Il legame tra Pfas e sclerosi multipla.

Non poteva mancare la sclerosi multipla (SM) tra le patologie indotte dai Pfas. Lo rileva lo studio, intitolato “Associazioni tra sostanze perfluoroalchiliche e sclerosi multipla in coorti statunitensi a confronto con NMOSD, MOGAD e soggetti di controllo sani”, guidato da Farren Briggs, Ph.D., Sc.M., professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze della Salute Pubblica, e pubblicato sulla rivista Environmental Research.
 
Lo studio ha coinvolto collaboratori dell’Università di Miami, della Mayo Clinic, della Vanderbilt University, della East Carolina University, della Case Western Reserve University, dell’Università del Texas a Austin, dell’Università della California del Sud.
 
Il team di ricerca ha scoperto che le donne affette da sclerosi multipla presentavano livelli più elevati di due composti PFAS, l’acido perfluoroesansolfonico (PFHxS) e l’acido perfluorottanoico (PFOA), rispetto ai gruppi di controllo. Duque, l’esposizione ai PFAS può influenzare i processi ormonali e le vie biologiche coinvolte nella salute neurologica.
La sclerosi multipla è una malattia cronica e autoimmune che colpisce il sistema nervoso centrale, danneggiando la mielina (la guaina che protegge le fibre nervose). In Italia interessa circa 137.000 persone, esordisce spesso tra i 20 e i 40 anni e colpisce le donne più degli uomini.

Basta chiamarci eroi mentre ci lasciate senza tutele.

Quattro vigili del fuoco morti per lo stesso tipo di tumore. Tre aretini e un collega di Spoleto deceduti per glioblastoma.(micidiale tumore al cervello).  Lo Stato nega la causa di servizio ma non è fatalità: la scienza ci dice che i Vigili del Fuoco sono stati esposti a un cocktail di sostanze tossiche e ‘perenni’ come i PFAS contenuti nelle schiume estinguenti, mentre non sono dotati di dispositivi di protezione individuale (tute, guanti, respiratori ecc.).
 
Clicca qui alcune dimostrazioni:

Pfas anche negli acquedotti del l’Alto Monferrato.

Solvay di Spinetta Marengo 
Arpa Piemonte ha rilevato nei pozzi di Cassano Spinola la presenza di PFAS oltre i limiti di legge fissati dalle normative recenti. I controlli hanno coinvolto anche il territorio novese (come nella zona del torrente Scrivia a Bettole di Novi).
E’ emersa tensione tra i dati diffusi da Arpa e le rassicurazioni di “Gestione Acque” che definivano i livelli “bassi”, spingendo i cittadini e le amministrazioni a chiedere massima chiarezza e trasparenza.
 
Clicca qui un commento inviatoci da un cittadino di Novi Ligure.
 
Il Comune di Cassano Spinola ha pubblicato le più recenti analisi effettuate sull’acquedotto al fine di monitorare le sostanze PFAS:

I tumori di origine occupazionale.

I cancerogeni come l’amianto e i pfas. Le stragi dolose delle multinazionali chimiche favorite dalla complicità delle leggi e dei politici. Stragi silenziose che restano impunite o minimamente indennizzate dalla magistratura. Anzi, è in corso, anche grazie ad una informazione ammaestrata, il tentativo di delegittimare gli scienziati che stanno dimostrando il criminale esercizio del capitalismo senza limiti negli ambienti di lavoro e di vita.
 
Clicca qui un articolo di Riccardo Falcetta, medico del lavoro.

Piana di Marengo maledetta: tra nucleare e chimica.

Il deposito nucleare di Bosco Marengo (AL) resta sempre un protagonista del dossier “Storia antinucleare” ***. Infatti, nell’area dell’ex Fabbricazioni nucleari (FN) sono sempre lì 640 metri cubi di rifiuti radioattivi che attendono di essere trasferiti nel fantomatico deposito nazionale ultrasicuro. Fino alla fine degli Anni 80, FN produceva combustibile per le centrali nucleari e nel 2022 è stata il primo sito nucleare in Italia a essere smantellato dalla Sogin, società pubblica incaricata del decommissioning di tutte le centrali e gli impianti italiani, cioè le quattro centrali nucleari di Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano (Caserta), oltre ad altri impianti legati al ciclo del combustibile: Eurex di Saluggia (Vercelli), Opec e Ipu di Casaccia (Roma) e Itrec di Rotondella (Matera).
Bosco Marengo attende da allora di passare dallo stato di “brown field”, cioè di «campo marrone», allo stato di «green field» “prato verde”, ossia in una condizione finalmente priva di rischi e vincoli radiologici. Smantellata “brown field”, Bosco attualmente è invece nello stallo della sistemazione finale delle materie nucleari, di adeguamento di alcuni locali a deposito di materiali provenienti dalle operazioni di smantellamento da caratterizzare o rilasciare, di completamento delle operazioni di bonifica e recupero dei materiali antropici (legno, plastiche, rottami vari) rinvenuti negli anni scorsi presso la cosiddetta “area di rispetto” del sito. Si tratta materiali interrati scoperti nel 2014 all’interno dell’area ma successivamente nella profondità del terreno dove sono stati occultati i rifiuti era stata registrata radioattività poiché c’erano anche quelli radioattivi.
Riguardo alla bonifica e al recupero dei materiali nel corso del 2025 sono state allontanate circa 200 tonnellate di materiali privi di vincoli radiologici, mentre a inizio 2026 è stata completata la caratterizzazione radiologica di circa 9 mila metri cubi di terre e rocce da scavo, attualmente in corso di reinterro.
Nell’alessandrino, la piana di Marengo (la Fraschetta) ha portato fortuna a Napoleone (con la battaglia del giugno 1800) ma altrimenti è maledetta: il nucleare della FN di Bosco Marengo a fianco della chimica Solvay di Spinetta Marengo. Appresso, a Tortona, c’è sempre il deposito Campoverde con oltre 300 metri cubi di rifiuti radioattivi frutto dell’attività della Controlsonic, azienda che si occupava dello stoccaggio di materiale di scarto di esami ospedalieri, fallita negli Anni Novanta.
 
***  “Storia antinucleare”, il dossier di Lino Balza, racconta la storia che va da Bosco Marengo ai ricorsi a TAR del Piemonte e Consiglio di Stato; dal Forum nazionale dei Movimenti Antinucleari al Referendum 2011 che perseguì la fuoriuscita definitiva dal nucleare civile; dal dopo Referendum ai governi “verde-giallo-rossi” e “policromo”, e infine di destra, fino all’odierno rilancio del “nuovo nucleare” e alla ir-risoluzione del deposito nazionale. Oltre quaranta anni di lotte, l’epopea della mobilitazione popolare che contrasta ancora oggi il nucleare civile e, insieme, quello militare.  
 “Storia nucleare” è disponibile a chi ne fa richiesta: tratta in breve da stralci dei libri “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione – Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia) e “L’avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza”, nonché dalle centinaia di articoli del Sito “Rete Ambientalista Movimenti di lotta per la salute, l’ambiente, la pace e la nonviolenza” gestito dal “Movimento di lotta per la salute Giulio A. Maccacaro”.

Pfas: la più grave emergenza sanitaria. 

Il nostro Sito www.rete-ambientalista.it potrebbe considerarsi saturo di articoli (verso i duemila) dappoiché avviammo quasi 40 anni fa la campagna per la messa al bando dei Pfas. Invece, non può ridimensionarsi in quanto sempre più affluiscono comunicazioni riguardanti una tragedia sanitaria ormai finalmente considerata di dimensione planetaria. Al punto che il nostro Dossier “Pfas. Basta!” è già al quarto volume.

Aggiorniamo dunque il Sito, come di seguito. Fermo restando che la premessa in Italia è sempre la stessa: LA VERA SOLUZIONE E’ ELIMINARE I PFAS ALLA FONTE, CHIUDERE LE PRODUZIONI SOLVAY DI ALESSANDRIA (come e quando: affronteremo successivamente la questione con un ampio servizio). Secondo l’inchiesta di “The forever pollution project” più di 17.000 siti in tutta Europa sono contaminati dai PFAS. In Italia sono stati trovati in tutte le Regioni, beninteso: in tutte le Regioni dove sono stati cercati, come abbiamo

pubblicato in decine di articoli. Aggiorniamo aggiungendo le autobotti di emergenza nel bergamasco (1), i Pfas nelle acque del Ticino (2), i pozzi chiusi nel pordenonese (3), nel trentino, (4), nel vicentino (5).

Aggiorniamo l’allarme sanitario per i Pfas che ormai non risparmia nessun alimento neppure garantito dalle grandi marche commerciali (6). La terribile evidenza delle mamme che trasmettono ai figli i Pfas in gravidanza e nell’allattamento (7), nelle diete ai neonati (8).  Mamme che non azzardano ai figli un uovo alla coque (9). Neanche un frutto, men che mai le golose fragole (in yogurt, succhi, merendine e gelati): con le più alte proprietà di interferenza endocrina, su sviluppo del feto e sviluppo cerebrale, sull’insorgenza di malattie croniche, tra cui l’infertilità e le tiroiditi (10). Stante che le autorità arrivano a vietare la vendita di pesci, carni bovine, suini, pollame, uova, latte vaccino (11). Ammesso che le mamme si siano fidate ad usare la carta da forno (12).

Questi allarmi ormai non risparmiano nessun territorio italiano. Oltre al caso più famoso dei 350mila veneti contaminati per l’eredità della Miteni di Trissino. Non solo una eredità ma, addirittura, dopo la chiusura della Miteni, oggi sarebbero inceneriti in Veneto i rifiuti della Solvay (13).

E attualmente è proprio Alessandria il punto nevralgico nazionale, perché a Spinetta Marengo la Solvay Syensqo è l’unica produttrice italiana dei brevetti Pfas. Non accenna a chiuderli.  La multinazionale belga gode della protezione delle Istituzioni. Al punto che, per non allarmare, hanno perfino omesso la mappatura dei pozzi privati utilizzati a scopo potabile nella zona di Alessandria, che poi le analisi dei privati con clamore

denunciamo essere pesantemente inquinati dai Pfas (14).

Qualche sindaco in provincia si muove in autonomia, come a Castelletto d’Orba, ed è costretto a chiudere storiche fonti nel commercio di acque minerali (15). Il sindaco di Montecastello ha ordinato la chiusura dell’acquedotto già nel 2020. Mentre quello di Novi Ligure, come il suo compagno di Alessandria, cerca di far finta di niente per l’interrotta fornitura idrica di Novi Ligure, Pozzolo Formigaro e Serravalle Scrivia (16 ).

Se i monitoraggi degli enti pubblici sono da sempre assenteisti, stanno venendo a mancare attorno al sito chimico di Spinetta perfino le tradizionali sentinelle ecologiche: i ricci. L’inquinamento ha sopraffatto questi bioindicatori” naturali, capaci di raccontare attraverso il loro corpo le condizioni di salute dell’ecosistema alessandrino offrendo un campanello d’allarme diretto sui rischi per la salute umana (17).

