Licenza di inquinare. 2.

Parafrasando l’alessandrino Umberto Eco, nulla di nuovo al di là di Tanaro e Bormida. A Spinetta Marengo. Dove il polo chimico sembra implorare l’eutanasia: “Istituzioni, fermatemi: continuo a chiedervi. L’ho fatto anche il mese scorso: https://www.rete-ambientalista.it/2026/09/10/agente-00-hf-licenza-di-uccidere/. Ora mi ripeto per l’insediamento industriale Arkema, gemello siamese francobelga di Solvay Syensqo”.
Entrambi erano di proprietà Montedison prima di essere venduti, neppure separati da un muro. “Ideali” per fiancheggiare atomi di ossigeno con molecole di cloro e fluoro, e scoppiare assieme. Sotto Montedison i perossidi esplosero due volte, con morti. Non a caso sia Arkema che Solvay sono entrambi classificati a rischio di incidente rilevante ai sensi della Direttiva Seveso. Non a caso abbiamo denunciato più e più volte, per decenni, il rischio di catastrofe industriale e l’inconsistenza di un Piano di Emergenza Esterno (PEE): allarme, soccorso, evacuazione, assistenza medica.
In comune, oltre agli storici scarichi acqua-aria, i due colossi chimici hanno anche i Pfas e le correlate vicende giudiziarie. In Francia, Arkema è sotto processo per l’inquinamento di Pierre-Bènite (Lione) con tanto di class action di risarcimenti della popolazione (37 milioni di euro, 190.000 € cadauno) malgrado abbia cessato i Pfas nel 2024. In Italia, Solvay andrà avanti grazie l’Autorizzazione AIA 2026 delle istituzioni piemontesi, se non verrà fermata da una class action inibitoria.
Quanto sopra premesso quale modello persistente di “Sinergia spaziale e storica di disastro ambientale”, uno dei casi più critici di contaminazione industriale in Europa, il 21 settembre 2026 il polo chimico di Spinetta Marengo è ritornato al centro della preoccupazione popolare quando si è sviluppata un’alta colonna di “fumo” evidente a chilometri di distanza. Arkema ha minimizzato come se fosse un fenomeno naturale: “Il fenomeno è legato a operazioni di manutenzione programmata sui serbatoi di stoccaggio di propilene e isobutilene. I gas residui sono abitualmente bruciati in una torcia mobile”. Si dà per scontato che l’Arpa tranquillizzerà sugli effetti della nube tossica.  Eppure il propilene e l’isobutilene sono due idrocarburi alifatici insaturati gassosi i cui profili di rischio si concentrano principalmente sulla sicurezza fisica (gravissimo incendio -non spegnibile- ed esplosione catastrofica) e su specifici effetti per inalazione.
Come effetti sulla salute possono causare asfissia, vertigini, perdita di coscienza e soffocamento, sonnolenza, mal di testa, vertigini e coordinazione alterata. Siccome la nube tossica -praticamente inodore- nessuno l’ha misurata mentre si disperdeva sull’ abitato, e neppure su fognature e scantinati, e siccome né il propilene né l’isobutilene sono classificati come tossici acuti (c’è differenza tra tossicità acuta e cronica, con morbilità e mortalità diverse), l’Arpa tranquillizzerà se nessuno è stato ricoverato. Così i giornali locali parleranno di “fumo” e non di fuga di gas.
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro