo Eternit bis. Il minimo che si aspettavano le Vittime. Ebbene, la Suprema Corte di Cassazione ha annullato il procedimento che tornerà in Corte d’Assise di Torino. Motivazione: era mancata traduzione della sentenza in tedesco.
 
Non sfugga un particolare: il sindaco di Casale Monferrato, Emanuele Capra aveva annunciato di aver scritto al Consiglio Superiore della Magistratura per avere chiarimenti su quanto emerso dalle recenti indiscrezioni della trasmissione Report su una possibile ingerenza internazionale (con riferimento a ex agenti del Mossad) nelle decisioni assunte dalla Cassazione nel primo maxi-processo Eternit.
 
Questo è l’ennesimo esempio (Ambiente Delitto Perfetto di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia ***) di come (non) funziona la giustizia penale in materia ambientale e sanitaria: c’è qualcuno in buona fede che può spiegare che cazzo c’entra la cosiddetta “Riforma della giustizia” del referendum promosso da governo?
 
*** I tre volumi sono disponibili a chi ne fa richiesta, previa sottoscrizione interamente devoluta a Ricerca Cura Mesotelioma.

Nel pieno il dibattito sul ritorno del nucleare in Italia.

Il dibattito in Italia, riguardo l’utilizzo dell’energia nucleare per scopi civili, ha vissuto fasi alterne, ma non si è mai definitivamente spento. Sull’argomento ci sono stati due referendum, entrambi hanno registrato la volontà degli elettori di bloccare l’arrivo del nucleare in Italia. Il primo nel 1987, a seguito della tragedia di Chernobyl, il secondo nel 2011 quando il governo riportò sul tavolo la possibilità di costruire nuove centrali nucleari. Dal 2022, con l’insediamento del governo Meloni e i contemporanei cambiamenti geopolitici in atto, il discorso pubblico sul nucleare è tornato sulle prime pagine dei giornali.
 
Sulla pericolosità e insostenibilità del nucleare, clicca qui il video dell’audizione alla Camera di Gian Piero Godio, per “L’osservatorio dei cittadini sul nucleare”.
Sul progetto di energia nucleare in Italia, clicca qui una intervista a Stefano Monti, ex membro dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) e dal 2023 Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare.
 
In particolare, sui reattori nucleari modulari di piccola taglia SMR, clicca qui Giovanni Ghirga, per ISDE Italia, nella audizione alla X Commissione della Camera dei deputati (Attività produttive). 

Class action collettive contro il glifosato.

Daniele Mandrioli, direttore del Centro di Ricerca Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna, lo scienziato che ha coordinato il Global Glyphosate Study fino a provare un legame tra l’aumento di tumori nei ratti e l’esposizione al famigerato erbicida, è stato licenziato dalla cooperativa che gestisce l’ente.
 
Da chi e perché è stato sollevato dal suo incarico?  Secondo il Centro di ricerca del Ramazzini non c’è nessuna longa manus dell’industria dei pesticidi (Bayer) dietro la cacciata di Mandrioli. Per saperne di più, clicca qui.
 
Secondo IARC (International Agency for Research on Cancer) il glifosato, e i fitofarmaci che lo contengono, è classificato  come “probabile cancerogeno per l’uomo”.
 
Per l’EFSA-Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, è “improbabile cancerogeno”.
 
In Italia, il 7 ottobre 2016 è entrato in vigore il Decreto del Ministero della salute  con il quale si dispone la revoca dell’autorizzazione all’immissione in commercio dei prodotti fitosanitari contenenti glifosato con il coformulante ammina di sego polietossilata. Di conseguenza è ancora legale in Italia il commercio e l’utilizzo del glifosato associato ad altri coformulanti.
 
Bayer ha annunciato che negli Stati Uniti sono state avviate oltre 13000 cause legali relative al Roundup. Alcune hanno riconosciuto numerosi risarcimenti per milioni di dollari. Nel 2020 Bayer, che ha acquisito Monsanto nel 2018, ha accettato un accordo da 10 miliardi di dollari come risultato di una serie di azioni legali collettive che sostenevano che il Roundup abbia causato il cancro.
 

Nuovo processo per il disastro ambientale dell’Ilva.

Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Potenza ha rinviato a giudizio 18 persone e 3 società, che saranno processate per le irregolarità nel controllo sull’impatto ambientale dell’ex ILVA di Taranto tra il 1995 e il 2012. Tra queste ci sono Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’azienda in quegli anni, diverse persone della dirigenza dell’azienda, e anche l’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola.
 
Il processo, noto col nome di “Ambiente svenduto”, è ricominciato da capo dopo essere stato spostato al tribunale di Potenza, su ordine della Corte d’appello di Lecce, che aveva annullato, per vizi di procedura, la sentenza di primo grado del 2021 con cui il tribunale di Taranto aveva condannato sia i Riva che Vendola al carcere.