Fortunatamente, qualcosa ad Alessandria in ambito ospedaliero si muove: con il nuovo progetto di ricerca dell’IRCCS dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria in merito al legame tra microbiota intestinale e adenocarcinoma del colon e l’esposizione dei Pfas di Solvay (18).

Per il resto, abbiamo sindaci che, in un quadro di disastro ambientale e sanitario senza paragoni, nelle loro vesti di massima autorità sanitaria locale potrebbero bloccare Solvay e invece miseramente patteggiano l’abbandono dal processo che vedeva il Comune quale parte civile: in pratica assolvendo la multinazionale belga, rinunciando a chiedere giustizia, finalmente giustizia, contro chi sta ammalando e uccidendo lavoratori e cittadini senza neppure risarcirli (19). Con i sindaci abbiamo sindacati e istituzioni che sapevano che per

primi i lavoratori della Solvay di Spinetta Marengo erano usati come cavie umane (20).  

TUTTI SAPEVANO/SANNO CHE LA VERA SOLUZIONE E’ ELIMINARE I PFAS ALLA FONTE, CHIUDERE LE PRODUZIONI SOLVAY DI ALESSANDRIA)

  1. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/autobotti-anti-pfas-a-bergamo/
  2. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-anche-a-pavia-nelle-acque-del-ticino/
  3. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/emergenza-pfas-nel-pordenonese/
  4. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfos-nel-trentino/
  5. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/nel-vicentino-superati-di-tre-volte-i-limiti/
  6. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/tfa-ovunque-pane-pasta-latte-ortaggi-frutta-acque-minerali-vino/
  7. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-nel-latte-materno/
  8. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-pediatri-pfas-negli-alimenti-bimbi-a-rischio/
  9. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/con-un-uovo-al-giorno-non-ti-togli-piu-il-medico-di-torno/
  10. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/fragole-il-frutto-piu-contaminato-dai-pfas/
  11. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/in-veneto-stop-a-vendite-di-carne-con-pfas/
  12. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/nel-dubbio-non-usare-carta-da-forno/
  13. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/probabile-lincenerimento-in-veneto-dei-pfas-c6o4-della-solvay/
  14. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/quanti-alessandrini-stanno-usando-i-pozzi-inquinati-il-sindaco-sotto-accusa/
  15. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-pfas-chiudono-le-fonti-di-castelletto-dorba/
  16. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-da-diluire-nella-rete-idrica-di-novi-ligure-pozzolo-formigaro-serravalle-scrivia/
  17. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/sempre-meno-le-sentinelle-attorno-alla-solvay/
  18. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-e-tumori-al-colon-retto-in-alessandria/
  19. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/chi-inquina-compra-limmagine-ma-non-paga-per-la-salute-delle-popolazioni/
  20. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-lavoratori-usati-come-cavie-umane-per-i-pfas/

Autobotti anti Pfas a Bergamo.

Entra in vigore la nuova legge che restringe i limiti per la presenza dei Pfas nell’acqua potabile (Pfoa, Pfos, Pfna e Pfhxs a 20 nanogrammi per litro, 100 nanogrammi al litro per la quantità totale di tutti i Pfas) e quattro Comuni bergamaschi, Credaro, Brembate Sopra, Castelli Calepio e Cologno, si ritrovano fuori norma.
 
Uniacque, che gestisce il servizio idrico, e le quattro amministrazioni stanno predisponendo piani d’intervento d’urgenza, installazione di filtri, che, nella migliore delle ipotesi, richiederanno diversi mesi. Le analisi sulla falda diranno se nel frattempo ci sarà la necessità di rifornire i residenti di acqua potabile con sacchetti e autobotti.

Pfas anche a Pavia nelle acque del Ticino.

Uno studio effettuato dal Cemav, Centro di Monitoraggio della roggia Vernavola, ha evidenziato, concentrazioni fognarie (fino a 6 nanogrammi per litro) superiori ai limiti di legge di Pfos (0,65) nella roggia, e da qui nel Ticino che lungo 15 chilometri attraversa Pavia e un parco di 35 ettari.
 
Il Ticino è malato, anche per la presenza di glifosato, in una situazione regionale dei corpi idrici che, stando ad Arpa Lombardia, è fortemente compromessa: solo il 38 per cento dei fiumi e il 51 per cento dei laghi raggiunge infatti lo Stato Ecologico “buono” richiesto dalla Direttiva Acque. Si pensi che la Regione ha bocciato una mozione per la messa al bando dei Pfas, a dimostrazione della mancanza di attenzione al tema inquinanti.

Emergenza Pfas nel Pordenonese.

Nei Comuni di Aviano, Fontanafredda, Porcia e Roveredo in Piano, scatta lo stop all’uso dell’acqua dei pozzi artesiani privati. I sindaci dei quattro comuni hanno firmato congiuntamente un avviso nel quale invitano i proprietari e utilizzatori dei pozzi situati in specifiche aree del territorio indicate in mappe consultabili anche presso gli uffici comunali, a sospendere temporaneamente a scopo precauzionale l’utilizzo dell’acqua emunta dai pozzi per uso potabile umano e animale.
 
Per i più fragili è previsto inoltre un servizio di consegna d’acqua a domicilio con i volontari di protezione civile.
L’avviso è stato emesso in seguito ai monitoraggi di ARPA FVG e dell’Azienda Sanitaria che hanno rilevato la presenza di sostanze chimiche PFAS nelle falde superano fino a 20 volte i nuovi limiti di legge entrati in vigore il 13 luglio. Le autorità stimano che l’acqua potrebbe restare inquinata per decenni.
In particolare, sono stati individuati Pfos da schiume estinguenti usate in ambito aeronautico e Pfoa legati a percolati di discarica, ovvero liquidi che si formano quando l’acqua piovana si infiltra tra i rifiuti o quando i rifiuti stessi si decompongono.
 
Anche i sindaci di Pordenone, Cordenons e Sacile hanno richiesto verifiche e controlli cautelativi per monitorare lo stato delle falde cittadine.

Pfos nel trentino.

Il primo pozzo saltato alla ribalta dopo l’inizio dei nuovi controlli è quello di Storo, un piccolo comune nella Provincia Autonoma di Trento, dove già nel 2024 l’Agenzia Ambientale locale aveva rilevato la presenza di PFOS negli acquedotti, in particolare nella zona del Ponte dei Tedeschi, Località Piana De Rode (pozzo Gaggio) e Ponte dei Tedeschi, legati in parte ad aree industriali locali come le ex Fonderie Trentine.
 
Il pozzo, dove sono stati registrati livelli di PFOS fino a 30 nanogrammi per litro (il limite ora è fissato a 20), nelle scorse settimane è stato scollegato ma non chiuso definitivamente: potrebbe infatti essere necessario in caso di emergenza idrica. Il sindaco nel frattempo ha annunciato un possibile biomonitoraggio della popolazione per verificare tramite analisi l’eventuale accumulo di PFAS.

Nel vicentino superati di tre volte i limiti.

I controlli effettuati da Viacqua su 17 pozzi privati tra Sandrigo e Bressanvido hanno rilevato concentrazioni di PFAS superiori ai nuovi limiti di legge in 9 casi. In media, i valori riscontrati risultano circa 3 volte oltre la soglia entrata in vigore il 13 luglio 2026.
 
Le verifiche sono state avviate dopo la rilevazione di PFAS in alcuni punti di prelievo nei Comuni di Pianezze e Schiavon, serviti dal gestore Etra e situati a nord dell’area interessata.

Pfas nel latte materno.

Le mamme assumono Pfas attraverso il  cibo e l’acqua potabile, ma anche respirando prodotti impermeabilizzanti e applicando cosmetici sulla pelle. I figli allattati assumono i Pfas. Le donne che allattano non possono fare nulla per ridurre i PFAS nel proprio latte.  È quanto emerge da un ampio studio condotto dall’Istituto Nazionale per la  Salute Pubblica e l’Ambiente (RIVM) su oltre 1.600 donne nei Paesi Bassi.
 
I Pfas vengono impiegati in moltissimi prodotti per renderli idrorepellenti, come i tessuti, i cosmetici e molti prodotti medici. Sono presenti anche nei pesticidi utilizzati in agricoltura. Poiché i PFAS non si degradano, sono ormai onnipresenti nell’ambiente. Si accumulano nella catena alimentare e danneggiano il sistema immunitario e sono anche cancerogeni. 

I pediatri: «Pfas negli alimenti, bimbi a rischio».

Negli alimenti di origine animale basta una dieta minima per superare i limiti Efsa (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) sui Pfas. Un bambino di 1 o 2 anni può superare i limiti con pochi alimenti. Se un bimbo di 1 o 2 anni, di peso medio, consuma settimanalmente anche solo mezzo litro di latte, due porzioni da 50 grammi di carne bovina e due uova, supera la dose settimanale tollerabile di 4,4 nanogrammi per chilo, con il solo Pfos.
 
I bambini e gli adolescenti mostrano concentrazioni ematiche superiori rispetto agli adulti a parità di esposizione ambientale, a causa del rapporto peso/assunzione.
Rischi principali nei bambini: riduzione della produzione di anticorpi e minore efficacia delle vaccinazioni, innalzamento dei livelli di colesterolo nel sangue (ipercolesterolemia), alterazione dello sviluppo ormonale e neurocomportamentale.
Dopo uno studio, la Regione Veneto ha deciso di ritirare dal mercato alcuni prodotti.

Con un uovo al giorno non ti togli più il medico di torno.

Le uova che provengono da un gruppo di animali da cortile allevato da una famiglia alla periferia Ovest di Vicenza presentano concentrazioni di Pfas in concentrazioni di dieci volte superiori a quelle previste dagli standard di sicurezza.
 
La misurazione «monstre» pari a oltre 13mila nanogrammi su kilo è stata riscontrata in un allevamento a conduzione familiare in zona Carpaneda nel capoluogo berico.
Frattanto i Comuni di Pianezze e Nove hanno invitato la cittadinanza ad effettuare controlli sui pozzi privati con una attenzione specifica all’uso idropotabile, con l’obiettivo di cercare contaminazione da Pfas.

Fragole il frutto più contaminato dai Pfas.

Le fragole fanno bene alla salute. O almeno dovrebbero. Sono ricche di vitamina C, antiossidanti e altri nutrienti preziosi, soprattutto per i bambini. Eppure, dalle analisi di laboratorio risultano da anni preoccupazioni. 
Un gruppo di 58 associazioni europee, coordinate dall’organizzazione scientifica Pesticide Action Network Europe (PAN), ha analizzato 41 campioni di fragole prodotte in 11 Paesi UE. In 3 campioni italiani su 5 erano presenti pesticidi (fludioxonil e cyprodinil) appartenenti alla famiglia dei PFAS che si degradano formando acido trifluoroacetico TFA. (Il TFA è stato recentemente classificato dall’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche ECHA come tossico per la riproduzione di categoria 1B, ossia una sostanza che può compromettere lo sviluppo del feto). 2 campioni italiani su 5 contengono almeno un pesticida neurotossico, pericoloso soprattutto per i potenziali effetti sullo sviluppo neurologico delle api e sospettato di avere effetti sullo sviluppo neurologico di feti e bambini.
 
