Per favorire Solvay, marcia indietro dell’Italia che rinvia i limiti più severi per i PFAS nell’acqua potabile.

L’Europa stringe sui PFAS, e l’Italia cosa fa? Si rimangia dei provvedimenti che avrebbero fatto la differenza.
 
Infatti, dal 12 gennaio 2026, per i Paesi dell’Unione Europea è scattato l’obbligo di monitorare e rispettare dei valori limite precisi per la presenza di PFAS nell’acqua potabileun limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro “PFAS totali” e un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 PFAS. Peraltro, sono limiti insufficienti: l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’Agenzia europea per l’ambiente considerano il limite di 100 ng/L inadeguato per proteggere la salute umana.
 
Invece, per favorire Solvay Syensqo unica produttrice, il governo con la legge di Bilancio 2026 ha introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro PFAS più pericolosi (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS) che aveva disposto. Non solo, ha rinviato anche il monitoraggio delle 6 molecole Adv che quindi al momento non saranno conteggiate nella somma di Pfas.
 
Questa tappa della tragedia Pfas dimostra due cose. 1) Serve una legge #ZeroPFAS in tutta Italia. Ma è assai improbabile una legge nazionale che metta al bando una volta per tutte la produzione e uso dei Pfas. 2) Il disastro sanitario e ambientale di Alessandria non può attendere questa lontana prospettiva: le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo devono essere fermate subito. Clicca qui Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea. – RETE Ambientalista.
 
Cioè, dobbiamo puntare a quanto sta avvenendo ora per l’Ilva di Taranto in sede civile.

Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di inibitoria e risarcitoria.

 
Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
 
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

Dunque, class actions anche in Italia: contro i Pfas della Solvay.

Dunque si avviano class actions anche in Italia: contro i Pfas, contro Solvay Syensqo di Spinetta Marengo: https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ .

Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
 
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

A maggior ragione si avviano class actions contro Solvay dopo lo scandalo dei patteggiamenti.

 STOP.
Stop Solvay.
 
E’ così perché, mentre a Vicenza nel processo per l’avvelenamento doloso della Miteni di Trissino il tribunale ha riconosciuto al ministero dell’Ambiente un pur esiguo risarcimento di 58 milioni di euro per i costi sostenuti dal 2013, invece, addirittura per la Solvay di Spinetta Marengo, dopo che il complice e inerte Ministero aveva disatteso perfino  la Cassazione omettendo richiesta risarcitoria al tribunale civile, il governo sta concludendo un patteggiamento con la multinazionale Syensqo di Alessandria, unica produttrice italiana dei Pfas tossici e cancerogeni.
 
Questo patteggiamento “riservato” è entrato nel solco di quello del Comune di Alessandria (una elemosina di 100mila euro destinati al taglio dell’erba dei cimiteri) e sarà appresso con quello della scalpitante Regione Piemonte; alle quali tre compra-svendite si allineeranno i mercanteggiamenti delle associazioni ambientaliste (che meritano un commento etico a parte). In Italia i risarcimenti di Solvay sono oboli per tutti. Così, a tacere la Regione, sarà, siamo facili profeti, con il ministero dell’Ambiente: non si avvicinerà ai 393 milioni di dollari sborsati da Solvay nel New Jersey per la bonifica di quei pfas C6o4 e ADV che pur furoreggiano sul territorio di Alessandria. Tant’è che Gilberto Pichetto Fratin ha già “assolto” Solvay non inserendo Spinetta Marengo fra i Siti di interesse nazionale, zone contaminate da sanare sotto la supervisione del ministero, cioè non chiedendo la bonifica.
 
Va da sé che, dopo queste mali-intese economiche, le parti civili lasciano il processo. Per legge, il Patteggiamento definitivo avviene tra imputati, procura e giudice. E’ augurabile ma è abbastanza impensabile che la Procura di Alessandria si “ostini” ad impedire un patteggiamento quando praticamente le parti civili sono d’accordo. E va da sé che il GUP ne prenda atto. Anche perché sia la Procura che il GUP sono esordienti e hanno avuto appena il tempo di scorgere gli atti del processo.
 
Così, anche senza ricorrere a rito abbreviato, di rinvio in rinvio, di slittamento in slittamento, si celebrerà la strategia processuale del nuovo avvocato di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva, già celebre difensore della celebre famiglia Schmidheiny nel processo Eternit, il quale con l’inerte Pichetto Fratin dialoga in piemontese.
Così, verosimilmente a breve, con quattro soldi la multimiliardaria Syensqo uscirà senza ossa rotte dal secondo pur blando processo di Alessandria. A meno che (il diavolo non sempre riesce a coprire le pentole con i coperchi) l’ex avvocato della multinazionale, Luca Santa Maria, non riesca a coinvolgere le responsabilità di Solvay nel processo Miteni, e mandare di traverso gli spumeggianti calici della sfarzosa viticoltura monferrina di Alleva. Ma è l’avvio delle class actions che forse non sarebbe estraneo alle dimissioni della CEO Ilham Kadri.
 
Di sicuro, i quattro soldi si moltiplicheranno se andranno in porto le class actions: in primo luogo, avanti di risarcire, Solvay sarebbe costretta a chiudere le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo in quanto non è in grado di andare oltre la mera insufficiente messa in sicurezza (le incontenibili barriere idrauliche), in quanto non intende finanziariamente concludere la bonifica. Infatti, non avendo illecitamente ottemperato alla sentenza di “ripristino delle risorse naturali danneggiate da cromo esavalente, cloroformio, pfas eccetera”, anzi -nascondendosi dietro venti anni di piani di caratterizzazione e analisi di rischio, ovvero nascondendosi dietro il Comune- ha procurato il doloso risultato di peggiorare acqua+aria+suolo sia all’interno che all’esterno del Sito, immettendo addirittura nuovi cancerogeni (neppure dichiarati alla complice Provincia).
 
E tutto ciò: ancora dopo dieci anni dalla condanna del primo processo: avviato con il capo di imputazione di avvelenamento doloso delle acque (analogo alla odierna sentenza Miteni).  Sono dati di fatto e atti processuali che attestano incontrovertibilmente -per il maggiore disastro sanitario e ambientale nazionale da Pfas e non solo- sia la riconosciuta responsabilità di una contaminazione pregressa e attuale, sia il correlato obbligo di provvedere al ripristino dei danni cagionati, che non potrà avvenire in sede penale bensì tramite class actions

Contro il TFA non basta allungare il vino con l’acqua.

Il TFA non è arrivato per caso: si tratta infatti di un metabolita di PFAS ancora ampiamente utilizzati, soprattutto in pesticidi e gas refrigeranti. È altamente solubile, persistente e in grado di raggiungere falde e sorgenti anche a grande distanza dai luoghi di emissione. Il risultato è una contaminazione diffusa e trasversale, che riguarda acqua, alimenti e bevande alcoliche.
 
A differenza dei vecchi PFAS, che sono molecole ‘pesanti’ che si depositano nei fanghi o nel sangue, il TFA è una molecola ultra-corta e iper-mobile. Questo le permette di penetrare ovunque. Nel 2024 Pesticide Action Network Europe (PAN Europe) ha analizzato acque minerali commercializzate in diversi Paesi europei, trovando TFA in numerosi campioni, spesso a concentrazioni rilevanti. Per le acque minerali, al momento, non esiste alcun limite legale.
Il TFA viene assorbito anche dalle radici delle piante: è stato rilevato in concentrazioni significative nel vino europeo e in diversi prodotti ortofrutticoli.
 
L’ “Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche, ECHA” ha recentemente riclassificato il TFA come tossico per la riproduzione. Inoltre, le evidenze più recenti suggeriscono possibili effetti su fegato, sistema endocrino e riproduttivo, oltre a un impatto ecotossicologico non trascurabile.

Patteggiamenti. L’ombra del cappio della Fluorsid pende minaccioso sulla Solvay.

La mancata bonifica della Fluorsid, leader mondiale della produzione fluoroderivati ​​inorganici per l’industria dell’alluminio, rammenta quella della Solvay Syensqo di Spinetta Marengo, leader monopolista nei fuoroderivati tecnopolimeri pfas.
 
Nel 2019, davanti al  GIP del Tribunale di Cagliari fu concluso un ampio patteggiamento e l’assunzione dell’obbligo di bonifica integrale per il gravissimo inquinamento ambientale causato dalle attività industriali Fluorsid spa nell’ area industriale di Cagliari – Macchiareddu , nella zona nelle umide di Santa Gilla , campagne del Cagliaritano.
 
Col patteggiamento, non vi è stato un dibattimento pubblico, né la possibilità di costituirsi parte civile, nemmeno la possibilità di valutare la gravità delle effettive responsabilità aziendali nel vero e proprio disastro ambientale, tant’è che gli imputati se la cavarono con l’irrisoria pena di qualche mese malgrado l’arresto del 2017.
 
Non solo, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari è stata, infine, costretta ad aprire due procedimenti penali – uno nel 2023, uno nel 2025 – in relazione alla mancata bonifica. (Report RAI 3, 11 gennaio 2026).
Potete approfondire la vicenda Fluorsid cliccando qui il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG).
 
Da questa illuminante esposizione del GrIG, non potrà sfuggire il parallelo con la vicenda Solvay di Spinetta Marengo che rischia di concludersi alla stessa stregua della Fluorsid, in quanto in tribunale ad Alessandria il Gup ha permesso l’avvio di un tentativo di patteggiamento che la multinazionale belga sta portando avanti dopo l’apripista del sindaco di Alessandria a Regione Piemonte e Ministero, e che potrebbe concretizzarsi a marzo prossimo senza un altolà dei nuovi GUP e PM.
 
