3) Solvay ci tenta con il governo.

Nell’udienza Gup del 4 giugno, Solvay ha chiesto la “derubricazione” (attenuazione) del reato, subito negata dal PM, sostenendo candidamente non c’è stata volontà di inquinare bensì semplice negligenza, non c’è un disastro e nessun danno alla salute pubblica.  Per “avvalorare” i paradossali “elementi chiave”, Solvay contava di patteggiare l’uscita dal processo delle “due parti civili chiave: la regione Piemonte e soprattutto il Ministero dell’ambiente. Con i quali, però, non è -ancora- riuscita a concludere le transazioni politicamente importanti che le favorirebbero comunque di sgusciare quasi indenne dal processo per disastro colposo. Assai scarso peso, infatti, hanno i trenta denari mercanteggiati con un sindaco che si è giocato la rielezione, con le associazioni non rappresentative tipo Medicina democratica, e con il gruppo di persone fisiche con cognomi stranieri e senza Vittime tra i famigliari).
Di fronte al disastro sanitario e ambientale di Alessandria, un patteggiamento serio con un ministero serio sarebbe “mission impossible”, se non che al dicastero c’è un Tom Cruise che risponde al nome di Gilberto Pichetto Fratin. Con lui, è assolutamente impensabile che si ripeta l’accordo per lo stabilimento di West Deptford (New Jersey) col quale nel 2021 Solvay ha dovuto eliminare l’uso dei PFAS (i cosiddetti “forever chemicals” che non si degradano mai nell’ambiente e nel corpo umano) ed è stata costretta ad una transazione da 393 milioni di dollariO ve lo immaginate voi il pacioso (coi ricchi inquinatori) ministro che impone a Solvay 1,2 miliardi euro di dollari come in Australia (clicca qui)?

4) La popolazione si ribella.

Contro le transazioni di Solvay con governo e regione, contro questa scandalosa vendita della salute della popolazione, cioè contro l’ipotesi di patteggiamento fra Procura e Solvay, il 4 giugno davanti al tribunale stavano gridando gli striscioni del presidio dei comitati e delle associazioni (e Alleanza Verdi Sinistra): “Ce l’ho nel sangue”, “Giustizia per Spinetta e tutta la Fraschetta”,  “Decenni di inquinamento non si monetizzano, si bonificano”, “Stop Solvay”,  “Chiudere le produzioni inquinanti”, “Le istituzioni non patteggino, ma vadano avanti con il processo”, “La Regione non accetti accordi economici con Syensqo”, “Non esiste assegno che possa compensare anni di contaminazione, Pfas nel sangue, preoccupazioni per la salute, sofferenze e perdita di fiducia nelle istituzioni“. Particolare bersaglio: la Regione Piemonte e il suo assessore “imbonitore” Federico Riboldi: per l’ambigua disponibilità al patteggiamento mascherata da presunta dismissione di produzione pfas (C6O4).
Non solo l’invalicabile “no patteggiamento”, in più gli avvocati d’accusa annunciano in piazza di voler derubricare il reato: ma non al ribasso come voleva la difesa Solvay: bensì da disastro ambientale colposo (1,8-5anni) a disastro ambientale doloso(>15 anni di reclusione).

5) Ultimo atto all’Udienza Preliminare del 25 giugno.

Ultima corsa.
Non è prevedibile che, nella prossima udienza del 25 giugno, il reato venga derubricato, come chiedono avvocati dell’accusa, addirittura in disastro ambientale doloso(>15 anni di reclusione). Tutti, però, si attendono che Pubblico Ministero e Giudice dell’Udienza Preliminare negheranno il Patteggiamento. Il PM, infatti, ha decisamente riconfermato il reato di disastro ambientale colposocaratterizzato da consapevolezza di delinquere a danno dell’incolumità pubblica. Dunque, sarebbe inconcepibile non avviare il procedimento penale stroncandolo con un patteggiamento.
Dunque, il PM Enrico Arnaldi di Balme dovrebbe rifiutare di concordare con Solvay il delitto perfetto dell’inammissibile patteggiamento: il quale evita il dibattimento (il processo in aula), fa lo sconto della pena fino a un terzo, estingue il reato, sentenza non appellabile, benefici accessori. Insomma, un colpo di spugna sui diritti delle Vittime.
 
Dunque, qualora la procura inspiegabilmente (per pretestuoso avallo del governo?) proponesse il patteggiamento, la gup Arianna Ciavattini dovrebbe rifiutarlo: dovrebbe non ratificare il delitto perfetto ma far proseguire il processo. Perché il patteggiamento è un rito speciale del processo penale italiano: previsto per reati minori. Si può definire, senza scandalizzare, il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: un reato minore?
Analogamente per il rito abbreviato. Sarebbe un altro delitto perfetto. Al rifiuto di patteggiamento, infatti, Solvay, considerando una GUP morbida, potrebbe giocare (entro il 10 giugno?) questa carta che consente il “salto secco” del processo vero e proprio: di saltare il tribunale e, senza dibattimento di prove e testimoni, di lasciare decidere alla improvvisata GUP il caso “allo stato degli atti”, basandosi cioè solo sulle prove raccolte dal Pubblico Ministero durante le indagini. Altro iniquo privilegio è che il rito abbreviato garantisce un grosso sconto di pena: di un secco 1/3 e di un aggiuntivo 1/6 rinunciando Solvay all’appello. Un bel colpo di spugna.  Inoltre, impedirebbe –delitto perfetto– che le parti civili chiedano il pericolosissimo reato di disastro ambientale doloso come nuovo capo di imputazione.
 
Concludendo. Per il 25 giugno, grosse responsabilità gravano sulle spalle di PM e GUP. La Cassazione aveva stabilito che il polo chimico avrebbe dovuto fermarsi per impedire che i veleni finissero in falda.  Ciò non è avvenuto per i veleni storici (cromo esavalente, cloroformio ecc.) anzi, Solvay ha potenziato le produzioni di Pfas e l’inquinamento aria-acqua-suolo, e non ha provveduto alla bonifica, tant’è che le centraline Arpa continuano a confermare la presenza in aria di pfas cC6O4 e ADV, e in acqua perfino del dismesso PFOA. Neppure PM e GUP possono, per il ruolo svolto da Solvay: es. smaltimento gessi, ignorare il Geoportale Pfas della Regione Piemonte. Tanto meno le valutazioni IARC riguardanti le implicazioni cliniche dei Pfas (clicca qui). 

Inquinamento Pfas lungo la Pedemontana.

La Procura di Vicenza ha chiesto il rinvio a giudizio per 12 tra manager, amministratori e tecnici del Consorzio SIS e della concessionaria SPV accusati di inquinamento ambientale e omessa bonifica nei cantieri della Superstrada Pedemontana Veneta.  L’indagine ruota attorno all’utilizzo di additivi chimici contenenti PFBA, un composto della famiglia dei PFAS. Il PFBA è stato impiegato come accelerante nel calcestruzzo proiettato per la realizzazione delle gallerie di Malo e di Sant’Urbano (Vicenza). Le analisi di ARPAV hanno rilevato una significativa contaminazione delle acque superficiali e sotterranee nell’area.
 
È in corso un ulteriore filone d’inchiesta sulla gestione delle terre e rocce di scavo. Circa 3 milioni di metri cubi di materiali, contenenti quantità di PFBA superiori ai limiti di legge, sono stati smaltiti o movimentati in oltre 20 siti dislocati tra le province di Vicenza e Padova.
 
L’acido perfluorobutanoico (PFBA) è un composto per- e polifluoroalchilico (PFAS) a catena corta, impiegato in alcuni processi industriali e presente anche come prodotto di degradazione di altri PFAS. E’ uno dei contaminanti principali rilevati nelle acque di falda, associato ai processi di produzione e degradazione dei fluoropolimeri industriali, dello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo.
Contrariamente a quanto asserito da Solvay, le evidenze disponibili, secondo l’Environmental Protection Agency statunitense e il Minnesota Department of Health, indicano le gravi patologie su tiroide, fegato e sviluppo, ma anche per neurosviluppo, quoziente intellettivo, immunotossicità, tumori e salute riproduttiva e materno-fetale

Progetto università di Genova per i Pfas.

Il Dipartimento di chimica e chimica industriale – DCCI dell’Università di Genova presenta un progetto di ricerca, sviluppato in collaborazione con AmSpec Italia e CONOU, dedicato alla realizzazione di dispositivi analitici in carta per il rilevamento in-situ di PFAS, composti chimici artificiali usati in molti prodotti industriali e di uso quotidiano, altamente resistenti e quasi indistruttibili nell’ambiente (detti anche forever chemicals).
 
L’iniziativa rappresenta un momento di confronto tra università, imprese e istituzioni su temi di grande attualità, legati alla sostenibilità e alle tecnologie per l’analisi ambientale. Al centro dell’incontro, le attività di ricerca condotte dal DCCI e le prospettive applicative sviluppate insieme ai partner industriali.
La Liguria è una delle regioni con maggiore diffusione della contaminazione da Pfas nelle acque potabili. Conseguenza dell’inerzia delle Amministrazioni. Secondo il rapporto “Acque senza veleni” di Greenpeace, la regione registra la presenza di sostanze per- e poli-fluoroalchiliche in tutti gli 8 campioni analizzati, posizionandosi tra le aree più critiche d’Italia.
 
