Il bolivarismo cristiano dei gesuiti e l’avvertimento di Francesco a Maduro sulle dittature.

Poco più di duecentoventi anni fa, il 15 agosto del 1805, El Libertador Simón Bolívar (1783-1830) fece questo solenne giuramento sul Monte Sacro a Roma, laddove nel 494 avanti Cristo ci fu una rivolta della plebe: “Giuro davanti a voi, giuro sul Dio dei miei padri, giuro su loro, giuro sul mio onore e giuro sulla mia patria, che non darò riposo al mio braccio, né pace alla mia anima, fino a che non avrò spezzato le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo!”. Bolívar fu poi presidente del Venezuela, della Gran Colombia (Venezuela, Colombia, Perù, Bolivia, Ecuador), infine di Bolivia e Perù.
 
Il “sogno bolivariano” – nel segno della giustizia sociale e della teologia del popolo, corrente autonoma della Teologia della liberazione – fu al centro del viaggio apostolico dell’argentino Bergoglio in Ecuador, Bolivia e Perù nel luglio del 2015. Francesco cominciò così la sua omelia durante la messa celebrata il 7 luglio nel Parco del Bicentenario a Quito, la capitale dell’Ecuador: “Immagino quel sussurro di Gesù nell’ultima cena come un grido, in questa Messa che celebriamo nella Piazza del Bicentenario. Immaginiamoli insieme. Il Bicentenario di quel grido di indipendenza dell’America Ispanofona. Quello è stato un grido nato dalla coscienza della mancanza di libertà, di essere spremuti e saccheggiati”. Tuttavia, nel 2024, di ritorno da un altro viaggio apostolico, in Asia e Oceania, Francesco invitò Maduro al dialogo dopo l’ultima torsione autoritaria avvenuta con le Presidenziali di quell’anno. E profetizzò: “Le dittature non servono e finiscono male”.
 
Oggi sul Monte Sacro c’è un memoriale che ricorda quel giuramento del 1805, con un busto del Libertador commissionato due decenni fa dagli allora presidenti di Italia e Venezuela, Carlo Azeglio Ciampi e Hugo Chávez. Nel 2013 il memoriale fu visitato da Nicolás Maduro e l’ultima delegazione venezuelana è arrivata nell’aprile scorso. Ne faceva parte anche il padre gesuita Numa Molina, che con Maduro ha festeggiato il Natale scorso e che il 6 gennaio, tre giorni dopo il blitz dell’invasore trumpiano, ha postato su Facebook un video intitolato “Tornerà un’alba piena di speranza”. Clicca qui