I complici danno manforte a Solvay nel processo.

[4: Come stiamo mettendo al bando i Pfas in Italia]
Complice della Solvay (e ancor prima della Montedison), sotto la dizione burocratica di “Conferenza dei servizi provinciale” si è da sempre annidata la politica del Comune di Alessandria: titolare per competenza territoriale della Conferenza. A corollario del municipio, sono gli altri Enti: la Provincia di Alessandria (istituzione di secondo grado), l’Arpa Piemonte e l’ASL Alessandria (i cui dirigenti sono di nomina politica). L’ARPA è storicamente il bersaglio degli ambientalisti. L’ASL di Alessandria è definita  da tutti i sindacati la peggiore del Piemonte (e la sanità piemontese non è certo la prima in Italia!).   I due protagonisti sono dunque, tramite i loro rappresentanti tecnici, il Sindaco e il Direttore dello stabilimento chimico, con quest’ultimo che la fa da padrone. Mentre comitati locali e associazioni ambientaliste non hanno voce in capitolo e sono ammessi come semplici uditori e perfino esclusi, tramite valanghe di “omissis”, dalla conoscenza della documentazione tecnica compromettente.
Il sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante, benchè massima autorità sanitaria locale ha sempre omesso una ordinanza di fermata degli impianti inquinanti, anzi ha patteggiato la fuoriuscita del Comune quale parte civile nel processo (a costo di giocarsi la rielezione e la sconfitta della coalizione).
L’apposita “Conferenza di Servizi provinciale di Alessandria” per lo stabilimento chimico di Spinetta Marengo (Solvay / Syensqo) si è risolta il 5 agosto 2026. Nella sonnolenta canicola, l’ottava e finale riunione degli Enti locali ha chiuso il paludoso iter (sei anni) per il riesame con valenza di rinnovo all’azienda dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), in particolare per le produzioni e le emissioni inquinanti di Pfas nelle acque, nell’atmosfera e… nel sangue.
Con l’AIA, la Conferenza ha inteso offrire alla difesa degli imputati una assolutoria “licenza di inquinare” da giocarsi il 26 novembre al tavolo del processo penale di Alessandria. Una carta oltremodo truccata in sostanza, e anche viziata nel merito perchè il procedimento 1°) si riferisce ad un determinato periodo e non al futuro, e 2°) si riferisce all’omessa bonifica di 20 tossici-cancerogeni, tra cui i Pfas, sparati in aria e fusi nelle acque. Ad ogni modo, Comune e Solvay ci provano ad ingannare il tribunale.
La Conferenza se ne è fregata dell’allarme ONU che definisce gli alessandrini “Vittime sacrificali”: clicca qui. Se ne è strafregata, in quanto congelate all’informazione, delle prove di accusa emerse dal Progetto europeo Scenarios finanziato dall’Europa, clicca qui. Infine, Solvay fa finta di niente per l’uso dei lavoratori come cavie umane (clicca qui) e sulla spada di Damocle -Solvay regista responsabile di Miteni: clicca qui – legata all’inchiesta whitecollarcrimes di Luca Santa Maria, l’ex suo storico avvocato.
La Conferenza ha rinfocolato le polemiche della popolazione contro il Comune: Comitati e associazioni chiedevano il rigetto dell’AIA, cioè la cessazione della produzione e dell’utilizzo delle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) della Solvay; intendendo: stop alle vecchie molecole e nessuna sostituzione con nuove. Cioè bonifica, perchè non si dimentichi che, oltre ai Pfas, la multinazionale belga è sotto nuovo processo di disastro ambientale non avendo rispettato la condanna in Cassazione (2019) a fermare il cromo esavalente e gli altri venti veleni, fra cui appunto i Pfas. Il famigerato concerogeno cromo esavalente è rilevato per anni nelle falde acquifere e nel suolo in concentrazioni centinaia di volte superiori ai limiti. Aggiungiamo altri venti inquinanti storici: solventi clorurati sepolti o dispersi nel sottosuolo e nelle acque sotterranee dell’area, e in aria, tetrafluoroetilene, arsenico, antimonio, nichel, cloroformio, selenio, DDT, solfati, clorofluorocarburi,  idrocarburi metalli pesanti eccetera.   
