
Diverse stime indicano che, senza un deciso cambio di rotta, i costi sociali e sanitari dei PFAS potrebbero raggiungere centinaia di miliardi di euro entro il 2050. Però, a fronte dei disastri ambientali e sanitari dei Pfas, in Europa le battaglie politiche verso le istituzioni nazionali e comunitarie per imporre limiti più severi, o meglio: il bando totale, NON hanno prodotto risultati tangibili. Sulla spinta di quanto avvenuto negli Stati Uniti, i cittadini europei hanno iniziato a promuovere azioni legali di massa contro i giganti dell’industria chimica. Passando da storici procedimenti in sede penale a massicce azioni collettive (class actions) in sede civile.
Sul versante penale, abbiamo gli esempi di Alessandria e Vicenza. Ad Alessandria, per la Solvay di Spinetta Marengo l’efficacia del primo processo penale (in Cassazione!) si è dimostrata nulla: a distanza di dieci anni lo stabilimento sta producendo e inquinando quanto prima, anzi peggio, senza intervenuti costosa bonifica e risarcimento per le Vittime (e senza pene per gli imputati, ovviamente). Dall’attuale secondo processo la multinazionale belga punta a prosciogliersi (già dal GUP) ancora più indenne: a go-go con altro via libera mercanteggiato da miseri patteggiamenti giudiziari con governo ed enti locali. A sua volta, il processo risolto a Vicenza, più facile perché la Miteni di Trissino è chiusa, appare per ora (siamo solo al primo grado) più dignitoso per quanto attiene la severità delle condanne ma comunque anch’esso non direttamente influente sui versanti della bonifica e dei risarcimenti alle Vittime.
Insomma, il panorama delle cause legali sui PFAS in Europa si sta rapidamente evolvendo con un numero crescente di Grandi Azioni Legali Collettive (Class Action). Il quotidiano Le Monde ha contato circa 70 casi di questo tipo. Ne trattiamo in alcuni articoli sulla Rete: clicca qui il Belgio, clicca qui la Francia.