Fare a meno dei Pfas oppure fare a meno di pane, pasta, biscotti, farina…

Gli studi tossicologici associano definitivamente il TFA acido trifluoroacetico, uno dei composti sintetici noti come sostanze chimiche “eterne” PFAS (estremamente persistenti, mobili, idrosolubili, indegradabili, accumulabili) agli effetti tossici e cancerogeni sulla riproduzione e sullo sviluppo, oltre che agli impatti su tiroide, fegato e sistema immunitario. Le popolazioni più vulnerabili sono in particolare i bambini e le donne in gravidanza.
 
Dunque, è urgente la necessità di vietare immediatamente i pesticidi fluorurati PFAS per fermare l’ulteriore contaminazione della catena alimentare, a maggior ragione dopo il nuovo studio di Pesticide Action Network (PAN) Europe che ha rilevato la presenza diffusa di TFA in prodotti a base di cereali in 16 Paesi europei.
 
Il TFA è stato riscontrato in oltre l’81% dei campioni analizzati e le concentrazioni medie risultano fino a 107 volte superiori a quelle dell’acqua del rubinetto. I prodotti più contaminati sono risultati i cereali per la colazione, con picchi fino a 360 µg/kg in singoli campioni.
Lo studio segnala che i prodotti a base di grano (pane, pasta, biscotti, farina e dolci tipici) tendono ad accumulare più TFA, suggerendo che il grano possa assorbire e trattenere più facilmente questo composto dall’ambiente.

Mettere fine ai pesticidi? No, la UE non è interessata alla nostra salute.

La Commissione Europea non sembra interessata alla nostra salute e all’ambiente, perché il suo obiettivo è, invece, semplificare la vita all’industria chimica. Infatti, la Commissione sta proponendo una serie di misure per deregolamentare in modo massiccio i pesticidi. In questo modo, l’UE consentirà l’uso di più pesticidi tossici, senza controlli regolari e almeno per altri tre anni. Lo spacciano per un accesso più facile alle sostanze di biocontrollo, come gli “erbicidi naturali”, ma le modifiche si applicano anche ai pesticidi altamente tossici. Eppure, la scienza è chiara: i pesticidi danneggiano la nostra salute e uccidono la biodiversità, danneggiano gli esseri umani, gli impollinatori e gli ecosistemi.
 
Acqua, suolo e cibo sono inquinati dai pesticidi PFAS: avrebbero dovuto essere vietati anni fa. Danneggiano il nostro cervello, il sistema immunitario, lo sviluppo dei bambini e sono un disastro per l’ambiente. Abbiamo perso fino a ¾ degli insetti, mentre i parassiti sono diventati resistenti alle sostanze chimiche e dosi più elevate di sostanze ancora più tossiche non saranno d’aiuto. Le alternative necessarie sono disponibili.

Scoppiano le bollicine pfas nel prosecco.

Luca Zaia, che ha appena passato il testimone leghista di presidente della Regione Veneto (dopo aver raggirato per dieci anni i comitati no pfas), è l’indiscusso protagonista del “fenomeno” delle bollicine venete: fu lui, nel lontano 2009, quando era ancora ministro dell’Agricoltura a estendere la zona di produzione fino al comune di Prosek, in Friuli-Venezia Giulia; sempre lui, a vincere la battaglia con i croati che si erano azzardati a chiedere il riconoscimento del marchio doc; ancora lui a trasformare il Prosecco nella denominazione italiana più esportata nel mondo.
 
Però, ora questo successo si incrina. Ci pensa il Salvagente a far scoppiare le bollicine: le analisi su 15 bottiglie dei marchi di Prosecco più diffusi in commercio hanno dimostrato in tutti i casi la presenza di pesticidi e di tracce elevate di acido trifluoroacetico (Tfa), il metabolita dei famigerati Pfas. I risultati dei test verranno presentati sul numero di dicembre del mensile che si occupa di truffe ai consumatori.

Smettere di mangiare e bere oppure mettere al bando i Pfas? Fermare la Solvay.

Non so se c’è una fabbrica di birra nella Fraschetta alessandrina e immaginarmi le preoccupazioni dei proprietari e i risarcimenti da chiedere a Solvay. Viene in mente, ai tempi delle falde inquinate da cromo esavalente, che né Paglieri profumi né l’allevamento di mucche della Perderbona entrarono come parti civili nel primo processo.
 
I Pfas, tossici e cancerogeni, famigerati come sostanze chimiche eterne, non risparmiano neanche la birra. A lanciare l’allarme è stata un’analisi coordinata dai ricercatori dell’American Chemical Society che ha mostrato come il 95% delle birre prese in esame e prodotte in diverse aree degli Stati Uniti contengano questi inquinanti, con le concentrazioni più elevate riscontrate nelle aree in cui è noto ci sia una contaminazione delle acque. I risultati, apparsi sulla rivista Environmental Science & Technology dell’Acs, evidenziano quindi come l’inquinamento delle risorse idriche possa infiltrarsi in prodotti, anche quelli più comuni, sollevando preoccupazioni sia per i consumatori che per i produttori di birra.
 
Sebbene i birrifici generalmente dispongano di sistemi di filtraggio e trattamento dell’acqua, questi non sono progettati per rimuovere i Pfas. Circa il 18% dei birrifici statunitensi si trova in aree in cui è rilevabile la presenza di Pfas nell’acqua potabile comunale.  I ricercatori hanno modificato il metodo usato dall’Agenzia per la Protezione Ambientale (Epa) degli Stati Uniti, e testato un totale di 23 birre nazionali e internazionali: il 95% delle birre testate (sebbene gli autori non abbiano fatto nomi) conteneva Pfas, tra cui il perfluorottano solfonato (Pfos) e l’acido perfluoroottanoico (Pfoa), famigerati per le patologie al sistema immunitario ed endocrino, la fertilità e l’incidenza di neoplasie.
 
 

Chi dalla birra vorrebbe rifugiarsi nel vino, conosce già possibili i Pfas nel vino 100 volte superiori rispetto all’acqua potabile, in particolare grazie al TFA. Peccato perchè il nostro Paese è il primo produttore di vino a livello globale, e il Monferrato è un’eccellenza.

Vabbè, torniamo all’acqua. Non ci fidiamo dell’acquedotto, come ha già dimostrato Greenpeace. Ricorriamo all’acqua imbottigliata? Dalla padella alla brace. Greenpeace aggiorna: la nostra nuova indagine ha rivelato la presenza di PFAS nell’acqua in bottiglia di 6 marche su 8, tra le più diffuse nel nostro Paese: Ferrarelle, Levissima, Panna, Rocchetta, San Benedetto, San Pellegrino, Sant’Anna, Uliveto. Luce verde solo per Ferrarelle e San Benedetto Naturale, rossissima per acqua Panna.
La sostanza rilevata nelle bottiglie analizzate è il TFA, l’acido trifluoroacetico, ovvero il PFAS più diffuso sul pianeta. Clicca qui
C’è una sola soluzione. Fermare subito le produzioni Pfas (monopolio della Solvay a Spinetta Marengo) e far seguire una “legge zero-PFAS” che ne vieti del tutto l’utilizzo in tutti i settori. Solo così possiamo sperare di tutelare la nostra salute: non c’è altro tempo da perdere.

Attorno alla Solvay nascosto il TFA.

Arpa Piemonte, che monitora l’unica produttrice di pfas in Italia, Syensqo Solvay, tuttora NON cerca il pfas TFA in atmosfera, nelle acque e nel suolo.  Eppure, nello scarico di Solvay s Spinetta Marengo ci sono fino a 198 microgrammi per litro di Tfa già nel 2021, secondo le analisi condotte dal Consiglio nazionale delle ricerche nel 2024. In Veneto, invece, il Tfa è stato cercato nelle acque già nel 2021 (fino a 110 microgrammi per litro) e viene monitorato periodicamente. Ad Alessandria è tutto nascosto.
 
Tfa è uno dei pfas meno conosciuti, ma tra i più pericolosi e presenti nell’ambiente, perchè contenuto in molti pesticidi, e quindi nei terreni e negli alimenti, come ad esempio il vino (pensiamo ai Doc del Monferrato). Sebbene i rischi legati a questa sostanza siano emersi a fine anni Novanta, ad oggi manca ancora una normativa che ne regoli la presenza e l’utilizzo. E l’assenza di norme e limiti specifici è il frutto di una negligenza delle autorità, indotte quanto mento dalla scarsa trasparenza delle lobby chimiche negli ultimi 25 anni.
 