Motivo di forte preoccupazione è che nella UE addirittura non esiste una valutazione del rischio derivante dall’esposizione cumulativa e dagli effetti sinergici dei cosiddetti “cocktail di pesticidi”. Non esiste in quanto è tecnicamente e scientificamente impossibile calcolare delle soglie di sicurezza e di tossicità quando si mettono in combinazione più sostanze tossiche tra loro che interagiscono nell’organismo: interazione stessa ne crea delle ulteriori nell’organismo umano, che possono essere ignote e imponderabili. L’unica via sicura è sempre e solo quella di non utilizzare nessuna di queste sostanze nelle coltivazioni e sostituirle con altre innocue o con pesticidi naturali. Ma non si fa perché ciò ridurrebbe dei business economici enormi come quelli della produzione e vendita dei pesticidi, fertilizzanti chimici, ormoni della crescita delle piante ecc. Pertanto, i decisori politici europei sono evidentemente ancora in balìa delle pressioni delle potenti multinazionali dell’agrofarmaco e delle industrie chimiche produttive.
In conclusione, le produzioni biologiche sono quelle che ci garantiscono… insieme alle coltivazioni domestiche e di contadini di fiducia.

In Veneto stop a vendite di carne con Pfas.

A 15 anni dall’emergenza Pfas della Miteni di Trissino, scoperta dal CNR ed elusa dall’inazione delle autorità del Veneto, ovvero a 8 anni dalla chiusura dello stabilimento, la Regione Veneto e l’Istituto Superiore di Sanità, con la collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, di Arpa Veneto e delle Aziende Ullss, hanno definito il rapporto (il secondo dopo quello del 2016) sulla presenza di Pfas nei prodotti di origine animale.
 
Lo studio ha fornito dati sui livelli di presenza di quattordici PFAS (PFOA, PFOS, GenX cC6O4 ecc.) in otto matrici (muscolo e fegato di bovini, suini, pollame, uova, latte vaccino) e nell’acqua di abbeveraggio di ciascuna azienda studiata. Ancora oggi, 8 aziende superano i limiti per PFOA o PFOS in muscolo bovino, fegato bovino o fegato suino; sono aziende distribuite in massima parte nelle zone ad alta e media intensità. Con ritardi di anni, dunque, in queste aziende sono state adottate misure di intervento al fine di evitare la messa in commercio dei prodotti, ed è stato avviato un monitoraggio costante atto a garantire il progressivo rientro nei limiti di legge.
 
Permane, dunque, come già individuato nel precedente piano, la correlazione fra contaminazione degli alimenti e contaminazione dell’acqua di abbeveraggio, in particolare per quanto riguarda la presenza di PFOS legata all’impiego di acqua di pozzo non filtrata. In ritardo di dieci anni, le autorità competenti hanno disposto il blocco ufficiale e vietato il commercio degli alimenti prodotti; le aziende sono state sottoposte a prescrizioni quali l’allacciamento all’acquedotto per l’acqua di abbeveraggio, e a successivo follow-up, fino al raggiungimento di valori entro i limiti di legge, sia dell’acqua che dei prodotti.
 
Il completamento del Piano con i dati provenienti dalle filiere vegetali in fase di analisi di laboratorio consentirà, afferma la Regione, di elaborare un quadro complessivo più leggibile, anche in riferimento alle ricadute di sanità pubblica, nonché sulla salute animale e sull’ambiente. Quanti altri dieci anni dovremo attendere per pesce, vino, vegetali? Non dimentichiamo che nel frattempo continua a essere in vigore il divieto di consumo del pescato proveniente dai corsi d’acqua della zona rossa.

Nel dubbio: non usare carta da forno.

La carta da forno può essere prodotta senza Pfas o almeno con livelli minimi? La risposta è affermativa. Lo dimostra una serie di test de Il Salvagente. Non sono presenti Pfas nei campioni Carrefour e Domopak bensì nei marchi venduti nei principali supermercati italiani, tra cui Cuki, Lidl, Eurospin, Coop, Esselunga, Conad, Selex ed Ecor. Ma tutti nelle soglie dei limiti europei. Non è invece valutabile la quantità di Pfas che dalla carta migra agli alimenti durante la cottura temperature superiori ai 200 gradi o a contatto con alimenti grassi.
 
Ulteriore problema è che la carta da forno viene utilizzata per pochi minuti e poi gettata, spesso tra i rifiuti indifferenziati o nell’organico. I composti fluorurati a quel punto possono raggiungere discariche, inceneritori, compost, suolo e falde, continuando a circolare nell’ambiente per tempi eterni.
Le alternative alle carte da forno: tappetini in silicone; burro e farina: ideali per i dolci; olio e pangrattato o farina: ottimi per torte salate o pizze, usando olio di oliva o di semi; carta di alluminio: per cotture brevi, ma senza cibi acidi come il limone o il pomodoro.

Probabile l’incenerimento in Veneto dei pfas C6O4 della Solvay.

La rete ambientalista Zero Pfas ha diffuso dati relativi alla presenza dei Pfas in relazione allo stato dei fanghi trattati dallo stabilimento Chemviron, ditta che «lava» gli acquedotti e i depuratori del Veneto contaminato da Pfas. Sulla base del referto certificato da una società autorizzata, ossia la Accredia, per quanto riguarda i C6O4 la quota tocca la soglia di 4,4 milioni di nanogrammi per chilogrammo: la Rete afferma “La presenza di quest’ultimo rende probabile lo smaltimento da parte di Chemviron dei rifiuti tossici della Solvay, ora Syensqo» di Alessandria”. «I cui dirigenti sono stati rinviati a giudizio per disastro ambientale in cui il composto C6O4 è il protagonista maggiore». L’eventualità incenerimento è stata paventata anche dal presidente della “Commissione Sicurezza e Ambiente” alessandrina,  Adriano Di Saverio.
Secondo la nota, il dato acquisito «dimostra inoltre l’inefficacia dell’incenerimento» praticato in loco nonché «la ricaduta su altre matrici» ambientali.
 
La Rete Zero Pfas, «in modo indipendente», insieme con altri istituti di ricerca e laboratori accreditati, ha continuato a monitorare le varie matrici, non solo alimentari, in particolare nella zona ad altissimo rischio di Legnago nel Veronese dove, per l’appunto è attivo l’impianto di «rigenerazione carboni attivi» della multinazionale Chemviron, «già fornitrice della Miteni e gestore degli scarti Pfas delle zone contaminate, degli acquedotti e dei depuratori del Veneto».
Così un gruppo di attivisti della rete ecologista del Nordest si è recata a Venezia per sensibilizzare la Regione Veneto proprio sul dossier derivati del fluoro. Alla protesta (in foto) è stata data la veste di una vera e propria performance artistica.
Il dossier inceneritori non lambisce solo Legnago, ma pure Arzignano, uno dei centri industriali più importanti dell’Ovest vicentino: uno dei principali distretti della concia in Europa, dove in passato è stata presa in considerazione la eventualità di realizzare in zona un impianto di incenerimento proprio per fanghi conciari.

I Pfas chiudono le fonti di Castelletto d’Orba.

A luglio 2026, il sindaco di Castelletto d’Orba ha emesso un’ordinanza di chiusura precauzionale per le storiche Fonti Feja e Cannone a causa di parametri non conformi. La Fonte Feja è sempre stata particolarmente nota per le sue attività commerciali di imbottigliamento delle acque minerali.
La presenza dei PFAS nell’Alessandrino deriva dalla dispersione storica nel polo chimico Solvay di Spinetta Marengo, per la quale la Regione Piemonte ha avviato un programma di biomonitoraggio. Ma per analizzare l’acqua di un pozzo privato ed escludere la presenza di PFAS o altri contaminanti a Castelletto d’Orba, è necessario incaricare un laboratorio chimico certificato, che applichi i metodi ufficiali per la ricerca dei PFAS su matrici acquose, poiché le autorità pubbliche come l’Arpa Piemonte eseguono campionamenti ufficiali per conto degli enti, ma non forniscono servizi di analisi ordinari per i pozzi dei singoli cittadini.
 
L’analisi assume particolare rilevanza a seguito dell’entrata in vigore a dei nuovi limiti di legge europei e nazionali sulla concentrazione di PFAS nelle acque.
Negli anni precedenti, le fonti pubbliche di Castelletto d’Orba hanno subito diverse chiusure e riaperture, legate a motivi burocratici, danni ambientali e manutenzioni, mentre il provvedimento del nuovo sindaco, Marco Lanza, rappresenta una misura precauzionale differente poiché deriva esplicitamente da anomalie chimico-fisiche (“parametri fuori norma”) rilevate durante i controlli di routine.

Pfas da diluire (? !) nella rete idrica di Novi Ligure, Pozzolo Formigaro, Serravalle Scrivia.

Segnalati da “Gestione Acqua”, società del gruppo ACOS, dopo i limiti restrittivi introdotti dalla legislazione europea. Ma il vecchio sindaco di Novi, Rocchino Muliere, non si mostra preoccupato pur non avendo chiaramente individuato le fonti dell’inquinamento.  Anzi, fornisce la spiegazione: “I Pfas vengono spesso rilevati a seguito di eventi meteorologici eccezionali o violenti e non persistenti”. Piovono cioè dall’atmosfera: allusione alle emissioni da Spinetta Marengo della Solvay.
 
Gestione Acqua e Asl di Novi, invece, si preoccupano di passare da un prelievo mensile a uno settimanale che permetta di monitorare con maggiore frequenza e continuità la presenza dei Pfas. Stanno valutando anche di abbatterli, con la soluzione palliativa dei filtri a carboni attivi (in sostituzione di quelli a sabbia), nei pozzi di prelievo dal torrente Scrivia di frazione Bettole di Novi da cui è stata interrotta la fornitura idrica per Novi Ligure, Pozzolo Formigaro e Serravalle Scrivia.
 
Addirittura, si prospetta la soluzione, disperata, della diluizione dei veleni: “L’altra soluzione che permetterà di mitigare la presenza dei Pfas sarà il prelievo dall’acquedotto della Val Borbera che permetta di contribuire alla diluizione dei parametri e dei valori riscontrati”.

Pfas e tumori al colon retto in Alessandria.

L’esposizione ai PFAS è associata (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro IARC) a un aumentato rischio certo di sviluppare diverse neoplasie, tra cui rene e testicolo. Per il tumore del colon-retto, gli studi (Yale University) indicano che i Pfas possono agire da motore di crescita, stimolando le cellule tumorali a migrare e diffondersi (metastatizzare).
 
Al riguardo, si distingue il nuovo progetto di ricerca dell’IRCCS dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria in merito al legame tra microbiota intestinale e adenocarcinoma del colon e l’esposizione dei Pfas di Solvay.  I ricercatori confronteranno campioni biologici di pazienti affetti da tumore del colon con quelli di persone sane residenti nello stesso territorio. Il “Colon Meta” rappresenta una delle sfide più promettenti della ricerca biomedica, atte a contribuire a migliorare le strategie di prevenzione e diagnosi precoce del tumore del colon.

Chi inquina compra l’immagine ma non paga per la salute delle popolazioni.

