Le guerre di Trump… ai terroristi internazionali. Il caso “Autistici/Inventati”.

Mentre Taiani e Calenda hanno individuato “alleati e propagandisti, in alcuni con comprovati legami finanziari, con il dittatore Putin che porta attacchi diretti al cuore dell’Europa”, cioè “Afd tedesco, Fronte Nazionale francese e in Italia Futuro nazionale, Lega Salvini, M5S e il Fatto”, a Donald Trump non sfugge neppure “Autistici/Inventati”.
Il 26 agosto il governo degli Stati Uniti ha inserito Autistici/Inventati, collettivo italiano che dal 2001 offre servizi digitali ad attivisti, associazioni e movimenti, nella lista delle organizzazioni designate come Specially Designated Global Terrorist. Nello stesso provvedimento sono stati colpiti altri soggetti legati all’estremismo di sinistra e all’attivismo radicale. L’aspetto insolito è che Autistici/Inventati non è un gruppo armato e non risulta accusato dagli Stati Uniti di aver compiuto attentati. La contestazione riguarda soprattutto i servizi che fornisce: server, posta elettronica, mailing list, blog, strumenti di comunicazione e altre infrastrutture digitali. Secondo il dipartimento del Tesoro americano, queste infrastrutture sarebbero state utilizzate anche da organizzazioni che Washington considera terroristiche e avrebbero quindi costituito una forma di supporto tecnologico alle loro attività.
Non è una sentenza di un tribunale. È un provvedimento amministrativo dell’esecutivo americano. La sua conseguenza principale è il congelamento degli eventuali beni e interessi patrimoniali del soggetto sotto la giurisdizione statunitense e il divieto per le persone e le società americane di effettuare transazioni con il soggetto designato. Infatti, il collettivo ha riferito che il proprio account PayPal è stato bloccato.
 
Autistici/Inventati gestisce una quantità molto ampia di servizi. Nella motivazione americana vengono citati circa 16.000 account di posta elettronica, 10.000 blog, 5.500 mailing list e 1.500 siti. Sono numeri importanti perché mostrano una cosa semplice: non c’è soltanto un’organizzazione dietro un sito. C’è un’infrastruttura utilizzata da migliaia di persone e gruppi diversi. Autistici/Inventati da anni offre semplicemente strumenti di autodifesa digitale senza distinguere tra gli utenti sulla base delle loro idee politiche. Il collettivo ha respinto le accuse americane e ha detto di voler continuare a fornire i propri servizi.
Al di là del caso Autistici/Inventati, la domanda che si apre è molto concreta: se Washington considera terroristica una rete che l’Italia non considera tale, quanto è disposto l’apparato italiano a trattarla come una minaccia terroristica nelle attività di cooperazione? Non significa necessariamente che Roma debba adeguarsi alla classificazione americana. Significa che ogni richiesta di informazioni, ogni scambio di intelligence e ogni attività investigativa può diventare più complicata, per un paese come l’Italia notoriamente sottomesso.

In prescrizione l’ecatombe di Savona.

Decine di migliaia di cittadini raccolsero firme per fermare le ciminiere della centrale a carbone della Tirreno Power di Vado Ligure, che incombevano sull’abitato di Savona, a pochi passi da case e scuole. Tutta la città seguì la vicenda.
Infatti, secondo uno studio del Cnr, tra il 2001 e il 2013 nella zona si erano verificati eccessi di mortalità di quasi tutte le patologie: per malattie del sistema circolatorio (uomini +41%, donne +59%), dell’apparato respiratorio (uomini +90%, donne +62%), del sistema nervoso (uomini +34%, donne +38%) e per tumori del polmone tra gli uomini (+59%)”.
 
Era il 2014 quando la Procura di Savona sequestrò l’impianto: in seguito smantellato. Alla fine, nel 2023, sul banco degli imputati sono rimasti 25 dirigenti.  Tutti furono assolti perché “il fatto non sussiste”. La sentenza fu appellata da Procura e parti civili. Sono passati, però, tre anni dal primo grado e dodici dal sequestro dell’impianto. E il processo di appello è fermo al palo, a rischio di prescrizione… perché c’è carenza di magistrati. Così va la giustizia in Italia: altro capitolo ai quattro volumi del nostro dossier “Ambiente Delitto Perfetto”.  

Franco Basaglia fondatore dell’altra psichiatria.

“La follia è una condizione umana.
In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione.
Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia,
invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla.
Il manicomio ha qui la sua ragione d’essere
 
Franco Basaglia è una figura chiave nella storia della psichiatria italiana: è stato infatti il pioniere di un movimento radicale che ha trasformato il trattamento dei disturbi mentali nel nostro Paese. Ha sfidato le convenzioni della sua epoca, opponendosi al trattamento spesso inumano riservato ai pazienti psichiatrici in istituti sovraffollati. Riformatore della disciplina psichiatrica in Italia, è fondatore di Psichiatria Democratica e ispiratore della Legge 180/1978 (che ne prende il nome) che introdusse la revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici in Italia–  E’ considerato lo psichiatra italiano più influente del XX secolo.

Welfare di comunità per disabili.

Il progetto “Reti Inclusive” diventa operativo, con l’avvio di sportelli fisici in sei Regioni italiane
Voluto per garantire alle persone con disabilità un accesso pieno, dignitoso e paritario alle prestazioni del territorio e al welfare di comunità, il progetto “Reti Inclusive: Comunità Accessibili per Tutti”, che ha per capofila la Federazione FISH, sta per avviere la propria fase maggiormente operativa, ossia l’attivazione di una rete integrata di sportelli fisici in sei Regioni italiane (Basilicata, Calabria, Campania, Lombardia, Umbria e Sicilia) Promosso dalla FISH (Federazione Italiana…

Rivolta contro il nuovo disastro ambientale in Valle Bormida.

In Liguria, il progetto per la costruzione di un inceneritore in Val Bormida, nel savonese: Cengio e Ferrania, trova una ferma opposizione del territorio: tutti i 19 comuni della valle, destra e sinistra, insieme a comitati, associazioni e cittadini di Liguria e Piemonte. Contro il disastro ambientale si susseguono petizioni, catene umane e interrogazioni anche in parlamento e nei consigli regionali. Mentre l’impianto è sostenuto da sette gruppi industriali in corsa per il bando scaduto a luglio 2026.
 
Il centrodestra (con le giunte regionali di Liguria e Piemonte) ha mostrato posizioni favorevoli. Tensioni politiche nella coalizione di centro-sinistra, perplessità sulla gestione amministrativa della sindaca di Genova, Silvia Salis. Alla quale i Comitati hanno appena inviato una lettera ribadendo che da più di cento anni il territorio sta già subendo un prezzo altissimo di inquinamento ambientale e sanitario (ex Acna di Cengio): clicca qui.

Il legame tra Pfas e sclerosi multipla.

Non poteva mancare la sclerosi multipla (SM) tra le patologie indotte dai Pfas. Lo rileva lo studio, intitolato “Associazioni tra sostanze perfluoroalchiliche e sclerosi multipla in coorti statunitensi a confronto con NMOSD, MOGAD e soggetti di controllo sani”, guidato da Farren Briggs, Ph.D., Sc.M., professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze della Salute Pubblica, e pubblicato sulla rivista Environmental Research.
 
Lo studio ha coinvolto collaboratori dell’Università di Miami, della Mayo Clinic, della Vanderbilt University, della East Carolina University, della Case Western Reserve University, dell’Università del Texas a Austin, dell’Università della California del Sud.
 
