Un’industria elettronica senza PFAS.

Industria bellica e microprocessori, due ambiti strettamente interconnessi, sono tra i principali fattori, alla base della influenza che le multinazionali della chimica esercitano sul mondo politico e sui soggetti deputati a redigere leggi e regolamenti. Anche Solvay Syensqo in Europa si oppone alla messa al bando di produzione e impiego dei Pfas trincerandosi dietro le “deroghe” per i cosiddetti usi essenziali. Al più, avvalendosi delle complicità istituzionali (clicca qui), a Spinetta Marengo, suo sito produttivo del PFOA italiano dal 2002, Solvay comunica di eliminare il cancerogeno Pfas C6O4 dopo aver inquinato ambiente e sangue per trent’anni.  E lo annuncia con lo stesso candore con cui nel 2013 lo dichiarò innocuo sostitutivo del PFOA, cancerogeno sospetto dal 1947, a tacere ADV ecc. Però, ecco la deroga, l’eliminazione del C6O4 è parziale, perché sarebbe “attualmente ineliminabile”.   
La strategia Solvay è appunto inquadrata all’interno della lobby chimica internazionale che affronta uno dei nodi più controversi del dibattito europeo sulla restrizione UE dei PFAS: la presunta indispensabilità di queste sostanze in settori tecnologicamente avanzati, come l’elettronica, le telecomunicazioni e le infrastrutture digitali. Esempi  fluoropolimeri come il PTFE.
Invece, dal rapporto «Seek and You Shall Find: Alternatives to PFAS in Electronics», pubblicato da ChemSec (International Chemical Secretariat), organizzazione impegnata nella riduzione delle pericolose sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, la transizione verso un’industria elettronica senza PFAS è tecnicamente possibile in numerose applicazioni e, in molti casi, le alternative sono già disponibili sul mercato.
Le caratteristiche dei Pfas (resistenza alle alte temperature, stabilità chimica, isolamento elettrico, ridotto attrito e capacità di resistere all’acqua e ad altre sostanze) ne hanno favorito l’impiego in componenti elettronici, rivestimenti, materiali isolanti, circuiti stampati e fluidi utilizzati nei processi industriali. Ma la loro elevata persistenza ambientale è associata agli effetti tossici e cancerogeni in situazioni di impossibilità di prevenzione e di bonifiche. La questione riguarda quindi non soltanto l’esposizione dei consumatori, ma anche le emissioni durante la produzione, la gestione dei rifiuti elettronici e le possibili contaminazioni delle acque e dei suoli.
Ebbene, le soluzioni alternative ci sono e ChemSec mette in discussione l’opportunità di prevedere deroghe generalizzate per queste applicazioni.

3M alla sbarra per risarcimento milionario Pfas in Germania.

La città di Burghausen ha deciso di intraprendere azioni legali, studio legale Graf von Westphalen, contro le conseguenze della contaminazione da Pfas della 3M.   La contaminazione nel distretto di Altötting in Baviera è la più grande contaminazione del suolo da PFOA mai registrata in Germania. Altötting e in particolare il comune di Burghausen, è il polo economico più importante del cosiddetto “triangolo chimico” della regione. L’area attualmente oggetto di indagine si estende già per circa 19.000 ettari. Secondo le stime preliminari dell’iniziativa civica Netzwerk Trinkwasser (BINT), l’area interessata potrebbe estendersi fino a 38.000 ettari. L’estensione effettiva non è stata ancora determinata in modo definitivo.
Nel frattempo, altri comuni, il distretto di Altötting e diverse associazioni hanno annunciato l’intenzione di avviare procedimenti legali propri.
La causa inizialmente tratta di circa un milione di euro per i costi già sostenuti, in particolare per il campionamento e lo smaltimento del terreno contaminato da PFOA. Inoltre, ai sensi dell’articolo 303 della legge tedesca sulle società per azioni, saranno garantite eventuali ulteriori richieste di risarcimento nei confronti di 3M fino a un valore di 100 milioni di euro. Saranno inoltre presi in considerazione i potenziali costi futuri relativi alla contaminazione da PFOA. Inoltre, l’iniziativa cittadina Netzwerk Trinkwasser (Rete idrica potabile) fornirà informazioni su eventuali reclami da parte dei proprietari di immobili.

Chi inquina non paga. Emergenza Pfas in Liguria ponente.

Pagano i cittadini ma non le Istituzioni, malgrado ripetiamo l’allarme inascoltato dalla sanità ligure e perfino da associazioni ambientaliste: il  “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, con Sito e mailinglist a oltre 43mila utenti, facendo costante riferimento al disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo, negli anni ha denunciato l’emergenza ambientale e sanitaria della Liguria a guida Toti-Bucci e richiamato le altre forze politiche a sollevarsi dalla propria inerzia: https://www.rete-ambientalista.it/2026/10/08/ultimatum-pfas-alla-regione-liguria/ .
Pagano le popolazioni della Liguria di Ponente. Si aggrava l’emergenza idrica in provincia di Savona emersa inizialmente alla fine di settembre 2026 a Borgio Verezzi per poi estendersi ad altri centri: 12.000 abitanti senza acqua potabile dal rubinetto di Pietra Ligure, Villanova d’Albenga, Loano, dove sono state posizionate delle autobotti per garantire un minimo idrico alla popolazione, che deve fare ricorso a taniche e acqua in bottiglia. L’emergenza ha portato finalmente sindaci e forze politiche a richiedere monitoraggi approfonditi sulle fonti di inquinamento, regole sugli scarichi e uno screening sanitario per la popolazione esposta.
Si lavora a interventi tecnici sulle reti e sulle fonti alternative per ripristinare la potabilità, ma i tempi per il ritorno alla normalità sono stimati come molto lunghi.

Manuale di sopravvivenza quotidiana contro i PFAS.

Esce la seconda edizione del Manuale di sopravvivenza quotidiana contro i PFAS,
un importante percorso di cittadinanza attiva e tutela ambientale curato da  Donata Albiero (coordinatrice del Gruppo Educativo Zero PFAS del Veneto) e sostenuto dall’associazione CiLLSA (Cittadini per il Lavoro, la Salute e l’Ambiente).
Clicca qui una copia digitale del testo.
Clicca qui comunicato stampa.

Come stiamo mettendo al bando i Pfas in Italia.

I nostri assidui frequentatori del Sito www.rete-ambientalista.it e i nostri oltre 43mila pazienti fruitori della mailinglist, da decine di anni incorrono con frequenza nel termine “Delitto Perfetto”. 
Allor che continuiamo a descrivere i “delitti perfetti”, allorchè arriviamo già ai quattro volumi di “Ambiente Delitto Perfetto” e ai quattro di “Pfas. Basta!” ***, tra i nostri detrattori c’è chi riafferma che siamo dei vendicativi, giustizialisti, populisti, che vogliono mandare in galera imprenditori che hanno creato ricchezze e posti di lavoro. E quando mai?
Quando mai la giustizia chiama alla sbarra grandi industriali che hanno scelto e imposto che cosa produrre, e come produrre, e per tutto il tempo possibile, prima di essere indotti (dal mercato o per costrizione) a fermarsi. A fermare sostanze tossiche e cancerogene che -essi per primi sanno!- uccidono e ammalano migliaia di persone per decenni, in proporzione diretta con l’accumulo dei profitti. 
Al più, se e quando si scoprirà il delitto, a risponderne -essi già sanno!- saranno chiamati i responsabili giù in basso della “catena di comando”: direttori di stabilimento che consapevolmente e lucrosamente hanno accettato il rischio (remoto) di essere imputati e (minimamente) condannati al posto di chi tiene i cordoni della borsa e decide di produrre senza garanzie della salute e dell’ambiente, lesinando men che può miliardi di investimenti di manutenzione e contenimento delle emissioni inquinanti, affidandosi alla complicità  delle istituzioni pubbliche. Ai “nullatenenti” fidi capri espiatori provvederà l’apposita difesa dei più famosi studi legali affiancati da un esercito milionario di consulenti. 
Così va il mondo dei ricchi e potenti. E delle Vittime povere e deboli.  Così va la giustizia. Salvo “eccezionali eccezioni”.
Il termine “Delitto perfetto” da decine di anni è da noi frequentemente collegato allo stabilimento chimico Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria.
Qui, ora, va scongiurato il delitto perfetto.
*** I volumi sono disponibili a chi ne fa richiesta.

Il rocambolesco processo Solvay di Alessandria.

[2: Come stiamo mettendo al bando i Pfas in Italia]
Già a fine 2025 il “Movimento per la salute Maccacaro” aveva fatto il punto alle Associazioni e ai Comitati impegnati ad Alessandria a contrastare il disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo: clicca qui. In particolare, con i più recenti articoli delle migliaia dedicati sul Sito, dicevamo che nel 2026 attorno alle sorti dello stabilimento Solvay Syensqo di Spinetta Marengo si giocano le sorti non solo del disastro ambientale e sanitario di Alessandria ma anche della tragedia ecosanitaria dei Pfas in Italia, peggiore dell’amianto.  In Italia e nel mondo, stiamo raggiungendo livelli record di Pfas nel sangue (clicca qui).
La partita si sta giocando su due campi giudiziari: in sede civile e in sede penale. Nell’aula penale del tribunale di Alessandria, il 16 novembre si ri-avvia un rocambolesco processo.
Come si è arrivati a questa udienza?
Nel 2008 finalmente la procura della repubblica di Alessandria individua (tra 38 coimputati in scala gerarchica) gli amministratori delegati di Solvay per “avvelenamento doloso e omessa bonifica”, fino a 17 anni di reclusione. Ma, ecco, l’avvio del delitto perfetto. Il pesante reato di dolo viene tosto derubricato (sminuito) in blando “disastro innominato colposo” e dopo dieci eterni anni vengono condannati solo 4 dirigenti minori a lievissime pene: a 4 nullatenenti piuttosto che miliardari, senza risarcimenti per le Vittime. Nel penale, le responsabilità sono sempre personali. I vertici internazionali del capitale sono assolti per “non aver commesso il fatto”. C’è chi la definisce “giustizia di classe”.
Ergo, sostituiti i capri espiatori, lo storico disastro ambientale e sanitario dello stabilimento chimico di Spinetta Marengo continuerà senza bonifica per un altro eterno decennio, anzi peggiorerà in acque, aria e suolo. Insomma, il reato, sancito dalla Cassazione (2019), resterà incontrastato e reiterato, anzi aggravato. Le Vittime aumenteranno. La presidente Solvay devolverà… a se stessa un bonus di 12 milioni di euro.  Così va il mondo.
Finchè (siamo al terzo volume di “Ambiente Delitto Perfetto”) una nuova procura finalmente si decide ad avviare nel 2024 il secondo processo, ma, clamorosamente, “interpreta” la reiterazione del reato -che in questi dieci anni è diventato invece reato criminalmente sempre più doloso- e lo declassa nel capo di imputazione a un leggero reato colposo: “disastro ambientale e omessa bonifica”. Altrettanto clamorosamente, da par suo il GUP in carica trascina il procedimento penale per tre anni (perfino eliminando da parti civili gli scomodi Greenpeace e Lino Balza).
Finchè, subentrati una nuova GUP e una nuova Procura, la prima udienza del secondo processo sul polo chimico ex Solvay (oggi Syensqo) di Spinetta Marengo si aprirà ufficialmente il 16 novembre 2026 presso il Tribunale di Alessandria, non prima che il PM avesse rifiutato il rito di Patteggiamento a Solvay (rifiutando di officiare così il Delitto Perfetto).
Gli imputati si dichiarano innocenti, anzi rivendicano clicca qui che la missione (sic) per cui è nata Syensqo è “migliorare la qualità della vita delle persone”.   Non è il profitto. A proposito, chi ha tempo si legga qui quanti milioni si mettono in tasca i top manager piuttosto che risarcire le Vittime.

Gli avvocati delle parti civili, possono, devono chiedere il reato doloso.