Il sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante, ha “giustificato” come un redditizio utile per la collettività (taglio dell’erba dei cimiteri) il patteggiamento di 100mila euro dalla Solvay in cambio dell’abbandono dal processo che vedeva il Comune quale parte civile. In pratica assolvendo la multinazionale belga, rinunciando a chiedere giustizia, finalmente giustizia, contro chi sta ammalando e uccidendo lavoratori e cittadini senza neppure risarcirli.
Tralasciamo il giudizio etico, morale e politico su una istituzione basilare, quale è il sindaco massima autorità sanitaria locale, che aveva già rinunciato a intervenire di competenza a fermare le produzioni inquinanti dello stabilimento di Spinetta Marengo in un quadro di disastro ambientale e sanitario senza paragoni.
 
Limitiamoci ai cinici “conti della serva”. Il Comune di Alessandria ha “guadagnato” (sic) come risarcimento alla collettività, 100mila euro, cioè 1 euro a testa per ciascun dei suoi 100mila cittadini. Fatte le demenziali proporzioni, “l’affarone” con Solvay Syensqo l’avrebbe fatto il sindaco di Montecastello, Gianluca Penna, che ha venduto per 100mila euro il bene salute… ma a 363 euro per ciascuno dei suoi 274 abitanti.
Questi due sindaci hanno patteggiato 100mila euro quale “danno di immagine”: un insulto attribuito alla lesione della dignità delle due comunità che non varrebbe più di tanto.  Ma, gli altri danni? I danni patrimoniali e non patrimoniali, la salute? I cittadini di Montecastello hanno bevuto l’acqua tossica e cancerogena dei Pfas fino a quando il sindaco è stato costretto a chiudere l’acquedotto. Solvay non paga. La salute dei cittadini sarà a carico della collettività.
 
Infatti, si apprende, dopo l’ultima riunione della “Task Force sanitaria regionale” dedicata ai Pfas (nella foto), che “La Regione Piemonte è disponibile a prendere in carico, dal punto di vista sanitario, anche i cittadini di Montecastello, tramite un nuovo protocollo operativo”. “Questo, ancora da definire, consentirà di estendere proprio la presa in carico dei cittadini residenti in altri territori interessati dalla contaminazione, oltre ai cittadini di Spinetta Marengo, sia per la presenza di PFAS nelle falde sia per possibili fenomeni di trasporto atmosferico. Tra i primi Comuni individuati rientrano Montecastello, alcuni Comuni limitrofi e alcuni centri lungo l’asta del fiume Scrivia”.
“Il sindaco di Montecastello, avrebbe, anche a nome (?) degli altri amministratori dell’area interessata, espresso apprezzamento per il percorso illustrato, condividendone l’impostazione e auspicandone un’attuazione in tempi rapidi”.

I lavoratori usati come cavie umane per i Pfas.

Ancor più dagli anni 2000, ad Alessandria, lo sapevano i sindacati (lo scriveva sui volantini aziendali la Filcea CGIL) e le autorità locali (dagli esposti in magistratura del Movimento di lotta Maccacaro).  Lo sapevano che i lavoratori della Solvay di Spinetta Marengo erano usati come cavie.
Riproponiamo la denuncia perché la vicenda Solvay (al pari della vicenda Miteni) continua a sollevare interrogativi non solo ambientali e sanitari, ma anche giuridici ed etici.
L’inchiesta pubblicata da White Collar Crimes (i crimini dei colletti bianchi) definisce i lavoratori esposti ai PFAS (dal Pfoa al C6O4) come “cavie umane”, sostenendo che -ancor più e ancor prima delle popolazioni- essi siano stati coinvolti, senza consenso e senza adeguata informazione, in un vero e proprio esperimento su larga scala.
 
L’inchiesta mette in risalto i rapporti industriali tra Solvay e Miteni, considerando in particolare le risultanze emerse nel processo conclusosi con la sentenza della Corte d’Assise di Vicenza, come peraltro scoperchiati dagli esposti dell’ex avvocato difensore di Solvay. Da qui la proposta di realizzare un unico studio epidemiologico multicentrico che unisca le coorti dei lavoratori e delle popolazioni esposte in Veneto e Piemonte, così da valutare in modo più efficace gli effetti sanitari dell’esposizione ai PFAS. 
Infatti, un altro passaggio rilevante riguarda il danno biologico. L’inchiesta richiama una sentenza della Corte Suprema svedese del 2023, secondo cui la sola presenza di elevate concentrazioni di PFAS nel sangue può costituire una lesione della persona, indipendentemente dalla comparsa di una malattia conclamata. Da questa impostazione deriva la proposta di rafforzare gli strumenti collettivi di tutela penale e civile nei confronti delle vittime della contaminazione. Cioè con class actions di risarcitorie.

I tumori di origine occupazionale.

I cancerogeni come l’amianto e i pfas. Le stragi dolose delle multinazionali chimiche favorite dalla complicità delle leggi e dei politici. Stragi silenziose che restano impunite o minimamente indennizzate dalla magistratura. Anzi, è in corso, anche grazie ad una informazione ammaestrata, il tentativo di delegittimare gli scienziati che stanno dimostrando il criminale esercizio del capitalismo senza limiti negli ambienti di lavoro e di vita.
Clicca qui un articolo di Riccardo Falcetta, medico del lavoro.

L’unica vera “grande opera”: mai intrapresa. La vera “sicurezza” per gli italiani.

Il minerale killer può impiegare anni per innescare malattie con esiti infausti. Una strage continua che fa registrare più di 200mila decessi per malattie amianto correlate nel mondo: dati rilevati con preoccupazione dall’Onu ma sottostimati perché non considerano gli Stati “canaglia” che omettono di segnalare e registrare i casi di malattia e morte per amianto, e dei decessi per esposizione ambientali. Il bando globale dell’amianto che semina morte è ancora una utopia. Governa la lobby dei produttori del minerale killer mentre le bonifiche vanno a rilento per responsabilità delle Istituzioni politiche e giudiziarie.
L’Onu, nelle sue stime, tiene conto soltanto dell’asbestosi, del mesotelioma e del cancro del polmone, mentre invece ci sono tutte le altre patologie già contemplate nelle Monografia della IARC (International Agency for Research on Cancer), tra le quali il cancro della laringe, della faringe, dello stomaco, del colon e delle ovaie.
In Italia si stima che l’amianto causi circa 7.000 decessi ogni anno, di cui circa 1.500-2.000 specificamente per mesotelioma e oltre 3.600 per tumore al polmone, accompagnati da circa 10.000 nuovi casi di asbestosi e malattie correlate (placche pleuriche, ispessimenti pleurici, stato fibrotico/infiammatorio polmonare e/o pleurico).  Per un totale di 100.000 morti nei decenni. Gli indici di mortalità sono rispettivamente: 93% a 5 anni, 88% a 5 anni, 25% a 5 anni, 20% a 5 anni.
Tutti i nostri libri sono editati a nostre spese e il ricavato è interamente devoluto alla Ricerca per la cura del mesotelioma.
L’Italia è il primo paese in Europa per morti legate all’amianto a causa delle mancate bonifiche, con ritardi enormi nella rimozione del materiale e una forte carenza di discariche dedicate. L’Italia registra il numero più alto di vittime in Europa per mesotelioma e patologie asbesto-correlate. La stima degli immobili pubblici e privati che contengono ancora amianto supera i 265.000, ma la percentuale di edifici effettivamente bonificati resta minima a causa della lentezza dei piani di intervento. Molte regioni accumulano ritardi cronici nell’aggiornamento e nell’attuazione dei piani di censimento e rimozione previsti dalla legge di bando (L. 257/1992). In tutto il territorio nazionale sono presenti pochissimi impianti autorizzati per il conferimento dei rifiuti speciali contenenti amianto, fattore che blocca o rallenta i cantieri.
L’unica “grande opera” che andrebbe realizzata sarebbe quella di un piano nazionale finanziato di rimozione dell’amianto: che nessun governo ha intrapreso. Benchè interessi la salute di centinaia di migliaia di italiani.
Dell’amianto (e ormai dei pfas) le forze politiche dovrebbero occuparsi, quando si discute di “sicurezza”, quando il governo tenta di distrarre con illiberali decreti “sicurezza”, compresa la galera per i bambini, e con immorali strumentalizzazione di casi di cronaca, come se la sicurezza fosse solo rimpatriare immigrati e non garantire salute, reddito sufficiente, morti sul lavoro, femminicidi, suicidi nelle carceri.

Solvay sogna (?) il delitto perfetto.

Come è dichiarato  col termine  “ecocidio” l’acclarato disastro sanitario e ambientale internazionale dei Pfas, così anche in Italia definiamo “ecocidio” il rilevamento degli “inquinanti eterni” -tossici e cancerogeni: tiroide, fegato, sistema immunitario, infertilità, tumori eccetera- nel 79% dei campioni di acqua potabile indagati (Greenpeace) in pressoché tutte le Regioni, con due epicentri drammatici: Veneto e Piemonte con centinaia di migliaia di persone coinvolte, morte o ammalate o a rischio. E proprio a Vicenza e Alessandria i tribunali hanno in mano le sorti dei rispettivi territori, anzi addirittura della messa al bando dei Pfas in Italia.
 
L’udienza penale più prossima, contro Solvay, è presso il GUP di Alessandria il 25 giugno. “L’Indipendente” titola: Solvay sogna il delitto perfetto: solo una multa per aver devastato un territorio” https://www.lindipendente.online/2026/06/21/solvay-sogna-il-delitto-perfetto-solo-una-multa-per-aver-devastato-un-territorio/
In Alessandria, PM e GUP dovranno concordare se far proseguire il processo (il secondo) cercando (questa volta) un minimo di giustizia oppure se concluderlo con il colpo di spugna di un ancor più scandalizzante patteggiamento. In ogni caso, Comitati e Associazioni sono determinati ad avviare cause collettive in sede civile: class action inibitoria per fermare le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo e class action risarcitoria per indennizzare le Vittime.
In Veneto, contro Miteni, il primo processo, giusto un anno, fa si era concluso secondo giustizia penale: con condanne di dolo (fino a 17 anni di reclusione), ma inevitabilmente senza risarcimenti per le Vittime: perciò Comitati e Associazioni avviano class actions collettive in sede civile.  Contro chi? Anche contro Solvay?
 
C’è un cordone ombelicale che lega i due processi. Come lega la storia dei due territori: entrambi rientrano, secondo gli studiosi, nell’espressione “zone di sacrificio” https://www.leparoleelecose.it/tossicita-voci-saperi-e-conflitti-in-una-zona-di-sacrificio/ : la salute di un territorio sacrificata al profitto.
Miteni di Trissino è stata “zona di sacrificio”, lo è definitivamente. Solvay di Spinetta Marengo è stata “zona di sacrificio”, è tuttora “zona di sacrificio” (https://www.orthotes.com/tossicita/, però l’ecocidio ad Alessandria può essere fermato. 

Esclusivo. Una nuova inchiesta sulla sentenza Miteni.

Prima puntata, Solvay imputato di pietra.
 
