Dagli annunci ai fatti: le class actions Solvay e Miteni.

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ReteAmbientalista
Il 2026 è l’anno maturo per la partenza delle azioni collettive, le class actions. Per la Solvay di Spinetta Marengo: una inibitoria per fermare le produzioni inquinanti, l’altra risarcitoria per la popolazione. Per la Miteni di Trissino, con il meglio di avvocati, comitati e associazioni: è già in corso la raccolta popolare delle adesioni per chiedere il risarcimento dei danni alla salute e alle proprietà immobiliari.

Perchè le class actions: risarcimenti milionari per la popolazione di Alessandria.

Chi scrive, avendo dissentito nel 2015 dalla sentenza del tribunale di Alessandria contro Solvay**, sostiene, tenacemente operando da allora, che i limiti del processo penale devono essere superati in sede civile. Come d’altronde, alle azioni collettive, alle class actions sollecitava il Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”. Finalmente, dieci anni dopo, prendono corpo le class actions.
 
L’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono due strumenti complementari di tutela nel diritto civile italiano: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. La seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto. In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti il fenomeno delle “class actions” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche, Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa.
 
Finalmente nel 2026, class actions si stanno organizzando, più o meno coordinate, in Piemonte e in Veneto. Avendo solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo.
Qui ora, senza riprendere quanto più volte documentato in questi anni, ci soffermiamo sulle azioni inibitoria e risarcitoria in sede civile relative al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare gli enormi profitti (peraltro riconducibile al reato di “avvelenamento doloso delle acque” che era nel capo di imputazione del 1° processo Solvay e che è sentenziato nel processo Miteni).
 
Azioni relative, cioè, alla contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo, che l’azione inibitoria innanzitutto può bloccare: bloccare oggi le produzioni, bloccare per i danni futuri (principio di precauzione) e risarcire i danni passati e presenti e futuri. Le cause collettive mirano a risarcire due categorie di danni, per i quali la prova del nesso causale con le condotte criminose non ammette discussioni.
Distinguiamo così i danni ambientali e costi di bonifica per la perdita di risorse naturali e alterazione degli ecosistemi, danni irreversibili e risarcibili da tutelare da parte dello Stato e degli Enti territoriali (Comune e Regione), come avvenuto per le elevate sentenze di risarcimenti comminate dai tribunali internazionali: dai 670 milioni di dollari alla DuPont ai 12,5 miliardi di dollari alla DuPont. Per Solvay, un fondo per la bonifica di 1 miliardo di euro appare sottostimato.
 
Distinguiamo così i danni alle persone: le Vittime per eccellenza. Infatti, la contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo è inevitabilmente anche contaminazione dell’organismo umano, ovvero nel sangue, es. il 100% di Pfas nei campioni ematici testati, con danni irreversibili e risarcibili. Questi danni per la popolazione alessandrina riguardano le alterazioni biologiche e le patologie contratte: ad esempio, per i Pfas, le cartelle cliniche per tumori renali/testicolari, tiroide, colesterolo, l’aterosclerosi, rischio di infarto e ictus, ipertensione eccetera. E va anche rilevato, ad esempio per i Pfas, che elevati livelli nel sangue costituiscono un danno risarcibile anche in assenza di sintomi: la consapevolezza di avere nel sangue sostanze pericolose genera danni per angoscia, stress e limitazioni alla qualità della vita.
 
Insomma, stiamo parlando di danni risarcibili, con class action, per decine di migliaia di cittadini di Alessandria. E non considerando il “metus”: la giustificata paura della malattia. Il risarcimento individuale del cittadino, infatti, terrà conto sia del danno biologico (quantificato in base al grado di contaminazione e alle patologie correlate) sia del danno morale/esistenziale. A quanto possono ammontare il danno biologico temporaneo per la presenza del veleno nel corpo, il danno biologico permanente e patrimoniale per coloro che hanno sviluppato patologie correlate e hanno sostenuto costi medici, e il danno morale per la sofferenza psichica?
I risarcimenti individuali sono diversificati dalla gravità della lesione e dalla durata dell’esposizione. Considerando i parametri delle tabelle medico-legali italiane e i precedenti riferimenti internazionali, agli esperti il risarcimento medio di 150mila euro per soggetto appare plausibile.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.
 
**  “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.

Chi paga i costi dei Pfas?

Patteggiamenti. L’ombra del cappio della Fluorsid pende minaccioso sulla Solvay.
Premesso che è “meglio prevenire che curare” ovvero “meglio chiudere le fonti inquinanti piuttosto che a posteriori disinquinare i territori contaminati”, nella fattispecie dei Pfas si fanno i conti: quanto verrebbe a costare la bonifica dei siti inquinati?  In Piemonte, Solvay ha fatto i conti e, non intendendo intaccare gli enormi profitti, al riparo dei processi penali, si rifiuta di chiudere le produzioni Pfas a Spinetta Marengo per poi procedere alla enorme bonifica. In Veneto, la Miteni di Trissino è in fallimento, i soci sono nascosti all’estero, dunque tocca allo Stato intervenire (non intervenire) su milioni di aree inquinate, soprattutto su migliaia di Siti di Interesse Nazionale (SIN)?
 
La Svizzera, pur non avendo situazioni drammatiche come quelle italiane, ha provato, con una indagine di SRF Investigativ e Kassenstur a  calcolare, nell’ambito del “Forever Pollution Project” europeo, quanto potrebbe costare bonificare i siti fortemente contaminati e l’acqua potabile. Dunque: 28 miliardi di euro su un periodo di 20 anni, ovvero 1,4 miliardi all’anno.
Si consideri che per l’intera UE i costi sono valutati in 2.000 miliardi di euro in 20 anni.
 
Allo stesso tempo, si tratta di una stima conservativa. Le cifre si riferiscono solo alle bonifiche di siti fortemente contaminati. Inoltre, la contaminazione di base, che si trova ovunque nell’ambiente, continuerebbe a persistere.
Non solo, l’onere finanziario deve calcolarsi oltre le bonifiche: le PFAS hanno effetti sulla salute di persone e animali, il che comporta costi per la società. Inoltre, i contribuenti potrebbero dover affrontare pagamenti di compensazione, se ad esempio carne o latte con livelli di PFAS troppo elevati non potessero più essere venduti.

Dagli annunci ai fatti: le class actions Solvay e Miteni.

Il 2026 è l’anno maturo per la partenza delle azioni collettive, le class actions. Per la Solvay di Spinetta Marengo: una inibitoria per fermare le produzioni inquinanti, l’altra risarcitoria per la popolazione. Per la Miteni di Trissino, con il meglio di avvocati, comitati e associazioni: è già in corso la raccolta popolare delle adesioni per chiedere il risarcimento dei danni alla salute e alle proprietà immobiliari. Clicca qui https://www.youtube.com/watch?v=ziTpfOL_ZUU il video della Rete Veneta.
 
I risarcimenti in Piemonte potranno essere ben più consistenti perché Solvay Syensqo è attiva e sta facendo profitti miliardari. Gli infami patteggiamenti introdotti nel processo penale non le servirebbero a niente.
Si sta verificando la possibilità, regione per regione, di avviare class actions anche nei confronti delle Istituzioni locali. Perché no del governo?
 
Per quanto riguarda Alessandria, appesantisce la concomitanza con un procedimento penale disastrato che farebbe delle class actions l’ultima spiaggia per la popolazione. Dunque, sulla Rete Ambientalista https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/il-movimento-di-lotta-per-la-salute-maccacaro-fa-il-punto-sul-disastro-ecosanitario-della-solvay-di-spinetta-marengo/ , il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” fa il punto sulla complessità del disastro ambientale e sanitario:
 
1)            Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea. https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/1-cesare-parodi-e-quer-pasticciaccio-brutto-de-via-crimea/
2)            Salvi lupo, capra e cavoli sul barcone di comune, regione e governo? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/2-salvi-lupo-capra-e-cavoli-sul-barcone-di-comune-regione-e-governo/
3)            Cosa c’entrano “separazione delle carriere” e “riforma del CSM” con l’efficienza della Giustizia? Niente. https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/3-cosa-centrano-separazione-delle-carriere-e-riforma-del-csm-con-lefficienza-della-giustizia-niente/
4)            Non sono queste condotte dolose? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/4-non-sono-queste-condotte-dolose/
5)            Otto indagini epidemiologiche non bastano per risarcire le vittime del disastro sanitario di Alessandria? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/5-otto-indagini-epidemiologiche-non-bastano-per-risarcire-le-vittime-del-disastro-sanitario-di-alessandria/
6)            Centinaia di monitoraggi non bastano per chiudere gli inquinamenti? https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/6-centinaia-di-monitoraggi-non-bastano-per-chiudere-gli-inquinamenti/
7)            Pesi e misure nel delitto perfetto: Luigi Guarracino. https://www.rete-ambientalista.it/2025/12/28/7-pesi-e-misure-nel-delitto-perfetto-luigi-guarracino/

1) Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea.

Chissà se Cesare Parodi, nuovo procuratore capo di Alessandria, avrà tempo e modo, impegnato nel referendum quale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, di rivedere fino in fondo i capi di imputazione del processo contro Solvay (Syensqo) che proprio a marzo 2026 dovrebbe riprendere… ovvero potrebbe non riprendere affatto. Fuori dai denti: senza una rivoluzione, il processo è già finito.
La nuova procura, infatti, ha ricevuto in eredità dalla precedente quello che noi riteniamo un pesante errore giudiziario, cioè un processo con incriminazione a carico della multinazionale belga dei reati di colpa piuttosto che di dolo. Colpa si avrebbe se gli eventi delittuosi fossero avvenuti per negligenza, imprudenza, imperizia (es. come per incidente per eccesso di velocità); mentre il dolo implica consapevolezza, intenzione e coscienza di causare gli eventi dannosi (es. come nel caso di Spinetta Marengo, di immane disastro sanitario e ambientale).  Va da sé che il dolo è punito più severamente rispetto alla colpa: un abisso che va dalle blande contravvenzioni pecuniarie della colpa fino alle estese reclusioni in carcere per dolo. A tacere il risarcimento delle Vittime e dei danni economici, ambientali o sociali della collettività locale e nazionale.
Per Parodi, significa anche entrare nel merito di una già lenta vicenda processuale che sovrappiù è stata davanti al GUP paralizzata per un anno onde agevolare il Patteggiamento di Solvay con le parti civili, patteggiamento che scaverebbe nella fossa definitivamente il debilitato procedimento penale. Entrare nel merito presume non ammettere che reati di dolo di quella portata possano impaludarsi nel mercimonium di valori che non dovrebbero essere commerciaticome la salute, la giustizia, la coscienza, la dignità.
Va da sé che, a riformulare i capi di imputazione e a bloccare la procedura di patteggiamento -peraltro, lo sconcertante GUP è stato trasferito- Cesare Parodi darebbe per scontato il plauso di Comitati e Associazioni, a maggior ragione sollecitato da quella sana porzione di avvocati di parte civile che perseguono la giustizia piuttosto che interessi di bottega (di certo, non può fare affidamento, anzi !, sui politici).
Per tutti, ma soprattutto per il procuratore capo, resta infine la bomba ad orologeria dei meticolosi esposti ricevuti da Luca Santa Maria, per 25 anni avvocato di punta di Solvay e dunque depositario di tutti i segreti aziendali. Negli esposti il famoso legale accusa puntigliosamente i vertici Solvay Syensqo di massime responsabilità penali -mai emerse da alcun processo- nell’inquinamento da PFAS in Italia, da Spinetta Marengo alla Miteni di Trissino: “Due epicentri, un solo disastro, una sola regia criminale. Una catastrofe ambientale e sanitaria pianificata.”, cioè di potenziali gravissime responsabilità tali da obbligare eventualmente a riformulare in dolo i processi di Alessandria e Vicenza (Venezia, in appello).
Insomma, i tempi per rimettere in moto la Procura sono strettissimi, l’approfondimento tecnico giuridico è di alto livello e complicato. Concludendo, purtroppo, come abbiamo iniziato: Cesare Parodi, nuovo procuratore capo di Alessandria con la nuova sostituta, avrà voglia di rivoluzionare l’iter processuale? Alzerà le mani della resa se anche il nuovo Gup spingerà per la soluzione del “patteggiamento”, oppure si opporrà al Gup?  Si opporrà se Solvay chiederà il procedimento di “rito abbreviato” che le consentirebbe di uscire parimenti indenne dal processo: cioè di essere giudicata rapidamente e sommariamente sulla base dei deboli atti raccolti dal PM precedente, evitando il dibattimento e ogni contradditorio, senza nuove prove, nessun accenno di reati di dolo, senza rischio di eventuali appelli, guadagnando anche, se non proprio l’assoluzione, una riduzione di pena di un terzo (più un ulteriore 1/6: riforma Cartabia), e, perché no, allentando la pressione mediatica?
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

3) Cosa c’entrano “separazione delle carriere” e “riforma del CSM” con l’efficienza della Giustizia? Niente.

Cosa hanno in comune i due processi per Miteni di Trissino e per Solvay di Spinetta Marengo? In parte l’avvelenamento: quello di Vicenza riguarda esclusivamente i Pfas, quello di Alessandria anche altri venti veleni tossici e cancerogeni, tipo cromo esavalente. Mentre soprattutto la differenza è data dal fatto che sono stati condotti da due tribunali diversi, e lo si vede: quello veneto ha concluso in tempi ragionevoli con una sentenza (di condanna), mentre quello piemontese non ha neppure avviato il dibattimento, ovvero nell’udienza preliminare sta praticamente assolvendo Solvay tramite patteggiamento. D’altronde la procura di Alessandria era stata clemente, quasi una tiratina d’orecchie, verso i due direttori accusati di un reato minore -di colpa– malgrado la condanna della Cassazione nel primo processo, cioè malgrado la reiterazione dei delitti, anzi il loro aggravamento.
 
Invece, la Procura di Vicenza (Paolo Fietta e Hans Roderich Blattner) aveva formulato capi di imputazione per reati di dolo: avvelenamento doloso delle acque, disastro doloso innominato, inquinamento ambientale, illecito amministrativo e bancarotta per falso in bilancio. Così la Corte di Assise vicentina (presidente Antonella Crea) ha sposato interamente le accuse della propria procura rivolte non tanto a direttori piccoli capri espiatori bensì alle responsabilità apicali dell’azienda, e ha condannato 11 fra manager e vertici della Miteni fallita di Trissino, e delle multinazionali Icig e Mitsubishi, a complessivi 141 anni di reclusione, disponendo anche risarcimenti da decine di milioni di euro.
 
