
La Cassazione, clicca qui https://ilmanifesto.it/adesso- lilva-e-davvero-ex , ha sancito legittimo lo stop dell’area a caldo stabilito dalla Corte di appello di Milano. La tragica vicenda dello stabilimento siderurgico più grande d’Italia, che con centinaia di morti, ha avvelenato Taranto, può avviarsi alla conclusione. Gli altiforni, impianti a ciclo continuo saranno definitivamente spenti e non possono essere riavviati se non a costo del loro sostanziale rifacimento.
Si tratta di un punto di partenza irrinunciabile, la salute, e non di arrivo: Acciaierie d’Italia ha chiesto la cassa integrazione per 8.622 unità su un organico di 9.626 e ha avviato la procedura per licenziare l’80 per cento dei dirigenti a tempo indeterminato. Per tacere dei posti persi nei subappalti e nell’indotto.
Adesso spetta al governo trovare risposte per questa emergenza che fino ad ora non ha gestito, preferendo additare la magistratura, dovrà cioè mettere in campo tutto ciò che è possibile affinché gli impianti Dri e i forni elettrici vengano realizzati nel minor tempo possibile.
PEACELINK, realtà tarantina che da anni denuncia l’inquinamento della città, ha ricordato come l’ex Ilva abbia debiti per 8 miliardi e 480 milioni di euro e una perdita di 551,5 milioni nel primo semestre 2026: «Se oggi disponessimo di quei miliardi il futuro dei lavoratori dell’Ilva sarebbe garantito e finanziato con grande solidità, si sarebbe potuto fare un poderoso investimento per una riconversione economica e produttiva dell’intera città». «Taranto è vittima due volte: gli operai hanno diritto a un risarcimento ma anche il resto della città che si è sacrificata per il Pil del paese, dobbiamo insistere sulla formazione e questa è una lotta che può unire lavoratori e resto della città».