Al Processo di Vicenza sono stati condannati i manager di Miteni (a 17 anni e 6 mesi Brian McGlynn e a 17 anni Luigi Guarracino, entrambi provenienti da Spinetta Marengo, l’uno da Ausimont l’altro da Solvay), nonché i vertici della lussemburghese ICIG e della giapponese Mitsubishi. Queste due società sono chiamate a rispondere civilmente del danno (circa 56,8 milioni di euro al Ministero dell’Ambiente, 6,57 milioni alla Regione Veneto, 844 mila all’ARPAV, oltre a centinaia di parti civili a 15.000 euro ciascuna). Ebbene, detto chiaramente: ai risarcimenti dovrebbero provvedere, in solido, soggetti per lo più falliti imputabili fino al 2008 o irraggiungibili. Ma non Solvay/Syensqo, che invece è riccamente solvibile.
 
Solvay non compare né tra gli imputati, né tra i responsabili civili, né nel dispositivo. Non perché la Corte l’ha assolta ma perché non l’ha giudicata, cioè perchè l’Accusa non l’aveva portata a giudizio. Avrebbe dovuto, perché il committente di Miteni per il pfas cC6O4 negli anni 2000 è stata la monopolista Solvay: «A Trissino arrivava una resina dall’impianto Solvay in Italia (Spinetta Marengo) -si legge in sentenza- Dalle resine che provenivano da Solvay veniva recuperato il C6O4… e allo stesso modo poi veniva commercializzato restituito in parte all’impianto Solvay». Il flusso entra da Spinetta, viene lavorato a Trissino, e torna indietro come prodotto. A Trissino resta lo scarto, scaricato nelle falde acquifere.
 
Qui, nel trattamento dello scarto, sta il cuore dei delitti: avvelenamento doloso di acque destinate all’alimentazione e disastro ambientale. Lo smaltimento del rifiuto, la parte più sporca, era compito di Miteni, ma chi governava il ciclo che conosceva doloso era Solvay. Il rifiuto finisce nelle falde idriche destinate all’alimentazione umana. Centinaia di migliaia di persone la berranno per decenni, prima PFOA e poi Cc6O4.
 
La piena consapevolezza”, il dolo di Solvay è irrefutabile. La sentenza stabilisce negli atti che i ricercatori del CNR, quando anni prima avevano cercato l’origine dell’inquinamento Pfas «risalendo il fiume Po», avevano «identificato nello stabilimento Solvay Solexis di Spinetta Marengo, che scaricava in Bormida la sorgente principale di PFOA nel fiume Po».
 
A Spinetta, Solvay continua a produrre Cc6O4 e a inquinare a livelli da Guinness dei primati. È il filo che la prossima puntata seguirà fino in fondo.
Nella prima puntata (clicca qui) ci sono tutti i fatti, tutti accertati in una sentenza. Ciò che resta, che la Corte di Vicenza non fa, l’ha fatto Luca Santa Maria (l’avvocato già leader del collegio di difesa di Solvay nel precedente processo incentrato sul cromo esavalente) che ha depositato esposti alle Procure di Alessandria e di Vicenza.  Sono il cordone ombelicale che lega i due processi.
 
La qualificazione giuridica che se ne può trarre è: “che chi fornisce la materia, ne disegna il ciclo, ne ricava il prodotto e ne conosce la pericolosità, risponde in concorso (art. 110 c.p.) per l’evento che quel ciclo produce anche se materialmente la causa prossima, cioè l’immissione criminale nell’ambiente, è ascrivibile a un altro, in questo caso Miteni e alla sua condotta scriteriata nella gestione del rifiuto”. Il diritto, per arrivarci, non ha quindi bisogno di «bucare il velo» della società: non sa che farsene dei veli della personalità giuridica. Contano i fatti e il nesso di causalità tra ciascuna condotta e l’evento. E i fatti portano ai mandanti. E lo standard della colpevolezza soggettiva è già scritto in questa sentenza: il dolo eventuale di chi accetta il danno «come prezzo da pagare» per il profitto. E Solvay deve pagare, come incitava al primo processo il procuratore generale della Cassazione.

Pronta la class action in Veneto.

In sede penale le Vittime, morti e ammalati, non hanno la possibilità di risarcimenti correlati alle patologie subìte. Per l’inquinamento da Pfas nelle province di Vicenza, Padova e Verona, in sede civile, comitati e associazioni sono pronte a una class action collettiva per chiedere risarcimenti per le 350mila persone residenti nelle zone.
 
Nel documento legato alla class action risarcitoria, denominato “Pfas Action”, si legge che “sebbene il processo penale si sia concluso con le condanne a 140 anni di reclusione totale, una vasta parte della popolazione colpita è rimasta esclusa dal risarcimento o dalla possibilità di costituirsi parte civile”.
Questa iniziativa si somma ad una già lanciata mesi fa da uno studio legale e che metterà insieme non solo le parti civili ma sarà aperta a tutti.
Cause simili negli Stati Uniti, e anche in Australia recentemente hanno portato a richieste di miliardi di dollari.

Esami all’estero se vuoi controllare i pfas.

Voli gratuiti, alloggio pagato e screening del sangue a Bruxelles per le donne in età fertile. È la concreta iniziativa lanciata dall’eurodeputata di Europa Verde, Cristina Guarda, per sopperire a una grave mancanza del sistema sanitario italiano: l’impossibilità di accedere gratuitamente a esami specifici per rilevare la presenza di TFA (acido trifluoroacetico) e altri PFAS nel sangue, sostanze ritenute altamente nocive per la fertilità e lo sviluppo fetale.
 
L’iniziativa ha già coinvolto circa trenta donne – tra mamme, donne in gravidanza e giovani che pianificano una maternità – provenienti dalle aree contaminate del Veneto ma anche da altre regioni d’Italia.
I dati ematici raccolti, nel pieno rispetto della privacy, verranno aggregati e analizzati da un team di epidemiologi di fama internazionale. Tra questi figura il dottor Philippe Grandjean, l’esperto danese che ha definito i PFAS «il nuovo amianto» e che ha già testimoniato in aula al processo contro gli imputati del disastro ambientale della Miteni di Trissino.
 
Perché viaggiare fino a Bruxelles? Perché in Italia non ci sono laboratori che fanno questo tipo di analisi a tutti: sono gratuite o a pagamento solo per chi è sottoposto al biomonitoraggio.

Pfas nel vino.

Per i vigneti del Monferrato alessandrino (barbera, gavi, grignolino), che sulle colline si riparano dai venti della pianura che sbuffano dalle ciminiere della Solvay di Spinetta Marengo, un segnale di allarme proviene dal Veneto.
Già abbiamo visto il Pfas TFA nelle bottiglie di prosecco (Mionetto, Cinzano e Martini). Ora, uno studio dell’università Ca’ Foscari di Venezia, pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Pollution, ha analizzato 76 bottiglie prodotte tra il 2017 e il 2023 nelle province di Verona, Vicenza e Padova interessate dal disastro ambientale dello stabilimento ex Miteni, tra la zona rossa e la zona arancione della contaminazione da Pfas. In 75 campioni su 76 sono state trovate tracce di Pfas (cancerogeni PFBA ovvero PFOA) e in 73 casi le concentrazioni erano misurabili (concentrazione mediana di 196 nanogrammi per litro e picchi superiori ai 18mila nanogrammi per litro).
 
Isde-medici per l’ambiente stimano che consumi elevati di vino possano portare al superamento della dose settimanale tollerabile stabilita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo alla settimana).
 
Lo studio dell’università di Venezia conferma la necessità di affrontare i Pfas non come emergenza episodica, ma come problema strutturale di prevenzione primaria: cioè con controlli ovvero eliminazione sulle sorgenti di contaminazione (leggi: impianti di produzione, cioè Spinetta) che entrano nelle filiere agricole e alimentari.
Infatti, eliminare il vino dalle tavole non è la soluzione. Non ci dimentichiamo la presenza di Pfas nelle acque minerali (Panna, Levissima, Rocchetta, San Pellegrino, Sant’Anna, Uliveto, ecc.)  e nelle birre: 95% degli Stati Uniti presso le aree contaminate. La soluzione è eliminare i Pfas.

Pfas nel cibo.

La presenza di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) nei mangimi è una delle principali vie di contaminazione della catena alimentare. I limiti massimi sono regolamentati per gli alimenti di origine animale (come carne, pesce e uova), mentre per i mangimi ci si limita ad applicare raccomandazioni di monitoraggio europeo per limitare il bioaccumulo.
I mangimi (compreso il pet food) non contengono PFAS come ingredienti intenzionali, ma possono esserne contaminati.
I mangimi sono contaminati da terreno e foraggio attraverso l’uso di fanghi di depurazione o l’irrigazione con acque sotterranee contaminate, da bovini, avicoli e suini che assorbono i PFAS direttamente dall’acqua, da farine di pesce e mangimi ittici, dal contatto con imballaggi plastificati/impermeabili usati per gli animali domestici.

1) Ad Alessandria, di nuovo un delitto perfetto contro l’ambiente e la salute?

Un delitto viene definito perfetto quando il crimine è consapevolmente ideato per essere commesso senza lasciare alcuna prova, oppure per essere risolto dai tribunali con un nulla di fatto: o archiviato senza colpevoli o coperto con pene cosmetiche.
Quest’ultimo è proprio il caso del delitto perfetto contro l’ambiente (e la salute, di conseguenza): compiuto tramite un’azione inquinante e distruttiva pianificata per eludere completamente la legislazione vigente. Possiamo riferirci ad Alessandria, all’area denominata Fraschetta, al sito produttivo chimico di Spinetta Marengo, alla compromissione significativa e misurata -dalle indagini- di acque, aria, suolo, flora, fauna e, sopra tutto, della salute di una popolazione di lavoratori e residenti. ***
Nello specifico della Solvay (Syensqo) di Spinetta Marengo, nel PRIMO PROCESSO (2015) la procura della repubblica aveva incriminato -i massimi vertici aziendali- per disastro ambientale: avvelenamento doloso delle acque (art. 439 c.p.), con reclusione non inferiore ai 15 anni, ravvisando l’alterazione irreversibile dell’ecosistema, la sua attenuazione particolarmente onerosa, e l’offesa alla pubblica incolumità per numero di persone ed esposizione. I faldoni dell’accusa riempivano una stanza di documenti sequestrati e intercettazioni. Tuttavia, il tribunale aveva, delitto perfetto, derubricato il dolo con condanne per disastro ambientale colposo (1 anno e 8 mesi con i benefici di legge per tre marginali direttori di stabilimento).
La Cassazione (sentenza 2020), rendendo definitive le condanne, nelle motivazioni ha stabilito che il polo chimico avrebbe dovuto fermarsi per impedire che i veleni finissero in falda: Il danno ambientale dev’essere risarcito mediante l’adozione di misure di ripristino delle risorse naturali danneggiate, attraverso la strada della riparazione ‘primaria’, ‘secondaria’ e ‘compensativa’”. Ciò non è avvenuto, anzi, Solvay ha potenziato le produzioni di Pfas e l’inquinamento aria-acqua-suolo, ha approfittato dell’inerzia del ministero dell’ambiente e non ha provveduto alla bonifica.
La multinazionale si è sempre limitata a compitare alcuni “piani di caratterizzazione” che non hanno mai portato alla bonifica, né del sito interno, né soprattutto dei terreni esterni inquinati dalla fuoriuscita dei composti chimici in aria e acque. Nessuno di questi piani ha riguardato la famiglia dei Pfas, prodotti e utilizzati dagli anni Ottanta, ma minimamente le altre sostanze “storiche” (prodotte dagli anni Sessanta) come cromo esavalente, cloroformio ecc. Anzi, il monitoraggio Arpa continua a confermare la presenza in aria di cC6O4 e Adv (soprattutto alla centralina della via principale di Spinetta).
Su queste basi, si è avviato e continuamente rinviato il SECONDO PROCESSO. Di nuovo un delitto perfetto? Di nuovo lo strapotere dei soldi?  Il prossimo 25 giugno, alle ore 10, nell’aula (dalle pareti che sembrano bombardate) del tribunale di Alessandria (definito dal presidente Paolo Rampini “il peggior tribunale del Piemonte”), si terrà l’udienza che potrà mettere una pietra miliare o tombale al processo.
*** Al caso nazionale del disastro sanitario e ambientale di Spinetta Marengo sono dedicati approfonditi capitoli in 3 volumi (work in progress) di “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia (disponibile a chi ne fa richiesta).