Il punto centrale della pesantezza delle condanne (fino a 17 anni per l’italiano Luigi Guarracino, e per i tedeschi Patrick Fritz Hendrik Schnitzer e Achim Georg Riemann, e per l’irlandese Brian Anthony Mc Glynn, e 16 anni per l’olandese Alexander Nicolaas Smit), è che Miteni sapeva di avvelenare, l’inquinamento è stata una scelta precisa. Conoscevano certezze scientifiche anche assolute, avevano un quadro informativo dettagliato sulla contaminazione del sito e sugli effetti sulla salute delle migliaia lavoratori e delle centinaia di migliaia di cittadini. Non solo accettarono il rischio di inquinare, ma ne avevano la consapevolezza, risparmiarono sui costi di sicurezza, anzi occultarono sistematicamente le prove, e se ne assunsero le conseguenze allo scopo di guadagnare senza curarsi delle conseguenze ambientali e per la salute pubblica.
Insomma, il profitto è il movente che rafforza la gravità dei comportamenti contestati. Indubbiamente i reati per Miteni sono di dolo. Indubbiamente, sarebbero gli stessi reati contestabili per Solvay: gli stessi dettagliatamente dimostrati negli 11 esposti all’ex procuratore capo di Alessandria, Enrico Cieri, dal Movimento di lotta per la salute Maccacaro.
 
Infine, giustamente esaltata la sentenza di Vicenza sul versante delle responsabilità dolose (sulla quale pur pende la spada di damocle dei ricorsi in appello a Venezia), però non si può non stigmatizzare la ingiustizia per quanto riguarda l’esiguità degli indennizzi all’ambiente violato: 56 milioni di euro alla regione Veneto, 6,5 milioni, ai comuni della zona rossa tra Vicenza, Padova e Verona, e, somma ingiustizia, dei risarcimenti alle Vittime: la miseria delle 15-20 mila euro, peraltro ad una minoranza della popolazione. Né si dimentichi che l’Inail ritarda a riconoscere la malattia professionale ai lavoratori ex Miteni.

7) Pesi e misure nel delitto perfetto: Luigi Guarracino.

Per significare la difformità di questi due processi, è emblematica la figura di Luigi Guarracino. Oggi condannato a Vicenza al massimo della pena: 17 anni, mentre ieri nel primo processo Solvay fu imputato dai PM per gli stessi reati dolosi ma dai giudici fu “assolto” ad Alessandria. (E c’è chi blatera di subordinazione dei giudici ai pubblici ministeri!!).
 
A riguardo, si legga la testimonianza di Lino Balza resa al primo processo, con lo stralcio della “Memoria di replica in corte di assise” (tratto dal secondo volume di “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia), nella quale -a compendio della sua deposizione documentale resa il 5 maggio 2014- si associava alle richieste di dolo formulate dai pm Riccardo Ghio e Marina Nuccio: clicca qui.
 
Guarracino, allora come ora difeso dall’avvocato Leonardo Cammarata, fu condannato per colpa (praticamente assolto) ad “1 anno e 8 mesi di reclusione,” ovviamente con i “doppi benefici di legge” (con i quali continuare a ben operare alla Miteni di Trissino).
 
Non sfugga, nella lettura della “Memoria”, la figura di Stefano Bigini: attualmente imputato, per colpa, nel secondo processo Solvay ad Alessandria, col quale rischia ancora meno per effetto eventuale di patteggiamento e/o rito abbreviato. 

Il grande fratello Solvay.

<< Il grande fratello Solvay (snodo cruciale per i Pfas della Solvay) di Lino Balza (Movimento di lotta per la salute Maccacaro).
Proprio temendo il contagio di una sentenza al processo Miteni, che “storica” a Vicenza c’è davvero stata pur con luci e ombre *1 (clicca qui), da Bruxelles, casa madre Solvay, l’amministratrice delegata di Syensqo, Ilham Kadri, aveva fissato con tutto il management l’imperativo de “il grande fratello”: fermare il mondo, “arrêter le monde”, attorno allo stabilimento di Spinetta Marengo, fino alla fatidica data del 2026.>>
 
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Il risarcimento ai Pfas è un nostro diritto.

Gli esiti dei Processi in sede penale, incompleti a Vicenza e fallimentari ad Alessandria, hanno vieppiù validato il ricorso ai tribunali civili: class actions per azione risarcitoria e per azione inibitoria; quest’ultima efficace per fermare le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo che determinano l’aggravarsi del disastro sanitario e ambientale (la Miteni di Trissino è chiusa dal 2018).
 
Dunque, a Montagnana (PD), il 27 novembre 2025, “Mamme No Pfas” hanno appunto organizzato con il Comitato il convegno “Pfas, il risarcimento è un tuo diritto”. La class action risarcitoria è presentata da FiDeAL in collaborazione con fondi di investimento specializzati nel finanziamento del contenziosoal fine di garantire alle Vittime i risarcimenti   per danni fisici (biologici) e ulteriori danni, anche patrimoniali.
FiDeAL, che ha avviato un progetto — “Risarcimento PFAS” — per tutelare i cittadini coinvolti nella contaminazione da PFAS, può essere valido interlocutore per quanto stiamo già organizzando ad Alessandria in materia di class action risarcitoria (oltre a quella inibitoria).

Le Regioni Veneto e Piemonte dovrebbero dichiarare lo stato di calamità Pfas.

Sabato 29 novembre al Palazzo delle Opere Sociali in piazza Duomo a Vicenza si terrà il convegno “Vicenza e inquinamento. Prendiamoci cura della nostra città”. L’incontro è promosso dall’Ordine dei Medici, dal Comune di Vicenza e dalla Diocesi di Vicenza con l’adesione di altri ordini professionali e prevede l’intervento conclusivo del cardinale Fabio Baggio.
 
Per l’inquinamento da PFAS la Regione Veneto ha identificato con colori diversi le zone in base alla concentrazione riscontrata. La zona in cui l’inquinamento è più importante è stata indicata con il colore rosso ed è una zona di oltre 180 km quadrati che interessa ampie zone delle province di Vicenza, Verona e Padova. Sempre secondo la Regione si stima che, negli anni che vanno dal 1985 al 2018, oltre 350.000 persone sono state esposte a un avvelenamento da queste sostanze tossiche e cancerogene.
Il Convegno prenderà in esame anche la questione della dichiarazione dello stato di calamità.
 
Infatti, la Miteni di Trissino è stata riconosciuta la principale colpevole di questo disastro ambientale, e ha chiuso. Ma i residui della sua produzione restano nel terreno e finché questi non saranno bonificati agiranno come una “bustina da tè”. Ad ogni riempimento della falda, l’acqua tornerà a inquinarsi e un po’ alla volta raggiungerà anche territori più lontani e non ancora contaminati.
 
A maggior ragione il discorso vale per il disastro sanitario e ambientale della Solvay di Spinetta Marengo, monopolista della produzione Pfas in Italia.
Ci vorranno milioni di euro per le bonifiche, una cifra evidentemente indisponibile ai Comuni o alle Regioni. Quindi, la Regione Veneto e la Regione Piemonte dovrebbero considerare la possibilità di dichiarare uno stato di calamità, aver accesso così a una serie di fondi specifici per affrontare la situazione e poi lo Stato si rifarà su chi ha inquinato quando i rispettivi processi giungeranno a termine.

Il colonialismo delle multinazionali Pfas.

Le multinazionali predispongono sempre un piano B quando l’A non andasse in porto. La Solvay resiste a Spinetta Marengo contando su questo secondo processo penale ormai indirizzato, come il primo, salvo colpi di scena, alla propria innocuità e a perpetuare per altri dieci anni i profitti e il disastro sanitario e ambientale. Il piano B, altrimenti, è spostare definitivamente dall’Europa alla Cina le produzioni.
 
Il copione è lo stesso usato dalla Miteni di Trissino. La fabbrica veneta, per conto di Solvay, ha causato uno dei più gravi disastri ambientali verificatisi in Italia, a causa dei Pfas. Dopo il preordinato fallimento del 2018, i macchinari della Miteni, con i brevetti e il know-how per continuare la produzione, a tempo di record erano stati ceduti dal curatore fallimentare all’azienda chimica indiana Laxmi Organic Industries… l’unica che aveva presentato un’offerta. Tutto programmato. Tant’è che nel consiglio di amministrazione della società asiatica nello stato di Maharashira fa parte Antonio Nardone, l’ultimo amministratore delegato di Miteni, cui – in primo grado a Vicenza – sono stati inflitti sei anni e quattro mesi di reclusione. E Nardone si era recato in India già prima che l’azienda fallisse.
 
In India, vive gente ignara di tutto, che non conosce il pericolo mortale rappresentato dai Pfas. I reflui dello stabilimento finiscono in un depuratore che è oggetto di malfunzionamento per la ricorrente mancanza di energia elettrica, e quindi nei fiumi, già inquinati per altre lavorazioni, al punto che è scomparsa la fonte economica della pesca per la popolazione locale. Si tratta quindi di una realtà ideale in cui le multinazionali possono installare gli impianti proprio mentre l’Unione Europea ha avviato procedure per ridurre ed eliminare l’impiego dei Pfas, e ad Alessandria si chiede la chiusura delle produzioni

Regione Veneto sotto accusa. CGIL: anche i lavoratori a rischio. La procura indaga. Contaminati i fiumi.

A due mesi dalle condanne in Corte d’Assise a Vicenza per il disastro provocato dalla società Miteni, si scopre da un documento della giunta regionale del Veneto, rimasto fino ad oggi segreto, che 3 milioni di metri cubi di terre e rocce di scavo della superstrada Pedemontana Veneta, contenenti Pfas da qualche decina a 2.000 nanogrammi per litro secondo i risultati delle analisi Arpav, sono stati disseminati in una ventina di siti di discariche del Veneto, in particolare nella provincia di Vicenza, in alcuni casi anche in siti vicini a fonti idriche.
Non è la sola polemica contro la Regione. Aveva già suscitato polemiche la decisione della Giunta Zaia di realizzare uno studio epidemiologico sulla presenza del Pfas nella popolazione. Una ricerca sollecitata da dieci anni che arriva a un mese e mezzo dalle elezioni.
Clicca qui e qui: la Procura di Vicenza indaga sulla realizzazione della Pedemontana. Cgil e Fillea regionali: “Agire da subito per mettere in sicurezza aree, popolazione e lavoratori coinvolti” clicca qui.
 
Inoltre, i recenti report indicano contaminazioni  nei pesci di fiumi e canali, con un record negativo nella Fossa Molesana a Tribano e pessime situazioni anche nel Tergola a Vigonza e a Codevigo: clicca qui.

Quello che la Regione Piemonte e la CGIL Piemonte non hanno fatto. Quello che potrà fare il sindacato.

La Giunta Regionale del Veneto ha approvato l’avvio dello “Studio di coorte residenziale sulla contaminazione ambientale da PFAS nel territorio dell’ULSS 8 Berica”, realizzato dall’Azienda ULSS 8 in collaborazione con il Servizio Epidemiologico Regionale (SER) di Azienda Zero e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che fornirà supporto metodologico e nella valutazione dei risultati.
Si tratta di un’indagine epidemiologica retrospettiva che ricostruirà la storia di esposizione delle comunità interessate e ne valuterà gli effetti sulla salute, con un approccio integrato ambiente-salute. Lo studio sarà focalizzato sulle aree maggiormente colpite dalla contaminazione idropotabile e permetterà di stimare i rischi legati a diverse patologie, consolidando le evidenze scientifiche a supporto delle politiche di prevenzione. Questo studio si aggiunge agli approfondimenti epidemiologici condotti finora, integrando i dati della sorveglianza sanitaria avviata nel 2017 e gli studi sulla mortalità.
Cgil Veneto: “Finalmente, ma non basta”.
 
“Abbiamo avanzato continue richieste al presidente e agli assessori competenti. Finalmente, quindi, ma non basta: riteniamo necessario che la nuova indagine epidemiologica debba coinvolgere anche tutti i lavoratori ex Miteni, che, come è noto, hanno i valori di Pfas nel sangue più alti in assoluto”.
Non solo. Su patrocinio della CGIL, nel maggio 2025 una sentenza storica: il Tribunale di Vicenza ha stabilito un nesso tra l’esposizione ai PFAS e la morte di un ex operaio, riconoscendo il diritto alla pensione di reversibilità ai suoi eredi. Anche l’INAIL ha riconosciuto 19 lavoratori come affetti da malattia professionale a causa dell’accumulo di PFAS nel sangue, stabilendo un precedente importante, sebbene questo non implichi un risarcimento diretto.  A sua volta, invece, la sentenza penale di Vicenza non soddisfa assolutamente i danni e i risarcimenti degli ex lavoratori Miteni.
 
Perciò, ora resta al sindacato veneto di avviare azione risarcitoria, class action, per tutti i lavoratori ex Miteni. Magari implicando le responsabilità di Solvay (che, a differenza di Miteni, è solvibile).
Per tutti i lavoratori Solvay,  dovrebbe farlo anche il sindacato piemontese, liberandosi finalmente dalle palle al piede.
 
Soprattutto perché gli enormi valori PFOA nel sangue dei lavoratori Solvay di Spinetta Marengo sono stati denunciati e documentati nell’esposto (il primo dei 20) di Lino Balza alla Procura della Repubblica di Alessandria. Ma dal lontano 2009 il sindacato non si è mosso.
Attualmente, la CGIL di Alessandria è costituita parte civile nel processo (il 2°) contro Solvay e, ufficialmente per bocca del segretario della Camera del Lavoro, dichiara di rifiutare il Patteggiamento avviato dalla multinazionale per strozzare il processo. Tale patteggiamento è stato accettato, suscitando scandalo fra i Comitati e le Associazioni, dal Comune di Alessandria; mentre la Regione Piemonte -anche se ben lontana dalle indagini epidemiologiche della Regione Veneto- dichiara, per bocca dell’assessore alla sanità, che non accetta il Patteggiamento. Il Ministero dell’Ambiente non ha preso posizione ufficiale.
Dunque, sarebbe una aspettativa delusa se la CGIL non partecipasse alla class action risarcitoria che Comitati e Associazioni stanno preparando a favore della popolazione alessandrina. 

L’avvocato della difesa che fa tremare Solvay.

Con uno scoop, abbiamo pubblicato il documento “La verità’ sul caso Miteni/Solvay che nessuno ha raccontato” (clicca qui) che l’avvocato Luca Santa Maria, punta di diamante del collegio di difesa della Solvay nei precedenti processi penali, ha trasmesso alle Procure della Repubblica di Alessandria e Vicenza. Ad esso fa seguito il deposito di questo esposto (clicca qui) che approfondisce l’accusa di come Miteni di Trissino non sia stato che “l’esecutore di un disegno pianificato da Solvay e Dupont” nel provocare i disastri ambientali e sanitari dei Pfas. Dei quali il filo conduttore è il pfas cC6O4 della Solvay  Syensqo.
Si tratta di documenti esplosivi (per inciso: l’avv. Santa Maria è stato da Syensqo denunciato alla Procura della Repubblica di Milano per rivelazione di segreto), in sé sono notizie di reato, in condizione di rimettere in discussione lo svolgimento del processo Miteni in primo grado di Vicenza (sentenza di dolo, ma senza Solvay) e del processo Solvay-Syensqo (il 2°) avviato ad Alessandria (imputazione di colpa piuttosto che di dolo). Non si può escludere, dopo indagini collegate tra le due Procure, la riunificazione dei due processi con l’accusa di dolo: dolo intenzionale o diretto o almeno eventuale. Né clamorosi riflessi internazionali. A tacere le responsabilità pubbliche di Comuni, Regioni, Province, Ministero dell’Ambiente: ex art. 40 del Codice penale.
 