A Genova, i livelli di Tfa (acido trifluoroacetico) raggiungono il massimo di 126,4 ng/L, il dato più alto regionale, mentre il parametro “Somma di Pfas” tocca i 13,8 ng/L, collocando il capoluogo al quinto posto tra i comuni liguri monitorati.
Nella classifica regionale, Rapallo registra il valore più alto per il parametro “Somma di Pfas”, con 28,6 ng/L, seguito da Albenga (25,7 ng/L) e Sarzana (25,6 ng/L). Il dato relativo al Pfoa (acido perfluorottanoico) pone invece Rapallo al primo posto con 20,7 ng/L, mentre Genova si attesta a 12,3 ng/L. Anche il Pfos (acido perfluorottano sulfonico), classificato come possibile cancerogeno, è stato rilevato con valori significativi, inclusi 1,5 ng/L a Genova e Albenga, e un massimo regionale di 4 ng/L a Imperia​​​.
 
La Liguria, insieme a Trentino-Alto Adige e Veneto, è tra le regioni italiane con la più alta percentuale di campioni contaminati, raggiungendo il 100% dei punti monitorati. Rispetto al parametro “Somma di Pfas”, Rapallo si colloca tra i comuni con le concentrazioni più elevate in Italia, accanto a città come Milano, Arezzo e Perugia, evidenziando una distribuzione critica delle sostanze chimiche lungo tutta la regione​​​.
 
Questi dati devono essere letti alla luce dei limiti normativi che entrano in vigore in Italia a partire dal 2026: la direttiva europea prevede un tetto di 100 ng/L per la “Somma di Pfas”. Tuttavia, secondo Greenpeace e diverse agenzie scientifiche, tali limiti non sono adeguati a proteggere la salute umana, in quanto molte nazioni europee e gli Stati Uniti hanno adottato soglie molto più restrittive​​​.
 
 

Attacco militare USA al Giappone: con i Pfas.

Okinawa è una piccola isola che sarebbe bellissima, un’oasi ecologica, se non che concentra circa il 70% delle installazioni militari USA in Giappone e subisce da decenni l’inquinamento da PFAS, le “sostanze eterne” delle basi americane che impediscono addirittura di essere controllate. il governo americano ha formalmente negato l’accesso alle basi per condurre accertamenti ambientali, sostenendo che “non ci sono prove scientifiche sufficienti”. Le prove, invece, esistono eccome. La bianca schiuma tossica che esce dai tombini è stato il segnale evidente di un disastro nascosto per decenni: le analisi indipendenti, condotte dall’Università di Kyoto hanno rivelato 268 nanogrammi di PFAS per litro – oltre cinque volte il limite di sicurezza giapponese.
 
L’ultimo rapporto del governo di Okinawa, pubblicato a marzo 2026, ha campionato 44 siti vicino alle basi militari. I risultati sono drammatici: 31 siti su 44 hanno mostrato livelli di PFAS superiori allo standard nazionale giapponese (50 parti per trilione); il picco massimo è stato registrato a Yara Hijaga, vicino alla base aerea di Kadena: 2.800 ppt – 56 volte il limite; nuovi record di contaminazione sono emersi anche vicino a Kadena e Futenma.
L’acqua contaminata non rispetta i confini delle basi e scorre fino nei pozzi dei villaggi, si infiltra nei raccolti di riso e nelle verdure coltivate dai contadini locali. Le forze armate statunitensi inceneriscono le scorte di schiuma PFAS che penetrano nel suolo e nelle falde acquifere e non scompariranno mai più.
 
Il movimento pacifista e ambientalista di Okinawa, che si batte per il disarmo, non si arrende. Oltre alle azioni legali e alle richieste di accesso alle basi, sta promuovendo: campagne di analisi indipendenti del sangue dei residenti, per documentare la bioaccumulazione di PFAS; petizioni internazionali (19.000 firme); iniziative di finanziamento collettivo per sostenere le analisi e le cause legali; gemellaggi con comunità colpite da contaminazione militare in altri paesi (Corea del Sud, Guam, Germania).

L’eredità della Miteni in India.

Lo stabilimento Miteni di Trissino produceva Pfas per conto della committente Solvay, finchè è stato chiuso nel 2018 dopo essere stato al centro di uno dei più gravi scandali ambientali italiani, e gli impianti sono stati trasferiti come previsto in India, dalla società Laxmi Organic Industries a Lote Parshuram, a sud di Mumbai. Trasferimento opportuno in mancanza di una regolamentazione specifica sui PFAS in India: ancora oggi non esiste una norma ambientale specifica.
 
Le proteste davanti allo stabilimento hanno coinvolto residenti, attivisti ambientali e rappresentanti politici. A marzo, il caso è stato discusso anche in un confronto tra attivisti indiani, rappresentanti delle aree contaminate in Europa, scienziati e membri del Parlamento europeo, nel quadro del dibattito sul possibile divieto europeo dei Pfas.

La carpa non sopravvive allo scarico Solvay in Bormida.

La carpa “sentinella ambientale” dell’inquinamento Pfas.  Prestigioso riconoscimento internazionale per la ricerca dell’Università degli Studi di Teramo. La rivista scientifica Toxics ha dedicato la copertina del numero di aprile a uno studio coordinato da Maurizio Manera, professore associato del Dipartimento di Bioscienze e tecnologie agro-alimentari e ambientali dell’ateneo aprutino. Il lavoro, frutto di dieci anni di attività in collaborazione con l’Università di Ferrara, analizza gli effetti dell’acido perfluoroottanoico (PFOA) – appartenente alla pericolosa famiglia dei PFAS – utilizzando come modello sperimentale la carpa comune (Cyprinus carpio).
 
La vera innovazione dello studio risiede nelle peculiarità anatomiche del rene della carpa, che a differenza dei mammiferi racchiude in un unico comparto tre funzioni vitali, quella renale, il sistema immunitario/sangue (tessuto ematopoietico) e il sistema endocrino (follicoli tiroidei attivi).
 
Questa caratteristica unica ha permesso ai ricercatori di valutare contemporaneamente e con un approccio parsimonioso gli effetti del PFOA su tre fronti critici: nefrotossicità, immunotossicità e tireotossicità. I risultati hanno dimostrato alterazioni legate alle dosi di inquinante, sintetizzate in un nuovo indice multiparametrico che integra dati istologici e morfometrici.
Il professor Manera ha sottolineato l’importanza del traguardo, che unisce la sorveglianza ambientale alla tutela della salute globale secondo il principio One Health (salute umana, animale e ambientale interconnesse): “La carpa comune può rappresentare un modello sperimentale particolarmente utile e più informativo dello stesso zebrafish, attuale punto di riferimento nella ricerca biomedica. Questo proprio grazie alla rilevanza ecologica, commerciale e alimentare della carpa”.

Petrolchimico Brindisi: picco di mortalità per tumore al fegato.

La rivista scientifica Journal of Hazardous Materials Advances, ha pubblicato uno studio relativo ai lavoratori del petrolchimico di Brindisi esposti al cloruro di vinile: è stato evidenziato un rischio di morte per tumore epatico di circa quattro volte superiore rispetto ai colleghi meno esposti. Il PVC è legato alla produzione di cloruro di vinile e CVM e al settore dell’edilizia/serramenti per finestre isolanti.
 
La ricerca epidemiologica (collaborazione tra Asl di Brindisi, Istituto di Biometria, Epidemiologia ed Informatica Medica dell’Università di Mainz e l’Università di Padova) ha preso in esame 1.218 lavoratori del sito, seguiti dalla sua nascita (1960) fino alla chiusura (2024) degli impianti di produzione del Pvc negli anni Novanta – esposti al Cvm.
È stata osservata, inoltre, alta mortalità per neoplasie maligne del cervello.

Davide contro Golia.

Sotto la pianura vicentina di Montecchio Precalcino scorre una delle falde più importanti d’Europa, già minacciata dalla presenza di discariche, scorie di fonderia e Pfas. Su questo territorio al limite il colosso Ecoeridania intendeva aggiungere una piattaforma per rifiuti sanitari pericolosi. Ha prevalso al momento la resistenza di un piccolo comitato che ha scelto di difendere l’acqua, la salute e la propria terra. Ma la partita non è chiusa: Silva Srl, società del gruppo Ecoeridania, ha fatto ricorso al Tar del Veneto contro la bocciatura della Conferenza dei Servizi sul progetto per l’impianto di trattamento rifiuti e sabbie di fonderia.

L’Italia che affronta i Pfas.

In Veneto, dove la class action inibitoria non avrebbe più senso, perchè Miteni di Trissino è già chiusa, 40 mila cittadini sono pronti in sede civile ad una class action collettiva risarcitoria da 2 miliardi di risarcimenti contro Mitsubishi Corp. e Icig, società controllanti di Miteni e i cui 11 vertici sono stati condannati in penale a pene severe ma non al risarcimento dei danni sanitari e patrimoniali alle Vittime.
 
I cittadini assistiti dallo studio legale Delex sono i residenti nelle aree interessate dalla contaminazione (Verona, Vicenza e Padova) che presentano nel proprio siero concentrazioni di Pfas oltre i limiti di tolleranza stabiliti dalle autorità sanitarie, chi ha contratto patologie correlate all’esposizione ai Pfas, i proprietari degli immobili nelle aree contaminate, e i residenti che hanno subito le conseguenze psicologiche legate alla paura di contrarre patologie.
 