Tutti contro il maxi parco eolico in Val d’Aveto.

A Santo Stefano d’Aveto, sindaci, Città Metropolitana, Regione e associazioni, si sono schierati pubblicamente contro l’opera ideata dalla società “Ferriere Wind srl” di Milano. Società che, come ha ribadito più volte il sindaco facente funzioni Mattia Crucioli, è stata invitata all’assemblea pubblica per un confronto ma ha scelto di disertare l’incontro.
 
Le 7 pale, da 180 metri, verrebbero installate sui crinali della vallata, in una zona che comprende diversi chilometri, tra l’area dal Monte Crocilia al Monte Bue e al Maggiorasca.
 
Su change.org le firme contro il progetto hanno già superato le 10mila adesioni.
Noi non siamo contrari all’energia eolica, siamo contrari a questo progetto”  – precisa Crucioli che come avvocato ha il suo attivo ricorsi contro il nucleare di Bosco Marengo e il Tav Terzo Valico, nonché come senatore il Disegno di legge per la messa al bando dei Pfas – “Non si può pensare di realizzare un progetto così impattante senza essersi prima confrontati (anche con le comunità), valutando tutte le criticità, e senza aver fatto nemmeno chiarezza sul percorso di cantiere che dovrebbero percorrere i mezzi di trasporto. Tutto questo è sconcertante. L’impianto sarebbe principalmente sul territorio di Ferriere se pensiamo ai confini amministrativi, ma gli impatti visivi e uditivi, paesaggistici e ambientali avrebbero ripercussioni anche sul nostro territorio”.

Una testimonianza di chi se ne intende.

Francesco Maurizio Cossiga è stato ministro dell’interno nei governi Moro VAndreotti III e Andreotti IV dal 1976 al 1978, quando si dimise in seguito all’uccisione di Aldo Moro. Dal 1979 al 1980 fu presidente del Consiglio dei ministri nella cui veste guidò una fragile coalizione di governo centrista e fu presidente del Senato della Repubblica nella IX legislatura dal 1983 al 1985, quando lasciò l’incarico, poiché eletto al Palazzo del Quirinale come più giovane Capo dello Stato della storia dell’Italia repubblicana. Si dimise nell’aprile 1992, due mesi prima della scadenza naturale del mandato.
È stato spesso descritto come un uomo forte e accusato di essere un “ministro di ferro”, che ha represso brutalmente le proteste pubbliche. Lo chiamavano Kossiga.

Riceviamo e pubblichiamo.

Riceviamo e pubblichiamo:
 
“Non condivido nulla di quello che scrivete e in modo particolare sui fatti accaduti a Torino. Gradirei non ricevere più vostre comunicazioni. Stefania Pucciarelli”.  
 
Stefania Pucciarelli dal 23 marzo 2018 è senatrice della Repubblica per la “Lega per Salvini premier”. È stata sottosegretaria di Stato al Ministero della difesa dal 1º marzo 2021 al 22 ottobre 2022 nel governo Draghi.

La parola anche ad Askatasuna.

Riceviamo e pubblichiamo:

«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista.
Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella manifestazione del 31 gennaio.

Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattutto, il governo. Un passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre 50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre, colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie, dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli, mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa che parlano anche a noi.

Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli è andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi bisognerà farci i conti no? Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale: se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa, spaventata, impotente, incapace di organizzarsi.

La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale governo. Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e consapevolezza.
E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte.

Come ridurre l’esposizione ai campi elettromagnetici utilizzando connessioni cablate.

Clicca qui il drammatico “depliant” firmato dai due grandi esperti mondiali Prof. Hardell e Belpomme  pubblicato in tre lingue (italiano, inglese, francese) sul sito www.applelettrosmog.it. I firmatari sono in collaborazione con l’Associazione Italiana Elettrosensibili, fondata da medici italiani elettrosensibili.

Gli impatti psicologici, psichiatrici e sociologici dei social network sui giovani sono ampiamente dimostrati. Ma è anche fondamentale conoscere e proteggere i nostri concittadini, in particolare i giovani (clicca quidagli impatti dei campi elettromagnetici CEM:  sulle loro capacità di apprendimento e memoria, con comportamenti simili all’iperattività e ansiosi; nonchè sui  danni morfologici e funzionali al nervo ottico; fino agli impatti sulla fertilità maschile e femminile.

L’esposizione ai CEM è una questione cruciale per la salute pubblica, possibili cancerogeni secondo lo IARC, ma nessuno ne parla, i media in particolare hanno paura di perdere dei mercati pubblicitari (in un contesto in cui la posizione dell’OMS è distorta da conflitti di interesse, come spiegato nel depliant). Una gran parte della popolazione è colpita dai CEM senza esserne consapevole.