[3: Come stiamo mettendo al bando i Pfas in Italia]
Dunque, la GUP giudice per l’udienza preliminare Arianna Ciavattini ha mandato per il 26 novembre 2026 a processo i due ex direttori, Stefano Bigini e Andrea Diotto, e ha chiamato in causa la Solvay Specialty Polymers spa quale responsabile civile, che sarà chiamata a risarcire in caso di condanna.
Dunque, restano nel processo le Parti Civili che potranno chiedere ai giudici le condanne e il riconoscimento di un indennizzo (non un risarcimento della salute). Hanno invece scandalosamente patteggiato, uscendo dal processo, associazioni tipo Medicina democratica (un business di 50mila euro) che pur nel territorio rappresenta nessuno, il minuscolo comune di Montecastello (100mila euro) con i suoi 271 abitanti ma con un acquedotto in meno, però soprattutto il comune di Alessandria (100mila euro) epicentro del disastro sanitario e ambientale, che dovrebbe tutelare la salute dei suoi 100.000 abitanti… “risarciti” con 1 euro a testa.  Hanno anche patteggiato “indennizzi” (compensazioni pecuniarie per fatti leciti, da non confondersi con “risarcimenti” dovuti per fatti illeciti), tra 3.500 e 8.000 ottomila euro, decine di individui scelti da disinvolti avvocati a caso (né per malattia né per referti di analisi) come in una lotteria.
Il 16 novembre (dunque volume quarto di “Ambiente Delitto Perfetto”) Solvay proporrà al pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme il rito di patteggiamento, qualora nel frattempo raggiunta la transazione con le due parti civili che hanno un peso se restano oppure escono dal processo: la Regione Piemonte e soprattutto il Ministero dell’Ambiente. Con un ministro “mansueto” come Gilberto Pichetto Fratin (multiforme politico di lungo corso proprio in Piemonte) non è una impresa impossibile per il navigato avvocato piemontese Guido Carlo Alleva che si è particolarmente distinto per i processi Eternit di Casale Monferrato. Insomma, un dialogo in dialetto.
Per Solvay il patteggiamento in pratica significherebbe l’assoluzione: riduzione fino ad un terzo (più un altro 1/6) della già modestissima pena e non automatica ammissione di colpevolezza in eventuali cause civili o amministrative. L’assoluzione sarebbe pressoché completa se passasse la richiesta di derubricazione dell’ipotesi di reato dal già blando “disastro ambientale colposo” a quella di “inquinamento ambientale colposo”. Ma questa indecente richiesta (con effetto di una banale multa) è già stata respinta dal pm Arnaldi davanti al gup. Resta da verificare se Arnaldi farebbe altrettanto con una richiesta di patteggiamento “made in” Regione e governo.
Mentre, viceversa, gli avvocati delle parti civili, onestamente rimasti dentro il processo, potranno, anzi dovranno: per etica, depositare una richiesta la derubricazione del reato da colposo a disastro ambientale doloso (fino a 15 anni di reclusione)!
Invece, a sua volta, una apposita “Conferenza dei servizi” ha inteso offrire alla difesa degli imputati una assolutoria “licenza di inquinare” da giocarsi al tavolo del processo.
[Segue 4: Come stiamo mettendo al bando i Pfas in Italia] https://www.rete-ambientalista.it/2026/10/21/i-complici-danno-manforte-a-solvay-nel-processo/ ]

I complici danno manforte a Solvay nel processo.

[4: Come stiamo mettendo al bando i Pfas in Italia]
Complice della Solvay (e ancor prima della Montedison), sotto la dizione burocratica di “Conferenza dei servizi provinciale” si è da sempre annidata la politica del Comune di Alessandria: titolare per competenza territoriale della Conferenza. A corollario del municipio, sono gli altri Enti: la Provincia di Alessandria (istituzione di secondo grado), l’Arpa Piemonte e l’ASL Alessandria (i cui dirigenti sono di nomina politica). L’ARPA è storicamente il bersaglio degli ambientalisti. L’ASL di Alessandria è definita  da tutti i sindacati la peggiore del Piemonte (e la sanità piemontese non è certo la prima in Italia!).   I due protagonisti sono dunque, tramite i loro rappresentanti tecnici, il Sindaco e il Direttore dello stabilimento chimico, con quest’ultimo che la fa da padrone. Mentre comitati locali e associazioni ambientaliste non hanno voce in capitolo e sono ammessi come semplici uditori e perfino esclusi, tramite valanghe di “omissis”, dalla conoscenza della documentazione tecnica compromettente.
Il sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante, benchè massima autorità sanitaria locale ha sempre omesso una ordinanza di fermata degli impianti inquinanti, anzi ha patteggiato la fuoriuscita del Comune quale parte civile nel processo (a costo di giocarsi la rielezione e la sconfitta della coalizione).
L’apposita “Conferenza di Servizi provinciale di Alessandria” per lo stabilimento chimico di Spinetta Marengo (Solvay / Syensqo) si è risolta il 5 agosto 2026. Nella sonnolenta canicola, l’ottava e finale riunione degli Enti locali ha chiuso il paludoso iter (sei anni) per il riesame con valenza di rinnovo all’azienda dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), in particolare per le produzioni e le emissioni inquinanti di Pfas nelle acque, nell’atmosfera e… nel sangue.
Con l’AIA, la Conferenza ha inteso offrire alla difesa degli imputati una assolutoria “licenza di inquinare” da giocarsi il 26 novembre al tavolo del processo penale di Alessandria. Una carta oltremodo truccata in sostanza, e anche viziata nel merito perchè il procedimento 1°) si riferisce ad un determinato periodo e non al futuro, e 2°) si riferisce all’omessa bonifica di 20 tossici-cancerogeni, tra cui i Pfas, sparati in aria e fusi nelle acque. Ad ogni modo, Comune e Solvay ci provano ad ingannare il tribunale.
La Conferenza se ne è fregata dell’allarme ONU che definisce gli alessandrini “Vittime sacrificali”: clicca qui. Se ne è strafregata, in quanto congelate all’informazione, delle prove di accusa emerse dal Progetto europeo Scenarios finanziato dall’Europa, clicca qui. Infine, Solvay fa finta di niente per l’uso dei lavoratori come cavie umane (clicca qui) e sulla spada di Damocle -Solvay regista responsabile di Miteni: clicca qui – legata all’inchiesta whitecollarcrimes di Luca Santa Maria, l’ex suo storico avvocato.
La Conferenza ha rinfocolato le polemiche della popolazione contro il Comune: Comitati e associazioni chiedevano il rigetto dell’AIA, cioè la cessazione della produzione e dell’utilizzo delle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) della Solvay; intendendo: stop alle vecchie molecole e nessuna sostituzione con nuove. Cioè bonifica, perchè non si dimentichi che, oltre ai Pfas, la multinazionale belga è sotto nuovo processo di disastro ambientale non avendo rispettato la condanna in Cassazione (2019) a fermare il cromo esavalente e gli altri venti veleni, fra cui appunto i Pfas. Il famigerato concerogeno cromo esavalente è rilevato per anni nelle falde acquifere e nel suolo in concentrazioni centinaia di volte superiori ai limiti. Aggiungiamo altri venti inquinanti storici: solventi clorurati sepolti o dispersi nel sottosuolo e nelle acque sotterranee dell’area, e in aria, tetrafluoroetilene, arsenico, antimonio, nichel, cloroformio, selenio, DDT, solfati, clorofluorocarburi,  idrocarburi metalli pesanti eccetera.   
Invece, checché ne vada propagandando l’assessore alla sanità regionale Federico Riboldi (che si è intestato la paternità dell’AIA)  la melmosa Conferenza ha ignorato la Cassazione e spudoratamente spacciato un sedicente virtuoso “percorso di progressiva riduzione delle emissioni e di miglioramento degli impianti e dei sistemi di controllo”: nient’altro che un osceno via libera a un percorso che invece consentirà le emissioni (Pfas eccetera) in assenza di un piano integrale di bonifica del territorio e della tutela sanitaria reale per la popolazione esposta.
Insomma, l’AIA è una sorta di nuova “licenza di inquinare”.  Nessun “limite zero”. Per l’enorme discendenza della famiglia dei Pfas: nessuna messa al bando per il futuro come non lo fu nel passato. Lo stesso famigerato C6O4, negato da Solvay come cancerogeno da venti anni, come già per il tollerato PFOA, e bellamente ignorato con l’ADV dalla trascorsa AIA piuttosto che vietato tout court, continuerà il C6O4 a essere utilizzato peraltro senza limiti per produzioni “insostituibili” in attesa delle tecnologie NFS di transizione, fatto salvo il business sull’altare dell’AI Intelligenza Artificiale.   A riguardo: l’opacità è totale.
Mentre, approfittando dell’inesistenza di limiti istituzionali europei, per la “quasi totalità” dei camini di scarico l’autorizzazione dei limiti della somma dei Pfas (compresi C6O4 e ADV) sarà “progressivamente” permissiva (in barba ai parametri internazionali Usa-Cina) almeno fino al 2030.  Nemmeno il PFOA è a parametro zero, anche se dichiarato non più in utilizzo da molti anni.
Insomma, i polmoni della popolazione portino pazienza ancora per un po’ di anni: esempio la recente nube tossica di acido fluoridrico (clicca qui https://www.rete-ambientalista.it/2026/09/10/agente-00-hf-licenza-di-uccidere/ ).
Ovviamente, al buon cuore di Solvay è rimandato un ennesimo piano pluriennale di riqualificazione del colabrodo di infrastrutture idriche interrate nello stabilimento. Ovviamente, in Bormida saranno scaricati reflui non esenti da C6O4 e ADV. Ovviamente, campa cavallo per la predisposizione della Valutazione di Impatto Sanitario (VIS) prevista nell’ambito del VIA per i grandi progetti a rischio. Ovviamente, la… “leggendaria” imparziale credibilità delle attività di monitoraggio sarà affidata ad Arpa e ASL, https://www.rete-ambientalista.it/2026/06/23/larpa-e-imparziale-con-solvay / , ma con “la garanzia”…  che “gli oneri previsti saranno a carico del gestore dello stabilimento”.
Ovviamente il testo dell’autorizzazione AIA è stato secretato mentre sui media è stato abbondantemente esaltato, soprattutto da Regione e Provincia (di colore centrodestra) e da Arpa Piemonte e ASL AL.  L’assessore Federico Riboldi della Regione si fa spalleggiare dalla cosiddetta “Task Force regionale sui PFAS”, con la quale si vanta, piuttosto che vergognarsi, di aver effettuato, su 408.608 abitanti della provincia di Alessandria, su 95.000 del comune di Alessandria, nientepopodimeno che… un migliaio di analisi del sangue (peraltro, tutte con livelli di Pfas C6O4 e ADV preoccupanti!). E finge di ignorare la censura dell’Assemblea dei sindaci sull’insufficiente monitoraggio della Regione (clicca qui).
Ovviamente, il Comune di Alessandria (centrosinistra) si è congiunto alla pubblicazione del comunicato entusiasta per questo (truffaldino) “percorso di riduzione degli impatti ambientali fondato sui principi di prevenzione, precauzione e miglioramento continuo”.
Ovviamente, la Regione non ha tassativamente escluso di imitare il sindaco Giorgio Abonante, cioè di uscire patteggiando dal processo Solvay Syensqo il prossimo 16 novembre, con l’input cameratesco del Ministero dell’Ambiente.
Concludendo, l’AIA conferma che Solvay Syensqo non ha alcuna intenzione di mollare i Pfas a Spinetta e in Italia. A maggior ragione perché a livello internazionale ne prevede lo sviluppo nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale AI, clicca qui.
Concludendo, anche dopo questa rinnovata “licenza di inquinare” (tu chiamala se vuoi “blando compromesso fra business e salute” oppure “licenza di uccidere”), si conferma l’altissimo rischio che il processo in corso (il secondo dopo la sentenza di Cassazione) si concluda con un nuovo buco nell’acqua.  Due sono le barriere di lotta da contrapporre: l’imputazione per reato di dolo e soprattutto le class actions collettive.
 

Il processo penale non garantisce la tutela di Ambiente e Vittime. Pertanto: class actions.