In Piemonte,  fallite le sedi penali ad Alessandria non si sta ancora facendo la class action risarcitoria in quanto comitati e associazioni (Pro Natura, Legambiente, Movimento di lotta Maccacaro con lo studio legale Ambrosio&Commodo) stanno procedendo per la class action inibitoria (chiusura immediata delle produzioni Solvay di Spinetta Marengo) che in effetti è più urgente della risarcitoria. Potranno partecipare alla class action risarcitoria circa 900 lavoratori e cittadini finora sottoposti dalla Regione alla ricerca dei Pfas nel sangue, nonché quanti hanno dovuto a proprie spese ricorrere agli esami presso il Policlinico di Milano stante le gravi inadempienze della Regione, oltre a quanti hanno contratto patologie connesse ai Pfas, comprese psicologiche, e ai danni patrimoniali.
 
Ad Alessandria, l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono i due strumenti complementari di tutela: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione; la seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto: clicca qui.

A Molfetta disastro ambientale in mare e falde.

Diciassette aziende sequestrate (150 milioni di euro) e affidate ad amministrazione giudiziaria, altre cinque sottoposte a sequestro parziale, undici sistemi di pozzi disperdenti bloccati e 72 indagati tra persone fisiche e giuridiche: imprenditori, società, dirigenti e funzionari del Consorzio per l’ASI di Bari, del Settore Ambiente della Città Metropolitana di Bari e del Comune di Molfetta, tutti accusati a vario titolo di disastro ambientale colposo e scarico illecito di reflui industriali.
 
Questo il bilancio dell’operazione “Ground-Water”(ovvero Acque sotterranee), coordinata dalla Procura di Trani ed eseguita dalla Guardia Costiera nell’area industriale Asi, al termine di un’indagine legata all’inquinamento chimico e all’alterazione fisica delle acque sotterranee e di falda nell’intero comprensorio Asi del Comune di Molfetta, falda acquifera “consapevolmente” inquinata di cancerogeni, alluminio, ferro, manganese, zinco, nichel, piombo, cromo, cadmio, berillio. Un disastro ambientale compiuto con l’utilizzo di 11 pozzi disperdenti cui 10 non autorizzati, che drenavano gli scarichi della zona industriale di Molfetta direttamente nella falda e in mare provocando un inquinamento che “non potrà mai essere eliminato ma solo arginato”.

Chi ha Pfas nel sangue è inesorabilmente malato.

O è già affetto da malattia conclamata, oppure sicuramente si ammalerà presto o tardi di una patologia, lieve o grave, correlata ai Pfas. Perciò abbiamo avviato class actions collettive per mettere al bando, chiudere le produzioni di Solvay e risarcire le popolazioni.
 
Ancor più allarmante è il dato che quasi ogni persona sottoposta ad analisi presenta nel sangue tracce di Pfas. È quanto emerge da un nuovo studio realizzato dal laboratorio indipendente NMS Labs e pubblicato sul Journal of Occupational and Environmental Hygiene, che ha analizzato utilizzando tecniche avanzate di biomonitoraggio oltre 10.566 campioni di siero e plasma provenienti dagli Stati Uniti.
 
I risultati mostrano che il 98,8% dei campioni conteneva PFAS: vasta famiglia di circa 10.000 composti sintetici definiti “sostanze chimiche eterne” perché resistono alla degradazione naturale e si accumulano nell’organismo umano. Impiegate per rendere i materiali impermeabili, antiaderenti o resistenti alle macchie, oggi si trovano in abiti tecnici, pentole antiaderenti, imballaggi alimentari, elettronica,  schiume antincendio eccetera: la loro diffusione su scala  universale ha favorito l’ingresso nelle catene alimentari, nell’acqua potabile e nell’aria domestica e le ricerche mediche hanno evidenziato una spirale di rischi per la salute, tra cui tumori, fegato, tiroide, alterazioni metaboliche, infertilità, indebolimento delle difese immunitarie soprattutto nei bambini.
 
Addirittura lo studio ha evidenziano alcuni limiti: non tutte le PFAS esistenti sono state analizzate, il che significa che l’esposizione reale potrebbe essere persino sottostimata.

Lago d’Idro, Pfas alle stelle nei pesci.

Dopo anni di incertezze arriva una svolta, un chiarimento decisamente atteso sull’origine dell’inquinamento da «Pfas» che interessa (anche) il lago d’Idro e la valle del Chiese. Grazie al lavoro dell’associazione «Più Democrazia in Trentino» presieduta da Alex Marini è stata finalmente individuata, dall’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente di Trento (Appa), l’origine della contaminazione: lo stabilimento della ex «Fonderie Trentine» di Condino, chiuso da tempo e bonificato male (non solo di cromo esavalente).
 
I Pfas erano stati rilevati nei pesci catturati nell’Eridio con concentrazioni ben oltre i limiti considerati accettabili. A certificarlo è il monitoraggio condotto dall’Arpa nel 2024, che aveva registrato valori preoccupanti: in tre carcasse di coregone erano stati rilevati 43,8 microgrammi per chilo, circa dieci volte oltre la soglia. Un netto peggioramento rispetto ai 13,5 mcg/kg del 2022 e ai 10 del 2023. Anche il pesce persico aveva già evidenziato criticità, risultando non conforme nel 2023 con 21,4 mcg/kg.
 
Nella falda del Chiese, il Pfos (una delle varianti più diffuse) è stato rilevato nell’80% dei campioni raccolti tra il 2018 e il 2024, con picchi superiori al limite di legge di 30 nanogrammi per litro.
 
Il Comune di Storo ha annunciato un biomonitoraggio sui residenti. Ma resta un nodo cruciale: la mancata pubblicazione di uno studio dell’Università di Trento sulla modellazione della falda del basso Chiese fatto nel 2019.

Pfas tra l’hinterland di Milano e la Brianza.

Sono state trovate concentrazioni di acido trifluoroacetico TFA sopra i limiti di legge nelle acque sotterranee e superficiali dei territori di Bussero, Caponago, Cassina De Pecchi, Gorgonzola, Liscate, Melzo, Pessano con Bornago, San Zenone al Lambro, Vignate e Vizzolo Predabissi.
 
I dieci Comuni stanno lavorando insieme con il gestore del servizio idrico che ha avviato interventi di contenimento. Inoltre, è in corso la strutturazione di un piano di investimenti per adeguare infrastrutture e pozzi con l’obiettivo di arrivare a rispettare i limiti imposti a partire dal 2027, possibilmente anticipandoli.
 
È stato presentato un esposto all’autorità giudiziaria per accertare le responsabilità della presenza di Tfa, presumibilmente riconducibile ad attività farmaceutiche e chimiche, o pesticidi, presenti sul territorio come risulta dalle prime analisi compiute da Arpa Lombardia.

Non è vero che i leggins non rilasciano i Pfas.

I “leggings”(in Italia chiamati anche “pantacollant” indumenti a forma di collant) rilasciano PFAS sul sudore. I Pfas nell’abbigliamento tecnico servono per rendere i tessuti idrorepellenti e antimacchia, anzi sono pubblicizzati anti sudore. Sulla pelle ne assorbiamo meno che dall’acqua o dal cibo, ma alcuni studi mostrano che il sudore aumenta il passaggio transdermico durante l’esercizio fisico.
 
L’esposizione cronica è stata associata a tumori al rene e ai testicoli, disfunzioni tiroidee, alterazioni del sistema immunitario, problemi di sviluppo nei bambini (le linee guida cliniche delle National Academies USA del 2022 raccolgono la letteratura). Si accumulano nell’acqua, nel sangue, nel latte materno, ovunque. L’emivita nell’uomo è stimata fra 2 e 9 anni a seconda del composto. Per questo li chiamano col termine emblematico “forever chemicals”.
 California e New York hanno vietato dal 1° gennaio 2025 la vendita di capi con PFAS aggiunti volontariamente. L’Italiano. La Commissione UE sta valutando una restrizione orizzontale.
 
Il 13 aprile 2026 il procuratore generale del Texas ha aperto un’inchiesta formale su Lululemon, un brand americano specializzato nei leggings da yoga, che affermava di averli eliminati nel 2023.
 
Toxic-Free Future ha trovato PFAS nel 72% di capi outdoor venduti come “resistant alle macchie o all’acqua”. Il collettivo Mamavation, in collaborazione con Environmental Health News, ha analizzato 32 leggings popolari: il 25% aveva fluoro organico rilevabile, marcatore di PFAS. L’associazione francese Que Choisir, nel 2025, ha trovato pantaloni a marchio Columbia con 980 ppb di PFAS, quasi quattro volte il limite che loro stessi avevano fissato per “bocciare” un capo. Bund, in Germania, ha trovato PFAS nel 63% delle giacche tecniche analizzate.
 
Quasi tutti questi brand, sulla carta, hanno annunciato il phase-out fra il 2018 e il 2022.

PFAS: il veleno invisibile che entra nelle nostre vite.

Non è un documentario, ma un legal thriller ispirato a una storia vera. Diretto da Todd Haynes e interpretato da un intenso Mark Ruffalo, Dark Waters (2019) racconta la lunga battaglia dell’avvocato Robert Bilott contro la multinazionale chimica DuPont, accusata di aver contaminato le acque di un’intera comunità con una sostanza tossica appartenente alla famiglia dei PFAS, i cosiddetti “forever chemicals”.

La strategia Solvay, di occupare le istituzioni, passa anche dalla strategia dell’immagine.

