Dunque, class actions anche in Italia: contro i Pfas della Solvay.

Dunque si avviano class actions anche in Italia: contro i Pfas, contro Solvay Syensqo di Spinetta Marengo: https://www.rete-ambientalista.it/2026/02/01/perche-le-class-actions-risarcimenti-milionari-per-la-popolazione-di-alessandria/ .

Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre.  Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».
 
La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce, etc., ma anche per lo stress l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.
Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas all’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.
 
Dunque, le assemblee affrontano le class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS   di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati ​​di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.
 
Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.
 
Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.
La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa.  Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

A maggior ragione si avviano class actions contro Solvay dopo lo scandalo dei patteggiamenti.

 STOP.
Stop Solvay.
 
E’ così perché, mentre a Vicenza nel processo per l’avvelenamento doloso della Miteni di Trissino il tribunale ha riconosciuto al ministero dell’Ambiente un pur esiguo risarcimento di 58 milioni di euro per i costi sostenuti dal 2013, invece, addirittura per la Solvay di Spinetta Marengo, dopo che il complice e inerte Ministero aveva disatteso perfino  la Cassazione omettendo richiesta risarcitoria al tribunale civile, il governo sta concludendo un patteggiamento con la multinazionale Syensqo di Alessandria, unica produttrice italiana dei Pfas tossici e cancerogeni.
 
Questo patteggiamento “riservato” è entrato nel solco di quello del Comune di Alessandria (una elemosina di 100mila euro destinati al taglio dell’erba dei cimiteri) e sarà appresso con quello della scalpitante Regione Piemonte; alle quali tre compra-svendite si allineeranno i mercanteggiamenti delle associazioni ambientaliste (che meritano un commento etico a parte). In Italia i risarcimenti di Solvay sono oboli per tutti. Così, a tacere la Regione, sarà, siamo facili profeti, con il ministero dell’Ambiente: non si avvicinerà ai 393 milioni di dollari sborsati da Solvay nel New Jersey per la bonifica di quei pfas C6o4 e ADV che pur furoreggiano sul territorio di Alessandria. Tant’è che Gilberto Pichetto Fratin ha già “assolto” Solvay non inserendo Spinetta Marengo fra i Siti di interesse nazionale, zone contaminate da sanare sotto la supervisione del ministero, cioè non chiedendo la bonifica.
 
Va da sé che, dopo queste mali-intese economiche, le parti civili lasciano il processo. Per legge, il Patteggiamento definitivo avviene tra imputati, procura e giudice. E’ augurabile ma è abbastanza impensabile che la Procura di Alessandria si “ostini” ad impedire un patteggiamento quando praticamente le parti civili sono d’accordo. E va da sé che il GUP ne prenda atto. Anche perché sia la Procura che il GUP sono esordienti e hanno avuto appena il tempo di scorgere gli atti del processo.
 
Così, anche senza ricorrere a rito abbreviato, di rinvio in rinvio, di slittamento in slittamento, si celebrerà la strategia processuale del nuovo avvocato di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva, già celebre difensore della celebre famiglia Schmidheiny nel processo Eternit, il quale con l’inerte Pichetto Fratin dialoga in piemontese.
Così, verosimilmente a breve, con quattro soldi la multimiliardaria Syensqo uscirà senza ossa rotte dal secondo pur blando processo di Alessandria. A meno che (il diavolo non sempre riesce a coprire le pentole con i coperchi) l’ex avvocato della multinazionale, Luca Santa Maria, non riesca a coinvolgere le responsabilità di Solvay nel processo Miteni, e mandare di traverso gli spumeggianti calici della sfarzosa viticoltura monferrina di Alleva. Ma è l’avvio delle class actions che forse non sarebbe estraneo alle dimissioni della CEO Ilham Kadri.
 
Di sicuro, i quattro soldi si moltiplicheranno se andranno in porto le class actions: in primo luogo, avanti di risarcire, Solvay sarebbe costretta a chiudere le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo in quanto non è in grado di andare oltre la mera insufficiente messa in sicurezza (le incontenibili barriere idrauliche), in quanto non intende finanziariamente concludere la bonifica. Infatti, non avendo illecitamente ottemperato alla sentenza di “ripristino delle risorse naturali danneggiate da cromo esavalente, cloroformio, pfas eccetera”, anzi -nascondendosi dietro venti anni di piani di caratterizzazione e analisi di rischio, ovvero nascondendosi dietro il Comune- ha procurato il doloso risultato di peggiorare acqua+aria+suolo sia all’interno che all’esterno del Sito, immettendo addirittura nuovi cancerogeni (neppure dichiarati alla complice Provincia).
 
