E la chiamano perfino “energia rinnovabile”.

Ad esempio. Se la centrale nucleare Enrico Fermi di Trino non fosse stata fermata, e fosse tuttora in funzione, ad oggi avrebbe prodotto 3.600 kg di plutonio (la dose mortale per inalazione è di appena un milligrammo).
Per quanto riguarda il cesio137 radioattivo: in 60 anni ne sarebbero stati prodotti più di 60 kg (la dose mortale per ingestione è un decimo di milligrammo).
 
Dove li avremmo sistemati tutti “in sicurezza? Non rispondono i redivivi sostenitori del ritorno a nucleare.
 
Attualmente, i rifiuti radioattivi (a bassa, media, alta attività) italiani sono distribuiti in depositi temporanei in diverse regioni italiane (tra cui i siti principali a Saluggia, Trino Vercellese, Caorso, Latina, Garigliano e Bosco Marengo), nell’attesa della costruzione del deposito unico nazionale “in sicurezza”. Il quale non è stato neppure individuato: sono state invano selezionate 51 aree “idonee”, 5 delle quali in provincia di Alessandria.
 
Dopo due referendum abrogativi (1987 e 2011) che hanno bocciato il nucleare e dopo la debacle nel referendum sulla giustizia, il Governo ci riprova. Di nuovo proponendo il nucleare, spinto dalla disperazione per la manifesta incapacità di affrontare la crisi energetica. Sarebbe una scelta del tutto inadeguata e in violazione della Costituzione che, se praticata, porterebbe inevitabilmente a un nuovo referendum.