I mitici briganti della Fraschetta: foto di repertorio.
Mandrogne sarebbe solo una frazione di Alessandria, ma nel circondario è considerata un’isola razziale, non si sa se di origine zingara o saracena (i tratti somatici, belli, alti, capelli crespi e naso aquilino, il dialetto che arrota le erre), mentre nel mondo è storicamente conosciuta per il commercio ambulante coi carretti dei suoi abitanti (“mandrogni”) specialmente di conigli (bianchi), lepri, stracci, carta e rottami. Vigeva tra loro un’omertà quasi siciliana, un carattere chiuso, ruvido, astuto e beffardo, quasi una etnia. Oltre al paese, il termine “mandrogno” ha finito per definire (immeritatamente: rivendicano i mandrogni doc) gli abitanti di tutta la Fraschetta e, per estensione, dell’alessandrino.
 
Tra questi: i cittadini del sobborgo di Spinetta Marengo, che hanno sùbito fatto ricorso al sarcasmo mandrogne quando hanno appreso che la loro concittadina era stata nominata direttore dello stabilimento Solvay. “Farà carriera” hanno commentato. Volete dire che “ha fatto” carriera. “No, la farà, perché sarà la prossima imputata all’ennesimo processo e dunque poi premiata a ben più alti incarichi, come sempre avvenuto per i suoi predecessori”. E rammentano i nomi dei direttori che hanno fatto da capri espiatori, coprendo le responsabilità penali di manager e azionisti di Solvay Syensqo subendo lievi condanne (o nessuna) ma in cambio di congrui stipendi. Gli ultimi due: Stefano Bigini e Andrea Diotto, accusati di disastro ambientale (cioè senza l’alone di briganti della Fraschetta) 
Sarà che i mandrogni, da sempre uomini di mondo, sono maschilisti e perciò non hanno esaltato l’avvenimento “storico” che la spinettese Miriam Arca è la prima donna a ricoprire l’incarico di direttore. Ma, a dirla tutta, neppure le mandrogne l’hanno fatto. Tutti e tutte non si sono lasciati/e abbacinare dalla propaganda che ha accompagnato l’annuncio: “L’obiettivo di Arca sarà proseguire il percorso su innovazione, sostenibilità e dialogo con il territorio, elementi centrali nella nostra strategia aziendale”. Anzi, per nulla rassicurati, per nulla esenti da lutti in famiglia, piuttosto, tutti e tutte hanno assunto la conferma della tragica continuità produttiva dello stabilimento artefice del disastro ambientale e sanitario.
 
Infatti, la cinquantenne Miriam Arca, nata e cresciuta nella parrocchia di Spinetta Marengo, ma dove non vive con la famiglia, è marchiata da un percorso professionale strettamente legato al sito: entrata in azienda nel 1999 ha maturato oltre vent’anni di esperienza, consapevolmente ricoprendo ruoli di crescente e pesante responsabilità personale. E quelli nuovi che, ancor più imbarazzanti, la destineranno… alla futura carriera. “Per me sono un onore”: ha dichiarato.
 
Silurando Federico Frosini, la scelta a direttore di “donna, madre, cristiana spinettese” è volta alla “strategia di immagine” dal neo ceo Mike Radossich affidata a Francesco Luccisano, il nuovo Country Manager Italia Syensqo, nel solco della propria esperienza di relazioni esterne (Gruppo API) ovvero in ambito istituzionale di diversi ruoli al Ministero italiano dell’Istruzione e della Ricerca e al Ministero degli Affari Esteri, occupandosi proprio di questioni diplomatiche ed economiche. Ora Luccisano sarà referente per le relazioni istituzionali del Gruppo Syensqo in Italia.
 
 E’ evidente che Syensqo intende giocarsi, negli strategici ambiti istituzionali nazionale ed europeo, la riconferma Pfas del sito produttivo di Spinetta Marengo, affidandosi allo sgonfiamento penale (tramite patteggiamenti) del processo in corso ad Alessandria e preparandosi all’offensiva popolare della class action inibitoria che invece intende fermare d’urgenza le produzioni inquinanti.

Allarme Pfas per i pompieri.

Sono in Italia una categoria di lavoratori particolarmente a rischio: si diffonde l’allarme fra i vigili del fuoco per l’uso delle schiume antincendio a base di Pfas, che ha preso in esame la correlazione di queste sostanze e alcune forme tumorali rare, in particolare quelle al rene e ai testicoli, al fegato, alla testa. Ne hanno discusso esperti e istituzioni, a Roma in un convegno all’Istituto Superiore Antincendi, organizzato dalla Direzione centrale per la salute.
 
Un altro contributo fondamentale arriva dallo studio, di rilievo internazionale, di biomonitoraggio dei Pfas sierici condotto a Bologna dalla professoressa Jennifer Paola Pascali. Sono stati 60 i vigili del fuoco di Arezzo, epicentro del caso eclatante di colpiti dalla malattia con quattro morti per gliobastoma, a sottoporsi ai prelievi di sangue nell’ambito della ricerca su un totale di 387.

Scatta la bonifica a Spinetta Marengo.

Il titolo sui giornali colpisce l’immaginazione: “Scatta la bonifica delle discariche nella Fraschetta”. Finalmente!! Peschiamo subito dal Sito www.rete-ambientalista.it un articolo del lontano 2013: “Video in esclusiva: le immagini rubate a Solvay che zitta zitta sta innalzando una montagna di rifiuti industriali a Spinetta Marengo.” (clicca qui). L’articolo è una nuova pesante reprimenda nei confronti dell’assessore all’Ambiente Claudio Lombardi: “E’ questa la bonifica?”. C’è il clicca qui del servizio fotografico.

Anzi, ci compare sul Sito l’articolo “Lettera aperta a Claudio Lombardi, assessore all’Ambiente del comune di Alessandria, e a Alberto Maffiotti, direttore dell’ARPA di Alessandria” (clicca qui): “Come vi abbiamo informato, attendendo risposta, sul blog con video e foto è documentata la enorme montagna di rifiuti che si sta innalzando per centinaia di metri dentro lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo…. “. L’articolo è anche corredato da una intervista di Lino Balza ripresa da numerosi servizi sui giornali. Mentre altri giornali sono proni a censurare, come denuncia con sarcasmo la presidente della sezione alessandrina di Medicina democratica (quando ancora esisteva): “Solvay, Comune di Alessandria e Politici: tutti insieme, ma nessuna risposta ai temi ambientali” (clicca qui).
 
Anzi, andiamo ancora indietro sul Sito. Nel 2012: “Così si va verso il disastro ecologico definitivo”. (Clicca qui): “… Le montagne che si intravvedono nelle foto contengono a loro volta montagne di discariche di rifiuti tossici e cancerogeni, li nascondono. Le montagne interne sono composte da gessi fluorurati e clorurati, sostanze che la Procura ha rinvenuto nelle acque superficiali e profonde….”.  A proposito, era già virale l’intervista del 2010 di Lino Balza davanti al torrente di scarico di Solvay in Bormida (di lì in Tanaro, Po, Adriatico) clicca qui video1, video2, video3.
 
Se poi andiamo avanti sul Sito www.rete-ambientalista.it, di articolo in articolo, da un sindaco all’altro, arriviamo ai giorni nostri e le montagne di rifiuti, come ognuno può vedere, sono ancora lì. Ma ecco l’ultima notizia: Scatta la bonifica delle discariche della Fraschetta del sindaco Giorgio Abonante. Calma. Continuiamo su RadioGold a leggere oltre il titolo: si tratta di “interventi contro le discariche abusive, rimozione dei rifiuti abbandonati, ripristino dello stato dei luoghi a Spinetta Marengo, in particolare rifiuti ingombranti e indifferenziati, macerie da scarico, materiale isolante e ondulina catramata, eventuale amianto” (vedi le drammatiche foto).
C’è qualcuno che si era illuso sulla “scatta la bonifica Solvay”? In una regione da retroguardia, come la Regione Piemonte?
Morale della favola: non è mai troppo tardi la Class Action Inibitoria popolare che fermi le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo, mentre la multinazionale belga neppure ha realizzato la bonifica del pregresso (attribuito a Montedison). 

Mappatura dei Pfas in Toscana.

Provvedimento all’avanguardia a livello nazionale. La Giunta della Regione Toscana ha approvato una delibera strategica che avvia un’ampia indagine conoscitiva sulla presenza di Pfas in acque, aria, terreni, scarichi idrici e rifiuti, con un focus mirato sui comparti produttivi più rilevanti del territorio.
Il monitoraggio sarà anche esteso ai gestori del servizio idrico integrato, in linea con le più recenti indicazioni europee che evidenziano l’importanza di intercettare gli inquinanti fin dall’ingresso nelle reti fognarie.
L’indagine avrà dunque l’obiettivo di stilare una mappatura puntuale delle fonti di contaminazione da pfas, rafforzare i controlli e porre le basi per future misure di riduzione alla fonte: prioritariamente le aziende soggette ad Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), con particolare attenzione ai settori della depurazione delle acque civili e industriali, gestione e trattamento dei rifiuti, lavorazione del cuoio, industria della carta e del cartone, comparto tessile e altre filiere produttive in cui è noto l’impiego di Pfas.
Parallelamente, la Regione investirà nel rafforzamento delle capacità analitiche di Arpat, grazie all’acquisto di nuova strumentazione di analisi. La delibera riporta, inoltre, i metodi di campionamento e analisi di riferimento per i PFAS, un tassello fondamentale per uniformare le misurazioni e i controlli

Pfas, meglio tardi che mai.