Se clicchi qui, il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” fa il punto sul disastro ecosanitario della Solvay di Alessandria,  le cui acque di falda  sono le più contaminate d’Europa, con valori altissimi del composto pfas cC6O4 – oltre 220mila microgrammi per litro- prodotto esclusivamente dalla multinazionale belga. A tacere le ancor più gravi emissioni in atmosfera con altri venti tossici e cancerogeni.

Via libera ai Pfas che servono al riarmo.

Nell’era del riarmol’industria bellica ha posto sul tavolo della Commissione Europea, anzichè divieti di produzione e uso dei Pfas, l’esigenza urgente della Nato di deroghe ed esenzioni sempre più ampie per il comparto militare: produzione di armi, munizioni, apparecchi elettronici a uso militari, componenti di mezzi aerei, navali e terrestri, dispositivi di protezione individuale e schiume antincendio. Insomma, senza gli insostituibili Pfas non si possono fare guerre (un’altra buona ragione per mettere al bando i Pfas).
Deroghe illimitate per l’aerospazio, la difesa e i semiconduttori. Naturalmente, che non ci siano alternative ai gas fluorurati è falso: è solo questione di profitti. D’altronde, di deroghe per l’industria bellica si parlava già dal 2023 quando, su iniziativa di messa al bando dei Pfas (10mila) di cinque Stati membri (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia. Ma l’intero comparto militare, responsabile della produzione di più di 2mila tonnellate di inquinanti eterni ogni anno, garantisce enormi profitti della attivissima lobby bellica.
Siamo al gioco al ribasso sull’intero sistema normativo europeo, nell’indirizzo anche di emendare il regolamento Reach che vieta o limita l’uso di 78 sostanze o categorie di sostanze, alcune delle quali cancerogenemutagene tossiche per la riproduzione.
 
Per quanto riguarda l’obbligo, dal 12 gennaio 2026, degli Stati membri di monitorare i Pfas nell’acqua potabile, occorre notare (Legge30 dicembre 2025, n. 199) che i termini del DL 2023 sono posticipati di sei mesi limitatamente al parametro “somma di 4 PFAS”; e inoltre che nelle more della decorrenza dei termini le sole molecole ADV non concorrono al rispetto del valore di parametro della “somma di PFAS”. La direttiva europea entrata in vigore a gennaio prevede un limite di 100 nanogrammi su litro per la somma di venti molecole Pfas e un limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro ‘Pfas totali’ 
L’Italia ha recepito la direttiva inserendo ulteriori limiti essendo uno dei Paesi maggiormente contaminati. Infatti, nel 2023 e nel 2025 ha emanato due decreti legge con integrazioni che comprendono altre quattro sostanze della galassia Pfas ossia GenX, Adona, C6O4 e 6:2 Fts. Quattro sostanze che quindi vanno considerate nella somma Pfas, misurabile in concentrazioni per cento nanogrammi su litro. Ma, proprio l’Italia nella legge di bilancio, a dicembre 2025, ha però fatto un passo indietro. Ovvero ha dato corpo ad una proroga di sei mesi a Pfoa, Pfos, Pfna, Pfhxs quattro molecole indicate dall’Efsa come maggiormente preoccupanti sotto il profilo sanitario. Di più, rispetto alle ventiquattro sostanze già presenti verranno aggiunte sei molecole Adv arrivando ad un totale di trenta molecole complessive. Gli Adv, in esclusiva con C6o4, sono prodotti dalla Solvay di Spinetta Marengo.
 
Si aspetterà quanto meno il 2027 per il limite specifico 10.000 (nanogrammi su litro) per il famigeratissimo TFA, acido trifluoroacetico, sempre più rilevato nel suolo, nelle acque sotterranee e nell’acqua potabile.

Divieto Pfas su cosmetici e abbigliamento.

Non in Italia naturalmente, dove domina Solvay unica produttrice, ma in Francia: dove -pur con l’opposizione della consorella Tefal-  è entrato in vigore dal 1 gennaio il divieto sugli ‘inquinanti eterni’ trovati ovunque dalla vetta dell’Everest ai tessuti delle balene della Nuova Zelanda, e la cui esposizione è collegata all’insorgenza di tumori, alla riduzione della fertilità e all’alterazione del sistema immunitario.
 
Il divieto proibisce la vendita, la produzione o l’importazione di qualsiasi prodotto per cui esista già un’alternativa ai PFAS. Include cosmetici, abbigliamento e altri articoli come la cera da sci.
 
La legge imporrà inoltre alle autorità francesi di testare regolarmente l’acqua potabile per tutte le tipologie di PFAS e di adottare misure per sanzionare gli inquinatori che rilasciano queste sostanze nell’ambiente.

I Pfas sotto controllo della Regione.

Non si tratta del Piemonte, patria della Solvay e del disastro ecosanitario nazionale, ma della piccola Umbria che ha avviato per tempo controlli sistematici e creato un sistema stabile di monitoraggio continuo dei PFAS nelle acque potabili. La Regione ha attivato un protocollo inter-istituzionale che coinvolge ARPA Umbria, le USL territoriali e i principali gestori del servizio idrico — Umbra Acque, SII e VUS.
 
Questo accordo ha dato il via al primo piano di sorveglianza ambientale permanente sui PFAS in Italia, prevedendo la raccolta di 228 campioni distribuiti su tutto il territorio regionale. Ogni prelievo è pianificato secondo scadenze fisse e viene analizzato in laboratori accreditati. Oltre ai controlli effettuati dai gestori, anche ARPA e le USL condurranno verifiche indipendenti per garantire la massima trasparenza. Tutti i dati verranno pubblicati online sul portale lacquachebevo.it, in modo che i cittadini possano conoscere in tempo reale lo stato della propria acqua, avendo a disposizione informazioni dettagliate, comprese le matrici analizzate, i nomi dei laboratori e le aree monitorate.
 
Nel caso in cui le analisi dovessero rilevare valori di PFAS superiori ai limiti consentiti, il sistema di controllo attiverà immediatamente una procedura d’emergenza. I campioni saranno analizzati nuovamente da un secondo laboratorio indipendente. In caso di conferma, interverranno congiuntamente Regione, ARPA, AURI, ASL e i Comuni interessati per decidere le misure più idonee: filtri specifici, deviazioni temporanee della rete o uso di fonti idriche alternative.

Malattie cardiovascolari da Pfas: in Svezia come in Veneto.

Uno studio svedese coordinato da Yiyi Xu e Ying Li, professori di epidemiologia e biostatistica all’Università di Göteborg (Svezia), pubblicato nel numero di dicembre 2025 della rivista Environmental Research, mostra che l’esposizione prolungata all’acqua potabile contaminata da PFAS aumenta il rischio del 10% di infarto miocardico, del 10% di ictus ischemico (ostruzione di un vaso sanguigno da parte di un coagulo) e del 28% di ictus emorragico (rottura di un vaso sanguigno), mentre la mortalità per malattie cardiovascolari è aumentata di circa il 15%.
 
I ricercatori hanno valutato l’esposizione di un gruppo di oltre 45.000 persone, tutte residenti o che hanno vissuto a Ronneby (Svezia) tra il 1985 e il 2013. Due distinti impianti riforniscono la popolazione di questa piccola città costiera nel sud del paese: uno attingeva da una fonte idrica inquinata dagli schiumogeni antincendio utilizzati in una base militare vicina al borgo, l’altro si riforniva da una fonte molto meno contaminata. Uno distribuiva agli utenti acqua contaminata con circa 10 microgrammi di PFAS per litro (µg/l), il secondo con livelli dell’ordine di 0,05 µg/l.
 
I ricercatori sottolineano che il loro risultato “concorda con un ampio studio condotto nel 2024 in Veneto, che ha riportato una mortalità cardiovascolare superiore del 20-30% nei comuni fortemente esposti ai PFAS rispetto ai comuni non esposti”.

Gli industriali negano perfino che il Tfa sia un Pfas.

Il Tfa, acido trifluoroacetico, è il più diffuso tra i Pfas inquinanti eterni, sul pianeta. Si trova ovunque lo si cerchi: nelle acque in bottiglia e in quella di rubinetto, nel vino, nei cereali, nell’aria e nel sangue umano, in tutto il mondo. La più piccola molecola della famiglia dei Pfas è nota da tempo, ma solo di recente si cominciano a studiare gli effetti per la salute umana. Stefano Polesello e Sara Valsecchi, i ricercatori del Cnr che nel 2011 hanno scoperto l’inquinamento da Pfas in Veneto, spiegano perché il Tfa riesce a raggiungere anche le sorgenti di montagna.
 
Il motivo principale per cui il Tfa si trova dappertutto nell’ambiente è che deriva dalla degradazione in atmosfera degli idrofluorocarburi (fino al 1988) e degli F-gas: il Tfa, idrosolumile, quando c’è pioggia, entra nel ciclo dell’acqua e va finire ovunque, non solo vicino ai siti industriali (è in fenomeno maggiore dell’inquinamento di Alessandria della Solvay di Spinetta), ma anche in montagna, dove le sorgenti sono più pure, e va a ricaricare le falde. Per questo le acque in bottiglia ne contengono in grande quantità. Siccome è piccolissimo (solo atomo di carbonio fluorurato e non due) non si riesce a filtrare con i carboni attivi e a misurarlo in maniera sistematica.
 
Da gennaio 2026 entreranno in vigore in Italia nuovi limiti per l’acqua potabile. Con il decreto legislativo 102 di giugno 2025, il governo ha stabilito che non deve essere superata la soglia di 0,02 microgrammi per litro per la somma di quattro Pfas: Pfoa, Pfos, Pfna e Pfhxs, la cui pericolosità è stata provata, ed è fissato a 0,1 µg/l la somma per trenta Pfas potenzialmente rilevanti nelle acque. Per la prima volta, inoltre, viene fissato un limite per il Tfa: 10 microgrammi per litro, da gennaio 2027.

Pfas nei fiumi di Milano.

