
Cosa hanno in comune i due processi per Miteni di Trissino e per Solvay di Spinetta Marengo? In parte l’avvelenamento: quello di Vicenza riguarda esclusivamente i Pfas, quello di Alessandria anche altri venti veleni tossici e cancerogeni, tipo cromo esavalente. Mentre soprattutto la differenza è data dal fatto che sono stati condotti da due tribunali diversi, e lo si vede: quello veneto ha concluso in tempi ragionevoli con una sentenza (di condanna), mentre quello piemontese non ha neppure avviato il dibattimento, ovvero nell’udienza preliminare sta praticamente assolvendo Solvay tramite patteggiamento. D’altronde la procura di Alessandria era stata clemente, quasi una tiratina d’orecchie, verso i due direttori accusati di un reato minore -di colpa– malgrado la condanna della Cassazione nel primo processo, cioè malgrado la reiterazione dei delitti, anzi il loro aggravamento.
Invece, la Procura di Vicenza (Paolo Fietta e Hans Roderich Blattner) aveva formulato capi di imputazione per reati di dolo: avvelenamento doloso delle acque, disastro doloso innominato, inquinamento ambientale, illecito amministrativo e bancarotta per falso in bilancio. Così la Corte di Assise vicentina (presidente Antonella Crea) ha sposato interamente le accuse della propria procura rivolte non tanto a direttori piccoli capri espiatori bensì alle responsabilità apicali dell’azienda, e ha condannato 11 fra manager e vertici della Miteni fallita di Trissino, e delle multinazionali Icig e Mitsubishi, a complessivi 141 anni di reclusione, disponendo anche risarcimenti da decine di milioni di euro.
Il punto centrale della pesantezza delle condanne (fino a 17 anni per l’italiano Luigi Guarracino, e per i tedeschi Patrick Fritz Hendrik Schnitzer e Achim Georg Riemann, e per l’irlandese Brian Anthony Mc Glynn, e 16 anni per l’olandese Alexander Nicolaas Smit), è che Miteni sapeva di avvelenare, l’inquinamento è stata una scelta precisa. Conoscevano certezze scientifiche anche assolute, avevano un quadro informativo dettagliato sulla contaminazione del sito e sugli effetti sulla salute delle migliaia lavoratori e delle centinaia di migliaia di cittadini. Non solo accettarono il rischio di inquinare, ma ne avevano la consapevolezza, risparmiarono sui costi di sicurezza, anzi occultarono sistematicamente le prove, e se ne assunsero le conseguenze allo scopo di guadagnare senza curarsi delle conseguenze ambientali e per la salute pubblica.
Insomma, il profitto è il movente che rafforza la gravità dei comportamenti contestati. Indubbiamente i reati per Miteni sono di dolo. Indubbiamente, sarebbero gli stessi reati contestabili per Solvay: gli stessi dettagliatamente dimostrati negli 11 esposti all’ex procuratore capo di Alessandria, Enrico Cieri, dal Movimento di lotta per la salute Maccacaro.
Infine, giustamente esaltata la sentenza di Vicenza sul versante delle responsabilità dolose (sulla quale pur pende la spada di damocle dei ricorsi in appello a Venezia), però non si può non stigmatizzare la ingiustizia per quanto riguarda l’esiguità degli indennizzi all’ambiente violato: 56 milioni di euro alla regione Veneto, 6,5 milioni, ai comuni della zona rossa tra Vicenza, Padova e Verona, e, somma ingiustizia, dei risarcimenti alle Vittime: la miseria delle 15-20 mila euro, peraltro ad una minoranza della popolazione. Né si dimentichi che l’Inail ritarda a riconoscere la malattia professionale ai lavoratori ex Miteni.