I titoli giganteggiano: “IKEA elimina completamente i PFAS dalle sue pentole”. Più appropriato l’avverbio dovrebbe essere “finalmente”. Poco meno di venti anni fa, c’era chi (come Lino Balza) teneva conferenze in giro per l’Italia diffidando di utilizzare le pentole antiaderenti trattate con PFOA (Teflon).

Chiusura Solvay: Nazioni Unite contro Italia e Unione Europea.

La lobby chimica internazionale Solvay, a difesa dei propri lauti profitti, quale monopolista delle produzioni Pfas, arruola grandi firme. Del calibro di Mario Draghi. Supermario fu chiamato a frenare il bando totale UE dei Pfas: nel suo rapporto sulla competitività europea (settembre 2024), sostenne che limitare drasticamente i Pfas danneggerebbe la competitività europea, in particolare nei settori delle auto elettriche, semiconduttori e rinnovabili. In particolare, ma senza enfatizzare, aveva a cuore il settore militare. Invece, sparò alto dichiarando addirittura… i Pfas insostituibili per la transizione verde e digitale. Ovvio che ignorò completamente i rischi per la salute e la presenza delle alternative industriali indicate nel dossier dell’ECHA Agenzia europea per le sostanze chimiche.
 
L’autorevolezza di Draghi servì a frenare la proposta di cinque paesi europei (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia) di vietare l’uso di questi composti cancerogeni.
 
Ultimo sponsor arruolato: Jessika Roswall, commissaria europea all’Ambiente, per una missione   organizzata dall’europarlamentare Letizia Moratti (Forza Italia), guarda caso membro attivo della Commissione per l’ambiente. Per questa missione, a marzo la Roswall ha visitato il sito Syensqo Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria. Dopo aver girato, caschetto giallo e camice bianco,  a braccetto dell’amministratore delegato Mike Radossich e di Andrea Diotto, ex manager dello stabilimento che la procura accusa di disastro ambientale colposo (omessa bonifica del territorio e ulteriore inquinamento Bormida-falde-suolo-atmosfera con nuove sostanze, tra cui i Pfas), tutta sorridente (foto diffuse su Linkedin) la Roswall ha “postato” un commento entusiasta che comitati e associazioni hanno commentato su un manifesto con un enorme titolo: VERGOGNA.
 
Vergogna per aver esaltato l’ “eccellenza industriale di un’azienda scientifica innovativa che applica la ricerca chimica allo sviluppo di soluzioni più sicure, pulite e sostenibili, e assicura un’impronta ambientale migliorata”. Senza il rispetto per la popolazione falcidiata da malattie e morti.  
Di opposto avviso è Marcos Orellana, relatore speciale delle Nazioni unite sulle sostanze tossiche e i diritti umani, esperto di diritto internazionale e ambientale, insegnante all’American University di Washington e in moltissimi atenei in tutto il mondo, direttore del settore Ambiente e diritti umani di Human Rights Watch.
 
Nel suo primo mandato come relatore speciale Onu, tra il 2020 e il 2023, si era già occupato dell’inquinamento Pfas in Italia. A seguito della sua visita nel dicembre 2021, nella sua relazione finale Orellana aveva avvertito che a Spinetta Marengo è in corso un “disastro ambientale e sanitario” simile a quello del Veneto, citando la contaminazione delle acque e del suolo e dell’aria da parte del polo chimico Solvay, danneggiando gravemente la salute delle comunità locali. Non solo, aveva denunciato l’inazione politica delle autorità italiane locali e nazionali che non avevano né informato né salvaguardato la popolazione sui rischi per la salute legati alla contaminazione senza limiti da PFAS. Orellana aveva inquadrato la questione non solo come un problema ambientale, ma come una violazione dei diritti umani fondamentali, in particolare il diritto alla salute e a un ambiente pulito.
 
La relazione di Orellana aveva fatto luce sulla necessità di intervenire urgentemente per bonificare l’area e tutelare gli abitanti di Spinetta Marengo dagli effetti a lungo termine delle sostanze tossiche. Per questa urgenza, stante l’inazione delle istituzioni italiane ed europee a fermare le produzioni Solvay, le popolazioni alessandrine metteranno in campo le azioni collettive di class actions.
A sua volta ora, verso la fine del secondo mandato, Marcos Orellana sta lavorando a un nuovo report che porrà al centro la questione della messa al bando totale dei Pfas. (clicca qui uno stralcio dell’intervista).

Il principio è: chi inquina paga.

Proseguendo la narrazione (https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ ), facciamo il punto delle azioni collettive in sede civile, class actions, contro Solvay in Italia (sollecitate fin dal 2015 dal Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che alla condanna penale seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”).
 
In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti il fenomeno delle “class actions” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche: per Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa (https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/09/dunque-class-actions-anche-in-italia-contro-i-pfas-della-solvay/).
 
La regia delle nostre class actions non è unica ma l’ispirazione sì, come in coerenza divulgo da dieci anni almeno. Avendo alle spalle solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: esse riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo. Dunque, le assemblee stanno finalmente affrontando, in sede civile, le class actions -l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria–   contro i disastri Pfas anche in Italia. Vogliono essere all’insegna della partecipazione attiva piuttosto che passiva delle popolazioni.
 
In Veneto, si tratta di class actions di natura risarcitoria, ovvero di natura riparatoria: intervengono ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto dalla popolazione per responsabilità dell’azienda Miteni di Trissino (la cui solvibilità è dubbia essendo fallita, però c’è chi sostiene la responsabilità di Solvay come committente). Se ne stanno occupando due realtà diverse che offrono entrambe assistenza legale collettiva per risarcire i cittadini a livello individuale: “a costo zero, in cambio di una quota degli eventuali ristori”. Una, denominata “Risarcimento Miteni” della spa bresciana “Finanziamento del contenzioso”: annunciate 20mila adesioni per cedere il proprio diritto al risarcimento ad una realtà che poi distribuirà le somme ottenute), avrebbe sinora raccolto 10milioni di euro. L’altra è la FIDeAL, in collaborazione con le “Mamme no Pfas”, anch’essa impropriamente definibile class action generalizzata bensì azione collettiva che affronta i singoli casi individuali risarcibili da girare poi ai cittadini per una quota maggioritaria. Alle loro spalle hanno una sentenza penale per reato di dolo.
 
In Piemonte, analogamente si tratta di due azioni collettive della suddetta natura risarcitoria, ma soprattutto stiamo preparando la class action inibitoriadi natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. Ovvero: chiudere le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo, bloccare le emissioni tossiche e cancerogene, avviare la bonifica, far pagare i costi e risarcire ambiente e salute. Esempio: la richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. Esempio: Solvay è costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari per completare la bonifica dei PFAS, per affrontare il risanamento nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati, per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione. L’inibitoria ad Alessandria è irrinunciabile stante i due fallimenti dei processi penali relativi al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare i suoi enormi profitti.

Pfas: invecchiamento precoce e malattie.

La rivista scientifica Frontiers in Aging ha pubblicato lo studio di un team di scienziati guidato dall’Università Jiao Tong di Shanghai che dimostra come i Pfas alterano l’orologio biologico, cioè invecchiano l’età delle cellule rispetto all’età anagrafica, soprattutto per gli uomini tra i 50 e i 64 anni.
Va da sé che questo invecchiamento precoce peggiora i problemi di salute causati dai Pfas: tra cui alterazioni ormonali, infertilità, obesità e aumento del rischio di tumori.

I Pfas nelle carte da forno.

Chi immette in commercio una carta da forno è tenuto a rilasciare una dichiarazione sulla sicurezza, in modo da certificare che il prodotto contenga solo sostanze ammesse dalla legge. Quello che però le etichette non riportano è la presenza di tre diversi Pfas. Il test su 16 marche, che trovate su “Il Salvagente”, rivela la presenza diffusa di “inquinanti per sempre”, pur entro i limiti stabiliti dal regolamento UE relativi alla produzione e commercializzazione di imballaggi alimentari, cioè la quantità di Pfas in una forma che può liberarsi durante la cottura in forno e subire una migrazione nel cibo stesso, finendo nell’organismo di chi consuma il pasto.  Il nodo resta l’esposizione cumulativa e l’impatto ambientale sia nei processi industriali che durante lo smaltimento, quale ennesima fonte di contaminazione.

I Pfas nella pancia della mamma.

La presenza di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche, note come “sostanze chimiche eterne”) nel corpo delle donne in gravidanza e, di conseguenza, nel feto, rappresenta un serio problema di salute pubblica, con evidenze scientifiche che ne confermano il passaggio transplacentare. Il gruppo di ricerca guidato da Shelley H. Liu, docente presso la Icahn School of Medicine at Mount Sinai, in un nuovo studio nel sangue del cordone ombelicale, pubblicato su Environmental Science & Technology, ha confermato che l’esposizione ai Pfas comincia prima ancora della nascita, nell’utero, in una fase delicata e cruciale per lo sviluppo umano, quando ogni interferenza chimica può avere conseguenze a lungo termine.  
L’esposizione prenatale ai PFAS è particolarmente critica perché la gravidanza rappresenta una finestra di vulnerabilità biologica: basso peso alla nascita, parto pretermine, alterazioni metaboliche e modifiche nella risposta immunitaria ai vaccini. I prossimi passi della ricerca includeranno l’analisi degli effetti a lungo termine nei giovani ormai cresciuti e lo studio dei composti meno conosciuti individuati nel sangue del cordone ombelicale.

Pfas e ossa fragili negli adolescenti.

