Cosa si intende per “zona di sacrificio”? Un’area geografica permanentemente modificata e danneggiata da gravi alterazioni sanitarie ed ecologiche di inquinamento industriale, contro la volontà delle comunità locali, che ne pagano il prezzo in termini di salute e diritti umani.
Infatti, l’inquinamento da
Pfas rientra nella definizione
ONU di “
territorio fortemente contaminato dove la popolazione vulnerabile subisce conseguenze sanitarie drammatiche e violazioni dei diritti fondamentali a causa di sostanze tossiche”. Secondo il nuovo rapporto
“Forever chemicals and human rights”, predisposto dal
Relatore speciale delle Nazioni Unite, Marcos Orellana, che a Spinetta ha fatto un sopralluogo, i PFAS non solo rappresentano un problema di contaminazione ambientale e di sanità pubblica, ma anche mettono in discussione diritti fondamentali come il diritto alla vita, alla salute, a un ambiente pulito e sicuro, a condizioni di lavoro salubri e all’accesso alla giustizia.
Il Rapporto parla esplicitamente di “sacrifice zones”, zone di sacrificio, nelle quali, come a Spinetta, il produttore disponeva, dagli anni ‘90 di studi che indicavano i rischi sanitari derivanti dai PFAS (Pfoa), senza tuttavia rendere quelle informazioni disponibili al pubblico, ai lavoratori e alle autorità. O nelle quali, come a Trissino, gli abitanti hanno scoperto la contaminazione soltanto molti anni o decenni dopo l’inizio dell’esposizione. Ovvero le preoccupazioni manifestate dalle comunità sono state sottovalutate dall’ inazione delle autorità fino a quando monitoraggi indipendenti, inchieste giornalistiche o procedimenti giudiziari non hanno confermato l’esistenza del disastro.
Secondo le stime richiamate nel Rapporto, dodici produttori concentrano gran parte della produzione mondiale di PFAS e realizzano complessivamente profitti nell’ordine di 4 miliardi di dollari, mentre soltanto in Europa i costi sanitari associati alla contaminazione vengono stimati fra 52 e 84 miliardi di euro l’anno. A questi si aggiungerebbero circa 238 miliardi di euro per la depurazione delle acque e i costi della bonifica dei circa 17.000 siti contaminati censiti. Non esistono tecnologie efficaci e applicabili su larga scala in grado di eliminarli dagli ecosistemi contaminati e gli effetti delle emissioni possono protrarsi per decenni, secoli o perfino millenni. Dunque è il sovvertimento del principio “chi inquina paga”. Le Vittime, che non hanno mai ottenuto risarcimenti, non possono che avviare CLASS ACTION in sede civile.
Il documento, datato 6 luglio 2026 e destinato alla 63ª sessione del Consiglio ONU per i diritti umani, sostiene che i PFAS, forever chemicals, “sostanze chimiche eterne”, costituiscono una “profonda minaccia” per i diritti umani e per l’ambiente e chiede agli Stati di vietare immediatamente tutti gli usi non essenziali, adottando contemporaneamente misure urgenti per controllare queste sostanze e prevenirne ulteriori emissioni. Gli Stati non interverranno mai, neppure per la suddetta blanda ingiunzione: che non è la messa al bando totale.
Per la messa al bando, perciò, ad Alessandria è necessaria CLASS ACTION INIBITORIA in sede civile. La quale evita definitivamente il rischio della cosiddetta “regrettable substitution”, cioè la sostituzione di una sostanza PFAS vietata con un’altra appartenente alla stessa famiglia e potenzialmente altrettanto persistente e pericolosa. Come purtroppo è per Spinetta Marengo l’attuale programma di Solvay Syensqo confortato dalle Autorità. Che chiedono a cittadini e lavoratori di sacrificarsi “ancora per qualche tempo”.
Offrirsi vittime sacrificali? Sull’altare del dio Profitto!