Il team di ricerca ha scoperto che le donne affette da sclerosi multipla presentavano livelli più elevati di due composti PFAS, l’acido perfluoroesansolfonico (PFHxS) e l’acido perfluorottanoico (PFOA), rispetto ai gruppi di controllo. Duque, l’esposizione ai PFAS può influenzare i processi ormonali e le vie biologiche coinvolte nella salute neurologica.
La sclerosi multipla è una malattia cronica e autoimmune che colpisce il sistema nervoso centrale, danneggiando la mielina (la guaina che protegge le fibre nervose). In Italia interessa circa 137.000 persone, esordisce spesso tra i 20 e i 40 anni e colpisce le donne più degli uomini.

Basta chiamarci eroi mentre ci lasciate senza tutele.

Quattro vigili del fuoco morti per lo stesso tipo di tumore. Tre aretini e un collega di Spoleto deceduti per glioblastoma.(micidiale tumore al cervello).  Lo Stato nega la causa di servizio ma non è fatalità: la scienza ci dice che i Vigili del Fuoco sono stati esposti a un cocktail di sostanze tossiche e ‘perenni’ come i PFAS contenuti nelle schiume estinguenti, mentre non sono dotati di dispositivi di protezione individuale (tute, guanti, respiratori ecc.).
 
Clicca qui alcune dimostrazioni:

Pfas anche negli acquedotti del l’Alto Monferrato.

Solvay di Spinetta Marengo 
Arpa Piemonte ha rilevato nei pozzi di Cassano Spinola la presenza di PFAS oltre i limiti di legge fissati dalle normative recenti. I controlli hanno coinvolto anche il territorio novese (come nella zona del torrente Scrivia a Bettole di Novi).
E’ emersa tensione tra i dati diffusi da Arpa e le rassicurazioni di “Gestione Acque” che definivano i livelli “bassi”, spingendo i cittadini e le amministrazioni a chiedere massima chiarezza e trasparenza.
 
Clicca qui un commento inviatoci da un cittadino di Novi Ligure.
 
Il Comune di Cassano Spinola ha pubblicato le più recenti analisi effettuate sull’acquedotto al fine di monitorare le sostanze PFAS:

Prima la pace.

Possibile devolvere a SMIPS una donazione liberale, detraibile dalle tasse, con bonifico all’IBAN di SMIPS: IT 77 D0306909 6061 0000 0183 762

Ø PREMESSE E SCOPI DI S.M.I.P.S: “Seminare dubbi, non raccogliere certezze” è la base di S.M.I.P.S. nel promuovere il Diritto alla salute, non solo come assenza di malattia ma come pieno benessere e bene comune. Le Istituzioni Politiche e Sanitarie sono incentrate in attività diagnostico-terapeutiche mentre vengono trascurati progresso culturale, socioeconomico-ambientale e stili di vita per contrastare le profonde radici delle incalzanti malattie cronico-degenerative ed acute spesso evitabili (prevenzione primaria: 80%, OMS) e prevenibili (prevenzione secondaria): neoplasie, affezioni cardiocircolatorie e respiratorie, obesità, cirrosi, patologie infettive, autoimmuni e psico-fisiche, ecc. Il solo sviluppo tecno-tecnologico-tecnocratico porta a considerare la malattia un evento fatale come la forza di gravità, le maree e i movimenti tellurici, estranea all’organizzazione e alla qualità della vita quotidiana. Su questa via si configura un involontario suggerimento: benessere e salute si conquistano solamente con modifiche da apportare al corpo da riordinare con alte tecnologie e terapie sofisticate.

Rosso verde bianco e nero., colori della resistenza.

L’anguria è il simbolo della causa palestinese perché il suo interno rosso, la buccia verde, la scorza bianca e i semi neri hanno gli stessi colori della bandiera palestinese. Il frutto è diventato un’icona di identità e resistenza negli anni ’80, quando Israele ha vietato l’esposizione della bandiera. Oggi viene anche usata online per evitare la censura.

Origini storiche. Dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967, Israele ha vietato l’uso e l’esposizione della bandiera palestinese a Gaza e in Cisgiordania. L’aneddoto di Ramallah: nel 1980, in una galleria d’arte, un ufficiale israeliano ha detto ad alcuni artisti che dipingere i colori della bandiera era un reato. Quando un pittore ha chiesto se avrebbero sequestrato anche un’anguria con quei colori, il militare ha risposto di sì. Da quel momento, le fette di anguria e le immagini del frutto sono diventate un modo pacifico per aggirare il divieto.

Campagna contro la vivisezione.

La vivisezione è una pratica di sperimentazione animale che coinvolge milioni di esseri viventi, ogni anno vengono sottoposti circa 300 milioni di animali. Molte scoperte scientifiche vengono ingiustamente attribuite alla vivisezione. Promuovere la ricerca senza animali è una priorità per garantire la protezione degli animali e lo sviluppo di tecniche più affidabili e sostenibili. Le campagne contro la vivisezione e la sperimentazione animale in Italia sono promosse da principali associazioni come la LAV (Lega Anti Vivisezione) e l’OIPA (Organizzazione Internazionale Protezione Animali), con l’obiettivo di abolire i test sui laboratori, promuovere metodi di ricerca alternativi cruelty-free e destinare fondi pubblici alla scienza senza animali. Gli obiettivi sono bloccare le autorizzazioni agli esperimenti su specie d’affezione (come i cani beagle) e primati, sostituire la didattica e la ricerca clinica con modelli computazionali, colture cellulari e organi in vitro, chiedere lo storno di fondi statali verso la ricerca scientifica priva di sfruttamento animale, scegliere prodotti e cosmetici certificati cruelty-free.

Ma c’è una alternativa alla violenza?

La violenza non è indispensabile per garantire la libertà? combattere l’oppressione? non restare inerti? non rassegnarsi all’impotenza? I fini giustificano i mezzi. La giustizia senza la forza è paralizzata. Esiste una alternativa alla violenza? Può essere realisticamente la Nonviolenza? Con quale mezzi?
 
Clicca qui Jean-Marie Muller: Principi dell’azione nonviolentacapitolo quinto. 

Lorenzo.

La newsletter di Lorenzo: lorenzo@conques.it

Festa nazionale – Programma completo

E’ qui la Festa…

Dal 26 al 30 Agosto, vi aspettiamo a Limena (Padova). Adelante!

Diario da Cuba (parte 3)

Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro

Gli USA impongono nuove sanzioni alla CPI per bloccare le indagini su Israele

Palestina, una storia di mappe

Il socialismo dem vince anche in Florida

Insegnanti: in pensione a 60 anni?

L’intelligenza artificiale e l’apprendista stregone

Il chicco che ha plasmato il mondo

I tumori di origine occupazionale.

I cancerogeni come l’amianto e i pfas. Le stragi dolose delle multinazionali chimiche favorite dalla complicità delle leggi e dei politici. Stragi silenziose che restano impunite o minimamente indennizzate dalla magistratura. Anzi, è in corso, anche grazie ad una informazione ammaestrata, il tentativo di delegittimare gli scienziati che stanno dimostrando il criminale esercizio del capitalismo senza limiti negli ambienti di lavoro e di vita.
 
Clicca qui un articolo di Riccardo Falcetta, medico del lavoro.

Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza.

Decine di migliaia di adesioni alla proposta lanciata dal filosofo Eugenio Mazzarella e rilanciata da Avvenire. Un riconoscimento per tutta l’infanzia in guerra:
“Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi
Dare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza, uccisi perché non l’hanno avuta la pace, e che stanno ancora morendo perché la pace promessa non è arrivata, «è un atto di verità e di giustizia». Lo ha detto bene ad Avvenire padre Ibrahim Faltas, frate francescano direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa, ed ha colto benissimo il senso della proposta: «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».
 
Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Il premio per la Pace che non hanno avuto, per la mancanza di pace di cui sono morti, è un premio all’infanzia in tutte le guerre, ai bambini ridotti all’oscenità, con le loro madri, della categoria – l’ipocrisia della lingua di chi li uccide – dei “danni collaterali”.
 
La lingua ne uccide più della spada. È vero. E mai come oggi lo vediamo nel mare di menzogne in cui anneghiamo, in cui si inabissa l’etica, la politica, il diritto internazionale. Una menzogna che ci prende alla gola. Ma se è vero questo, è vero anche che la lingua può salvarne più della spada, se è parola di pace. E questa parola dobbiamo dirla. Perché è parola “non uccidere”, è parola la pace, il “patto”, il com-promesso che la sa promettere insieme ai propri popoli, è parola quella della diplomazia che le guerre le evita o le chiude. Diamo parola ad Oslo, alla pace nella memoria dei bambini cui è stata negata e che nella pace negata hanno perso la vita. E diamo parola ad Oslo alla nostra coscienza, denunciando noi stessi, l’omertà delle nostre omissioni di pace, di dialogo, di fraternità. Non c’è niente che somigli ad un uomo, all’uomo migliore che possiamo essere, che un bambino.
 
Fatelo vivere quel bambino, fateli vivere i bambini. Il Maestro della civilizzazione cristiano-europea i bambini li benediceva, nonostante i consigli ciechi dei suoi stessi discepoli, che volevano allontanarli, perché fastidiosi, dalla sua vista. Imponeva loro le mani e chiedeva che li si lasciasse venire a Lui, «perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 19,13-15). Non faceva altro che riprendere al dettaglio della necessità di ogni giorno, il Salmo 8, dove la gloria del Signore, la sua forza contro i suoi nemici, gli odi e l’assassinio che ne viene, sale a Lui e si afferma «dalla bocca dei bimbi e dei lattanti». Chi salva un bambino, salva il seme degli uomini. Lo si dica ad Oslo, diamo giustizia e verità ai nostri figli. Siamo stanchi di vedere in braccio a troppe madri sudari bianchi che sono fagotti con dentro, lavati del loro sangue, i loro bambini, piccoli sudari bianchi per nascondere a Dio cui li presentano la vergogna del sangue versato”.
Critiche alla proposta dalla Comunità ebraica: clicca qui.

Equidistanza di destra.

Il governo italiano guidato da Giorgia Meloni non ha aderito né risposto formalmente all’appello pubblico lanciato dal quotidiano Avvenire e da diverse personalità per candidare i bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace.
Evidentemente, resta ferma la possibilità per l’Italia di candidare formalmente Donald Trump al Premio Nobel per la pace, come dichiarato da Meloni durante la conferenza stampa al termine del +vertice con il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
 
Va da sé che Itamar Ben-Gvir, ministro fascista della sicurezza nazionale di Israele, non è d’accordo sul Nobel per bambini di Gaza, anche per quali auspica “Si debbano effettuare omicidi mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere, non dovrebbero vivere, non sono nemmeno persone“. Infatti, ha mostrato il video di un centro per le esecuzioni con forca per l’impiccagione e le cabine di osservazione per i familiari.

Sarebbe “comunista” la patrimoniale che approverebbe anche Keynes?

La CGIL, guidata da Maurizio Landini, propone un “contributo di solidarietà” del 1,3% esclusivamente sui grandi patrimoni netti superiori a 2 milioni di euro. La misura toccherebbe circa 500.000 contribuenti (l’1% più ricco) e punta a raccogliere circa 26 miliardi di euro l’anno.
Il ricavato della tassa viene indicato dal sindacato come risorsa necessaria per:
 
  • Finanziamento e rilancio del Servizio Sanitario Nazionale (riduzione liste d’attesa e potenziamento territoriale).
  • Investimenti in scuola, istruzione e politiche per la casa.
  • Sostegno alla non autosufficienza e riduzione delle disuguaglianze sociali, alleggerendo il carico fiscale su lavoratori dipendenti e pensionati.
I partiti di governo, Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, bocciano fermamente la misura. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i leader della maggioranza hanno escluso in modo categorico l’introduzione di qualsiasi tassa patrimoniale durante il loro mandato.  Perché?
I partiti di opposizione rispondono in ordine sparso, anzi disperso in un campo che largo non è. Perché?
 
Perché? Se è vero che l’1% degli italiani più ricchi paga, in proporzione, meno tasse del restante 99% dei contribuenti. Perché? Se è vero che il 50% meno ricco degli italiani maggiorenni detiene meno del 17% del reddito nazionale e vive con meno di 13 mila euro all’anno, mentre lo 0,1% più ricco del Paese (50 mila italiani) detiene il 4,5% del reddito nazionale, con entrate medie superiori a un milione di euro annui. Perché? Se è vero che gli stipendi degli italiani sono tra i più bassi d’Europa e, negli ultimi tre anni, hanno subito una riduzione del potere d’acquisto del 7,8%. Perché? Se è vero che 5,7 milioni di persone sono entrate nella fascia di povertà assoluta e non hanno accesso alle cure sanitarie pubbliche. Perché? Mentre sono 79 i supermiliardari in Italia che, da soli, possiedono un patrimonio di 357 miliardi di euro.
 
Non basta a questi signori la Classifica di Ferragosto elaborata da Milano Finanza, che fotografa i patrimoni azionari?

Il rischio di esposizioni croniche vicino agli impianti nucleari.

La relazione tra esposizione alle radiazioni ionizzanti e tumore della tiroide è sostenuta da solide evidenze scientifiche: studi rilevanti sulle popolazioni esposte dopo l’incidente di Chernobyl. Rimangono margini di incertezza sulla precisa entità del rischio associato alle basse dosi e alla residenza nelle vicinanze delle centrali nucleari. A richiamare l’attenzione sul tema è Fabrizio Bianchi, epidemiologo ambientale, membro del Comitato scientifico di ISDE Italia (clicca qui).
 
Le popolazioni residenti intorno agli impianti nucleari sono oggetto di particolare attenzione epidemiologica perché possono essere esposte, per periodi prolungati, alle basse dosi associate alle emissioni prodotte durante il normale funzionamento. Si tratta di livelli molto inferiori ai limiti normativi e alle esposizioni registrate tra i lavoratori del comparto nucleare. Ciò non elimina, tuttavia, la necessità di studiarne gli effetti a lungo termine, considerando che le radiazioni ionizzanti sono classificate dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro AIRC come cancerogene per l’essere umano.

Piana di Marengo maledetta: tra nucleare e chimica.

