Partono le azioni collettive contro la multinazionale Solvay Syensqo.

I limiti tecnici del processo in sede penale (prossima udienza il 16 novembre), come ho più volte esaminato, fin dall’esito della sentenza di Cassazione del primo processo, sono insiti nei capi di imputazione che non chiedono risarcimenti per le Vittime e non chiedono la chiusura delle produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo nè determinano la bonifica integrale. Partendo da queste incontrovertibili constatazioni ho lavorato in questi anni, trovando avvocati e medici onesti e preparati. Così, alcuni fra noi, comitati e associazioni, abbiamo intrapreso in sede civile la Class Action Inibitoria per chiudere -ora- le produzioni di Solvay e mettere di fatto al bando i Pfas in Italia. Ora o mai più.
L’azione legale collettiva che, parallelamente, sosteniamo nella proposta in questa assemblea riguarda invece la Class Action Risarcitoria in sede civile perché appunto il processo penale non consente risarcimenti effettivi e sostanziali per le malattie e le morti delle Vittime, ma solo simbolici indennizzi psicologici (elemosine).
La proposta in questa assemblea è valida potenzialmente per 350mila cittadini della provincia, 100mila del comune di Alessandria, ma da subito a prescindere dalle cartelle cliniche disponibili, per quelle persone che già superano il migliaio, tra analisi pubbliche e private, alle quali in Alessandria è stata riscontrata la presenza di Pfas nel sangue. Orbene, chi ha Pfas nel sangue è inesorabilmente malato: (clicca qui e qui ). O è già affetto da malattia conclamata, oppure sicuramente si ammalerà presto o tardi di una patologia, lieve o grave, correlata ai Pfas.
Ad Alessandria, l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono i due strumenti complementari di tutela: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione; la seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto.
In Veneto, dove la class action inibitoria non avrebbe più senso, perchè Miteni di Trissino è già chiusa, 40 mila cittadini sono pronti in sede civile ad una class action collettiva risarcitoria da 2 miliardi di risarcimenti: chi presenta nel proprio siero concentrazioni di Pfas oltre i limiti di tolleranza stabiliti dalle autorità sanitarie, chi ha contratto patologie correlate all’esposizione ai Pfas, i proprietari degli immobili nelle aree contaminate, e i residenti che hanno subìto le conseguenze psicologiche legate alla paura di contrarre patologie. 
Innumerevoli gli esempi internazionali di class actions. Quella appena preparata in Francia clicca (https://www.rete-ambientalista.it/2026/05/19/a-lione-uno-dei-piu-grandi-processi-civili-deuropa-contro-i-pfas/ ) chiede oltre 36 milioni di euro di risarcimento per danni sanitari, ambientali ed economici: dall’ansia e dallo stress ai costi sostenuti per proteggersi dalla contaminazione.
Ma l’obiettivo non è solo economico. «Bisogna colpire gli industriali sul piano finanziario per costringerli a cessare l’inquinamento» (il procuratore generale della Cassazione).  E’ la nostra coerente posizione: inostri assidui frequentatori del Sito www.rete-ambientalista.it e i nostri oltre 43mila pazienti fruitori della mailinglist, infatti da decine di anni incorrono con frequenza nel nostro termine “Delitto Perfetto”. Scongiuriamolo finalmente ad Alessandria.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro

Altre spade di damocle sulla Solvay.