Lo sciopero che ha bloccato i porti.

Lo sciopero, ignorato dai grandi media, che per 24 ore ha bloccato i principali porti del Mediterraneo e del Nord Europa, dove si caricano armi destinati ai teatri di guerra, ha mostrato come ovunque ci siano migliaia di persone che non vogliono essere l’ingranaggio di una catena di montaggio che produce morte. I portuali ci dicono che la responsabilità non è un concetto astratto e che non esiste un “gesto tecnico” innocente se quel gesto arma una mano che uccide.
 

Dunque, class actions anche in Italia: contro i Pfas della Solvay.

Dunque si avviano class actions anche in Italia: contro i Pfas, contro Solvay Syensqo di Spinetta Marengo: https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ .

Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
 
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

A maggior ragione si avviano class actions contro Solvay dopo lo scandalo dei patteggiamenti.

 STOP.
Stop Solvay.
 
E’ così perché, mentre a Vicenza nel processo per l’avvelenamento doloso della Miteni di Trissino il tribunale ha riconosciuto al ministero dell’Ambiente un pur esiguo risarcimento di 58 milioni di euro per i costi sostenuti dal 2013, invece, addirittura per la Solvay di Spinetta Marengo, dopo che il complice e inerte Ministero aveva disatteso perfino  la Cassazione omettendo richiesta risarcitoria al tribunale civile, il governo sta concludendo un patteggiamento con la multinazionale Syensqo di Alessandria, unica produttrice italiana dei Pfas tossici e cancerogeni.
 
Questo patteggiamento “riservato” è entrato nel solco di quello del Comune di Alessandria (una elemosina di 100mila euro destinati al taglio dell’erba dei cimiteri) e sarà appresso con quello della scalpitante Regione Piemonte; alle quali tre compra-svendite si allineeranno i mercanteggiamenti delle associazioni ambientaliste (che meritano un commento etico a parte). In Italia i risarcimenti di Solvay sono oboli per tutti. Così, a tacere la Regione, sarà, siamo facili profeti, con il ministero dell’Ambiente: non si avvicinerà ai 393 milioni di dollari sborsati da Solvay nel New Jersey per la bonifica di quei pfas C6o4 e ADV che pur furoreggiano sul territorio di Alessandria. Tant’è che Gilberto Pichetto Fratin ha già “assolto” Solvay non inserendo Spinetta Marengo fra i Siti di interesse nazionale, zone contaminate da sanare sotto la supervisione del ministero, cioè non chiedendo la bonifica.
 
Va da sé che, dopo queste mali-intese economiche, le parti civili lasciano il processo. Per legge, il Patteggiamento definitivo avviene tra imputati, procura e giudice. E’ augurabile ma è abbastanza impensabile che la Procura di Alessandria si “ostini” ad impedire un patteggiamento quando praticamente le parti civili sono d’accordo. E va da sé che il GUP ne prenda atto. Anche perché sia la Procura che il GUP sono esordienti e hanno avuto appena il tempo di scorgere gli atti del processo.
 
Così, anche senza ricorrere a rito abbreviato, di rinvio in rinvio, di slittamento in slittamento, si celebrerà la strategia processuale del nuovo avvocato di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva, già celebre difensore della celebre famiglia Schmidheiny nel processo Eternit, il quale con l’inerte Pichetto Fratin dialoga in piemontese.
Così, verosimilmente a breve, con quattro soldi la multimiliardaria Syensqo uscirà senza ossa rotte dal secondo pur blando processo di Alessandria. A meno che (il diavolo non sempre riesce a coprire le pentole con i coperchi) l’ex avvocato della multinazionale, Luca Santa Maria, non riesca a coinvolgere le responsabilità di Solvay nel processo Miteni, e mandare di traverso gli spumeggianti calici della sfarzosa viticoltura monferrina di Alleva. Ma è l’avvio delle class actions che forse non sarebbe estraneo alle dimissioni della CEO Ilham Kadri.
 
Di sicuro, i quattro soldi si moltiplicheranno se andranno in porto le class actions: in primo luogo, avanti di risarcire, Solvay sarebbe costretta a chiudere le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo in quanto non è in grado di andare oltre la mera insufficiente messa in sicurezza (le incontenibili barriere idrauliche), in quanto non intende finanziariamente concludere la bonifica. Infatti, non avendo illecitamente ottemperato alla sentenza di “ripristino delle risorse naturali danneggiate da cromo esavalente, cloroformio, pfas eccetera”, anzi -nascondendosi dietro venti anni di piani di caratterizzazione e analisi di rischio, ovvero nascondendosi dietro il Comune- ha procurato il doloso risultato di peggiorare acqua+aria+suolo sia all’interno che all’esterno del Sito, immettendo addirittura nuovi cancerogeni (neppure dichiarati alla complice Provincia).
 