3) Solvay ci tenta con il governo.

Nell’udienza Gup del 4 giugno, Solvay ha chiesto la “derubricazione” (attenuazione) del reato, subito negata dal PM, sostenendo candidamente non c’è stata volontà di inquinare bensì semplice negligenza, non c’è un disastro e nessun danno alla salute pubblica.  Per “avvalorare” i paradossali “elementi chiave”, Solvay contava di patteggiare l’uscita dal processo delle “due parti civili chiave: la regione Piemonte e soprattutto il Ministero dell’ambiente. Con i quali, però, non è -ancora- riuscita a concludere le transazioni politicamente importanti che le favorirebbero comunque di sgusciare quasi indenne dal processo per disastro colposo. Assai scarso peso, infatti, hanno i trenta denari mercanteggiati con un sindaco che si è giocato la rielezione, con le associazioni non rappresentative tipo Medicina democratica, e con il gruppo di persone fisiche con cognomi stranieri e senza Vittime tra i famigliari).
Di fronte al disastro sanitario e ambientale di Alessandria, un patteggiamento serio con un ministero serio sarebbe “mission impossible”, se non che al dicastero c’è un Tom Cruise che risponde al nome di Gilberto Pichetto Fratin. Con lui, è assolutamente impensabile che si ripeta l’accordo per lo stabilimento di West Deptford (New Jersey) col quale nel 2021 Solvay ha dovuto eliminare l’uso dei PFAS (i cosiddetti “forever chemicals” che non si degradano mai nell’ambiente e nel corpo umano) ed è stata costretta ad una transazione da 393 milioni di dollariO ve lo immaginate voi il pacioso (coi ricchi inquinatori) ministro che impone a Solvay 1,2 miliardi euro di dollari come in Australia (clicca qui)?

4) La popolazione si ribella.

Contro le transazioni di Solvay con governo e regione, contro questa scandalosa vendita della salute della popolazione, cioè contro l’ipotesi di patteggiamento fra Procura e Solvay, il 4 giugno davanti al tribunale stavano gridando gli striscioni del presidio dei comitati e delle associazioni (e Alleanza Verdi Sinistra): “Ce l’ho nel sangue”, “Giustizia per Spinetta e tutta la Fraschetta”,  “Decenni di inquinamento non si monetizzano, si bonificano”, “Stop Solvay”,  “Chiudere le produzioni inquinanti”, “Le istituzioni non patteggino, ma vadano avanti con il processo”, “La Regione non accetti accordi economici con Syensqo”, “Non esiste assegno che possa compensare anni di contaminazione, Pfas nel sangue, preoccupazioni per la salute, sofferenze e perdita di fiducia nelle istituzioni“. Particolare bersaglio: la Regione Piemonte e il suo assessore “imbonitore” Federico Riboldi: per l’ambigua disponibilità al patteggiamento mascherata da presunta dismissione di produzione pfas (C6O4).
Non solo l’invalicabile “no patteggiamento”, in più gli avvocati d’accusa annunciano in piazza di voler derubricare il reato: ma non al ribasso come voleva la difesa Solvay: bensì da disastro ambientale colposo (1,8-5anni) a disastro ambientale doloso(>15 anni di reclusione).

5) Ultimo atto all’Udienza Preliminare del 25 giugno.

Ultima corsa.
Non è prevedibile che, nella prossima udienza del 25 giugno, il reato venga derubricato, come chiedono avvocati dell’accusa, addirittura in disastro ambientale doloso(>15 anni di reclusione). Tutti, però, si attendono che Pubblico Ministero e Giudice dell’Udienza Preliminare negheranno il Patteggiamento. Il PM, infatti, ha decisamente riconfermato il reato di disastro ambientale colposocaratterizzato da consapevolezza di delinquere a danno dell’incolumità pubblica. Dunque, sarebbe inconcepibile non avviare il procedimento penale stroncandolo con un patteggiamento.
Dunque, il PM Enrico Arnaldi di Balme dovrebbe rifiutare di concordare con Solvay il delitto perfetto dell’inammissibile patteggiamento: il quale evita il dibattimento (il processo in aula), fa lo sconto della pena fino a un terzo, estingue il reato, sentenza non appellabile, benefici accessori. Insomma, un colpo di spugna sui diritti delle Vittime.
 
Dunque, qualora la procura inspiegabilmente (per pretestuoso avallo del governo?) proponesse il patteggiamento, la gup Arianna Ciavattini dovrebbe rifiutarlo: dovrebbe non ratificare il delitto perfetto ma far proseguire il processo. Perché il patteggiamento è un rito speciale del processo penale italiano: previsto per reati minori. Si può definire, senza scandalizzare, il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: un reato minore?
Analogamente per il rito abbreviato. Sarebbe un altro delitto perfetto. Al rifiuto di patteggiamento, infatti, Solvay, considerando una GUP morbida, potrebbe giocare (entro il 10 giugno?) questa carta che consente il “salto secco” del processo vero e proprio: di saltare il tribunale e, senza dibattimento di prove e testimoni, di lasciare decidere alla improvvisata GUP il caso “allo stato degli atti”, basandosi cioè solo sulle prove raccolte dal Pubblico Ministero durante le indagini. Altro iniquo privilegio è che il rito abbreviato garantisce un grosso sconto di pena: di un secco 1/3 e di un aggiuntivo 1/6 rinunciando Solvay all’appello. Un bel colpo di spugna.  Inoltre, impedirebbe –delitto perfetto– che le parti civili chiedano il pericolosissimo reato di disastro ambientale doloso come nuovo capo di imputazione.
 
Concludendo. Per il 25 giugno, grosse responsabilità gravano sulle spalle di PM e GUP. La Cassazione aveva stabilito che il polo chimico avrebbe dovuto fermarsi per impedire che i veleni finissero in falda.  Ciò non è avvenuto per i veleni storici (cromo esavalente, cloroformio ecc.) anzi, Solvay ha potenziato le produzioni di Pfas e l’inquinamento aria-acqua-suolo, e non ha provveduto alla bonifica, tant’è che le centraline Arpa continuano a confermare la presenza in aria di pfas cC6O4 e ADV, e in acqua perfino del dismesso PFOA. Neppure PM e GUP possono, per il ruolo svolto da Solvay: es. smaltimento gessi, ignorare il Geoportale Pfas della Regione Piemonte. Tanto meno le valutazioni IARC riguardanti le implicazioni cliniche dei Pfas (clicca qui). 

Un governo serio.

Il governo australiano ha intentato causa, la più grande mai promossa, contro la statunitense 3M, nota per la produzione di una infinita quantità di beni di uso quotidiano (cosmetici, farmaci, padelle antiaderenti, schiume antincendio eccetera) a base dei tossici e cancerogeni Pfas.  In particolare, ha chiesto un risarcimento di 2 miliardi di dollari australiani (1,2 miliardi di euro) per l’utilizzo degli inquinanti eterni nelle schiume antincendio che hanno contaminato 28 basi militari in tutto il paese. La 3M ha comprato dall’estero (dall’Italia?) e venduto prodotti con Pfas omettendo e fornendo informazioni false riguardo al loro impatto ambientale, assicurando che fossero sicuri, pur sapendo il contrario. Oltre ai danni ecosanitari, più di 1 miliardo di dollari è costato ai contribuenti finora per indagare, bonificare e mitigare la contaminazione.
 
La 3M ha già affrontato innumerevoli cause legali da parte di governi e municipalità in tutto il mondo.
La contaminazione da “forever chemicals” PFAS in Australia è un’emergenza nazionale per l’ampia diffusione dei PFAS (fino a 45 tipologie diverse) nei tessuti degli animali, inclusi i piccoli marsupiali che fungono da sentinelle per l’intero ecosistema. Il nostro ministro all’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, si è detto tranquillo perché la nostra fauna selvatica non comprende canguri e koala. (A dirla tutta, almeno un Koala c’è: è la Lista della Rete Ambientalista il cui invio ogni anno rischia l’estinzione).

Inquinamento Pfas lungo la Pedemontana.

La Procura di Vicenza ha chiesto il rinvio a giudizio per 12 tra manager, amministratori e tecnici del Consorzio SIS e della concessionaria SPV accusati di inquinamento ambientale e omessa bonifica nei cantieri della Superstrada Pedemontana Veneta.  L’indagine ruota attorno all’utilizzo di additivi chimici contenenti PFBA, un composto della famiglia dei PFAS. Il PFBA è stato impiegato come accelerante nel calcestruzzo proiettato per la realizzazione delle gallerie di Malo e di Sant’Urbano (Vicenza). Le analisi di ARPAV hanno rilevato una significativa contaminazione delle acque superficiali e sotterranee nell’area.
 
È in corso un ulteriore filone d’inchiesta sulla gestione delle terre e rocce di scavo. Circa 3 milioni di metri cubi di materiali, contenenti quantità di PFBA superiori ai limiti di legge, sono stati smaltiti o movimentati in oltre 20 siti dislocati tra le province di Vicenza e Padova.
 
L’acido perfluorobutanoico (PFBA) è un composto per- e polifluoroalchilico (PFAS) a catena corta, impiegato in alcuni processi industriali e presente anche come prodotto di degradazione di altri PFAS. E’ uno dei contaminanti principali rilevati nelle acque di falda, associato ai processi di produzione e degradazione dei fluoropolimeri industriali, dello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo.
Contrariamente a quanto asserito da Solvay, le evidenze disponibili, secondo l’Environmental Protection Agency statunitense e il Minnesota Department of Health, indicano le gravi patologie su tiroide, fegato e sviluppo, ma anche per neurosviluppo, quoziente intellettivo, immunotossicità, tumori e salute riproduttiva e materno-fetale

Progetto università di Genova per i Pfas.