L’esposizione precoce ai Pfas, fin dalle prime fasi della vita, compromette lo sviluppo osseo: una nuova ricerca condotta negli Stati Uniti e pubblicata sul Journal of the Endocrine Society evidenzia il legame tra livelli elevati di Pfas e minore densità ossea durante l’adolescenza, in particolare a livello dell’avambraccio, con rischio più elevato fra le ragazze.
L’adolescenza è il periodo in cui si costruisce la maggior parte della massa ossea che accompagnerà l’individuo per tutta la vita. Una riduzione in questa fase può tradursi in maggiore rischio di fratture e osteoporosi in età adulta.

Pfas in Toscana.

Contro i Pfas, il consiglio regionale della Toscana ha approvato all’unanimità una mozione che “chiede di individuare le fonti dell’inquinamento, rafforzare i controlli, inserire stabilmente il tema Pfas nel Piano di Tutela delle Acque e istituire un Osservatorio tecnico-scientifico regionale” perché “intervenire oggi significa dare una risposta ai cittadini e alle associazioni che si battono da anni per portare all’attenzione del governo regionale questo problema e provare e mettere un argine alla diffusione di queste sostanze, purtroppo già eccessivamente presenti. L’acqua è un bene comune e va difesa con scelte coraggiose”.

I Pfas che arrivano dall’aria.

L’azienda Chemviron di Legnago, provincia di Verona, è da tempo al centro di polemiche: rigenera i cosiddetti filtri a carbone, il sistema per assorbire i Pfas dall’acqua. E nel trattarli riversa emissioni in atmosfera. Negli anni scorsi gli esposti dei cittadini avevano fatto scattare le verifiche dei carabinieri del Noe di Treviso. Monitoraggi avevano individuato la presenza di Pfas nelle acque in uscita dalla ditta, e anche da un camino.
Nel comune di Dueville,  provincia di Vicenza, manca un acquedotto e ‘acqua viene prelevata da quattromila pozzi artesiani, uno dei quali è stato però chiuso di recente a causa di valori oltre i limiti di Pfaspfba, la cui presenza è stata riscontrata nelle terre e nelle rocce da scavo della Pedemontana Veneta.
Altra fonte di preoccupazione è quella legata al progetto di realizzazione di una nuova linea di trattamento di rifiuti ospedalieri e sabbie da fonderia nell’impianto Silva a Montecchio Precalcino, provincia di Vicenza, dove la già martoriata ex Area Safond Martini insiste su una ricarica di falda acquifera.

In Veneto pagano l’inerzia di Italia e Unione Europea.

Il voto finale del Parlamento europeo è atteso entro marzo 2026, secondo cui gli Stati membri avranno tempo fino al 2033-2039 per realizzare la piena conformità di qualità ambientale per le acque superficiali e sotterranee, per quanto riguarda 25 sostanze PFAS.
Non occorre attendere il 2033 per sapere che i nostri fiumi sono in sofferenza. Il report conclusivo 2025 della campagna Operazione Fiumi di Legambiente Veneto, realizzato con il supporto tecnico di ARPAV, documenta una situazione preoccupante per il territorio padovano. Nel bacino del Bacchiglione superamenti diffusi per il PFOS lineare (limite di legge: 0,65 ng/L) in decine di stazioni in provincia di Padova. 
Sul fiume Brenta, quale eredità della Miteni, superamenti nel tratto finale verso Chioggia e Fossò, e presenza da Piove di Sacco.
Una novità: nel Retrone, affluente del Bacchiglione, sono stati rilevati per la prima volta i composti GenX e C6O4, pfas Solvay di nuova generazione, con superamento di quattro volte il limite di potabilità (100 ng/L), con ricadute a valle sull’intero sistema Bacchiglione–Padova.
Un quadro allarmante. La presenza diffusa di Pfas nelle acque del Bacchiglione rappresenta un rischio diretto per le derivazioni idrauliche ad uso agricolo, con potenziale contaminazione della filiera alimentare su un vasto territorio dell’alta pianura veneta. La zona rossa tra Vicenza, Padova e Verona presenta una contaminazione significativa, con oltre 16.000 persone con alti valori di PFAS nel sangue.

Occhio alle etichette: che siano Pfas Free.

Su padelle antiaderenti; imballaggi alimentari (compresi i contenitori da asporto e i cartoni per pizza); abbigliamento tecnico impermeabile; tessuti antimacchia per divani e tappeti; cosmetici; detergenti. Attenti agli acronimi dei Pfas più comuni con cui possiamo riconoscerli: Pfte, Pfoa ,Pfos. 
Non esistono test domestici in grado di confermare con certezza la presenza di Pfas. Tra questi, è il cosiddetto “test della goccia”. Basta versare una piccola quantità di acqua o olio su una superficie in carta o cartone, come quella di un contenitore alimentare. Se il liquido viene assorbito, è probabile che il materiale non sia trattato. Se invece rimane in superficie formando una goccia compatta, quasi perfetta, è possibile che sia stato trattato con sostanze idrorepellenti come i Pfas.

Class action contro Colgate Palmolive.

Colgate-Palmolive dovrà affrontare due azioni legali collettive per confezione ingannevole dei suoi collutori per bambini. Lo ha deciso una giudice federale di Chicago accogliendo l’istanza dei consumatori che hanno promosso le cause, i quali sostengono che i colori vivaci e i gusti accattivanti come «Bubble Fruit» e «Silly Strawberry» inducano i genitori a ritenere che il prodotto sia sicuro anche per i bambini al di sotto dei sei anni, nonostante le linee guida sanitarie statunitensi raccomandino espressamente di non utilizzare collutori al fluoro in quella fascia d’età. Il fluoro, infatti, può risultare dannoso se ingerito, soprattutto dai più piccoli.
In attesa di un possibile risarcimento per i consumatori e di una revisione delle confezioni, le cause contro Colgate confluiranno ora davanti al giudice federale. Non è la prima volta che Colgate viene attenzionata sul versante giudiziario a causa del marketing connesso a prodotti al fluoro. 

Class action contro Bayer: paga.

Il colosso tedesco Bayer, che ha già affrontato 130mila richieste di risarcimento e speso 10 miliardi di dollari, ha proposto alla Corte Suprema degli Stati Uniti un maxi  accordo per chiudere definitivamente la questione del Roundup, l’erbicida a base di glifosato. 
L’azienda, che continua a sostenere l’innocuità del Roundup  (nega non solo il linfoma non-Hodgkin, letale tumore del sangue con una latenza che può superare i 10 anni),  dall’erbicida ha eliminato il glifosato dal 2023 e ora  propone di stanziare 7,25 miliardi di dollari per risarcire le persone esposte fino al 17 febbraio 2026, che hanno sviluppato o che svilupperanno la malattia entro i prossimi 16 anni, che al momento sono circa 65mila.

Epidemiologia in Val Bormida.

Lo studio epidemiologico sulla popolazione residente nei Comuni liguri della val Bormida mira ad “analizzare l’andamento storico e attuale delle principali patologie oncologiche, respiratorie, cardiovascolari ed endocrine, eventuali eccessi di incidenza o di mortalità rispetto alla media regionale e nazionale, verificando la possibile correlazione con fattori ambientali pregressi e attuali”. In particolare con la presenza di fabbriche inquinanti: Acna ecc.
Il consiglio regionale ha escluso che lo studio sia in relazione con l’ipotesi di un inceneritore nella zona.

Ad Alessandria contro un nuovo delitto perfetto.

Si susseguono le manifestazioni della popolazione contro il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: perfino assemblee nelle chiese e nelle pizzerie.

E anche davanti alla sede del tribunale, mentre era in corso l’udienza del giudice delle indagini preliminari, sotto la pioggia si è svolto un presidio a chiedere Giustizia. Dunque, come passo immediato, a chiedere a Ministero dell’Ambiente e Regione Piemonte di cessare la contrattazione di patteggiamenti con Solvay Syensqo, che inevitabilmente vorrebbero soffocare il processo penale in corso, che (con pene ridotte, sospensioni condizionali, non menzioni, senza spese processuali ecc.), vorrebbero essere un colpo di spugna alle condanne degli storici seriali inquinatori, alla tutela della salute e alla bonifica del territorio. Insomma, governo e regione non replichino l’infausto patteggiamento del Comune di Alessandria. Un delitto.
 
I cittadini chiedono, dunque, alla neo GUP Arianna Ciavattini e al Pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme di rifiutare l’istituto del patteggiamento. Rispettivamente: il PM si opponga non dia il consenso, la Giudice non approvi respinga la richiesta di Solvay. Si cerchi di evitare un altro delitto perfetto. ***
A questo proposito, il rifiuto del patteggiamento nell’Udienza Preliminare consente il regolare proseguimento giudiziario in Corte di Assise, con tanto di dibattimento, e consentirà anche alle Parti Offese di chiedere il cambio di imputazione da colpa (reato colposo) a dolo (reato doloso) correggendo così il macroscopico errore della passata Procura: un altro delitto perfetto.
 
*** “Ambiente Delitto Perfetto”, già in tre volumi, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.  
Insieme alle decine di migliaia di contributi relativi ai “Movimenti di lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza”,  Il Sito www.rete-ambientalista.it contiene, nel merito storico e scientifico del polo chimico di Spinetta Marengo, almeno tre mila articoli.

Tossicità ecologica e politica della Solvay di Spinetta Marengo.