Arpa Lombardia ha pubblicato il ‘Rapporto Pfas 2025’, che fotografa i risultati delle attività di monitoraggio svolte nel corso del 2024. Il pozzo di Milano ha fatto registrare un superamento del valore soglia per il Pfos: la concentrazione rilevata ha raggiunto 42 nanogrammi per litro, superando il limite di 30 ng/l previsto per le acque sotterranee destinate al consumo umano. Si tratta di uno dei tre casi lombardi di superamento della soglia registrati nel 2024, insieme a Lomazzo e Paderno Dugnano.
 
Milano è inserita nel sottobacino Olona–Lambro–Seveso, indicato dal rapporto come uno dei più complessi e delicati dell’intera Regione. Arpa rileva la presenza diffusa di Pfas nei corsi d’acqua, in particolare in torrenti, canali e rogge di dimensioni medio-piccole, spesso interconnessi con la falda. Questa interconnessione rappresenta un elemento critico, perché favorisce il trasferimento degli inquinanti dalle acque superficiali a quelle sotterranee. I monitoraggi hanno interessato anche tratti di corsi d’acqua che scorrono nell’area metropolitana di Milano o immediatamente a ridosso della città. In particolare, il fiume Lambro, nei tratti che attraversano Comuni come Peschiera Borromeo e San Giuliano Milanese, mostra la presenza di diversi congeneri Pfas, tra cui Pfos e Pfoa, ma sotto i limiti di legge.

Pfas nei laghi d’Iseo e Idra.

I PFAS, gli inquinanti «eterni» presenti nelle acque dei territori più industrializzati (il record spetta al Veneto) sono stati ritrovati — fino a dieci volte lo standard di qualità ambientale: 26 microgrammi al chilo — anche nei coregoni del lago d’Iseo. Sul lago d’Idro anche il pesce persico nel 2023 è risultato non conforme (21,4 mcg/kg).

Solvay di Spinetta Marengo scarica il 76% delle emissioni nazionali di gas fluorurati.

Opportunamente interviene Greenpeace ad avvalorare l’allarme sul quale sono anni che insistono Lino Balza e Claudio Lombardi: il disastro sanitario e ambientale inferto ad Alessandria dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo è originato dalle emissioni in atmosfera (con ricaduta su polmoni, suolo e acque) ancor più che dagli scarichi idrici in falda e Bormida.
 
Ebbene, Greenpeace Italia ha analizzato i dati del registro europeo, elaborando anche quelli di Ispra: “Tra il 2007 e il 2023, il 76% delle emissioni nazionali di gas fluorurati sono state prodotte in Piemonte dalla Solvay di Spinetta Marengo”, quindi 2.863 tonnellate rilasciate. Inevitabilmente: perché Solvay è l’unica industria chimica italiana che produce ancora Pfas, in particolare il “nuovo” C6O4 altrettanto micidiale come i suoi progenitori. Perciò il Movimento di lotta per la salute Maccacaro, con Circoli, Comitati e Associazioni, chiedono la cessazione delle produzioni inquinanti. E, preso atto, del fallimento dei processi in sede penale, avviano in sede civile azioni inibitoria e risarcitoria. Con urgenza sanitaria, senza attendere una legge di messa al bando dei Pfas, che la lobby chimica sta bloccando in Parlamento (clicca qui). 
Le emissioni in atmosfera, una volta dispersi, si “trasformano” in acido trifluoroacetico (TFA), la tipologia di Pfas più diffusa al mondo. Oltre ai noti rischi sanitari, gli F-gas provocano anche l’effetto serra, con un potenziale di riscaldamento globale (GWP) migliaia di volte superiore a quello della CO2.
Per maggiori approfondimenti, leggi Luisiana Gaita (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/08/pfas-solvay-alessandria-inquinamento-aria-notizie/8218202/) o vai al Sito www.rete-ambientalista.it dove trovi quasi 1.300 articoli.

Scoppiano le bollicine pfas nel prosecco.

Luca Zaia, che ha appena passato il testimone leghista di presidente della Regione Veneto (dopo aver raggirato per dieci anni i comitati no pfas), è l’indiscusso protagonista del “fenomeno” delle bollicine venete: fu lui, nel lontano 2009, quando era ancora ministro dell’Agricoltura a estendere la zona di produzione fino al comune di Prosek, in Friuli-Venezia Giulia; sempre lui, a vincere la battaglia con i croati che si erano azzardati a chiedere il riconoscimento del marchio doc; ancora lui a trasformare il Prosecco nella denominazione italiana più esportata nel mondo.
 
Però, ora questo successo si incrina. Ci pensa il Salvagente a far scoppiare le bollicine: le analisi su 15 bottiglie dei marchi di Prosecco più diffusi in commercio hanno dimostrato in tutti i casi la presenza di pesticidi e di tracce elevate di acido trifluoroacetico (Tfa), il metabolita dei famigerati Pfas. I risultati dei test verranno presentati sul numero di dicembre del mensile che si occupa di truffe ai consumatori.

Come un orologio svizzero.

In Alsazia, a Bartenheim vi è un serbatoio d’acqua che alimenta vari comuni e qui l’acqua sotterranea è stata inquinata per anni con le schiume antincendio dell’aeroporto Basilea-Mulhouse (non più usate dal 2017!) e ha portato i PFAS fino ai pozzi di captazione utilizzati per la popolazione (60mila persone). Già nel 2017 analisi avevano misurato 400-450 nanogrammi di PFAS per litro d’acqua. La reazione delle istituzioni è stata… lenta: l’Agenzia dell’acqua di Saint-Louis dice di essere stata informata solo nell’ottobre del 2023. Nel 2025 le concentrazioni sono quattro volte superiori al limite di legge. Si attendono tre centrali di depurazione: costo 20 milioni di euro, finanziati, per metà, dall’aeroporto. Il cui presidente, però, specifica: “Non è un’ammissione di colpa”, anche se da anni conosceva la forte contaminazione del sangue dei propri dipendenti.  Come succedeva per le cartelle cliniche dei dipendenti di Spinetta Marengo secretate dai dirigenti Solvay (e che i magistrati hanno ritardato a sequestrare malgrado le denunce di Lino Balza).
 Svizzeri o italiani: tutto il mondo del profitto è paese.

I bambini sono i più a rischio per i Pfas.

I pediatri della Società Italiana per le Malattie Respiratorie Infantili (Simri), in convegno a Verona, allarmano i danni da smog e Pfas per la salute respiratoria dei bambini, e sopraggiungono a confermare la nostra ripetuta denuncia che il rischio maggiore delle emissioni, pfas e non solo, della Solvay di Spinetta Marengo avviene in atmosfera (dalle ciminiere) ancor più che nelle acque profonde e superficiali (Bormida).
 
Stefania La Grutta, presidente Simri: “L’inquinamento e le sostanze tossiche come PFAS influiscono sullo sviluppo polmonare sin dai primi giorni di vita. I bambini sono particolarmente vulnerabili: assorbono più inquinanti in rapporto al peso corporeo, hanno un sistema respiratorio immaturo, una limitata capacità di termoregolazione e una maggiore sensibilità alle infezioni“.
Giacomo Toffol, pediatra di famiglia: “Le microplastiche ritrovate nel sangue, nei polmoni e persino nella placenta, possono trasportare sostanze tossiche come PFAS e metalli pesanti, con rischi per lo sviluppo fetale, il sistema endocrino e il metabolismo”.

Fanno mancare i soldi per monitorare aria, suolo, falde e fiumi.

Per favorire lo stallo produttivo e politico della Solvay, la Regione Piemonte fa mancare i soldi sia per il biomonitoraggio della popolazione, che per i monitoraggi dell’ambiente.
 
Arpa (il dipartimento di Alessandria diretto da Marta Scrivanti) ha comunicato ai sindaci che è finita la fase sperimentale riguardante il monitoraggio ambientale messo in atto dal 2021: cioè i controlli sui filtri Pm 10 che vanno a cercare i Pfas presenti nel particolato atmosferico (quello che respiriamo), nonché sui deposimetri che misurano i Pfas al suolo e sulle coltivazioni derivanti dalle emissioni di polveri e pioggia.
 
Bisognerebbe passare dalla fase sperimentale ad un controllo continuo, eppure Arpa non ha la forza economica per sostenere 280 mila euro all’anno (costo che, peraltro dovrebbe essere addossato a Solvay).
 
Il controllo dell’ambiente rischia lo stop proprio mentre le analisi già dei primi tre mesi del 2025 hanno fatto registrare la presenta di Pfas nell’aria con picchi importanti soprattutto nella zona di Spinetta Marengo (via Genova e Strada Bolla). Il campione di C6O4 a febbraio-marzo 2025 ha evidenziato la concentrazione maggiore dell’intera serie storica (da marzo 2022). Un range che va da 0,476 a 8.365 ng/m3.
 
I campioni del periodo gennaio-maggio 2025 hanno confermato la presenza costante di cC6O4, nonché di ADV, PFOA e GEN-X nel sobborgo di Spinetta, ma anche di C6O4 nel capoluogo di Alessandria (stazione via Volta) e nel sobborgo di Lobbi (in un range da 0,1 a 0,244 ng/m3): entrambi neppure sottovento, e addirittura da 0,019 a 0,14 ng/m3 nel distante Comune di Montecastello (dove è stato chiuso l’acquedotto).

Quanti Pfas sono nei soft drink dentro il tuo frigo.

I Pfas, sostanze perfluoroalchiliche dette inquinanti per sempre, connesse a diverse gravi patologie, sono ormai onnipresenti nell’ambiente e nei prodotti agroalimentari di consumo quotidiano. Diversi studi e test di laboratorio le hanno rilevate anche in alcune bevande. Già nel 2023, una class action negli Stati Uniti era stata avviata dopo che nei succhi Simply Tropical Fruit Juice della Coca-Cola, in indagini indipendenti, erano stati trovati Pfas nonostante il succo fosse pubblicizzato come “naturale”.
 
