Un delitto viene definito perfetto quando il crimine è consapevolmente ideato per essere commesso senza lasciare alcuna prova, oppure per essere risolto dai tribunali con un nulla di fatto: o archiviato senza colpevoli o coperto con pene cosmetiche.
Quest’ultimo è proprio il caso del delitto perfetto contro l’ambiente (e la salute, di conseguenza): compiuto tramite un’azione inquinante e distruttiva pianificata per eludere completamente la legislazione vigente. Possiamo riferirci ad Alessandria, all’area denominata Fraschetta, al sito produttivo chimico di Spinetta Marengo, alla compromissione significativa e misurata -dalle indagini- di acque, aria, suolo, flora, fauna e, sopra tutto, della salute di una popolazione di lavoratori e residenti. ***
Nello specifico della Solvay (Syensqo) di Spinetta Marengo, nel PRIMO PROCESSO (2015) la procura della repubblica aveva incriminato -i massimi vertici aziendali- per disastro ambientale: avvelenamento doloso delle acque (art. 439 c.p.), con reclusione non inferiore ai 15 anni, ravvisando l’alterazione irreversibile dell’ecosistema, la sua attenuazione particolarmente onerosa, e l’offesa alla pubblica incolumità per numero di persone ed esposizione. I faldoni dell’accusa riempivano una stanza di documenti sequestrati e intercettazioni. Tuttavia, il tribunale aveva, delitto perfetto, derubricato il dolo con condanne per disastro ambientale colposo (1 anno e 8 mesi con i benefici di legge per tre marginali direttori di stabilimento).
La Cassazione (sentenza 2020), rendendo definitive le condanne, nelle motivazioni ha stabilito che il polo chimico avrebbe dovuto fermarsi per impedire che i veleni finissero in falda: “Il danno ambientale dev’essere risarcito mediante l’adozione di misure di ripristino delle risorse naturali danneggiate, attraverso la strada della riparazione ‘primaria’, ‘secondaria’ e ‘compensativa’”. Ciò non è avvenuto, anzi, Solvay ha potenziato le produzioni di Pfas e l’inquinamento aria-acqua-suolo, ha approfittato dell’inerzia del ministero dell’ambiente e non ha provveduto alla bonifica.
La multinazionale si è sempre limitata a compitare alcuni “piani di caratterizzazione” che non hanno mai portato alla bonifica, né del sito interno, né soprattutto dei terreni esterni inquinati dalla fuoriuscita dei composti chimici in aria e acque. Nessuno di questi piani ha riguardato la famiglia dei Pfas, prodotti e utilizzati dagli anni Ottanta, ma minimamente le altre sostanze “storiche” (prodotte dagli anni Sessanta) come cromo esavalente, cloroformio ecc. Anzi, il monitoraggio Arpa continua a confermare la presenza in aria di cC6O4 e Adv (soprattutto alla centralina della via principale di Spinetta).
Su queste basi, si è avviato e continuamente rinviato il SECONDO PROCESSO. Di nuovo un delitto perfetto? Di nuovo lo strapotere dei soldi? Il prossimo 25 giugno, alle ore 10, nell’aula (dalle pareti che sembrano bombardate) del tribunale di Alessandria (definito dal presidente Paolo Rampini “il peggior tribunale del Piemonte”), si terrà l’udienza che potrà mettere una pietra miliare o tombale al processo.
*** Al caso nazionale del disastro sanitario e ambientale di Spinetta Marengo sono dedicati approfonditi capitoli in 3 volumi (work in progress) di “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia (disponibile a chi ne fa richiesta).
