
Cento chilometri separano l’Eur da Orvieto, dove comizia quasi in contemporanea Roberto Vannacci. E dal laghetto del quartiere più razionalista di Roma, poco prima della mezza, Giorgia Meloni rilancia la sua sfida al generale “fetecchia” (copyright degli ex camerati del parà, scovato dal Giornale). Non lo cita mai, ma lo rincorre. La platea è quella dei ragazzi di FdI, la Gioventù nazionale, militanti disciplinati con magliette color verde militare. Meloni ricicla un paio di proposte già rimbalzate sui giornali in queste settimane: il tetto per gli studenti immigrati nelle classi e il divieto di burqa a scuola.
Sono tutte sterzate (e frecciate) verso Vannacci, innominato come al comizio di Bari sul governo “più longevo”. Meloni parte con quella che sembra una presa di distanza dalla proposta dell’ex militare di fare classi separate per i disabili. “Non devono esserci scuole aperte a qualcuno e precluse ad altri”. Sugli stranieri invece lo spartito è lo stesso: “Se in una classe la maggioranza dei bambini non capisce l’italiano, non è integrazione, è abbandono. Rischiano di imparare l’emarginazione. Non esiste che gli italiani siano la minoranza. Chiamarla integrazione è una menzogna”. Applausi. “Chi viene in Italia deve integrarsi, conoscere la nostra lingua, rispettare le nostre regole”. Segue annuncio, in realtà già nell’aria da tempo: “In cdm vareremo in provvedimento che introduce per legge il numero massimo di studenti stranieri per classe”. E ancora: ci sarà pure il “divieto di burqa. Siete d’accordo?”. I giovani meloniani si sbracciano e urlano. “Si direbbe di sì. A scuola si va a viso aperto”. Coretti: Giorgia-Giorgia-Giorgia!
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