Il test di agosto del Salvagente ha rilevato Pfas in soft drink acquistati nei supermercati italiani delle marche Sprite, Coca-Cola, Pepsi, Schweppes, Oransoda, San Benedetto allegra, Sanpellegrino, Fanta, Lurisia, Fuze tea, Estathè, Sant’Anna Tè, san benedetto thè e San Bernardo tè.
 
Vuoi leggere tutti i nomi e i risultati del test del Salvagente? Clicca qui in basso e acquista la tua copia del giornale
 

Le concerie inquinano Pfas peggio della Miteni.

Dal 2016 ci si interroga se l’inquinamento delle acque del fiume Fratta sia o meno causato dall’attività industriale della Sirp spa, l’azienda conciaria che ha lo stabilimento a Cologna Veneta. Ora arriva finalmente la risposta dell’Università di Padova tramite la sentenza del Consiglio di Stato: «Seppure la Sirp utilizzi nel proprio ciclo produttivo acque già contaminate (a monte) dalla falda inquinata dalla Miteni, lo scarico (a valle) delle acque emunte dal pozzo contiene Pfas che contribuiscono all’inquinamento della falda acquifera». Cioè Sirp durante il trattamento biologico aumenta addirittura l’accumulo di Pfas.
 
Le concerie fanno un uso considerevole di Pfas nelle loro lavorazioni. Miteni nel 2018 si difendeva accusando: “I conciatori di pelle inquinano le acque centinaia di volte più di noi”. Sono oltre 500 le industrie dell’Alto vicentino, secondo il censimento fatto dalle stesse organizzazioni di categoria, che nel ciclo lavorativo utilizzano Pfas come leganti o additivi per la concia di scarpe, vestiti, guanti e altri accessori. Forti concentrazioni di concerie sono anche in Toscana.
La soluzione è la messa al bando dei Pfas, chiudendone a monte l’unico sito produttivo in Italia: Solvay di Spinetta Marengo. 

Spandimento di Pfas nei fanghi agricoli.

In Francia, nelle Ardenne e nella Mosa, 17 comuni sono appena stati inseriti nella lista nera per inquinamento da PFAS. L’acqua del rubinetto supera fino a 27 volte lo standard normativo. A Villy, il contatore ha raggiunto il record di 2 nanogrammi per litro. Un triste record nazionale. Non si tratta di un complesso chimico, né di una zona aeroportuale. Ma di un’area rurale dove l’acqua potabile rifornisce tre Comuni.  Cosa hanno in comune queste comunità, a volte distanti venti chilometri l’una dall’altra? Hanno lo spandimento di fanghi industriali, in particolare provenienti dall’ex cartiera di Stenay. Questo sito, da tempo di proprietà del gruppo Ahlstrom-Munksjö, beneficia dal 2017 di autorizzazioni prefettizie per “recuperare” i propri rifiuti attraverso lo spandimento agricolo. Almeno 2000 tonnellate di fanghi sono state quindi scaricate nei pascoli intorno a Villy.
 
Di fronte all’emergenza, la prefettura della Mosa ha già vietato il consumo di acqua del rubinetto in quattro comuni. Un decreto simile è previsto nelle Ardenne nei prossimi giorni. Gli amministratori cercano disperatamente di ottenere acqua potabile, a qualsiasi costo: “Pagheremo 60 euro all’anno per farci portare l’acqua dalle cisterne, non resisteremo a lungo”. E intanto, i residenti continuano ad assorbire, giorno dopo giorno, sostanze impossibili da eliminare: secondo gli scienziati, anche se l’acqua venisse sostituita domani, i PFAS rimarrebbero nell’organismo per anni: “Si tratta delle sostanze più tossiche mai create dall’uomo”. Una tossicità lenta, insidiosa e irreversibile, cancerogena.

I Pfas nei cantieri edilizi.

Il regolamento UE ( Regolamento (UE) 2019/1021 sui POP (Persistent Organic Pollutants) vieta l’uso produttivo del PFOA, e non esistono deroghe generali per il suo impiego in edilizia. Senza un’autorizzazione specifica e motivata, tale pratica risulterebbe in contrasto con la normativa europea, con possibili conseguenze legali e ambientali rilevanti. L’utilizzo di acqua contaminata da PFOA per operazioni di miscelazione o altre fasi del lavoro nei cantieri non può essere considerato neutro dal punto di vista normativo.
 
Non risulta che i PFAS — PFOA o altri — siano impiegati abitualmente come acceleranti di presa nei cementi o nei calcestruzzi, ma studi segnalano la presenza di PFAS in massicci cementizi o in asfalti come possibile fonte di contaminazione ambientale.
 
Si tratta dunque di un nodo che richiede chiarezza immediata: non solo per garantire il rispetto delle leggi, ma anche per tutelare la salute pubblica e la qualità delle risorse idriche, già compromesse in molte aree dalla contaminazione da PFAS.

Pfas nella falda di Vicenza.

L’acqua della prima falda di Vicenza è inquinata. Un ampio ventaglio di agenti, tra cui sei elementi Pfas (Pfoa e GenX tra gli altri), viaggia da chissà quanto tempo sottoterra. E’ uscito dal monitoraggio ante operam effettuato nell’area della stazione ferroviaria nell’ambito del progetto «Attraversamento Vicenza» dell’alta velocità ferroviaria. Questo e gli altri cantieri Tav devono rientrare in un percorso di bonifica.

Pfas nell’acqua potabile a Bassano del Grappa.

A pochi giorni dalla storica sentenza sull’ex Miteni e della presenza dei Pfas in una vasta area del Veneto si torna a parlare di questi composti anche a Bassano del Grappa.
 
Nell’aprile di quest’anno, le associazioni locali avevano fatto analizzare a proprie spese 19 campioni di acqua potabile provenienti da Bassano, Cassola e Rosà.  191 nanogrammi di San Lazzaro, 211 della fontanella di Parco Baden Powell in Santa Croce e 158 di quartiere Firenze. In seguito, i privati hanno fatto eseguire altri campionamenti e hanno informato enti e associazioni della presenza di Pfas nelle acque potabili, ribadendo che la popolazione non era informata di questa situazione. Della faccenda sono stati informati, dall’ “Osservatorio Pfas Bassano”, anche Etra e Amministrazione Comunale e sono scattate le controanalisi.
 
Il risultato evidenzia la presenza di Pfas nei pozzi uno e due di Santa Croce e nella fontanella del parco Baden Powell. I valori si attestano attorno ai 50 nanogrammi. Le associazioni hanno chiesto un’indagine sulle fonti di contaminazione, cioè delle aziende che usano i Pfas della Solvay, ovvero delle discariche come già avvenuto per la fuga di gas in frazione di San Michele.

Pfas nelle acque di scolo delle gallerie della Pedemontana Veneta.

Con un esposto, il Comitato Veneto Pedemontana Alternativa (Covepa) aveva chiesto al ministero dell’Ambiente di indagare sugli scarichi d’acqua di drenaggio delle gallerie di Malo e Sant’Urbano della superstrada che attraversa le province Vicenza e Treviso. Il responso della relazione tecnico-scientifica di Ispra e Arpav è allarmante: c’è il rischio di “imminente danno ambientale” perché le acque di falda sono contaminate da Pfba, l’acido perfluoro-butanoico un composto chimico che fa parte della famiglia dei Pfas.
 
Le fonti di inquinamento tuttora attive riguardano sia le acque superficiali dei torrenti Poscola e Giara-Orolo che quelle profonde da cui attingono i nuovi acquedotti delle province di Padova e Vicenza.
 
Nello scavo delle gallerie era stato utilizzato un accelerante di presa, contenuto nel calcestruzzo con Pfba. Era servito per realizzare la “centina” di sostegno della volta. Una volta demolita era stata interrata. Di qui la diffusione nel terreno e dal terreno alle acque.
 
C’è da aggiungere che, da un nuovo e complesso studio di impatto ambientale del ministero, i Pfba sono stati rilevati anche in altri ambiti infrastrutturali del territorio veneto, in particolare in opere gestite da Anas e realizzate dal Gruppo Sis.  Inviata una segnalazione alla Procura della Repubblica di Vicenza, che sta indagando.
 
La Regione Veneto finora non ha inteso imporre una bonifica rivalendosi sui colpevoli di tale scempio.

I Comitati toscani denunciano l’inerzia sui Pfas delle istituzioni.

I comitati “Acqua Bene Comune Valdarno (Forum Toscano Movimenti per l’Acqua)”, “Le Vittime Podere Rota” e l’associazione “I’Bercio” hanno deciso di autofinanziarsi e commissionare ulteriori analisi indipendenti sui Pfas, effettuate da un laboratorio specializzato. Dalle verifiche, denunciano i valori elevati dei Pfas nei torrenti Ciuffenna, San Cipriano, Riofi, Caposelvi, in Arno nei pressi del depuratore di San Giovanni Valdarno e in alcuni pozzi privati vicini alla discarica, in particolare nel borro di Riofi, a ridosso della discarica di Podere Rota,  dove la somma dei Pfas ha superato i 7300 nanogrammi/litro e, soprattutto, è stata registrata una concentrazione di PFOA pari a 2716 ng/l, oltre 27 volte il limite fissato dalla normativa italiana (100 ng/l).
 
Le associazioni criticano l’inerzia delle istituzioni locali: Regione, Arpat e l’Autorità di Bacino.

Le analisi a proprie spese della Rete Zero Pfas Toscana.

