
Ai giornali l’azienda ha fornito un album di immagini da divulgare. Come questa. Si vede tanto tanto verde: che in realtà esiste nelle poche decine di metri in primo piano. Si vede un cielo tanto tanto blu, ripulito di qualsiasi filo di gas, mentre volano nella salubre atmosfera sciami di spensierati uccellini. Le ciminiere sono lontane lontane dal centro abitato, nascoste in primo piano da innocui innocui uffici. Nascoste anche le colline di rifiuti tossici tossici nocivi nocivi. Manca solo un’anima viva in piena salute nell’idilliaco quadro.
In foto, l’azienda ha perfino cambiato nome, come è sovente successo in cento anni al grande polo chimico: Solvay, Ausimont, Montefluos, Montedison, Montecatini Edison eccetera. Perdendo il pelo ma non il vizio di inquinare e uccidere. L’ultima pelliccia era belga, Solvay. Definitivamente sputtanata dai Pfas, ora si presenta come Syensqo, nome studiato perchè nessuno riesca a pronunciare collegandolo a Solvay.
Come ad ogni cambio di nome, la “nuova” azienda si presenta sempre con la stessa immagine. Che nega il disastro ambientale e sanitario. Che conferma “il più ampio impegno dell’azienda per il miglioramento continuo delle proprie prestazioni ambientali e risponde anche alle aspettative espresse nel corso degli anni dalle istituzioni e dalla comunità locale. Rappresenta il risultato di un impegno di lungo periodo, costruito attraverso ricerca, innovazione, investimenti e ascolto del territorio, con l’obiettivo di coniugare sviluppo industriale, sostenibilità ambientale e competitività tecnologica”. “Un processo che trova oggi un riconoscimento formale e un ulteriore consolidamento nel rinnovo dell’AIA del sito, che definisce il quadro entro il quale proseguire nel miglioramento continuo. Questo traguardo rafforza soprattutto la nostra determinazione a migliorare ulteriormente le prestazioni ambientali del sito, in un dialogo costante e costruttivo con gli enti locali (molto costruttivo con i sindacati n.d.r) e la comunità in cui operiamo, coniugando la competitività industriale con la creazione di valore per la comunità locale”.
Con l’Autorizzazione AIA, insomma, Solvay, pardon Syensqo, si sente di avere le spalle coperte dalle Istituzioni nel processo penale. Nel nostro servizio “Come stiamo mettendo al bando i pfas in Italia” (clicca qui), un capitolo è appunto dedicato a “I complici che danno manforte a Solvay nel processo” (clicca qui) e la conclusione è che Solvay/Syensqo dovrà fare i conti innanzitutto con le class actions, clicca qui https://www.rete- ambientalista.it/2026/10/21/ il-processo-penale-non- garantisce-la-tutela-di- ambiente-e-vittime-pertanto- class-actions/