
La regola “il delitto commesso contro l’ambiente resta impunito” continua ad essere storicamente documentata su “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia, fino al quarto volume con il disastro sanitario e ambientale della Solvay di Spinetta Marengo. La regola conosce rare o imparziali eccezioni, come per il disastro ferroviario di Viareggio https://www.rete- ambientalista.it/2026/07/04/ moretti-in-carcere-allora-la- giustizia-e-veramente-uguale- per-tutti/, o come per la sentenza pfas di Vicenza https://www.rete- ambientalista.it/2026/06/23/ esclusivo-una-nuova-inchiesta- sulla-sentenza-miteni/, o come per il crollo del ponte Morandi.
L’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, è stato condannato in primo grado a 12 anni di reclusione per il crollo del ponte Morandi a Genova. La tragedia, avvenuta il 14 agosto 2018, aveva provocato la morte di 43 persone che stavano percorrendo il viadotto a bordo di auto o camion nel momento del crollo. L’ex ad è stato riconosciuto responsabile dei reati di crollo colposo e omicidio stradale, mentre è stata esclusa l’aggravante lavoristica. La procura aveva chiesto 18 anni e 6 mesi. In totale la sentenza ha comminato 32 condanne per 180 anni di carcere complessivi, rispetto ai 400 chiesti dai Pm.
Le indagini per appurare le responsabilità del crollo hanno coinvolto 69 persone. La principale tesi difensiva degli imputati sosteneva che il ponte avesse un difetto strutturale mai individuato prima e risalente alla sua costruzione negli anni Sessanta. Invece le perizie della procura hanno dimostrato che la tragedia si sarebbe potuta evitare se fossero stati effettuati regolari controlli e manutenzioni. Non solo: secondo l’accusa gli imputati erano consapevoli del degrado della struttura e del rischio di crollo, ma non hanno fatto nulla per evitarlo perché hanno privilegiato l’interesse a far risparmiare l’azienda.
I legali di Castellucci, di cui Guido Carlo Aleva difensore di Solvay e Eternit, hanno annunciato l’intenzione di presentare ricorso, ritenendo che sia innocente e che «si è cercato il colpevole ma non la colpa». Invece, il ponte è crollato perché l’universo spietato del profitto non voleva fermarsi: gli interessi del concessionario Benetton hanno deformato la catena di controllo e lo Stato si è adeguato, il processo ha giustamente punito le responsabilità individuali.
La condanna a Castellucci si aggiunge a quella definitiva di 6 anni ricevuta lo scorso anno per l’incidente del viadotto Acqualonga a Monteforte Irpino (Avellino), per la quale è già in carcere. In quella tragedia, avvenuta nel 2013, morirono 40 persone: a causa di un guasto ai freni, l’autobus su cui viaggiavano si era schiantato contro un guardrail che non aveva retto all’urto, precipitando nel vuoto per 30 metri.
La linea della sentenza per il crollo del ponte Morandi è simile, ma non adeguata, a quella che lo scorso giugno ha portato ad una condanna (5 anni) di Mauro Moretti, ex ad di Ferrovie dello Stato, per la strage di Viareggio. Pur trattandosi di un incidente di diversa natura, anche in quel caso le toghe hanno attribuito al vertice dell’azienda scelte in materia di sicurezza direttamente correlate allo scoppio dell’incendio che ha ucciso 32 persone. Moretti è finito in carcere, ma ci resterà pochissimo: avendo 72 anni, otterrà presto i domiciliari grazie all’ex Cirielli (il regalo di compleanno che si fecero B. e Previti salvando dalla prigione gli over 70). Castelucci otterrà negli appelli la riduzione di pena.
D’altronde si chiede la grazia al gioielliere (14 anni e 9 mesi) che insegue e spara 5 colpi alle spalle dei rapinatori uccidendone a brucia pelo due. E’ una questione di principio: i ricchi e i potenti e i politici non devono metter piede in cella neppure per un nanosecondo. Sennò poi la gente s’illude che la legge sia davvero uguale per tutti, cioè che l’articolo 3 della Costituzione sia ancora vigente, e si crea un pericoloso precedente.