In considerazione del fatto che la politica nazionale e le istituzioni regionali sembrano indugiare sull’effettiva presenza di PFAS nelle nostre acque e nei nostri cibi, un gruppo considerevole di Associazioni e di comitati della Toscana coordinati dalla Rete Zero Pfas Toscana hanno deciso di far eseguire una serie di analisi, a proprie spese, da un laboratorio accreditato utilizzato anche da Greenpeace nelle sue ultime analisi condotte in Toscana. Al seguente link una mappa interattiva con i risultati delle analisi nei punti di prelievo nelle province di Arezzo, Grosseto, Prato, Pistoia, Firenze, Siena, Massa Carrara, Livorno.
 
Sono state campionate: acque potabili, acqua superficiale generica, area mineraria, depuratori, acqua in mare, pozzo, zona industriale che nella mappa riportano simboli differenti.
 
I punti di prelievo nella regione sono 47, e le molecole di PFAS analizzate sono ben 58. La maggior parte delle analisi attiene solo ai PFAS, in altre sono aggiunti anche 23 metalli pesanti e alcune sono limitate a questi ultimi.
Queste sostanze sono presenti nella quasi totalità dei campioni. Per le acque superficiali sono stati analizzati due campioni delle acque del Tevere, uno in Arno e altri due in corsi superficiali minori: a sorpresa i valori più elevati sono stati trovati nel Tevere a Sansepolcro, a ridosso del confine con l’Umbria.
 
Prelevate anche acque superficiali vicino ai depuratori e a qualche area industriale importante e, pure in questo caso i PFAS sono presenti dappertutto, in quantità considerevoli (uso schiume antincendio?) nel Fosso Tommarello nella zona di ENI a Calenzano dove la somma di PFAS ammonta a ng/l 2775,8 e a ng/l  612,5 in un altro. Destano anche timori sia i valori trovati a Livorno allo scolmatore zona Stagno, dove la somma PFAS è di ng/l 794, sia la presenza nel torrente Nievole di PFOA, il cui utilizzo nei processi industriali è ormai vietato, dal By pass del depuratore.
 
È motivo di preoccupazione il fatto che a Prato e a Carrara è stata trovata una quantità di PFAS maggiore o simile sia nelle acque potabili che nelle acque superficiali, vicino agli scarichi dei depuratori: la domanda è da dove, in questi due comuni, vengono prelevate le acque per la potabilizzazione.
Alcune analisi sono state fatte anche in acque superficiali vicino a discariche e stoccaggio di rifiuti ed è proprio in alcune di queste acque che si trovano i dati più preoccupanti: sia in quelle alla discarica del Cassero (nel Pistoiese) oltre 2100 ng/l di PFAS e a Podere Rota nel comune di Terranova Bracciolini (AR), riscontrati addirittura oltre 7.300 ng/l.

L’atmosfera di Alessandria avvelenata dalla Solvay.

Non solo acqua ma anche atmosfera. Infatti,  con l’esposto in Procura del 7 aprile 2023 via PEC,  ribadiamo l’esigenza di intervenire per le emissioni inquinanti in atmosfera: “Come conosciuto nei monitoraggi, dalle 72 ciminiere dello stabilimento e dai 15.000 punti di perdite incontrollate fuoriescono sostanze inquinanti tossiche e cancerogene (PFAS: PFOA, ADV, C6O4, Acido Fluoridrico, Acido Cloridrico,NH3, Alcoli, Anidride fosforica (P2O5), Composti Iodurati (C4F8I2), Zn, Idrossido di Potassio(KOH), NOx, CO2, SOx, Polveri, composti fluorurati (C2F4, C3F6,C4F8): 107 Kg/giorno; 40 t/anno, ecc. In questo cocktail, appunto, il PFOA, l’ADV e il brevettato cc6o4. Per i quali richiamiamo l’attenzione su…” Su importanti documenti: Pubblicazione scientifica 2022 di Arpa e Università di Torino, Studio 2023 ARPA Deposimetri a Spinetta Marengo, nonché l’autorevole commento di Claudio Lombardi, già assessore Ambiente del Comune di Alessandria.
“Le misurazioni della ricaduta dei PFAS sul terreno di Spinetta Marengo sono state effettuate in via Genova nei pressi dello stabilimento Solvay ma i risultati ottenuti potrebbero essere qualitativamente validi per una ben più ampia area a causa del trasporto aereo. Come media delle due campagne di analisi del 2019 e 2020 per ogni metro quadro ricadono ogni giorno a terra 3840 (nanogr/m2gg) della somma di PFAS prodotti in Solvay (cC6O4 + ADV). Nelle aree non interessate da insediamenti produttivi di tali sostanze (aree bianche) la somma di PFAS è inferiore a 91(nanogr/m2gg). I risultati delle analisi sono estremamente allarmanti: i PFAS nell’aria di Spinetta sono di ben 42 volte superiori a valori ammissibili!
“Da tempo il Comitato Stop Solvay e Il Movimento di lotta per la salute Maccacaro formulano la tesi che le patologie, le morti certificate dalle indagini sulla salute degli abitanti della Fraschetta in quantità assai superiore ad Alessandria ed al resto del Piemonte siano causate dall’inquinamento dell’aria, oltre che dell’acqua”.
 
Insomma, su Spinetta, dal cielo 5 microgrammi ogni giorno di Pfas per ogni metro quadrato, nell’acqua 52 microgrammi per litro di C6O4.  
La Regione Piemonte non si è mai sprecata in monitoraggi sanitari e ambientali. Tant’è che la Regione aveva ignorato già nel 2009 la nostra allarmata richiesta di controlli ematici di massa. Neppure si è mossa nel 2022 dopo l’indagine dell’Università di Liegi.
Neppure di fronte ai rari ma preoccupanti monitoraggi di Pfas nelle matrici aria e acqua: ad esempio quello compiuto da Arpa e Università di Torino (Ilaria Marchisio, Tiziana Schilirò, Simona Possamai, Nicola Santamaria) che denuncia: “nelle matrici ambientali è stata riscontrata la presenza di molecole non ancora normate”, ovvero coperte da segreto industriale Solvay. Nelle Tabelle, i dati dell’inquinamento da PFAS del corpo idrico nel 2019 e 2020 evidenziano che nell’acqua del Bormida il PFOA (ufficialmente dismesso nel 2013) supera gli standard di legge, fino a 0.21 µg/l microgrammi litro. Il dato più eclatante è che tra i Pfas le concentrazioni maggiori, addirittura 52.5 µg/l, sono del cC6O4: un Pfas   prodotto ed utilizzato in Italia esclusivamente nel polo chimico di Spinetta Marengo, e perfino riscontrato a monte del fiumeAl punto che i ricercatori sono costretti ad esclamare: Alla luce di questi dati, è quanto mai opportuno che vengano studiati gli effetti cancerogeni del cC6O4 sull’ecosistema e sulla salute umana soprattutto”. In primo luogo sarebbe necessario intensificare la frequenza dei monitoraggi per misurare durante i diversi episodi di sversamento una sostanza così solubile in acqua e facilmente trasportabile.
Per quanto riguarda la matrice aria, ad oggi il metodo di campionamento di aria che risulta più facilmente attuabile è quello relativo alle deposizioni ambientali. Le analisi dei campioni prelevati evidenziano la presenza sia di PFOA che di cC6O4 e ADV. In particolare le ultime due sono sostanze caratterizzanti del polo chimico di Spinetta Marengo in quanto prodotte e utilizzate esclusivamente in locoIl dato più preoccupante risulta quello relativo al cC6O4, riscontrato con valori di circa 5 µg/m2 gg (5 microgrammi ogni giorno per ogni metro quadrato), se ci confrontiamo con uno studio realizzato nel nord della Germania: ad Alessandria per il cC6O4 si hanno valori con ordine di grandezza di mille volte superiori a quelli tedeschi. Al punto che i ricercatori tornano ad ammonire: “Considerando le nozioni in nostro possesso circa la sua tossicità da inalazione, sarebbe assai opportuno un approfondimento su tale tematica”. Di grande rilievo è l’annotazione che “la maggior parte dei PFAS si distribuisce principalmente nella fase gassosa e non nel particolato, quindi avendo avuto la possibilità di campionare solamente il particolato con i filtri in fibra di quarzo, sono andate perse gran parte delle concentrazioni realmente presenti nell’aria, concentrazioni assai importanti”.
L’ARPA: “I Pfas C6O4 e ADV in atmosfera ricadono sul Spinetta Marengo”. Arrivano dai camini, dal risollevamento della terra vicino allo stabilimento, dalle discariche. Va da sé che C6O4 e ADV sono respirati dagli abitanti: disciolti nella nebbia, nella pioggia, nel pulviscolo atmosferico, nelle famigerate polveri sottili. D’altronde, il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) aveva evidenziato la presenza di Pfas nelle uova degli uccelli.  Il sindaco Giorgio Abonante lo sa ma fa finta di niente. E la Procura? chiediamo nell’esposto.

Ci vorrebbe un secolo per ripulire la falda più inquinata d’Italia.

Non merita ulteriore commento l’indecenza delle attribuzioni di vittoria e delle autoassoluzioni di politici e amministratori… all’unanimità. Invece, la sentenza Pfas di Vicenza va a pieno ed esclusivo merito della popolazione che si è mobilitata.
 
Detto questo, la sentenza per quanto tardiva (e col cappio degli appelli) assume comunque valenza storica perché è la prima che condanna per dolo (pene fino a 17 di reclusione per i manager), cioè considera sul serio l’inquinamento come reato: cosciente e voluto. Storica benchè insufficiente per fare giustizia. La Giustizia non si realizza certo con i 50mila euro per organizzazioni ambientaliste o con i 25mila per i sindacati Cgil e Cisl. Mentre sarebbe fondamentale se assicurasse i massimi risarcimenti alle Vittime: le quali invece -in poche centinaia su centinaia di migliaia- sono state indennizzate con irrisorie 15mila euro.
 