Il progetto europeo Scenarios finanziato dall’Europa con protagoniste 19 organizzazioni di dieci Paesi europei, oltre a Israele, Usa e Canada, scattato nel 2021, è terminato ufficialmente il 30 aprile 2026. Ma i dati, riferiti ai Pfas (Pfoa, C6O4 Adv) derivanti dal Polo Chimico di Spinetta Marengo, sono stati congelati all’informazione. Almeno fin dopo il 2027.  Imbarazzanti prove di accusa contro Solvay?  
“Non voglio essere allarmistico ma l’impatto di questi risultati avrà sicuramente dei risvolti a livello politico e medico-sanitario” (dunque giuridico n.d.r): non si sbottona oltre il professor Francesco Dondero, docente di Ecologia dell’Università Piemonte Orientale, che spiega gli enormi ritardi della divulgazione (oltre al boicottaggio di Solvay coprendosi col segreto industriale per C6O4 e Adv): “Dopo qualche mese per il completamento delle analisi (ADV) e per le rifiniture, per la pubblicazione dei dati, quando accettati da una Rivista scientifica,  trascorreranno altri  6-12 mesi. Stiamo parlando di tempistiche lunghe e, quindi, criticabili ma sarebbe auspicabile aspettare la conferma della pubblicazione. Ritengo sia doveroso essere prudenti nelle informazioni che restituiremo al territorio: stiamo parlando di dati che serviranno ai decision maker”.
Solvay, alle prese con pericolosi verdetti di conferenze di servizi e tribunali, per questa spada di damocle ha tirato un sospiro di sollievo (assieme ai politici). Pur incompleti della parte epidemiologica, si tratta in particolare di prelievi di sangue per misurare i livelli di PFAS e parametri ematici e raccolta di campioni di urina, che dovrebbero essere stati effettuati entro 3 km, tra 3 e 6 km e oltre 6 km dal polo chimico che scarica in aria acqua suolo Pfas e altri 20 cancerogeni. Si tratta di centinaia (340?) di Vittime esaminate tra le migliaia, che sanno che con pfas nel sangue sono o già affetti da malattia conclamata, oppure sicuramente si ammaleranno presto o tardi di una patologia, lieve o grave, correlata ai Pfas. Che perciò sanno che abbiamo avviato class actions collettive per mettere al bando i Pfas, chiudere le produzioni di Solvay.  E risarcire le Vittime.  
Infine, altra spada di damocle è l’inchiesta whitecollarcrimes di Luca Santa Maria, l’ex storico avvocato di Solvay. https://whitecollarcrimes.it/inchieste/il-burattino-e-il-burattinaio/

Insufficiente il monitoraggio Pfas della Regione.

Significativa l’assenza del sindaco di Alessandria.
L’Assemblea dei 29 Sindaci del Distretto Sanitario Asl Al di Alessandria e Valenza, affrontando il capitolo dell’emergenza Pfas, ritiene insufficiente il percorso enunciato dall’Assessorato regionale alla Sanità di presa in carico sanitaria delle popolazioni interessate e chiede che l’area interessata dal biomonitoraggio del sangue debba essere ampliata. 

Pfas, Solvay e Intelligenza Artificiale.