[5: Come stiamo mettendo al bando i Pfas in Italia]
A parte i trucchi legali della prestigiosa difesa Solvay, a parte le complicità delle Istituzioni e i Patteggiamenti, il nuovo processo al tribunale di Alessandria (il secondo dopo la Cassazione) anch’esso per l’Ambiente e le Vittime si concluderebbe sicuramente con un nuovo buco nell’acqua se, e sottolineo il se, alla ripresa il 16 novembre delle udienze, gli avvocati delle Parti Civili non solleciteranno e convinceranno il nuovo Pubblico Ministero (Enrico Arnaldi di Balme) a procedere alla modifica dell’imputazione: dall’assurdo reato per colpa al veritiero disastro ambientale doloso, davanti al Tribunale in composizione collegiale.
Ma, anche quando, per la più fausta delle ipotesi, anche quando si riuscisse a modificare il capo di imputazione, la sentenza (di Cassazione) slitterebbe di altri dieci anni e, comunque, senza aver fermato gli impianti, né determinato la bonifica, né fermato lo stillicidio di malattie e morti, né risarcito i malati e i morti.
Dunque, il processo penale non è risolutivo per l’ambiente, la salute e i diritti delle Vittime. Come un medicinale che attenua i sintomi ma non guarisce la malattia. Però, i Cittadini, i Comitati e le Associazioni hanno a disposizione altre vie per ottenere Giustizia. Quelle in sede civile. E noi le stiamo intraprendendo: l’azione inibitoria per chiudere ora le produzioni di Solvay, mettere di fatto al bando i Pfas in Italia, indurre la messa al bando in Europa. Nonchè l’azione risarcitoria per ottenere i risarcimenti a beneficio della popolazione Vittima dell’ecocidio: risarcimenti effettivi e non simbolici indennizzi, clicca qui.
Insomma, senza attendere i tempi biblici e gli impossibili interventi risolutivi dei tribunali penali, noi stiamo affrontando l’urgenza di prevenire ossia impedire in sede civile – tramite class action inibitoria – la prosecuzione delle condotte delittuose della Solvay (inquinamento aria-acqua-suolo) che danneggiano l’ambiente e la salute. Dunque, vogliamo, con la fermata degli impianti inquinanti, interrompere i danni sia attuali che potenziali. La fermata è necessaria nell’immediato ed è propedeutica alla bonifica. Impedisce anche l’inquinamento delle prove e la reiterazione all’infinito del reato.
Non dimentichiamo che, nel primo processo, a Solvay l’Avvocatura dello Stato aveva imputato “danni irreversibili”, successivamente addirittura peggiorati. Non dimentichiamo che il territorio, circostante il polo chimico ad alto rischio, è costantemente sotto attacco di fughe di gas e privo di adeguata protezione di un piano di Piano di Emergenza Esterno (PEE): allarme, soccorso, evacuazione, assistenza medica, ai sensi della Legge Seveso. Clicca qui.
Fermando Solvay Syensqo a Spinetta, unico produttore in Italia, è di fatto avviata la messa al bando dei Pfas in Italia, obbligando la politica complice della lobby chimica.  
Tale è il contenuto della class action inibitoria, che, con la class action risarcitoria, ho ripetutamente proposto e preso i contatti medicolegali sin dalla deludente conclusione del primo processo, e che ora entrambe sosteniamo nelle proposte di class actions preparate con prestigiosi studi legali internazionali, i quali si assumono i costi istruttori e peritali, e per la loro promozione giudiziaria si assumeranno i costi legali, compresi della soccombenza.
 Parallelamente all’inibitoria, la via della Giustizia dei Comitati e delle Associazioni passa per la class action risarcitoria.
La class action risarcitoria in sede civile è indispensabile perché in sede penale il capo di imputazione non consente risarcimenti effettivi e sostanziali per le malattie e per le morti delle Vittime nel territorio (se non simbolici indennizzi psicologici).
 Il danno da esposizione e il danno da patologia sono due concetti fondamentali nella medicina del lavoro e nella tutela legale.
 Il danno da esposizione rappresenta la semplice condizione di contatto o di vicinanza a un fattore di rischio ambientale, chimico, fisico o biologico (cioè per le emissioni aria-acqua-suolo della Solvay) a prescindere dal fatto che abbia già provocato una malattia conclamata. Il risarcimento per il solo “timore” o danno morale/esistenziale legato al rischio di ammalarsi (danno psicologico o ansia da esposizione), per la provincia di Alessandria varrebbe per 400mila residenti. La “risarcitoria per danno da esposizione” misura la dimensione collettiva dell’azione: migliaia di Vittime partecipano! Una partecipazione di massa!
Il danno da patologia è la modificazione organica o funzionale già avvenuta, ossia la malattia conclamata (o morte) che si manifesta dopo un periodo più o meno lungo di latenza e di esposizione. Considerando che i Pfas non sono veleni tossici e cancerogeni ad azione rapida, non provocano un’intossicazione acuta ma agiscono nel lungo periodo con malattie croniche e mortali.  
Ebbene, già superano il migliaio, tra analisi pubbliche e private, le persone alle quali in Alessandria è stata riscontrata la presenza di Pfas nel sangue. Orbene, chi ha Pfas nel sangue è inesorabilmente malato: (clicca qui e qui). O è già affetto da malattia conclamata, oppure sicuramente si ammalerà presto o tardi di una patologia, lieve o grave, correlata ai Pfas. Anche quando la bonifica fosse totale, anche se, anche quando i cieli, i suoli e le acque tornassero più puliti, i Pfas resteranno nel sangue (clicca qui)!
La “risarcitoria per danno da patologia” si restringe ad un numero limitato di Vittime e partecipanti.
Dunque, la qualità e l’efficacia degli studi medico legali si misurano nel coniugare in una unica azione, in una unica class action, sia le Vittime per danno da esposizione sia le Vittime per danno da patologia.
  
Ad Alessandria, l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono i due strumenti complementari di tutela: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione; la seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto. Perciò sono già partite le Assemblee popolari con la raccolta delle adesioni, clicca qui. Le proseguiremo, come un grande movimento nazionale, tramite il Sito WWW.rete-ambientalista.it e la mailinglist della Rete Ambientalista, con una sottoscrizione solidale di adesioni nazionali e internazionali, affinchè diventi una partecipazione di massa.  
In Veneto, dove la class action inibitoria non avrebbe più senso, perchè Miteni di Trissino è già chiusa, 40 mila cittadini sono pronti in sede civile ad una class action collettiva risarcitoria da 2 miliardi di risarcimenti: chi presenta nel proprio siero concentrazioni di Pfas oltre i limiti di tolleranza stabiliti dalle autorità sanitarie, chi ha contratto patologie correlate all’esposizione ai Pfas, i proprietari degli immobili nelle aree contaminate, e i residenti che hanno subìto le conseguenze psicologiche legate alla paura di contrarre patologie. 
Innumerevoli gli esempi internazionali di class actions. Quella appena preparata in Francia (clicca qui) chiede oltre 36 milioni di euro di risarcimento per danni sanitari, ambientali ed economici: dall’ansia e dallo stress ai costi sostenuti per proteggersi dalla contaminazione. Ma l’obiettivo non è solo economico. «Bisogna colpire gli industriali sul piano finanziario per costringerli a cessare l’inquinamento», come incitò il Procuratore generale della Cassazione.
 
In conclusione, i suddetti cinque capitoli del servizio Come stiamo mettendo al bando i Pfas in Italia ambirebbero essere il penultimo capitolo del quarto volume di “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia). La loro realizzazione sul campo dovrebbe rappresentare, con l’ennesima vittoria, l’ultimo capitolo di una avventura personalmente avviata sessanta anni fa con le battaglie nei confronti di Montecatini Edison, poi Montedison e Solvay, come dipendente, sindacalista, ambientalista, giornalista, in mezzo a rappresaglie e licenziamenti, querela, collusi e corrotti. Con sofferenze personali e familiari, perchè no.  
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro. (Testo in cinque capitoli liberamente riproducibile).

P.S. Per quanti fra i nostri pazienti lettori non abbiano ancora imparato a memoria cosa sono i PFAS, dove si trovano, quali sono i rischi per la salute e l’ambiente, riproduciamo qui appresso Marco Talluri di “Ambiente e non solo”: testata giornalistica digitale indipendente su ambiente, emergenza climatica, sviluppo sostenibile, mobilità e non solo. Clicca  PFAS: cosa sono, dove si trovano, rischi per salute e ambiente , che ci siamo permessi di integrare col suddetto servizio a nostra firma per quando riguarda Spinetta Marengo, Alessandria  e Piemonte.

I PFAS, dove si trovano, quali sono i rischi per la salute e l’ambiente.

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Anche se, anche quando l’acqua torna pulita, i Pfas restano nel sangue.

Per eliminare i Pfas nel sangue, basta eliminare la fonte di esposizione, basta smettere di bere acqua contaminata di Pfas? Non basta: quando i Pfas sono entrati nel sangue ci restano: praticamente sono eterni. Il rischio di malattie è eterno. L’ha riconfermato una ricerca pubblicata nell’aprile 2025 sul Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology partendo dalla contaminazione di Hoosick Falls e Petersburgh, nello Stato di New York.
Allor quando eliminata la contaminazione (di Pfoa), la concentrazione di Pfas nel sangue è stata stimata dimezzata in circa 2,86 anni: circa 1,96 anni sotto i 18 anni e 3,55 oltre i 60. In altri studi, la media del dimezzamento (emitività) è risultata 3,8. Per altri Pfas: 5,4 anni.
Durante questo periodo, una volta filtrati dai reni, i PFAS tendono a essere parzialmente riassorbiti e legati alle proteine plasmatiche, e a permanere e ad accumularsi negli organi del corpo umano, ammalandoli. Di qui, gli effetti sulla salute: cancerogeni, aumento del colesterolo, alterazioni degli enzimi epatici, minore risposta anticorpale ai vaccini, esiti avversi della gravidanza, eccetera.
Dunque, anche quando cessa la contaminazione, anche quando dimezzato il Pfas nel sangue, gli effetti sanitari proseguono negli organi colpiti.

Partono le azioni collettive contro la multinazionale Solvay Syensqo.

I limiti tecnici del processo in sede penale (prossima udienza il 16 novembre), come ho più volte esaminato, fin dall’esito della sentenza di Cassazione del primo processo, sono insiti nei capi di imputazione che non chiedono risarcimenti per le Vittime e non chiedono la chiusura delle produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo nè determinano la bonifica integrale. Partendo da queste incontrovertibili constatazioni ho lavorato in questi anni, trovando avvocati e medici onesti e preparati. Così, alcuni fra noi, comitati e associazioni, abbiamo intrapreso in sede civile la Class Action Inibitoria per chiudere -ora- le produzioni di Solvay e mettere di fatto al bando i Pfas in Italia. Ora o mai più.
L’azione legale collettiva che, parallelamente, sosteniamo nella proposta in questa assemblea riguarda invece la Class Action Risarcitoria in sede civile perché appunto il processo penale non consente risarcimenti effettivi e sostanziali per le malattie e le morti delle Vittime, ma solo simbolici indennizzi psicologici (elemosine).
La proposta in questa assemblea è valida potenzialmente per 350mila cittadini della provincia, 100mila del comune di Alessandria, ma da subito a prescindere dalle cartelle cliniche disponibili, per quelle persone che già superano il migliaio, tra analisi pubbliche e private, alle quali in Alessandria è stata riscontrata la presenza di Pfas nel sangue. Orbene, chi ha Pfas nel sangue è inesorabilmente malato: (clicca qui e qui ). O è già affetto da malattia conclamata, oppure sicuramente si ammalerà presto o tardi di una patologia, lieve o grave, correlata ai Pfas.
Ad Alessandria, l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono i due strumenti complementari di tutela: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione; la seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto.
In Veneto, dove la class action inibitoria non avrebbe più senso, perchè Miteni di Trissino è già chiusa, 40 mila cittadini sono pronti in sede civile ad una class action collettiva risarcitoria da 2 miliardi di risarcimenti: chi presenta nel proprio siero concentrazioni di Pfas oltre i limiti di tolleranza stabiliti dalle autorità sanitarie, chi ha contratto patologie correlate all’esposizione ai Pfas, i proprietari degli immobili nelle aree contaminate, e i residenti che hanno subìto le conseguenze psicologiche legate alla paura di contrarre patologie. 
Innumerevoli gli esempi internazionali di class actions. Quella appena preparata in Francia clicca (https://www.rete-ambientalista.it/2026/05/19/a-lione-uno-dei-piu-grandi-processi-civili-deuropa-contro-i-pfas/ ) chiede oltre 36 milioni di euro di risarcimento per danni sanitari, ambientali ed economici: dall’ansia e dallo stress ai costi sostenuti per proteggersi dalla contaminazione.
Ma l’obiettivo non è solo economico. «Bisogna colpire gli industriali sul piano finanziario per costringerli a cessare l’inquinamento» (il procuratore generale della Cassazione).  E’ la nostra coerente posizione: inostri assidui frequentatori del Sito www.rete-ambientalista.it e i nostri oltre 43mila pazienti fruitori della mailinglist, infatti da decine di anni incorrono con frequenza nel nostro termine “Delitto Perfetto”. Scongiuriamolo finalmente ad Alessandria.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro

Altre spade di damocle sulla Solvay.