L’altro aspetto nevralgico è la bonifica. “Chi inquina paga” è uno slogan ingannevole, soprattutto perchè ambiente e salute non sono riparabili. Eppoi, quando mai è successo che chi ha inquinato ha pagato la bonifica! Codesta è miliardaria. Chi la paga? chi e come e quando la realizza? Gli inquinatori? La Miteni che è fallita? Gli stranieri del lontano Giappone?  Il ministero dell’Ambiente, al quale è stato riconosciuto un indennizzo da 58 milioni? La Regione Veneto con i 6 milioni di euro di indennizzi? Con gli 844mila euro di indennizzo all’Agenzia regionale per l’ambiente del Veneto (Arpav)? Con i 151mila la Provincia e con gli 80mila euro ciascuno per i trenta Comuni della zona rossa?
 
La Regione Veneto ha già speso 2,8 milioni in filtri e nuove reti acquedottistiche e 3,5 milioni per finanziare Arpav. Mai finiti i monitoraggi ambientali. A cui si aggiungono i costi elevati dei monitoraggi sanitari per 350mila residenti, del dosaggio dei Pfas nel sangue, delle patologie di preeclampsia in gravidanza oltre che malformazioni alla nascita, cancro del rene e del testicolo e della tiroide, malattie cardiovascolari, colesterolo e funzionalità epatica eccetera.  A tacere i costi per le cure.
 
Secondo l’Arpav, ci vorrà un secolo per ripulire del tutto la falda più inquinata d’Italia. Le altre 16 Regioni già individuate da CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), sono Piemonte, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana, Lazio, Campania, Friuli, Basilicata, Liguria, Umbria, Abruzzo, Puglia, Sardegna, Molise e Calabria.
Per sapere di più sulla storica sentenza del processo di Vicenza:

Un altro dei tanti rinvii Pfas della Regione Piemonte.

Onde favorire la Solvay di Spinetta Marengo, unico stabilimento che produce “inquinanti eterni” in Italia, la Regione Piemonte, nel porre dei massimi di concentrazioni di Pfas nelle acque, aveva stabilito che limiti aggiuntivi per le sostanze pericolose sarebbero dovuti entrare in vigore quest’anno. Invece, la Regione ha rimandato di tre anni «per permettere agli impianti di depurazione di adeguarsi».  In questo periodo, il provvedimento, tramite un ennesimo  “Osservatorio”, consentirebbe agli enti locali, ai gestori e ai consorzi di riavviare il percorso di studio e approfondimento, anche per avviare soluzioni concrete e affrontare in modo sistemico il tema del trattamento dei rifiuti, in primis del percolato”.
 
Questa proroga regionale dell’entrata in vigore dei limiti Pfas si scontra con il pieno disaccordo degli ecologisti: “Si è partiti col limitare i Pfas nello smaltimento, ma per risolvere il problema bisogna impedirne la produzione e l’utilizzo. Il problema in Piemonte è gigantesco. Non si può non guardare l’elefante nella stanza: lo stabilimento di Spinetta Marengo”.

Ci vorrà un secolo per ripulire del tutto la falda più inquinata d’Italia.

E’ scontata l’indecenza di attribuzioni di vittoria e di autoassoluzioni di politici e amministratori… all’unanimità. Invece, la sentenza Pfas di Vicenza va ad assoluto ed esclusivo merito della popolazione che si è mobilitata. La sentenza per quanto tardiva assume comunque valenza storica perché è la prima che condanna per dolo: pene fino a 17 di reclusione per i manager. Ma è insufficiente per fare giustizia. La Giustizia non si realizza certo con i 50mila euro per organizzazioni ambientaliste o con i 25mila per i sindacati Cgil e Cisl. Mentre sarebbe fondamentale se assicurasse i massimi risarcimenti alle Vittime: le quali, invece, in poche centinaia su centinaia di migliaia, sono state indennizzate con irrisorie 15mila euro.
 
L’altro aspetto nevralgico è la bonifica. Chi la paga? chi e come e quando la realizza? Gli inquinatori?  Il ministero dell’Ambiente, al quale è stato riconosciuto un indennizzo da 58 milioni? La Regione Veneto con i sei milioni di euro di indennizzi? Con i circa 844mila euro di indennizzo all’Agenzia regionale per l’ambiente del Veneto (Arpav)? Con in media gli 80mila euro ciascuno per i trenta comuni della zona rossa?
 
La Regione Veneto ha già speso 2,8 milioni in filtri e nuove reti acquedottistiche e 3,5 milioni per finanziare Arpav. Mai finiti i monitoraggi ambientali.  A cui si aggiungono i costi elevati dei monitoraggi sanitari per 350mila residenti, del dosaggio dei Pfas nel sangue, delle patologie di preeclampsia in gravidanza oltre che malformazioni alla nascita, cancro del rene e del testicolo e della tiroide, malattie cardiovascolari, colesterolo e funzionalità epatica eccetera.  A tacere i costi per le cure.
 
Secondo l’Arpav ci vorrà un secolo per ripulire del tutto la falda più inquinata d’Italia.  Le altre 16 Regioni già individuate da CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), sono Emilia Romagna, Piemonte, Lombardia, Toscana, Lazio, Campania, Friuli, Basilicata, Liguria, Umbria, Abruzzo, Puglia, Sardegna, Molise e Calabria.

Il TFA della numerosa famiglia dei PFAS. Nel rubinetto, nel vino e nell’acqua minerale. 

Sei minerali bocciate, di cui cinque a causa della presenza di TFA (acido trifluoroacetico), una sostanza che fa parte della famiglia degli PFAS. Sono questi i principali risultati dell’ultimo test di Altroconsumo su 21 marche di acqua minerale naturale, provenienti da diverse zone dell’Italia (più la Evian, che sgorga dalle Alpi francesi). Uno dei parametri di valutazione dell’inchiesta, infatti, era proprio la presenza dei Pfas.
 
Il TFA è un inquinante persistente derivato dalle attività industriali, che si accumula nell’ambiente e resiste ai processi di degradazione naturale, che in precedenza, è già stato ritrovato nell’acqua minerale, di rubinetto e nel vino. I prodotti bocciati da Altroconsumo ne contengono quantità eccessive, superiori ai parametri usati per gli altri PFAS nell’acqua potabile (non esiste ancora un limite specifico per l’acido trifluoroacetico). Gli effetti sulla salute del TFA non sono ancora del tutto noti, ma si sospettano ripercussioni sulla salute del fegato e sulla fertilità, e attualmente l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) sta rivalutando la sicurezza di questa sostanza.
 
I marchi bocciati a causa del TFA sono: Panna, Esselunga Ulmeta, Levissima, Maniva, Saguaro Lidl.
 
 
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I Pfas ad Alessandria si stanno allargando a macchia d’olio.

La bonifica della Solvay è proprio una balla. La contaminazione dei Pfas si è allargata a macchia d’olio attorno allo stabilimento di Spinetta Marengo. Ha raggiunto l’acqua dei pozzi dei privati cittadini utilizzata per irrigare i campi e fino a qualche tempo fa bevuta dai residenti. La prestigiosa rivista “lavialibera” ha analizzato la situazione negli ultimi nove mesi dei Pfas cC6O4, Adv N2 e GenX trovati in otto pozzi ubicati intorno al polo chimico. Nel sobborgo di Lobbi , in un pozzo profondo una ventina di metri, sono stati riscontrati cumulativamente 500 nanogrammi di Pfas: 110 nanogrammi di cC6O4 (brevettato nel 2011 ma denunciato AIA solo nel 2019 mentre la Procura ignorava i nostri esposti!!), 310 nanogrammi di PFOA fuorilegge internazionale dal 2013, e addirittura 30 nanogrammi di GenX , pfas che NON confrontano nel documento autorizzativo ( AIA ) rilasciato dalla Provincia di Alessandria.
 
E, nota bene, zitti zitti già nel giugno 2020 sia Solvay che Arpa avevano trovato lo “sconosciuto” GenX in diversi pozzi interni ed esterni al polo, con concentrazioni fino a 2 microgrammi per litro. E c’è di più. Nel dicembre 2023 l’Arpa ha trovato GenX anche nell’aria respirata dagli alessandrini grazie ai campioni raccolti con il metodo Pm10. E questo Genx, privo di autorizzazioni, è rinvenuto da Arpa Piemonte anche nel Po.
 
Il GenX è presente in tutti gli otto campioni raccolti da lavialibera . Anche in quelli relativi al comune di Piovera a dieci chilometri dal sito produttivo. In un pozzo sono stati trovati 460 nanogrammi di vari pfas, oltre il valore limite di legge per le acque potabili (100 nanogrammi per litro): 32 nanogrammi di GenX, 235 nanogrammi di pfoa , 155 nanogrammi di cC6O4 e 28 nanogrammi di Adv.
 
“lavialibera” ha raccolto un campione d’acqua da un pozzo utilizzato a scopo agricolo a nord est del sito chimico: 563 nanogrammi di pfas, di cui il cC6O4 per 177 nanogrammi per litro, il Pfoa per 235 nanogrammi155 nanogrammi di cC6O4 e 28 nanogrammi di Adv. Trattandosi di un pozzo poco profondo, si presume che sia esposto alla contaminazione in atmosfera per la ricaduta delle emissioni dai camini.
Camini che hanno anche inquinato i tre pozzi ad est in località Cascinagrossa, frazione di Alessandria, che dista circa sei chilometri dall’industria. Sempre a Cascinagrossa, in una cascina destinata all’allevamento privato, le analisi hanno accertato la presenza di GenX, cC6O4 e pfoa fino a una profondità di 55 metri. In località Ventolina, nel sottopassaggio costantemente allagato da una risorgiva sono stati trovati 392 nanogrammi di pfas, con prevalenza di Pfoa e cC6O4.
 