Già nel 1998 il Comitato scientifico per le piante dell’Unione Europea aveva denunciato i rischi ambientali e sanitari del Tfa. Silenzio. Nel 2007 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha indicato il Tfa come un metabolita delle colture che entra direttamente nella catena alimentare.
 
Silenzio. Nel 2014 l’Efsa ha rilanciato l’allarme legato ai pesticidi. Silenzio. Nel 2017 l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) ha chiesto ai produttori i dati tossicologici completi. Nel 2021 si è aperto il vaso di Pandora. Malgrado il fuoco di sbarramento di Solvay, Echa ha proposto a tutti gli Stati membri di indicare il Tfa come tossico per la riproduzione, primo step per la sua classificazione come sostanza pericolosa e tossica. Da allora, negli anni successivi diversi Stati hanno imposto limiti e divieti, sia per la presenza del composto nei cibi, sia nelle emissioni industriali.
 
La direttiva è stata ratificata dall’Italia ed è prossima all’entrata in vigore, impone un limite di 10 microgrammi di Tfa per litro. Tuttavia, manca una messa a bando mondiale per tutti quei 39 pesticidi che lo contengono, non ci sono limiti agli scarichi e di emissioni in atmosfera.
 
L’acido trifluoroacetico (TFA) è fra i Pfas il contaminante ambientale emergente che desta crescente preoccupazione a causa della sua ubiquità nelle matrici ambientali e delle sue proprietà chimico-fisiche, tra cui elevata solubilità in acqua, stabilità chimica e persistenza. Ma Solvay fa muro.

La tragica lezione dell’amianto non ha insegnato nulla.

Quando si parla di Spinetta Marengo, il pensiero corre per pochi chilometri nell’alessandrino fino a Casale Monferrato. Quando si parla, per gli indistruttibili Pfas della Solvay, del rischio per le generazioni future, figli nipoti e pronipoti, si porta sempre l’esempio dell’indistruttibile amianto dell’Eternit. Dopo aver mietuto per decenni migliaia di vittime per l’incurabile mesotelioma polmonare, la fabbrica Eternit è stata chiusa e sono stati messi al bando nel 1992 l’estrazione, l’importazione, l’esportazione, il commercio, la produzione, l’uso dei prodotti con amianto. (Per i Pfas, ad oggi, neppure c’è chiusura di Solvay e bando).
 
Eppure, le morti per amianto hanno continuato: perché solo dal 1° luglio 2025 l’Unione Europea ha messo l’amianto definitivamente al bando, obbligando tutti gli Stati membri a provvedere alla sua rimozione nei tetti e nei rivestimenti. Ma in Italia non c’è ancora una legge che imponga la rimozione. Neppure per le scuole e gli ospedali.
 
Ebbene, fino a quando tutto l’amianto sarà rimosso, smaltito e sigillato, continueranno le morti. Anzi, ancora 20-30 anni dopo la rimozione, perché la malattia può restare in incubazione per tutti quegli anni. Poi la morte è sicura e velocissima.
 
Una strage continua che fa registrare più di 200mila decessi per malattie amianto correlate nel mondo, di cui 7mila riguardano l’Italia nell’ultimo anno. L’Onu, nelle sue stime, tiene conto soltanto dell’asbestosi, del mesotelioma e del cancro del polmone, mentre invece ci sono tutte le altre patologie già contemplate nelle Monografia della IARC (International Agency for Research on Cancer), tra le quali il cancro della laringe, della faringe, dello stomaco, del colon e delle ovaie, nonché le altre patologie asbesto correlate, comprese placche pleuriche, ispessimenti pleurici, stato fibrotico/infiammatorio polmonare e/o pleurico.
 
Clamorosa è stata la recente scoperta a Torino di 3000 metri cubi di amianto sepolto sotto Italia 61, era nascosto nel sottosuolo da 70 anni.

Rischiamo grosso. Allarme Pfas per tutti i pesci selvatici avvelenati.

Il nuovo rapporto pubblicato dall’European Environmental Bureau EEB denuncia la diffusione dei Pfas, nelle acque e nei pesci d’Europa. In Italia, ben il 9,3% dei prelievi sono risultati superiori ai limiti di sicurezza attuali e tutti i campioni analizzati superano il nuovo limite di sicurezza (77 ng/kg) in via di approvazione in Ue, dove i governi stanno spingendo per ritardare la conformità di un altro decennio o più.
 
I campioni di pesce superano anche di centinaia o migliaia di volte i nuovi standard proposti.  In alcune zone, già oggi, una sola porzione di pesce può bastare a superare la dose settimanale massima tollerabile fissata dall’Efsa. Nel cuore del Veneto, a pochi chilometri da Padova, scorre un canale noto come Fossa Monselesana, circondato da campi coltivati e piccoli centri abitati. Ma proprio qui, secondo EEB, è stato rilevato uno dei livelli più alti di contaminazione da PFOS in pesci selvatici in Italia: 69,1 microgrammi per chilo, quasi 900 volte oltre il nuovo limite di sicurezza proposto dall’UE. Un valore simile è stato registrato anche in un corso d’acqua locale a Campagna Lupia, nella laguna sud di Venezia: qui il campione di pesce ha mostrato 68,5 microgrammi per chilo. L’indagine estende il perimetro anche al Delta del Po, al mantovano e al fiume Secchia. Qui, acque in apparenza limpide nascondono un inquinamento che non si vede ma che si trasmette lungo la catena alimentare, arrivando fino ai consumatori.
 
I Pfas, attualmente scaricati in acqua suolo aria a Spinetta Marengo, oltre aver devastato il Veneto tramite Miteni, sono utilizzati per decenni in industrie tessili, conciarie, chimiche e alimentari, sono ormai ovunque: nei fiumi, nei laghi, nel corpo dei pesci (carpe, trote, persici, anguille ecc.)  e, di riflesso, nei nostri piatti. In particolare, secondo l’EFSA, il consumo di pesce può rappresentare fino al 90% dell’esposizione alimentare al PFOS. E non si parla solo di rischio cancerogeno: i PFAS sono associati a danni al fegato, alterazioni ormonali, infertilità, effetti sul sistema immunitario.
 
Ma l’impatto non è solo sulla salute umana. I PFAS compromettono anche la biodiversità acquatica, alterando metabolismo, riproduzione e sviluppo di molte specie. Alcuni pesci migratori contaminati, come le anguille o i salmoni, possono diffondere gli effetti anche ad altri ecosistemi, trasportando queste molecole lungo fiumi, mari e catene alimentari.
Centinaia di associazioni europee sono firmatarie del “Ban Pfas Manifesto” per l’urgente messa al bando dei Pfas con deroghe minime e affrontando la contaminazione già esistente, avviando bonifiche, applicando il principio “chi inquina paga”.

Mucche diventate animali velenosi.

Non solo le fabbriche, esempio Solvay che scaricano in atmosfera e nelle acque, ma per la catena alimentare umana il suolo agricolo è una grande fonte di PFAS.
 
L’inchiesta in Usa, nel Maine, quando si è appurato che una fattoria, convinta di produrre biologicamente, stava invece allevando mucche avvelenate dai Pfas. Hanno scoperto che decenni prima i campi erano stati fertilizzati con fanghi di depurazione contaminati da Pfas (devastante pericolo ancora non controllato in Italia). Dunque, le mucche si erano avvelenate pascolando il foraggio avvelenato, avvelenato al pari di frutta e verdura (in particolare a foglia larga), e ovviamente delle uova del pollame. Dunque, il latte delle mucche era contaminato e neppure la carne di manzo macellata era commestibile, pericolosa come cancerogena soprattutto per i bambini. Così dichiararono gli scienziati del Dipartimento dell’Agricoltura. Dunque l’allevamento fu chiuso.
 
Lo Stato del Maine sta testando sistematicamente le aziende agricole per rilevare l’eventuale presenza di PFAS. Uno studio del 2021 ha stimato che il mangiare anche solo un ravanello coltivato in un terreno con dei livelli elevati di PFAS potrebbe significare superare il limite di esposizione giornaliera prevista dalle linee guida.

