Tavola rotonda con il convitato di pietra.

Nel nostro servizio “Come stiamo mettendo al bando i pfas in Italia” (clicca qui), un capitolo è dedicato a “I complici che danno manforte a Solvay nel processo” (clicca qui). Nello svolgimento del compito loro assegnato, questi storici complici del disastro ambientale e sanitario di Alessandria, cioè Regione Piemonte, Provincia di Alessandria, Comune di Alessandria, Arpa, Asl e Azienda Ospedaliera, si sono impegnati, in una sedicente “Tavola rotonda” presso il settimanale locale “Il Piccolo”,  a dimostrare che il disastro è stato da loro e Solvay affrontato in questi decenni nel migliore dei modi, e che assieme alla Solvay stanno ormai per risolverlo a definitivo beneficio della popolazione.
Alla “Tavola rotonda” con Solvay, attento El burlador convitato di pietra, la questione di fondo -hanno scritto nella velina– è capire quale sia oggi il quadro reale della contaminazione nella Fraschetta e, soprattutto, attraverso quali vie le persone possano continuare a essere esposte.” Avete compreso bene. La questione di fondo non è eliminare l’esposizione ai tossicicocancerogeni, bensì individuare “attraverso quali vie le persone possano continuare a essere esposte”.  Avendo sempre la santa pazienza di monitorare, le loro vie sono: come sempre rinviare sine die la chiusura degli impianti inquinanti, sostituendo un cancerogeno Pfas con un altro, naturalmente meno cancerogeno del precedente (e in seguito riconosciuto cancerogeno… ma meno del successivo…).   Le loro vie sono sempre la chimera di una bonifica che è sempre in itinere. Vie sempre ribadite da chi si chiama Solvay o si fa ribattezzare Syensqo.  
Ovviamente, le conclusioni della tavola rotonda non sono assolutamente quelle dell’ultimo capitolo del nostro servizio “Come stiamo mettendo al bando i pfas in Italia”: clicca qui https://www.rete-ambientalista.it/2026/10/21/il-processo-penale-non-garantisce-la-tutela-di-ambiente-e-vittime-pertanto-class-actions/

Non siamo più Solvay, siamo Syensqo.

Ai giornali l’azienda ha fornito un album di immagini da divulgare. Come questa. Si vede tanto tanto verde: che in realtà esiste nelle poche decine di metri in primo piano. Si vede un cielo tanto tanto blu, ripulito di qualsiasi filo di gas, mentre volano nella salubre atmosfera sciami di spensierati uccellini. Le ciminiere sono lontane lontane dal centro abitato, nascoste in primo piano da innocui innocui uffici. Nascoste anche le colline di rifiuti tossici tossici nocivi nocivi. Manca solo un’anima viva in piena salute nell’idilliaco quadro.
In foto, l’azienda ha perfino cambiato nome, come è sovente successo in cento anni al grande polo chimico: Solvay, Ausimont, Montefluos, Montedison, Montecatini Edison eccetera. Perdendo il pelo ma non il vizio di inquinare e uccidere. L’ultima pelliccia era belga, Solvay. Definitivamente sputtanata dai Pfas, ora si presenta come Syensqo, nome studiato perchè nessuno riesca a pronunciare collegandolo a Solvay.
Come ad ogni cambio di nome, la “nuova” azienda si presenta sempre con la stessa immagine. Che nega il disastro ambientale e sanitario. Che conferma “il più ampio impegno dell’azienda per il miglioramento continuo delle proprie prestazioni ambientali e risponde anche alle aspettative espresse nel corso degli anni dalle istituzioni e dalla comunità locale. Rappresenta il risultato di un impegno di lungo periodo, costruito attraverso ricerca, innovazione, investimenti e ascolto del territorio, con l’obiettivo di coniugare sviluppo industriale, sostenibilità ambientale e competitività tecnologica”. “Un processo che trova oggi un riconoscimento formale e un ulteriore consolidamento nel rinnovo dell’AIA del sito, che definisce il quadro entro il quale proseguire nel miglioramento continuo. Questo traguardo rafforza soprattutto la nostra determinazione a migliorare ulteriormente le prestazioni ambientali del sito, in un dialogo costante e costruttivo con gli enti locali (molto costruttivo con i sindacati n.d.r) e la comunità in cui operiamo, coniugando la competitività industriale con la creazione di valore per la comunità locale”.
Con l’Autorizzazione AIA, insomma, Solvay, pardon Syensqo, si sente di avere le spalle coperte dalle Istituzioni nel processo penale.   Nel nostro servizio “Come stiamo mettendo al bando i pfas in Italia” (clicca qui), un capitolo è appunto dedicato a “I complici che danno manforte a Solvay nel processo” (clicca qui) e la conclusione è che Solvay/Syensqo  dovrà fare i conti innanzitutto con le class actions, clicca qui https://www.rete-ambientalista.it/2026/10/21/il-processo-penale-non-garantisce-la-tutela-di-ambiente-e-vittime-pertanto-class-actions/

Un’industria elettronica senza PFAS.