E tutto ciò: ancora dopo dieci anni dalla condanna del primo processo: avviato con il capo di imputazione di avvelenamento doloso delle acque (analogo alla odierna sentenza Miteni).  Sono dati di fatto e atti processuali che attestano incontrovertibilmente -per il maggiore disastro sanitario e ambientale nazionale da Pfas e non solo- sia la riconosciuta responsabilità di una contaminazione pregressa e attuale, sia il correlato obbligo di provvedere al ripristino dei danni cagionati, che non potrà avvenire in sede penale bensì tramite class actions

Le associazioni ambientaliste all’esame dell’etica.

Nell’occasione che una procura avvii un processo per inquinamento, come avvoltoi si costituiscono parti offese gli enti locali: per salvare la faccia e fare cassa, quando piuttosto dovrebbero anche i loro amministratori sedere sul banco degli imputati per essere stati inermi o conniventi, e dovrebbero per primi essere chiamati a risarcire i cittadini inquinati. Il passato e il presente, nei processi Solvay ad Alessandria, lo dimostrano.
 
Avviene la stessa cosa quando si presentano come parti civili associazioni ambientaliste che in precedenza non avevano mosso una foglia contro l’inquinamento, e che assisteranno il processo come silenti spettatori in attesa del risarcimento che per prassi ogni sentenza loro riconosce. I trascorsi passati lo dimostrano.
 
Le presunte parti offese, tutte lì per fare cassa, sono assistite da avvocati le cui parcelle saranno adeguatamente beneficiate dal tribunale. Gli inquinatori non pagano né con la galera né con la bonifica, anzi proseguono i danni. Così va il mondo nei processi penali che abbiamo analizzato, in tre ahimè incompleti volumi, su “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia).
 
Il peggio avviene quando l’inquinatore propone alle parti di mercanteggiare la loro uscita dal processo. Si chiama Patteggiamento: rito speciale che su due piedi chiude il dibattimento penale, offre considerevoli sconti sui danni e sulle pene all’imputato, il quale neppure ammette la colpevolezza e può continuare a inquinare come prima. Il patteggiamento è una lauta veloce occasione, per enti locali associazioni ambientaliste avvocati, per fare cassa. Il patteggiamento è la novità del secondo processo contro Solvay in corso ad Alessandria.
 
Chi scrive si è assunto in dovere di documentare, protagonista in prima persona con l’emblematico caso di “Medicina democratica”, la deriva perniciosa subìta da associazioni ambientaliste. Per il passato, fanno testo le pagine su “Ambiente Delitto Perfetto” che tracciano il tradimento dell’associazione ai principi del fondatore, lo scienziato Giulio Maccacaro, fino alle scissioni delle Sezioni territoriali (si veda anche “Luigi Mara & Medicina democratica”).
Per il presente, ognuno commenti da sè come, dieci anni dopo il vergognoso rifiuto di tutelare e risarcire le Vittime in sede civile, oggi, nel documento venuto alla luce dopo mesi di opacità: clicca qui, il presidente (da sempre e per sempre “pro tempore”) dell’associazione ammette tranquillamente di aver slacciato -di fatto col patteggiamento-  le manette a Solvay in cambio di soldi che servono per coprire le responsabilità di un buco di bilancio. E’ stato inferto un danno incommensurabile alla memoria di Maccacaro, a 50 anni dalla scomparsa. Commenterò quanto prima.  
Medicina democratica chiama in correo le altre associazioni ambientaliste. Le vedremo.
 
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

Solvay Syensqo patteggia e nega le responsabilità del disastro sanitario e ambientale di Alessandria.

1)  Non è vero che non facciamo bonifica: primi (sic) interventi sono in corso nel rispetto delle tempistiche del Comune.
2) Non abbiamo obbligo di bonifica ma solo di messa in sicurezza. Volontariamente facciamo bonifica.
3) Volontariamente partecipiamo alla bonifica esterna allo stabilimento.
4) Monitoriamo i Pfas dal 2019.
 
Lo afferma Solvay in una sfacciata replica, sull’autorevole “lavialibera”. Casca male Solvay, perché le risponde la migliore giornalista d’inchiesta, Laura Fazzini. Clicca qui.

Lavialibera è una rivista fondata da Libera e Gruppo Abele (don Luigi Ciotti) che comprende un bimestrale cartaceo, un sito costantemente aggiornato e una presenza attiva sui principali canali social. Offre informazione e approfondimento su mafie, corruzione, ambiente e migrazioni. Il lavoro è supportato da un comitato scientifico e da una rosa di commentatori ed editorialisti di primo piano.

