
La storia umana è anche una storia del diritto, dalle Dieci Tavole, secondo la Bibbia scritte dal dito di Dio, ai codici di Ur e di Hammurabi, che per la prima volta stabilivano che il diritto consiste nella difesa del debole e facevano del re, cioè del potere, il padre dell’orfano e il marito della vedova, a Vasti e ad Antigone che si appellano a una legge superiore a quella scritta dai maschi, al diritto naturale che stabilisce che la verità, non l’autorità, fa la legge, al diritto positivo che istituisce la legge uguale per tutti, ai diritti umani che perfino nella guerra cercano di trattenere un residuo di ragione, alle Costituzioni postbelliche, ultime lettere della Resistenza italiana ed europea, fino alla Convenzione internazionale contro il genocidio che condanna un delitto così estremo da non avere ancora neanche il nome, e che rappresenta la soglia più alta raggiunta dal diritto nel suo sforzo di realizzare, come sua gloria, la giustizia.
La condanna a morte del diritto è stata molte volte e in diversi modi annunciata e segnalata (papa Francesco), fino al culmine del genocidio di Gaza, indifferente alle pronunzie delle Corti internazionali, perpetrato nella latitanza del Consiglio di Sicurezza e dello stesso segretario generale dell’Onu, e compiuto con la complicità di quasi tutta la comunità internazionale, con le sue armi o almeno col suo silenzio (non però dei molti di tutto il mondo che hanno navigato e manifestato “proPal” e perciò sono stati bollati come “terroristi” dai poteri selvaggi); e fino a Trump quando chiede la grazia per Netanyahu e il Nobel per sé opera una rilegittimazione del genocidio, la negazione della negazione, e proclama di non aver bisogno del diritto internazionale.
Preso atto della realtà, è ancora possibile, prima dell’immane disastro, ristabilire il diritto come regola della vita internazionale e “sicurezza” per la Terra? Raniero La Valle risponde di sì e indica a quale “istanza più alta” bisogna ricorrere: clicca qui.