Industria bellica e microprocessori, due ambiti strettamente interconnessi, sono tra i principali fattori, alla base della influenza che le multinazionali della chimica esercitano sul mondo politico e sui soggetti deputati a redigere leggi e regolamenti. Anche Solvay Syensqo in Europa si oppone alla messa al bando di produzione e impiego dei Pfas trincerandosi dietro le “deroghe” per i cosiddetti usi essenziali. Al più, avvalendosi delle complicità istituzionali (clicca qui), a Spinetta Marengo, suo sito produttivo del PFOA italiano dal 2002, Solvay comunica di eliminare il cancerogeno Pfas C6O4 dopo aver inquinato ambiente e sangue per trent’anni.  E lo annuncia con lo stesso candore con cui nel 2013 lo dichiarò innocuo sostitutivo del PFOA, cancerogeno sospetto dal 1947, a tacere ADV ecc. Però, ecco la deroga, l’eliminazione del C6O4 è parziale, perché sarebbe “attualmente ineliminabile”.   
La strategia Solvay è appunto inquadrata all’interno della lobby chimica internazionale che affronta uno dei nodi più controversi del dibattito europeo sulla restrizione UE dei PFAS: la presunta indispensabilità di queste sostanze in settori tecnologicamente avanzati, come l’elettronica, le telecomunicazioni e le infrastrutture digitali. Esempi  fluoropolimeri come il PTFE.
Invece, dal rapporto «Seek and You Shall Find: Alternatives to PFAS in Electronics», pubblicato da ChemSec (International Chemical Secretariat), organizzazione impegnata nella riduzione delle pericolose sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, la transizione verso un’industria elettronica senza PFAS è tecnicamente possibile in numerose applicazioni e, in molti casi, le alternative sono già disponibili sul mercato.
Le caratteristiche dei Pfas (resistenza alle alte temperature, stabilità chimica, isolamento elettrico, ridotto attrito e capacità di resistere all’acqua e ad altre sostanze) ne hanno favorito l’impiego in componenti elettronici, rivestimenti, materiali isolanti, circuiti stampati e fluidi utilizzati nei processi industriali. Ma la loro elevata persistenza ambientale è associata agli effetti tossici e cancerogeni in situazioni di impossibilità di prevenzione e di bonifiche. La questione riguarda quindi non soltanto l’esposizione dei consumatori, ma anche le emissioni durante la produzione, la gestione dei rifiuti elettronici e le possibili contaminazioni delle acque e dei suoli.
Ebbene, le soluzioni alternative ci sono e ChemSec mette in discussione l’opportunità di prevedere deroghe generalizzate per queste applicazioni.

Processo Miteni: un caso di scuola.

Il processo in secondo grado per Miteni, davanti la Corte d’appello di Venezia, andrà ad incrociarsi con quello (il secondo) del Tribunale di Alessandria contro Solvay. Con la sostanziale differenza che ad Alessandria il processo è, per ora, imperniato sul blando reato di colpa, mentre quello di Venezia sul grave reato di dolo.  
In primo grado il tribunale di Vicenza aveva inflitto pene esemplari agli imputati. Secondo Claudia Marcolungo, docente di diritto ambientale all’Università di Padova, «il dibattimento in corso costituisce, comunque la si pensi, un passaggio imprescindibile della storia giudiziaria del nostro Paese». Da tempo infatti sono molti gli addetti ai lavori che vedono nel processo Miteni un caso di scuola.
Quali sono o quali saranno gli snodi cruciali di questo appello? Il nostro ordinamento, spesso ingabbiato tra l’incubo della prescrizione e l’estrema difficoltà nel provare il nesso di causalità rigorosa nei reati ambientali, ha sviluppato gli anticorpi per reggere l’urto di questo dibattimento?
«Direi che i temi centrali che le difese molto probabilmente svilupperanno saranno la sussistenza del dolo eventuale, ovvero la conoscenza e l’accettazione del rischio da parte degli imputati».
Cioè?
«Si chiederà al giudice di valutare il peso dell’inquinamento storico e il momento in cui il disastro si è consumato. Si chiederà poi di valutare il fatto che le sostanze non fossero regolate esplicitamente dalla legge e che l’attività fosse stata autorizzata e venisse monitorata dalle pubbliche autorità. Da ultimo immagino si dibatterà anche sulla pericolosità di queste sostanze e sull’applicabilità del reato di avvelenamento doloso delle acque».
Questo significa che le difese, in qualche modo, potrebbero chiedere che si valutino questi elementi come circostanze scriminanti ovvero di non punibilità per gli imputati?
«Sì».
E quindi?
«Siamo di fronte a temi complessi. Sarà un appello nel quale si materializzano sfide di ogni tipo. Poi, con ogni probabilità, si potrebbe finire in Cassazione. Comunque vada è un processo destinato a fare la storia nel diritto ambientale proprio per i temi che si porta dietro e per le conseguenze determinatesi, in gran parte irreversibili».