Il deposito nucleare di Bosco Marengo (AL) resta sempre un protagonista del dossier “Storia antinucleare” ***. Infatti, nell’area dell’ex Fabbricazioni nucleari (FN) sono sempre lì 640 metri cubi di rifiuti radioattivi che attendono di essere trasferiti nel fantomatico deposito nazionale ultrasicuro. Fino alla fine degli Anni 80, FN produceva combustibile per le centrali nucleari e nel 2022 è stata il primo sito nucleare in Italia a essere smantellato dalla Sogin, società pubblica incaricata del decommissioning di tutte le centrali e gli impianti italiani, cioè le quattro centrali nucleari di Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano (Caserta), oltre ad altri impianti legati al ciclo del combustibile: Eurex di Saluggia (Vercelli), Opec e Ipu di Casaccia (Roma) e Itrec di Rotondella (Matera).
Bosco Marengo attende da allora di passare dallo stato di “brown field”, cioè di «campo marrone», allo stato di «green field» “prato verde”, ossia in una condizione finalmente priva di rischi e vincoli radiologici. Smantellata “brown field”, Bosco attualmente è invece nello stallo della sistemazione finale delle materie nucleari, di adeguamento di alcuni locali a deposito di materiali provenienti dalle operazioni di smantellamento da caratterizzare o rilasciare, di completamento delle operazioni di bonifica e recupero dei materiali antropici (legno, plastiche, rottami vari) rinvenuti negli anni scorsi presso la cosiddetta “area di rispetto” del sito. Si tratta materiali interrati scoperti nel 2014 all’interno dell’area ma successivamente nella profondità del terreno dove sono stati occultati i rifiuti era stata registrata radioattività poiché c’erano anche quelli radioattivi.
Riguardo alla bonifica e al recupero dei materiali nel corso del 2025 sono state allontanate circa 200 tonnellate di materiali privi di vincoli radiologici, mentre a inizio 2026 è stata completata la caratterizzazione radiologica di circa 9 mila metri cubi di terre e rocce da scavo, attualmente in corso di reinterro.
Nell’alessandrino, la piana di Marengo (la Fraschetta) ha portato fortuna a Napoleone (con la battaglia del giugno 1800) ma altrimenti è maledetta: il nucleare della FN di Bosco Marengo a fianco della chimica Solvay di Spinetta Marengo. Appresso, a Tortona, c’è sempre il deposito Campoverde con oltre 300 metri cubi di rifiuti radioattivi frutto dell’attività della Controlsonic, azienda che si occupava dello stoccaggio di materiale di scarto di esami ospedalieri, fallita negli Anni Novanta.
 
***  “Storia antinucleare”, il dossier di Lino Balza, racconta la storia che va da Bosco Marengo ai ricorsi a TAR del Piemonte e Consiglio di Stato; dal Forum nazionale dei Movimenti Antinucleari al Referendum 2011 che perseguì la fuoriuscita definitiva dal nucleare civile; dal dopo Referendum ai governi “verde-giallo-rossi” e “policromo”, e infine di destra, fino all’odierno rilancio del “nuovo nucleare” e alla ir-risoluzione del deposito nazionale. Oltre quaranta anni di lotte, l’epopea della mobilitazione popolare che contrasta ancora oggi il nucleare civile e, insieme, quello militare.  
 “Storia nucleare” è disponibile a chi ne fa richiesta: tratta in breve da stralci dei libri “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione – Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia) e “L’avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza”, nonché dalle centinaia di articoli del Sito “Rete Ambientalista Movimenti di lotta per la salute, l’ambiente, la pace e la nonviolenza” gestito dal “Movimento di lotta per la salute Giulio A. Maccacaro”.

Ambientenonsolo.

Testata giornalistica digitale indipendente su ambiente, emergenza climatica, sviluppo sostenibile, mobilità, comunicazione e non solo.

ULTIME PRESENTAZIONI E VIDEO PUBBLICATI

  • Inquinamento atmosferico ed emergenza climatica
  • Impatti ambientali sulla salute umana all’epoca della grande accelerazione
  • Inquinamento atmosferico: la raccolta dei dati in relazione ai nuovi limiti europei
  • Diffondere conoscenza ambientale: l’esperienza di Ambientnonsolo
  • Presentazione del rapporto Mobilitaria 2024
  • Mobilità elettrica urbana: una giusta transizione
  • Comunicazione media e sostenibilità
  • L’eccessivo inquinamento dell’aria nelle città
  • Osservatorio della Mobilità Urbana Sostenibile

Solo il papa insiste: due popoli due stati.

Mentre gran parte dell’attenzione mondiale è concentrata sul conflitto in corso tra Israele e la Striscia di Gaza (e Libano) e sullo scontro senza precedenti con l’Iran, il governo di destra israeliano sta intensificando la sua campagna, che dura ormai da mezzo secolo, volta a conquistare completamente la Cisgiordania, scatenando bande di milizie di coloni (500mila), protette dall’esercito, per aggredire i residenti palestinesi (3,4 milioni), distruggere le loro case e i loro mezzi di sussistenza, limitare la loro libertà di movimento in tutto il territorio occupato, deportarli. L’obiettivo è quello di eliminare rapidamente le condizioni necessarie alla creazione di uno Stato palestinese (in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza) accanto a Israele, una soluzione proposta per porre fine a un secolo di conflitto israelo-palestinese, cioè la cosiddetta soluzione dei due Stati, soluzione che, peraltro, non è stata mai a cuore di nessuno e ora neppure strategicamente dell’Iran.
 
Clicca qui Daniel Williams* *Ex corrispondente estero per il *Washington Post*, il *Los Angeles Times* e il *Miami Herald* ed ex ricercatore per *Human Rights Watch*.

Pfas: la più grave emergenza sanitaria. 

Il nostro Sito www.rete-ambientalista.it potrebbe considerarsi saturo di articoli (verso i duemila) dappoiché avviammo quasi 40 anni fa la campagna per la messa al bando dei Pfas. Invece, non può ridimensionarsi in quanto sempre più affluiscono comunicazioni riguardanti una tragedia sanitaria ormai finalmente considerata di dimensione planetaria. Al punto che il nostro Dossier “Pfas. Basta!” è già al quarto volume.

Aggiorniamo dunque il Sito, come di seguito. Fermo restando che la premessa in Italia è sempre la stessa: LA VERA SOLUZIONE E’ ELIMINARE I PFAS ALLA FONTE, CHIUDERE LE PRODUZIONI SOLVAY DI ALESSANDRIA (come e quando: affronteremo successivamente la questione con un ampio servizio). Secondo l’inchiesta di “The forever pollution project” più di 17.000 siti in tutta Europa sono contaminati dai PFAS. In Italia sono stati trovati in tutte le Regioni, beninteso: in tutte le Regioni dove sono stati cercati, come abbiamo

pubblicato in decine di articoli. Aggiorniamo aggiungendo le autobotti di emergenza nel bergamasco (1), i Pfas nelle acque del Ticino (2), i pozzi chiusi nel pordenonese (3), nel trentino, (4), nel vicentino (5).

Aggiorniamo l’allarme sanitario per i Pfas che ormai non risparmia nessun alimento neppure garantito dalle grandi marche commerciali (6). La terribile evidenza delle mamme che trasmettono ai figli i Pfas in gravidanza e nell’allattamento (7), nelle diete ai neonati (8).  Mamme che non azzardano ai figli un uovo alla coque (9). Neanche un frutto, men che mai le golose fragole (in yogurt, succhi, merendine e gelati): con le più alte proprietà di interferenza endocrina, su sviluppo del feto e sviluppo cerebrale, sull’insorgenza di malattie croniche, tra cui l’infertilità e le tiroiditi (10). Stante che le autorità arrivano a vietare la vendita di pesci, carni bovine, suini, pollame, uova, latte vaccino (11). Ammesso che le mamme si siano fidate ad usare la carta da forno (12).

Questi allarmi ormai non risparmiano nessun territorio italiano. Oltre al caso più famoso dei 350mila veneti contaminati per l’eredità della Miteni di Trissino. Non solo una eredità ma, addirittura, dopo la chiusura della Miteni, oggi sarebbero inceneriti in Veneto i rifiuti della Solvay (13).

E attualmente è proprio Alessandria il punto nevralgico nazionale, perché a Spinetta Marengo la Solvay Syensqo è l’unica produttrice italiana dei brevetti Pfas. Non accenna a chiuderli.  La multinazionale belga gode della protezione delle Istituzioni. Al punto che, per non allarmare, hanno perfino omesso la mappatura dei pozzi privati utilizzati a scopo potabile nella zona di Alessandria, che poi le analisi dei privati con clamore

denunciamo essere pesantemente inquinati dai Pfas (14).

