Prima puntata, Solvay imputato di pietra.
Al Processo di Vicenza sono stati condannati i manager di Miteni (a 17 anni e 6 mesi Brian McGlynn e a 17 anni Luigi Guarracino, entrambi provenienti da Spinetta Marengo, l’uno da Ausimont l’altro da Solvay), nonché i vertici della lussemburghese ICIG e della giapponese Mitsubishi. Queste due società sono chiamate a rispondere civilmente del danno (circa 56,8 milioni di euro al Ministero dell’Ambiente, 6,57 milioni alla Regione Veneto, 844 mila all’ARPAV, oltre a centinaia di parti civili a 15.000 euro ciascuna). Ebbene, detto chiaramente: ai risarcimenti dovrebbero provvedere, in solido, soggetti per lo più falliti imputabili fino al 2008 o irraggiungibili. Ma non Solvay/Syensqo, che invece è riccamente solvibile.
Solvay non compare né tra gli imputati, né tra i responsabili civili, né nel dispositivo. Non perché la Corte l’ha assolta ma perché non l’ha giudicata, cioè perchè l’Accusa non l’aveva portata a giudizio. Avrebbe dovuto, perché il committente di Miteni per il pfas cC6O4 negli anni 2000 è stata la monopolista Solvay: «A Trissino arrivava una resina dall’impianto Solvay in Italia (Spinetta Marengo) -si legge in sentenza- Dalle resine che provenivano da Solvay veniva recuperato il C6O4… e allo stesso modo poi veniva commercializzato restituito in parte all’impianto Solvay». Il flusso entra da Spinetta, viene lavorato a Trissino, e torna indietro come prodotto. A Trissino resta lo scarto, scaricato nelle falde acquifere.
Qui, nel trattamento dello scarto, sta il cuore dei delitti: avvelenamento doloso di acque destinate all’alimentazione e disastro ambientale. Lo smaltimento del rifiuto, la parte più sporca, era compito di Miteni, ma chi governava il ciclo che conosceva doloso era Solvay. Il rifiuto finisce nelle falde idriche destinate all’alimentazione umana. Centinaia di migliaia di persone la berranno per decenni, prima PFOA e poi Cc6O4.
“La piena consapevolezza”, il dolo di Solvay è irrefutabile. La sentenza stabilisce negli atti che i ricercatori del CNR, quando anni prima avevano cercato l’origine dell’inquinamento Pfas «risalendo il fiume Po», avevano «identificato nello stabilimento Solvay Solexis di Spinetta Marengo, che scaricava in Bormida la sorgente principale di PFOA nel fiume Po».
A Spinetta, Solvay continua a produrre Cc6O4 e a inquinare a livelli da Guinness dei primati. È il filo che la prossima puntata seguirà fino in fondo.
Nella prima puntata (
clicca qui) ci sono tutti i fatti, tutti accertati in una sentenza. Ciò che resta, che la Corte di Vicenza non fa, l’ha fatto
Luca Santa Maria (l’avvocato già leader del collegio di difesa di Solvay nel precedente processo incentrato sul cromo esavalente) che ha depositato
esposti alle Procure di Alessandria e di Vicenza. Sono il cordone ombelicale che lega i due processi.
La qualificazione giuridica che se ne può trarre è: “che chi fornisce la materia, ne disegna il ciclo, ne ricava il prodotto e ne conosce la pericolosità, risponde in concorso (art. 110 c.p.) per l’evento che quel ciclo produce anche se materialmente la causa prossima, cioè l’immissione criminale nell’ambiente, è ascrivibile a un altro, in questo caso Miteni e alla sua condotta scriteriata nella gestione del rifiuto”. Il diritto, per arrivarci, non ha quindi bisogno di «bucare il velo» della società: non sa che farsene dei veli della personalità giuridica. Contano i fatti e il nesso di causalità tra ciascuna condotta e l’evento. E i fatti portano ai mandanti. E lo standard della colpevolezza soggettiva è già scritto in questa sentenza: il dolo eventuale di chi accetta il danno «come prezzo da pagare» per il profitto. E Solvay deve pagare, come incitava al primo processo il procuratore generale della Cassazione.