I suddetti documenti dell’avvocato Santa Maria sono al vaglio, oltre che delle Procure, anche dei collegi legali delle Parti civili, dei Comitati e delle Associazioni che stanno mettendo a punto il piano di azioni  per scongiurare la tragedia dei Pfas, clicca qui.

Stati Generali dei Movimenti Limiti Zero Pfas.

Su iniziativa di lotta dell’europarlamentare Cristina Guarda si terrà un importante avvenimento di raccordo fra le forze sociali e politiche piemontesi e venete impegnate nella battaglia contro i Pfas in Italia, di cui gli epicentri regionali sono Alessandria (Solvay di Spinetta Marengo) e Vicenza (Miteni di Trissino). 
Nell’ambito dell’incontro, il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” presenterà, in 11 punti, un Piano di azioni concrete con le quali -su input dei Comitati e delle Associazioni in una sorta di Stati Generali- scongiurare l’altrimenti imminente vittoria in Italia della lobby chimica diretta dalla multinazionale Solvay (Syensqo).
 
L’appuntamento è per sabato 27 settembre 2025 in Alessandria, alle ore 10.30, presso Hotel al Mulino, via Casale 44, località San Michele (immediatamente all’uscita del casello di Alessandria Ovest   dell’autostrada).  

Scoop. La verità sul caso Miteni/Solvay che nessuno ha raccontato. Seconda parte.

Concludiamo la pubblicazione del documento “La verità’ sul caso Miteni/Solvay che nessuno ha raccontato” (clicca qui) che l’avvocato Luca Santa Maria, punta di diamante del collegio di difesa della Solvay nei precedenti processi penali, ha dichiarato di aver trasmesso alle Procure della Repubblica di Alessandria e Vicenza.
Dal documento esplosivo apprendiamo quando segue. Restano a piede libero i registi che dagli anni 2000 hanno pianificato la catastrofe ambientale e sanitaria tra Veneto e Piemonte.  E’ della Solvay la regia occulta che fa della Miteni una fabbrica ancora più criminale (nell’indifferenza dei veneti): Trissino quale “hub clandestino” di Spinetta Marengo estraendo il micidiale Pfas cC6O4 e smaltendo in fiumi e falde i fanghi avvelenati. Complice del “lavoro sporco” della Solvay è Dupont, che alla Miteni scarica dall’Olanda i reflui di Pfas Genx “ripulito”.  A sua volta, la Regione Veneto permette di aggiungere il nuovo illecito che altrove non era tollerato.
L’Italia del Nord si trova inquinata da Cc6O4, il nuovo Pfoa. La contaminazione e l’esposizione umana si è propagata da Spinetta. L’enorme disastro ha due epicentri imputabili alla regia Solvay, l’uno indirettamente a Trissino, e l’altro direttamente a Spinetta, falciando indifese vite, per aria e acque, fra i lavoratori e i cittadini.
Ora, Solvay (Syensqo) promette la dismissione del C6O4 nel 2026: la più eloquente confessione stragiudiziale.  Ma, per le identiche condotte criminose che -per la medesima Solvay- negli Usa e Cee hanno per i colpevoli un prezzo stimato in miliardi, invece in Italia i top manager -mandanti e beneficiari degli enormi profitti- restano impuniti penalmente, civilisticamente e amministrativamente. Un caso da manuale di “justice arbitrage”.
Dunque, il disastro dei nuovi PFAS come quello dei vecchi è il prodotto di un sistema perfezionato con regia industriale unica (Solvay), a mezzo di incompetenza dei controllori, chiusura di entrambi gli occhi con benevola indulgenza, insomma per intenzionale scelta politica. Specifiche le gravissime responsabilità di Regioni e Sindaco di Alessandria.  
Solo la mobilitazione dal basso ha squarciato parzialmente il velo di omertà che tutela i potenti vertici delle potenti multinazionali.
Il vecchio diritto penale, con la Procura di Vicenza e l’azione dei NOE, ha fatto molto ma non tutto. Il procedimento penale di Alessandria contro Solvay, ora Syensqo, avviato nel 2020 dalla Procura locale è stato invece paralizzato.
Dunque, il documento infine si conclude con richieste precise, di triplice urgenza, che rimettono in gioco gli scenari futuri. Scenari presi in esame nella meticolosa analisi di Lino Balza, clicca qui, che a sua volta, prospetta anche più efficaci strumenti oltre le sedi penali. 

Scoop. La verità’ sul caso Miteni/Solvay che nessuno ha raccontato.

Considerata la lunghezza del testo e la complessità giuridica, pubblichiamo (clicca qui) la prima parte del documento esplosivo “La verità’ sul caso Miteni/Solvay che nessuno ha raccontato” che l’avvocato Luca Santa Maria, punta di diamante del collegio di difesa della Solvay nei precedenti processi penali, ha trasmesso in queste ore alle Procure della Repubblica di Alessandria e Vicenza.
 
La tragedia dei PFAS: il nuovo amianto e la silenziosa strage degli innocenti. Al centro delle inedite rivelazioni: la regia occulta di Solvay che ha pianificato la catastrofe ambientale e sanitaria tra Veneto Piemonte e non solo; i registi che restano a piede libero dopo i processi di Alessandria e Vicenza; come scoperchiare i processi penali e le responsabilità delle Istituzioni, fare giustizia, salvare migliaia di vite umane.
 
Il documento dell’avvocato Luca Santa Maria “scopre gli altarini” e apre nuovi scenari, non solo penali. Il 2026, infatti, è alle porte e rappresenta uno snodo cruciale per i Pfas in Italia e per la Solvay, come evidenziato nella meticolosa analisi di Lino Balza, clicca qui, che a sua volta prospetta anche più efficaci strumenti oltre le sedi penali. 

Rischiamo grosso. Allarme Pfas per tutti i pesci selvatici avvelenati.

Il nuovo rapporto pubblicato dall’European Environmental Bureau EEB denuncia la diffusione dei Pfas, nelle acque e nei pesci d’Europa. In Italia, ben il 9,3% dei prelievi sono risultati superiori ai limiti di sicurezza attuali e tutti i campioni analizzati superano il nuovo limite di sicurezza (77 ng/kg) in via di approvazione in Ue, dove i governi stanno spingendo per ritardare la conformità di un altro decennio o più.
 
I campioni di pesce superano anche di centinaia o migliaia di volte i nuovi standard proposti.  In alcune zone, già oggi, una sola porzione di pesce può bastare a superare la dose settimanale massima tollerabile fissata dall’Efsa. Nel cuore del Veneto, a pochi chilometri da Padova, scorre un canale noto come Fossa Monselesana, circondato da campi coltivati e piccoli centri abitati. Ma proprio qui, secondo EEB, è stato rilevato uno dei livelli più alti di contaminazione da PFOS in pesci selvatici in Italia: 69,1 microgrammi per chilo, quasi 900 volte oltre il nuovo limite di sicurezza proposto dall’UE. Un valore simile è stato registrato anche in un corso d’acqua locale a Campagna Lupia, nella laguna sud di Venezia: qui il campione di pesce ha mostrato 68,5 microgrammi per chilo. L’indagine estende il perimetro anche al Delta del Po, al mantovano e al fiume Secchia. Qui, acque in apparenza limpide nascondono un inquinamento che non si vede ma che si trasmette lungo la catena alimentare, arrivando fino ai consumatori.
 
I Pfas, attualmente scaricati in acqua suolo aria a Spinetta Marengo, oltre aver devastato il Veneto tramite Miteni, sono utilizzati per decenni in industrie tessili, conciarie, chimiche e alimentari, sono ormai ovunque: nei fiumi, nei laghi, nel corpo dei pesci (carpe, trote, persici, anguille ecc.)  e, di riflesso, nei nostri piatti. In particolare, secondo l’EFSA, il consumo di pesce può rappresentare fino al 90% dell’esposizione alimentare al PFOS. E non si parla solo di rischio cancerogeno: i PFAS sono associati a danni al fegato, alterazioni ormonali, infertilità, effetti sul sistema immunitario.
 
Ma l’impatto non è solo sulla salute umana. I PFAS compromettono anche la biodiversità acquatica, alterando metabolismo, riproduzione e sviluppo di molte specie. Alcuni pesci migratori contaminati, come le anguille o i salmoni, possono diffondere gli effetti anche ad altri ecosistemi, trasportando queste molecole lungo fiumi, mari e catene alimentari.
Centinaia di associazioni europee sono firmatarie del “Ban Pfas Manifesto” per l’urgente messa al bando dei Pfas con deroghe minime e affrontando la contaminazione già esistente, avviando bonifiche, applicando il principio “chi inquina paga”.

Saranno mai fatte le bonifiche dei disastri Pfas?

La risposta è stata negativa anche dopo la sentenza di Cassazione che ha condannato Solvay di Spinetta Marengo: società inadempiente. Il punto interrogativo si scrive in grassetto dopo la recente sentenza del tribunale di Vicenza di condanna alla Miteni: società fallita.
 
Sarà per gli esempi italiani che perfino gli svizzeri si allarmano. Lo fa un team di ricercatori dell’ Accademia svizzera delle scienze naturali (SCNAT): “Nessuna regione della Svizzera è risparmiata da questi agenti inquinanti eterni. Essi si depositano anche nei luoghi più remoti, trasportati dall’aria o dall’acqua. Sono inoltre molto diffusi nelle acque sotterranee. Si trovano nella fauna, nella flora e inevitabilmente nel corpo umano. Negli ultimi anni, le loro concentrazioni nell’ambiente sono aumentate”.
 
“Ridurre l’inquinamento causato dai PFAS richiederà anni o addirittura decenni: ci vorrà un grande impegno e una stretta collaborazione tra politica, economia, scienza”: i ricercatori hanno fiducia nelle Istituzioni. Svizzere, si intende.

Prossimamente il nostro scoop giornalistico. LA VERITÀ’ SUL CASO MITENI/SOLVAY CHE NESSUNO HA RACCONTATO.

L’autore del documento, che in esclusiva ospitiamo sul nostro Sito www.rete-ambientalista.it, è l’avvocato Luca Santa Maria, punta di diamante del collegio di difesa della Solvay nei precedenti processi penali.  Si tratta di un documento esplosivo su: “Un esperimento sulla pelle delle popolazioni, pianificato a tavolino”, Due epicentri, un solo disastro, una sola regia criminale”: “Riaprire un solo nuovo processo nel merito, a carico del vertice della multinazionale Solvay”.  Il documento sarà trasmesso in queste ore alle Procure della Repubblica di Alessandria e Vicenza.
Considerata la lunghezza del testo e la complessità giuridica, lo pubblicheremo a puntate.
Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

Il 2026 è alle porte. Snodo cruciale per i Pfas della Solvay.

IL GRANDE FRATELLO SOLVAY

Proprio temendo il contagio di una sentenza al processo Miteni, che -“storica”-  a Vicenza c’è davvero stata pur con luci e ombre  *1 (clicca qui), da Bruxelles, casa madre Solvay, l’amministratrice delegata di Syensqo, Ilham Kadri, aveva fissato con tutto il management l’imperativo de “il grande fratello”:  fermare il mondo,

“arrêter le monde”, attorno allo stabilimento di Spinetta Marengo, fino alla fatidica data del 2026.
Sul versante della magistratura,

ad Alessandria la Procura, malgrado le urgenze dei nostri esposti-denuncia, ha avviato il processo-bis SOLO nel 2024 e con un rinvio a giudizio che NON contempla il reato di dolo. A sua volta, Solvay ha ritardato le udienze con espedienti: ricusazione del “Giudice dell’udienza preliminare”, cambio dello staff legale. Poi, la mossa determinante è stata la proposta strategica di Patteggiamento *2 (clicca qui), incentivata dal Sindaco e incentivata dal Sindaco e  agevolata dal GUP con lo slittamento di un altro anno. E Solvay ha così traguardato il 2026 senza che in concreto sia iniziato il processo (dal quale peraltro avrebbe poco da temere considerati i blandi capi di imputazione): procedimento penale che -ammesso e non concesso che non sia strozzato da rito alternativo- durerebbe comunque tutto un decennio, fino alla Cassazione. Insomma, il classico  Delitto Perfetto *3 (clicca qui e qui) del rito penale, celebrato nell’ambito della “giustizia di classe” che premia l’inquinatore.

Sul versante della politica locale,

dove, con i lavoratori usati come scudi e la subalternità dei Sindacati, vanno in onda l’ennesima parodia dell’Osservatorio ambientale comunale, la “melina” ostruzionistica in Conferenza dei Servizi per il rinnovo dell’AIA Autorizzazione Integrata Ambientale, e soprattutto lo scandalo del Patteggiamento. Insomma, a livello locale il traguardo del 2026 è ormai superato.  D’altronde, era del tutto ipotetico il pericolo che il Sindaco, quale massima autorità sanitaria locale, agisse con una ordinanza di fermata delle produzioni inquinanti. E, difatti, pretestuosamente il “primo cittadino” ha preferito eclissarsi dietro il Parlamento e dietro la Regione Piemonte; anzi, ha fatto di peggio: da apripista ai Patteggiamenti con Governo e Regione. *2 (clicca qui).

D’altronde, la Regione Piemonte continua a temporeggiare *4 (clicca qui), in particolare a oscurare i monitoraggi sanitari, ad eclissare l’emblematica “pistola fumante” del crimine, a rallentare -al limite del “surplace- il biomonitoraggio ematico di massa della popolazione provinciale.  Anche se proprio il micro biomonitoraggio in atto nel Comune di Alessandria, per quanto truccato nei tempi e nella dimensione, già dimostra che 9 residenti su 10 hanno i Pfas nel sangue (e non solo). Completamente trascurati restano  gli altri Comuni (Piovera, Cassine, Castellazzo Bormida, Frascaro, Sezzadio, Basaluzzo, Bosco Marengo, Capriata d’Orba, Frugarolo, Castelspina, Casal Cermelli) i cui abitanti erano pur risultati avvelenati nel sangue dai Pfas C6O4 e ADV a seguito del “mini monitoraggio sperimentale” della Regione 5 *(clicca qui

D’altronde, nel favorire lo stallo produttivo e politico della Solvay, la Regione Piemonte fa inevitabilmente mancare i soldi anche per i monitoraggi dell’ambiente in atmosfera e al suolo. 6* (clicca qui).  Al punto che l’Arpa pubblicamente ne paventa addirittura lo stop, malgrado che i picchi dei prelievi stanno confermando il costante aumento di cC6O4, ADV, PFOA e GEN-X, tanto nei Sobborghi che nel Capoluogo e nei Comuni alessandrini.