Qualche sindaco in provincia si muove in autonomia, come a Castelletto d’Orba, ed è costretto a chiudere storiche fonti nel commercio di acque minerali (15). Il sindaco di Montecastello ha ordinato la chiusura dell’acquedotto già nel 2020. Mentre quello di Novi Ligure, come il suo compagno di Alessandria, cerca di far finta di niente per l’interrotta fornitura idrica di Novi Ligure, Pozzolo Formigaro e Serravalle Scrivia (16 ).

Se i monitoraggi degli enti pubblici sono da sempre assenteisti, stanno venendo a mancare attorno al sito chimico di Spinetta perfino le tradizionali sentinelle ecologiche: i ricci. L’inquinamento ha sopraffatto questi bioindicatori” naturali, capaci di raccontare attraverso il loro corpo le condizioni di salute dell’ecosistema alessandrino offrendo un campanello d’allarme diretto sui rischi per la salute umana (17).

Fortunatamente, qualcosa ad Alessandria in ambito ospedaliero si muove: con il nuovo progetto di ricerca dell’IRCCS dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria in merito al legame tra microbiota intestinale e adenocarcinoma del colon e l’esposizione dei Pfas di Solvay (18).

Per il resto, abbiamo sindaci che, in un quadro di disastro ambientale e sanitario senza paragoni, nelle loro vesti di massima autorità sanitaria locale potrebbero bloccare Solvay e invece miseramente patteggiano l’abbandono dal processo che vedeva il Comune quale parte civile: in pratica assolvendo la multinazionale belga, rinunciando a chiedere giustizia, finalmente giustizia, contro chi sta ammalando e uccidendo lavoratori e cittadini senza neppure risarcirli (19). Con i sindaci abbiamo sindacati e istituzioni che sapevano che per

primi i lavoratori della Solvay di Spinetta Marengo erano usati come cavie umane (20).  

TUTTI SAPEVANO/SANNO CHE LA VERA SOLUZIONE E’ ELIMINARE I PFAS ALLA FONTE, CHIUDERE LE PRODUZIONI SOLVAY DI ALESSANDRIA)

  1. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/autobotti-anti-pfas-a-bergamo/
  2. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-anche-a-pavia-nelle-acque-del-ticino/
  3. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/emergenza-pfas-nel-pordenonese/
  4. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfos-nel-trentino/
  5. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/nel-vicentino-superati-di-tre-volte-i-limiti/
  6. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/tfa-ovunque-pane-pasta-latte-ortaggi-frutta-acque-minerali-vino/
  7. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-nel-latte-materno/
  8. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-pediatri-pfas-negli-alimenti-bimbi-a-rischio/
  9. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/con-un-uovo-al-giorno-non-ti-togli-piu-il-medico-di-torno/
  10. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/fragole-il-frutto-piu-contaminato-dai-pfas/
  11. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/in-veneto-stop-a-vendite-di-carne-con-pfas/
  12. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/nel-dubbio-non-usare-carta-da-forno/
  13. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/probabile-lincenerimento-in-veneto-dei-pfas-c6o4-della-solvay/
  14. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/quanti-alessandrini-stanno-usando-i-pozzi-inquinati-il-sindaco-sotto-accusa/
  15. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-pfas-chiudono-le-fonti-di-castelletto-dorba/
  16. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-da-diluire-nella-rete-idrica-di-novi-ligure-pozzolo-formigaro-serravalle-scrivia/
  17. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/sempre-meno-le-sentinelle-attorno-alla-solvay/
  18. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-e-tumori-al-colon-retto-in-alessandria/
  19. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/chi-inquina-compra-limmagine-ma-non-paga-per-la-salute-delle-popolazioni/
  20. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-lavoratori-usati-come-cavie-umane-per-i-pfas/

Autobotti anti Pfas a Bergamo.

Entra in vigore la nuova legge che restringe i limiti per la presenza dei Pfas nell’acqua potabile (Pfoa, Pfos, Pfna e Pfhxs a 20 nanogrammi per litro, 100 nanogrammi al litro per la quantità totale di tutti i Pfas) e quattro Comuni bergamaschi, Credaro, Brembate Sopra, Castelli Calepio e Cologno, si ritrovano fuori norma.
 
Uniacque, che gestisce il servizio idrico, e le quattro amministrazioni stanno predisponendo piani d’intervento d’urgenza, installazione di filtri, che, nella migliore delle ipotesi, richiederanno diversi mesi. Le analisi sulla falda diranno se nel frattempo ci sarà la necessità di rifornire i residenti di acqua potabile con sacchetti e autobotti.

Pfas anche a Pavia nelle acque del Ticino.

Uno studio effettuato dal Cemav, Centro di Monitoraggio della roggia Vernavola, ha evidenziato, concentrazioni fognarie (fino a 6 nanogrammi per litro) superiori ai limiti di legge di Pfos (0,65) nella roggia, e da qui nel Ticino che lungo 15 chilometri attraversa Pavia e un parco di 35 ettari.
 
Il Ticino è malato, anche per la presenza di glifosato, in una situazione regionale dei corpi idrici che, stando ad Arpa Lombardia, è fortemente compromessa: solo il 38 per cento dei fiumi e il 51 per cento dei laghi raggiunge infatti lo Stato Ecologico “buono” richiesto dalla Direttiva Acque. Si pensi che la Regione ha bocciato una mozione per la messa al bando dei Pfas, a dimostrazione della mancanza di attenzione al tema inquinanti.

Emergenza Pfas nel Pordenonese.

Nei Comuni di Aviano, Fontanafredda, Porcia e Roveredo in Piano, scatta lo stop all’uso dell’acqua dei pozzi artesiani privati. I sindaci dei quattro comuni hanno firmato congiuntamente un avviso nel quale invitano i proprietari e utilizzatori dei pozzi situati in specifiche aree del territorio indicate in mappe consultabili anche presso gli uffici comunali, a sospendere temporaneamente a scopo precauzionale l’utilizzo dell’acqua emunta dai pozzi per uso potabile umano e animale.
 
Per i più fragili è previsto inoltre un servizio di consegna d’acqua a domicilio con i volontari di protezione civile.
L’avviso è stato emesso in seguito ai monitoraggi di ARPA FVG e dell’Azienda Sanitaria che hanno rilevato la presenza di sostanze chimiche PFAS nelle falde superano fino a 20 volte i nuovi limiti di legge entrati in vigore il 13 luglio. Le autorità stimano che l’acqua potrebbe restare inquinata per decenni.
In particolare, sono stati individuati Pfos da schiume estinguenti usate in ambito aeronautico e Pfoa legati a percolati di discarica, ovvero liquidi che si formano quando l’acqua piovana si infiltra tra i rifiuti o quando i rifiuti stessi si decompongono.
 
Anche i sindaci di Pordenone, Cordenons e Sacile hanno richiesto verifiche e controlli cautelativi per monitorare lo stato delle falde cittadine.

Pfos nel trentino.

Il primo pozzo saltato alla ribalta dopo l’inizio dei nuovi controlli è quello di Storo, un piccolo comune nella Provincia Autonoma di Trento, dove già nel 2024 l’Agenzia Ambientale locale aveva rilevato la presenza di PFOS negli acquedotti, in particolare nella zona del Ponte dei Tedeschi, Località Piana De Rode (pozzo Gaggio) e Ponte dei Tedeschi, legati in parte ad aree industriali locali come le ex Fonderie Trentine.
 
Il pozzo, dove sono stati registrati livelli di PFOS fino a 30 nanogrammi per litro (il limite ora è fissato a 20), nelle scorse settimane è stato scollegato ma non chiuso definitivamente: potrebbe infatti essere necessario in caso di emergenza idrica. Il sindaco nel frattempo ha annunciato un possibile biomonitoraggio della popolazione per verificare tramite analisi l’eventuale accumulo di PFAS.