3M alla sbarra per risarcimento milionario Pfas in Germania.

La città di Burghausen ha deciso di intraprendere azioni legali, studio legale Graf von Westphalen, contro le conseguenze della contaminazione da Pfas della 3M.   La contaminazione nel distretto di Altötting in Baviera è la più grande contaminazione del suolo da PFOA mai registrata in Germania. Altötting e in particolare il comune di Burghausen, è il polo economico più importante del cosiddetto “triangolo chimico” della regione. L’area attualmente oggetto di indagine si estende già per circa 19.000 ettari. Secondo le stime preliminari dell’iniziativa civica Netzwerk Trinkwasser (BINT), l’area interessata potrebbe estendersi fino a 38.000 ettari. L’estensione effettiva non è stata ancora determinata in modo definitivo.
Nel frattempo, altri comuni, il distretto di Altötting e diverse associazioni hanno annunciato l’intenzione di avviare procedimenti legali propri.
La causa inizialmente tratta di circa un milione di euro per i costi già sostenuti, in particolare per il campionamento e lo smaltimento del terreno contaminato da PFOA. Inoltre, ai sensi dell’articolo 303 della legge tedesca sulle società per azioni, saranno garantite eventuali ulteriori richieste di risarcimento nei confronti di 3M fino a un valore di 100 milioni di euro. Saranno inoltre presi in considerazione i potenziali costi futuri relativi alla contaminazione da PFOA. Inoltre, l’iniziativa cittadina Netzwerk Trinkwasser (Rete idrica potabile) fornirà informazioni su eventuali reclami da parte dei proprietari di immobili.

Chi inquina non paga. Emergenza Pfas in Liguria ponente.

Pagano i cittadini ma non le Istituzioni, malgrado ripetiamo l’allarme inascoltato dalla sanità ligure e perfino da associazioni ambientaliste: il  “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, con Sito e mailinglist a oltre 43mila utenti, facendo costante riferimento al disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo, negli anni ha denunciato l’emergenza ambientale e sanitaria della Liguria a guida Toti-Bucci e richiamato le altre forze politiche a sollevarsi dalla propria inerzia: https://www.rete-ambientalista.it/2026/10/08/ultimatum-pfas-alla-regione-liguria/ .
Pagano le popolazioni della Liguria di Ponente. Si aggrava l’emergenza idrica in provincia di Savona emersa inizialmente alla fine di settembre 2026 a Borgio Verezzi per poi estendersi ad altri centri: 12.000 abitanti senza acqua potabile dal rubinetto di Pietra Ligure, Villanova d’Albenga, Loano, dove sono state posizionate delle autobotti per garantire un minimo idrico alla popolazione, che deve fare ricorso a taniche e acqua in bottiglia. L’emergenza ha portato finalmente sindaci e forze politiche a richiedere monitoraggi approfonditi sulle fonti di inquinamento, regole sugli scarichi e uno screening sanitario per la popolazione esposta.
Si lavora a interventi tecnici sulle reti e sulle fonti alternative per ripristinare la potabilità, ma i tempi per il ritorno alla normalità sono stimati come molto lunghi.

Quella carne fa male, ma gli spot sono permessi.

L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha inserito la carne rossa processata o conservata, nonché gli affettati (prosciutto, salame, capocollo, mortadella, wurstel), nella lista delle sostanze che possono causare il cancro del colon-retto e altri tipi di tumore.
 
In passato questi costituenti erano già noti come potenziali cancerogeni, ma ora la classificazione è, come abbiamo detto, cambiata sulla base di 800 studi epidemiologici provenienti da molti Paesi di ogni continente. Questi studi hanno permesso alla IARC di inserire i prodotti conservati delle carni rosse nel cosiddetto Gruppo 1 che comprende anche l’amianto, il fumo, l’alcol etilico, le radiazioni ultraviolette e il papilloma virus, come pubblicato nello studio fondamentale su Lancet Oncology (ott. 2015). Anche le carni rosse se fresche sono da consumare in quantità molto limitata perché sono state incluse nel Gruppo 2, cioè fra le sostanze probabilmente cancerogene per l’uomo.
Clicca qui Silvio Garattini.