Quanti Pfas sono nei soft drink dentro il tuo frigo.

I Pfas, sostanze perfluoroalchiliche dette inquinanti per sempre, connesse a diverse gravi patologie, sono ormai onnipresenti nell’ambiente e nei prodotti agroalimentari di consumo quotidiano. Diversi studi e test di laboratorio le hanno rilevate anche in alcune bevande. Già nel 2023, una class action negli Stati Uniti era stata avviata dopo che nei succhi Simply Tropical Fruit Juice della Coca-Cola, in indagini indipendenti, erano stati trovati Pfas nonostante il succo fosse pubblicizzato come “naturale”.
 
Il test di agosto del Salvagente ha rilevato Pfas in soft drink acquistati nei supermercati italiani delle marche Sprite, Coca-Cola, Pepsi, Schweppes, Oransoda, San Benedetto allegra, Sanpellegrino, Fanta, Lurisia, Fuze tea, Estathè, Sant’Anna Tè, san benedetto thè e San Bernardo tè.
 
Vuoi leggere tutti i nomi e i risultati del test del Salvagente? Clicca qui in basso e acquista la tua copia del giornale
 

Cotture antiaderenti senza rischiare la salute.

A più di vent’anni da quando in giro per l’Italia rischiavo querela dai produttori – diffidando l’uso delle “straordinarie” pentole antiaderenti grazie al Teflon (ptfe, pfoa, pfas, catene di atomi di carbonio fortemente legate a atomi di fluoro) – la maggior parte delle padelle oggi in commercio riporta l’indicazione “PFAS-FREE”. Ma recentemente sta avanzando una pubblicità di un rivestimento antiaderente tramite una tecnica che consiste nell’aggiungere minuscoli gruppi -CF₃ (un atomo di carbonio legato a tre atomi di fluoro) alle estremità delle catene molecolari del polidimetilsilossano (PDMS), un polimero siliconico.
 
Il gruppo -CF₃ è il più corto tra i PFAS esistenti, sarebbe con una quantità di fluoro drasticamente inferiorenon si accumulerebbe nei tessuti umani come le sue controparti a catena lunga. Il composto tenderebbe a degradarsi in acido trifluoroacetico, una sostanza che l’organismo eliminerebbe facilmente e che presenterebbe una tossicità molto più bassa sia per gli esseri umani che per la fauna acquatica.
 
Stante tutti questi verbi al condizionale, stante appunto che gli esperti avvertono che anche i PFAS a catena corta come il -CF₃ non possono essere dichiarati innocui, sarebbe appunto perfino azzardato considerare il -CF₃ una “soluzione transitoria” al bando totale dei Pfas. I quali, corti e lunghi, scientificamente sono associati alla contaminazione ambientale e sanitaria: tumori, effetti negativi su fegato, sistema endocrino e riproduttivo, difetti congeniti già sui feti ecc.
 
Dunque, è più salutare affidarsi a sistemi tradizionali ed efficaci: padelle in ceramica, acciaio inox, alluminio anodizzato, oppure materiali da forno come il Pyrex, si può utilizzare un velo d’olio distribuito con carta da cucina, oppure cuocere in umido, usando brodo, acqua o anche succo di limone. Funzionano bene anche gli ingredienti naturalmente ricchi d’acqua, come le verdure, che aiutano a creare un ambiente più umido e favorevole alla cottura.

Fibre anticolesterolo. Anche anti Pfas?

Non esistono interventi per ridurre i Pfas una volta entrati nell’organismo umano, dove è scientificamente assodato che gli “inquinanti eterni” sono associati al cancro, all’alterazione del sistema endocrino e all’aumento del colesterolo nel sangue.  E ampiamente dimostrato che l’esposizione ai Pfas può aumentare il colesterolo totale e quello Ldl (colesterolo cattivo). Nell’ambito di uno studio relativo al colesterolo, pubblicato su “Environmental Health”, un team di scienziati canadesi, mentre indagava sull’assunzione di fibre alimentari per ridurre il colesterolo nel sangue, ha notato che, in coloro che assumevano un integratore di fibre, alcuni Pfas specifici si sono ridotti drasticamente dopo l’intervento.
 
L’ipotesi, tutta da dimostrare in futuro, è che le fibre alimentari potrebbero ostacolare l’assorbimento o il riassorbimento dei Pfas formando un gel che riveste l’intestino e intrappola sostanze come gli acidi biliari, che hanno una struttura chimica simile a quella dei vari Pfas. Queste fibre gelificanti si trovano comunemente in alimenti come avena e orzo.

Manco più due uova occhio di bue.

Era un gran mangiare: due uova biancorosse al tegamino con un bel bicchiere di vino (rosso).  Ora non più,  non puoi più fidarti né delle uova né del vino.
Si ripete l’allarme francese, quando i PFAS furono trovati nelle uova dei pollai domestici del Sud Oise, nell’Alta Francia, e le autorità sanitarie avvertirono di non consumarle.
 
Anche in Olanda scatta il divieto di mangiare le uova dei pollai domestici, allevati sul retro delle case, negli orti, nei pascoli per animali e nelle fattorie biologiche.  Perché contengono alti livelli di Pfas: compromettono il sistema immunitario, la riproduzione e lo sviluppo dei bambini non ancora nati, così come anche alterano i livelli di colesterolo nel sangue, danneggiano il fegato, causano tumori ai reni e ai testicoli ecc. L’Istituto nazionale per la salute e l’ambiente (RIVM) olandese ha calcolato la quantità di PFAS che le persone possono ingerire attraverso le uova prodotte in casa in 60 località del Paese. Questi valori sono stati confrontati con la soglia di sicurezza per la salute relativa ai PFAS. In 31 di queste località, le persone superano già tale limite consumando meno di un uovo alla settimana.
 
Come finiscono i Pfas nelle uova? Evidentemente dal cibo delle galline: mangimi, residui organici e perfino lombrichi. Trovati Pfas nelle uova biologiche: la colpa è dei mangimi dati alle galline, secondo il nuovo studio danese.
Eppoi, c’è l’allarme vino. I vini europei, tra cui anche tre prodotti italiani (Chianti120 microgrammi per chilo, Prosecco 69 microgrammi e Kalterersee 43 microgrammi) contengono livelli di Pfas superiori fino a cento volte rispetto a quelli che sono stati trovati in acque minerali, specie nell’agricoltura intensiva e convenzionale. La denuncia viene da Bruxelles dove i membri dell’European Pesticide Action Network Europe (PAN Europe) hanno presentato uno studio inedito e allarmante sulla contaminazione alimentare da acido trifluoroacetico (Tfa) nel vino, condotto in dieci paesi del continente, su una quarantina di vini. Il Tfa fa parte della famigerata famiglia delle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) utilizzate nell’industria e, sotto forma di fitosanitari, anche in agricoltura.
 
Chi pensa, come il ministro Francesco Lollobrigida, che il vino non faccia più male dell’acqua deve ricredersi. E dato che siamo il primo paese produttore di vino a livello globale, dovremmo considerarla un’emergenza nazionale.

Il 14% degli ingredienti presenti nei pesticidi è costituito da PFAS.

I pesticidi rappresentano un autentico flagello per la biodiversità. E molti di essi contengono composti fluorurati classificabili come perfluoroalchili (PFAS), la cui presenza, negli ultimi anni, è andata in aumento. Sono due studi appena pubblicati a puntare il dito contro decine si prodotti di cui l’agricoltura moderna non riesce a fare a meno, ma che probabilmente dovrebbero essere utilizzati con molto più parsimonia, e adottando strategie finalizzate a mitigarne gli effetti tanto sull’ambiente quanto sulla salute umana.

Aiutaci a resistere!

Un mese fa Il Fatto Alimentare ha rivolto un appello ai lettori invitandoli a sostenere con una donazione extra il sito. Questo ci permetterebbe di continuare a operare in autonomia, senza inserzionisti che fanno pubblicità in cambio di finti articoli o di interviste “a pagamento” come ci viene proposto continuamente.
 
Da quando abbiamo iniziato la campagna sono arrivati decine di donazioni, ma speriamo che ne arrivino altre. Continua…

Occhio ai Pfas nelle vongole.