In quanto ancora secretata, c’è molta opacità nell’ AIA Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata il 5 agosto scorso dalla Conferenza dei servizi di Alessandria per lo stabilimento di Spinetta Marengo.  Per certo, i Pfas non sono stati messi al bando nella strategia Solvay Syensqo, e dunque in Italia (dove Solvay è monopolista).  A maggior ragione perché a livello internazionale se ne sospetta lo sviluppo nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale AI.  
Infatti, un nuovo rapporto dell’organizzazione ChemSec International Chemical Secretariat ha rilevato che molti dei principali produttori mondiali di PFAS stanno aumentando la propria capacità produttiva proprio grazie alla crescita delle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale. I PFAS vengono infatti utilizzati per gestire le enormi quantità di calore generate dalle apparecchiature presenti nei data center. Secondo il rapporto, grandi produttori chimici come il conglomerato giapponese Daikin, il gruppo francese Arkema e l’americana Chemours stanno sensibilmente aumentando (fino a tre volte) la produzione di PFAS in risposta alla crescente domanda proveniente dall’industria dei semiconduttori e dei data center. La multinazionale belga Syensqo non sarebbe, a Spinetta e Bollate, impreparata alla sfida dei  “fluidi dielettrici fluorurati”.    
Le principali fonti di domanda dei pfas sono tre: raffreddamento dei data center, produzione di semiconduttori e materiali per batterie agli ioni di litio.
Ebbene, all’origine c’è il grande consumo di acqua per i data center: i sistemi di raffreddamento più recenti stanno infatti iniziando a utilizzare sostanze chimiche fluorurate contenenti PFAS in alternativa all’acqua. La crescita dell’intelligenza artificiale, che sta accelerando lo sviluppo dei data center, potrebbe aumentare ulteriormente la domanda di PFAS, proprio perché le infrastrutture richiedono sistemi sempre più efficienti per dissipare il calore prodotto dalle apparecchiature.
Dunque si tratta di un appetitoso business per le multinazionali chimiche dei Pfas. Si pensi che, sempre secondo una analisi di ChemSec, i “forever chemicals” hanno generato circa 4 miliardi di dollari di profitti. Nel frattempo, la costruzione dei data center continua a crescere rapidamente: uno studio del 2026 della Building Owners and Managers Association (BOMA) ha rilevato che lo scorso anno i data center hanno rappresentato quasi il 46% delle costruzioni private, rispetto a meno del 5% di dieci anni prima, passando da 1,8 miliardi di dollari nel 2014 a 41,1 miliardi lo scorso anno.
Poco importa ai grandi produttori se, a fronte dei profitti, i costi sociali sono stimati in circa 17.500 miliardi di dollari l’anno, tra spese sanitarie, bonifiche e contaminazione delle acque e dell’atmosfera. I dati della “National Health and Nutrition Examination Survey” hanno rilevato PFAS nel sangue del 97% degli americani.
Il tema del raffreddamento dei data center è già diventato un ulteriore fronte di battaglia ambientale: le organizzazioni ambientaliste hanno presentato una lettera all’EPA, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, chiedendo di respingere la richiesta di Chemours di accelerare l’approvazione di un nuovo PFAS, Opteon 2P50, destinato proprio al raffreddamento dei data center. In Francia, quattro organizzazioni ambientaliste hanno avviato una causa contro Arkema e Daikin. In America, gli ambientalisti hanno di fronte Donald Trump.  In Italia, per la class action inibitoria contro Solvay, hanno Mario Draghi: che aveva ammonito: i Pfas sono indispensabili. Aiaiaiai AIA + AI

Livelli record di Pfas nel sangue.

Il segnale di allarme è preoccupante. Uno studio promosso dai Verdi in nove Paesi europei (tra cui l’Italia) di tutti i partecipanti alla campagna di analisi.  I risultati sono contenuti nel report PFAS levels in Europeans, presentato a Bruxelles. I campioni sono stati esaminati dall’ Istituto di medicina del lavoro del Policlinico universitario di Amburgo (UKE). L’interpretazione tossicologica è stata affidata alla Vrije Universiteit di Amsterdam.
Le concentrazioni sono le più alte mai documentate nell’essere umano. Il dato più preoccupante è che l’ultimo nato nella famiglia dei Pfas, il TFA (acido trifluoroacetico), spacciato dalla lobby chimica come “ancora più innocuo dei precedenti Pfas non cancerogeni”, è stato rilevato nel 100% dei campioni. La concentrazione mediana è di 21,2 nanogrammi per millilitro, contro 4,6 per la somma dei quattro PFAS “classici” (PFOA, PFOS, PFHxS e PFNA). Il TFA rappresenta da solo oltre l’80% del carico totale di PFAS misurato nel sangue. Anche i PFAS più noti restano un problema: un partecipante su quattro supera la soglia di sicurezza fissata dall’EFSA per i quattro PFAS storici.
Il TFA, è il più piccolo (a catena ultracorta) ma perciò anche il più mobile e stabile in acqua e aria, e dunque il più pericoloso della famiglia Pfas.

Hai Pfas nel sangue? Donalo.

