
Anche questa morte all’Ilva di Taranto si consuma nella tragedia di un territorio condannato dal “razzismo ambientale” che ha trasformato tante zone d’Italia come Taranto, in luoghi sacrificati sull’altare di un modello di sviluppo che ha esercitato violenza verso le persone e l’ambiente, luoghi dove la salute e la vita di fronte alla prova dei fatti hanno un valore e una tutela minore che in altre parti d’Italia, in spregio al dettato costituzionale.
Le evidenze storiche, scientifiche e sociali, e i riusciti esempi di riconversione in contesti sociali e nazionali più civili di quello Italiano, dimostrano che non è una scelta obbligata condannare i cittadini e i lavoratori di Taranto ad un modello di sviluppo economico, industriale e sociale politicamente fallimentare ed economicamente fallito, tenuto in vita soltanto dall’irresponsabilità e dall’inadeguatezza della classe politica di ogni colore, e dall’accanimento terapeutico su una azienda già morta, tenuta forzatamente in un coma perenne con aiuti di stato contrari alla normativa europea, che negano il principio del libero mercato e sottraggono imponenti risorse ad altre forme di sviluppo economico e ambientale che andrebbero invece tutelate più della obsoleta economia dell’acciaio e del carbone.