Non c’è dubbio, la bonifica della Solvay è proprio una balla. A prescindere dai ricorrenti incidenti. Come quello recente https://www.rete-ambientalista.it/2025/03/25/ultimora/ con oltre 45mila microgrammi di CFC clorofluorocarburi riscontrati nello sversamento nelle acque sotterranee, che ha coinvolto un reattore interno all’impianto Algofrene, dove avviene la reazione dei gas, passaggio indispensabile nella produzione di Pfas. Neppure l’emergenza del sistema di barriera idraulica interna ha funzionato, bloccata da un black out con tutti gli impianti.

Emilia Romagna simbolo della cattiva gestione dei fiumi.

Dalla fotografia odierna del WWF, emerge un quadro in cui le Regioni italiane, pressoché all’unanimità, continuano a promuovere devastanti interventi lungo i corsi d’acqua, come il taglio della vegetazione ripariale e le escavazioni in alveo. Nessuna attenzione è rivolta agli indispensabili servizi ecosistemici forniti dai fiumi al benessere e alla sicurezza delle persone, ad esempio: la regolazione della CO2, il controllo dell’erosione, la regolazione del regime idrologico, la capacità autodepurativa, la qualità dell’habitat, la produzione agricola.
 
Tutti benefici che vengono azzerati da questi interventi, con significative ricadute negative anche sui processi economici. Interventi che dimostrano l’incapacità di avviare una pianificazione seria, sostenibile e in linea con le Direttive europee (Acque, Alluvioni, Habitat…), andando a favorire fenomeni negativi come l’incremento della velocità delle acque e dell’erosione spondale (che incidono negativamente sulla stabilità delle infrastrutture vicine) e sui picchi di piena, riducendo l’apporto di sedimenti al mare e favorendo l’arretramento delle spiagge e l’intrusione salina. In particolare l’Emilia Romagna (continua)

Un altro referendum acqua pubblica – nucleare?

Clicca qui il Report della riunione del Coordinamento Nazionale Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. All’ordine del giorno: la Giornata Mondiale dell’acqua, il ricorso alla Corte Europa dei Diritti dell’Uomo (CEDU), l’esito referendario e la privatizzazione del servizio idrico, l’aumento delle bollette, l’emergenza idrica soprattutto nel meridione, le vertenze territoriali, le iniziative in Sicilia Marche Puglia, la proposta di un altro referendum sull’acqua abbinandolo al nucleare.

I depuratori non fermano i Pfas, bisogna bloccare produttori e utilizzatori.

Non per inveire “dagli all’untore”, ma non può che essere la Solvay di Spinetta Marengo ad avvelenare anche Torino.  E’ fuori di dubbio, infatti, che l’unico produttore dei cancerogeni Pfas in Italia è la multinazionale belga, in particolare con il brevetto C6O4, e che da Spinetta Marengo direttamente inquina in territorio alessandrino e, indirettamente, il Piemonte e l’Italia.
Infatti, La Stampa fa grandi titoli: Pfas, l’allarme di Smat: ‘I depuratori non bastano, bisogna bloccare gli scarichi industriali’.  Infatti, Rai Piemonte titola “I Pfas anche nelle fogne di Torino: trovati C6O4 e PFOA”.
 
Spiegano: Punte di 40mila nanogrammi per litro. Il composto con la concentrazione media più alta è proprio il C6O4. Tra le molecole maggiormente presenti ne salta all’occhio una trovata in corrispondenza di un’industria galvanica. Su oltre 200 controlli il maggior numero di campioni positivi è stato ricondotto a piattaforme di trattamento rifiuti. Il monitoraggio Smat sulle acque reflue riconduce la contaminazione a piattaforme di trattamento rifiuti, industrie galvaniche e alcuni altri impianti produttivi”.
 
Smat (Società Metropolitana Acque Torino S.p.A.) ammette di non essere in grado di depurare le acque nere dai Pfas. E dunque chiede al Comune di “introdurre dei limiti che impediscano alle aziende di sversarli nel reticolo fognario. Obiettivo: salvare i nostri fiumi. E in ultima istanza l’ambiente, e anche l’acqua potabile”. A maggior ragione perché la mappa di Greenpeace segnala il Piemonte e Torino tra i territori più colpiti.

Arzignano record di Pfas.

Il tema della “qualità” dell’acqua è tornato alla ribalta i dopo la pubblicazione, da parte di Greenpeace, di una mappa a livello nazionale della contaminazione da Pfas nelle acque potabili con prelievi prevalentemente fatti da fontanelle pubbliche: nell’analisi di Arzignano erano state trovate concentrazioni maggiori rispetto alle altre città del Veneto prese in considerazione.
A fronteggiare la situazione l’amministrazione ha installato 27 casette dell’acqua, che sono provviste di filtri a carbone attivo.

L’ecomafia: la responsabilità di un’intera classe politica bipartisan.

La Corte europea dei diritti umani (Cedu) condanna l’Italia per aver messo a rischio la vita degli abitanti della Terra dei Fuochi, dove oggi vivono 2,9 milioni di persone e dove gli scarichi illeciti di rifiuti pericolosi e le morti non sono un capitolo chiuso, qui, dove la criminalità organizzata ha gestito il traffico di rifiuti provenienti da ogni parte d’Italia, dalle concerie ai petrolchimici, fino alle industrie di alluminio, distruggendo la fertilissima Campania Felix, della quale non è rimasto più nulla. Nella vasta area della regione Campania, tra Caserta e Napoli, compromessa dagli interramenti e dalle sostanze tossiche, le bonifiche vanno a rilento e c’è chi ancora aspetta i risultati dello studio Spes, un biomonitoraggio sulla popolazione residente promosso nel giugno 2016 da Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno e Istituto Pascale. Spesa: 30 milioni di euro.
 
La Cedu ha stabilito che il governo dovrà introdurre, senza indugio, misure generali in grado di affrontare in modo adeguato il fenomeno dell’inquinamento della Terra dei Fuochi. Significa che l’Italia ha due anni di tempo per sviluppare una strategia correttiva, mettere in piedi un sistema di monitoraggio che sia indipendente e una piattaforma di informazione pubblica.
Le campagne intorno Acerra sono uno dei Sin (siti di interesse nazionale) più vasti e densamente popolati d’Italia, con 80 comuni coinvolti e 1,8 milioni di persone che vivono nell’area. Qui le bonifiche sono solo agli inizi, mentre i roghi continuano. E i cittadini continuano ad ammalarsi.
 
E dal 2009 è entrato in funzione il più grande inceneritore d’Italia, un impianto per i rifiuti urbani che incenerisce 111 chili pro capite all’anno di rifiuti, quanto incenerisce la Lombardia in 13 impianti e altrettanti territori”
Alla sentenza del Cedu si è arrivati attraverso quarantuno istanze collettive presentate nel 2015 da più di 3.500 persone e da cinque organizzazioni con sede in Campania. Molte di queste persone hanno visto morire figli, fratelli, nipoti, si sono ammalati. Nell’area interessata, infatti, insieme all’inquinamento delle falde acquifere, saliva anche il numero dei casi di cancro.
 
Per Legambiente, la sentenza della Cedu richiama alla responsabilità un’intera classe politica bipartisan “che per anni ha sottovalutato, nascosto quello che accadeva in quel territorio”. Legambiente ha coniato il termine Ecomafia per il suo rapporto, raccogliendo le denunce che arrivavano dai circoli presenti sul territorio. “Si sono succeduti 12 governi nazionali e 5 a livello regionale senza trovare un ‘vaccino’ efficace.

2.000 miliardi di danni. La lobby dei Pfas e l’inciucione italiano.

Rispetto a quando per la prima volta (1990) scrivemmo che lo stabilimento di Spinetta Marengo scaricava Pfas in Bormida. Rispetto a quando dai primi anni 2000 eravamo in pochi, se non i  soli, a diffondere sui Pfas informazioni e documenti internazionali sempre più allarmanti, anche trasmettendoli -come Movimento di lotta per la salute Maccacaro– in forma di esposti (venti) alla Procura di Alessandria. Ebbene, rispetto a quei tempi, fino a quelli odierni, per tutti i quali ci appuntiamo la medaglietta di indefessa costanza, ebbene oggi si può affermare che la tragedia Pfas primeggia quasi in tutti gli organi di informazione, merito anche negli ultimissimi anni dell’accelerata mediatica della campagna di Greenpeace in Italia ( http://bit.ly/3FAJ7H0 ). Meglio tardi che mai. Ma non ancora a sufficienza.
Infatti, a tutt’oggi, le produzioni dei cancerogeni e tossici Pfas della Solvay non sono state fermate ad Alessandria e l’uso dei  Pfas non è  stato messo al bando in Italia.
 
Lo stallo malmostoso è il segno che  la lobby delle aziende chimiche e industriali capitanata da Solvay è tutt’altro che rassegnata: grandi manovre sono in corso attorno ai processi Miteni di Vicenza e Solvay di Alessandria, con il sospetto che si voglia spegnerli, quando meno impacchettarli. In Veneto l’allarmato documento di Mamme No Pfas, Isde, Cillsa, Legambiente, Cgil Veneto e Rete dei comitati denuncia l’esistenza di un semiclandestino tavolo di autorità politiche, istituzionali e giudiziarie  che tratta con le aziende imputate coprendone le responsabilità penali e risarcitorie (https://www.rete-ambientalista.it/2025/01/11/delitto-perfetto-2-vicenza/). In Piemonte: l’altro “inciucio” della tabula rasa dei patteggiamenti giudiziali a danno delle Vittime e della bonifica, su cui hanno preso posizione Legambiente e Movimento di lotta per la salute Maccacaro (https://www.rete-ambientalista.it/2025/01/11/delitto-perfetto-2-alessandria/ ).
A lato di questo “inciucione”, la lobby è quanto mai aggressiva in campagne di pressione sui politici e di  disinformazione atte a  sviare l’attenzione pubblica dalle loro responsabilità verso i rischi per la salute e i relativi costi sociali (esemplari furono le campagne pro-tabacco). Lo scopo delle centinaia di lobbisti (addirittura Mario Draghi) è duplice: indebolire e affossare la proposta di Bruxelles di vietare la vendita e commercializzazione dei Pfas, e spostare il peso economico dei lavori di bonifica dalle aziende ai cittadini.
La multinazionale belga in Europa mantiene, con Ilham Kadri amministratrice delegata di Syensqo spin off di Solvay, un ruolo apicale nella “Campagna di disinformazione” dopo la richiesta di restrizione e divieto dei Pfas promossa nel 2023 dai cinque Stati europei (Danimarca, Germania, Norvegia, Olanda, Svezia). La campagna punta all’esclusione dal divieto dei fluoro polimeri: da considerarsi innocui prodotti finiti rispetto ai Pfas “storici” intermedi di produzione, e soprattutto da affermarsi essenziali per lo sviluppo della nuova tecnologia verde sponsorizzata dal Green Deal e finanziata in parte dal PNRR. Il nuovo fluoropolimero essenziale per l’idrogeno verde sarebbe Aquivion, che dal 2025 a Spinetta noi  produrremo senza utilizzo di pfas”. Falso. Aquivion rimane un Pfas e una volta riversato in ambiente il prodotto degrada in Pfas”: clicca qui.
 