Nuova allerta alimentare per un lotto di vongole del Pacifico surgelate. Il Ministero della Salute ha disposto il  ritiro da un ipermercato di vongole sgusciate e surgelate: “Vongole del Pacifico sgusciate cotte surgelate” da 800 grammi del marchio Coralfish, importate da Panapesca Spa. Il nome del produttore è Ngoc Ha Co food processing and trading, con base in Vietnam. I supermercati dovrebbero aver  provveduto a rimuovere dagli scaffali le confezioni.
 
L’esposizione ai PFAS dunque non avviene solamente nelle zone altamente contaminate, ma anche, magari attraverso imballaggi alimentari, mangiando frutta, verdura, carne e derivati e prodotti ittici. Su questi ultimi lo studio americano condotto nel New Hampshire – tra i principali consumatori di frutti di mare degli Usa – ha evidenziato come il consumo frequente di frutti di mare comporti una maggiore esposizione ai PFAS. Per quanto riguarda frutta e verdura invece, è l’ONG PAN Europe a fare un quadro della situazione, tutt’altro che positivo: negli ultimi 10 anni, c’è stato un aumento del 220% delle tracce di forever chemicals in frutta e ortaggi dell’Ue. Altri studi hanno rilevato le sostanze per-e polifluoralchiliche anche in carne (soprattutto lavorata), uova, riso bianco e caffè.

Boicottaggio natalizio alla Carrefour.

Si è tenuta la giornata nazionale di boicottaggio a Carrefour, un’iniziativa lanciata da BDS Italia* per denunciare le complicità di Carrefour con il genocidio in corso a Gaza e il sistema di apartheid israeliano. L’obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica e fare pressione affinché Carrefour interrompa collaborazioni con aziende coinvolte nella colonizzazione illegale israeliana.
 
Carrefour è accusata di complicità attraverso partnership con aziende israeliane come Electra Consumer Products e Yenot Bitan, entrambe coinvolte nella colonizzazione illegale. Una filiale Carrefour risulta aperta a Modi’in-Maccabim-Re’ut, una colonia illegale secondo il diritto internazionale. Inoltre, a maggio 2023, Carrefour ha stretto collaborazioni con sei start-up israeliane che operano nei settori dell’intelligenza artificiale e della cybersecurity. Non solo: l’azienda è accusata di sostenere l’esercito israeliano fornendo gratuitamente razioni alimentari, aggravando il genocidio in corso a Gaza.
* BDS Italia – sezione italiana per il movimento a guida palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele.
 

La dieta per le popolazioni avvelenate dai Pfas.

Altro che “dieta mediterranea”. Se vivi nella “zona rossa”, quella più contaminata da Pfas in Veneto, devi stare attento anche alle uova delle galline dietro casa e ai prodotti a chilometro zero. Un recente studio realizzato dai dottori Armando Olivieri Mario Saugo, in collaborazione con il professor Hyeong-Moo Shin della Baylor University di Waco in Texas, ha dimostrato che, per la popolazione già con precedente presenza  di Pfas nel sangue, il consumo di alimenti locali vegetali e animali è un’ulteriore accumulo di Pfas: “inquinanti eterni”. Insomma, i residenti veneti dovrebbero fare una dieta priva di prodotti locali per almeno 10-20 anni, mentre si curano  le patologie contratte già prima della chiusura della Miteni di Trissino.
A maggior ragione, la dieta dovrebbe soprattutto essere d’obbligo per la popolazione di Alessandria, dove, nel sobborgo di Spinetta Marengo, la fabbrica Solvay, unica produttrice di Pfas in Italia, inquina da decenni terra-aria-acqua di Pfas e altri 20 veleni tossico cancerogeni.
 
Di quali patologie stiamo parlando?
 
L’esposizione ai PFAS comporta una regressione del metabolismo e del trasporto dei lipidi e di altri processi correlati allo sviluppo ovarico, alla produzione di estrogeni, all’ovulazione e al funzionamento fisiologico del sistema riproduttivo femminile; dunque i PFAS sono dannosi per la fertilità e lo sviluppo fetale. L’esposizione produce una sovraregolazione del gene ID1, coinvolto nello sviluppo di vari tipi di tumore, tra cui tiroide, leucemiacancro al seno e al pancreas. Inoltre, dai dati emerge che gli individui affetti da neoplasie maligne dei tessuti linfatici ed ematopoietici, come milza, fegato e midollo osseo, hanno più probabilità di andare incontro a esiti fatali se esposti continuativamente a questi composti. L’esposizione provoca l’indebolimento delle reazioni immunitarie, della produzione di anticorpi e delle risposte alle vaccinazioni, osservato nei bambini esposti ai PFAS durante il periodo prenatale e postnatale; entrare in contatto con Pfas aumenta anche la concentrazione nel siero dei marcatori di stress infiammatorio e ossidativo, favorendo lo sviluppo di malattie sistemiche, come il danno epatico e le malattie cardiovascolari, tra cui l’aterosclerosi e gli eventi tromboembolici.
L’analisi complessiva di tutti gli studi condotti sul tema è stata realizzata dai ricercatori dell’Università di Bologna e dell’Università di Padova che hanno comparato i diversi lavori, pubblicando i risultati in un’analisi comparativa trascrizionale sulla rivista Toxics., con il titolo “Cross-Species Transcriptomics Analysis Highlights Conserved Molecular Responses to Per- and Polyfluoroalkyl Substances”. Questo studio del Dipartimento di farmacia e biotecnologie dell’Università di Bologna e del Dipartimento di scienze cardiache, toraciche, vascolari e sanità pubblica dell’Università di Padova, è la più ampia analisi della risposta trascrizionale ai PFAS mai realizzata.

La dieta anti pfas per tutti.

La dieta per le popolazioni che sono o sono state direttamente colpite  aria-acqua-suolo dalle aziende produttrici di Pfas (ieri Montedison e Miteni, oggi Solvay) deve essere addirittura drastica. Ma tutta la popolazione in generale deve stare attenta a cosa  mangia, a come limitare dalla propria dieta questi  interferenti endocrini  associati a forme di tumore e infertilità.
Quali consigli?
 
Non acquistare alimenti dalle suddette zone piemontesi e venete, né dalle zone dove i fanghi di depurazione vengono usati come alternativa al fertilizzante sui terreni agricoli, dove l’acqua per le colture e per il bestiame può risultare contaminata, così come i mangimi per animali, né dalle zone con fabbriche che usano Pfas, esempio concerie.
In cucina  non usare imballaggi e prodotti per la casa contenenti Pfas, a cominciare dagli utensili da cucina, primi fra tutti le padelle antiaderenti che non contengono l’etichetta “pfas free”. Per la scelta di cibi confezionati meglio preferire il vetro alla plastica.
Tra gli alimenti, come spiega The Guardian, ce ne sono alcuni che possono essere più ricchi di PFAS, come quelli trasformati e quelli da asporto o quelli sfusi contenuti nei contenitori per lo stoccaggio, spesso appunto trattati con gli inquinanti eterni. Dunque è raccomandata una dieta ricca di frutta e verdura fresca, che ha minori impatti sulla contaminazione da confezionamento e lavorazione. Meglio il biologico, purchè garantito. Anche un maggior consumo di uova, caffè e riso bianco sono stati associati a livelli più alti di PFAS nel sangueOcchio anche al pesce e ai frutti di mare. Una ricerca condotta nel New Hampshire, negli USA, ha rilevato la presenza di PFAS in tutte e 26 le tipologie di pesce analizzate, con i livelli più alti nei gamberi e nell’aragosta.
 
Insomma, è possibile solo una dieta che riduca l’esposizione da Pfas. Fino a quando non intervenga una legge di messa al bando di produzione e uso di Pfas, a cominciare dalla chiusura delle uniche produzioni in Italia della Solvay di Spinetta Marengo. 

Questo panettone è esente da Pfas?

Questo panettone è senz’altro ottimo, ma la carta e i cartone che l’avvolgono: sono esenti da Pfas?
Ci permettiamo di rivolgere la domanda a “il fatto alimentare” che ha annunciato in corso la pubblicazione di alcuni test sui panettoni firmati da Altroconsumo, Dissapore, il Gambero Rosso e forse Il Salvagente.