Dagli annunci ai fatti: le class actions Solvay e Miteni.

Su CIVG:
ReteAmbientalista
Il 2026 è l’anno maturo per la partenza delle azioni collettive, le class actions. Per la Solvay di Spinetta Marengo: una inibitoria per fermare le produzioni inquinanti, l’altra risarcitoria per la popolazione. Per la Miteni di Trissino, con il meglio di avvocati, comitati e associazioni: è già in corso la raccolta popolare delle adesioni per chiedere il risarcimento dei danni alla salute e alle proprietà immobiliari.

Consigli comunali regionali e provinciali firmano la messa al bando dei Pfas. Per Alessandria: class action.

Sono già 129 i Comuni del Veneto, 95 di questi sono nella provincia di Verona, che nei loro consigli comunali hanno approvato la mozione proposta dalla Rete Zero Pfas per chiedere al Parlamento italiano di attivarsi per una legge che metta al bando i Pfas vietandone la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo. La mozione è stata nel frattempo approvata anche dal consiglio regionale del Veneto (oltre che da quelli di Piemonte e Umbria) e dai consigli provinciali di Verona e Vicenza e da qualche comune in Lombardia, Piemonte e Liguria.
 
In particolare, per Alessandria la messa al bando si può già realizzare, tramite class action inibitoria, con la fermata immediata delle produzioni della Solvay di Spinetta Marengo, unica produttrice in Italia. La Rete sottolinea, infatti, quanto la posizione della Ue -a braccetto del parlamento italiano– vada in tutt’altra direzione: la Commissione intima al Parlamento di non porre limiti alla loro produzione e al loro utilizzo perché comporterebbe “rischi per la competitività globale dell’Europa” in particolare nei settori della produzione di armi, aerospaziale e nella produzione di semiconduttori, ignorando al contempo i gravi effetti sulla salute dei cittadini esposti a queste sostanze.

Cancri da Pfas per maschi e femmine, adulti e bambini.

Complessivamente, si stima che i Pfas nell’acqua potabile contribuiscano a più di 6.800 casi di cancro ogni anno, sulla base dei dati più recenti dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti (Epa).
I ricercatori del Dipartimento di Scienze della Popolazione e della Salute Pubblica presso la Keck School of Medicine hanno studiato che tra il 2016 e il 2021, le contee degli Stati Uniti con acqua potabile contaminata da Pfas avevano una maggiore incidenza di alcuni tipi di cancro, che differivano in base al sesso.
 I maschi nelle contee con acqua potabile contaminata avevano una maggiore incidenza di leucemia, così come tumori del sistema urinario, del cervello e dei tessuti molli, rispetto ai maschi che vivevano in aree con acqua non contaminata.
Le femmine avevano una maggiore incidenza di tumori alla tiroide, alla bocca e alla gola e ai tessuti molli.
Recenti valutazioni dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) confermano i Pfas nell’aumento del rischio di sviluppare specifiche forme di:
Cancro al rene (carcinoma a cellule renali): sicuramente dovuto al Pfoa. 
Cancro al testicolo: in particolare tra i lavoratori del settore chimico e le popolazioni residenti in aree contaminate.
Cancro alla tiroide: trattato con tiroidectomia e terapia radiometabolica.
Cancro mammario e dell’apparato riproduttivo femminile: tumore al seno e alle ovaie.
Cancro al cervello (glioblastoma): in nell’area dei Vigili del Fuoco.
Melanoma e cancro alla prostata: rischio raddoppiato di melanoma e altre neoplasie.
Infine, studi scientifici recenti dell’Università di Padova, in particolare quelli condotti nella “zona rossa” del Veneto, hanno evidenziato una correlazione significativa tra l’esposizione ai PFAS e:
Aumento del Colesterolo: rischio cardiovascolare doppio rispetto alla media nella zona contaminata del Veneto.
Alterazione della Coagulazione: maggior rischio di trombosi e infarti.
Mortalità Cardiovascolare: inclusi infarti e malattie ischemiche.
Ipertensione e Aterosclerosi: calcificazione coronarica e aortica, e danni vascolari precoci.

I Pfas aumentano il rischio di malattia epatica nei giovani.

