
Industria bellica e microprocessori, due ambiti strettamente interconnessi, sono tra i principali fattori, alla base della influenza che le multinazionali della chimica esercitano sul mondo politico e sui soggetti deputati a redigere leggi e regolamenti. Anche Solvay Syensqo in Europa si oppone alla messa al bando di produzione e impiego dei Pfas trincerandosi dietro le “deroghe” per i cosiddetti usi essenziali. Al più, avvalendosi delle complicità istituzionali (clicca qui), a Spinetta Marengo, suo sito produttivo del PFOA italiano dal 2002, Solvay comunica di eliminare il cancerogeno Pfas C6O4 dopo aver inquinato ambiente e sangue per trent’anni. E lo annuncia con lo stesso candore con cui nel 2013 lo dichiarò innocuo sostitutivo del PFOA, cancerogeno sospetto dal 1947, a tacere ADV ecc. Però, ecco la deroga, l’eliminazione del C6O4 è parziale, perché sarebbe “attualmente ineliminabile”.
La strategia Solvay è appunto inquadrata all’interno della lobby chimica internazionale che affronta uno dei nodi più controversi del dibattito europeo sulla restrizione UE dei PFAS: la presunta indispensabilità di queste sostanze in settori tecnologicamente avanzati, come l’elettronica, le telecomunicazioni e le infrastrutture digitali. Esempi fluoropolimeri come il PTFE.
Invece, dal rapporto «Seek and You Shall Find: Alternatives to PFAS in Electronics», pubblicato da ChemSec (International Chemical Secretariat), organizzazione impegnata nella riduzione delle pericolose sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, la transizione verso un’industria elettronica senza PFAS è tecnicamente possibile in numerose applicazioni e, in molti casi, le alternative sono già disponibili sul mercato.
Le caratteristiche dei Pfas (resistenza alle alte temperature, stabilità chimica, isolamento elettrico, ridotto attrito e capacità di resistere all’acqua e ad altre sostanze) ne hanno favorito l’impiego in componenti elettronici, rivestimenti, materiali isolanti, circuiti stampati e fluidi utilizzati nei processi industriali. Ma la loro elevata persistenza ambientale è associata agli effetti tossici e cancerogeni in situazioni di impossibilità di prevenzione e di bonifiche. La questione riguarda quindi non soltanto l’esposizione dei consumatori, ma anche le emissioni durante la produzione, la gestione dei rifiuti elettronici e le possibili contaminazioni delle acque e dei suoli.
Ebbene, le soluzioni alternative ci sono e ChemSec mette in discussione l’opportunità di prevedere deroghe generalizzate per queste applicazioni.