Il Dipartimento di chimica e chimica industriale – DCCI dell’Università di Genova presenta un progetto di ricerca, sviluppato in collaborazione con AmSpec Italia e CONOU, dedicato alla realizzazione di dispositivi analitici in carta per il rilevamento in-situ di PFAS, composti chimici artificiali usati in molti prodotti industriali e di uso quotidiano, altamente resistenti e quasi indistruttibili nell’ambiente (detti anche forever chemicals).
 
L’iniziativa rappresenta un momento di confronto tra università, imprese e istituzioni su temi di grande attualità, legati alla sostenibilità e alle tecnologie per l’analisi ambientale. Al centro dell’incontro, le attività di ricerca condotte dal DCCI e le prospettive applicative sviluppate insieme ai partner industriali.
La Liguria è una delle regioni con maggiore diffusione della contaminazione da Pfas nelle acque potabili. Conseguenza dell’inerzia delle Amministrazioni. Secondo il rapporto “Acque senza veleni” di Greenpeace, la regione registra la presenza di sostanze per- e poli-fluoroalchiliche in tutti gli 8 campioni analizzati, posizionandosi tra le aree più critiche d’Italia.
 
A Genova, i livelli di Tfa (acido trifluoroacetico) raggiungono il massimo di 126,4 ng/L, il dato più alto regionale, mentre il parametro “Somma di Pfas” tocca i 13,8 ng/L, collocando il capoluogo al quinto posto tra i comuni liguri monitorati.
Nella classifica regionale, Rapallo registra il valore più alto per il parametro “Somma di Pfas”, con 28,6 ng/L, seguito da Albenga (25,7 ng/L) e Sarzana (25,6 ng/L). Il dato relativo al Pfoa (acido perfluorottanoico) pone invece Rapallo al primo posto con 20,7 ng/L, mentre Genova si attesta a 12,3 ng/L. Anche il Pfos (acido perfluorottano sulfonico), classificato come possibile cancerogeno, è stato rilevato con valori significativi, inclusi 1,5 ng/L a Genova e Albenga, e un massimo regionale di 4 ng/L a Imperia​​​.
 
La Liguria, insieme a Trentino-Alto Adige e Veneto, è tra le regioni italiane con la più alta percentuale di campioni contaminati, raggiungendo il 100% dei punti monitorati. Rispetto al parametro “Somma di Pfas”, Rapallo si colloca tra i comuni con le concentrazioni più elevate in Italia, accanto a città come Milano, Arezzo e Perugia, evidenziando una distribuzione critica delle sostanze chimiche lungo tutta la regione​​​.
 
Questi dati devono essere letti alla luce dei limiti normativi che entrano in vigore in Italia a partire dal 2026: la direttiva europea prevede un tetto di 100 ng/L per la “Somma di Pfas”. Tuttavia, secondo Greenpeace e diverse agenzie scientifiche, tali limiti non sono adeguati a proteggere la salute umana, in quanto molte nazioni europee e gli Stati Uniti hanno adottato soglie molto più restrittive​​​.
 
 

Attacco militare USA al Giappone: con i Pfas.

Okinawa è una piccola isola che sarebbe bellissima, un’oasi ecologica, se non che concentra circa il 70% delle installazioni militari USA in Giappone e subisce da decenni l’inquinamento da PFAS, le “sostanze eterne” delle basi americane che impediscono addirittura di essere controllate. il governo americano ha formalmente negato l’accesso alle basi per condurre accertamenti ambientali, sostenendo che “non ci sono prove scientifiche sufficienti”. Le prove, invece, esistono eccome. La bianca schiuma tossica che esce dai tombini è stato il segnale evidente di un disastro nascosto per decenni: le analisi indipendenti, condotte dall’Università di Kyoto hanno rivelato 268 nanogrammi di PFAS per litro – oltre cinque volte il limite di sicurezza giapponese.
 
L’ultimo rapporto del governo di Okinawa, pubblicato a marzo 2026, ha campionato 44 siti vicino alle basi militari. I risultati sono drammatici: 31 siti su 44 hanno mostrato livelli di PFAS superiori allo standard nazionale giapponese (50 parti per trilione); il picco massimo è stato registrato a Yara Hijaga, vicino alla base aerea di Kadena: 2.800 ppt – 56 volte il limite; nuovi record di contaminazione sono emersi anche vicino a Kadena e Futenma.
L’acqua contaminata non rispetta i confini delle basi e scorre fino nei pozzi dei villaggi, si infiltra nei raccolti di riso e nelle verdure coltivate dai contadini locali. Le forze armate statunitensi inceneriscono le scorte di schiuma PFAS che penetrano nel suolo e nelle falde acquifere e non scompariranno mai più.
 
Il movimento pacifista e ambientalista di Okinawa, che si batte per il disarmo, non si arrende. Oltre alle azioni legali e alle richieste di accesso alle basi, sta promuovendo: campagne di analisi indipendenti del sangue dei residenti, per documentare la bioaccumulazione di PFAS; petizioni internazionali (19.000 firme); iniziative di finanziamento collettivo per sostenere le analisi e le cause legali; gemellaggi con comunità colpite da contaminazione militare in altri paesi (Corea del Sud, Guam, Germania).

L’eredità della Miteni in India.

Lo stabilimento Miteni di Trissino produceva Pfas per conto della committente Solvay, finchè è stato chiuso nel 2018 dopo essere stato al centro di uno dei più gravi scandali ambientali italiani, e gli impianti sono stati trasferiti come previsto in India, dalla società Laxmi Organic Industries a Lote Parshuram, a sud di Mumbai. Trasferimento opportuno in mancanza di una regolamentazione specifica sui PFAS in India: ancora oggi non esiste una norma ambientale specifica.
 
Le proteste davanti allo stabilimento hanno coinvolto residenti, attivisti ambientali e rappresentanti politici. A marzo, il caso è stato discusso anche in un confronto tra attivisti indiani, rappresentanti delle aree contaminate in Europa, scienziati e membri del Parlamento europeo, nel quadro del dibattito sul possibile divieto europeo dei Pfas.

Il sospettato fornisce indizi.

Elementare Watson!
Solvay Syensqo annuncia assunzioniprova di espansione oppure di crisi? Indizio di offensiva oppure di resa ai comitati e alle associazioni che in sede giudiziaria civile avviano class action inibitoria per mettere fine al disastro sanitario e ambientale: per la chiusura delle produzioni inquinanti di Spinetta Marengo e per la bonifica?
 
Nel gergo comune si usa citare la celebre frase di Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Però, gli indizi devono essere resistenti, logici e non facilmente attaccabili, specifici e circostanziati, non generici o vaghi, soprattutto convergere in modo univoco verso la stessa conclusione. Analizziamoli.
 
La multinazionale belga ha annunciato l’assunzione di 25 tecnici entro giugno. In sé è un indizio fasto, ma non sarebbe la prima volta che -Elettrolux docet- assunzioni e straordinari precedono, invece, i licenziamenti: per precostituire all’azienda scorte di magazzino in vista della chiusura degli impianti. Anzi, soprattutto se sono assunzioni a tempo determinato (spesso: specchietto per le allodole). Appunto, se indizio nefasto, con le organizzazioni sindacali alessandrine è stato raggiunto un accordo per aumentare temporaneamente le giornate di lavoro per almeno un trimestre. L’intesa prevede anche un riconoscimento economico per tutte le persone coinvolte.
 
Potrebbe essere l’indizio che la multinazionale riempie gli stock di scorte perfluoroalchiliche perché intende sganciarsi dalle contestatissime produzioni, sostituendole con attività alternative ad alto contenuto tecnologico, per le quali servono nuovi profili tecnico-operativi? Non è così, perché Solvay non abiura le attività attuali (e non ne risarcisce l’impatto, in primis sulle Vittime) e perché le “nuove” attività sono destinate in particolare al settore dei semiconduttori. Dunque, sono la conferma del core business dell’azienda: il nucleo fondamentale attorno al quale ruotano le strategie e le risorse, cioè il modello di profitto e di sfruttamento ecologico.
 
Infatti, Solvay fornisce materiali avanzati e gas fluorurati essenziali per la produzione di semiconduttori e microchip, gas ad altissima purezza utilizzati nelle fasi di attacco chimico e deposizione durante la fabbricazione dei semiconduttori. I fluoroelastomeri (tecnoflon) sono utilizzati nelle guarnizioni e nei componenti delle macchine per la fabbricazione dei chip, che richiedono resistenza chimica e termica estrema.
 
Altro indizio. La propaganda mediatica. Eliminati i Pfas dalle acque inquinate.  Solvay finanzia alle magre casse dell’università di Alessandria il pomposo (nel nome) Centro RisPA, Centro di Ricerca e Sviluppo per il Risanamento e la Protezione Ambientale. In quest’ambito, Solvay festeggia sui giornali la tesi di dottorato di un suo dipendente dopo otto anni di ricerca sulla “rimozione dei PFAS dalle acque” tramite “materiali adsorbenti, tra cui carboni attivi, zeoliti e materiali di sintesi”. Naturalmente si tratta della solita ricerca in provetta che su scala industriale costerebbe al CEO Mike Radossich un occhio (alla lettera), anzi preannunciando la prossima che risolverà definitivamente i Pfas nelle acque tramite addirittura… “scarti vegetali”. Insomma, uno dei periodici annunci di “dipendenti eccellenti” candidati al Nobel per la chimica. Comunque, tenace indizio di conservazione delle produzioni.
 
Gli indizi, senza trarre conclusioni affrettate, sembrerebbero confluire nella prova che il colosso chimico è determinato ad affrontare in sede civile la sfida della class action inibitoria, lasciandosi alle spalle il processo penale in corso (udienza GUP il prossimo 3 giugno): processo concluso prima di iniziare?  

Chi paga i disastri ecosanitari.

Poco (in processo penale) o tanto (in class actions) la florida Solvay dovrà pagare per Alessandria. Ma in Veneto? Sia nelle class actions risarcitorie che per le condanne (non definitive) del tribunale di Vicenza?
 
Per queste ultime, il Consiglio di Stato, come già aveva fatto il Tar Veneto, ha dato ragione alla Provincia di Vicenza che ha individuato i responsabili dell’inquinamento da Pfas provocato dal sito produttivo ex Miteni di Trissino nelle aziende Mitsubishi, Eni Rewind e il gruppo Ici, subentrate alla fallita Miteni. Anzi, si erano limitate alla messa in sicurezza e ora sono passibili di “denuncia per omessa bonifica”.

Cani e gatti sentinelle a tutela della salute umana.

I Pfas rappresentano un rischio crescente non solo per la salute umana ma anche per quella degli animali da compagnia. Anzi, l’attenzione verso cani e gatti assume un valore di “sentinella ambientale”: cani e gatti condividono infatti gli stessi ambienti domestici degli esseri umani e possono manifestare precocemente effetti legati all’esposizione degli “inquinanti eterni”.
 