Tale e quale è questo scandalo piemontese 5* (clicca qui)  che  avviene dopo i pozzi privati chiusi nel Comune di Alessandria dentro e fuori lo stabilimento, dopo la chiusura dell’acquedotto del Comune di Montecastello, dopo la tardiva chiusura di altri due pozzi  del Comune di Alluvioni – Piovera,  dopo che abbiamo denunciato la mancata chiusura dei pozzi dell’acquedotto di Alzano Scrivia, Guazzora e Alzano Scrivia, dopo che  allarmano  le analisi  su dieci pozzi dell’acquedotto di Alessandria,  dopo che  il Bormida è di nuovo inondato da masse di schiume, dopo che traboccano  di schiuma le vasche di raccolta dentro lo stabilimento, dopo che l’azienda addirittura è costretta a fermare un reattore dell’impianto più importante, dopo che perfino la complice Provincia è costretta a fingersi minacciosa con una ordinanza di bonifica eccetera.

Sul versante del Parlamento,

il 2026 è stato praticamente traguardato. I Parlamentari emanano leggi manovrate dalla potente lobby multinazionale Solvay. Infatti, in Senato il pericoloso Disegno di Legge (Crucioli) di messa al bando della produzione e dell’uso dei Pfas è stato definitivamente collocato in soffitta; mentre invece, come previsto  7* (clicca qui) nella complice bonaccia della politica italiana,

il recente decreto legislativo ispirato da Solvay ha ignorato Spinetta Marengo:

è stato cucinato sulla pelle della popolazione di Alessandria.

In quanto, 1°) lo stabilimento di Spinetta Marengo è l’unico in produzione in Italia dei perluoropolimeri, fluoroelastomeri e fluidi fluorurati; 2°) l’inquinamento di Spinetta Marengo non riguarda solo i Pfas, che ne rappresentano appena la punta dell’iceberg; e 3°) la contaminazione da Pfas in atmosfera è ancora più grave di quella sulle acque di superfice e di falda: in atmosfera dalle 72 ciminiere dolosamente continuano sulla provincia a ricadere -in aria terra acqua- 21 veleni tossici e cancerogeni (tra cui  i vecchi e i nuovi Pfas), respirati, disciolti nella nebbia, nella pioggia, nel pulviscolo atmosferico, nelle polveri sottili.

Che l’atmosfera di Alessandria è avvelenata dalla Solvay non  solo politicamente ma anche chimicamente 8* (clicca qui) l’abbiamo dimostrato più volte e, con l’esposto del 7 aprile 2023 via PEC avevamo proprio chiesto alla Procura di intervenire. A sua volta, il DDL Crucioli avrebbe fermato le produzioni Solvay in Italia e nell’immediato il progredire di malattie e morti fra le popolazioni del territorio, sacrificate invece dal recente Decreto legislativo ispirato da Solvay  9* (clicca qui) e 10* (clicca qui).

Per il resto, il decreto riguarda la qualità delle acque destinate al consumo umano: (a prescindere dai tempi e dai costi dei servizi pubblici) il limite introdotto resta ben lontano dai valori più cautelativi per la salute inseriti da altri Paesi europei; si affianca, dal 2026, a quello previsto dalla Direttiva Europea, il quale però a sua volta non è ritenuto da Efsa sufficiente a tutelare la salute dei cittadini. Insomma, a livello europeo, si discute ma non si conclude, per veto della lobby chimica, una efficace restrizione universale dei PFAS proposta da diversi stati membri. Insomma, non ci sarà la dichiarata stretta sui Pfas prima del 2026, gli appelli sono caduti nel vuoto, vincono le lobby industriali e vieppiù militari (i “forever chemicals” sono  indispensabili nel mercato della guerra in auge *11 (clicca qui).

Insomma, il decreto -modello Meloni-  è la longa manus della lobby chimica trasversale nel Parlamento italiano dove sono state presentate perfino dalle minoranze compromettenti Mozioni *12 (clicca qui).

Addirittura, il decreto è funzionale anche ad accontentare quanti, nei pressi dell’ambientalismo, lo considereranno “un piccolo passo in avanti, un segnale positivo”, dimenticando che, come pur sottolinea Greenpeace, “quando si parla di sostanze cancerogene non esiste alcuna soglia di sicurezza diversa dallo zero tecnico». 

Ma “Arrêter le monde “c’est impossible

In conclusione. Solvay ha vinto? Nel 2026 è concepibile, in pieno centro abitato, questa fabbrica ad alto rischio chimico e di catastrofe industriale, di cui i Pfas sono la punta dell’iceberg tossico e cancerogeno? Niente affatto. Ormai è impossibile per Solvay oscurare l’entità della letteratura scientifica biomedica internazionale sui Pfas: essa è proporzionale alla crescita di attenzione e di preoccupazione dovuta al combinato-disposto della loro pericolosità ambientale e sanitaria, la loro diffusione globale, nonché la persistenza che caratterizza l’esposizione umana. 

Si tratta di un numero enorme di composti resistenti alla degradazione chimica, biologica e ambientale dovuta alla forza del legame carbonio-fluoro: rimangono nelle matrici ambientali per tempi lunghissimi (da decenni a secoli), si bioaccumulano nel sangue e nei tessuti di esseri umani e animali, l’esposizione umana riguarda praticamente tutta la popolazione mondiale, inclusi feti e neonati, con micidiali effetti sulla salute, anche a basse dosi: il loro quadro complesso e preoccupante cresce col progredire degli studi. Per essi, ci avvaliamo di questa esaustiva Relazione del dottor Fabrizio Bianchi, componente del Comitato scientifico di ISDE Italia.   *13 clicca qui.

Resto convinto che, di fronte a questa immane tragedia sanitaria ed etica, “arrêter le monde” fermare il mondo sarà impossibile anche per “il grande fratello” Solvay. Però gli è possibile -come abbiamo finora esaminato- ritardare, sull’altare dei profitti, la fermata delle produzioni inquinanti dello stabilimento di Spinetta Marengo. Gli è possibile sfruttando le leggi, chi le fa, chi le applica e chi neppure le applica.

In radicale alternativa alla strategia Solvay, resto convinto, e impegnato, che noi possiamo accelerare l’urgenza del salvifico processo di chiusura.

Tramite azioni collettive di lavoratori e cittadini. Possiamo superare l’inidoneità delle sedi penali a fare Giustizia, ricorrendo alle sedi civili: con la class action risarcitoria alle Vittime (come stimolò il Procuratore Generale della Cassazione: “toccate Solvay nel portafoglio”), e con la determinante l’efficacia dell’azione inibitoria collettiva ambientale: quanto mai in linea di principio allineabile alla recente sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione in materia di danni climatici e protezione dei diritti umani *14 (clicca qui).  In USA, per i Pfas gli inquinatori sono toccati nel portafoglio per milioni di dollari *15 (clicca qui).

In Italia, made in Alessandria, avvocati di parte civile (ahimè, anche quelli che patrocinano associazioni ambientaliste e persone fisiche) spingono al patteggiamento piuttosto che alla sentenza di condanna: massimo guadagno di parcella col minimo sforzo, una manna per se stessi, ma a danno etico e morale della Giustizia e delle Vittime, a notevole danno, perché no? anche patrimoniale delle Vittime. 

Lino Balza –  Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

1* https://www.rete-ambientalista.it/2025/07/09/luci-e-ombre-nel-processo-pfas-di-vicenza/

2* https://www.rete-ambientalista.it/2025/04/09/il-comune-ha-fatto-da-bulldozer-colpo-di-spugna-della-solvay-sul-processo-e-sulla-messa-al-bando-dei-pfas-premio-miliardario-alla-presidentessa-syensqo/

3* http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3077:le-vittime-non-ottengono-giustizia-nei-tribunali-penali&catid=2:non-categorizzato

3* https://www.rete-ambientalista.it/2025/06/27/scandalizza-i-comitati-e-le-vittime-il-processo-solvay-di-alessandria/ 

4* https://www.rete-ambientalista.it/2025/07/09/un-altro-dei-tanti-rinvii-pfas-della-regione-piemonte/

5* https://www.rete-ambientalista.it/2024/05/09/altri-pozzi-di-acquedotto-chiusi-ad-alessandria-per-i-pfas-ma-lasl-fa-il-gioco-di-solvay/

6* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/fanno-mancare-i-soldi-per-monitorare-aria-suolo-falde-e-fiumi/

7* https://www.rete-ambientalista.it/2025/06/21/solvay-manovra-da-sempre-il-parlamento-italiano/

8* https://www.rete-ambientalista.it/2025/07/17/latmosfera-di-alessandria-avvelenata-dalla-solvay/

9* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/il-decreto-legislativo-ispirato-da-solvaysulla-pelle-dellapopolazione-di-alessandria/

10* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/limiti-zero-pfasin-italia-perfinogli-ambientalisti-balbettano-2/

11* https://www.rete-ambientalista.it/2025/07/09/in-piu-la-partita-dei-pfas-va-ben-oltre-la-sentenza-di-vicenza/

12* https://www.rete-ambientalista.it/2025/06/21/longa-manus-di-solvay-sulla-politica-dalla-destra-alla-sedicente-sinistra-2/

13* https://www.rete-ambientalista.it/2025/08/28/impossibile-oscurarela-letteratura-scientifica-biomedica-internazionale/

14* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/la-cassazione-sulla-tutela-dei-diritti-umani-fondamentali-dei-cittadini-minacciati-dallemergenza/

15* https://www.rete-ambientalista.it/2025/09/03/per-i-pfas-pagheranno-875-milioni-di-dollari/

Io, contaminata dai Pfas, ho avuto quattro aborti e due tumori. E ora per mia figlia niente test.

“Io ho abitato 39 anni nella ‘zona rossa’ Pfas della Miteni, mia figlia di 12 anni è nata in una ‘zona gialla’ ma io l’ho allattata per un anno, se sono contaminata io, lo è anche lei. Invece, secondo l’Asl non ha diritto al monitoraggio”.
 
Questa è la testimonianza di Emanuela Franceschetti, che si batte per tutelare la prevenzione della salute della figlia.
 
Al piano di sorveglianza sanitaria regionale per conoscere la concentrazione di Pfas nel sangue: è esclusa sua figlia, che è nata in zona gialla (considerata di minor concentrazione) ma che lei ha allattato. E l’allattamento è, secondo tutti gli studi, il primo veicolo di trasmissione dei Pfas!
 
Stiamo parlando di qualcosa in più che di “sospetti”: l’Oms Organizzazione Mondiale Sanità ha inserito i Pfas tra le sostanze cancerogene e gli studi degli endocrinologi (es. Carlo Foresta) indicano infertilità e poliabortività come effetti direttamente collegati alla contaminazione da Pfas.

Le concerie inquinano Pfas peggio della Miteni.

Dal 2016 ci si interroga se l’inquinamento delle acque del fiume Fratta sia o meno causato dall’attività industriale della Sirp spa, l’azienda conciaria che ha lo stabilimento a Cologna Veneta. Ora arriva finalmente la risposta dell’Università di Padova tramite la sentenza del Consiglio di Stato: «Seppure la Sirp utilizzi nel proprio ciclo produttivo acque già contaminate (a monte) dalla falda inquinata dalla Miteni, lo scarico (a valle) delle acque emunte dal pozzo contiene Pfas che contribuiscono all’inquinamento della falda acquifera». Cioè Sirp durante il trattamento biologico aumenta addirittura l’accumulo di Pfas.
 
Le concerie fanno un uso considerevole di Pfas nelle loro lavorazioni. Miteni nel 2018 si difendeva accusando: “I conciatori di pelle inquinano le acque centinaia di volte più di noi”. Sono oltre 500 le industrie dell’Alto vicentino, secondo il censimento fatto dalle stesse organizzazioni di categoria, che nel ciclo lavorativo utilizzano Pfas come leganti o additivi per la concia di scarpe, vestiti, guanti e altri accessori. Forti concentrazioni di concerie sono anche in Toscana.
La soluzione è la messa al bando dei Pfas, chiudendone a monte l’unico sito produttivo in Italia: Solvay di Spinetta Marengo. 

Pfas nell’acqua potabile a Bassano del Grappa.

A pochi giorni dalla storica sentenza sull’ex Miteni e della presenza dei Pfas in una vasta area del Veneto si torna a parlare di questi composti anche a Bassano del Grappa.
 
Nell’aprile di quest’anno, le associazioni locali avevano fatto analizzare a proprie spese 19 campioni di acqua potabile provenienti da Bassano, Cassola e Rosà.  191 nanogrammi di San Lazzaro, 211 della fontanella di Parco Baden Powell in Santa Croce e 158 di quartiere Firenze. In seguito, i privati hanno fatto eseguire altri campionamenti e hanno informato enti e associazioni della presenza di Pfas nelle acque potabili, ribadendo che la popolazione non era informata di questa situazione. Della faccenda sono stati informati, dall’ “Osservatorio Pfas Bassano”, anche Etra e Amministrazione Comunale e sono scattate le controanalisi.
 
Il risultato evidenzia la presenza di Pfas nei pozzi uno e due di Santa Croce e nella fontanella del parco Baden Powell. I valori si attestano attorno ai 50 nanogrammi. Le associazioni hanno chiesto un’indagine sulle fonti di contaminazione, cioè delle aziende che usano i Pfas della Solvay, ovvero delle discariche come già avvenuto per la fuga di gas in frazione di San Michele.

Luci e ombre nel processo Pfas di Vicenza.

