
Non ci riferiamo ai monitoraggi degli enti pubblici, che sono sempre stati assenteisti. Bensì della sparizione dei ricci che in passato ogni notte percorrevano chilometri nel circondario dello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo per andare alla ricerca di cibo, finendo però per accumulare dentro di sé le tracce delle sostanze tossiche disseminate nell’ambiente. In quanto si muovono su vaste aree e si alimentano di insetti e invertebrati a diretto contatto con il suolo e la vegetazione: i ricci accumulano nel loro organismo una varietà di contaminanti ambientali che riflettono la complessità delle fonti di inquinamento.
La loro scomparsa è un dato allarmante: i ricci, infatti, funzionano da sentinelle silenziose, da “bioindicatori” naturali, capaci di raccontare attraverso il loro corpo le condizioni di salute degli ecosistemi urbani. Proprio come avviene con i “cugini” marini, i ricci di mare, sono fondamentali per tracciare una sorta di impronta digitale dell’inquinamento che ci circonda. Mammiferi come gli esseri umani, la loro esposizione alle sostanze nocive offre un campanello d’allarme diretto sui rischi per la salute umana: gli inquinanti rilevati, in Fraschetta sono noti per i loro effetti cancerogeni, mutageni e per l’impatto sulla fertilità e sullo sviluppo embrionale.
In alcune università (non risulta Alessandria), gli scienziati hanno esaminato e analizzato diversi tessuti dei ricci: gli aculei e i denti per studiare l’esposizione a lungo termine, e il fegato, per valutare la contaminazione più recente da composti organici volatili. Un metodo, questo, che ha permesso di restituire una fotografia dettagliata (e inquietante) dell’inquinamento.