
Premesso che è “meglio prevenire che curare” ovvero “meglio chiudere le fonti inquinanti piuttosto che a posteriori disinquinare i territori contaminati”, nella fattispecie dei Pfas si fanno i conti: quanto verrebbe a costare la bonifica dei siti inquinati? In Piemonte, Solvay ha fatto i conti e, non intendendo intaccare gli enormi profitti, al riparo dei processi penali, si rifiuta di chiudere le produzioni Pfas a Spinetta Marengo per poi procedere alla enorme bonifica. In Veneto, la Miteni di Trissino è in fallimento, i soci sono nascosti all’estero, dunque tocca allo Stato intervenire (non intervenire) su milioni di aree inquinate, soprattutto su migliaia di Siti di Interesse Nazionale (SIN)?
La Svizzera, pur non avendo situazioni drammatiche come quelle italiane, ha provato, con una indagine di SRF Investigativ e Kassenstur a calcolare, nell’ambito del “Forever Pollution Project” europeo, quanto potrebbe costare bonificare i siti fortemente contaminati e l’acqua potabile. Dunque: 28 miliardi di euro su un periodo di 20 anni, ovvero 1,4 miliardi all’anno.
Si consideri che per l’intera UE i costi sono valutati in 2.000 miliardi di euro in 20 anni.
Allo stesso tempo, si tratta di una stima conservativa. Le cifre si riferiscono solo alle bonifiche di siti fortemente contaminati. Inoltre, la contaminazione di base, che si trova ovunque nell’ambiente, continuerebbe a persistere.
Non solo, l’onere finanziario deve calcolarsi oltre le bonifiche: le PFAS hanno effetti sulla salute di persone e animali, il che comporta costi per la società. Inoltre, i contribuenti potrebbero dover affrontare pagamenti di compensazione, se ad esempio carne o latte con livelli di PFAS troppo elevati non potessero più essere venduti.