Nel vicentino superati di tre volte i limiti.

I controlli effettuati da Viacqua su 17 pozzi privati tra Sandrigo e Bressanvido hanno rilevato concentrazioni di PFAS superiori ai nuovi limiti di legge in 9 casi. In media, i valori riscontrati risultano circa 3 volte oltre la soglia entrata in vigore il 13 luglio 2026.
 
Le verifiche sono state avviate dopo la rilevazione di PFAS in alcuni punti di prelievo nei Comuni di Pianezze e Schiavon, serviti dal gestore Etra e situati a nord dell’area interessata.

TFA ovunque, pane, pasta, latte, ortaggi, frutta, acque minerali, vino.

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha annunciato che la dose giornaliera tollerabile di TFA sarà ridotta da 0,05 milligrammi per chilo di peso corporeo al giorno a 0,014 milligrammi. Il TFA, classificato, è uno dei PFAS più diffusi nell’ambiente, presente nelle falde acquifere e superficiali, nelle precipitazioni, nell’acqua potabile e nelle acque minerali, oltre che in cereali, latte, ortaggi, frutta e vino.
 
Può derivare dalla degradazione di alcuni pesticidi PFAS, ma anche da gas refrigeranti, aerosol e altre sostanze impiegate nell’industria chimica. L’elevata persistenza e mobilità ambientale ne favoriscono l’accumulo nel ciclo dell’acqua e nelle colture agricole, rendendone particolarmente difficile il controllo della diffusione nella catena alimentare. Gli studi hanno evidenziato che modifica i livelli di tiroxina, un ormone prodotto dalla tiroide, gli effetti sullo sviluppo fetale negli animali, tra cui malformazioni, alterazioni del sistema immunitario e della tiroide e possibili effetti sulla fertilità.
 
La presenza del TFA non riguarda solo fiumi, falde acquifere e terreni agricoli. E’ presente ovunque negli alimenti. Secondo i recenti rapporti di PAN Europe, si concentra soprattutto nei cereali e derivati (pane, pasta, cereali da colazione) a causa dell’uso di pesticidi PFAS in agricoltura. Negli ultimi anni la sostanza è stata rilevata anche in diverse note acque minerali commercializzate in Italia (Acqua Panna, Levissima, Maniva, Esselunga Ulmeta e Saguaro Lidl ecc.). Diverse indagini di laboratorio e rapporti ambientalisti condotti in Italia hanno rilevato la presenza di TFA nei vini pregiati (Prosecco, Mionetto, Cinzano, Martini, Bolla, Bortolomiol, Villa Sandi, Valdo, Astoria e Carpenè Malvolti ecc.). Il test svizzero lo ha trovato in tutte le bottiglie di latte confezionato, anche nel bio.

Pfas nel latte materno.

Le mamme assumono Pfas attraverso il  cibo e l’acqua potabile, ma anche respirando prodotti impermeabilizzanti e applicando cosmetici sulla pelle. I figli allattati assumono i Pfas. Le donne che allattano non possono fare nulla per ridurre i PFAS nel proprio latte.  È quanto emerge da un ampio studio condotto dall’Istituto Nazionale per la  Salute Pubblica e l’Ambiente (RIVM) su oltre 1.600 donne nei Paesi Bassi.
 
I Pfas vengono impiegati in moltissimi prodotti per renderli idrorepellenti, come i tessuti, i cosmetici e molti prodotti medici. Sono presenti anche nei pesticidi utilizzati in agricoltura. Poiché i PFAS non si degradano, sono ormai onnipresenti nell’ambiente. Si accumulano nella catena alimentare e danneggiano il sistema immunitario e sono anche cancerogeni. 

I pediatri: «Pfas negli alimenti, bimbi a rischio».

Negli alimenti di origine animale basta una dieta minima per superare i limiti Efsa (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) sui Pfas. Un bambino di 1 o 2 anni può superare i limiti con pochi alimenti. Se un bimbo di 1 o 2 anni, di peso medio, consuma settimanalmente anche solo mezzo litro di latte, due porzioni da 50 grammi di carne bovina e due uova, supera la dose settimanale tollerabile di 4,4 nanogrammi per chilo, con il solo Pfos.
 
I bambini e gli adolescenti mostrano concentrazioni ematiche superiori rispetto agli adulti a parità di esposizione ambientale, a causa del rapporto peso/assunzione.
Rischi principali nei bambini: riduzione della produzione di anticorpi e minore efficacia delle vaccinazioni, innalzamento dei livelli di colesterolo nel sangue (ipercolesterolemia), alterazione dello sviluppo ormonale e neurocomportamentale.
Dopo uno studio, la Regione Veneto ha deciso di ritirare dal mercato alcuni prodotti.

Con un uovo al giorno non ti togli più il medico di torno.

Le uova che provengono da un gruppo di animali da cortile allevato da una famiglia alla periferia Ovest di Vicenza presentano concentrazioni di Pfas in concentrazioni di dieci volte superiori a quelle previste dagli standard di sicurezza.
 
La misurazione «monstre» pari a oltre 13mila nanogrammi su kilo è stata riscontrata in un allevamento a conduzione familiare in zona Carpaneda nel capoluogo berico.
Frattanto i Comuni di Pianezze e Nove hanno invitato la cittadinanza ad effettuare controlli sui pozzi privati con una attenzione specifica all’uso idropotabile, con l’obiettivo di cercare contaminazione da Pfas.

Fragole il frutto più contaminato dai Pfas.

Le fragole fanno bene alla salute. O almeno dovrebbero. Sono ricche di vitamina C, antiossidanti e altri nutrienti preziosi, soprattutto per i bambini. Eppure, dalle analisi di laboratorio risultano da anni preoccupazioni. 
Un gruppo di 58 associazioni europee, coordinate dall’organizzazione scientifica Pesticide Action Network Europe (PAN), ha analizzato 41 campioni di fragole prodotte in 11 Paesi UE. In 3 campioni italiani su 5 erano presenti pesticidi (fludioxonil e cyprodinil) appartenenti alla famiglia dei PFAS che si degradano formando acido trifluoroacetico TFA. (Il TFA è stato recentemente classificato dall’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche ECHA come tossico per la riproduzione di categoria 1B, ossia una sostanza che può compromettere lo sviluppo del feto). 2 campioni italiani su 5 contengono almeno un pesticida neurotossico, pericoloso soprattutto per i potenziali effetti sullo sviluppo neurologico delle api e sospettato di avere effetti sullo sviluppo neurologico di feti e bambini.
 
Motivo di forte preoccupazione è che nella UE addirittura non esiste una valutazione del rischio derivante dall’esposizione cumulativa e dagli effetti sinergici dei cosiddetti “cocktail di pesticidi”. Non esiste in quanto è tecnicamente e scientificamente impossibile calcolare delle soglie di sicurezza e di tossicità quando si mettono in combinazione più sostanze tossiche tra loro che interagiscono nell’organismo: interazione stessa ne crea delle ulteriori nell’organismo umano, che possono essere ignote e imponderabili. L’unica via sicura è sempre e solo quella di non utilizzare nessuna di queste sostanze nelle coltivazioni e sostituirle con altre innocue o con pesticidi naturali. Ma non si fa perché ciò ridurrebbe dei business economici enormi come quelli della produzione e vendita dei pesticidi, fertilizzanti chimici, ormoni della crescita delle piante ecc. Pertanto, i decisori politici europei sono evidentemente ancora in balìa delle pressioni delle potenti multinazionali dell’agrofarmaco e delle industrie chimiche produttive.
In conclusione, le produzioni biologiche sono quelle che ci garantiscono… insieme alle coltivazioni domestiche e di contadini di fiducia.