Nella sua campagna, la lobby sta anche fronteggiando l’indagine interdisciplinare transfrontaliera coordinata da Le Monde, Forever Lobbying Project (FLP), che coinvolge 46 giornalisti di  diverse redazioni , 18 esperti accademici e avvocati internazionali e 29 media partner in 16 Paesi. L’indagine “sulla peggiore crisi di inquinamento che l’umanità abbia dovuto affrontare”, utilizzando una metodologia articolata e basata su criteri scientifici, ha infatti portato a galla quanto costerà ripulire dal “veleno del secolo” 23.000 siti in Europa, tra cui quelli, come Alessandria e Vicenza, considerati “hotspot PFAS”, dove la contaminazione ha già dimostrato di aver raggiunto  livelli particolarmente  pericolosi per la salute delle popolazioni esposte. A prescindere dagli incalcolabili costi umani e sociali in morti e ammalati e dall’impatto dei PFAS sui nostri sistemi sanitari, l’indagine  si è “limitata” a calcolare i costi per  bonificare le falde acquifere e i terreni impregnati di PFAS.
La cifra è da capogiro, ed equivale a 2 trilioni e mezzo di euro, 2,5 mila miliardi di euro in un periodo di 20 anniovvero un costo annuale pari a 100 miliardi di euroPer l’Italia, ad esempio, l’opera di pulizia costerebbe intorno a 12 miliardi di euro l’anno: stima assai per difetto se solo si guardano i costi depositati presso il tribunale di Vicenza. Cifre che comunque esploderebbero ulteriormente, in perpetuo, se non ci sarà lo stop immediato dei Pfas. Il nodo politico è: questi costi da chi verranno affrontati? dalle aziende che hanno messo in circolazione il PFAS, o dai cittadini tramite le proprie tasse?
Il principio sarebbe: chi inquina paga. Dunque il nodo è politico: mentre  gli altri Paesi CEE   chiedono a gran voce all’Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche (ECHA) di mettere al bando i PFAS, in Italia la storica  complicità politica e sindacale, delle istituzioni locali e governative, non ferma  le produzioni Pfas della Solvay a Spinetta Marengo, primo indispensabile passo verso il divieto in Italia  dell’uso di Pfas in tutte le manifatture, come fu (1992) per l’Eternit e l’amianto.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro

Plin plin.

Le barre azzurre rappresentano il test effettuato in estate, quelle blu le analisi di conferma realizzate in autunno; i valori di TFA sono espressi in ng/l.
 
Ne abbiamo più volte documentato, non è una novità (esempio in questo articolo).   L’ennesima conferma arriva da un test effettuato dall’associazione ambientalista Pesticide Action Network Europe (PAN Europe), che ha portato in laboratorio 19 marchi di acqua minerale provenienti da diversi Paesi europei, trovando in più della metà di esse acido trifluoroacetico (TFA), una piccola molecola che fa parte della categoria degli PFAS.

Acqua con Pfas in rubinetto e bottiglie.

Una nuova analisi, pubblicata in esclusiva dal Guardian, ha rivelato che le fonti d’acqua potabile  in tutto il Regno Unito sono contaminate dai Pfas. Le più alte  concentrazioni sono state rilevate in aree che ospitano grandi aree industriali (Ucelby e Barrow nel Lincolnshire) e vicino alle basi militari RAF (nel West Suffolk e nel Norfolk). Un rapporto dell’Environmental Agency ha dichiarato che potrebbero esserci fino a 10.000 siti contaminati: anche in Inghilterra  le principali fonti di inquinamento sono le industrie chimiche, i siti militari, gli aeroporti, gli impianti di trattamento delle acque reflue, aziende produttrici di carta, pelle, tessuti e siti di smaltimento dei rifiuti, fanghi di depurazione sparsi su terreni ad uso agricolo. L’associazione di categoria Water UK chiede di “vietare i PFAS e sviluppare un piano nazionale per rimuoverli dall’ambiente, che dovrebbe essere pagato dai produttori”.

Delitto perfetto 1. Vicenza.

Grandi manovre attorno ai processi di Vicenza e Alessandria; rispettivamente contro Miteni, (Mitsubishi e Icig) e contro Solvay, con il sospetto che si voglia spegnerli, quando meno impacchettarli.
A Vicenza il processo Miteni, sulle responsabilità del maxi inquinamento da Pfas in Veneto, arriva alle ultime battute: a febbraio inizieranno la requisitoria del pubblico ministero e le arringhe delle parti civili e delle difese. Incombe sempre l’ombra della prescrizione.
In questo contesto si colloca l’allarmato documento dei comitati e delle associazioni ambientaliste del Veneto. L’esplosiva presa di posizione denuncia l’esistenza di “Un tavolo di autorità politiche, istituzionali e giudiziarie che si sta occupando in modo alquanto misterioso della trattativa con le società coinvolte nel processo per disastro ambientale e inquinamento di acque”. E’ più di un sospetto, in quanto precisano:
 “Da una audizione in Commissione parlamentare del procuratore Lino Giorgio Bruno è emersa l’esistenza di un tavolo, oltre quelli istituzionali, di cui non si conosce né la composizione, né i contenuti discussi, le priorità stabilite e i risultati conseguiti.  Incontri promossi dal prefetto di Vicenza vedono la partecipazione dello stesso procuratore, di rappresentanti della Provincia, dei legali delle tre aziende imputate, nonché della Marzotto, la società che oltre quarant’anni fa diede vita alla Rimar, le cui ricerche portarono poi alla costituzione della Miteni, l’origine degli sversamenti chimici”.
L’accusa è precisa: “Riteniamo grave questo modo di agire connotato da poca trasparenza e scarsissima informazione”, che tende a coprire dodici anni di inefficienze e omissioni istituzionali, compresa la magistratura. L’opacità riguarda  “lo stato della bonifica, sia per il terreno che per la falda”; fatto sta che “né la bonifica né la messa in sicurezza del sito sono cominciate”, mentre “non si ha notizia dell’avvio di un’indagine per omessa bonifica, che pur costituisce un reato gravemente punito dalla legge”.
Manca un aggiornamento da parte della Regione della mappa delle zone impattate, anche con campionamenti di terreni e degli alimenti. A loro volta, le indagini epidemiologiche sono ferme a uno studio di cinque anni fa e la mappa delle zone contaminate non viene aggiornata. Tant’è che “allo studio di mortalità nella popolazione veneta (4.000 decessi in più rispetto alla media di altre zone) non è stato dato seguito in termini di misure conseguenti”.
In definitiva, sarebbe un “inciucio”. “Dietro le quinte, un tavolo di autorità politiche, istituzionali e giudiziarie, senza trasparenza  si sta occupando della trattativa con le società coinvolte,  con l’effetto di avvolgere nel silenzio un disastro ambientale di portata epocale irrisolto”. Sapendo che ”l’inquinamento continua inesorabilmente a scendere verso valle e a propagarsi, bioaccumulandosi in ambiente e negli organismi”. In più, sarebbe un “inciucione” se dietro dietro le quinte, ci fosse lo zampino di Solvay,  che ha tutto interesse di instaurare una “pax pfas” in Italia.

Pfas anche nell’Adige.

“Operazione fiumi” condotta da Legambiente  con il supporto tecnico di Arpav. Pfas anche nell’Adige. La presenza di Pfas era già emersa nel Po ed il dito si è puntato sullo stabilimento piemontese della Solvay a Spinetta di Marengo. Una presenza di Pfoa confermata nelle acque campionate a Porto Tolle e Zevio.
 
Nel “Monitoraggio delle sostanze perfluoroalchiliche nelle acque superficiali del Veneto 2013 – 2018”, del resto, erano stati trovati anche nello scolo Poazzo, oltre che in Brenta, Fratta Gorzone, Bacchiglione, bacino scolante nella laguna di Venezia, Livenza, Po e Sile.

In Europa crescita di alta concentrazione di PFAS nell’acqua dolce, compresa l’acqua potabile.

Sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea le “Linee guida tecniche sui metodi d’analisi per il monitoraggio delle sostanze per- e polifluoro alchiliche (PFAS) nelle acque destinate al consumo umano”. Nel documento si legge che “si rileva in tutta l’UE la crescita del numero di casi di alta concentrazione di PFAS nell’acqua dolce, compresa l’acqua potabile”, per questo la Commissione, con queste nuove linee guida, vuole imprimere un’accelerazione al monitoraggio dei PFAS con criteri omogenei nell’ambito dell’Unione Europea, in base a quanto stabilito dalla direttiva (UE) 2020/2184, recepita in Italia con il D.Lgs. 23 febbraio 2023, n.18). Clicca qui.