Quanti hanno nel sangue i cancerogeni e tossici Pfas, almeno si consolino facendo del bene un poco  a sé e tanto al prossimo: la donazione periodica di sangue intero o di plasma contribuisce a diminuire, rispettivamente del 10% e del 30% in un anno, la concentrazione di PFAS nel corpo umano.
Per i donatori il beneficio è convalidato da studi scientifici, tra cui una ricerca pubblicata su JAMA e condotta dalla Macquarie University di Sydney.
 Ma per i riceventi la donazione? Quale è la sicurezza?  Secondo “Centro Nazionale Sangue” e SMITI (Società Italiana Trasfusionale di medicina e Immunoematologia), nella situazione di emergenza “la quantità di PFAS presente in una singola donazione è minima e il beneficio clinico per i pazienti che ricevono trasfusioni o emoderivati supera nettamente i potenziali rischi”. Non sono stabiliti divieti o soglie limite di PFAS per la trasfusione.
Quanto meno sarebbe auspicabile che la donazione non sia ripetuta per lo stesso paziente. O che nel sangue del ricevente non siano già presenti PFAS.  Ma ciò è impossibile da appurare in quanto sulle etichette delle sacche di sangue non è indicata la presenza di PFAS perché i servizi trasfusionali non effettuano test per rilevare i PFAS o altri inquinanti ambientali sui donatori (ai quali non viene chiesta l’informazione del rischio). E’ una questione di costi perché questi esami richiederebbero analisi tossicologiche complesse e specifiche: una scelta ingiustificabile soprattutto nei territori ad alto rischio (es. Alessandria e Vicenza).

Ultimatum pfas alla Regione Liguria.

“Esame non eseguibile presso la nostra struttura”: l’Ospedale Policlinico San Martino di Genova, Clinica Endocrinologica, prof. Diego Ferone, non effettua controlli periodici -ripetutamente sollecitati nel corso degli anni- dei dosaggi nel sangue dei Pfas neppure ai propri pazienti oncologici, costretti a sobbarcarsi i costi presso altra struttura universitaria non regionale.
A questa grave omissione sanitaria della Regione Liguria la “Rete dei Comitati Liguria” chiede di rimediare entro 120 giorni tramite un Piano straordinario di biomonitoraggio PFAS, con risorse dedicate nel bilancio regionale 2027, che coinvolga ASL, ARPAL e San Martino, con prelievi ematici volontari e gratuiti.
Il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, con Sito e mailinglist a oltre 43mila utenti, facendo costante riferimento al disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo, negli anni ha denunciato l’esigenza ambientale e sanitaria della Liguria a guida Toti-Bucci e richiamato le altre forze politiche a sollevarsi dalla propria inerzia:  
<<La Liguria è una delle regioni con maggiore diffusione della contaminazione da Pfas nelle acque potabili. A Genova, i livelli di Tfa (acido trifluoroacetico) raggiungono il massimo di 126,4 ng/L, il dato più alto regionale, mentre il parametro “Somma di Pfas” tocca i 13,8 ng/L, collocando il capoluogo al quinto posto tra i comuni liguri monitorati. Nella classifica regionale, Rapallo registra il valore più alto per il parametro “Somma di Pfas”, con 28,6 ng/L, seguito da Albenga (25,7 ng/L) e Sarzana (25,6 ng/L). Il dato relativo al Pfoa (acido perfluorottanoico) pone invece Rapallo al primo posto con 20,7 ng/L, mentre Genova si attesta a 12,3 ng/L. Anche il Pfos (acido perfluorottano sulfonico), classificato come possibile cancerogeno, è stato rilevato con valori significativi, inclusi 1,5 ng/L a Genova e Albenga, e un massimo regionale di 4 ng/L a Imperia​​​. La Liguria, insieme a Trentino-Alto Adige e Veneto, è tra le regioni italiane con la più alta percentuale di campioni contaminati, raggiungendo il 100% dei punti monitorati. Rispetto al parametro “Somma di Pfas”, Rapallo si colloca tra i comuni con le concentrazioni più elevate in Italia, accanto a città come Milano, Arezzo e Perugia, evidenziando una distribuzione critica delle sostanze chimiche lungo tutta la regione​​​.>>

Contaminazioni Pfas nell’aria anche tra Verona e Brescia.

La presenza di Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche note come “inquinanti eterni”, non riguarda solo l’acqua e gli alimenti, ma si estende anche all’aria che si respira. A certificare la presenza di Pfas nell’aria sono i risultati delle analisi chimiche indipendenti commissionate dalla Rete Zero Pfas Italia ed eseguite da laboratori accreditati che hanno rilevato la presenza di queste molecole tossiche nella polvere raccolta sui balconi e nei cortili scolastici in Veneto e in Lombardia. In particolare a Legnago (Verona), in un’area vicina all’impianto Chemviron in via Togliatti e a sensibili punti di riferimento come il cimitero e la scuola Ungaretti, e sono proseguite in provincia di Brescia, nello specifico a Nuvolera (via Galilei).

I dati emersi dai rapporti di prova delineano un quadro preoccupante. Nel veronese le concentrazioni rilevate nelle polveri mostrano la presenza di Pfba (la molecola a quattro atomi di carbonio) e di altri Pfas a catena più lunga con valori compresi tra 11 e 54,1 microgrammi per chilo. Risultati ancora più elevati sono stati registrati a Nuvolera (Brescia), dove hanno raggiunto rispettivamente picchi di 28,4, 148,8 e 1069,6 μg/kg. Tra le molecole individuate spicca il Pfoa, classificato come cancerogeno certo dallo Iarc.

Ad Arpa Verona era stata fatta richiesta di ricercare i Pfas nell’aria che esce dai camini della Chemviron di Legnago perché  queste analisi non sono state fatte come si deve: le rassicurazioni omettono dati del Noe e nell’area mancano le centraline richieste da anni alle autorità. Zero Pfas Italia denuncia: “Se le analisi aggiornate dei Pfas presenti nell’aria non sono disponibili, ce le facciamo noi”.

I campionamenti si sono resi necessari per colmare una lacuna normativa e di trasparenza: ad oggi, infatti, non esistono limiti istituzionali per il rilascio in aria dei Pfas stabiliti dagli enti pubblici.

Accanto all’aria, restano critiche anche le matrici idriche. Già la scorsa estate, i dati in mano alla rete segnalavano per Bassano del Grappa e Creazzo (Vicenza) concentrazioni di “Pfas totali” superiori ai cento nanogrammi al litro, valori al limite dei parametri vigenti e ritenuti insoddisfacenti dai comitati.

La questione dei Pfas rappresenta un’emergenza estesa a tutta Europa. Durante un vertice organizzato dall’European Environmental Bureau (Eeb) a Bruxelles, attivisti provenienti da diversi Paesi e colpiti dalla contaminazione hanno denunciato le stesse criticità: residenti con abitazioni a ridosso dei poli chimici, gravi patologie riscontrate nelle comunità locali e il rifiuto da parte delle pubbliche amministrazioni di avviare screening sul sangue o di rendere accessibili i dati ambientali.

PFAS-free per le friggitrici.

Precauzionalmente, nella scelta d’acquisto delle friggitrici ad aria occorre riflettere sulle etichette che riportano la dichiarazione “Pfas free”: l’assenza di PFAS (quali? tutti?) nelle superfici interessate alla cottura, nelle parti sottoposte quotidianamente a calore e contatto con gli alimenti, cestello, piastra, camera di cottura. I materiali alternativi di rivestimento sono ceramica, vetro borosilicato, acciaio inossidabile. 
Secondo i test di Altroconsumo, le normali friggitrici ad aria in commercio rispettano le regole europee e non rilasciano PFAS dannosi durante l’uso standard. Il PTFE (come il Teflon) è stabile alle normali temperature di cottura delle friggitrici (180–230 °C). I rischi di rilascio iniziano solo se si superano i 300–360 °C o se il rivestimento è fortemente graffiato.