Il progetto europeo Scenarios finanziato dall’Europa con protagoniste 19 organizzazioni di dieci Paesi europei, oltre a Israele, Usa e Canada, scattato nel 2021, è terminato ufficialmente il 30 aprile 2026. Ma i dati, riferiti ai Pfas (Pfoa, C6O4 Adv) derivanti dal Polo Chimico di Spinetta Marengo, sono stati congelati all’informazione. Almeno fin dopo il 2027.  Imbarazzanti prove di accusa contro Solvay?  
“Non voglio essere allarmistico ma l’impatto di questi risultati avrà sicuramente dei risvolti a livello politico e medico-sanitario” (dunque giuridico n.d.r): non si sbottona oltre il professor Francesco Dondero, docente di Ecologia dell’Università Piemonte Orientale, che spiega gli enormi ritardi della divulgazione (oltre al boicottaggio di Solvay coprendosi col segreto industriale per C6O4 e Adv): “Dopo qualche mese per il completamento delle analisi (ADV) e per le rifiniture, per la pubblicazione dei dati, quando accettati da una Rivista scientifica,  trascorreranno altri  6-12 mesi. Stiamo parlando di tempistiche lunghe e, quindi, criticabili ma sarebbe auspicabile aspettare la conferma della pubblicazione. Ritengo sia doveroso essere prudenti nelle informazioni che restituiremo al territorio: stiamo parlando di dati che serviranno ai decision maker”.
Solvay, alle prese con pericolosi verdetti di conferenze di servizi e tribunali, per questa spada di damocle ha tirato un sospiro di sollievo (assieme ai politici). Pur incompleti della parte epidemiologica, si tratta in particolare di prelievi di sangue per misurare i livelli di PFAS e parametri ematici e raccolta di campioni di urina, che dovrebbero essere stati effettuati entro 3 km, tra 3 e 6 km e oltre 6 km dal polo chimico che scarica in aria acqua suolo Pfas e altri 20 cancerogeni. Si tratta di centinaia (340?) di Vittime esaminate tra le migliaia, che sanno che con pfas nel sangue sono o già affetti da malattia conclamata, oppure sicuramente si ammaleranno presto o tardi di una patologia, lieve o grave, correlata ai Pfas. Che perciò sanno che abbiamo avviato class actions collettive per mettere al bando i Pfas, chiudere le produzioni di Solvay.  E risarcire le Vittime.  
Infine, altra spada di damocle è l’inchiesta whitecollarcrimes di Luca Santa Maria, l’ex storico avvocato di Solvay. https://whitecollarcrimes.it/inchieste/il-burattino-e-il-burattinaio/

Insufficiente il monitoraggio Pfas della Regione.

Significativa l’assenza del sindaco di Alessandria.
L’Assemblea dei 29 Sindaci del Distretto Sanitario Asl Al di Alessandria e Valenza, affrontando il capitolo dell’emergenza Pfas, ritiene insufficiente il percorso enunciato dall’Assessorato regionale alla Sanità di presa in carico sanitaria delle popolazioni interessate e chiede che l’area interessata dal biomonitoraggio del sangue debba essere ampliata. 

Pfas, Solvay e Intelligenza Artificiale.

In quanto ancora secretata, c’è molta opacità nell’ AIA Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata il 5 agosto scorso dalla Conferenza dei servizi di Alessandria per lo stabilimento di Spinetta Marengo.  Per certo, i Pfas non sono stati messi al bando nella strategia Solvay Syensqo, e dunque in Italia (dove Solvay è monopolista).  A maggior ragione perché a livello internazionale se ne sospetta lo sviluppo nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale AI.  
Infatti, un nuovo rapporto dell’organizzazione ChemSec International Chemical Secretariat ha rilevato che molti dei principali produttori mondiali di PFAS stanno aumentando la propria capacità produttiva proprio grazie alla crescita delle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale. I PFAS vengono infatti utilizzati per gestire le enormi quantità di calore generate dalle apparecchiature presenti nei data center. Secondo il rapporto, grandi produttori chimici come il conglomerato giapponese Daikin, il gruppo francese Arkema e l’americana Chemours stanno sensibilmente aumentando (fino a tre volte) la produzione di PFAS in risposta alla crescente domanda proveniente dall’industria dei semiconduttori e dei data center. La multinazionale belga Syensqo non sarebbe, a Spinetta e Bollate, impreparata alla sfida dei  “fluidi dielettrici fluorurati”.    
Le principali fonti di domanda dei pfas sono tre: raffreddamento dei data center, produzione di semiconduttori e materiali per batterie agli ioni di litio.
Ebbene, all’origine c’è il grande consumo di acqua per i data center: i sistemi di raffreddamento più recenti stanno infatti iniziando a utilizzare sostanze chimiche fluorurate contenenti PFAS in alternativa all’acqua. La crescita dell’intelligenza artificiale, che sta accelerando lo sviluppo dei data center, potrebbe aumentare ulteriormente la domanda di PFAS, proprio perché le infrastrutture richiedono sistemi sempre più efficienti per dissipare il calore prodotto dalle apparecchiature.
Dunque si tratta di un appetitoso business per le multinazionali chimiche dei Pfas. Si pensi che, sempre secondo una analisi di ChemSec, i “forever chemicals” hanno generato circa 4 miliardi di dollari di profitti. Nel frattempo, la costruzione dei data center continua a crescere rapidamente: uno studio del 2026 della Building Owners and Managers Association (BOMA) ha rilevato che lo scorso anno i data center hanno rappresentato quasi il 46% delle costruzioni private, rispetto a meno del 5% di dieci anni prima, passando da 1,8 miliardi di dollari nel 2014 a 41,1 miliardi lo scorso anno.
Poco importa ai grandi produttori se, a fronte dei profitti, i costi sociali sono stimati in circa 17.500 miliardi di dollari l’anno, tra spese sanitarie, bonifiche e contaminazione delle acque e dell’atmosfera. I dati della “National Health and Nutrition Examination Survey” hanno rilevato PFAS nel sangue del 97% degli americani.
Il tema del raffreddamento dei data center è già diventato un ulteriore fronte di battaglia ambientale: le organizzazioni ambientaliste hanno presentato una lettera all’EPA, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, chiedendo di respingere la richiesta di Chemours di accelerare l’approvazione di un nuovo PFAS, Opteon 2P50, destinato proprio al raffreddamento dei data center. In Francia, quattro organizzazioni ambientaliste hanno avviato una causa contro Arkema e Daikin. In America, gli ambientalisti hanno di fronte Donald Trump.  In Italia, per la class action inibitoria contro Solvay, hanno Mario Draghi: che aveva ammonito: i Pfas sono indispensabili. Aiaiaiai AIA + AI

Livelli record di Pfas nel sangue.

Il segnale di allarme è preoccupante. Uno studio promosso dai Verdi in nove Paesi europei (tra cui l’Italia) di tutti i partecipanti alla campagna di analisi.  I risultati sono contenuti nel report PFAS levels in Europeans, presentato a Bruxelles. I campioni sono stati esaminati dall’ Istituto di medicina del lavoro del Policlinico universitario di Amburgo (UKE). L’interpretazione tossicologica è stata affidata alla Vrije Universiteit di Amsterdam.
Le concentrazioni sono le più alte mai documentate nell’essere umano. Il dato più preoccupante è che l’ultimo nato nella famiglia dei Pfas, il TFA (acido trifluoroacetico), spacciato dalla lobby chimica come “ancora più innocuo dei precedenti Pfas non cancerogeni”, è stato rilevato nel 100% dei campioni. La concentrazione mediana è di 21,2 nanogrammi per millilitro, contro 4,6 per la somma dei quattro PFAS “classici” (PFOA, PFOS, PFHxS e PFNA). Il TFA rappresenta da solo oltre l’80% del carico totale di PFAS misurato nel sangue. Anche i PFAS più noti restano un problema: un partecipante su quattro supera la soglia di sicurezza fissata dall’EFSA per i quattro PFAS storici.
Il TFA, è il più piccolo (a catena ultracorta) ma perciò anche il più mobile e stabile in acqua e aria, e dunque il più pericoloso della famiglia Pfas.

Hai Pfas nel sangue? Donalo.

Quanti hanno nel sangue i cancerogeni e tossici Pfas, almeno si consolino facendo del bene un poco  a sé e tanto al prossimo: la donazione periodica di sangue intero o di plasma contribuisce a diminuire, rispettivamente del 10% e del 30% in un anno, la concentrazione di PFAS nel corpo umano.
Per i donatori il beneficio è convalidato da studi scientifici, tra cui una ricerca pubblicata su JAMA e condotta dalla Macquarie University di Sydney.
 Ma per i riceventi la donazione? Quale è la sicurezza?  Secondo “Centro Nazionale Sangue” e SMITI (Società Italiana Trasfusionale di medicina e Immunoematologia), nella situazione di emergenza “la quantità di PFAS presente in una singola donazione è minima e il beneficio clinico per i pazienti che ricevono trasfusioni o emoderivati supera nettamente i potenziali rischi”. Non sono stabiliti divieti o soglie limite di PFAS per la trasfusione.
Quanto meno sarebbe auspicabile che la donazione non sia ripetuta per lo stesso paziente. O che nel sangue del ricevente non siano già presenti PFAS.  Ma ciò è impossibile da appurare in quanto sulle etichette delle sacche di sangue non è indicata la presenza di PFAS perché i servizi trasfusionali non effettuano test per rilevare i PFAS o altri inquinanti ambientali sui donatori (ai quali non viene chiesta l’informazione del rischio). E’ una questione di costi perché questi esami richiederebbero analisi tossicologiche complesse e specifiche: una scelta ingiustificabile soprattutto nei territori ad alto rischio (es. Alessandria e Vicenza).

Ultimatum pfas alla Regione Liguria.

“Esame non eseguibile presso la nostra struttura”: l’Ospedale Policlinico San Martino di Genova, Clinica Endocrinologica, prof. Diego Ferone, non effettua controlli periodici -ripetutamente sollecitati nel corso degli anni- dei dosaggi nel sangue dei Pfas neppure ai propri pazienti oncologici, costretti a sobbarcarsi i costi presso altra struttura universitaria non regionale.
A questa grave omissione sanitaria della Regione Liguria la “Rete dei Comitati Liguria” chiede di rimediare entro 120 giorni tramite un Piano straordinario di biomonitoraggio PFAS, con risorse dedicate nel bilancio regionale 2027, che coinvolga ASL, ARPAL e San Martino, con prelievi ematici volontari e gratuiti.
Il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, con Sito e mailinglist a oltre 43mila utenti, facendo costante riferimento al disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo, negli anni ha denunciato l’esigenza ambientale e sanitaria della Liguria a guida Toti-Bucci e richiamato le altre forze politiche a sollevarsi dalla propria inerzia:  
<<La Liguria è una delle regioni con maggiore diffusione della contaminazione da Pfas nelle acque potabili. A Genova, i livelli di Tfa (acido trifluoroacetico) raggiungono il massimo di 126,4 ng/L, il dato più alto regionale, mentre il parametro “Somma di Pfas” tocca i 13,8 ng/L, collocando il capoluogo al quinto posto tra i comuni liguri monitorati. Nella classifica regionale, Rapallo registra il valore più alto per il parametro “Somma di Pfas”, con 28,6 ng/L, seguito da Albenga (25,7 ng/L) e Sarzana (25,6 ng/L). Il dato relativo al Pfoa (acido perfluorottanoico) pone invece Rapallo al primo posto con 20,7 ng/L, mentre Genova si attesta a 12,3 ng/L. Anche il Pfos (acido perfluorottano sulfonico), classificato come possibile cancerogeno, è stato rilevato con valori significativi, inclusi 1,5 ng/L a Genova e Albenga, e un massimo regionale di 4 ng/L a Imperia​​​. La Liguria, insieme a Trentino-Alto Adige e Veneto, è tra le regioni italiane con la più alta percentuale di campioni contaminati, raggiungendo il 100% dei punti monitorati. Rispetto al parametro “Somma di Pfas”, Rapallo si colloca tra i comuni con le concentrazioni più elevate in Italia, accanto a città come Milano, Arezzo e Perugia, evidenziando una distribuzione critica delle sostanze chimiche lungo tutta la regione​​​.>>

Contaminazioni Pfas nell’aria anche tra Verona e Brescia.