Dopo l’anteprima di Alessandria, il 18 marzo l’Università di Torino presenta ufficialmente il volume dei professori Martone, Altopiedi, Bechis e Ravenda,  185 pagine e 25 interventi di soggetti territoriali: cittadini, medici, avvocati, ricercatori, giornalisti ambientali, comitati, associazioni ambientaliste, sindacati, istituzioni   e amministratori locali. A pagina 165 il contributo di prospettiva politica di Lino Balza “Anno 2026, possibile una svolta per Alessandria” (clicca qui).

Sorveglianza sanitaria esposti amianto. Ma i processi?

La chiusura definitiva dello stabilimento Eternit a Casale Monferrato è avvenuta il 6 giugno 1986, ponendo fine a decenni di produzione di amianto che hanno causato il disastro ambientale e sanitario nella zona. La fabbrica, simbolo del progresso fino agli anni ’70, era nota per la polvere di amianto che ricopriva la città. L’inalazione delle fibre ha causato una grave epidemia di mesotelioma, con circa una nuova diagnosi a settimana tuttora a Casale sia tra i lavoratori e i cittadini. Per ora, quasi 3.000 morti.  Il mesotelioma è un tumore raro e aggressivo che origina dalle membrane sierose (pleura, peritoneo, pericardio), con lunghi tempi di latenza (20-50 anni) e diagnosi nefasta.
 
La ricerca sul mesotelioma mira disperatamente a migliorare la sopravvivenza attraverso terapie multimodali che combinano chirurgia, chemioterapia e l’immunoterapia. Il Movimento di lotta per la salute Maccacaro ha inteso a favorire le sottoscrizioni a favore della Ricerca Cura Mesotelioma tramite l’intero ricavato dei propri libri: vedi il Sito www.rete-ambientalista.it.
I processi Eternit, per la morte di ex dipendenti e residenti nei siti di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli, sono uno scandalo. Inizialmente, nel 2012, il magnate Schmidheiny fu condannato a 16 anni per disastro ambientale doloso. Tuttavia, nel 2014, la Cassazione ha dichiarato il reato prescritto, annullando le condanne. Nell’Eternit bis l’accusa è passata a omicidio colposo/volontario. Nell’aprile 2025, la Corte d’Assise d’Appello di Torino ha condannato Schmidheiny a 9 anni e 6 mesi per omicidio colposo di 92 persone. A febbraio 2026, la Cassazione ha disposto un nuovo rinvio a causa di un vizio procedurale (mancata traduzione della sentenza).
 
Così funziona la Giustizia. E così continuerà perché non c’entra un bel niente con la cosiddetta riforma della giustizia, ovvero con la sbruffonata della separazione delle carriere del Referendum, da bocciare con il NO.  
La fabbrica è stata chiusa nel 1986.  Il “Programma di sorveglianza sanitaria per gli ex esposti all’amianto”, previsto dalla Giunta regionale, sarà avviato nell’aprile 2026 e gestito dall’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino tramite il Centro di Riferimento per l’Epidemiologia e la Prevenzione Oncologica in Piemonte.
La sorveglianza sanitaria per i soggetti che nella loro vita lavorativa sono venuti a contatto con la sostanza, prevedrà l’erogazione di prestazioni sanitarie di primo e di secondo livello e controlli periodici per i soggetti rispondenti ai criteri relativi alla cessazione dell’esposizione ad amianto

Tossicità.

Questo volume rappresenta l’esito di un percorso di ricerca interdisciplinare sugli effetti sociali e politici della violenza ambientale e sulle istanze di giustizia espresse da comunità contaminate in zone di sacrificio.
 
Nell’ambito del progetto “Fare scienza di comunità in materia di ambiente, lavoro, salute”, il Public Engagement del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, nelle persone dei professori Rosalba Altopiedi, Eleonora Bechis, Vittorio Martone e Andrea Filippo Ravenda, ha affrontato il caso di emergenza nazionale: il disastro sanitario ed ambientale della Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria.
 
L’iniziativa, condotta nella forma di una discussione orizzontale tra ospiti e pubblico, si è svolta tramite quattro incontri pubblici nel 2025 in Alessandria insieme agli enti partner del progetto. Per il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, Lino Balza nell’intervento conclusivo “Anno 2026, possibile una svolta per Alessandria” (clicca qui) ha voluto rimarcare che NON potrà essere la sede penale del tribunale di Alessandria a rendere giustizia alla popolazione martirizzata, BENSÌ la giustizia è solo possibile tramite azioni collettive di lavoratori e cittadini: class action di azione inibitoria per la fermata delle produzioni inquinanti e class action risarcitoria per le Vittime.
 
Quale importante corollario, merita inoltre riferirsi al saggio, sulla rivista internazionale “Journal of Political Ecology”, di Vittorio Martone (Università di Torino) e Angelo Castellani (Università di Bologna): “Storia sociale dell’industria, tra violenza ambientale ed ecologia operaia. Uno studio specifico sull’impianto chimico di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria.” (clicca qui)

Il tribunale: stop all’Ilva.

Il Tribunale civile di Milano, Sezione presieduta da Angelo Mambriani, su richiesta dei cittadini Taranto, ha ordinato la sospensione dal 24 agosto 2026 dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento perché comporta «rischi attuali di pregiudizi alla salute» agli abitanti dei quartieri limitrofi all’impianto. Nel decreto, preso in applicazione della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 25 giugno 2024 che affermava “il divieto di concessione di proroghe”, vengono ricordati gli studi che dimostrano come l’alta concentrazione di inquinanti PM10 e PM 2.5 nei quartieri Tamburi, Paolo VI e Statte e «la riduzione del Quoziente intellettivo o disturbi del neuro sviluppo» siano collegate. E evidenziano la «significativa mortalità in eccesso» nella zona così come i rischi per i lavoratori dell’area a caldo.
 
Acciaierie d’Italia spa, Acciaierie d’Italia Holding e Ilva spa (tutte in amministrazione straordinaria) avranno sei mesi di tempo per riuscire a ottenere un’integrazione dell’AIA (autorizzazione integrata ambientale) che indichi “tempi certi” e “ragionevolmente brevi” entro i quali gli “studi di fattibilità, i piani ed i cronoprogrammi” relativamente alle prescrizioni ambientali ritenute “illegittime” perché non realizzate o per le quali non sono stati previsti “termini” trovino “effettiva” e “tempestiva attuazione“. Oltre quella data, in caso di mancati “adempimenti” da parte delle società, “dovranno iniziare le attività tecniche ed amministrative necessarie alla sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo” dell’acciaieria.
Quanto accaduto certifica il fallimento delle politiche industriali del governo, il quale già prova ad attaccare la magistratura legandolo al referendum.
 
L’azione inibitoria dei cittadini della città pugliese è seguita con particolare attenzione ad Alessandria, dove analoga iniziativa si sta rivolgendo nei confronti di Solvay Syensqo per lo stabilimento di Spinetta Marengo.

Per favorire Solvay, marcia indietro dell’Italia che rinvia i limiti più severi per i PFAS nell’acqua potabile.

L’Europa stringe sui PFAS, e l’Italia cosa fa? Si rimangia dei provvedimenti che avrebbero fatto la differenza.
 
Infatti, dal 12 gennaio 2026, per i Paesi dell’Unione Europea è scattato l’obbligo di monitorare e rispettare dei valori limite precisi per la presenza di PFAS nell’acqua potabileun limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro “PFAS totali” e un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 PFAS. Peraltro, sono limiti insufficienti: l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’Agenzia europea per l’ambiente considerano il limite di 100 ng/L inadeguato per proteggere la salute umana.
 
Invece, per favorire Solvay Syensqo unica produttrice, il governo con la legge di Bilancio 2026 ha introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro PFAS più pericolosi (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS) che aveva disposto. Non solo, ha rinviato anche il monitoraggio delle 6 molecole Adv che quindi al momento non saranno conteggiate nella somma di Pfas.
 
Questa tappa della tragedia Pfas dimostra due cose. 1) Serve una legge #ZeroPFAS in tutta Italia. Ma è assai improbabile una legge nazionale che metta al bando una volta per tutte la produzione e uso dei Pfas. 2) Il disastro sanitario e ambientale di Alessandria non può attendere questa lontana prospettiva: le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo devono essere fermate subito. Clicca qui Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea. – RETE Ambientalista.
 
Cioè, dobbiamo puntare a quanto sta avvenendo ora per l’Ilva di Taranto in sede civile.

Bayer nega i danni da glifosato… ma paga miliardi per i danni del glifosato.

Bayer insiste che il glifosato non è tossico ma la ricerca decennale coordinata da Daniele Mandrioli dell’Istituto Ramazzini di Bologna nel 2025 ne ha accertato effetti cancerogeni. Tant’è che Mandrioli è stato improvvisamente licenziato: clicca qui.
 
Eppure, a sei anni dal maxi-accordo del 2020, quando pagò 10 miliardi di dollari e ne accantonò altri 17 per chiudere 100 mila cause sull’erbicida glifosato commercializzato con il marchio Roundup, la Bayer ha concordato un altro maxi-esborso per chiudere le nuove cause legate al diserbante tossico e cancerogeno.  Il colosso chimico tedesco, che ha ereditato il prodotto e le sue cause dall’acquisizione della Monsanto, pagherà 7,25 miliardi di dollari nei prossimi 21 anni, dopo la ratifica dal tribunale, per chiudere sia le cause pendenti che quelle potenziali sui  casi di linfoma non-Hodgkin collegati al Roundup.