Sta facendo il giro del mondo. Certo (vista a colori) la sentenza Pfas di Vicenza per l’avvelenamento delle acque è storica perchè è la prima che condanna per dolo, cioè con pene pesanti, ma occorre guardarla anche un po’ in bianco e nero. Innanzitutto, sul versante delle azioni risarcitorie a favore delle Vittime. 
Potenzialmente, potevano essere 350mila nel Veneto le persone fisiche presenti come parti civili nel processo, in quanto danneggiate in varia misura dai Pfas delle aziende ex Miteni. Invece, delle 338 “parti offese” indennizzate, sono ben 138 quelle istituzionali (enti, associazioni) ma appena 200 sono le persone fisiche: “Mamme no Pfas” e altri cittadini che a partire dal 2017 hanno scoperto che il loro sangue e quello dei loro figli erano avvelenati da concentrazioni preoccupanti di Pfas. Per ognuno dei 200, la Corte ha stabilito indiscriminatamente un risarcimento forfettario di 15mila euro.
Ebbene, premesso che la salute non è mai riparabile, però diciamolo apertamente, sono addirittura irrisorie 15mila euro per le Vittime, colpite dagli effetti cancerogeni e dalle conseguenze ormonali e metaboliche (processi correlati allo sviluppo ovarico, alla produzione di estrogeni, all’ovulazione e al funzionamento fisiologico del sistema riproduttivo femminile, cioè effetti sulla fertilità e sullo sviluppo fetale; aumento di vari tipi di cancro, tra cui leucemia, cancro al seno, tiroide e al pancreas; crescita significativa della mortalità di individui affetti da neoplasie maligne dei tessuti linfatici ed ematopoietici, come milza, fegato e midollo osseo; indebolimento del sistema immunitario e della risposta alle vaccinazioni soprattutto dei bambini; sviluppo di malattie sistemiche, come il danno epatico e le malattie cardiovascolari, tra cui l’aterosclerosi e gli eventi tromboembolici; aumento della concentrazione di trigliceridi e colesterolo nel sangue, eccetera).
Stiamo parlando di queste patologie mortali. Non stiamo mica parlando di 15mila euro per danni per la perdita di valore degli immobili.  15mila euro per le Vittime: non è Giustizia! Ci si avvicinerà ad essa se le 200 persone, ma anche le migliaia non coinvolte nel processo penale concluso, chiederanno i danni per le patologie da ciascuna subìteMa questi danni devono chiederli per altra via che non sia quella penale, perché nel processo penale il reato contestato è di natura prettamente ambientale: l’avvelenamento delle acque e il disastro ambientale. Il penale è bengodi per gli avvocati, non per le Vittime.  Il penale non risarcisce i danni per la salute, nemmeno un briciolo di dignità.
Per risarcire i danni alla salute, la via obbligata è quella dei processi in sede civile: con azione legale individuale, oppure unendosi con azione legale collettiva (class action): tramite associazione di cittadini ovvero organizzazioni, riducendo così notevolmente i costi legali ai rari avvocati (e medici legali) disponibili a parcelle meno appetitose di quelle in sedi penali.
Dunque, chiunque ritenga di aver subito danni reali a causa dell’inquinamento da PFAS (cioè problemi di salute ma perfino perdita di valore degli immobili, ecc.) può intentare una causa civile contro i responsabili dell’inquinamento, a partire dalle aziende che hanno prodotto o utilizzato le sostanze PFAS. Il diritto vale innanzitutto per le popolazioni che hanno “ospitato” in passato l’industria produttiva, come la Miteni di Trissino, ovvero per quelle che tuttora la fabbrica ce l’hanno in casa, come la Solvay di Spinetta Marengo.
A maggior ragione, questo diritto ad un risarcimento non lesivo della dignità ce l’hanno i principali esposti ai veleni, le Vittime dirette: i lavoratori di queste fabbriche. Per paradosso, anzi assurdo, i lavoratori della Miteni non hanno ricevuto dalla sentenza di Vicenza nessun risarcimento. Neppure i 53 costituitisi parti civili l’hanno preso, nemmeno l’elemosina delle 15mila euro (per la motivazione, appunto, che la natura del reato contestato è… solo di natura ambientale, non professionale).
Dunque, l’unica sentenza -anch’essa storica- che risarcisce i lavoratori resta quella, di un altro tribunale di Vicenza, che in sede civile ha risarcito la morte per tumore di un operaio della Miteni: per la prima volta riconoscendo in Italia la malattia professionale da Pfas. Però, con questa sentenza non è stata condannata al risarcimento l’azienda ma un Ente terzo in causa: l’INAIL.
E’ clamoroso, anzi scandaloso, che in Alessandria i sindacati a loro volta non abbiano mai avviato causa di riconoscimento di malattie professionali contro il colosso chimico di Spinetta Marengo. In particolare, la polemica è stata anche trasmessa con lettera aperta al segretario generale della CGIL, Maurizio Landini.

Ci vorrebbe un secolo per ripulire la falda più inquinata d’Italia.

Non merita ulteriore commento l’indecenza delle attribuzioni di vittoria e delle autoassoluzioni di politici e amministratori… all’unanimità. Invece, la sentenza Pfas di Vicenza va a pieno ed esclusivo merito della popolazione che si è mobilitata.
 
Detto questo, la sentenza per quanto tardiva (e col cappio degli appelli) assume comunque valenza storica perché è la prima che condanna per dolo (pene fino a 17 di reclusione per i manager), cioè considera sul serio l’inquinamento come reato: cosciente e voluto. Storica benchè insufficiente per fare giustizia. La Giustizia non si realizza certo con i 50mila euro per organizzazioni ambientaliste o con i 25mila per i sindacati Cgil e Cisl. Mentre sarebbe fondamentale se assicurasse i massimi risarcimenti alle Vittime: le quali invece -in poche centinaia su centinaia di migliaia- sono state indennizzate con irrisorie 15mila euro.
 
L’altro aspetto nevralgico è la bonifica. “Chi inquina paga” è uno slogan ingannevole, soprattutto perchè ambiente e salute non sono riparabili. Eppoi, quando mai è successo che chi ha inquinato ha pagato la bonifica! Codesta è miliardaria. Chi la paga? chi e come e quando la realizza? Gli inquinatori? La Miteni che è fallita? Gli stranieri del lontano Giappone?  Il ministero dell’Ambiente, al quale è stato riconosciuto un indennizzo da 58 milioni? La Regione Veneto con i 6 milioni di euro di indennizzi? Con gli 844mila euro di indennizzo all’Agenzia regionale per l’ambiente del Veneto (Arpav)? Con i 151mila la Provincia e con gli 80mila euro ciascuno per i trenta Comuni della zona rossa?
 
La Regione Veneto ha già speso 2,8 milioni in filtri e nuove reti acquedottistiche e 3,5 milioni per finanziare Arpav. Mai finiti i monitoraggi ambientali. A cui si aggiungono i costi elevati dei monitoraggi sanitari per 350mila residenti, del dosaggio dei Pfas nel sangue, delle patologie di preeclampsia in gravidanza oltre che malformazioni alla nascita, cancro del rene e del testicolo e della tiroide, malattie cardiovascolari, colesterolo e funzionalità epatica eccetera.  A tacere i costi per le cure.
 
Secondo l’Arpav, ci vorrà un secolo per ripulire del tutto la falda più inquinata d’Italia. Le altre 16 Regioni già individuate da CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), sono Piemonte, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana, Lazio, Campania, Friuli, Basilicata, Liguria, Umbria, Abruzzo, Puglia, Sardegna, Molise e Calabria.
Per sapere di più sulla storica sentenza del processo di Vicenza:

La storica sentenza come punto di partenza.

Dopo le sentenze storiche di Vicenza, in penale e in civile, un sacco di persone e di enti si sono appiccicate medagliette di pionieri della lotta contro i Pfas. Perfino alcune istituzioni pubbliche, che semmai avrebbero meritato nei decenni anch’esse un banco degli imputati, si sono autoassolte addirittura in veste di primazia politica e sanitaria. I meriti della vittoria vanno, invece, esclusivamente attribuiti alle lotte popolari dopo il 2017, con le “Mamme No Pfas” in testa. In questo ambito merita il riconoscimento che viene assegnato al dottor Vincenzo Cordiano in questo servizio del Corriere della Sera, clicca qui.
 
Nell’intervista, Cordiano giustamente rivendica di essere stato il primo in Veneto a lanciare l’allarme Pfas per la Miteni di Trissino nel 2013. Possiamo confermarlo perché all’epoca chiese informazioni a Lino Balza, noto per essersi occupato già dagli anni ’80 con le denunce dell’inquinamento Pfas in Bormida e Po, tant’è che lo mise anche in contatto (segreto) con tecnici della Solvay di Spinetta Marengo.
 
Vincenzo Cordiano giustamente accusa come non fu ascoltato dai politici e nemmeno dai suoi colleghi medici veneti, anzi fu sottoposto dai superiori a provvedimento disciplinare “per avere danneggiato l’immagine dell’azienda sanitaria Usl5”. Ovviamente fu censurato sul lavoro e bloccato come carriera. Il fatto non stupì, essendo già balzato all’onore delle cronache Lino Balza per anni oggetto di massicce rappresaglie del colosso chimico di Spinetta, licenziamento compreso, tutte respinte con vittoria nei tribunali però mentre gli amministratori pubblici piemontesi trattenevano le code tra le gambe.
 
Nell’intervista, Cordiano principalmente mette in rilievo che la storica sentenza di dolo del Tribunale di Vicenza debba essere -in Veneto- considerata non un punto di arrivo bensì di partenza: perché dovranno essere assolutamente perseguite le indagini ambientali ed epidemiologiche mancanti, soprattutto per riconoscere i danni alle Vittime e dunque i legittimi risarcimenti. Analogamente, il monito dovrebbe valere per il Piemonte. 

In più, la partita dei Pfas va ben oltre la sentenza di Vicenza.

Ok limite zero Pfas in Italia quando in Usa. .
L’intera partita (clicca) si giocherà in campo internazionale, all’ombra militare di Trump. Senza eccedere in trionfalismi, come si sta facendo, nondimeno la storica “sentenza Miteni” del tribunale di Vicenza, al di là dell’esito giudiziario ancora provvisorio, ha acceso ulteriormente i riflettori sui Pfas: in particolare sulla necessaria fermata nell’unico stabilimento che li produce in Italia, Solvay a Spinetta Marengo, e sul relativo assai controverso processo (bis) di Alessandria.
 
Nell’immediato, indubbiamente la sentenza sta plasmando in Veneto nuove decisioni e nuovi indirizzi in materia ambientale. In questo scenario, a Schio l’assemblea dei soci di “Alto vicentino ambiente (Ava)”, che si occupa del ciclo integrato dei rifiuti del comprensorio, ha approvato una delibera in cui si stabilisce che, qualora si dovesse potenziare ed ampliare l’inceneritore di Ca’ Capretta, non sarà consentito trattare fanghi di depurazione, che   tipicamente contengono Pfas.
 
La gravità della minaccia degli impatti sanitari dei Pfas si è riflessa, quasi in contemporanea, sulla vicenda dell’inceneritore che Eni Rewind aveva in animo di realizzare a Fusina, alla periferia di Venezia, bloccato finalmente dopo anni di lotte dal Comitato tecnico della Regione Veneto proprio per la possibilità che i fanghi da bruciare potessero contenere i Pfas.
 
Insomma, in un contesto così tratteggiato, i Pfas «finiscono per essere il filo conduttore» che lega i destini di Trissino, di Vicenza, di Venezia, di Schio, di Padova, di Verona, di Legnago e di Loreo. Si tratta di Comuni nei quali o c’è un impianto di trattamento o è prevista la realizzazione di un inceneritore o il potenziamento di una linea di incenerimento, oppure è in previsione la realizzazione di un impianto ad hoc: vuoi di trattamento, vuoi di essiccazione. Si è aperto un nuovo approccio nella gestione dei rifiuti e dei fanghi contaminati da PFAS, in particolare rispetto ai rischi per la salute derivanti dalla combustione incompleta dei PFAS.
 
A maggior ragione dopo la sentenza di Vicenza, i Comitati e le Associazioni chiedono la messa al bando in Italia dei Pfas per Legge. Il che però implica la sorte dello stabilimento di Spinetta Marengo, ovvero degli interessi economici, militari e geopolitici in gioco, che sono tanto radicati e ramificati da rendere l’intera partita (clicca) un vero e proprio rebus non solo nazionale.  Clicca anche https://economiacircolare.com/pfas-industria-bellica/ i “forever chemicals indispensabili nel mercato della guerra”.
 
Lo scenario internazionale, infatti, si fa più torbido, e dentro vi nuota Solvay in Italia (vedi foto). In Usa, l’Epa, l’agenzia governativa per la protezione dell’ambiente, sembra fare marcia indietro nella lotta agli “inquinanti eterni”. Le misure portate avanti da Joe Biden erano state pianificate durante il primo mandato di Donald Trump, che anche in questo caso rinnega sé stesso. L’Epa ha prorogato l’entrata in vigore dei limiti per la presenza di queste sostanze chimiche nell’acqua potabile e ha cancellato oltre 15 milioni di dollari destinati alla ricerca. La soglia di 4 nanogrammi per litro, tecnicamente zero, stabilita dalla legge Usa passata sotto Biden, dovrà essere rispetta solo dal 2031.

La CGIL contribuisca alla class action contro Solvay.

Lettera aperta a Maurizio Landini
 
Perché intervenga sulla CGIL Camera del Lavoro provinciale, affinché apra finalmente cause civili contro Solvay di Spinetta Marengo per risarcire i lavoratori morti e ammalati. Anzi, affinchè la CGIL dia disponibilità a contribuire ad aprire cause civili collettive, class action, per tutta la popolazione: lavoratori e cittadini.
 
La CGIL faccia ammenda del proprio immobilismo, la convinca infine la sentenza del Tribunale di Vicenza che ha condannato l’Inail a pagare il risarcimento per malattia professionale ai familiari di un ex operaio morto per un tumore a contatto con le sostanze Pfas della fallita azienda Miteni. “Si ritiene raggiunta la prova, con elevato grado di probabilità, del nesso di causalità fra l’ambiente in cui il ricorrente ha prestato la propria attività lavorativa la patologia in questione”, si legge nella sentenza.
Continua cliccando qui.

In Italia due delle più gravi contaminazioni da PFAS a livello europeo.

Due gli epicentri. La Miteni di Trissino in Veneto e la Solvay di Spinetta Marengo in Piemonte. La Miteni  è chiusa dal 2018. Solvay è l’unica produttrice di Pfas in Italia. Clicca qui le storie.
Il  Dossier “Pfas. Basta!” è disponibile on line a chi ne fa richiesta. In tre volumi Lino Balza racconta la storia in Italia delle lotte contro gli inquinatori Solvay e Miteni, dalle denunce degli scarichi in Bormida degli anni ’90 fino ai processi 2025 ad Alessandria e Vicenza. Una lunga storia di mobilitazioni anche contro connivenze, complicità, corruzioni, ignavie di Comune, Provincia, Regione, governo, Asl, Arpa, sindacati, magistratura e giornali, che ha ora raggiunto il culmine con la querela del sindaco di Alessandria a Balza… per diffamazione a mezzo stampa.

Landini, abbiamo Pfas nell’aria, nell’acqua, nel sangue. Intervieni.

Non si preoccupa del taglio dell’erba nei cimiteri il Gruppo “Vivere in Fraschetta” che, invece, ha consegnato al segretario della Cgil Maurizio Landini (ad Alessandria per promuovere i referendum dell’8 e 9 giugno) una accorata  lettera sul tema dei Pfas, sollecitandogli un intervento diretto.
 
 “Ti scriviamo con grande preoccupazione, perché quello che sta succedendo qui da noi ci riguarda tutti, cittadini e lavoratori. La nostra salute è ormai compromessa da un inquinamento che a Spinetta Marengo dura da decenni, e in particolare dai pfas, sostanze tossiche e per nulla biodegradabili. Conosci bene la vicenda della Miteni, ora in fallimento ma ancora inquinante, e della Solvay, che continua a produrre i PFAS più pericolosi al mondo. Ricordiamo i casi negli Stati Uniti, in Belgio, e in altri Paesi, dove queste sostanze hanno provocato malattie e disastri ambientali, ricordiamo l’Eternit”.
 
“Qui da noi la situazione è simile: abbiamo pfas nell’aria, nel sangue, e nei corpi di tanti di noi, anche di quei lavoratori di ditte esterne che non vengono monitorati. Le istituzioni, i sindacati, la politica, sanno tutto, eppure non fanno niente. È come parlare al muro di gomma dell’indifferenza. La nostra paura è grande: temiamo per noi, per i nostri figli, per il futuro del nostro ambiente e della nostra salute”.
 