La presenza di Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche note come “inquinanti eterni”, non riguarda solo l’acqua e gli alimenti, ma si estende anche all’aria che si respira. A certificare la presenza di Pfas nell’aria sono i risultati delle analisi chimiche indipendenti commissionate dalla Rete Zero Pfas Italia ed eseguite da laboratori accreditati che hanno rilevato la presenza di queste molecole tossiche nella polvere raccolta sui balconi e nei cortili scolastici in Veneto e in Lombardia. In particolare a Legnago (Verona), in un’area vicina all’impianto Chemviron in via Togliatti e a sensibili punti di riferimento come il cimitero e la scuola Ungaretti, e sono proseguite in provincia di Brescia, nello specifico a Nuvolera (via Galilei).

I dati emersi dai rapporti di prova delineano un quadro preoccupante. Nel veronese le concentrazioni rilevate nelle polveri mostrano la presenza di Pfba (la molecola a quattro atomi di carbonio) e di altri Pfas a catena più lunga con valori compresi tra 11 e 54,1 microgrammi per chilo. Risultati ancora più elevati sono stati registrati a Nuvolera (Brescia), dove hanno raggiunto rispettivamente picchi di 28,4, 148,8 e 1069,6 μg/kg. Tra le molecole individuate spicca il Pfoa, classificato come cancerogeno certo dallo Iarc.

Ad Arpa Verona era stata fatta richiesta di ricercare i Pfas nell’aria che esce dai camini della Chemviron di Legnago perché  queste analisi non sono state fatte come si deve: le rassicurazioni omettono dati del Noe e nell’area mancano le centraline richieste da anni alle autorità. Zero Pfas Italia denuncia: “Se le analisi aggiornate dei Pfas presenti nell’aria non sono disponibili, ce le facciamo noi”.

I campionamenti si sono resi necessari per colmare una lacuna normativa e di trasparenza: ad oggi, infatti, non esistono limiti istituzionali per il rilascio in aria dei Pfas stabiliti dagli enti pubblici.

Accanto all’aria, restano critiche anche le matrici idriche. Già la scorsa estate, i dati in mano alla rete segnalavano per Bassano del Grappa e Creazzo (Vicenza) concentrazioni di “Pfas totali” superiori ai cento nanogrammi al litro, valori al limite dei parametri vigenti e ritenuti insoddisfacenti dai comitati.

La questione dei Pfas rappresenta un’emergenza estesa a tutta Europa. Durante un vertice organizzato dall’European Environmental Bureau (Eeb) a Bruxelles, attivisti provenienti da diversi Paesi e colpiti dalla contaminazione hanno denunciato le stesse criticità: residenti con abitazioni a ridosso dei poli chimici, gravi patologie riscontrate nelle comunità locali e il rifiuto da parte delle pubbliche amministrazioni di avviare screening sul sangue o di rendere accessibili i dati ambientali.

PFAS-free per le friggitrici.

Precauzionalmente, nella scelta d’acquisto delle friggitrici ad aria occorre riflettere sulle etichette che riportano la dichiarazione “Pfas free”: l’assenza di PFAS (quali? tutti?) nelle superfici interessate alla cottura, nelle parti sottoposte quotidianamente a calore e contatto con gli alimenti, cestello, piastra, camera di cottura. I materiali alternativi di rivestimento sono ceramica, vetro borosilicato, acciaio inossidabile. 
Secondo i test di Altroconsumo, le normali friggitrici ad aria in commercio rispettano le regole europee e non rilasciano PFAS dannosi durante l’uso standard. Il PTFE (come il Teflon) è stabile alle normali temperature di cottura delle friggitrici (180–230 °C). I rischi di rilascio iniziano solo se si superano i 300–360 °C o se il rivestimento è fortemente graffiato.

Alessandrini vittime sacrificali. Il Rapporto ONU.

Alessandria, con il polo chimico Solvay di Spinetta Marengo, è in cima all’elenco ad essere dichiarata “zona di sacrificio” in particolare per l’inquinamento da Pfas. Come tale è trattata specificatamente negli studi di sociologia: i recenti libri “Tossicità” e “Vite contaminate” https://www.rete-ambientalista.it/2026/09/29/vite-contaminate-e-tossicita-a-spinetta-marengo/ .
 Cosa si intende per “zona di sacrificio”? Un’area geografica permanentemente modificata e danneggiata da gravi alterazioni sanitarie ed ecologiche di inquinamento industriale, contro la volontà delle comunità locali, che ne pagano il prezzo in termini di salute e diritti umani.
Infatti, l’inquinamento da Pfas rientra nella definizione ONU di “territorio fortemente contaminato dove la popolazione vulnerabile subisce conseguenze sanitarie drammatiche e violazioni dei diritti fondamentali a causa di sostanze tossiche”. Secondo il nuovo rapporto “Forever chemicals and human rights”, predisposto dal Relatore speciale delle Nazioni Unite, Marcos Orellana, che a Spinetta ha fatto un sopralluogo,  i PFAS non solo rappresentano un problema di contaminazione ambientale e di sanità pubblica, ma anche mettono in discussione diritti fondamentali come il diritto alla vita, alla salute, a un ambiente pulito e sicuro, a condizioni di lavoro salubri e all’accesso alla giustizia.
Il Rapporto parla esplicitamente di “sacrifice zones”, zone di sacrificio, nelle quali, come a Spinetta, il produttore disponeva, dagli anni ‘90 di studi che indicavano i rischi sanitari derivanti dai PFAS (Pfoa), senza tuttavia rendere quelle informazioni disponibili al pubblico, ai lavoratori e alle autorità. O nelle quali, come a Trissino, gli abitanti hanno scoperto la contaminazione soltanto molti anni o decenni dopo l’inizio dell’esposizione. Ovvero le preoccupazioni manifestate dalle comunità sono state sottovalutate dall’ inazione delle autorità fino a quando monitoraggi indipendenti, inchieste giornalistiche o procedimenti giudiziari non hanno confermato l’esistenza del disastro.
Secondo le stime richiamate nel Rapporto, dodici produttori concentrano gran parte della produzione mondiale di PFAS e realizzano complessivamente profitti nell’ordine di 4 miliardi di dollari, mentre soltanto in Europa i costi sanitari associati alla contaminazione vengono stimati fra 52 e 84 miliardi di euro l’anno. A questi si aggiungerebbero circa 238 miliardi di euro per la depurazione delle acque e i costi della bonifica dei circa 17.000 siti contaminati censiti.  Non esistono tecnologie efficaci e applicabili su larga scala in grado di eliminarli dagli ecosistemi contaminati e gli effetti delle emissioni possono protrarsi per decenni, secoli o perfino millenni. Dunque è il sovvertimento del principio “chi inquina paga”. Le Vittime, che non hanno mai ottenuto risarcimenti, non possono che avviare CLASS ACTION in sede civile.
Il documento, datato 6 luglio 2026 e destinato alla 63ª sessione del Consiglio ONU per i diritti umani, sostiene che i PFAS, forever chemicals, “sostanze chimiche eterne”, costituiscono una “profonda minaccia” per i diritti umani e per l’ambiente e chiede agli Stati di vietare immediatamente tutti gli usi non essenziali, adottando contemporaneamente misure urgenti per controllare queste sostanze e prevenirne ulteriori emissioni. Gli Stati non interverranno mai, neppure per la suddetta blanda ingiunzione: che non è la messa al bando totale.
Per la messa al bando, perciò, ad Alessandria è necessaria CLASS ACTION INIBITORIA in sede civile. La quale evita definitivamente il rischio della cosiddetta “regrettable substitution”, cioè la sostituzione di una sostanza PFAS vietata con un’altra appartenente alla stessa famiglia e potenzialmente altrettanto persistente e pericolosa. Come purtroppo è per Spinetta Marengo l’attuale programma di Solvay Syensqo confortato dalle Autorità. Che chiedono a cittadini e lavoratori di sacrificarsi “ancora per qualche tempo”.
 Offrirsi vittime sacrificali?  Sull’altare del dio Profitto!

Vite contaminate e tossicità a Spinetta Marengo.

“Vite contaminate” è il volume gemello del libro collettaneo “Tossicità”. Si può scaricare gratuitamente: https://www.meltemieditore.it/catalogo/vite-contaminate/.

Pensato più per l’accademia e per la didattica, questo libro ha un apparato teorico più ampio e analizza con maggior precisione la lunga storia di violenza ambientale subita dal territorio, intervallata da continue “scoperte” e tematizzazioni pubbliche (incidenti, denunce, contestazioni ed esposti, monitoraggi e indagini giudiziarie) che danno ciclica visibilità al disastro tecnologico graduale e continuativo. Si concentra su queste “scoperte” (sei cicli di visibilità della violenza: 1926, 1941, 1988, 2008, 2019, 2023) e analizza le controversie pubbliche sul riconoscimento del danno, sulle sue cause e conseguenze, nonché sulle competenze tecniche considerate legittime per la sua gestione. Si basa sul materiale esposto dalle parti (industria, saperi esperti, politica, media, magistratura, attivismo, abitanti ecc.) per definire la natura del problema, le sue rappresentazioni pubbliche (dispositivi retorici e di persuasione), le soluzioni ritenute appropriate o accettabili per risolverlo.

La missione per cui è nata Syensqo.

Comitati e Associazioni sostengono che il disinquinamento aria-acqua-suolo di Alessandria è possibile (almeno in parte) ma solo se si eliminano le produzioni di Pfas a Spinetta Marengo. Però Solvay si rifiuta perchè non vuole mettere al bando il business miliardario e preferisce risparmiare… con un investimento di 5 milioni di euro. Coi quali finanziare “personale dedicato e infrastrutture dell’Università del Piemonte Orientale finalizzati allo sviluppo di nuovi processi di depurazione e rimozione di inquinanti dal suolo, dalle acque di falda e dai reflui di processo attraverso l’uso di metodologie chimico-fisiche e biologiche innovative”.
Allo scopo, è stato inaugurato il RisPa, Centro di ricerca e sviluppo per il risanamento e la protezione ambientale. Codesto “Joint-Lab” con Solvay rappresenta una boccata di ossigeno per l’Università impegnata ad affermare “la missione di mettere la ricerca scientifica, la formazione e il trasferimento delle conoscenze al servizio della comunità, per affrontare sfide complesse come ad esempio quella ambientale”. Senza pretesa di risolvere il disastro sanitario e ambientale della Fraschetta dei Pfas e non solo.
 
Per Solvay il RisPa è pubblicità a buon mercato, che consente a Francesco Luccisano, Country Director per l’Italia di Syensqo, di esaltarsi: “Sviluppare la conoscenza scientifica per migliorare la qualità della vita delle persone è la missione per cui è nata Syensqo”. Questa è la missione, non è il profitto ad “lucrum quovis pretio” (il missionario Luccisano conosce il latino, non capisce un’acca di chimica e scienza, men che meno di ambiente, proprio così può spararle grosse perché, come da apprezzato curriculum, è “esperto” di relazioni pubbliche e diplomatiche, comunicazione e relazioni con i media; ci siamo capiti: per mestiere un mistificatore del greenwashing).

1 coppia su 5 non riesce ad avere figli.

Gli spermatozoi alle prese con i pfas.
Biologi a congresso a Torino. Nel 2024-2025 in Piemonte sono nati meno di 27.000 bambini a fronte di oltre 52.000 decessi. L’infertilità è tra le cause della denatalità: in Piemonte si colloca tra i livelli più elevati del panorama nazionale, attestandosi attorno al 18% – 21% delle coppie residenti in età feconda (70.000-80.000 nuove coppie all’anno). Questa discrepanza non riflette una predisposizione genetica peculiare, bensì rispecchia lo stato dell’inquinamento: soprattutto caratterizzato da situazioni di realtà locali, in particolare Alessandria (amianto e pfas) e Torino (smog).
 
