
Ancor più dagli anni 2000, ad Alessandria, lo sapevano i sindacati (lo scriveva sui volantini aziendali la Filcea CGIL) e le autorità locali (dagli esposti in magistratura del Movimento di lotta Maccacaro). Lo sapevano che i lavoratori della Solvay di Spinetta Marengo erano usati come cavie.
Riproponiamo la denuncia perché la vicenda Solvay (al pari della vicenda Miteni) continua a sollevare interrogativi non solo ambientali e sanitari, ma anche giuridici ed etici.
L’inchiesta pubblicata da White Collar Crimes (i crimini dei colletti bianchi) definisce i lavoratori esposti ai PFAS (dal Pfoa al C6O4) come “cavie umane”, sostenendo che -ancor più e ancor prima delle popolazioni- essi siano stati coinvolti, senza consenso e senza adeguata informazione, in un vero e proprio esperimento su larga scala.
L’inchiesta mette in risalto i rapporti industriali tra Solvay e Miteni, considerando in particolare le risultanze emerse nel processo conclusosi con la sentenza della Corte d’Assise di Vicenza, come peraltro scoperchiati dagli esposti dell’ex avvocato difensore di Solvay. Da qui la proposta di realizzare un unico studio epidemiologico multicentrico che unisca le coorti dei lavoratori e delle popolazioni esposte in Veneto e Piemonte, così da valutare in modo più efficace gli effetti sanitari dell’esposizione ai PFAS.
Infatti, un altro passaggio rilevante riguarda il danno biologico. L’inchiesta richiama una sentenza della Corte Suprema svedese del 2023, secondo cui la sola presenza di elevate concentrazioni di PFAS nel sangue può costituire una lesione della persona, indipendentemente dalla comparsa di una malattia conclamata. Da questa impostazione deriva la proposta di rafforzare gli strumenti collettivi di tutela penale e civile nei confronti delle vittime della contaminazione. Cioè con class actions di risarcitorie.