I colpevoli sono gli uomini che i Pfas producono e consumano.

I gabbiani trasportano nel sangue e nelle piume elevate concentrazioni di Pfas, durante loro peregrinazioni in tutto il mondo, Polo Nord compreso. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Science & Technology, ricerca, condotta da un team internazionale di scienziati guidato da Don-Jean Léandri-Breton della McGill University, ha analizzato i dati di tracciamento GPS e i campioni di sangue di 64 gabbiani tridattili che nidificano alle Svalbard, un arcipelago norvegese nell’Oceano Artico. I risultati sono allarmanti: i gabbiani che svernavano più a sud, in zone con maggiore presenza di inquinanti, presentavano livelli di PFAS significativamente più elevati, con concentrazioni fino a dieci volte superiori rispetto a quelli che svernavano più a nord.
 
I PFAS, una volta rilasciati nell’ambiente artico attraverso gli escrementi e le uova dei gabbiani, contaminano la catena alimentare, mettendo a rischio la salute di volpi artiche, girifalchi, orsi polari e di tutte le specie che si nutrono di questi uccelli o delle loro uova. La contaminazione sale lungo la catena alimentare, perciò gli orsi sono più a rischio. Infine, sono noti i danni sulla  salute umana: insorgenza di tumori, interferenza con il sistema endocrino, alterando la produzione di ormoni e compromettendo il sistema immunitario, rendendo gli organismi più vulnerabili alle malattie.
 
Questo fenomeno, definito “migrazione di inquinanti”, non è nuovo per la scienza, ma lo studio sui gabbiani tridattili fornisce ulteriori prove sul ruolo degli uccelli marini nella diffusione globale dei PFAS. Soprattutto anche esso rileva come ormai i Pfas rappresentino un problema globale per il pianeta.

Divieto uova in Francia. Avvelenate da Pfas. E in Italia?

In Francia le analisi le hanno fatte. In Italia no, ad accezione di Alessandria: dove appunto sono stati trovati i Pfas. Ma il sindaco non ha emesso divieto. I negozianti apporranno il cartello: qui non vendiamo prodotti a chilometro zero?
 
A Verneuil-en-Halatte e Villers-Saint-Paul  a Chemours produce e inquina Pfas quasi quanto la Solvay a Spinetta Marengo. Infatti,  le uova provenienti da piccoli pollai domestici, dove le galline possono razzolare liberamente e sono alimentate in modo ottimale, è scattata l’allerta e il consumo di uova da allevamenti casalinghi è ora vietato: i livelli di Pfas nel 66% dei campioni, quattro pollai su sei, sono fino a 20 volte superiori a quelli consentiti.
 
L’Agenzia Regionale della Salute (ARS) ha emesso un avviso urgente: i risultati confermano le preoccupazioni già avanzate dalla ONG Générations Futures.

La carta da forno senza etichetta “PFAS FREE” è tossica e cancerogena.

I Pfas hanno la capacità di respingere l’acqua, il grasso e le alte temperature, quindi sono perfetti per creare nella carta da forno  quella comoda superficie antiaderente. Però, soprattutto quando riutilizzata o ad alte temperature, la carta fa diventare tossici e cancerogeni i cibi. Poi, tramite i  rifiuti diventa ulteriormente nociva nell’ambiente. Infatti, i Pfas sono definiti “forever chemicals”, sostanze eterne che si accumulano nell’organismo e si collegano  a gravi malattie che interessano il fegato, gli apparati riproduttivi, la tiroide, con anche possibili patologie tumorali e compromissione del sistema immunitario. 
 
Dunque. Consiglia l’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE Italia): utilizzare carta da forno ecologica, cioè con etichetta “PFAS FREE”, esente da Pfas, ovvero tappetini garantiti riutilizzabili in silicone alimentare, o meglio ricorrere al tradizionali e gustosi metodi: un filo di olio d’oliva steso sulla teglia, magari con una manciata di farina, o foglie di vite o di cavolo, perfino di banano.

Veleni che arrivano nell’organismo dai contenitori tramite il cibo.

In merito alla contaminazione dei cibi a contatto con i contenitori, uno studio pubblicato sulla rivista del gruppo Nature Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology dalle ricercatrici e dai ricercatori della Food Packaging Forum Foundation di Zurigo, in Svizzera, fa il punto su quanto scoperto finora in cinque programmi di biomonitoraggio di popolazione, e sui dati contenuti in tre grandi database dedicati a ciò che accade nei campioni biologici di persone esposte a sostanze chimiche. 
 
Al di là dei numeri, ciò che emerge è la sorprendente quantità di sostanze chimiche a contatto con gli alimenti che entrano nel corpo umano, arrivando direttamente dagli alimenti: PFAS, bisfenoli,  ftalati, perclorati ecc.

Veleni che arrivano nell’organismo dai contenitori tramite il cibo.

In merito alla contaminazione dei cibi a contatto con i contenitori, uno studio pubblicato sulla rivista del gruppo Nature Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology dalle ricercatrici e dai ricercatori della Food Packaging Forum Foundation di Zurigo, in Svizzera, fa il punto su quanto scoperto finora in cinque programmi di biomonitoraggio di popolazione, e sui dati contenuti in tre grandi database dedicati a ciò che accade nei campioni biologici di persone esposte a sostanze chimiche. 
 
Al di là dei numeri, ciò che emerge è la sorprendente quantità di sostanze chimiche a contatto con gli alimenti che entrano nel corpo umano, arrivando direttamente dagli alimenti: PFAS, bisfenoli, ftalati, perclorati ecc.

Oltre gli allevamenti intensivi.

L’inquinamento degli allevamenti intensivi contribuisce alla morte di 50.000 persone in Italia, in particolare in Pianura Padana

In occasione della Giornata Mondiale per gli Animali negli Allevamenti, le Associazioni Greenpeace Italia, ISDE Medici per l’Ambiente, Lipu, Terra! e WWF evidenziano numeri e impatti degli allevamenti intensivi e…

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Occhio alle vongole con Pfas.

Occhio ai mitili: formidabili depuratori naturali che, stabili sul fondo, si comportano come spugne che assorbono ogni tipo di inquinante: batteri, quali escherichia-coli, ma addirittura Pfas, sostanze chimiche indistruttibili una volta penetrate nell’organismo.
 
Occhio soprattutto alle vongole del Pacifico, cotte, sgusciate e surgelate, vendute in buste sigillate a marchio “Marinai”, confezionate dall’azienda Viet Long Kien Giang Limited Company per la ditta Nai Prodotti Ittici Srl, nel proprio stabilimento di produzione che si trova in Vietnam. Le ha ritirate dal commercio il Ministero della salute, chi le ha nel frigo le butti.
 
Ma occhio anche a quelle nostrane. I Pfas sono stati trovati anche nelle vongole allevate nella costa adriatica, portati a mare dal Po, a sua volta dal Tanaro, a sua volta dal Bormida. Già nel 2018, una ricerca realizzata dall’università di Milano aveva rilevato che in questi molluschi la contaminazione tossica e cancerogena di Pfoa  era pari a 31 nanogrammi per ogni grammo di vongole. Un dato enorme rispetto alle quantità presente in altre vongole provenienti dal resto dell’Europa, ma anche rispetto ai dati del 2013, quando il Cnr aveva rilevato nelle vongole allevate sul Delta del Po una contaminazione di circa 3,6 nanogrammi per grammo. Dalla Solvay di Spinetta Marengo, infatti, hanno sempre più continuato a scaricare PFOA ADV C6O4 in Bormida.
Scarichi Solvay.

Dalle onde del mare un aerosol ricco di PFAS, trasportato dall’aria verso la terraferma.

Si infittiscono gli studi scientifici internazionali che dimostrano non esserci un limite alla penetrazione dei PFAS sia nell’ambiente che nel corpo umano. Dall’ingestione di  frutta e verdura: dei ricercatori delle Università di Newcastle e Sidney (sul Journal of the Science of Food and Agriculture). Per contatto nella cute tramite cosmetici: dei ricercatori dell’Università di Birmingham (su Environment International). Dall’aria di depuratori e discariche: dei ricercatori dell’Università della Florida di Gainesville (su Environmental Science & Technology Letters) eccetera.
 