La letteratura scientifica internazionale riconosce l’apparato riproduttivo, e in particolare il gamete maschile, come una delle sentinelle biologiche più sensibili all’inquinamento ambientale. Clicca qui il video con il professor Carlo Foresta .
E’ acclarato che i PFAS sono interferenti endocrini che danneggiano la fertilità maschile riducendo l’azione del testosterone, la concentrazione e la motilità degli spermatozoi arrivando a ridurne l’attività fino al 40% nei figli di madri esposte a zone contaminate. Clicca qui lo studio dell’Università di Padova.
La Regione Piemonte, che pur si colloca tra i sistemi sanitari regionali con un’elevata qualità clinico-scientifica, nell’affrontare la situazione sanitaria di Alessandria caratterizzata anche dal disastro Pfas della Solvay di Spinetta Marengo, ci appare assai carente anche nell’ambito della medicina della riproduzione.  Non è stato mappato l’impatto dei Pfas (e degli altri 20 veleni) sui parametri riproduttivi delle popolazioni provinciali.  Non è stato introdotto uno screening preconcezionale gratuito per la riserva ovarica e per la fertilità maschile nella fascia di età 20-30 anni. Non c’è inclusione nei piani di monitoraggio del biomonitoraggio della salute riproduttiva maschile: esame del liquido seminale come bioindicatore.
La forte denatalità del Piemonte (fecondità 1,17 per donna) è fortunatamente compensata dai flussi migratori stranieri con una media di 1,84 figli per donna. Finchè… non incideranno Pfas e Remigrazione.

Pesci avvelenati di Pfas a go go.

I PFAS sono favoriti a bioaccumularsi lungo la catena alimentare acquatica.
Nel Rapporto EEB, pubblicato nel settembre 2025 e intitolato “Forever chemicals poisoning Europe’s waters and fish: The tip of the PFAS iceberg”, sono stati analizzati i dati di PFAS nei pesci raccolti tra 2009 e 2023 con valori superati in sette Paesi: Austria, Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Svezia.
Ebbene, con la nuova soglia approvata dal Consiglio europeo e dal Parlamento europeo, il 100% dei valori italiani supera il livello PFAS-24, pari a 77 ng/kg di peso fresco, espressa come equivalenti PFOA. L ‘attuale standard ambientale europeo per il pesce riguardava essenzialmente il PFOS: 9,1 µg/kg, cioè 9.100 ng/kg. La nuova normativa prevede quindi un valore circa 118 volte più basso.
 
Gli Stati membri hanno però tempo fino al 22 dicembre 2027 per recepirla nella legislazione nazionale. Almeno fino a quella data in Italia, è prevedibile, potremo liberamente avvelenarci. Anche perché non è tanto un rischio di intossicazione immediata dopo un singolo pasto, ma di esposizione cronica, soprattutto quando si mangia frequentemente pesce contaminato. Più a rischio (gravidanza, sviluppo infantile, colesterolo, fegato, sistema immunitario ecc.): Nord Italia e bacino del Po, Veneto, Lago Maggiore e altri laghi montani.

Turisti in Liguria, portatevi l’acqua da casa.

Divieto immediato di utilizzare a scopo potabile e per il consumo alimentare (bere, cucinare) l’acqua erogata dall’acquedotto comunale sull’intero territorio di Borgio Verezzi. È quanto disposto dal Comune con una nuova ordinanza, adottata dopo la segnalazione di Servizi Ambientali, gestore del Servizio Idrico Integrato, delle criticità relative alla presenza di PFAS in uno dei quattro pozzi che alimentano la rete.

Stiamo avvelenando di Pfas anche la Croazia.

Provenienti da Italia, PFAS nelle acque sotterranee nel sito di un ex complesso industriale alla periferia di Gospić, capoluogo della regione montuosa Lika nella Croazia centrale, una delle regioni più spopolate tra la costa e il confine con la Bosnia Erzegovina, dove sono state individuate circa 37mila tonnellate di rifiuti industriali illegali in gran parte interrati e mescolati al terreno tra il 2022 e il 2024.
Secondo i risultati della Facoltà di Geotecnica di Zagabria, i PFAS sono penetrati nelle falde con un valore registrato di 200 nanogrammi per litro, il doppio dei limiti prescritti da normative europee e croate. L’illecito smaltimento ha fruttato un profitto stimato di almeno quattro milioni di euro.
La vicenda è diventata uno scandalo di portata nazionale in Croazia in seguito alla mobilitazione degli abitanti della Lika e 50mila persone sono scese in piazza a Zagabria: il disastro ambientale locale si è trasformato in una delle maggiori questioni politiche e di sicurezza in Croazia. ministro della Giustizia ha annunciato anche l’introduzione nel Codice penale di un nuovo reato, quello di ecocidio.

A Spinetta Marengo i cittadini pagano per sapere quanti PFAS hanno nel sangue.

A Spinetta Marengo, nell’Alessandrino, dove lo stabilimento Syensqo  Solvay è da anni al centro della contaminazione da PFAS, i cittadini che vogliono sapere autonomamente quanti di questi composti hanno nel sangue devono pagare di tasca propria. Chi non rientra nel biomonitoraggio gratuito avviato dalla Regione Piemonte può infatti sottoporsi alle analisi soltanto a pagamento: nei mesi scorsi, prima dell’attivazione del servizio a Torino, alcuni residenti erano stati costretti persino a recarsi a Milano. Una situazione che torna al centro delle proteste dei comitati locali proprio mentre la Regione ha concesso allo stabilimento una nuova autorizzazione ambientale, contestata dagli ambientalisti soprattutto per i ritardi sulla bonifica e sulla presa in carico sanitaria della popolazione esposta.
La situazione è tornata a scaldarsi in seguito all’incontro pubblico del 17 settembre al Marengo Museum, dove l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi ha illustrato insieme alla task force sui PFAS il nuovo quadro autorizzativo. La Conferenza dei servizi si era conclusa il 5 agosto stabilendo, tra le altre cose, la cessazione della produzione di cC6O4 dal 1° gennaio 2027, nuovi limiti alle emissioni e ulteriori monitoraggi ambientali e sanitari. Durissima la lettura della Rete Ambientalista, che ha definito la nuova AIA una «licenza di uccidere», contestando anche il biomonitoraggio portato avanti dalla Regione, giudicato troppo limitato rispetto alla popolazione potenzialmente interessata. Gli attivisti del Comitato Stop Solvay… continua cliccando qui.

Il legame tra Pfas e sclerosi multipla.

Non poteva mancare la sclerosi multipla (SM) tra le patologie indotte dai Pfas. Lo rileva lo studio, intitolato “Associazioni tra sostanze perfluoroalchiliche e sclerosi multipla in coorti statunitensi a confronto con NMOSD, MOGAD e soggetti di controllo sani”, guidato da Farren Briggs, Ph.D., Sc.M., professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze della Salute Pubblica, e pubblicato sulla rivista Environmental Research.
 
Lo studio ha coinvolto collaboratori dell’Università di Miami, della Mayo Clinic, della Vanderbilt University, della East Carolina University, della Case Western Reserve University, dell’Università del Texas a Austin, dell’Università della California del Sud.
 
Il team di ricerca ha scoperto che le donne affette da sclerosi multipla presentavano livelli più elevati di due composti PFAS, l’acido perfluoroesansolfonico (PFHxS) e l’acido perfluorottanoico (PFOA), rispetto ai gruppi di controllo. Duque, l’esposizione ai PFAS può influenzare i processi ormonali e le vie biologiche coinvolte nella salute neurologica.
La sclerosi multipla è una malattia cronica e autoimmune che colpisce il sistema nervoso centrale, danneggiando la mielina (la guaina che protegge le fibre nervose). In Italia interessa circa 137.000 persone, esordisce spesso tra i 20 e i 40 anni e colpisce le donne più degli uomini.

Basta chiamarci eroi mentre ci lasciate senza tutele.

Quattro vigili del fuoco morti per lo stesso tipo di tumore. Tre aretini e un collega di Spoleto deceduti per glioblastoma.(micidiale tumore al cervello).  Lo Stato nega la causa di servizio ma non è fatalità: la scienza ci dice che i Vigili del Fuoco sono stati esposti a un cocktail di sostanze tossiche e ‘perenni’ come i PFAS contenuti nelle schiume estinguenti, mentre non sono dotati di dispositivi di protezione individuale (tute, guanti, respiratori ecc.).
 
Clicca qui alcune dimostrazioni:

Pfas anche negli acquedotti del l’Alto Monferrato.

Solvay di Spinetta Marengo 
Arpa Piemonte ha rilevato nei pozzi di Cassano Spinola la presenza di PFAS oltre i limiti di legge fissati dalle normative recenti. I controlli hanno coinvolto anche il territorio novese (come nella zona del torrente Scrivia a Bettole di Novi).
E’ emersa tensione tra i dati diffusi da Arpa e le rassicurazioni di “Gestione Acque” che definivano i livelli “bassi”, spingendo i cittadini e le amministrazioni a chiedere massima chiarezza e trasparenza.
 
Clicca qui un commento inviatoci da un cittadino di Novi Ligure.
 
Il Comune di Cassano Spinola ha pubblicato le più recenti analisi effettuate sull’acquedotto al fine di monitorare le sostanze PFAS:

I tumori di origine occupazionale.

I cancerogeni come l’amianto e i pfas. Le stragi dolose delle multinazionali chimiche favorite dalla complicità delle leggi e dei politici. Stragi silenziose che restano impunite o minimamente indennizzate dalla magistratura. Anzi, è in corso, anche grazie ad una informazione ammaestrata, il tentativo di delegittimare gli scienziati che stanno dimostrando il criminale esercizio del capitalismo senza limiti negli ambienti di lavoro e di vita.
 
Clicca qui un articolo di Riccardo Falcetta, medico del lavoro.

Piana di Marengo maledetta: tra nucleare e chimica.

Il deposito nucleare di Bosco Marengo (AL) resta sempre un protagonista del dossier “Storia antinucleare” ***. Infatti, nell’area dell’ex Fabbricazioni nucleari (FN) sono sempre lì 640 metri cubi di rifiuti radioattivi che attendono di essere trasferiti nel fantomatico deposito nazionale ultrasicuro. Fino alla fine degli Anni 80, FN produceva combustibile per le centrali nucleari e nel 2022 è stata il primo sito nucleare in Italia a essere smantellato dalla Sogin, società pubblica incaricata del decommissioning di tutte le centrali e gli impianti italiani, cioè le quattro centrali nucleari di Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano (Caserta), oltre ad altri impianti legati al ciclo del combustibile: Eurex di Saluggia (Vercelli), Opec e Ipu di Casaccia (Roma) e Itrec di Rotondella (Matera).
Bosco Marengo attende da allora di passare dallo stato di “brown field”, cioè di «campo marrone», allo stato di «green field» “prato verde”, ossia in una condizione finalmente priva di rischi e vincoli radiologici. Smantellata “brown field”, Bosco attualmente è invece nello stallo della sistemazione finale delle materie nucleari, di adeguamento di alcuni locali a deposito di materiali provenienti dalle operazioni di smantellamento da caratterizzare o rilasciare, di completamento delle operazioni di bonifica e recupero dei materiali antropici (legno, plastiche, rottami vari) rinvenuti negli anni scorsi presso la cosiddetta “area di rispetto” del sito. Si tratta materiali interrati scoperti nel 2014 all’interno dell’area ma successivamente nella profondità del terreno dove sono stati occultati i rifiuti era stata registrata radioattività poiché c’erano anche quelli radioattivi.
Riguardo alla bonifica e al recupero dei materiali nel corso del 2025 sono state allontanate circa 200 tonnellate di materiali privi di vincoli radiologici, mentre a inizio 2026 è stata completata la caratterizzazione radiologica di circa 9 mila metri cubi di terre e rocce da scavo, attualmente in corso di reinterro.
Nell’alessandrino, la piana di Marengo (la Fraschetta) ha portato fortuna a Napoleone (con la battaglia del giugno 1800) ma altrimenti è maledetta: il nucleare della FN di Bosco Marengo a fianco della chimica Solvay di Spinetta Marengo. Appresso, a Tortona, c’è sempre il deposito Campoverde con oltre 300 metri cubi di rifiuti radioattivi frutto dell’attività della Controlsonic, azienda che si occupava dello stoccaggio di materiale di scarto di esami ospedalieri, fallita negli Anni Novanta.
 