“Vivere in Fraschetta” è il Comitato che raggruppa i pensionati CGIL dei sobborghi della Fraschetta, tra cui Spinetta Marengo, e ha preso una posizione molto dura nei confronti del sindaco che ha patteggiato con Solvay 100mila euro per il taglio dell’erba dei cimiteri.

Pfas: assolviamoli tutti.

I difensori della Solvay di Spinetta Marengo al processo di Alessandria contano neppure di arrivarci, boccandolo con un assolutorio patteggiamento davanti al GUP (giudice udienza preliminare). In Corte di Assise a Vicenza, invece, nelle arringhe finali, i difensori della Miteni di Trissino, società inabile in quanto fallita a comprare le assoluzioni come possono i profitti stratosferici della multinazionale belga, devono affidarsi alla sentenza del tribunale e fidarsi di una giustizia che, come è dimostrato (cfr. i tre volumi di “Ambiente Delitto Perfetto”), è classista già sul piano legislativo: assolve i colpevoli e punisce due volte le Vittime.
 
Insomma, gli avvocati Miteni chiedono l’assoluzione di quattro manager, imputati del 2005 al 2018, “per non aver commesso il fatto”, come già aveva chiesto il pubblico ministero Blattner. Il “fatto non commesso”, insomma il fatterello, consiste in “avvelenamento delle acque, disastro ambientale innominato, gestione di rifiuti non autorizzata, inquinamento ambientale e reati fallimentari”.
 
I quattro si difendono, così come i due direttori unici imputati ad Alessandria, che la responsabilità gestionale non è loro bensì di esclusiva competenza del consiglio di amministrazione che aveva ben stretto in mano i cordoni della borsa, dunque loro -miserelli- avevano senza autonomia di spesa “solo un ruolo operativo, non certo direzionale”. Nello scaricabarile gerarchico, a loro volta gli amministratori li accusano di aver tenuto nascosto -cattivelli- il drammatico stato di contaminazione del sito. Per conto del c.d.a si distingue Luigi Guarracino, già sgusciato via dal processo pescarese Montedison-Solvay di Bussi, già direttore di Spinetta Marengo da dove era stato chiamato a Trissino per la sua esperienza a scaricare Pfas nei fiumi (Bormida, Tanaro, Po), già imputato per “reato di dolo” (11 anni di reclusione), già condannato (si fa per dire) per “reato colposo” a “1 anno e mesi 8 di reclusione con i doppi benefici di legge” dalla Corte di Assise di Appello di Torino, condanna già confermata in Cassazione.
 
In conclusione, si dichiarano tutti angioletti. Il fatto non costituisce reato: non è reato che la contaminazione della Miteni di Trissino sia passata dall’acqua nel sangue di 300 mila abitanti, che significa 4mila morti in eccesso nella zona rossa rispetto alla media del resto della regione. A tacere Spinetta Marengo…

Scosse di terremoto ad Alessandria.

Si vedono le crepe al processo di Alessandria (il secondo) contro la Solvay (Syensqo). Regione e Comune disponibili al colpo di spugna del Patteggiamento proposto da Solvay alla arrendevole Procura (https://www.rete-ambientalista.it/2025/03/01/lofferta-di-solvay-a-comune-e-regione-per-comprare-la-salute-della-popolazione/ ).
Le differenze socio-economiche con il processo gemello di Vicenza: Miteni chiusa, Solvay monopolista in Italia (https://www.rete-ambientalista.it/2025/03/25/parti-civili-che-tutelano-ambiente-e-salute-e-altre-che-non-lo-fanno/ ).
In queste crepe (https://www.rete-ambientalista.it/2025/03/17/a-fronte-di-un-siffatto-disastro-sanitario-ed-ecologico-quanti-ad-alessandria-hanno-la-coscienza-a-posto/) si inseriscono  i cunei della multinazionale belga determinata ad impedire la chiusura immediata delle produzioni del polo chimico di Spinetta Marengo (AL) che provocano il disastro ambientale e sanitario. La sua lobbistica si avvale di una intensa propaganda mediatica a livello locale anche con ricorrenti “opuscoli informativi” alla popolazione. Che annunciano, anzi confermano: la bonifica praticamente è fatta.

Ma di quale bonifica sta ciarlando Solvay?

Assieme alla propaganda lobbistica a tutto campo europeo, a livello mediatico  locale Solvay  fa sfoggio di ricorrenti “opuscoli  informativi” alla popolazione. Nell’ultimo patinato, distribuito dal nuovo direttore Federico Frosini, vecchia volpe dei famigerati Pfas, e anticipando la linea difensiva al processo (eventuale), Solvay sostiene un presunto “raggiungimento degli obiettivi di bonifica per i solventi clorurati nella falda all’interno del sito, anche se per certificarlo prega di avere la pazienza di aspettare almeno altri due anni. Solvay sostiene questa prospettiva seducente gratificando (secondo noi: chiamando in correo, ovvero annegando nel ridicolo) partner qualificati come l’Università del Piemonte Orientale di Alessandria e gli Enti localiper la loro costante collaborazione”.  
Insomma, le attività di bonifica starebbero  “procedendo verso il progressivo raggiungimento di tutti gli obiettivi” e i monitoraggi confermerebbero “il significativo miglioramento dello stato qualitativo dei terreni e delle acque di falda”. Anche se tra i denti deve ammettere che è ben lontana la bonifica delle aree contaminate dal vecchio micidiale cromo esavalente, appunto perché non è andata oltre alla primordiale  messa in sicurezza della sua inefficiente barriera idraulica. Per quanto riguarda, poi, la bonifica delle aree esterne: il bollettino autostende un pietoso velo definendola “fase in progetto”.
La realtà di Alessandria propagandata da Solvay è smentita dall’Arpa, con i dati raccolti nel corso del 2024 sulla presenza dei cancerogeni pfas (il Pfoa vietato fin dal 2013 e i brevettati cC6O4 e l’Adv). Infatti, nei pozzi l’Arpa ha rilevato stabilmente 10mila microgrammi per litro di C6O4, oltre al picco di  200mila microgrammi.  Per molto molto meno fu chiusa la Miteni in Veneto.
 
Oltre alla situazione interna al sito, Arpa ha spiegato al Comune, che fa finta di niente, la situazione della contaminazione esterna, a cominciare dall’inquinamento da Pfas nell’aria in punti precisi. Nel sobborgo di Spinetta, davanti allo stabilimento (dove lavorava chi scrive), i cittadini respirano fino a 3,8 nanogrammi per metro quadrato di cC6O4 al giorno. Un valore che si abbassa -ma è in aumento!- quando si vive vicino all’Istituto tecnico Volta, nel centro di Alessandria (dove abita chi scrive), dove addirittura è stato riscontrato il GenX: il Pfas ritrovato pure  in alcuni campioni di alimenti coltivati intorno al polo chimico, assieme al Pfoa da 4 a 10 microgrammi per  litro nei terreni.
Insomma, il Comune, con la Provincia e con la Regione, fa finta di niente anche se da anni e anni i valori superano di svariate volte il limite ambientale stabilito dal pur blandissimo  decreto ministeriale del 2016 (0,5 microgrammi per litro), un dato allarmante perché cronico. Paradossale è la Provincia, che, nascondendosi dietro il governo, per i parametri di bonifica del Pfoa fa riferimento ante 2019. Dunque, in pratica la bonifica è sospesa. Una situazione ben diversa da quella di Arpa Veneto, che è riuscita a ottenere i limiti del Pfoa coinvolgendo direttamente il Nucleo operativo ecologico (Noe). Arpa Alessandria, organo tecnico della Procura, non sembra intenzionata a seguire la stessa strada.
La bonifica della Solvay è proprio una balla.

Parti civili che tutelano ambiente e salute, e altre che non lo fanno.

Proseguono le udienze al processo Pfas di Vicenza. Mentre al processo gemello di Alessandria associazioni e avvocati dovrebbero -senza nascondersi dietro il mignolo della Procura della Repubblica- sottoporsi ad un esame di coscienza  (A fronte di un siffatto disastro sanitario ed ecologico, quanti ad Alessandria hanno la coscienza a posto?) dopo aver ascoltato le richieste di risarcimenti di Wwf, Medicina democratica, Italia Nostra, Isde, al processo Miteni di Vicenza. E precisamente 250mila euro ciascuno i 53 operai parti civili e 110mila euro per ciascuna organizzazione. Legambiente ha chiesto 330mila euro. Sconcertante confrontare Vicenza con  Alessandria, dove Solvay offre

per uscire pulita dal processo- un patteggiamento a Comuni-Regione-Ministero, e dove avvocati stanno contrattando… 3.500 euro   per ciascuna parte civile fisica.
 
Invece a Vicenza, non sono “le due ultime ruote del carro” come ad Alessandria, bensì sono 15 i manager della Miteni di Trissino, o a quest’ultima riconducibili, finiti alla sbarra (121 anni di carcere) per avvelenamento delle acque, disastro ambientale, gestione di rifiuti non autorizzata, inquinamento ambientale e reati fallimentari con l’aggravante della condotta dolosaper consapevolezza e occultamento, insomma per “un crimine efferato, un crimine voluto”, come dovrebbe per Solvay di Alessandria e non è. Anzi, le parti civili venete hanno chiesto la condanna di tutti e quindici gli imputati, senza lo sconto assolutorio  dei PM per 6 di essi.
 
Anzi, hanno inoltre chiesto di inviare alla Procura della repubblica gli atti che riguardano le condotte del medico aziendale, il professore Giovanni Costa -lo stesso di Spinetta Marengo- inserito in un disegno strategicamente inteso giustappunto  “all’occultamento delle responsabilità aziendali”. Questo medico, infatti, in possesso di secretate analisi del sangue di Trissino (Miteni) e Spinetta (Ausimont), inviò nel 2001 le provette ai laboratori di 3M a Denver in Colorado e a Brema in Germania: tutte che superavano le soglie limite Pfas.  Al punto che le Assicurazioni rifiutarono polizze per l’esposizione Pfas in quanto di “alto il rischio associato all’industria chimica, in termini di responsabilità civile, operai e ambiente”. Ma, fregandosene, Miteni e Ausimont, poi Solvay… aumentarono addirittura le produzioni, e fregandosene degli allarmi dell’EPA (Ente Protezione Ambientale) americana. Non solo, Costa nel 2014 su incarico di Solvay effettuò uno studio sui risultati delle campagne annuali di monitoraggio biologico nei lavoratori esposti a PFAS.
 
Infine, le richieste delle parti civili non istituzionali al processo di Vicenza  sono chiare: la battaglia per l’acqua e per l’ambiente non può concludersi senza un completo ripristino della risorsa idrica. Il disastro ambientale non si è fermato con il termine dei capi d’imputazione del processo in corso, e chi ha inquinato deve assumersi la responsabilità di riparare il danno. La Procura è chiamata a intervenire per garantire giustizia e impedire che il problema venga lasciato irrisolto. Affiancandosi alle oltre 300 parti civili già costituite, infatti la società di servizio idrico integrato Viacqua ha ribadito  che dopo il 2013 Mitsubishi Corporation e ICIG (ex Miteni) non hanno minimamente  provveduto alla bonifica dell’area contaminata dai Pfas: nelle falde e  nel sangue di migliaia di cittadini tra Vicenza, Verona e Padova; anzi, è mancata l’interdizione dell’area dopo il fallimento di Miteni nel 2018.
 
Non sfugga che anche in Veneto, come in Piemonte, in palese contrasto con le parti civili che tutelano onestamente le Vittime persone fisiche, sono invece “compiacenti” le istituzioni accusate di omissioni e complicità:  le richieste risarcitorie del ministero dell’Ambiente che si accontenta di 56 milioni di euro, della Regione Veneto, delle aziende sanitarie di Vicenza, Padova e Verona, del comune di Trissino, che hanno avanzato un conto di 20 milioni.

I processi italiani cruciali per il destino dei Pfas in Europa.

I processi di Vicenza e Alessandria sono fratelli ma non gemelli: hanno grosse differenze. Quello di Alessandria è il secondo perché Solvay di Spinetta Marengo, malgrado la sentenza in Cassazione ha continuato a inquinare come prima e più di prima con 21 cancerogeni fra cui i PFAS, e, invece di una conseguente pesante condanna per reiterato comportamento doloso e criminale, rischia  addirittura di concludersi prima di iniziare con un assolutorio patteggiamento: un mercimonio di pochi  centinaia di milioni di euro anziché miliardi.
 
A Vicenza, invece, una dignitosa Procura, nel processo che sta per concludersi, disastro ambientale e avvelenamento delle acque, ha chiesto la condanna per dolo, “consapevolezza di avere inquinato senza prendere contromisure”,  di 9 amministratori e manager (Miteni, Mitsubishi, ICIG) che si sono succeduti nella gestione PFAS della  Miteni di Trissino: la pena più pesante è di 17 anni e sei mesi, la più tenue di 4 anni di reclusione. In totale le richieste di condanna raggiungono i 121 anni e 6 mesi di reclusione.
 
Solvay Syensko, unica produttrice di Pfas in Italia, ha bilanci in attivo stratosferici, Miteni invece  è fallita e senza soldi per i risarcimenti (con o senza coperture assicurative). In comune i due processi hanno lontane anni luce le bonifiche non solo dal completamento ma pure dal concepimento: suolo-acqua-aria di 21 cancerogeni per Spinetta e, per Trissino l’avvelenamento da Pfas della falda più grande d’Europa, in modo che i Pfas si sono trasferiti negli acquedotti finendo nei rubinetti delle case di decine di Comuni nelle  province di Vicenza, Verona e Padova, coinvolgendo il sangue di 350mila persone, causando gravissime malattie e  tumori: un’indagine epidemiologica ha quantificato in 4.000 le vittime in un arco di tempo di circa trent’anni.
 
Quali “bombe atomiche ad orologeria innescate” (definizione del pm Hans Roderich Blattner), il Veneto ha in comune con il Piemonte che rimane ammantata da un alone di ambigua omertà la catena delle responsabilità dei soggetti pubblici che avrebbero dovuto impedire che si materializzasse uno dei casi ambientali più gravi della storia recente del Vecchio continente.
A monte dei due processi epocali giganteggiano gli interessi in gioco. Sono  colossali. I Pfas sono sostanze artificiali cruciali per una miriade di applicazioni: microprocessori e produzione bellica in primis. Scalfire gli interessi del complesso militare industriale è una sfida di non poco conto. In Italia la Solvay Syensko, unica produttrice di Pfas nello stabilimento di Spinetta Marengo, guida la lobby confindustriale che blocca una legge di messa al bando dei Pfas in produzione e consumo. In Europa può esistere una maggioranza a favore del divieto totale, tuttavia la proposta di restrizione universale, avanzata da Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia, sta subendo un rallentamento inaccettabile a causa appunto delle lobby del settore chimico, che stanno investendo milioni per bloccare il divieto. L’esito dei due processi italiani diventa dunque cruciale.

Bando ai Pfas adesso!