E tutto ciò: ancora dopo dieci anni dalla condanna del primo processo: avviato con il capo di imputazione di avvelenamento doloso delle acque (analogo alla odierna sentenza Miteni).  Sono dati di fatto e atti processuali che attestano incontrovertibilmente -per il maggiore disastro sanitario e ambientale nazionale da Pfas e non solo- sia la riconosciuta responsabilità di una contaminazione pregressa e attuale, sia il correlato obbligo di provvedere al ripristino dei danni cagionati, che non potrà avvenire in sede penale bensì tramite class actions

Le associazioni ambientaliste all’esame dell’etica.

Nell’occasione che una procura avvii un processo per inquinamento, come avvoltoi si costituiscono parti offese gli enti locali: per salvare la faccia e fare cassa, quando piuttosto dovrebbero anche i loro amministratori sedere sul banco degli imputati per essere stati inermi o conniventi, e dovrebbero per primi essere chiamati a risarcire i cittadini inquinati. Il passato e il presente, nei processi Solvay ad Alessandria, lo dimostrano.
 
Avviene la stessa cosa quando si presentano come parti civili associazioni ambientaliste che in precedenza non avevano mosso una foglia contro l’inquinamento, e che assisteranno il processo come silenti spettatori in attesa del risarcimento che per prassi ogni sentenza loro riconosce. I trascorsi passati lo dimostrano.
 
Le presunte parti offese, tutte lì per fare cassa, sono assistite da avvocati le cui parcelle saranno adeguatamente beneficiate dal tribunale. Gli inquinatori non pagano né con la galera né con la bonifica, anzi proseguono i danni. Così va il mondo nei processi penali che abbiamo analizzato, in tre ahimè incompleti volumi, su “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia).
 
Il peggio avviene quando l’inquinatore propone alle parti di mercanteggiare la loro uscita dal processo. Si chiama Patteggiamento: rito speciale che su due piedi chiude il dibattimento penale, offre considerevoli sconti sui danni e sulle pene all’imputato, il quale neppure ammette la colpevolezza e può continuare a inquinare come prima. Il patteggiamento è una lauta veloce occasione, per enti locali associazioni ambientaliste avvocati, per fare cassa. Il patteggiamento è la novità del secondo processo contro Solvay in corso ad Alessandria.
 
Chi scrive si è assunto in dovere di documentare, protagonista in prima persona con l’emblematico caso di “Medicina democratica”, la deriva perniciosa subìta da associazioni ambientaliste. Per il passato, fanno testo le pagine su “Ambiente Delitto Perfetto” che tracciano il tradimento dell’associazione ai principi del fondatore, lo scienziato Giulio Maccacaro, fino alle scissioni delle Sezioni territoriali (si veda anche “Luigi Mara & Medicina democratica”).
Per il presente, ognuno commenti da sè come, dieci anni dopo il vergognoso rifiuto di tutelare e risarcire le Vittime in sede civile, oggi, nel documento venuto alla luce dopo mesi di opacità: clicca qui, il presidente (da sempre e per sempre “pro tempore”) dell’associazione ammette tranquillamente di aver slacciato -di fatto col patteggiamento-  le manette a Solvay in cambio di soldi che servono per coprire le responsabilità di un buco di bilancio. E’ stato inferto un danno incommensurabile alla memoria di Maccacaro, a 50 anni dalla scomparsa. Commenterò quanto prima.  
Medicina democratica chiama in correo le altre associazioni ambientaliste. Le vedremo.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

Solvay Syensqo patteggia e nega le responsabilità del disastro sanitario e ambientale di Alessandria.

1)  Non è vero che non facciamo bonifica: primi (sic) interventi sono in corso nel rispetto delle tempistiche del Comune.
2) Non abbiamo obbligo di bonifica ma solo di messa in sicurezza. Volontariamente facciamo bonifica.
3) Volontariamente partecipiamo alla bonifica esterna allo stabilimento.
4) Monitoriamo i Pfas dal 2019.
 
Lo afferma Solvay in una sfacciata replica, sull’autorevole “lavialibera”. Casca male Solvay, perché le risponde la migliore giornalista d’inchiesta, Laura Fazzini. Clicca qui.

Lavialibera è una rivista fondata da Libera e Gruppo Abele (don Luigi Ciotti) che comprende un bimestrale cartaceo, un sito costantemente aggiornato e una presenza attiva sui principali canali social. Offre informazione e approfondimento su mafie, corruzione, ambiente e migrazioni. Il lavoro è supportato da un comitato scientifico e da una rosa di commentatori ed editorialisti di primo piano.