***  “Storia antinucleare”, il dossier di Lino Balza, racconta la storia che va da Bosco Marengo ai ricorsi a TAR del Piemonte e Consiglio di Stato; dal Forum nazionale dei Movimenti Antinucleari al Referendum 2011 che perseguì la fuoriuscita definitiva dal nucleare civile; dal dopo Referendum ai governi “verde-giallo-rossi” e “policromo”, e infine di destra, fino all’odierno rilancio del “nuovo nucleare” e alla ir-risoluzione del deposito nazionale. Oltre quaranta anni di lotte, l’epopea della mobilitazione popolare che contrasta ancora oggi il nucleare civile e, insieme, quello militare.  
 “Storia nucleare” è disponibile a chi ne fa richiesta: tratta in breve da stralci dei libri “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione – Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia) e “L’avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza”, nonché dalle centinaia di articoli del Sito “Rete Ambientalista Movimenti di lotta per la salute, l’ambiente, la pace e la nonviolenza” gestito dal “Movimento di lotta per la salute Giulio A. Maccacaro”.

Pfas: la più grave emergenza sanitaria. 

Il nostro Sito www.rete-ambientalista.it potrebbe considerarsi saturo di articoli (verso i duemila) dappoiché avviammo quasi 40 anni fa la campagna per la messa al bando dei Pfas. Invece, non può ridimensionarsi in quanto sempre più affluiscono comunicazioni riguardanti una tragedia sanitaria ormai finalmente considerata di dimensione planetaria. Al punto che il nostro Dossier “Pfas. Basta!” è già al quarto volume.

Aggiorniamo dunque il Sito, come di seguito. Fermo restando che la premessa in Italia è sempre la stessa: LA VERA SOLUZIONE E’ ELIMINARE I PFAS ALLA FONTE, CHIUDERE LE PRODUZIONI SOLVAY DI ALESSANDRIA (come e quando: affronteremo successivamente la questione con un ampio servizio). Secondo l’inchiesta di “The forever pollution project” più di 17.000 siti in tutta Europa sono contaminati dai PFAS. In Italia sono stati trovati in tutte le Regioni, beninteso: in tutte le Regioni dove sono stati cercati, come abbiamo

pubblicato in decine di articoli. Aggiorniamo aggiungendo le autobotti di emergenza nel bergamasco (1), i Pfas nelle acque del Ticino (2), i pozzi chiusi nel pordenonese (3), nel trentino, (4), nel vicentino (5).

Aggiorniamo l’allarme sanitario per i Pfas che ormai non risparmia nessun alimento neppure garantito dalle grandi marche commerciali (6). La terribile evidenza delle mamme che trasmettono ai figli i Pfas in gravidanza e nell’allattamento (7), nelle diete ai neonati (8).  Mamme che non azzardano ai figli un uovo alla coque (9). Neanche un frutto, men che mai le golose fragole (in yogurt, succhi, merendine e gelati): con le più alte proprietà di interferenza endocrina, su sviluppo del feto e sviluppo cerebrale, sull’insorgenza di malattie croniche, tra cui l’infertilità e le tiroiditi (10). Stante che le autorità arrivano a vietare la vendita di pesci, carni bovine, suini, pollame, uova, latte vaccino (11). Ammesso che le mamme si siano fidate ad usare la carta da forno (12).

Questi allarmi ormai non risparmiano nessun territorio italiano. Oltre al caso più famoso dei 350mila veneti contaminati per l’eredità della Miteni di Trissino. Non solo una eredità ma, addirittura, dopo la chiusura della Miteni, oggi sarebbero inceneriti in Veneto i rifiuti della Solvay (13).

E attualmente è proprio Alessandria il punto nevralgico nazionale, perché a Spinetta Marengo la Solvay Syensqo è l’unica produttrice italiana dei brevetti Pfas. Non accenna a chiuderli.  La multinazionale belga gode della protezione delle Istituzioni. Al punto che, per non allarmare, hanno perfino omesso la mappatura dei pozzi privati utilizzati a scopo potabile nella zona di Alessandria, che poi le analisi dei privati con clamore

denunciamo essere pesantemente inquinati dai Pfas (14).

Qualche sindaco in provincia si muove in autonomia, come a Castelletto d’Orba, ed è costretto a chiudere storiche fonti nel commercio di acque minerali (15). Il sindaco di Montecastello ha ordinato la chiusura dell’acquedotto già nel 2020. Mentre quello di Novi Ligure, come il suo compagno di Alessandria, cerca di far finta di niente per l’interrotta fornitura idrica di Novi Ligure, Pozzolo Formigaro e Serravalle Scrivia (16 ).

Se i monitoraggi degli enti pubblici sono da sempre assenteisti, stanno venendo a mancare attorno al sito chimico di Spinetta perfino le tradizionali sentinelle ecologiche: i ricci. L’inquinamento ha sopraffatto questi “bioindicatori” naturali, capaci di raccontare attraverso il loro corpo le condizioni di salute dell’ecosistema alessandrino offrendo un campanello d’allarme diretto sui rischi per la salute umana (17).

Fortunatamente, qualcosa ad Alessandria in ambito ospedaliero si muove: con il nuovo progetto di ricerca dell’IRCCS dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria in merito al legame tra microbiota intestinale e adenocarcinoma del colon e l’esposizione dei Pfas di Solvay (18).

Per il resto, abbiamo sindaci che, in un quadro di disastro ambientale e sanitario senza paragoni, nelle loro vesti di massima autorità sanitaria locale potrebbero bloccare Solvay e invece miseramente patteggiano l’abbandono dal processo che vedeva il Comune quale parte civile: in pratica assolvendo la multinazionale belga, rinunciando a chiedere giustizia, finalmente giustizia, contro chi sta ammalando e uccidendo lavoratori e cittadini senza neppure risarcirli (19). Con i sindaci abbiamo sindacati e istituzioni che sapevano che per

primi i lavoratori della Solvay di Spinetta Marengo erano usati come cavie umane (20).  

TUTTI SAPEVANO/SANNO CHE LA VERA SOLUZIONE E’ ELIMINARE I PFAS ALLA FONTE, CHIUDERE LE PRODUZIONI SOLVAY DI ALESSANDRIA)

  1. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/autobotti-anti-pfas-a-bergamo/
  2. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-anche-a-pavia-nelle-acque-del-ticino/
  3. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/emergenza-pfas-nel-pordenonese/
  4. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfos-nel-trentino/
  5. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/nel-vicentino-superati-di-tre-volte-i-limiti/
  6. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/tfa-ovunque-pane-pasta-latte-ortaggi-frutta-acque-minerali-vino/
  7. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-nel-latte-materno/
  8. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-pediatri-pfas-negli-alimenti-bimbi-a-rischio/
  9. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/con-un-uovo-al-giorno-non-ti-togli-piu-il-medico-di-torno/
  10. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/fragole-il-frutto-piu-contaminato-dai-pfas/
  11. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/in-veneto-stop-a-vendite-di-carne-con-pfas/
  12. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/nel-dubbio-non-usare-carta-da-forno/
  13. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/probabile-lincenerimento-in-veneto-dei-pfas-c6o4-della-solvay/
  14. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/quanti-alessandrini-stanno-usando-i-pozzi-inquinati-il-sindaco-sotto-accusa/
  15. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-pfas-chiudono-le-fonti-di-castelletto-dorba/
  16. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-da-diluire-nella-rete-idrica-di-novi-ligure-pozzolo-formigaro-serravalle-scrivia/
  17. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/sempre-meno-le-sentinelle-attorno-alla-solvay/
  18. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/pfas-e-tumori-al-colon-retto-in-alessandria/
  19. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/chi-inquina-compra-limmagine-ma-non-paga-per-la-salute-delle-popolazioni/
  20. https://www.rete-ambientalista.it/2026/08/16/i-lavoratori-usati-come-cavie-umane-per-i-pfas/

Autobotti anti Pfas a Bergamo.

Entra in vigore la nuova legge che restringe i limiti per la presenza dei Pfas nell’acqua potabile (Pfoa, Pfos, Pfna e Pfhxs a 20 nanogrammi per litro, 100 nanogrammi al litro per la quantità totale di tutti i Pfas) e quattro Comuni bergamaschi, Credaro, Brembate Sopra, Castelli Calepio e Cologno, si ritrovano fuori norma.
 
Uniacque, che gestisce il servizio idrico, e le quattro amministrazioni stanno predisponendo piani d’intervento d’urgenza, installazione di filtri, che, nella migliore delle ipotesi, richiederanno diversi mesi. Le analisi sulla falda diranno se nel frattempo ci sarà la necessità di rifornire i residenti di acqua potabile con sacchetti e autobotti.

Pfas anche a Pavia nelle acque del Ticino.

Uno studio effettuato dal Cemav, Centro di Monitoraggio della roggia Vernavola, ha evidenziato, concentrazioni fognarie (fino a 6 nanogrammi per litro) superiori ai limiti di legge di Pfos (0,65) nella roggia, e da qui nel Ticino che lungo 15 chilometri attraversa Pavia e un parco di 35 ettari.
 
Il Ticino è malato, anche per la presenza di glifosato, in una situazione regionale dei corpi idrici che, stando ad Arpa Lombardia, è fortemente compromessa: solo il 38 per cento dei fiumi e il 51 per cento dei laghi raggiunge infatti lo Stato Ecologico “buono” richiesto dalla Direttiva Acque. Si pensi che la Regione ha bocciato una mozione per la messa al bando dei Pfas, a dimostrazione della mancanza di attenzione al tema inquinanti.

Emergenza Pfas nel Pordenonese.

Nei Comuni di Aviano, Fontanafredda, Porcia e Roveredo in Piano, scatta lo stop all’uso dell’acqua dei pozzi artesiani privati. I sindaci dei quattro comuni hanno firmato congiuntamente un avviso nel quale invitano i proprietari e utilizzatori dei pozzi situati in specifiche aree del territorio indicate in mappe consultabili anche presso gli uffici comunali, a sospendere temporaneamente a scopo precauzionale l’utilizzo dell’acqua emunta dai pozzi per uso potabile umano e animale.
 
Per i più fragili è previsto inoltre un servizio di consegna d’acqua a domicilio con i volontari di protezione civile.
L’avviso è stato emesso in seguito ai monitoraggi di ARPA FVG e dell’Azienda Sanitaria che hanno rilevato la presenza di sostanze chimiche PFAS nelle falde superano fino a 20 volte i nuovi limiti di legge entrati in vigore il 13 luglio. Le autorità stimano che l’acqua potrebbe restare inquinata per decenni.
In particolare, sono stati individuati Pfos da schiume estinguenti usate in ambito aeronautico e Pfoa legati a percolati di discarica, ovvero liquidi che si formano quando l’acqua piovana si infiltra tra i rifiuti o quando i rifiuti stessi si decompongono.
 
Anche i sindaci di Pordenone, Cordenons e Sacile hanno richiesto verifiche e controlli cautelativi per monitorare lo stato delle falde cittadine.

Pfos nel trentino.

Il primo pozzo saltato alla ribalta dopo l’inizio dei nuovi controlli è quello di Storo, un piccolo comune nella Provincia Autonoma di Trento, dove già nel 2024 l’Agenzia Ambientale locale aveva rilevato la presenza di PFOS negli acquedotti, in particolare nella zona del Ponte dei Tedeschi, Località Piana De Rode (pozzo Gaggio) e Ponte dei Tedeschi, legati in parte ad aree industriali locali come le ex Fonderie Trentine.
 
Il pozzo, dove sono stati registrati livelli di PFOS fino a 30 nanogrammi per litro (il limite ora è fissato a 20), nelle scorse settimane è stato scollegato ma non chiuso definitivamente: potrebbe infatti essere necessario in caso di emergenza idrica. Il sindaco nel frattempo ha annunciato un possibile biomonitoraggio della popolazione per verificare tramite analisi l’eventuale accumulo di PFAS.

Nel vicentino superati di tre volte i limiti.

I controlli effettuati da Viacqua su 17 pozzi privati tra Sandrigo e Bressanvido hanno rilevato concentrazioni di PFAS superiori ai nuovi limiti di legge in 9 casi. In media, i valori riscontrati risultano circa 3 volte oltre la soglia entrata in vigore il 13 luglio 2026.
 
Le verifiche sono state avviate dopo la rilevazione di PFAS in alcuni punti di prelievo nei Comuni di Pianezze e Schiavon, serviti dal gestore Etra e situati a nord dell’area interessata.

