Sempre più morti a Taranto, fermata l’area a caldo dell’Ilva.

La Corte d’appello di Milano ha dato ragione agli 11 cittadini dell’associazione Genitori Tarantini che hanno impugnato la sentenza di primo grado emessa a febbraio.
Dopo il sequestro dell’altoforno 1, confermato un mese e mezzo fa dalla Cassazione che aveva rigettato il ricorso dell’azienda, il 27 luglio la Corte ha ordinato all’ex Ilva di Taranto di sospendere entro 90 giorni l’attività produttiva dell’area a caldo, che non potrà riprendere se prima non verrà «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti» e non saranno adottate «le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza».
 
Per motivare lo stop alle società Ilva spa, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia Holding spa, tutte in amministrazione straordinaria, la Corte spiega che persistono pericoli per la salute pubblica legati al «progressivo ammaloramento dello stabilimento». E puntualizza che «non ha alcuna rilevanza il fatto che i valori limiti di emissioni delle polveri sottili» stabiliti dal decreto legislativo 155/2010 e dalla direttiva europea del 2008, «negli anni non siano stati superati, come pure Ilva ha tenuto ad evidenziare». Perché, come aveva rilevato anche il Tribunale, «nel corso del tempo l’incremento dei casi di morte e ospedalizzazione nell’area prossima allo stabilimento, rispetto a zone anche poco distanti, sta a dimostrare che il rispetto dei valori limite emissione non è sufficiente a scongiurare i rischi per la salute».
 
Nell’area, d’altronde, oltre a grandi quantità di polveri sottili, è ancora accumulato l’amianto che «avrebbe dovuto essere rimosso entro il 23 agosto 2026» se non fosse stato per le continue proroghe concesse all’azienda. Fino al punto che oggi negli impianti risultano ancora presenti «oltre duemila chili di amianto, inglobati nei cowper». Le giudici milanesi hanno anche parzialmente disapplicato l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) 2025 che, scrivono, «effettivamente non contiene alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto» ed è «priva di adeguate tutele sulle polveri PM10 e PM2,5 nello scenario produttivo a 6 milioni di tonnellate annue». Al contrario, non è stata accettata la richiesta dei residenti relativa al taglio dei gas serra.
La sentenza della Corte di Appello certifica il fallimento di oltre dieci anni di politiche industriali fondate esclusivamente sui decreti “Salva Ilva” che hanno derogato alle normative ambientali e sanitarie. Dieci anni di governi di tutti i colori.
 
Il decreto interviene proprio nel momento in cui il governo era prossimo alla formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico (gruppo indiano Jindal). Mentre il fondo americano Flacks Group ha rilanciato proposta di «una svolta tecnologica capace di coniugare produzione, occupazione, salute e tutela dell’ambiente» con la riduzione di «Co2 di oltre il 50% nella configurazione base e fino all’86% con l’impiego dell’idrogeno

Violenza chiama violenza.

Lo Stato non ha chiesto alla popolazione della Valsusa se era d’accordo con il Tav. Anzi, è andato avanti quando essa ha manifestato che non era d’accordo: con solidi argomenti, apertamente, massicciamente, pacificamente. Anzi, lo Stato ha imposto il Tav con la violenza, ha militarizzato il territorio, addirittura con l’esercito, come in guerra: le zone rosse, i decreti sicurezza, l’innalzamento delle reti.
 
C’è ora da stupirsi se alla violenza stanno rispondendo con la violenza? Quale sarà la spirale della violenza? Sempre più militari, minoranze sempre più disperate.
Una soluzione c’è: chiudere un’opera che non ha mai avuto senso.
A fine anni ’80 Tangentopoli progettò la follia del treno ad alta velocità (Tav) da Lione a Torino, come non bastasse che i passeggeri viaggiassero già sul Tgv e le merci sulla Torino-Modane, sotto il vecchio traforo del Frejus. La follia del capitale giustificava con la previsione di un aumento vertiginoso del traffico merci e passeggeri fra Italia e Francia negli anni Duemila, anzi di un Tav che andava dal Portogallo all’Ucraina.
 
Gli avvenimenti di questi trenta anni possono giustificare la prosecuzione di questa follia? Che ha ingoiato miliardi su miliardi senza che le sia riuscito di scavare un centimetro del “tunnel di base”: tutti sanno che non si farà mai, non ci sono soldi, ai francesi non frega nulla.
Una follia inutile (utile solo a capitale e politica) e dannosa e violenta. A questa follia di costi senza benefici si ribellò, si sta ribellando la popolazione della Val Susa già sfregiata dalla vecchia ferrovia Torino-Lione, dall’autostrada A32 e da due statali, con infiltrazioni tangentizie e ’ndranghetiste. Per oltre trenta anni si sta opponendo il Movimento No Tav: il più appassionato e partecipato dei movimenti democratici dal basso: cittadini di ogni età, ceto, censo e professione, sindaci e assessori, religiosi, scienziati, riuniti in cortei, manifestazioni e feste per difendere la salute e l’ambiente. No Tav è la bandiera di tutti i Movimenti italiani.
 
A questa follia neppure oggi si oppone la politica, perché il Tav è una mangiatoia: partita da 5 miliardi e ora verso i 25. Nessun partito ha in programma di disdire il trattato italo-francese. Neppure i Cinquestelle, che con il governo Conte 1 persero fino all’ultimo voto in Valsusa. Ma tutti i partiti, e i loro media, ignorando per l’ennesima volta 20.000 manifestanti, non vanno oltre alla condanna della violenza per gli scontri e le devastazioni esibite sulle TV, fino a criminalizzare l’intero Movimento No Tav. Il quale non prende le distanze ma rivendica tutte forme di protesta: “Reagiamo alla devastazione che ci viene inflitta. Un popolo che si difende dalla violenza dei governi è un popolo che spera ancora di potersi liberare”. Clicca qui.
A caccia di ogni dissenso, Meloni corre a mostrare il pugno duro e manganello cercando di anticipare Vannacci, ovviamente non contro gli incappucciati ma identificando illegalmente campeggiatori e viaggiatori.  L’opposizione, accovacciata sulla mina sicurezza tra distinguo bellicisti e imbarazzi securitari, “giù le mani dalla Valsusa” non lo chiede al governo Meloni né al governo che intenderebbe instaurare (con ben pochi voti in Valsusa, e non solo).