In Veneto stop a vendite di carne con Pfas.

A 15 anni dall’emergenza Pfas della Miteni di Trissino, scoperta dal CNR ed elusa dall’inazione delle autorità del Veneto, ovvero a 8 anni dalla chiusura dello stabilimento, la Regione Veneto e l’Istituto Superiore di Sanità, con la collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, di Arpa Veneto e delle Aziende Ullss, hanno definito il rapporto (il secondo dopo quello del 2016) sulla presenza di Pfas nei prodotti di origine animale.
 
Lo studio ha fornito dati sui livelli di presenza di quattordici PFAS (PFOA, PFOS, GenX cC6O4 ecc.) in otto matrici (muscolo e fegato di bovini, suini, pollame, uova, latte vaccino) e nell’acqua di abbeveraggio di ciascuna azienda studiata. Ancora oggi, 8 aziende superano i limiti per PFOA o PFOS in muscolo bovino, fegato bovino o fegato suino; sono aziende distribuite in massima parte nelle zone ad alta e media intensità. Con ritardi di anni, dunque, in queste aziende sono state adottate misure di intervento al fine di evitare la messa in commercio dei prodotti, ed è stato avviato un monitoraggio costante atto a garantire il progressivo rientro nei limiti di legge.
 
Permane, dunque, come già individuato nel precedente piano, la correlazione fra contaminazione degli alimenti e contaminazione dell’acqua di abbeveraggio, in particolare per quanto riguarda la presenza di PFOS legata all’impiego di acqua di pozzo non filtrata. In ritardo di dieci anni, le autorità competenti hanno disposto il blocco ufficiale e vietato il commercio degli alimenti prodotti; le aziende sono state sottoposte a prescrizioni quali l’allacciamento all’acquedotto per l’acqua di abbeveraggio, e a successivo follow-up, fino al raggiungimento di valori entro i limiti di legge, sia dell’acqua che dei prodotti.
 
Il completamento del Piano con i dati provenienti dalle filiere vegetali in fase di analisi di laboratorio consentirà, afferma la Regione, di elaborare un quadro complessivo più leggibile, anche in riferimento alle ricadute di sanità pubblica, nonché sulla salute animale e sull’ambiente. Quanti altri dieci anni dovremo attendere per pesce, vino, vegetali? Non dimentichiamo che nel frattempo continua a essere in vigore il divieto di consumo del pescato proveniente dai corsi d’acqua della zona rossa.

Nel dubbio: non usare carta da forno.

La carta da forno può essere prodotta senza Pfas o almeno con livelli minimi? La risposta è affermativa. Lo dimostra una serie di test de Il Salvagente. Non sono presenti Pfas nei campioni Carrefour e Domopak bensì nei marchi venduti nei principali supermercati italiani, tra cui Cuki, Lidl, Eurospin, Coop, Esselunga, Conad, Selex ed Ecor. Ma tutti nelle soglie dei limiti europei. Non è invece valutabile la quantità di Pfas che dalla carta migra agli alimenti durante la cottura temperature superiori ai 200 gradi o a contatto con alimenti grassi.
 
Ulteriore problema è che la carta da forno viene utilizzata per pochi minuti e poi gettata, spesso tra i rifiuti indifferenziati o nell’organico. I composti fluorurati a quel punto possono raggiungere discariche, inceneritori, compost, suolo e falde, continuando a circolare nell’ambiente per tempi eterni.
Le alternative alle carte da forno: tappetini in silicone; burro e farina: ideali per i dolci; olio e pangrattato o farina: ottimi per torte salate o pizze, usando olio di oliva o di semi; carta di alluminio: per cotture brevi, ma senza cibi acidi come il limone o il pomodoro.

Probabile l’incenerimento in Veneto dei pfas C6O4 della Solvay.

La rete ambientalista Zero Pfas ha diffuso dati relativi alla presenza dei Pfas in relazione allo stato dei fanghi trattati dallo stabilimento Chemviron, ditta che «lava» gli acquedotti e i depuratori del Veneto contaminato da Pfas. Sulla base del referto certificato da una società autorizzata, ossia la Accredia, per quanto riguarda i C6O4 la quota tocca la soglia di 4,4 milioni di nanogrammi per chilogrammo: la Rete afferma “La presenza di quest’ultimo rende probabile lo smaltimento da parte di Chemviron dei rifiuti tossici della Solvay, ora Syensqo» di Alessandria”. «I cui dirigenti sono stati rinviati a giudizio per disastro ambientale in cui il composto C6O4 è il protagonista maggiore». L’eventualità incenerimento è stata paventata anche dal presidente della “Commissione Sicurezza e Ambiente” alessandrina,  Adriano Di Saverio.
Secondo la nota, il dato acquisito «dimostra inoltre l’inefficacia dell’incenerimento» praticato in loco nonché «la ricaduta su altre matrici» ambientali.
 
La Rete Zero Pfas, «in modo indipendente», insieme con altri istituti di ricerca e laboratori accreditati, ha continuato a monitorare le varie matrici, non solo alimentari, in particolare nella zona ad altissimo rischio di Legnago nel Veronese dove, per l’appunto è attivo l’impianto di «rigenerazione carboni attivi» della multinazionale Chemviron, «già fornitrice della Miteni e gestore degli scarti Pfas delle zone contaminate, degli acquedotti e dei depuratori del Veneto».
Così un gruppo di attivisti della rete ecologista del Nordest si è recata a Venezia per sensibilizzare la Regione Veneto proprio sul dossier derivati del fluoro. Alla protesta (in foto) è stata data la veste di una vera e propria performance artistica.
Il dossier inceneritori non lambisce solo Legnago, ma pure Arzignano, uno dei centri industriali più importanti dell’Ovest vicentino: uno dei principali distretti della concia in Europa, dove in passato è stata presa in considerazione la eventualità di realizzare in zona un impianto di incenerimento proprio per fanghi conciari.

Quanti alessandrini stanno usando i pozzi inquinati? Il sindaco sotto accusa.

La mappa dei pozzi privati campionati da “lavialibera “ad Alessandria.
Le falde sono inquinate dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo: dal cromo esavalente ai pfas. Eppure, ad oggi non c’è nessun tipo di mappatura dei pozzi privati utilizzati a scopo potabile nella zona di Alessandria, né a livello regionale né comunale. E preoccupa che le istituzioni non abbiano contezza di quanti cittadini alessandrini stiano utilizzando i pozzi per bere, cucinare e lavarsi.
Tant’è che, non il Comune ma, la rivista “Lavialibera” (con l’encomiabile Laura Fazzini) ha commissionato il campionamento di quattro pozzi privati che si trovano nell’area dello stabilimento Syensqo Solvay e i risultati hanno mostrato valori oltre i limiti dei Pfas. (Vedi la foto).
 
La falda inquinata da Spinetta attraversa Bormida, Tanaro, Alessandria Centro, e l’acqua potabile prelevata dai pozzi privati dai residenti alessandrini di frazione Gelindo, contiene una concentrazione di pfas oltre i limiti di legge.  E le istituzioni continuano a ignorare da anni l’allarme di Pfoa e ADV (182 e 60 nanogrammi) e gli appelli dei cittadini, che chiedono l’allacciamento all’acquedotto pubblico. L’operazione dal punto di vista tecnico è fattibile, ma il costo è completamente a carico dei residenti – servono dai 70 ai 130 mila euro – che alla fine sono costretti a rinunciare.
 