Il 29 gennaio, la facciata metallica dell’edificio Berlaymont, sede della Commissione Europea, tra le bandiere europee, è stata illuminata da un messaggio in lettere bianche e gialle accompagnato da un teschio: “ Bando al PFAS adesso! ”. Il clamoroso messaggio ha fatto seguito…  allo scarico di  secchi di terra contaminata davanti al cancello di Chemours a Dordrecht (Paesi Bassi), all’aver distribuito birre contaminate da PFAS agli operai di una fabbrica chimica a Zwijndrecht (Belgio) ed essersi accampati davanti al tribunale durante il processo Miteni a Vicenza (Italia).
 
Dietro questo appello all’esecutivo europeo, con  richiesta di incontro con Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, ci sono due organizzazioni ambientaliste, European Environmental Bureau e WeMove Europe, alle quali hanno aderito rappresentanti delle popolazioni belga, olandese, francese e italiana colpite dall’inquinamento da PFAS. In un’indagine in quattro episodi pubblicata dal 14 al 17 gennaio 2025 dalla RTBF e dai suoi 28 partner del progetto Forever Lobbying , hanno rivelato il costo colossale del disinquinamento dei PFAS in Europa: tra 95 miliardi di euro e più di 2.000 miliardi di euro in Europa nel corso di 20 anni, a seconda dello scenario. Oppure 100 miliardi di euro all’anno “in perpetuo”. Insomma, fermare ora la produzione di Pfas, in Italia fermare Solvay, sarebbe la soluzione più conveniente.
 
Questa indagine ha anche messo in luce un’attività di lobbying su scala senza precedenti da parte dell’industria chimica, fino ai vertici dell’esecutivo europeo, per ostacolare un piano di messa al bando degli “inquinanti eterni”. In Italia, il Movimento di lotta per la salute Maccacaro ha denunciato (clicca https://www.rete-ambientalista.it/2025/01/18/2-000-miliardi-di-danni-la-lobby-dei-pfas-e-linciucione-italiano/) che  la lobby delle aziende chimiche e industriali capitanata da Solvay è tutt’altro che rassegnata: grandi manovre sono in corso attorno ai processi Miteni di Vicenza e Solvay di Alessandria, con il sospetto che si voglia spegnerli, quando meno impacchettarli. In Veneto clicca (https://www.rete-ambientalista.it/2025/01/11/delitto-perfetto-2-vicenza/l’allarmato documento di Mamme No Pfas, Isde, Cillsa, Legambiente, Cgil Veneto e Rete dei comitati denuncia l’esistenza di un semiclandestino tavolo di autorità politiche, istituzionali e giudiziarie  che tratta con le aziende imputate coprendone le responsabilità penali e risarcitorie In Piemonte: è in corso l’altro “inciucio” della tabula rasa dei patteggiamenti giudiziali a danno delle Vittime e della bonifica, (https://www.rete-ambientalista.it/2025/01/11/delitto-perfetto-2-alessandria/ ).

2.000 miliardi di danni. La lobby dei Pfas e l’inciucione italiano.

Rispetto a quando per la prima volta (1990) scrivemmo che lo stabilimento di Spinetta Marengo scaricava Pfas in Bormida. Rispetto a quando dai primi anni 2000 eravamo in pochi, se non i  soli, a diffondere sui Pfas informazioni e documenti internazionali sempre più allarmanti, anche trasmettendoli -come Movimento di lotta per la salute Maccacaro– in forma di esposti (venti) alla Procura di Alessandria. Ebbene, rispetto a quei tempi, fino a quelli odierni, per tutti i quali ci appuntiamo la medaglietta di indefessa costanza, ebbene oggi si può affermare che la tragedia Pfas primeggia quasi in tutti gli organi di informazione, merito anche negli ultimissimi anni dell’accelerata mediatica della campagna di Greenpeace in Italia ( http://bit.ly/3FAJ7H0 ). Meglio tardi che mai. Ma non ancora a sufficienza.
Infatti, a tutt’oggi, le produzioni dei cancerogeni e tossici Pfas della Solvay non sono state fermate ad Alessandria e l’uso dei  Pfas non è  stato messo al bando in Italia.
 
Lo stallo malmostoso è il segno che  la lobby delle aziende chimiche e industriali capitanata da Solvay è tutt’altro che rassegnata: grandi manovre sono in corso attorno ai processi Miteni di Vicenza e Solvay di Alessandria, con il sospetto che si voglia spegnerli, quando meno impacchettarli. In Veneto l’allarmato documento di Mamme No Pfas, Isde, Cillsa, Legambiente, Cgil Veneto e Rete dei comitati denuncia l’esistenza di un semiclandestino tavolo di autorità politiche, istituzionali e giudiziarie  che tratta con le aziende imputate coprendone le responsabilità penali e risarcitorie (https://www.rete-ambientalista.it/2025/01/11/delitto-perfetto-2-vicenza/). In Piemonte: l’altro “inciucio” della tabula rasa dei patteggiamenti giudiziali a danno delle Vittime e della bonifica, su cui hanno preso posizione Legambiente e Movimento di lotta per la salute Maccacaro (https://www.rete-ambientalista.it/2025/01/11/delitto-perfetto-2-alessandria/ ).
A lato di questo “inciucione”, la lobby è quanto mai aggressiva in campagne di pressione sui politici e di  disinformazione atte a  sviare l’attenzione pubblica dalle loro responsabilità verso i rischi per la salute e i relativi costi sociali (esemplari furono le campagne pro-tabacco). Lo scopo delle centinaia di lobbisti (addirittura Mario Draghi) è duplice: indebolire e affossare la proposta di Bruxelles di vietare la vendita e commercializzazione dei Pfas, e spostare il peso economico dei lavori di bonifica dalle aziende ai cittadini.
La multinazionale belga in Europa mantiene, con Ilham Kadri amministratrice delegata di Syensqo spin off di Solvay, un ruolo apicale nella “Campagna di disinformazione” dopo la richiesta di restrizione e divieto dei Pfas promossa nel 2023 dai cinque Stati europei (Danimarca, Germania, Norvegia, Olanda, Svezia). La campagna punta all’esclusione dal divieto dei fluoro polimeri: da considerarsi innocui prodotti finiti rispetto ai Pfas “storici” intermedi di produzione, e soprattutto da affermarsi essenziali per lo sviluppo della nuova tecnologia verde sponsorizzata dal Green Deal e finanziata in parte dal PNRR. Il nuovo fluoropolimero essenziale per l’idrogeno verde sarebbe Aquivion, che dal 2025 a Spinetta noi  produrremo senza utilizzo di pfas”. Falso. Aquivion rimane un Pfas e una volta riversato in ambiente il prodotto degrada in Pfas”: clicca qui.
 
Nella sua campagna, la lobby sta anche fronteggiando l’indagine interdisciplinare transfrontaliera coordinata da Le Monde, Forever Lobbying Project (FLP), che coinvolge 46 giornalisti di  diverse redazioni , 18 esperti accademici e avvocati internazionali e 29 media partner in 16 Paesi. L’indagine “sulla peggiore crisi di inquinamento che l’umanità abbia dovuto affrontare”, utilizzando una metodologia articolata e basata su criteri scientifici, ha infatti portato a galla quanto costerà ripulire dal “veleno del secolo” 23.000 siti in Europa, tra cui quelli, come Alessandria e Vicenza, considerati “hotspot PFAS”, dove la contaminazione ha già dimostrato di aver raggiunto  livelli particolarmente  pericolosi per la salute delle popolazioni esposte. A prescindere dagli incalcolabili costi umani e sociali in morti e ammalati e dall’impatto dei PFAS sui nostri sistemi sanitari, l’indagine  si è “limitata” a calcolare i costi per  bonificare le falde acquifere e i terreni impregnati di PFAS.
La cifra è da capogiro, ed equivale a 2 trilioni e mezzo di euro, 2,5 mila miliardi di euro in un periodo di 20 anniovvero un costo annuale pari a 100 miliardi di euroPer l’Italia, ad esempio, l’opera di pulizia costerebbe intorno a 12 miliardi di euro l’anno: stima assai per difetto se solo si guardano i costi depositati presso il tribunale di Vicenza. Cifre che comunque esploderebbero ulteriormente, in perpetuo, se non ci sarà lo stop immediato dei Pfas. Il nodo politico è: questi costi da chi verranno affrontati? dalle aziende che hanno messo in circolazione il PFAS, o dai cittadini tramite le proprie tasse?
Il principio sarebbe: chi inquina paga. Dunque il nodo è politico: mentre  gli altri Paesi CEE   chiedono a gran voce all’Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche (ECHA) di mettere al bando i PFAS, in Italia la storica  complicità politica e sindacale, delle istituzioni locali e governative, non ferma  le produzioni Pfas della Solvay a Spinetta Marengo, primo indispensabile passo verso il divieto in Italia  dell’uso di Pfas in tutte le manifatture, come fu (1992) per l’Eternit e l’amianto.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro

Delitto perfetto 1. Vicenza.

Grandi manovre attorno ai processi di Vicenza e Alessandria; rispettivamente contro Miteni, (Mitsubishi e Icig) e contro Solvay, con il sospetto che si voglia spegnerli, quando meno impacchettarli.
A Vicenza il processo Miteni, sulle responsabilità del maxi inquinamento da Pfas in Veneto, arriva alle ultime battute: a febbraio inizieranno la requisitoria del pubblico ministero e le arringhe delle parti civili e delle difese. Incombe sempre l’ombra della prescrizione.
In questo contesto si colloca l’allarmato documento dei comitati e delle associazioni ambientaliste del Veneto. L’esplosiva presa di posizione denuncia l’esistenza di “Un tavolo di autorità politiche, istituzionali e giudiziarie che si sta occupando in modo alquanto misterioso della trattativa con le società coinvolte nel processo per disastro ambientale e inquinamento di acque”. E’ più di un sospetto, in quanto precisano:
 “Da una audizione in Commissione parlamentare del procuratore Lino Giorgio Bruno è emersa l’esistenza di un tavolo, oltre quelli istituzionali, di cui non si conosce né la composizione, né i contenuti discussi, le priorità stabilite e i risultati conseguiti.  Incontri promossi dal prefetto di Vicenza vedono la partecipazione dello stesso procuratore, di rappresentanti della Provincia, dei legali delle tre aziende imputate, nonché della Marzotto, la società che oltre quarant’anni fa diede vita alla Rimar, le cui ricerche portarono poi alla costituzione della Miteni, l’origine degli sversamenti chimici”.
L’accusa è precisa: “Riteniamo grave questo modo di agire connotato da poca trasparenza e scarsissima informazione”, che tende a coprire dodici anni di inefficienze e omissioni istituzionali, compresa la magistratura. L’opacità riguarda  “lo stato della bonifica, sia per il terreno che per la falda”; fatto sta che “né la bonifica né la messa in sicurezza del sito sono cominciate”, mentre “non si ha notizia dell’avvio di un’indagine per omessa bonifica, che pur costituisce un reato gravemente punito dalla legge”.
Manca un aggiornamento da parte della Regione della mappa delle zone impattate, anche con campionamenti di terreni e degli alimenti. A loro volta, le indagini epidemiologiche sono ferme a uno studio di cinque anni fa e la mappa delle zone contaminate non viene aggiornata. Tant’è che “allo studio di mortalità nella popolazione veneta (4.000 decessi in più rispetto alla media di altre zone) non è stato dato seguito in termini di misure conseguenti”.
In definitiva, sarebbe un “inciucio”. “Dietro le quinte, un tavolo di autorità politiche, istituzionali e giudiziarie, senza trasparenza  si sta occupando della trattativa con le società coinvolte,  con l’effetto di avvolgere nel silenzio un disastro ambientale di portata epocale irrisolto”. Sapendo che ”l’inquinamento continua inesorabilmente a scendere verso valle e a propagarsi, bioaccumulandosi in ambiente e negli organismi”. In più, sarebbe un “inciucione” se dietro dietro le quinte, ci fosse lo zampino di Solvay,  che ha tutto interesse di instaurare una “pax pfas” in Italia.

La dieta per le popolazioni avvelenate dai Pfas.

Altro che “dieta mediterranea”. Se vivi nella “zona rossa”, quella più contaminata da Pfas in Veneto, devi stare attento anche alle uova delle galline dietro casa e ai prodotti a chilometro zero. Un recente studio realizzato dai dottori Armando Olivieri Mario Saugo, in collaborazione con il professor Hyeong-Moo Shin della Baylor University di Waco in Texas, ha dimostrato che, per la popolazione già con precedente presenza  di Pfas nel sangue, il consumo di alimenti locali vegetali e animali è un’ulteriore accumulo di Pfas: “inquinanti eterni”. Insomma, i residenti veneti dovrebbero fare una dieta priva di prodotti locali per almeno 10-20 anni, mentre si curano  le patologie contratte già prima della chiusura della Miteni di Trissino.
A maggior ragione, la dieta dovrebbe soprattutto essere d’obbligo per la popolazione di Alessandria, dove, nel sobborgo di Spinetta Marengo, la fabbrica Solvay, unica produttrice di Pfas in Italia, inquina da decenni terra-aria-acqua di Pfas e altri 20 veleni tossico cancerogeni.
 
Di quali patologie stiamo parlando?
 
L’esposizione ai PFAS comporta una regressione del metabolismo e del trasporto dei lipidi e di altri processi correlati allo sviluppo ovarico, alla produzione di estrogeni, all’ovulazione e al funzionamento fisiologico del sistema riproduttivo femminile; dunque i PFAS sono dannosi per la fertilità e lo sviluppo fetale. L’esposizione produce una sovraregolazione del gene ID1, coinvolto nello sviluppo di vari tipi di tumore, tra cui tiroide, leucemiacancro al seno e al pancreas. Inoltre, dai dati emerge che gli individui affetti da neoplasie maligne dei tessuti linfatici ed ematopoietici, come milza, fegato e midollo osseo, hanno più probabilità di andare incontro a esiti fatali se esposti continuativamente a questi composti. L’esposizione provoca l’indebolimento delle reazioni immunitarie, della produzione di anticorpi e delle risposte alle vaccinazioni, osservato nei bambini esposti ai PFAS durante il periodo prenatale e postnatale; entrare in contatto con Pfas aumenta anche la concentrazione nel siero dei marcatori di stress infiammatorio e ossidativo, favorendo lo sviluppo di malattie sistemiche, come il danno epatico e le malattie cardiovascolari, tra cui l’aterosclerosi e gli eventi tromboembolici.
L’analisi complessiva di tutti gli studi condotti sul tema è stata realizzata dai ricercatori dell’Università di Bologna e dell’Università di Padova che hanno comparato i diversi lavori, pubblicando i risultati in un’analisi comparativa trascrizionale sulla rivista Toxics., con il titolo “Cross-Species Transcriptomics Analysis Highlights Conserved Molecular Responses to Per- and Polyfluoroalkyl Substances”. Questo studio del Dipartimento di farmacia e biotecnologie dell’Università di Bologna e del Dipartimento di scienze cardiache, toraciche, vascolari e sanità pubblica dell’Università di Padova, è la più ampia analisi della risposta trascrizionale ai PFAS mai realizzata.