Pfas nel latte materno.

Le mamme assumono Pfas attraverso il  cibo e l’acqua potabile, ma anche respirando prodotti impermeabilizzanti e applicando cosmetici sulla pelle. I figli allattati assumono i Pfas. Le donne che allattano non possono fare nulla per ridurre i PFAS nel proprio latte.  È quanto emerge da un ampio studio condotto dall’Istituto Nazionale per la  Salute Pubblica e l’Ambiente (RIVM) su oltre 1.600 donne nei Paesi Bassi.
 
I Pfas vengono impiegati in moltissimi prodotti per renderli idrorepellenti, come i tessuti, i cosmetici e molti prodotti medici. Sono presenti anche nei pesticidi utilizzati in agricoltura. Poiché i PFAS non si degradano, sono ormai onnipresenti nell’ambiente. Si accumulano nella catena alimentare e danneggiano il sistema immunitario e sono anche cancerogeni. 

I pediatri: «Pfas negli alimenti, bimbi a rischio».

Negli alimenti di origine animale basta una dieta minima per superare i limiti Efsa (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) sui Pfas. Un bambino di 1 o 2 anni può superare i limiti con pochi alimenti. Se un bimbo di 1 o 2 anni, di peso medio, consuma settimanalmente anche solo mezzo litro di latte, due porzioni da 50 grammi di carne bovina e due uova, supera la dose settimanale tollerabile di 4,4 nanogrammi per chilo, con il solo Pfos.
 
I bambini e gli adolescenti mostrano concentrazioni ematiche superiori rispetto agli adulti a parità di esposizione ambientale, a causa del rapporto peso/assunzione.
Rischi principali nei bambini: riduzione della produzione di anticorpi e minore efficacia delle vaccinazioni, innalzamento dei livelli di colesterolo nel sangue (ipercolesterolemia), alterazione dello sviluppo ormonale e neurocomportamentale.
Dopo uno studio, la Regione Veneto ha deciso di ritirare dal mercato alcuni prodotti.

Con un uovo al giorno non ti togli più il medico di torno.

Le uova che provengono da un gruppo di animali da cortile allevato da una famiglia alla periferia Ovest di Vicenza presentano concentrazioni di Pfas in concentrazioni di dieci volte superiori a quelle previste dagli standard di sicurezza.
 
La misurazione «monstre» pari a oltre 13mila nanogrammi su kilo è stata riscontrata in un allevamento a conduzione familiare in zona Carpaneda nel capoluogo berico.
Frattanto i Comuni di Pianezze e Nove hanno invitato la cittadinanza ad effettuare controlli sui pozzi privati con una attenzione specifica all’uso idropotabile, con l’obiettivo di cercare contaminazione da Pfas.

Fragole il frutto più contaminato dai Pfas.

Le fragole fanno bene alla salute. O almeno dovrebbero. Sono ricche di vitamina C, antiossidanti e altri nutrienti preziosi, soprattutto per i bambini. Eppure, dalle analisi di laboratorio risultano da anni preoccupazioni. 
Un gruppo di 58 associazioni europee, coordinate dall’organizzazione scientifica Pesticide Action Network Europe (PAN), ha analizzato 41 campioni di fragole prodotte in 11 Paesi UE. In 3 campioni italiani su 5 erano presenti pesticidi (fludioxonil e cyprodinil) appartenenti alla famiglia dei PFAS che si degradano formando acido trifluoroacetico TFA. (Il TFA è stato recentemente classificato dall’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche ECHA come tossico per la riproduzione di categoria 1B, ossia una sostanza che può compromettere lo sviluppo del feto). 2 campioni italiani su 5 contengono almeno un pesticida neurotossico, pericoloso soprattutto per i potenziali effetti sullo sviluppo neurologico delle api e sospettato di avere effetti sullo sviluppo neurologico di feti e bambini.
 
Motivo di forte preoccupazione è che nella UE addirittura non esiste una valutazione del rischio derivante dall’esposizione cumulativa e dagli effetti sinergici dei cosiddetti “cocktail di pesticidi”. Non esiste in quanto è tecnicamente e scientificamente impossibile calcolare delle soglie di sicurezza e di tossicità quando si mettono in combinazione più sostanze tossiche tra loro che interagiscono nell’organismo: interazione stessa ne crea delle ulteriori nell’organismo umano, che possono essere ignote e imponderabili. L’unica via sicura è sempre e solo quella di non utilizzare nessuna di queste sostanze nelle coltivazioni e sostituirle con altre innocue o con pesticidi naturali. Ma non si fa perché ciò ridurrebbe dei business economici enormi come quelli della produzione e vendita dei pesticidi, fertilizzanti chimici, ormoni della crescita delle piante ecc. Pertanto, i decisori politici europei sono evidentemente ancora in balìa delle pressioni delle potenti multinazionali dell’agrofarmaco e delle industrie chimiche produttive.
In conclusione, le produzioni biologiche sono quelle che ci garantiscono… insieme alle coltivazioni domestiche e di contadini di fiducia.

In Veneto stop a vendite di carne con Pfas.

A 15 anni dall’emergenza Pfas della Miteni di Trissino, scoperta dal CNR ed elusa dall’inazione delle autorità del Veneto, ovvero a 8 anni dalla chiusura dello stabilimento, la Regione Veneto e l’Istituto Superiore di Sanità, con la collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, di Arpa Veneto e delle Aziende Ullss, hanno definito il rapporto (il secondo dopo quello del 2016) sulla presenza di Pfas nei prodotti di origine animale.
 
Lo studio ha fornito dati sui livelli di presenza di quattordici PFAS (PFOA, PFOS, GenX cC6O4 ecc.) in otto matrici (muscolo e fegato di bovini, suini, pollame, uova, latte vaccino) e nell’acqua di abbeveraggio di ciascuna azienda studiata. Ancora oggi, 8 aziende superano i limiti per PFOA o PFOS in muscolo bovino, fegato bovino o fegato suino; sono aziende distribuite in massima parte nelle zone ad alta e media intensità. Con ritardi di anni, dunque, in queste aziende sono state adottate misure di intervento al fine di evitare la messa in commercio dei prodotti, ed è stato avviato un monitoraggio costante atto a garantire il progressivo rientro nei limiti di legge.
 
Permane, dunque, come già individuato nel precedente piano, la correlazione fra contaminazione degli alimenti e contaminazione dell’acqua di abbeveraggio, in particolare per quanto riguarda la presenza di PFOS legata all’impiego di acqua di pozzo non filtrata. In ritardo di dieci anni, le autorità competenti hanno disposto il blocco ufficiale e vietato il commercio degli alimenti prodotti; le aziende sono state sottoposte a prescrizioni quali l’allacciamento all’acquedotto per l’acqua di abbeveraggio, e a successivo follow-up, fino al raggiungimento di valori entro i limiti di legge, sia dell’acqua che dei prodotti.
 
Il completamento del Piano con i dati provenienti dalle filiere vegetali in fase di analisi di laboratorio consentirà, afferma la Regione, di elaborare un quadro complessivo più leggibile, anche in riferimento alle ricadute di sanità pubblica, nonché sulla salute animale e sull’ambiente. Quanti altri dieci anni dovremo attendere per pesce, vino, vegetali? Non dimentichiamo che nel frattempo continua a essere in vigore il divieto di consumo del pescato proveniente dai corsi d’acqua della zona rossa.

Nel dubbio: non usare carta da forno.

La carta da forno può essere prodotta senza Pfas o almeno con livelli minimi? La risposta è affermativa. Lo dimostra una serie di test de Il Salvagente. Non sono presenti Pfas nei campioni Carrefour e Domopak bensì nei marchi venduti nei principali supermercati italiani, tra cui Cuki, Lidl, Eurospin, Coop, Esselunga, Conad, Selex ed Ecor. Ma tutti nelle soglie dei limiti europei. Non è invece valutabile la quantità di Pfas che dalla carta migra agli alimenti durante la cottura temperature superiori ai 200 gradi o a contatto con alimenti grassi.
 
Ulteriore problema è che la carta da forno viene utilizzata per pochi minuti e poi gettata, spesso tra i rifiuti indifferenziati o nell’organico. I composti fluorurati a quel punto possono raggiungere discariche, inceneritori, compost, suolo e falde, continuando a circolare nell’ambiente per tempi eterni.
Le alternative alle carte da forno: tappetini in silicone; burro e farina: ideali per i dolci; olio e pangrattato o farina: ottimi per torte salate o pizze, usando olio di oliva o di semi; carta di alluminio: per cotture brevi, ma senza cibi acidi come il limone o il pomodoro.

Probabile l’incenerimento in Veneto dei pfas C6O4 della Solvay.

La rete ambientalista Zero Pfas ha diffuso dati relativi alla presenza dei Pfas in relazione allo stato dei fanghi trattati dallo stabilimento Chemviron, ditta che «lava» gli acquedotti e i depuratori del Veneto contaminato da Pfas. Sulla base del referto certificato da una società autorizzata, ossia la Accredia, per quanto riguarda i C6O4 la quota tocca la soglia di 4,4 milioni di nanogrammi per chilogrammo: la Rete afferma “La presenza di quest’ultimo rende probabile lo smaltimento da parte di Chemviron dei rifiuti tossici della Solvay, ora Syensqo» di Alessandria”. «I cui dirigenti sono stati rinviati a giudizio per disastro ambientale in cui il composto C6O4 è il protagonista maggiore». L’eventualità incenerimento è stata paventata anche dal presidente della “Commissione Sicurezza e Ambiente” alessandrina,  Adriano Di Saverio.
Secondo la nota, il dato acquisito «dimostra inoltre l’inefficacia dell’incenerimento» praticato in loco nonché «la ricaduta su altre matrici» ambientali.
 
La Rete Zero Pfas, «in modo indipendente», insieme con altri istituti di ricerca e laboratori accreditati, ha continuato a monitorare le varie matrici, non solo alimentari, in particolare nella zona ad altissimo rischio di Legnago nel Veronese dove, per l’appunto è attivo l’impianto di «rigenerazione carboni attivi» della multinazionale Chemviron, «già fornitrice della Miteni e gestore degli scarti Pfas delle zone contaminate, degli acquedotti e dei depuratori del Veneto».
Così un gruppo di attivisti della rete ecologista del Nordest si è recata a Venezia per sensibilizzare la Regione Veneto proprio sul dossier derivati del fluoro. Alla protesta (in foto) è stata data la veste di una vera e propria performance artistica.
Il dossier inceneritori non lambisce solo Legnago, ma pure Arzignano, uno dei centri industriali più importanti dell’Ovest vicentino: uno dei principali distretti della concia in Europa, dove in passato è stata presa in considerazione la eventualità di realizzare in zona un impianto di incenerimento proprio per fanghi conciari.

I Pfas chiudono le fonti di Castelletto d’Orba.

A luglio 2026, il sindaco di Castelletto d’Orba ha emesso un’ordinanza di chiusura precauzionale per le storiche Fonti Feja e Cannone a causa di parametri non conformi. La Fonte Feja è sempre stata particolarmente nota per le sue attività commerciali di imbottigliamento delle acque minerali.
La presenza dei PFAS nell’Alessandrino deriva dalla dispersione storica nel polo chimico Solvay di Spinetta Marengo, per la quale la Regione Piemonte ha avviato un programma di biomonitoraggio. Ma per analizzare l’acqua di un pozzo privato ed escludere la presenza di PFAS o altri contaminanti a Castelletto d’Orba, è necessario incaricare un laboratorio chimico certificato, che applichi i metodi ufficiali per la ricerca dei PFAS su matrici acquose, poiché le autorità pubbliche come l’Arpa Piemonte eseguono campionamenti ufficiali per conto degli enti, ma non forniscono servizi di analisi ordinari per i pozzi dei singoli cittadini.
 
L’analisi assume particolare rilevanza a seguito dell’entrata in vigore a dei nuovi limiti di legge europei e nazionali sulla concentrazione di PFAS nelle acque.
Negli anni precedenti, le fonti pubbliche di Castelletto d’Orba hanno subito diverse chiusure e riaperture, legate a motivi burocratici, danni ambientali e manutenzioni, mentre il provvedimento del nuovo sindaco, Marco Lanza, rappresenta una misura precauzionale differente poiché deriva esplicitamente da anomalie chimico-fisiche (“parametri fuori norma”) rilevate durante i controlli di routine.