
Mandrogne sarebbe solo una frazione di Alessandria, ma nel circondario è considerata un’isola razziale, non si sa se di origine zingara o saracena (i tratti somatici, belli, alti, capelli crespi e naso aquilino, il dialetto che arrota le erre), mentre nel mondo è storicamente conosciuta per il commercio ambulante coi carretti dei suoi abitanti (“mandrogni”) specialmente di conigli (bianchi), lepri, stracci, carta e rottami. Vigeva tra loro un’omertà quasi siciliana, un carattere chiuso, ruvido, astuto e beffardo, quasi una etnia. Oltre al paese, il termine “mandrogno” ha finito per definire (immeritatamente: rivendicano i mandrogni doc) gli abitanti di tutta la Fraschetta e, per estensione, dell’alessandrino.
Tra questi: i cittadini del sobborgo di Spinetta Marengo, che hanno sùbito fatto ricorso al sarcasmo mandrogne quando hanno appreso che la loro concittadina era stata nominata direttore dello stabilimento Solvay. “Farà carriera” hanno commentato. Volete dire che “ha fatto” carriera. “No, la farà, perché sarà la prossima imputata all’ennesimo processo e dunque poi premiata a ben più alti incarichi, come sempre avvenuto per i suoi predecessori”. E rammentano i nomi dei direttori che hanno fatto da capri espiatori, coprendo le responsabilità penali di manager e azionisti di Solvay Syensqo subendo lievi condanne (o nessuna) ma in cambio di congrui stipendi. Gli ultimi due: Stefano Bigini e Andrea Diotto, accusati di disastro ambientale (cioè senza l’alone di briganti della Fraschetta)
Sarà che i mandrogni, da sempre uomini di mondo, sono maschilisti e perciò non hanno esaltato l’avvenimento “storico” che la spinettese Miriam Arca è la prima donna a ricoprire l’incarico di direttore. Ma, a dirla tutta, neppure le mandrogne l’hanno fatto. Tutti e tutte non si sono lasciati/e abbacinare dalla propaganda che ha accompagnato l’annuncio: “L’obiettivo di Arca sarà proseguire il percorso su innovazione, sostenibilità e dialogo con il territorio, elementi centrali nella nostra strategia aziendale”. Anzi, per nulla rassicurati, per nulla esenti da lutti in famiglia, piuttosto, tutti e tutte hanno assunto la conferma della tragica continuità produttiva dello stabilimento artefice del disastro ambientale e sanitario.
Infatti, la cinquantenne Miriam Arca, nata e cresciuta nella parrocchia di Spinetta Marengo, ma dove non vive con la famiglia, è marchiata da un percorso professionale strettamente legato al sito: entrata in azienda nel 1999 ha maturato oltre vent’anni di esperienza, consapevolmente ricoprendo ruoli di crescente e pesante responsabilità personale. E quelli nuovi che, ancor più imbarazzanti, la destineranno… alla futura carriera. “Per me sono un onore”: ha dichiarato.
Silurando Federico Frosini, la scelta a direttore di “donna, madre, cristiana spinettese” è volta alla “strategia di immagine” dal neo ceo Mike Radossich affidata a Francesco Luccisano, il nuovo Country Manager Italia Syensqo, nel solco della propria esperienza di relazioni esterne (Gruppo API) ovvero in ambito istituzionale di diversi ruoli al Ministero italiano dell’Istruzione e della Ricerca e al Ministero degli Affari Esteri, occupandosi proprio di questioni diplomatiche ed economiche. Ora Luccisano sarà referente per le relazioni istituzionali del Gruppo Syensqo in Italia.
E’ evidente che Syensqo intende giocarsi, negli strategici ambiti istituzionali nazionale ed europeo, la riconferma Pfas del sito produttivo di Spinetta Marengo, affidandosi allo sgonfiamento penale (tramite patteggiamenti) del processo in corso ad Alessandria e preparandosi all’offensiva popolare della class action inibitoria che invece intende fermare d’urgenza le produzioni inquinanti.