
Per i vigneti del Monferrato alessandrino (barbera, gavi, grignolino), che sulle colline si riparano dai venti della pianura che sbuffano dalle ciminiere della Solvay di Spinetta Marengo, un segnale di allarme proviene dal Veneto.
Già abbiamo visto il Pfas TFA nelle bottiglie di prosecco (Mionetto, Cinzano e Martini). Ora, uno studio dell’università Ca’ Foscari di Venezia, pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Pollution, ha analizzato 76 bottiglie prodotte tra il 2017 e il 2023 nelle province di Verona, Vicenza e Padova interessate dal disastro ambientale dello stabilimento ex Miteni, tra la zona rossa e la zona arancione della contaminazione da Pfas. In 75 campioni su 76 sono state trovate tracce di Pfas (cancerogeni PFBA ovvero PFOA) e in 73 casi le concentrazioni erano misurabili (concentrazione mediana di 196 nanogrammi per litro e picchi superiori ai 18mila nanogrammi per litro).
Isde-medici per l’ambiente stimano che consumi elevati di vino possano portare al superamento della dose settimanale tollerabile stabilita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo alla settimana).
Lo studio dell’università di Venezia conferma la necessità di affrontare i Pfas non come emergenza episodica, ma come problema strutturale di prevenzione primaria: cioè con controlli ovvero eliminazione sulle sorgenti di contaminazione (leggi: impianti di produzione, cioè Spinetta) che entrano nelle filiere agricole e alimentari.
Infatti, eliminare il vino dalle tavole non è la soluzione. Non ci dimentichiamo la presenza di Pfas nelle acque minerali (Panna, Levissima, Rocchetta, San Pellegrino, Sant’Anna, Uliveto, ecc.) e nelle birre: 95% degli Stati Uniti presso le aree contaminate. La soluzione è eliminare i Pfas.