Invece, checché ne vada propagandando l’assessore alla sanità regionale Federico Riboldi (che si è intestato la paternità dell’AIA)  la melmosa Conferenza ha ignorato la Cassazione e spudoratamente spacciato un sedicente virtuoso “percorso di progressiva riduzione delle emissioni e di miglioramento degli impianti e dei sistemi di controllo”: nient’altro che un osceno via libera a un percorso che invece consentirà le emissioni (Pfas eccetera) in assenza di un piano integrale di bonifica del territorio e della tutela sanitaria reale per la popolazione esposta.
Insomma, l’AIA è una sorta di nuova “licenza di inquinare”.  Nessun “limite zero”. Per l’enorme discendenza della famiglia dei Pfas: nessuna messa al bando per il futuro come non lo fu nel passato. Lo stesso famigerato C6O4, negato da Solvay come cancerogeno da venti anni, come già per il tollerato PFOA, e bellamente ignorato con l’ADV dalla trascorsa AIA piuttosto che vietato tout court, continuerà il C6O4 a essere utilizzato peraltro senza limiti per produzioni “insostituibili” in attesa delle tecnologie NFS di transizione, fatto salvo il business sull’altare dell’AI Intelligenza Artificiale.   A riguardo: l’opacità è totale.
Mentre, approfittando dell’inesistenza di limiti istituzionali europei, per la “quasi totalità” dei camini di scarico l’autorizzazione dei limiti della somma dei Pfas (compresi C6O4 e ADV) sarà “progressivamente” permissiva (in barba ai parametri internazionali Usa-Cina) almeno fino al 2030.  Nemmeno il PFOA è a parametro zero, anche se dichiarato non più in utilizzo da molti anni.
Insomma, i polmoni della popolazione portino pazienza ancora per un po’ di anni: esempio la recente nube tossica di acido fluoridrico (clicca qui https://www.rete-ambientalista.it/2026/09/10/agente-00-hf-licenza-di-uccidere/ ).
Ovviamente, al buon cuore di Solvay è rimandato un ennesimo piano pluriennale di riqualificazione del colabrodo di infrastrutture idriche interrate nello stabilimento. Ovviamente, in Bormida saranno scaricati reflui non esenti da C6O4 e ADV. Ovviamente, campa cavallo per la predisposizione della Valutazione di Impatto Sanitario (VIS) prevista nell’ambito del VIA per i grandi progetti a rischio. Ovviamente, la… “leggendaria” imparziale credibilità delle attività di monitoraggio sarà affidata ad Arpa e ASL, https://www.rete-ambientalista.it/2026/06/23/larpa-e-imparziale-con-solvay / , ma con “la garanzia”…  che “gli oneri previsti saranno a carico del gestore dello stabilimento”.
Ovviamente il testo dell’autorizzazione AIA è stato secretato mentre sui media è stato abbondantemente esaltato, soprattutto da Regione e Provincia (di colore centrodestra) e da Arpa Piemonte e ASL AL.  L’assessore Federico Riboldi della Regione si fa spalleggiare dalla cosiddetta “Task Force regionale sui PFAS”, con la quale si vanta, piuttosto che vergognarsi, di aver effettuato, su 408.608 abitanti della provincia di Alessandria, su 95.000 del comune di Alessandria, nientepopodimeno che… un migliaio di analisi del sangue (peraltro, tutte con livelli di Pfas C6O4 e ADV preoccupanti!). E finge di ignorare la censura dell’Assemblea dei sindaci sull’insufficiente monitoraggio della Regione (clicca qui).
Ovviamente, il Comune di Alessandria (centrosinistra) si è congiunto alla pubblicazione del comunicato entusiasta per questo (truffaldino) “percorso di riduzione degli impatti ambientali fondato sui principi di prevenzione, precauzione e miglioramento continuo”.
Ovviamente, la Regione non ha tassativamente escluso di imitare il sindaco Giorgio Abonante, cioè di uscire patteggiando dal processo Solvay Syensqo il prossimo 16 novembre, con l’input cameratesco del Ministero dell’Ambiente.
Concludendo, l’AIA conferma che Solvay Syensqo non ha alcuna intenzione di mollare i Pfas a Spinetta e in Italia. A maggior ragione perché a livello internazionale ne prevede lo sviluppo nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale AI, clicca qui.
Concludendo, anche dopo questa rinnovata “licenza di inquinare” (tu chiamala se vuoi “blando compromesso fra business e salute” oppure “licenza di uccidere”), si conferma l’altissimo rischio che il processo in corso (il secondo dopo la sentenza di Cassazione) si concluda con un nuovo buco nell’acqua.  Due sono le barriere di lotta da contrapporre: l’imputazione per reato di dolo e soprattutto le class actions collettive.
 

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