La dieta anti pfas per tutti.

La dieta per le popolazioni che sono o sono state direttamente colpite  aria-acqua-suolo dalle aziende produttrici di Pfas (ieri Montedison e Miteni, oggi Solvay) deve essere addirittura drastica. Ma tutta la popolazione in generale deve stare attenta a cosa  mangia, a come limitare dalla propria dieta questi  interferenti endocrini  associati a forme di tumore e infertilità.
Quali consigli?
 
Non acquistare alimenti dalle suddette zone piemontesi e venete, né dalle zone dove i fanghi di depurazione vengono usati come alternativa al fertilizzante sui terreni agricoli, dove l’acqua per le colture e per il bestiame può risultare contaminata, così come i mangimi per animali, né dalle zone con fabbriche che usano Pfas, esempio concerie.
In cucina  non usare imballaggi e prodotti per la casa contenenti Pfas, a cominciare dagli utensili da cucina, primi fra tutti le padelle antiaderenti che non contengono l’etichetta “pfas free”. Per la scelta di cibi confezionati meglio preferire il vetro alla plastica.
Tra gli alimenti, come spiega The Guardian, ce ne sono alcuni che possono essere più ricchi di PFAS, come quelli trasformati e quelli da asporto o quelli sfusi contenuti nei contenitori per lo stoccaggio, spesso appunto trattati con gli inquinanti eterni. Dunque è raccomandata una dieta ricca di frutta e verdura fresca, che ha minori impatti sulla contaminazione da confezionamento e lavorazione. Meglio il biologico, purchè garantito. Anche un maggior consumo di uova, caffè e riso bianco sono stati associati a livelli più alti di PFAS nel sangueOcchio anche al pesce e ai frutti di mare. Una ricerca condotta nel New Hampshire, negli USA, ha rilevato la presenza di PFAS in tutte e 26 le tipologie di pesce analizzate, con i livelli più alti nei gamberi e nell’aragosta.
 
Insomma, è possibile solo una dieta che riduca l’esposizione da Pfas. Fino a quando non intervenga una legge di messa al bando di produzione e uso di Pfas, a cominciare dalla chiusura delle uniche produzioni in Italia della Solvay di Spinetta Marengo. 

I Pfas di Arzignano.

“Seguo il caso PFAS da molti anni. Ho dimostrato, con documenti, perché è inquinata la città di Arzignano, che si trova dalla parte opposta della Valle dell’Agno, però stesso livello dell’Agno alla Barchesse di RIMAR/MITENI; che si trova a 110 metri sul livello del mare. Il caso inquinamento, si scopre anni dopo…” Continua qui la storia, che riceviamo da Vittorio Rizzoli.

Non ti puoi più fidare di nessuno.

Quando hai i soldi puoi permetterti di essere difeso in tribunale dai più costosi luminari sul mercato. Trovi anche chi è disposto a farti una perizia che affermi che la concentrazione di Pfas nell’acqua potabile accertata nella “zona rossa” (i Comuni più inquinati del Veneto) “è protettiva per la salute umana”. Dunque l’allarme è spropositato tanto più, hanno sostenuto, che non esiste nemmeno una correlazione certa tra Pfas e patologie mediche, come le malattie cardiovascolari, la malattia ischemica del cuore, le malattie cerebrovascolari, l’ipertensione arteriosa, l’ipertensione gravidica, il diabete e il cancro; al massimo hanno ammesso  una limitata associazione tra Pfoa e tumori al rene e al testicolo.
 
Per arrivare a tanto, i due accademici, hanno abbattuto di 70 volte la presenza dei Pfas contenuti nell’acqua potabile e di conseguenza il rischio per la salute umana. E’ bastato, per sputtanarli, un avvocato con una calcolatrice in mano.   E’ accaduto al processo in Corte di Assise di Vicenza. dove si è svolto il contro esame dei due illustri docenti universitari, entrambi citati dai difensori dei manager di Icig Miteni di Trissino, Paolo Boffetta, epidemiologo e ordinario di Medicina del Lavoro all’università di Bologna, e Claudio Colosio, docente all’Università statale di Milano. La firma di entrambi è apposta in calce a una “Relazione di consulenza tecnica” (81 pagine!) che ha per oggetto la “revisione critica dell’evidenza sugli effetti sulla salute esercitati da sostanze Pfas”.
 
Se non fosse stato scoperto, “l’errorino”,  di scambiare la “dose massima consentita per ogni chilogrammo di peso” con “la dose massima consentita al giorno”, avrebbe voluto dimostrare come la quantità di Pfas ingeriti (con la sola acqua, ma ci sono anche quelli contenuti negli alimenti) nei Comuni della “zona rossa” fosse perfettamente compatibile con i limiti Efsa Autorità europea per la sicurezza alimentare. Invece hanno provato il contrario.
 
Solvay si è annotata i nomi di Boffetta e Colosio da cancellare  dal carnet dei consulenti al processo di Alessandria.

Fiumi veneti bocciati da Legambiente.

Fiumi veneti sotto la lente di Legambiente, che come ogni anno ha dato vita alla campagna di monitoraggio Operazione fiumi. Nell’edizione 2024 la novità sono i Pfas. Preoccupante  incremento dei valori di Pfoa e Pfos allo scarico sul Fratta Gorzone, a Cologna Veneta (Verona). Così anche a Padova come a Vicenza per lo stato del Bacchiglione e del canale Piovego. Per il Sile superamenti della media annua di Pfos presumibilmente derivante dallo scarico di depuratore e dalle attività aeroportuali.
 
Il contesto è che tra le province di Vicenza, Verona e Padova c’è uno dei più gravi casi di contaminazione di questi “inquinanti eterni” dell’intero continente europeo: per un avvelenamento della Miteni di Trissino  che interessa oltre 180 km quadrati e 350mila persone che stanno subendo da anni l’emergenza sanitaria.
 
A sua volta, Greenpeace in 220 tappe sta monitorando i Pfas nelle acque potabili delle città italiane. Le quali   in gran parte omettono i controlli fra le maglie sbrindellate della regolamentazione nazionale. La stessa Direttiva europea  partirà già vecchia nel 2026 con limiti ormai superati dagli studi scientifici internazionali, tant’è che molte nazioni (ma non l’Italia!) hanno già introdotto soglie  più cautelative per la salute umana, in considerazione dell’aumento delle patologie cancerogene generate da questi interferenti endocrini:  danni alla tiroide, al fegato, problemi alla fertilità, incremento dei livelli di acidi grassi nel nostro corpo, diabete gestazionale ecc.
 
Alla messa al bando dei Pfas (in parlamento giace da anni il Disegno di Legge Crucioli) si oppone la potente lobby capitanata da Solvay, unico produttore nazionale, che fa quadrato attorno a queste produzioni dai lauti profitti, pur consapevole  che per la totalità del settore industriale in cui vengono impiegati i PFAS, esistono le alternative più sicure.

Solvay e Miteni: contaminazioni perenni, bonifiche impossibili.

«Le contaminazioni storiche possono essere anche oggi fonti attive. Un terreno impregnato di Pfas può essere una fonte perenne». È quanto riportato nel copioso studio riassunto, in Corte d’assise di Vicenza, dagli ingegneri chimici Maurizio Onofrio e Amedeo Zolla al processo che vede imputati 15 manager di Miteni, Mitsubishi Corporation e Icig, accusati a vario titolo di avvelenamento delle acque, disastro ambientale innominato, gestione di rifiuti non autorizzata, inquinamento ambientale e reati fallimentari. Per dare un ordine di grandezza, i consulenti hanno stabilito che «una goccia e mezza di contaminante dispersa, che è pari a un trentesimo di grammo, contamina con 30 nanogrammi un litro d’acqua». Le dichiarazioni dei due consulenti sono quanto mai attendibili, quali ammissioni, in quanto essi sono addirittura nominati dagli imputati.
 
Le loro drammatiche conclusioni valgono tanto per il polo chimico Miteni di Trissino che per quello Solvay di Spinetta Marengo, con l’aggravante per quest’ultimo che a Vicenza la fabbrica è chiusa mentre ad Alessandria quotidianamente sono aggiunti altri veleni in acqua e aria, che neppure la magistratura sembra determinata a fermare tramite la chiusura degli impianti.

«Sono a posto con la coscienza».

La legge è uguale per tutti.

Prima direttore operativo, poi addirittura amministratore delegato, Luigi Guarracino è stato responsabile degli scarichi idrici che da Trissino hanno contaminato i Comuni delle province di VicenzaVerona e Padova. In concorso con altri 15  manager e dirigenti dell’ex Miteni,  è accusato di disastro innominato nell’ambiente e avvelenamento delle acque, con tutte le migliaia di ammalati e morti annesse e connesse.  In tribunale a Vicenza si è dichiarato innocente: “Sono a posto con la coscienza”. Che coscienza ha? Quando lo accusai pubblicamente di dolo per la Solvay di Spinetta Marengo, una quindicina di anni fa, mi scriveva: lei mi accusa, non mi conosce, prendiamo un caffè insieme. Ma mi faccia il piacere. Se l’era già cavata per il rotto della cuffia nel processo Solvay di Bussi. Poi finalmente ha subìto nel 2019 una condanna in Cassazione per il disastro Solvay di Spinetta Marengo. Una condanna lieve (1 anno e 8 mesi) perché non gli è stato riconosciuto il dolo. Il sottoscritto era invece d’accordo con la Procura generale  e chiedeva 11 anni per dolo. Tratta da “Ambiente Delitto Perfetto, clicca qui lo stralcio della mia “Memoria di replica in Corte di assise d’Appello di Torino” riguardante appunto la posizione processuale di Luigi Guarracino.

Ambiente svenduto. Ambiente delitto perfetto.

Non sono bastati due volumi (disponibili a chi ne fa richiesta), stiamo scrivendo un terzo sempre con lo stesso titolo “Ambiente Delitto Perfetto”, aggiornato di disastri ambientali che hanno causato migliaia di vittime e sono finiti nelle aule dei tribunali, per sfociare però in archiviazioni, assoluzioni, prescrizioni. Delitti perfetti.
 
Aggiorneremo con i processi Pfas di Vicenza e Alessandria e dell’Ilva di Taranto. Nonché con un viaggio dal Nord al Sud nelle inchieste sull’ambiente svenduto, sulle quali ci anticipa questo servizio su Il Fatto Quotidiano (clicca qui) per quanto riguarda le ecatombi dell’Eternit, della Caffaro, della Miteni, delle Solvay, della discarica di Malagrotta, della Montedison di Bussi, di Montedison e Pertusola a Crotone, del quadrilatero della morte Priolo Augusta Melilli  Siracusa, delle raffinerie Eni di Gela, delle raffinerie sarde Saras e Sarroch.

“Delitti perfetti” nei tribunali se non interviene la Cassazione.

Avevamo avuto ragione nel 2015 a titolare “Ambiente Delitto Perfetto” (*) il nostro libro (Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia). “Perché”, come dimostrammo in due voluminosi volumi, “nelle aule giudiziarie impuniti si consumano scandalizzanti delitti contro il bene comune per eccellenza , che è la salute ovvero l’ambiente”. Uno di questi è la recente sentenza Ilva. Forse il più grave, non solo perché assolve i responsabili di uno  dei più efferati disastri eco sanitari perpetrati In Italia, ma soprattutto  perché crea un pericolosissimo precedente: i processi non si potranno celebrare nei territori dove  l’inquinamento  è avvenuto, anzi, quelli già in corso e le relative condanne potranno essere annullati anni e anni dopo.
 
Con il cavillo che alcuni giudici vivessero negli stessi quartieri in cui abitano persone costituitesi parte civile o che ex magistrati fossero parti offese, la Corte d’assise d’appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, ha annullato le 3.700 pagine della sentenza del Tribunale di Taranto che, in dodici anni di udienze, perizie e testimonianze, avevano condannato i Riva a 22 e 20 anni, Niki Vendola a 3 anni e 6 mesi, eccetera per altri 23 imputati. Così il maxi-processo “Ambiente Svenduto” dovrà ripartire da zero e se ne occuperanno i magistrati di Potenza. Con un rischio enorme: la prescrizione rischia di cancellare buona parte dei reati. Per maggiori dettagli clicca qui.
 
Per scongiurare questo delitto, “E’ auspicabile che la decisione della Corte d’appello sia  impugnata dalla Procura e portata in Cassazione”: così si esprime Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione PeaceLink, (clicca qui), “evitando un allungamento dei tempi e un rischio concreto di prescrizione per reati gravissimi come la concussione e, probabilmente, l’omicidio colposo”.
 
Il pronunciamento favorevole della Cassazione eviterebbe presumibili rischi in altri processi di natura ambientale. Si pensi che gli avvocati difensori altrimenti chiederebbero che il processo Miteni sia spostato da Vicenza, o che la sentenza (prevista per la primavera) potrebbe essere annullata negli anni seguenti. Si pensi al processo Solvay di Alessandria che neppure potrebbe avviarsi a fine anno.
 
 (*) “Ambiente Delitto Perfetto” è disponibile a chi ne fa richiesta. 

La lobby dei Pfas corrompe gli scienziati e arruola gli avvocati.

La lunga mano dell’industria chimica sulla scienza, per meglio dire: sugli organismi internazionali preposti a definire regole e limiti, non molla la presa sui Pfas. La lobby chimica ha infiltrato  nel Comitato dell’OMS Organizzazione Mondiale della Sanità ricercatori legati all’industria, cioè i propri consulenti prezzolati, allo scopo di definire per Pfoa e Pfos soglie limite  nelle acque potabili (100 parti per trilione ptt) superiori agli stringenti limiti (4 parti per trilione) fissati da regolatori in Usa ed Eu (*). Lo scopo è di utilizzare (come sta facendo ad esempio Solvay in Cina) questi frivoli limiti nei permissivi paesi invia di sviluppo, piuttosto che affrontare negli Stati Uniti l’Ente Protezione Ambientale EPA che ha concluso che nessun livello di esposizione a Pfoa e Pfos nell’acqua potabile è sicuro. Insomma, come noi sosteniamo, il vero limite è zero.
 
E’ talmente enorme il conflitto di interesse, contro il quale è insorta la comunità scientifica indipendente, che l’OMS è stata costretta a costituire un nuovo Comitato con meno scienziati legati all’industria. Il quale rivedrà le linee guida che, ovviamente, saranno ricontestate dai consulenti delle lobbies chimiche, perché il mettere in discussione la scienza fa parte della loro strategia più ampia. Come ben utilizzano i loro avvocati  nei processi Solvay ad Alessandria e Miteni a Vicenza.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.
 
(*) È stata appena pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea la Comunicazione della Commissione “Linee guida tecniche sui metodi d’analisi per il monitoraggio delle sostanze per- e polifluoro alchiliche (PFAS) nelle acque destinate al consumo umano” volte a imprimere un’accelerazione al monitoraggio dei PFAS con criteri omogenei nell’ambito dell’Unione Europea.
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