A loro volta, i ricercatori dell’ Università di Stoccolma, nell’ambito di una missione durata due mesi, tramite uno studio condotto sul campo, nell’Oceano Atlantico, hanno dimostrato (su Science Advances) che i Pfas arrivati in mare si concentrano e sono vaporizzati dalle onde, e da lì tornano sulla terraferma e in atmosfera più aggressivi che mai: la concentrazione di PFAS nell’aerosol delle onde  è risultata sempre superiore rispetto a quella dell’acqua di origine, in alcuni casi di 100mila volte! Soprattutto nelle acque costiere e in quelle che si trovano in prossimità dello sbocco dei fiumi.  Esempio in Italia: in Adriatico la foce del Po che riceve gli scarichi in Bormida della Solvay di Spinetta Marengo. Una sorta di vendetta della Natura violata.

Regioni e Comuni non controllano gli impianti di depurazione. I Pfas finiscono nei fertilizzanti e nella catena alimentare.

In Italia non si fa tesoro del monito che proviene dagli USA. Cioè dell’inchiesta condotta dal New York Times che ha fatto luce sulla situazione negli Stati Uniti, dove i Pfas sono stati rinvenuti nei fertilizzanti usati in diverse fattorie. Secondo il rapporto, i fanghi di depurazione, utilizzati come fertilizzanti per arricchire i terreni agricoli, contengono elevate quantità di Pfas. Questi fanghi, derivati dai trattamenti delle acque reflue, finiscono per entrare nella catena alimentare.
 
In Italia, gli agricoltori, quando ignari della presenza di queste sostanze tossiche e cancerogene  nei fertilizzanti, stanno utilizzato questi prodotti per anni, contribuendo alla diffusione dei Pfas nei loro raccolti. Le conseguenze sono devastanti, poiché questi composti, una volta entrati nel suolo, si accumulano nelle piante e, successivamente, negli animali che si nutrono di esse. Questo ciclo continuo di contaminazione rappresenta una minaccia seria per la salute umana, considerando che i Pfas sono associati a varie patologie, tra cui problemi endocrini, malattie renali, alcuni tipi di cancro ecc.
 
In pressoché tutte le Regioni italiane sono evidenti gli effetti della  scarsa regolamentazione e dei controlli insufficienti o assenti sui fanghi di depurazione: Pfas nell’acqua potabile e in numerosi alimenti, tra cui pesci, carne e prodotti derivati, non solo nelle zone vicine a impianti industriali che producono (Solvay di Spinetta Marengo) o  utilizzano tali sostanze.
 
Non dimentichiamo che le discariche emettono gas nei quali si annidano numerosi PFAS in concentrazioni talvolta elevate che si disperdono nell’aria.  Lo dimostra uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology Letters dai ricercatori dell’ Università della Florida di Gainesville. Similmente  accade con i percolati non filtrati e neutralizzati: anch’essi possono rilasciare nel suolo PFAS che, inesorabilmente, arrivano alle falde. 

Allerta Pfas anche nel Canton Ticino.

Dopo le segnalazioni di contaminazione nei campi vicino al lago di Costanza a San Gallo, l’attenzione si sposta verso il Ticino, dove le autorità locali sono da tempo all’erta riguardo la presenza di Pfas nelle acque e negli alimenti. Già nell’ottobre dello scorso anno, studi sulla distribuzione dell’acqua potabile hanno rivelato la loro presenza nella falda che alimenta il Pozzo Pra Tiro a Chiasso. Questo dato ha spinto all’installazione di filtri avanzati per garantire acqua sicura ai cittadini, una misura che rimane sotto stretta osservazione.
 
Anche altri Comuni, come Capriasca e Sant’Antonino, hanno registrato livelli preoccupanti di PFAS, spesso correlati all’uso di materiali specifici in grandi opere infrastrutturali come la galleria di base del Monte Ceneri.
Sul fronte alimentare, il Laboratorio cantonale ticinese ha intensificato le analisi su vari prodotti, come la carne, estendendo le campionature fino alla fine dell’anno. Inoltre, è in corso una campagna di monitoraggio su diverse derrate alimentari, come i pesci, che possono accumulare PFAS a causa del loro metabolismo.

L’accoppiata mortale dei Pfas nei pesticidi, nel cibo e nel latte materno.

Pesticidi o erbicidi spruzzati da un erogatore a mano su erbe in un campo.
Come ha commentato a Food Navigator Shubhi Sharma del CHEM trust, gli PFAS hanno contaminato ogni angolo del pianeta: la presenza ubiquitaria sulla Terra: dovunque li si cerchi, li si trova. Continuano a essere pubblicati studi che mostrano, senza possibilità di smentita, la costante avanzata degli PFAS negli impieghi più disparati, e anche l’associazione con patologie sul sistema immunitario, rischio di tumore, di demenze, sul fegato, sul sistema cardiovascolare, sulla tiroide e sul sistema riproduttivo. Eccetera.
 
Allo stesso tempo è sempre più dimostrato che Pesticidi e Pfas sono una accoppiata mortale. In un articolo molto esauriente su Environmental Health Perspectives, hanno riconfermato l’accoppiata mortale i ricercatori dell’ Università di Portland, in Oregon, quantificando la presenza degli PFAS nei prodotti venduti come pesticidi (e nei loro contenitori, neanche etichettati) in USA e in Canada, e il loro crescente andamento negli ultimi dieci anni. Nel secondo studio si mostra  come per ogni porzione in più di cibi normalissimi come ad esempio le uova, nell’organismo si ritrovino valori superiori di PFAS, a conferma del rapporto diretto tra cibo e contaminazione.
 
A sua volta, Science of the Total Environment ha pubblicato uno studio condotto sul latte materno e sul plasma di 1.500 donne del New Hampshire, raccolto a partire dal 2009 dai ricercatori della Geisel School of Medicine di Dartmouth, Lebanon (New Hampshire), che hanno valutato il consumo di uova, carni rosse, caffè, pesce, riso bianco, e, parallelamente, la concentrazione di alcuni PFAS nel plasma alla ventottesima settimana di gestazione e nel latte fino a sei settimane dal parto. E hanno dimostrato la relazione lineare tra aumento nel consumo e quantità di PFAS.

Stop alla vendita in Svizzera di carne e latte contaminati da Pfas.

Nel corso di un’ampia indagine nel Canton San Gallo è emersa la presenza dei Pfas nella zona fra il capoluogo cantonale e il Lago di Costanza, con situazioni particolarmente rilevanti nei comuni di Mörschwil, Eggersriet, Untereggen, Goldach, Altenrhein e St. Margrethen, con concentrazioni elevate in bovini e in acque di fonte, e tracce rilevanti anche nel latte. I terreni agricoli sono  stati contaminati dai fanghi di depurazione degli impianti di trattamento delle acque reflue, contenenti fino al 2006 Pfas nei fertilizzanti.
 
Le autorità cantonali hanno chiesto un piano d’azione nazionale sui Pfas, e già avvertito i cittadini che la bonifica durerà decenni. Altrettanto, o più,  dureranno i danni alla salute inferti alla popolazione. Quale misura immediata, alle aziende agricole è stato imposto lo stop alla vendita di carne e latte, non potranno più utilizzare l’acqua di fonte, ma solamente quella potabile comunale, le mucche devono  smettere di pascolare nei prati contaminati da PFAS, mentre il foraggio deve essere acquistato da terreni non contaminati. Un danno economico enorme per gli agricoltori.

Non consumare uova con Pfas. Ma come distinguerle?

Non è una novità (per noi), ma una conferma (del Ministero della salute), le uova che acquistiamo ogni giorno non sono più sicure poiché contengono un altissimo contenuto di PFAS tossici e cancerogeni (a prescindere se sono cucinate sulle altrettanto pericolose pentole antiaderenti). Il Sito del Ministero riporta l’ultimo avviso dell’Agenzia Regionale della salute che parla  chiaro: non bisogna consumare uova prodotte nelle zone francesi di Verneuil-en-Halatte e Villers-Saint-Paul poiché contaminate da un’altissima presenza di PFAS. Già nel 2023 l’ONG Gènèrations Futures aveva sollevato la questione e difatti, dopo un anno, il pericolo risulta quanto più concreto che mai. Dalle analisi condotte sulle uova stesse si apprende che il 66% dei campioni analizzati superava gli standard di sicurezza su molti altri PFAS. 
 