Un nuovo studio statunitense condotto da ricercatori della Keck School of Medicine dell’Università del Southern California e dell’Università delle Hawaii evidenzia che l’esposizione ai Pfas è associata a un rischio significativamente maggiore di sviluppare malattia epatica nei giovani. I ricercatori hanno analizzato campioni di sangue e risonanze magnetiche del fegato di adolescenti e giovani adulti, riscontrando che livelli più elevati di due PFAS comuni (PFOA e PFHpA) erano collegati a un aumento fino a quasi tre volte del rischio di sviluppare metabolic dysfunction-associated steatotic liver disease (MASLD), una forma di malattia epatica spesso silente, ma potenzialmente progressiva. La MASLD può portare a complicazioni gravi nel tempo, se non diagnostica e gestita precocemente. L’adolescenza rappresenterebbe una finestra di vulnerabilità critica durante la quale l’esposizione a PFAS potrebbe avere effetti più marcati, soprattutto in concomitanza con l’accumulo di grasso nel fegato.

I PFAS aumentano il rischio di diabete in gravidanza e di mortalità dei nascituri.

L’ analisi condotta da ricercatori e ricercatrici della “Icahn School of Medicine del Mount Sinai” e pubblicata da poco su The Lancet eClinicalMedicine. è la ricerca più estesa e completa sul ruolo dei PFAS nell’insorgenza del diabete,  con una disamina di 129 studi epidemiologici alcuni dei quali hanno coinvolto quasi un milione di persone. Preoccupanti restano i risultati sul diabete in gravidanza. L’esposizione ai Pfas lascia tracce nelle donne incinte, le sostanze raggiungono anche il feto e non c’è modo di sfuggire agli inquinanti eterni.
Infatti, altro allarme arriva da una ricerca pubblicata su PNAS che ha analizzato i dati sulle nascite nel New Hampshire tra il 2010 e il 2019, concentrandosi su comunità esposte ad acqua potabile contaminata da PFASla mortalità infantile nel primo anno di vita risulta più che raddoppiata (+191%), con 611 decessi aggiuntivi ogni 100.000 nascite. Non solo. Le nascite estremamente premature, prima delle 28 settimane di gestazione, aumentano del 168%, mentre i neonati con peso inferiore ai 1.000 grammi crescono del 180%.

Una mela al giorno non ti leva il medico di torno. Se contiene Pfas.

Il nuovo report di “Pesticide action network PAN” ha analizzato mele vendute nei supermercati di 14 stati europei. Il 64 per cento dei campioni contiene almeno un pesticida prodotto con i composti cancerogeni pfas, gli “inquinanti eterni”. In Italia la patria delle mele è il Sud Tirolo. Il report di Pan conferma questa allerta. In quattro delle cinque mele sono stati trovati due specifici prodotti chimici considerati pericolosi dalla comunità scientifica europea, l’Acetaprimid e il Fludioxinil. Il primo è un insetticida tossico per le api, con risultati scientifici che indicano la tossicità per lo sviluppo cerebrale dei feti. Il secondo è un pesticida contenente Pfas, interferente endocrino e inserito nell’elenco dei pesticidi più tossici dell’Unione Europea.
 
I Pfas presenti nei pesticidi una volta immessi in ambiente si degradano in altri composti, come il Tfa, rilevato in grandi quantità in tutti i suoli e fiumi europei. Secondo il regolamento europeo sui pesticidi, i pesticidi che si degradano in tali composti tossici andrebbero vietati, ma la Commissione europea e gli Stati membri non hanno ancora adottato misure per ritirarli dal mercato.

Contro il TFA non basta allungare il vino con l’acqua.

Il TFA non è arrivato per caso: si tratta infatti di un metabolita di PFAS ancora ampiamente utilizzati, soprattutto in pesticidi e gas refrigeranti. È altamente solubile, persistente e in grado di raggiungere falde e sorgenti anche a grande distanza dai luoghi di emissione. Il risultato è una contaminazione diffusa e trasversale, che riguarda acqua, alimenti e bevande alcoliche.
 
A differenza dei vecchi PFAS, che sono molecole ‘pesanti’ che si depositano nei fanghi o nel sangue, il TFA è una molecola ultra-corta e iper-mobile. Questo le permette di penetrare ovunque. Nel 2024 Pesticide Action Network Europe (PAN Europe) ha analizzato acque minerali commercializzate in diversi Paesi europei, trovando TFA in numerosi campioni, spesso a concentrazioni rilevanti. Per le acque minerali, al momento, non esiste alcun limite legale.
Il TFA viene assorbito anche dalle radici delle piante: è stato rilevato in concentrazioni significative nel vino europeo e in diversi prodotti ortofrutticoli.
 
L’ “Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche, ECHA” ha recentemente riclassificato il TFA come tossico per la riproduzione. Inoltre, le evidenze più recenti suggeriscono possibili effetti su fegato, sistema endocrino e riproduttivo, oltre a un impatto ecotossicologico non trascurabile.