“lavialibera” ha commissionato l’analisi di quattro pozzi privati in frazione Gelindotra i sobborghi di Spinetta Marengo e Castelceriolo, un’area circondata da terreni coltivati a pomodoro e grano e adibiti al pascolo delle vacche, dove molte cascine sono state convertite in case private. Il campionamento ha mostrato valori massimi di pfas oltre i limiti (da 20 a 100 nanogrammi per litro a seconda della tipologia), in particolare del Pfoa, che dal 2023 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) classifica come cancerogena, presente in una quantità dodici volte superiore rispetto ai parametri di legge. Ma non solo: in tutti i campioni sono state trovate tracce dei due composti fluorurati cancerogeni brevettati e prodotti esclusivamente da Syensqo, il C6O4 e la miscela ADV. L’acqua attorno allo stabilimento è quindi contaminata e pericolosa, come noto nonostante il sistema di purificazione finanziato da Syensqo Solvay.
 
Il sindaco del comune di AlessandriaGiorgio Abonante, è sotto accusa. Conosce bene l’inquinamento che ha portato nel 2020 alla chiusura del pozzo potabile del comune di Montecastello, a chilometri a nord del sito chimico. Eppure, sono passati 20 anni da quando il precedente sindaco (di destra), avendo Arpa e Amag nel luglio 2008 rilevato i valori di cromo esavalente e solventi clorurati nelle acque sotterranee esterne al polo chimico, aveva imposto con ordinanza la chiusura dei pozzi e il divieto dell’uso domestico, per l’alimentazione animale e irriguo dei pozzi nel sobborgo tra il fiume Bormida e la strada Statale 10. Dal 2009 l’ordinanza non è più stata aggiornata malgrado che è sempre più emerso che l’area con acque sotterranee contaminate da Solvay è ben più vasta di quella indicata nell’ordinanza del 2009 e include molti pozzi privati, compresi quelli utilizzati a uso potabile oggetto dei campionamenti commissionati da lavialibera (il primo nel 2020).

I Pfas chiudono le fonti di Castelletto d’Orba.

A luglio 2026, il sindaco di Castelletto d’Orba ha emesso un’ordinanza di chiusura precauzionale per le storiche Fonti Feja e Cannone a causa di parametri non conformi. La Fonte Feja è sempre stata particolarmente nota per le sue attività commerciali di imbottigliamento delle acque minerali.
La presenza dei PFAS nell’Alessandrino deriva dalla dispersione storica nel polo chimico Solvay di Spinetta Marengo, per la quale la Regione Piemonte ha avviato un programma di biomonitoraggio. Ma per analizzare l’acqua di un pozzo privato ed escludere la presenza di PFAS o altri contaminanti a Castelletto d’Orba, è necessario incaricare un laboratorio chimico certificato, che applichi i metodi ufficiali per la ricerca dei PFAS su matrici acquose, poiché le autorità pubbliche come l’Arpa Piemonte eseguono campionamenti ufficiali per conto degli enti, ma non forniscono servizi di analisi ordinari per i pozzi dei singoli cittadini.
 
L’analisi assume particolare rilevanza a seguito dell’entrata in vigore a dei nuovi limiti di legge europei e nazionali sulla concentrazione di PFAS nelle acque.
Negli anni precedenti, le fonti pubbliche di Castelletto d’Orba hanno subito diverse chiusure e riaperture, legate a motivi burocratici, danni ambientali e manutenzioni, mentre il provvedimento del nuovo sindaco, Marco Lanza, rappresenta una misura precauzionale differente poiché deriva esplicitamente da anomalie chimico-fisiche (“parametri fuori norma”) rilevate durante i controlli di routine.

Pfas da diluire (? !) nella rete idrica di Novi Ligure, Pozzolo Formigaro, Serravalle Scrivia.

Segnalati da “Gestione Acqua”, società del gruppo ACOS, dopo i limiti restrittivi introdotti dalla legislazione europea. Ma il vecchio sindaco di Novi, Rocchino Muliere, non si mostra preoccupato pur non avendo chiaramente individuato le fonti dell’inquinamento.  Anzi, fornisce la spiegazione: “I Pfas vengono spesso rilevati a seguito di eventi meteorologici eccezionali o violenti e non persistenti”. Piovono cioè dall’atmosfera: allusione alle emissioni da Spinetta Marengo della Solvay.
 
Gestione Acqua e Asl di Novi, invece, si preoccupano di passare da un prelievo mensile a uno settimanale che permetta di monitorare con maggiore frequenza e continuità la presenza dei Pfas. Stanno valutando anche di abbatterli, con la soluzione palliativa dei filtri a carboni attivi (in sostituzione di quelli a sabbia), nei pozzi di prelievo dal torrente Scrivia di frazione Bettole di Novi da cui è stata interrotta la fornitura idrica per Novi Ligure, Pozzolo Formigaro e Serravalle Scrivia.
 
Addirittura, si prospetta la soluzione, disperata, della diluizione dei veleni: “L’altra soluzione che permetterà di mitigare la presenza dei Pfas sarà il prelievo dall’acquedotto della Val Borbera che permetta di contribuire alla diluizione dei parametri e dei valori riscontrati”.

Sempre meno le sentinelle attorno alla Solvay.

Non ci riferiamo ai monitoraggi degli enti pubblici, che sono sempre stati assenteisti. Bensì della sparizione dei ricci che in passato ogni notte percorrevano chilometri nel circondario dello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo per andare alla ricerca di cibo, finendo però per accumulare dentro di sé le tracce delle sostanze tossiche disseminate nell’ambiente. In quanto si muovono su vaste aree e si alimentano di insetti e invertebrati a diretto contatto con il suolo e la vegetazione: i ricci accumulano nel loro organismo una varietà di contaminanti ambientali che riflettono la complessità delle fonti di inquinamento.
 
La loro scomparsa è un dato allarmante: i ricci, infatti, funzionano da sentinelle silenziose, da “bioindicatori” naturali, capaci di raccontare attraverso il loro corpo le condizioni di salute degli ecosistemi urbani. Proprio come avviene con i “cugini” marini, i ricci di mare, sono fondamentali per tracciare una sorta di impronta digitale dell’inquinamento che ci circonda. Mammiferi come gli esseri umani, la loro esposizione alle sostanze nocive offre un campanello d’allarme diretto sui rischi per la salute umana: gli inquinanti rilevati, in Fraschetta sono noti per i loro effetti cancerogeni, mutageni e per l’impatto sulla fertilità e sullo sviluppo embrionale.
 
In alcune università (non risulta Alessandria), gli scienziati hanno esaminato e analizzato diversi tessuti dei ricci: gli aculei e i denti per studiare l’esposizione a lungo termine, e il fegato, per valutare la contaminazione più recente da composti organici volatili. Un metodo, questo, che ha permesso di restituire una fotografia dettagliata (e inquietante) dell’inquinamento.

Pfas e tumori al colon retto in Alessandria.

L’esposizione ai PFAS è associata (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro IARC) a un aumentato rischio certo di sviluppare diverse neoplasie, tra cui rene e testicolo. Per il tumore del colon-retto, gli studi (Yale University) indicano che i Pfas possono agire da motore di crescita, stimolando le cellule tumorali a migrare e diffondersi (metastatizzare).
 
Al riguardo, si distingue il nuovo progetto di ricerca dell’IRCCS dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria in merito al legame tra microbiota intestinale e adenocarcinoma del colon e l’esposizione dei Pfas di Solvay.  I ricercatori confronteranno campioni biologici di pazienti affetti da tumore del colon con quelli di persone sane residenti nello stesso territorio. Il “Colon Meta” rappresenta una delle sfide più promettenti della ricerca biomedica, atte a contribuire a migliorare le strategie di prevenzione e diagnosi precoce del tumore del colon.