Va da sé che le galline e le uova italiane vendute nei supermercati non sono diverse da quelle  francesi, considerando che i territori italiani sono ancor più contaminati di Pfas di quelli d’Oltralpe. 

Pfas nelle uova non solo ad Alessandria ma anche in Olanda.

A Spinetta Marengo scarica la Solvay, a Dordrecht la Chemours. L’Istituto Nazionale per la Salute e l’Ambiente dei Paesi Bassi (RIVM) e il servizio sanitario GGD avevano già consigliato alla popolazione della regione di Dordrecht di non mangiare più le uova delle proprie galline. Ora lo studio dell’emittente NOS è stato condotto anche fuori della regione, nelle province di Utrecht, Frisia e Limburgo: i livelli dei forever chemicals  nelle uova superano la norma di sicurezza europea. Nel mirino Chemours, come la Solvay per i Comuni della provincia di Alessandria.

Gli scienziati consultati ritengono che l’aumento dei valori di PFAS nelle uova di gallina sia un’importante indicazione di quanto l’inquinamento dei tossici e cancerogeni sia diffuso in Olanda: l’RIVM ha trovato le sostanze chimiche anche nella schiuma del mare e un altro studio sempre dello stesso istituto ha rivelato che i cittadini olandesi ingeriscono troppi PFAS, principalmente attraverso cibo e acqua potabile.

L’acqua imbottigliata non ha l’etichetta “pfas free”.

E neppure si sottopone a controlli sistematici la presenza di Pfas nelle bottiglie dei supermercati. Mentre dove l’indagine c’è stata, è scattato l’allarme. Le Monde France Info hanno messo in evidenza la contaminazione delle acque di sorgenti celebri come la Perrier, appartenente alla multinazionale impegnata nel settore alimentare più grande al mondo: Nestlé (in Italia con le acque minerali San Pellegrino, Panna e Levissima).  

In Francia le autorità hanno ordinato il fermo di pozzi dello stabilimento di Vergèze situato nel dipartimento del Gard. Scoperta la presenza oltre che di Pfas  anche di batteri e pesticidi.  Nestlé, da parte sua, ha provato ad ovviare alla situazione con la distruzione di 2 milioni di bottiglie Perrier. A quanto pare, il Ministero della Salute sapeva già della situazione riguardante i prodotti del marchio, contenenti le sostanze dannose per l’organismo. Questa non è la prima volta che una celebre multinazionale  fa discutere a livello internazionale.

Ora, la questione sta scatenando la reazione anche della  Germania. Qui i consumatori si sono riuniti nella firma di una lettera inviata all’amministratore delegato di Nestlé Deutschland, Christoph Ahlborn, da parte del gruppo Foodwatch. Più di 38mila persone si sono schierate contro il marchio, chiedendo che le bottiglie contenenti acqua contaminata vengano al più presto ritirate dai supermercati.

In Italia si continua tranquillamente a vendere Perrier.

L’ “invisibile” TFA nell’esistenza nebulosa della Solvay di Spinetta Marengo, tra processi e class action.  

Non ci sono solo le sostanze perfluoroalchiliche, PFAS, a contaminare le acque superficiali e quelle delle falde e, quindi, l’acqua potabile e gli alimenti. Esce dall’invisibilità mediatica il TFA, acido trifluoroacetico, che si forma dai PFAS per degradazione: come i Pfas si trova ovunque (ubiquitario), come i Pfas è perenne (forever chemical), come i Pfas tossici e cancerogeni è micidiale per la salute, ma, ancora peggio dei Pfas, a differenza dei Pfas non è ancora normato per legge, e quando avverrà sarà una grana per Solvay.
 
A denunciare la presenza di TFA nelle acque potabili è ora un rapporto della Pesticide Action Network (Pan Europe), nel quale sono stati analizzati 55 campioni di acqua potabile di 11 Paesi (tra i quali non c’era l’Italia) e si è visto che il TFA era presente nel 94% di essi: da 20 a 4.100 nanogrammi per litro (ng/l), per una media di 740 ng/l. Poche le differenze tra campioni di acqua minerale e di acqua di sorgente.  Nelle acque di fiumi e laghi erano state rilevate concentrazioni medie pari a 1.220 ng/l. Soprattutto il TFA costituisce il 98% dei cosiddetti PFAS totali in tutti i campioni. Il fatto non stupisce, visto che il TFA si forma da diversi PFAS.
 
Dunque, il TFA, derivato dai PFAS dei pesticidi e dai gas fluorurati, oggi manca di un quadro legislativo  di riferimento: è nebulosa l’indicazione del valore tollerabile per l’essere umano, manca uno standard di qualità per le acque sotterranee o superficiali, non esiste alcun valore massimo indicato per le acque potabili, la sostanza non è inclusa negli elenchi dei PFAS che entrano a far parte del bilancio totale. Entrerà nel 2026 in Europa, quando sarà in vigore un limite per i PFAS totali (500 nanogrammi per litro per l’insieme dei PFAS?). Se oggi fosse già così, metà dei campioni di acqua del rubinetto analizzati sforerebbe i limiti.
 
Per questi motivi, “PAN Europe” chiede ai governi di agire con misure urgenti:  il divieto immediato dei pesticidi con PFAS, il divieto immediato dei gas fluorurati. Così, per la presidente di Syensqo, Ilham Kadri, si affacciano ulteriori problemi entro il 2026 per lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo (Alessandria), il  cui mix produttivo nei fluorurati è ineludibile [Nota 1].
 
Ilham Kadri, deve pur occuparsi di azioni legali inibitorie risarcitorie.
Dall’Italia fino in Belgio, rimbombano sempre le parole di Ferdinando Lignola, il Procuratore Generale di Cassazione, quando, nel 2019 nella sua arringa finale contro Solvay, incitò: “Mi auguro che seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio”. Perché era pienamente cosciente, come era ed è Kadri, che in sede penale non si va oltre ad una risibile condanna  ai livelli manageriali più bassi di questa gente delittuosa,  e non si va oltre ad una virtuale condanna di bonifica a spese di questa gente. Soprattutto era conscio, inorridito dell’ingiustizia massima: in sede penale neppure le Vittime vengono risarcite per le morti e le malattie provocate dal reiterato delitto ecosanitario di questa gente.
 
Kadri non ha remore etiche ma sta valutando che anche in Italia gli studi legali si apprestino ad avventurasi nella legislazione aprendo cause in sede civile con azioni inibitorie risarcitorie contro questa gente, contro la belga Solvay proprietaria dello stabilimento di Spinetta Marengo: nell’occhio del ciclone per i veleni in aria-acqua-suolo-sangue della popolazione di Alessandria, dei quali i famigerati Pfas sono solo la punta dell’iceberg ecosanitario locale.
 
Valutazione opportuna perché, fuori dall’Italia, è proprio la Solvay, e proprio per i Pfas, a doversi mettere le mani al portafoglio. Infatti, Solvay Specialty Polymers USA ha accettato di pagare 1,3 milioni di dollari per chiudere una class action sulla contaminazione da Pfas delle riserve idriche del Parco nazionale di West Deptford ad opera del suo impianto di produzione di Leonard Lane. [Nota 2]. Kadri ha  concordato di raggiungere l’accordo “per evitare l’onere e le spese di un contenzioso continuo“.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.
 
[Nota 1]
Ricerca e Sviluppo di Polimeri fluorurati, Produzione e Fornitura di perfluoroolefine, fluoro, acido cloridrico, acido fluoridrico, cloruro ferrico, idroclorodifluorometano, fluoroelastomeri, politetrafluoroetilene, fluoropolimeri termoplastici, perfluoropolieteri con l’ausilio di Centrale Termoelettrica alimentata a gas naturale. Gestione per conto del ‘Consorzio Trattamento Effluenti Polo Chimico Spinetta’ dell’impianto di trattamento delle acque reflue di tutte le conferenti del polo chimico. Gestione discarica di gessi fluoritici. Ricerca e sviluppo di sostanze organiche fluorurate (perfluoroolefine, fluoroplastomeri, fluoroelastomeri, fluidi fluorurati).”
 