A rilanciare l’allarme è un approfondimento pubblicato da Alcmeon, che richiama l’attenzione sulla presenza di PFAS negli ecosistemi domestici e nei prodotti destinati a cani e gatti, con effetti sul fegato, sul sistema endocrino, immunitario e riproduttivo. Gli animali risultano esposti ai PFAS attraverso diverse vie: acqua potabile contaminata, pet food e ingredienti ittici, polvere domestica, alimenti confezionati, imballaggi dei mangimi.
 
Nelle aree particolarmente esposte ai pfas, caratterizzate da contaminazione delle acque potabili, sorgenti industriali come per la Solvay di Alessandria, sono raccomandati monitoraggi veterinari che possono contribuire all’identificazione di segnali precoci di rischi sanitari anche per gli esseri umani, soprattutto bambini.

Davide contro Golia.

Sotto la pianura vicentina di Montecchio Precalcino scorre una delle falde più importanti d’Europa, già minacciata dalla presenza di discariche, scorie di fonderia e Pfas. Su questo territorio al limite il colosso Ecoeridania intendeva aggiungere una piattaforma per rifiuti sanitari pericolosi. Ha prevalso al momento la resistenza di un piccolo comitato che ha scelto di difendere l’acqua, la salute e la propria terra. Ma la partita non è chiusa: Silva Srl, società del gruppo Ecoeridania, ha fatto ricorso al Tar del Veneto contro la bocciatura della Conferenza dei Servizi sul progetto per l’impianto di trattamento rifiuti e sabbie di fonderia.

L’Europa che non affronta i Pfas.

Le istituzioni europee non li hanno messi al bando: “I Pfas sono insostituibili”. Balle. Una delle tante balle che la lobby chimica racconta e che fa raccontare in Europa (ad esempio da superMario Draghi) è che gli indistruttibili Pfas non possono essere sostituiti (che sarebbero, guarda caso, proprio quelli “nuovi nuovi” di Solvay a Spinetta Marengo). Senz’altro sarà difficile nell’industria bellica: perché ci fa miliardi. Ma anche nella farmaceutica.
 
Invece, il nuovo lavoro dell’Istituto farmaceutico dell’Università di Friburgo e dell’Agenzia nazionale tedesca per l’Ambiente confuta il falso mito: l’utilizzo dei Pfas non è assolutamente obbligatorio in medicina a causa presunta della mancanza di alternative. Per garantire la più lunga durata di conservazione ai medicinali, infatti, le alternative già oggi esistono: prive di Pfas per 97 dei 111 principi attivi farmaceutici che li contengono esaminati. Sono prodotti già in commercio o comunque approvati in alcuni Paesi. Ma laddove manchino ancora, le alternative “sarebbero” comunque prossime all’approvazione alla commercializzazione, o in una fase avanzata di sviluppo. “Sarebbero” e non “sono” perché l’industria farmaceutica lamenta che non le sono offerti incentivi pubblici sufficienti per la ricerca.
 
Dunque, per scelte speculative di industria e politica, ogni anno, anche attraverso i principi attivi farmaceutici che si degradano in acido trifluoroacetico (TFA), diverse tonnellate di prodotti con gli “inquinanti eterni” PFAS, persistenti come il TFA, vengono rilasciate in tutto il mondo nell’ambiente e nei corpi umani.  All’inizio del 2023, il Forever Pollution Project, un’indagine collaborativa, transfrontaliera e interdisciplinare, condotta da 16 redazioni giornalistiche europee ha rivelato quasi 23mila siti in tutta Europa contaminati dai PFAS ed altri 21.500 di presunta contaminazione.
Lo sapevano fin dagli anni ’60, sia in Usa (Du Pont, 3M, Honeywell) sia gli attuali produttori in Europa (Arkema, Daikin, Chemours, Solvay), che i Pfas fossero tossici e cancerogeni: tumori, sistema immunitario, fegato, metabolismo e tiroide, gravidanza e sviluppo feti, apparato riproduttivo ecc. Insomma, chi ha Pfas nel sangue è inesorabilmente malato: clicca qui.
 
Negli Stati Uniti, le class actions hanno portato a chiusure/bonifiche e a risarcimenti miliardari storici influenzando le battaglie legali in tutto il mondo, Italia compresa: 3M (10,3 miliardi di dollari), DuPont Chemours Corteva (1,18 miliardi di dollari), DuPont e Chemours (670 milioni di dollari).  Secondo le stime degli studi legali statunitensi, i risarcimenti individuali medi possono oscillare tra i 175.000 e i 300.000 dollari per persona, a seconda della gravità della patologia riscontrata e del livello di esposizione.

L’Europa che affronta i Pfas.

Diverse stime indicano che, senza un deciso cambio di rotta, i costi sociali e sanitari dei PFAS potrebbero raggiungere centinaia di miliardi di euro entro il 2050. Però, a fronte dei disastri ambientali e sanitari dei Pfas, in Europa le battaglie politiche verso le istituzioni nazionali e comunitarie per imporre limiti più severi, o meglio: il bando totale, NON hanno prodotto risultati tangibili. Sulla spinta di quanto avvenuto negli Stati Uniti, i cittadini europei hanno iniziato a promuovere azioni legali di massa contro i giganti dell’industria chimica. Passando da storici procedimenti in sede penale a massicce azioni collettive (class actions) in sede civile.
 
Sul versante penale, abbiamo gli esempi di Alessandria e Vicenza. Ad Alessandria, per la Solvay di Spinetta Marengo l’efficacia del primo processo penale (in Cassazione!) si è dimostrata nulla: a distanza di dieci anni lo stabilimento sta producendo e inquinando quanto prima, anzi peggio, senza intervenuti costosa bonifica e risarcimento per le Vittime (e senza pene per gli imputati, ovviamente).  Dall’attuale secondo processo la multinazionale belga punta a prosciogliersi (già dal GUP) ancora più indenne: a go-go con altro via libera mercanteggiato da miseri patteggiamenti giudiziari con governo ed enti locali. A sua volta, il processo risolto a Vicenza, più facile perché la Miteni di Trissino è chiusa, appare per ora (siamo solo al primo grado) più dignitoso per quanto attiene la severità delle condanne ma comunque anch’esso non direttamente influente sui versanti della bonifica e dei risarcimenti alle Vittime.
Insomma, il panorama delle cause legali sui PFAS in Europa si sta rapidamente evolvendo con un numero crescente di Grandi Azioni Legali Collettive (Class Action). Il quotidiano Le Monde ha contato circa 70 casi di questo tipo. Ne trattiamo in alcuni articoli sulla Rete: clicca qui il Belgio, clicca qui la Francia.

L’Italia che affronta i Pfas.

In Veneto, dove la class action inibitoria non avrebbe più senso, perchè Miteni di Trissino è già chiusa, 40 mila cittadini sono pronti in sede civile ad una class action collettiva risarcitoria da 2 miliardi di risarcimenti contro Mitsubishi Corp. e Icig, società controllanti di Miteni e i cui 11 vertici sono stati condannati in penale a pene severe ma non al risarcimento dei danni sanitari e patrimoniali alle Vittime.
 
I cittadini assistiti dallo studio legale Delex sono i residenti nelle aree interessate dalla contaminazione (Verona, Vicenza e Padova) che presentano nel proprio siero concentrazioni di Pfas oltre i limiti di tolleranza stabiliti dalle autorità sanitarie, chi ha contratto patologie correlate all’esposizione ai Pfas, i proprietari degli immobili nelle aree contaminate, e i residenti che hanno subito le conseguenze psicologiche legate alla paura di contrarre patologie.
 
In Piemonte,  fallite le sedi penali ad Alessandria non si sta ancora facendo la class action risarcitoria in quanto comitati e associazioni (Pro Natura, Legambiente, Movimento di lotta Maccacaro con lo studio legale Ambrosio&Commodo) stanno procedendo per la class action inibitoria (chiusura immediata delle produzioni Solvay di Spinetta Marengo) che in effetti è più urgente della risarcitoria. Potranno partecipare alla class action risarcitoria circa 900 lavoratori e cittadini finora sottoposti dalla Regione alla ricerca dei Pfas nel sangue, nonché quanti hanno dovuto a proprie spese ricorrere agli esami presso il Policlinico di Milano stante le gravi inadempienze della Regione, oltre a quanti hanno contratto patologie connesse ai Pfas, comprese psicologiche, e ai danni patrimoniali.
 
Ad Alessandria, l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono i due strumenti complementari di tutela: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione; la seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto: clicca qui.

In Belgio la 3M è al centro della bufera.

Ad Anversa (nello specifico nel sobborgo di Zwijndrecht), la contaminazione da PFAS causata dallo stabilimento 3M è al centro di imponenti accordi di bonifica e maxi-cause legali. Dal 2022 a oggi, la multinazionale ha stanziato fondi per oltre 571 milioni di euro per bonifiche e indennizzi regionali, mentre è in corso ad Anversa una storica class action che coinvolge 1.400 cittadini.
 
Nelle Fiandre 3M ha raggiunto un accordo da 571 milioni di euro con il governo regionale fiammingo. Il piano prevede la bonifica delle aree e fondi di compensazione per gli agricoltori e la collettività. Nel 60% dei 781 punti monitorati vengono rilevati più di 3 microgrammi di PFOS per chilo di terreno, in altri 300 microgrammi per chilogrammo.
 
Un maxi-processo intentato dal collettivo Darkwater 3M vede 1.400 residenti chiedere un risarcimento provvisorio di 20.000 euro ciascuno. Questo segue il precedente storico in cui una famiglia, con valori di PFAS nel sangue 100 volte superiori alla soglia, ha vinto una causa per “eccessive molestie di vicinato”.

A Lione uno dei più grandi processi civili d’Europa contro i Pfas.

Nel sud di Lione, cittadine e cittadini del collettivo PFAS contre terre, sostenuti dall’associazione giuridica Notre Affaire à tous, hanno deciso di portare davanti al tribunale civile di Lione due colossi dell’industria chimica, Arkema e Daikin, accusati di aver rilasciato negli anni quantità rilevanti di PFAS nell’ambiente in particolare nell’area della piattaforma chimica di Oullins–Pierre-Bénite, lungo il Rodano: un inquinamento che ha compromesso l’acqua potabile, i suoli e la produzione alimentare locale, con  molecole estremamente persistenti, capaci di accumularsi nel corpo umano e associate, secondo gli studi scientifici, a tumori, disturbi endocrini, problemi immunitari e riproduttivi.
 
Le testimonianze parlano di una contaminazione che entra nella vita quotidiana: uova di galline domestiche risultate con livelli di PFAS tre volte superiori ai limiti, ortaggi non più consumabili, spese per sistemi di filtrazione dell’acqua e, soprattutto, un forte impatto psicologico legato all’incertezza sanitaria. La class action preparata dal team legale Kaizen Avocat chiede oltre 36 milioni di euro di risarcimento per danni sanitari, ambientali ed economici: dall’ansia e dallo stress ai costi sostenuti per proteggersi dalla contaminazione. Ma l’obiettivo non è solo economico. «Bisogna colpire gli industriali sul piano finanziario per costringerli a cessare l’inquinamento»: un messaggio che va ben oltre il Rodano e, insieme alla class action di Alessandria contro Solvay, chiama in causa l’intero modello europeo di produzione chimica, responsabilità industriale e tutela della salute.