Nelle case degli alessandrini si respira cloroformio, anche cloroformio. Come sentenziò la Cassazione. Ma nessuno fa niente.

Sicuramente dal cielo ma anche dalle cantine, si respirano nei salotti di casa 6 microgrammi per metro cubo di cloroformio, 1 microgrammo di tetracloruro di metano, tetracloroetile e gli altri inquinanti provenienti dal polo chimico Solvay di Spinetta Marengo.
 
Lo conferma, dopo uno strano silenzio, la recente relazione prodotta dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale Arpa di Alessandria, oltre ad un mix di composti organici volatili, presenti a centinaia di microgrammi per litro nei pozzi interni al sito chimico. Il cloroformio arriva all’interno delle abitazioni dalle acque di falda: secondo i dati di Arpa nel pozzo interno”102” dello stabilimento risultava essercene una quantità stratosferica (200 microgrammi per litro, tre volte la concentrazione massima consentita).    
 Il cancerogeno cloroformio, che arriva da oltre confine in ferrocisterne, è utilizzato a tonnellate per ottenere il cancerogeno tetrafluroetilene, il monomero necessario a produrre i cancerogeni Pfas: miliardario fiore all’occhiello della multinazionale belga Syensqo Solvay.
 
Carta canta. Ma nessuno fa niente. Malgrado la vecchia sentenza della Cassazione, non ha fatto niente Giorgio Abonante, il sindaco di Alessandria: quale responsabile locale della sanità non ha emesso ordinanza di chiusura delle produzioni inquinanti, ma si è limitato ad una risibile ordinanza del 2022 che vietava di scendere nelle cantine. Anzi, ha addirittura patteggiato con Solvay la fuoriuscita del Comune come parte civile del processo penale (il secondo), aprendo la strada a Regione Piemonte e Governo.
 
Malgrado la sentenza della Cassazione che nel 2020 aveva condannato Solvay per disastro ambientale, nel secondo processo la vecchia Procura di Alessandria non ha imputato in reato di dolo la reiterazione degli accresciuti inquinamenti, e la nuova Procura si è trovata addirittura impantanata in un procedimento di Patteggiamento avviato dal vecchio GUP, con continui rinvii che scavalcheranno anche la prossima udienza di marzo.
 
Insomma, la Corte di Assise di Alessandria non farà niente per fermare il disastro sanitario e ambientale, fermare le produzioni inquinanti, avviare la bonifica, risarcire le Vittime. Né lo farà l’appello né la cassazione nell’arco di altri dieci anni.  Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di azioni inibitoria e risarcitoria.
 
Clicca qui l’approfondimento di Laura Fazzini su “La via libera”.

Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di inibitoria e risarcitoria.

 
Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
 
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

Il Pfas TFA prodotto da aerosol e apparecchi refrigeranti. 

Inizialmente, la notizia ha un po’ sconcertato: per chiudere il buco dell’ozono abbiamo sostituito nei condizionatori i vecchi gas nocivi (i CFC clorofluorocarburi) con sostanze (HFC idrofluorocarburi e HFO idrofluoroolefine) che, degradandosi, hanno contribuito a triplicare in 20 anni i livelli di TFA, l’acido trifluoroacetico un tipo di PFAS. Proprio il TFA che è il PFAS più abbondante nelle acque terrestri e anche quello che regolarmente emerge in quantità maggiore ovunque si cerchino Pfas. E’ quanto ha rivelato uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters.

Al “Protocollo di Montreal”, cioè al bando dei CFC, i composti di cloro-fluoro- carbonio che producevano una riduzione dell’ozono stratosferico, noi abbiamo contribuito in maniera determinante. Per noi: intendiamo Greenpeace e Lino Balza che organizzammo la scalata delle ciminiere dell’Ausimont Montedison di Spinetta Marengo issando enormi striscioni “Qui si buca l’ozono”). La manifestazione, clamorosa fra i media, produsse processi penali a carico di Greenpeace (a Ivan Novelli, che poi diventerà presidente di Greenpeace) e la progressione delle rappresaglie a Balza con il suo licenziamento. ***

Scrissi: “Posso dire che anche grazie a quel briciolo di mio coraggio personale i CFC sono stati eliminati da aerosol, frigoriferi e schiume isolanti, e che si è fermata la pandemia di tumori maligni della pelle e la rovina totale dell’ecosistema entro il 2060. Gli scienziati hanno stimato che, senza quella battaglia, lo strato dell’ozono, che circonda e difende il globo filtrando i raggi ultravioletti, avrebbe già perso oltre il 40% della sua densità sopra il Polo Sud e un nuovo buco sarebbe apparso sopra il Polo Nord”.

Oggi, a quell’orgoglio subentra la questione del pfas TFA. Tornare ai CFC o ai successivi refrigeranti? Sarebbe la peggiore delle pazzie. La posta in gioco è la salute dell’umanità. Infatti, così come si è dimostrato che l’alternativa ai CFC con gli HFC è stata a sua volta possibile con l’alternativa ecologica dei refrigeranti a base di idrocarburi naturali sicuri per l’ozono e per l’effetto serra, come l’isobutano, (peraltro usati negli anni ’30), così l’urgente traguardo della messa al bando dei Pfas non può assolutamente essere messo in discussione.

*** Gli avvenimenti sono narrati sul primo volume di “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia) e sul secondo volume de “L’avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza”.

Campagna Nazionale per la Prevenzione dei Danni da Plastica per la Salute.

I rischi da esposizione alla plastica sono noti da decenni e sottostimati, dal momento che delle 16.000 sostanze chimiche utilizzate nel ciclo produttivo il 75% non è stato valutato per la salute umana, di quelle valutate oltre 4.200 sono valutate altamente pericolose, 1.500 cancerogene mutagene o tossiche per la riproduzione e 47 interferenti endocrini.
 
L’impatto complessivo sulla plastica è difficile da stimare, perché bisogna considerare l’intero ciclo di vita. Dalle fasi di estrazione delle materie prime fossili alla fase della produzione (responsabile del 5% delle emissioni industriali globali di gas serra), al degrado nell’ambiente.
Tra gli effetti riferiti all’esposizione a sostanze chimiche plastiche, troviamo: la compromissione del potenziale riproduttivo, effetti perinatali, riduzione delle funzioni cognitive, resistenza all’insulina, ipertensione e obesità nei bambini e diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, ictus, obesità e cancro negli adulti. Aumentano inoltre i rischi infettivi dovuti alla capacità acquisita dalle zanzare di deporre le uova nei rifiuti di plastica. E aumenta anche il fenomeno dell’antibimicrobico resistenza, grazie alla capacità dei batteri di colonizzare la plastica. Infine, abbiamo la drammatica diffusione delle micro e nanoplastiche MNP (particelle di plastica piccolissime) nell’ambiente e in tutti gli organi del corpo umano.
 
Infine, si pone l’accento sulla sicurezza delle plastiche riciclate: ci sono prove crescenti che la plastica riciclata sia suscettibile di rilasciare un maggior numero di sostanze chimiche, e il processo è molto inquinante. E su quelle biodegradabili, alcune delle quali possono, come le altre, frammentarsi in microplastiche e/o rilasciare sostanze chimiche potenzialmente tossiche.
Si è formato un fronte massiccio di medici italiani a favore della “Campagna Nazionale per la Prevenzione dei Danni da Plastica per la Salute”, promossa dall’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE) e dalla Rete Italiana Medici Sentinella (RIMSA). Il gruppo di lavoro è formato da 43 specialisti.
La campagna prevede una serie di tappe e diversi gruppi di lavoro tematici. Uno dei progetti più importanti della campagna è quello “Spesa Sballata® – Dimensione Italia”: dal 2027 obbligo degli esercizi commerciali ad accettare i contenitori riutilizzabili portati dai clienti e dal 2028 ad offrirne di riutilizzabili.
 

Class action collettive contro il glifosato.

Daniele Mandrioli, direttore del Centro di Ricerca Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna, lo scienziato che ha coordinato il Global Glyphosate Study fino a provare un legame tra l’aumento di tumori nei ratti e l’esposizione al famigerato erbicida, è stato licenziato dalla cooperativa che gestisce l’ente.
 
Da chi e perché è stato sollevato dal suo incarico?  Secondo il Centro di ricerca del Ramazzini non c’è nessuna longa manus dell’industria dei pesticidi (Bayer) dietro la cacciata di Mandrioli. Per saperne di più, clicca qui.
 
Secondo IARC (International Agency for Research on Cancer) il glifosato, e i fitofarmaci che lo contengono, è classificato  come “probabile cancerogeno per l’uomo”.
 
Per l’EFSA-Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, è “improbabile cancerogeno”.
 
In Italia, il 7 ottobre 2016 è entrato in vigore il Decreto del Ministero della salute  con il quale si dispone la revoca dell’autorizzazione all’immissione in commercio dei prodotti fitosanitari contenenti glifosato con il coformulante ammina di sego polietossilata. Di conseguenza è ancora legale in Italia il commercio e l’utilizzo del glifosato associato ad altri coformulanti.
 
Bayer ha annunciato che negli Stati Uniti sono state avviate oltre 13000 cause legali relative al Roundup. Alcune hanno riconosciuto numerosi risarcimenti per milioni di dollari. Nel 2020 Bayer, che ha acquisito Monsanto nel 2018, ha accettato un accordo da 10 miliardi di dollari come risultato di una serie di azioni legali collettive che sostenevano che il Roundup abbia causato il cancro.