[Nota 2]
La causa è stata intentata per conto dei residenti del Parco Nazionale nel giugno 2020, risarciti per ora con 8.000 dollari ciascuno, ma l’accordo prevede il pagamento degli esami del sangue per tutte le persone che hanno vissuto nel distretto dal 1° gennaio 2019 al 28 febbraio 2024: il fondo include 784.000 dollari per la “classe di biomonitoraggio”. Anzi, “Non è incluso il costo di qualsiasi potenziale interpretazione del risultato dell’esame del sangue da parte di medici o professionisti sanitari.” Dunque restano aperti i risarcimenti per le patologia sofferte.
Il fondo inoltre comprende circa 244.000 dollari per le spese legali e gli onorari degli avvocati. Nonché l’accordo  prevede addirittura pagamenti (200.000 dollari) alle persone che hanno posseduto o affittato immobili residenziali nel distretto nello stesso periodo.
Solvay ha concordato di raggiungere l’accordo “per evitare l’onere e le spese di un contenzioso continuo“, si legge nella sua dichiarazione. D’altronde Solvay deve affrontare numerose cause legali per l’inquinamento da PFAS nel South Jersey, nel suo stabilimento della contea di Gloucester.

Pfas letali ancora più cotti che crudi.

Basta bollire gli alimenti per eliminare i Pfas? Tutt’altro. Nel cibo cotto i Pfas sono presenti in misure decine di volte superiori a quanto avviene nello stesso alimento crudo. A dimostrarlo è uno studio condotto dall’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr, principale ente pubblico di ricerca italiano. I ricercatori hanno prelevato acqua dalla falda inquinata tramite il pozzo di un’abitazione della zona rossa del vicentino. Con l’acqua prelevata sono stati lessati pasta, riso, carote, patate e carne di manzo. Tutto questo analizzando acqua e cibi prima e dopo la cottura. Ebbene la concentrazione di pfas nell’acqua aumenta al crescere del tempo di ebollizione, invece di calare come molti credevano, e gli inquinanti, con la cottura, passano negli alimenti. In proporzione più alta per pasta e il riso, che assorbono più acqua.

Secondo Greenpeace Italia  «per tutelare la collettività non basta erogare alla popolazione acqua pulita, è necessario il divieto dell’uso e della produzione dei perfluorati sull’intero territorio nazionale». 

Sorveglianza Pfas nei prodotti agroalimentari.

L’esposizione della popolazione ai Pfas avviene per via respiratoria e  per via alimentare attraverso il consumo di alimenti e acqua. Gli alimenti vegetali possono venire contaminati dal terreno e dall’acqua utilizzati per coltivarli.  Quelli di origine animale dai Pfas che si concentrano negli organismi animali tramite l’acqua e/o i mangimi vegetali e foraggi. La presenza di Pfas in  imballaggi alimentari e attrezzature impiegate durante la trasformazione alimentare contribuisce ulteriormente all’esposizione alimentare.

I Pfas hanno il sistema immunitario come primo avversario e la diminuzione della risposta alle vaccinazioni dei bambini costituisce un effetto critico. Nelle valutazioni dell’Autorità Europea per la sicurezza alimentare EFSA, l’acqua potabile, il pesce, la frutta, le uova, i prodotti a base di uova, sono risultati essere i principali contributi all’esposizione alimentare di fondo nella popolazione europea nel suo complesso.

A dicembre ’23 la Regione Veneto ha varato un nuovo “Piano di sorveglianza Pfas nei prodotti agroalimentari delle zone rosse e arancioni” riferito alle matrici vegetali.

Il cibo agroecologico: la salute vien mangiando.

All’evento organizzato da ISDE Medici per  l’Ambiente (al quartiere del Carmine di Genova nell’ambito della manifestazione “SeminaGenova”) con il logo di “FronteComuneLigureperlasalute”, si parla di Alimentazione: non in senso dietologico, ma come determinante dell’inquinamento di aria, acqua, suolo e come fattore  importante alla base del grosso problema della antibiotico-resistenza.

Anche i Bisfenoli e non solo i Pfas uccidono.

Il Bisfenolo è ingrediente chiave per plastiche e resine.  Come è noto, dopo i nostri esposti a Procura-Prefetto-Arpa, l’Arpa aveva confermato quanto avevamo denunciato: alla Solvay di Spinetta Marengo nel cocktail con i PFAS (PFOA, C6O4, ADV) tra gli interferenti endocrini c’è anche il Bisfenolo nelle sostanze in uso. In un quarto esposto, clicca qui, avevamo segnalato la risposta della sorpresa Arpa: la Solvay ammetteva l’uso del Bisfenolo AF (non si sa se autorizzato e tanto meno monitorato n.d.r) ma non del Bisfenolo A. A nostra volta, ribadivamo che “Dal punto di vista di danni alla salute, non vi è alcuna differenza tra Bisfenolo A e Bisfenolo AF [tra 2,2-Bis(4-idrossifenil) propano e 2,2-Bis(4-idrossifenil) esafluoropropano, secondo la Nomeclatura IUPAC International Union for Pure and Applied Chemistry]”.

Ebbene, dopo un accurato esame delle evidenze scientifiche e alla luce dei contributi ricevuti da una  pubblica consultazione,  le conclusioni della nuova valutazione dell’ Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) hanno confermato l’allarme tossico e cancerogeno del Bisfenolo A e hanno abbassato la Dose giornaliera di tollerabilità (Dgt ovvero la quantità che può essere ingerita quotidianamente per tutta la vita senza rischi sensibili per la salute) di circa 20mila volte. Dai 4 microgrammi (4 milionesimi di grammo) per chilogrammo di peso corporeo al giorno stabiliti nel 2015 a 0,2 nanogrammi (2 miliardesimi di grammo).

La UE aveva già vietato la produzione di  biberon in policarbonato. Alcuni stati europei avevano già introdotto ulteriori restrizioni nazionali: la Francia ha bandito il Bisfenolo in tutti gli imballaggi e i materiali a contatto con gli alimenti, Danimarca e Belgio hanno bandito il bisfenolo A in materiali a contatto con alimenti per lattanti e bambini piccoli, la Svezia lo ha vietato in rivestimenti e vernici di articoli e imballaggi per alimenti destinati a lattanti e bambini piccoli.  

In Italia il bisfenolo è utilizzabile nella fabbricazione industriale di prodotti in policarbonato per beni di consumo comuni, quali stoviglie di plastica riutilizzabili, bottiglie per bevande, attrezzature sportive, CD e DVD, ovvero in resine epossidiche per il rivestimento interno dei tubi dell’acqua e dei contenitori in latta di alimenti e bevande, e anche nel rivestimento degli scontrini di vendita.

Crisi alimentare e guerra in Ucraina: facciamo chiarezza.

Manca il grano nel mondo o in UE? Manca il mais? Mancano le materie prime? E l’Italia? La speculazione finanziaria sulle materie prime agricole.

A che serve o, meglio, a chi serve sostenere la paura della penuria? A che serve sostenere che bisogna rinunciare alla transizione agroecologica – quel poco che resta nella PAC riformata – per rilanciare una nuova “battaglia del grano”? E che c’entra deregolare l’applicazione delle disposizioni legislative attuali sugli OGM, vecchi e nuovi, per far fronte “alla mancanza di pane”?

L’Associazione Rurale Italiana fa  chiarezza rispetto agli allarmi lanciati dal mondo agroindustriale sull’attuale crisi bellica in Europa dell’Est. Clicca qui.

PFAS nei pesticidi, allarme alimentare “di proporzioni epiche”.

Allarme degli scienziati. Secondo i test portati avanti dal gruppo ambientalista americano Public Employees for Environmental Responsibility (Peer), e confermati dall’Agenzia statunitense per l’ambiente (Epa), negli erbicidi e insetticidi liberamente venduti sono presenti i PFAS, in particolare il PFOA.  Ciò avviene perché introdotti intenzionalmente come additivi “inerti” o tramite la contaminazione accidentale dalle apparecchiature utilizzate per produrre o trasportare i pesticidies.barili di polietilene ad alta densità. Secondo gli scienziati, questa contaminazione alimentare dalle sostanze cancerogene e interferenti endocrine “è un problema di proporzioni epiche”.